Il teatro d’inchiesta. Ricordando Ugo Betti

A cura di Stefano Bardi

Ugo Betti (Camerino, 1892-Roma, 1953) è uno scrittore ormai per lo più dimenticato, tranne – forse – nelle Università, dove a volte si dedicano corsi monografici sul suo teatro e, meno, sulla sua attività poetica.

Fratello del giurista Emilio Betti, Ugo studiò legge a Parma, per arruolarsi come volontario allo scoppio della prima Guerra mondiale. Fu catturato a Caporetto e incarcerato a Rastatt, insieme agli scrittori Carlo Emilio Gadda e Bonaventura Tecchi, diventandone loro amico. Alla fine della guerra terminò i suoi studi e si laureò come giudice. Al termine della Seconda guerra mondiale lavorò come bibliotecario al Ministero della Giustizia e, sebbene abbia scritto molti drammi durante il periodo del Regime Fascista, i suoi lavori più famosi furono da lui creati e partoriti durante gli anni Quaranta. Nel 1945 insieme a Fabbri-Benelli-Bontempelli, creò il Sindacato Nazionale Autori Drammatici (SNAD), nato per difendere i lavori dei colleghi e degli scrittori teatrali. Morì a 61 anni in una clinica romana, dove era ricoverato per una grave malattia.

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Lo scrittore e drammaturgo di origini marchigiane Ugo Betti. Foto tratta da http://www.provincia.mc.it/curiosita-cms/concittadini-illustri-ugo-betti/ 

Il teatro bettiano si basa sull’impossibilità di riuscire a dividere la luce (il bene) dalle tenebre (il male) e di seguire una Giustizia concreta e valida. Nelle sue opere si percepiscono le trame di una vita svuotata, quasi dominata da un’essenza superiore. Nel suo teatro c’è una forte fiducia nella continuazione della vita dopo la dipartita. Morte che per Betti è uno strumento di vitale importanza, per superare le solitudini e le brume, ed è vista come una resurrezione. Fiducia ultraterrena e turbamento spirituale, intesto quest’ultimo come pazienza e speranza dell’esistenza ultraterrena. Un teatro, quello bettiano, da molti definito come una Tragedia Moderna, nella quale si cerca di conquistare gradualmente la verità e l’onestà, attraverso l’inchiesta.

Un’inchiesta, che vuole palesare la bontà dell’Uomo, le sue doti di azione, i suoi demoni e le sue lussurie, insieme alle loro paure di essere giudicati probi. Non sempre, però, l’indagine o l’investigazione bettiana raggiunge il traguardo desiderato, arrivando solo al conflitto vicino alla verità, anzi molte volte mette i protagonisti uno contro l’altro. Personaggi bettiani, che a questo punto (forse) sono destinati a vivere eternamente nella solitudine e nel vuoto esistenziale. Eppure non possiamo affermare che lo l’obiettivo dell’inchiesta bettiana sia il niente, ma bensì un lento e frammentato procedimento investigativo.

imagesUn altro tema di vitale importanza è quello dell’omicidio, che simboleggia il caos, da Betti raffigurato come un organismo logicamente e linguisticamente inspiegabile. Tragedia e allo stesso tempo non tragedia, ma più precisamente, dramma. Un dramma privo di impavidi, in grado di mutare il destino oscuro degli Uomini. Seppur l’impavido esiste nel teatro bettiano, è un personaggio che non ha coraggio, persuasione, né gloria, ma solo una forte esigenza di compassione e benignità. Altri tema del suo teatro sono quelli della sconfitta o caduta della legalità, della verginità, della libertà/pace e della compassione. In questa sconfitta, o caduta che a dir si voglia, l’uomo conosce se stesso e incontra Dio. Da questo incontro si abbevera di commiserazione.

La sua opera più rappresentativa è il dramma in prosa del 1944 dal titolo Corruzione al Palazzo di Giustizia. Qui il processo giudiziario è visto come una ricerca individuale della conoscenza. Questo dramma ha lo scopo di far rinascere una legalità corretta e positivamente fruttuosa. Un’opera che va oltre la normale inchiesta giudiziaria, poiché, oltre a investigare nella realtà, lo fa anche nell’oltretomba. In particolar modo ci mostra la figura del giudice, concepito dall’autore camerinese come un uomo colmo di peccati da declamare, per essere così espiati e purificati. Secondo lo scrittore la dignità e la libertà devono essere conquistate e riconquistate, solo con una feroce protesta verso le istituzioni, attraverso una forte convinzione nella rivolta intesa come purificazione etico-spirituale. Questa rivolta che deve essere etica, sociale, ed esistenziale deve ridare la fede all’Uomo e la giustizia a Dio.

STEFANO BARDI

 

L’autