L’ombrellone giallo: la nuova silloge poetica della siciliana Giuseppina Vinci

COMUNICATO STAMPA

Giuseppina Vinci_coverLa lentinese Giuseppina Vinci, docente presso il Liceo Classico “Gorgia” della sua città, dopo la fortunata pubblicazione di saggi brevi su autori moderni e contemporanei dal titolo Riflessi letterari (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) ritorna con una nuova pubblicazione. Il nuovo libro, dal titolo evocativo e ben rappresentato dall’immagine di copertina, è L’ombrellone giallo che ci rimanda, quasi, a una poetica dell’essenziale o delle cose perdute.

Nella silloge trovano posto anche alcuni racconti di media lunghezza che testimoniano ancora una volta, com’era stato per il suo Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) la versatilità della scrittrice nei due generi letterari e l’indiscussa padronanza dei rispettivi stili.

L’ombrellone giallo si apre con una nota critica introduttiva firmata da Lorenzo Spurio nella quale il critico osserva: “[L]a poetica della Vinci ha come desiderio manifesto quello della lode, dell’encomio al Creato e al suo Creatore che nasce dalla riconoscenza e dall’accettazione del Peccato che, in quanto uomini, siamo costretti a portare. Per questo alcune liriche diventano addirittura delle preghiere, dei testi che, musicati, potrebbero trovare la loro locazione tra la predica e l’eucaristia in una celebrazione religiosa: Tutto tende a Te,/ tutto parla di Te,/ tutto è in TE!”.

Il libro, edito da TraccePErLaMeta Edizioni, è disponibile alla vendita sul rispettivo negozio online della casa editrice (www.tracceperlameta.org) e su tutte le vetrine online specializzate nella vendita di libri.

 

 

L’autrice

Giuseppina Vinci è nata a Lentini (SR). Docente nella scuola pubblica, tutt’ora è in servizio presso il liceo classico “Gorgia” della sua città.

Ha pubblicato due libri di poesie e racconti: Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) e Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) e un libro di saggistica breve, Riflessi letterari (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013). Ha pubblicato altresì in Cento voci verso il cielo, Antologia poetica e in Antologia di poesie “Il Forte”.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

Titolo: L’ombrellone giallo

Autrice: Giuseppina Vinci

Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2013

ISBN: 978-88-98643-05-9

Pagine: 74

Costo: 9€

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Info:

www.tracceperlameta.org

info@tracceperlameta.org

“Riflessi letterari” di Giuseppina Vinci, recensione di Giovanna Albi

Riflessi letterari
Di Giuseppina Vinci
Tracce per la meta edizioni, 2013
Genere: Saggistica
 
Recensione di GIOVANNA ALBI

 

coverGiuseppina Vinci  di Lentini, docente di letteratura straniera al Liceo Classico della sua città, ci propone la sua terza opera letteraria, Riflessi letterari, in cui si mescolano generi diversi, riflessioni letterarie, poesie, articoli,esegesi personali di famosi testi della letteratura italiana ed inglese: autori romantici e del Novecento che si interrogano sugli eterni quesiti dell’uomo di natura ontologica e teleologica. Poeti e scrittori alle prese con l’insofferenza, l’inquietudine, il male di vivere. Si  parte da un testo celeberrimo di Leopardi del Ciclo di Aspasia “A se stesso” e l’autrice riflette su “Quel poserai per sempre” che pessimisticamente allude al nichilismo del genio di Recanati, il più grande filosofo-poeta di tutti i tempi. Colui che seppe guardare in faccia la realtà senza nessuna consolazione religiosa. La realtà nuda e cruda, fatta di carne e ossa che gridano il proprio male di fronte all’indifferenza della natura indomita. La riflessione sulla morte come fine del tutto che è “nulla eterno”, precorso da quel sentimento di noia che si coglie dinanzi la caduta delle illusioni. “Il passero solitario” allude al distacco dal mondo, al senso di inadeguatezza e di inettitudine alla vita, ben diversa condizione rispetto a quella del gabbiano Jonathan che, pur deriso  per la sua diversità, impara a volare alto; il poeta non vola, ma si ritrae in se stesso nel suo amaro silenzio, nel suo pessimismo sempre più personale e cosmico. Il “passero solitario” viene paragonato all’albatros di Baudelaire che viene bistrattato e catturato dalla convenzione, dalle istituzioni, sempre così pronte a mortificare il diverso.

E poi ancora una riflessione su cosa sia mai la Poesia, questa massima creatura umana, che è “ Lo spontaneo traboccare dei sentimenti potenti, forti, autentici o emozione rivissuta in tranquillità”. Le emozioni romanticamente scattano a contatto con l’universa Natura, fonte perenne di ispirazione, tempio di un mistero sacro, natura incontaminata, consolatrice degli affanni. Madre Natura che scuote l’anima del Poeta fino a far sgorgare “sentimenti potenti, stupore, meraviglia per i doni del creato”.

Si passa poi al Simbolismo di Blake, poeta ai suoi tempi sottovalutato, oggi considerato tra i più grandi artisti della Gran Bretagna.  Ritenuto pazzo per il suo carattere visionario,  che anticipa i poeti maledetti del Novecento, il simbolo è per lui poesia, contrapposizione di opposti, in una visione manichea in cui Bene e Male confliggono sempre in precario equilibrio, in un colloquio incessante con se stesso in cui centrali sono i binomi oppositivi come nella poetica del Leopardi.

Ci si interroga sui motivi della conversione al Cattolicesimo nel 1872 di Alice Meynell , laddove i temi diventano il silenzio e la solitudine. Una poesia di meditazione mistica, è il silenzio che produce  poesia e musica per ritornare all’infinito silenzio.

“Cosa è un uomo?” si chiede l’Amleto; la stessa ontologica domanda attraversa l’autrice, la quale si pone di fronte al problema della crisi dei valori, della globalizzazione, dei mercati, dello spread, dei bund tedeschi, delle borse di Wall Street, Dow Jones…e sa che  il nostro destino è incerto e stiamo per scivolare nel burrone come destinazione finale. Così come nel burrone della morte scivola Virgilia Woolf , in un atto di “comunicazione estrema” lasciandosi annegare nel fiume Ouse, in un gesto estremo che è prova di grande coraggio: o la follia o la morte. Virginia Woolf : una grande della letteratura inglese che condivide tanti punti con James Joyce, anche l’anno di nascita e di morte.

Tutti alla ricerca di qualcosa : così sono i personaggi di James Joyce , tutti con le braccia tese verso il desiderio di appagamento, tutti come Telemaco alla ricerca del padre, tutti come Ulisse nel mare aperto con l’insicurezza dentro di non ritrovare mai più la propria Itaca.

E poi ancora  riflessioni e impressioni sui grandi della letteratura italiana: Carducci e Montale. Il ritorno dell’antico, del primitivo in Carducci, il pianto primordiale per la perdita del figlioletto mentre la natura leopardianamente continua inflessibile il suo corso. Il dolore per la perdita di un figlio è quanto di più insensato vi sia; è il dolore più struggente, quello per cui mai si dovrebbe soffrire. Segue un’analisi dei correlativi oggettivi ripresi da Eliot in Montale, tutti simboli di quel “male di vivere “ che il Poeta incontrò, nella contrapposizione degli opposti come in Blake.

L’opera di Pina Vinci è ricca di spunti di riflessione, ma più che di un saggio si tratta di impressioni anche personali, non sempre supportate dalla dovuta documentazione. Ma forse anche questo è un pregio dell’opera che vuole, non scientificamente analizzare, ma ri-evocare , ri-creare le atmosfere che hanno impregnato le opere più significati di cui sopra ho detto; lo stile semplice, limpido, di facile letture esprime tutta la trasparenza di una persona che intende comunicare il suo incontaminato amore per la letteratura.

 

 

Giuseppina Vinci torna con un saggio letterario: “Riflessi letterari”

Nell’opera parlano Leopardi, Montale, Joyce, Woolf e tanti altri autori

 Comunicato stampa

coverTraccePerLaMeta Edizioni ha appena pubblicato “Riflessi letterari” di Giuseppina Vinci: un percorso tra le pieghe della letteratura italiana ed inglese. La scrittrice analizza secondo la propria esegesi dei testi che propone, opere centrali negli studi sulla letteratura, quali ad esempio alcune liriche di Leopardi , focalizzandosi su precisi  ambiti letterari: il simbolismo, l’ermetismo, il modernismo inglese. La scrittura piana e accessibile a tutti e l’esposizione del suo pensiero critico su ciascun opera/autore è breve, preciso e condensato, capace di fornire all’attento lettore nuovi spunti di analisi e ricerca.

Dalla prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio si legge: «Giuseppina Vinci, docente di materie classiche al Liceo Classico Gorgia di Lentini, dà prova con questo libro di come la letteratura non solo debba essere letta, possibilmente ad alta voce e senza rumori intorno, ma di come essa debba essere interpretata, riletta, vissuta e ri-creata, perché è proprio dall’interazione che si crea tra autore e lettore che si ricavano i variopinti significati e le leggiadre possibilità di indagine dell’uomo nel mondo reale».

 

L’autrice

Giuseppina Vinci è nata a Lentini (SR), città nella quale vive e insegna presso il Liceo Classico “Gorgia”. Ha pubblicato due libri di poesie e racconti: Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) e Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012). Oltre alle poesie e ai racconti, ha pubblicato articoli su quotidiani nazionali e locali, tutti contenuti in Chiara è la sera e è presente  in Cento voci verso il cielo, Antologia poetica e in Antologia di poesie “Il Forte”.

 

                       

TITOLO: Riflessi letterari
AUTORE: Giuseppina Vinci
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
COLLANA: Sabbia – Critica letteraria
PAGINE: 68
ISBN: 978-88-907190-9-7
COSTO:  9 €

Link diretto alla vendita

 

Info:

info@tracceperlameta.orghttp://www.tracceperlameta.org

Ufficio Stampa: Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it

“I libri di Giuseppina Vinci, tra poesia, racconti e articoli d’attualità”, a cura di Lorenzo Spurio

I due libri di Giuseppina Vinci, tra poesia, racconti e articoli d’attualità

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La poesia più bella
è il ricordo.
(in “Un ricordo”, BDA, p. 26)
 
La tua vita
è una catena
ci tiene insieme la catena della memoria,
lei non sarà mai sepolta
mai si dissolverà.
Tutto è memoria.
(in “La memoria”, CELS, p. 30)

 

DSCF3031Solitamente riservo una recensione o commento a ogni libro singolo, ma questa volta mi sento di fare un’eccezione per varie ragioni, la prima delle quali è che ho letto i due libri di Giuseppina Vinci parallelamente e da essi ne ho tratto un significato e insegnamento molto importante e per lo più condivisibile. Giuseppina Vinci, è una docente di materie classiche al Liceo Classico Gorgia di Lentini, in provincia di Siracusa, e negli ultimi anni si è dedicata con attenzione e capacità alla scrittura. I generi che ha trattato sono molto diversi tra loro: si va dalla poesia al racconto, dal saggio letterario su opere/poesie della letteratura italiana e inglese, all’articolo di giornale. Il suo primo libro, Battito d’ali (Aletti Editore, 2010) è una silloge di poesie ed è la prima di queste a dare il titolo alla raccolta, in essa si legge:

 La natura ci ha donato le capacità

del sentire e del discernere,
appunto ali per viaggiare
nei sentimenti,
nei pensieri.
 
in “Battito d’ali”, p. 17.

 

In questa prima silloge, Giuseppina Vinci utilizza i versi e le azioni della natura (il battito d’ali, il fragore di un’onda, la forza del mare) per esprimere i concetti universali di carattere ontologico che da sempre interessano e disturbano l’essere: qual è il senso del vivere? Dove andremo a finire? Esiste la vita eterna?, questioni che in parte la poetessa riassume in maniera laconica in questi versi: “Niente rimane nel nulla/ ma tutto è legato all’eternità” (in “Tempo dell’attesa”, p. 25).

Il secondo libro, Chiara è la sera (Angelo Parisi Editore, 2012) si compone di racconti, poesie e articoli di giornale. La parte delle poesie si apre con un omaggio a un grande della letteratura inglese, Thomas Hardy, che la poetessa ricorda e celebra durante la visita della sua tomba: “Solo accanto a te ho pregato” (p. 21) e ad Hardy è indirettamente dedicata anche la poesia “Tess” dedicata all’omonima eroina del suo celebre romanzo: “Tess, creatura amata/ […] tutti siamo te!” (p. 39). Nella silloge di poesie precedente, invece, era contenuto un impareggiabile lode a Keats, uno dei più grandi poeti in assoluto della letteratura: “La tua arte per sempre/ nei nostri cuori vivrà” (p. 29), conclude Pina Vinci.

DSCF3033Molte le poesie dall’intento chiaramente sociale e civile come “Combatti” nella quale la poetessa intima il giovane e l’uomo d’oggi a combattere, a manifestare le sue idee, a non lasciarsi mettere i piedi in testa e non farsi abbindolare dai potenti che ricercano sempre più potere; lo sguardo è a tratti amaro (“la sciocca strada della vita”, p. 24), a tratti catastrofico (“il male trionfa”, p. 24) e in parte sottende a una filosofia esistenzialistica cupa ed estrema: “L’unica cosa certa è l’infelicità” (p. 17) con echi di Schopenahuer e Leopardi (si noti che al poeta romantico marchigiano è dedicata una poesia commemorativa intitolata “Recanati” nella quale si legge: “Recanati oggi/ devo renderti onore/ devo inchinarmi ai Suoi versi/ all’immortalità della Poesia/ alla Speranza della Poesia” (p. 37).

Chiari i riferimenti alla religione nei simboli dell’acqua, della tomba (“La tomba racchiude il tutto e il nulla”, p. 43), della cenere, del tempo che passa, nel Natale, e nel fascino della creazione di cui la poetessa parla in “Land’s end” (p. 34).

La poetessa celebra anche la sua terra d’origine, Lentini, celebre per i grandi natali di Gorgia e Jacopo e l’esorta a riaversi dal torpore nel quale è caduta e a risorgere: “Ritorna ai tuoi antichi splendori” (p. 22) è la chiusa di questa poesia.

I racconti sono accomunati dalla loro brevità e al contempo dalla ricchezza dei sentimenti in essi contenuti: si parla di predestinazione e di religione, ma anche di senso del dovere, dell’importanza della famiglia e del rispetto e del dolce ricordo della figura materna, che nel racconto “Una donna”, viene descritta con un parallelismo con la poetessa Emily Dickinson: “Una viva nel ricordo dei suoi cari. Dimenticata dai tanti che l’hanno conosciuta. L’altra famosa nel mondo per la Sua poesia. Ho amato entrambe” (p. 19).

La parte conclusiva, quella sotto forma di articoli di giornale, contiene riflessioni, commenti apparsi su vari quotidiani locali e nazionali dove l’autrice esplica quelle che a suo dire sono le problematiche dell’oggi, cercando di indagare le ragioni dello stato letargico e indisposto della politica italiana e il perché di tanta violenza e sopraffazione. Mi sento di dire che gli articoli qui proposti, per tema, possono essere suddivisi in almeno quattro categorie:

–          gli articoli d’attualità, che prendono spunto da un fatto accaduto e al quale l’autrice ha partecipato più o meno attivamente (un incontro di poesia nel Liceo Classico, una visita a New York del dopo 11 settembre)

–          gli articoli sull’incertezza politica e il caos sociale (con riferimenti più o meno diretti e criticità nei confronti di certe classi di governo)

–          articoli ermeneutici che partono da un’analisi-confidenza con l’insegnamento cristiano e i testi biblici, il cui studio l’autrice invoca venga fatto con più dedizione nelle scuole

–          articoli su alcuni drammi sociali: la guerra, il razzismo, l’inferiorità della donna, etc.

 

Di politica si parla molto in questi articoli datati 2008: si parla della fine del governo Prodi, del clima d’incertezza, del momento delle elezioni, della classe dei potenti che “conclud[ono] patti di acciaio o di argilla con altri potenti” (p. 45) facendo finta di non sapere che “sarà sottoposto a un giudizio supremo” (p. 45). C’è insoddisfazione nei confronti dell’oggi visitato con criticità e delusione: i giovani nominano Aldo Moro come se si trattasse di un personaggio di secoli molto distanti da noi e questo genera nell’autrice rammarico e in un altro articolo lo stallo ideologico e la mancanza di una visione oggettiva e concreta all’interno delle fazioni politiche porta a chiedersi alla donna: “E se tornassero Almirante e Berlinguer? Intanto saremmo tutti più giovani. Quelli erano politici puri nelle loro convinzioni” (p. 64).

Ma i personaggi del nostro oggi che il lettore incontrerà saranno molteplici: da Martin Luther King, martire della battaglia d’uguaglianza razziale, a Obama che incarna un po’ la vittoria della classe nera che in America è sempre stata un po’ considerata sopraffatta e minorizzata; si incontreranno i pontefici: da Montini a Giovanni XIII, il Papa Buono, sino a Giovanni Paolo II e a Papa Ratzinger ricordato nel suo messaggio d’inizio Pontificato e in quello tenuto all’università di Ratisbona che tanto creò disagio e scompiglio. Personaggi che, uniti ad Aldo Moro di cui si parlava, rappresentano la cristianità e l’importanza della religione nel tessuto sociale italiano e occidentale in genere. “Riflettevo giorni fa su quanto sia diverso il mondo occidentale da quello orientale” (p. 72) scrive Giuseppina Vinci aprendo poi alla necessità al “rialzamento” della politica italiana.

E la poetessa descrive a tinte forti quelli che sono i mali del secolo, i sistemi corruttivi e denigratori che rendono il Belpaese una nazione felice sì, ma decenni orsono (l’Italia è qui utilizzata come grancassa dell’Occidente tutto): la subordinazione e la violenza nei confronti della donna, il maschilismo, il fondamentalismo religioso e il terrorismo che è presente nel sostrato di vari articoli tra cui “America spezzata e umiliata!” in cui la Vinci scrive “Ho sentito l’America spezzata. La padrona del mondo umiliata” (p. 49) a seguito del grande attentato nel 2001; ma in questo libro si parlerà anche della cattiva legge elettorale italiana, della necessità della revisione del sistema giudiziario e di quello scolastico, di quote rosa ed ogni idea, di ogni singola persona, dovrà essere tenuta da conto perché “Le idee ci distinguono, altrettanto le opinioni; ma se le idee e le opinioni non si espongono, che vale possederle?” (p. 68).

Il messaggio è chiaramente gravato da insoddisfazione nei confronti di decenni di malgoverno e falsa democrazia e mancata meritocrazia che conduce la poetessa a servirsi di parole potenti che vennero utilizzate da J.F. Kennedy: “Non chiedetevi cosa lo Stato può fare per voi, ma cosa voi potete fare per lo Stato” (cit. p. 51). Tutti, dunque, siamo utili e dobbiamo esserlo. Basta che ce ne rendiamo conto e che ci impegniamo collaborativamente e attivamente per un progetto condiviso (tanto in politica, quanto nelle altre sfere) affinché la paura, “che testimonia la piccolezza dell’essere umano” (p. 62) venga messa fuori gioco.

E per sempre.

 

 

I due libri di cui ho parlato sono:

 

Battito d’ali
di Giuseppina Vinci
Aletti Editore, Roma, 2010
ISBN: 978-88-6498-168-0
Numero di pagine: 42
Costo: 12 €
 
Chiara è la sera
di Giuseppina Vinci
Angelo Parisi Editore, Lentini (SR), 2012
ISBN: 9788896137284
Numero di pagine: 76
 

CHI E’ L’AUTRICE?

GIUSEPPINA VINCI è nata a Lentini (Siracusa), la città di Gorgia e Jacopone. Insegna al Liceo Classico Gorgia di Lentini da circa diciotto anni, dopo aver insegnato presso altre scuole pubbliche della stessa città: anni che hanno significato momenti di formazione, crescita e indimenticabili amicizie. Attenta alle problematiche sociali, ha pubblicato articoli su quotidiani nazionali e locali. I suoi due libri sono la raccolta di poesie “Battito d’ali” (Aletti, 2010) e “Chiara è la sera” (Angelo Parisi Editore, 2012).

  

a cura di Lorenzo Spurio

scrittore, critico letterario

 

Jesi, 24 Aprile 2013

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“Pianto antico” di Giosuè Carducci con un commento di Giuseppina Vinci

Pianto Antico

di Giosuè Carducci

Commento di Giuseppina Vinci

 

Antico è il vecchio marinaio, antica è la torre leopardiana, “antico’’ il pianto di Carducci per il figlioletto Dante prematuramente scomparso.

Il titolo del breve componimento allude a un dolore antico primordiale. Non esiste dolore più grande affranti. Maria, la madre di Gesù  patisce la morte del Figlio. Il Suo è un dolore grande ma composto, accetta la volontà del Padre. Abramo non si pone il problema della possibile  fine del figlio, esegue gli ordini, i Voleri di un Essere imperscrutabile, inspiegabile, come è la Richiesta

di sacrificare, senza alcun motivo per la logica comune, l’ancora breve esistenza del primogenito. Non si pone alcuna domanda, non chiede, esegue, tutto viene accettato perché quella è la Volontà.

E poi, dopo la prova, il dono più grande.

2567771740_db2af1086eIl dolore del Carducci per il figlio è triste, non rassegnato, senza una speranza. Il figlioletto era la Vita per lui, uomo erudito e famoso. ‘’Il fiore della sua pianta percossa e inaridita, dell’inutil vita estremo Unico fiore’’ dopo la morte del figlioletto la vita non è più, non esiste né rassegnazione, né speranza, né accettazione della Volontà suprema. Solo la Natura continua a fiorire, a brillare, a riscaldare i cuori; non quello del Poeta. A tratti una Natura malvagia, essa sopravvive ai dolori, indifferente al sofferenza del poeta.

Talvolta rappresentata dalle stelle, lontane, gelide, ma bellissime. Essa riscalda  l’orto solitario ma non il cuore del Poeta, tutto rifiorisce, ma non nella sua anima, nel profondo del suo essere

tutto è rimasto immobile dalla scomparsa del figlioletto.

Pacato è il tono, come se il poeta avesse accettato la morte. Nel suo animo, credo,  si muova un’accusa alla Natura tutta che rifiorisce nonostante il grande dolore di un padre, nonostante

la definitiva assenza di un fanciullo innocente.

‘’l’estremo unico fiore di una pianta percossa e inaridita’’ è appassito per sempre e con lui la vita del poeta.

Non vi è spiegazione alcuna al Dolore. Necessario?

Previsto? Predestinato? Non sappiamo.

Esso è antico.

 

 

Giuseppina Vinci

docente al Liceo Classico Gorgia di Lentini

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE QUESTO COMMENTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Il mondo sospeso”, poesia di Giuseppina Vinci

Il mondo sospeso

Poesia di Giuseppina Vinci

Il mondo sospeso e la nostra vita

Il peso del mondo sorretto dal vuoto

Il Tempo, come un dio

Guarda il mondo e il suo andare

Sospirare e gemere

E Lui, indifferente, non passa, non geme

È eterno.

 

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“La volontà del mare”, poesia di Giuseppina Vinci

POESIA DI GIUSEPPINA VINCI

imagesIl mare
persegue la sua volontà
rincorre la sua volontà
La volontà del mare
è’ la volontà di Dio
Ecco perché
tutto insegue
tutto raggiunge.

 

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Recanati”, poesia di Giuseppina Vinci

Recanati

POESIA DI GIUSEPPINA VINCI

city_recanatiRecanati,

quando nacque non sapevi

che il  tuo figlio più insigne

ti avrebbe eternata

Recanati patria dell’infinito

del dolore e della morte

Recanati  oggi

devo renderti onore

devo inchinarmi ai Suoi versi

alla immortalità della Poesia

alla Speranza della Poesia.

DI GIUSEPPINA VINCI

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Edom”, racconto di Giuseppina Vinci

Edom

di GIUSEPPINA VINCI

 

victorian-lady-bSi chiedeva spesso perché avessero deciso di chiamarla Edom

La madre l’aveva affidata a Maria.

Edom, la chiamavano le amiche e lei era quasi lusingata che il proprio nome fosse così raro, così particolare.

Era cresciuta vicino alla campagna, l’aria pura, il verde, attorno a lei una famiglia unita, almeno così sembrava. Qualcuno in famiglia non aveva mai accettato la sua nascita, la sua presenza.

Edom aveva studiato, era molto bella.

 Eppure Edom si sentiva sola, tutti gli uomini che la corteggiavano non l’amavano come lei avrebbe voluto.

Non era amore il loro. L’amore non era quello.

Non poteva accettare. Così passavano gli anni ed ella era sempre infelice.

Edom si sentiva sempre più sola.

L’amore quello che ti coinvolge, ti eleva, ti trascina violentemente e dolcemente, quelli che ti fa guardare

Le stelle e pensare che anche il tuo amore nello stesso momento le sta guardando,

l’amore quello che ti fa sentire un’unica cosa, quello che ti fa credere a una sola anima, a un solo pensiero

a un unico ed eterno pensiero, questo è ciò che voleva. Ma esisteva, si chiedeva Edom?

NO. Era come un’onda! Spinta da una forza sconosciuta e toccava la terra, ma si ritraeva e si avvolgeva

e ritornava da dove era sospinta, per perdere se stessa, per non distinguersi più. Non era più nulla. Una

goccia tra tantissime, migliaia, infinite, indistinte, tutte messe insieme da una Volontà brillare, per luccicare

scomparire nel grande mare della vita.

Avrebbe un giorno, si chiedeva Edom, vissuto come sognava?

Il suo era un sogno, un bellissimo sogno e come tutti i sogni non sai mai se si avverano o no.

Sei come una piuma, anche una brezza può condurti chissà dove. E poi il vento della vita, ancora più

lontano. Senti la vita leggera, l’ami, la senti dentro di te, attorno a te.

edom aveva incontrato e conosciuto tanti uomini, sperava che qualcuno potesse essere realmente

quello che le avrebbe fatto provare quell’amore, quello per cui avrebbe sentito la magia della vita.

Ma il tempo passa, passa anche per Edom. Non aveva colto il momento e sola, rivede un bel giorno Davide.

Negli anni passati l’aveva respinto più volte, adesso lo guardava con occhi diversi e prima ancora che lui

riavvicinasse a lei, lo chiama, si frequentano, si sposano. Il desiderio di un bambino sembra unirli ma l’impossibilità di averli li allontana, spezza quell’esile filo che li teneva uniti.

E’ sola. Ritorna a essere sola. Lui non sta molto a casa. Ha tante altre cosa da fare, dice. Il lavoro, questo, quello.

Non è proprio quello che voleva, che sognava. Ma i sogni sono sempre sogni. Rimangono sogni.

La solitudine ti frega. Ti adatti. Sopporti. Ti rassegni. Accetti quello che è necessario accettare.

Vorrebbe rifarsi una vita, come si dice. La quotidianità della vita, mediocre. Sembra quasi

Ricordare la signora Dalloway. Ella accetta la sua vita nella sua quotidianità, nella sua , se vogliamo,

mediocrità.  Nella serpentina di Londra aveva gettato uno scellino, quando gli altri possono gettare la propria vita, come  Septimus; lei Edom aveva gettato tutti i suoi sogni, le sue illusioni. Tutti gettiamo

qualcosa di noi stessi e non sappiamo più come riprendercela, mai più.

Ma dobbiamo continuare a vivere, se non per noi stessi. E così Edom continua a vivere ma crede di essere

Una morta viva. Dentro non ha più nulla di quello che la sorreggeva, nulla di quello per cui viveva, si illude di vivere, ma sa che qualcosa è irrimediabilmente andato per sempre e nessuno e nessun fatto potrà ridarle la speranza. E’ duro continuare a vivere quando non hai la speranza. E questa la devi cercare dentro di te.

Devi guardarti dentro e cercare, cercare, forse qualcosa su cui costruire puoi ancora trovare.

L’amore per la natura, per il mare,

 per la stessa vita potrebbe aiutarti.

Ma non lo fa. E si isola. Sempre più dagli altri, dal mondo. Cosa potrebbe scuoterla, solo Dio lo sa.

Solo Lui può farsi sentire, può scendere nel suo cuore e chiamarla a Sé.

la stessa vita che una volta amavi, che una volta affrontavi perché quella persona era vicina a te.

Quella persona era tutto per te, ma la stessa Vita te l’ha strappata per sempre, e tu rimani là a chiederti perché, e non sai darti una ragione. Questo è quanto Edom ha vissuto, sentito, sofferto.

La morte della madre le ha spezzato il cuore, l’ha ridotto in brandelli, ella è una morta viva, dice di se stessa.

Un vuoto dentro e attorno a lei, indefinibile, intoccabile, inevitabile la tiene sospesa, la stringe

Non riesce a liberarsi, quasi la soffoca, come può continuare la vita, l’essere più prezioso non è più con lei.

Il sostegno, le braccia che la consolavano, non è più con lei.

E’ sola, senza amore…..

Di amiche Edom ne aveva tante, la stimavano, le raccontavano tanti fatti della loro vita

ed ella le ascoltava e dava loro consigli, sempre disinteressati, voleva anche lei bene alle amiche.

In lei molte trovavano conforto, la sua comprensione era tanta, il suo coinvolgimento sincero.

Sembrava che solo Davide non si accorgesse della ricchezza morale, della capacità di penetrare i problemi degli altri, della disponibilità al dialogo, o forse sì, ma non lo dimostrava.

Sembrava che i suoi interessi fossero rivolti ad altro. La casa, la loro casa, più che un nido di amore, era un nido di solitudine.

Era tanto cambiata Edom, ancor più dopo la morte della madre. Pensava sempre a lei. Solo lei le dava ciò di cui aveva bisogno, ciò di cui aveva avuto sempre bisogni: fiducia nella vita, forza, amore.

Ormai, però non c’era più, nessun altro al mondo poteva sostituirla, né il marito, né i fratelli, né le amiche. Nessun altro. Non un muro, non una barriera che possa farti pensare e voler vedere cosa può esserci   oltre.

No. E’ il rifiuto, la non accettazione del mondo, la sua vita. Non chiede nemmeno cosa può esserci al di là

Di quella barriera. Edom, nata per amare, per dare, adesso non vuole più amare, dare, non può più amare, non può più dare, dentro di lei il vuoto, il deserto, tutto è immobile in lei, fermo, paralizzato. La vita non ha senso, non ha motivo, non ha futuro. Scorrono i giorni, tra silenzi, e il silenzio attorno e dentro forse un giorno sarà vivo, avrà una voce, le riempirà il cuore e potrà tornare a palpitare……..

“Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf, l’analisi di Giuseppina Vinci

Virginia Woolf

Il 1941 è la data di morte di due grandi della letteratura, non solo di lingua inglese, ossia Virginia Woolf e James Joyce. Li accomuna anche l’anno di nascita, il 1882. Di nobili origini lei, figlia di un critico letterario, Leslie Stephen, non così benestante James, la madre un pia donna cattolica, il padre un fervente sostenitore dell’Indipendenza dell’Irlanda. Sappiamo che Virginia non apprezzava l’arte dell’irlandese, rozza dal suo punto di vista, mediocre. Eppure manuali di letteratura, erroneamente li accomunano, per quel “flusso di coscienza”, per quella tecnica particolarissima di creare narrativa, una fiction, non più fiction. Fiction sta per plot, per intreccio, per trama, per un susseguirsi di fatti e anche di sentimenti, qui, nella loro tecnica, vi è poco di fiction. Eppure il signor James Joyce definiva il suo Ulisse un romanzo, e ci teneva tanto. Un giorno nella vita di Leopold Bloom, di Molly Bloom, di Stephen Dedalus. Cosa mai può accadere in Un giorno! Duecento pagine di Ulisse, l’autore le ha lasciate per noi e per una lettura gradevole a seconda  dei punti di vista, delle culture, delle preferenze stilistiche…..

Anche lei Virginia, ci ha lasciato romanzi le cui azioni sono racchiuse In un giorno. Mrs Dalloway testimonia un giorno nella vita  di Clarissa Dalloway. Una festa, il desiderio di un festa, muove tutto il romanzo. La signora Dalloway si sveglia una mattina e pensa di organizzare una festa. Sì, una festa memorabile. Non vi è un compleanno, nessuna ricorrenza particolare, ma lei vuole una festa. Esce per le strade di Londra, per Bond Street, si muove, cammina felice perché la festa sarà protagonista della sua sera. Compra dei fiori, deve essere la festa più felice della sua vita. Si ferma davanti a una vetrina in Bond Street, guarda un oggetto simile a quello che tanti anni prima le aveva regalato un suo spasimante, Peter Walsh, e ricorda quei giorni vissuti con lui… Era o no amore? Un amore finito per sempre? Non sa. La festa, il suo pensiero è la festa. Invita tutti i suoi amici, prepara la cena, fissa i posti a tavola e ricorda i primi anni vissuti con il marito, Mr Dalloway. Un giorno frenetico pieno di aspettative, l’attesa è l’essenza di ogni cosa. Arriva il momento arrivano gli invitati, ma ecco quello che non si sarebbe mai aspettata. Il dottor Bradshaw riferisce agli altri invitati di un suicidio, e lei che voleva una festa gioiosa, spensierata, magica, sente che viene compromessa, guastata da quella notizia. Siamo al punto più intenso, quasi drammatico di tutto il romanzo. Un giovane aveva messo fine alla sua vita, si era gettato da una finestra, lei, Clarissa, pensa a se stessa, a cosa avesse gettato della sua vita. Solo uno scellino nella serpentina di Londra.

Che associazione, farebbe pure ridere. E le associazioni di idee, i ricordi,il tempo sono il nucleo centrale del romanzo. Il giovane suicida, Septimus Warren Smith, sconvolto dalla guerra, incapace di comunicare con il mondo perché alienato, compie il gesto estremo ponendo fine alla sua vita per comunicare con il Mondo. Uno sguardo al Passato, al proprio passato, un ritorno al presente, passato e presente  si intrecciano, si avvolgono, il tempo non esiste, tutto è presente, tutto è passato e noi al centro, del passato, del presente, scorriamo, inesorabilmente, fluiamo i nostri pensieri scorrono, le nostre tristezze scorrono verso il Nulla eterno. Sì, porre fine alla propria vita è un gesto eroico. La non comunicazione ci porta alla Comunicazione estrema, comunichiamo ponendo fine alla nostra fine. Ci lasciamo abbracciare dalla Morte e abbracciamo il mondo intero, vogliamo trasmettere al mondo il nostro amore comunicando la nostra morte. Morte e Follia si abbracciano, rimangono le uniche amiche in un mondo senza comunicazione, indifferente e freddo. Anche Virginia porrà fine alla propria vita lasciandosi annegare nel fiume Ouse. Solo due alternative nella vita: o suicidio o follia. Temendo di impazzire, come Septimus, sceglierà di farsi abbracciare dalla Morte.

 

Prof.ssa Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo Classico Gorgia di Lentini

“Come un’onda” di Giuseppina Vinci

Come un’onda

poesia di Giuseppina Vinci

tratta dal libro “Battiti d’ali”

 

Sei come un’onda
che una forza spinge fino a riva
ma sei risucchiata e
torni, indistinta, tra le tante gocce
tra le migliaia di gocce
Sei come una piuma
che la brezza trascina
e il vento porta chissà dove
lontano
nello spazio
nel tempo
….e il silenzio
Il grande Silenzio
tutto avvolge…

 

Giuseppina Vinci
Docente al liceo classico Gorgia di LENTINI

 

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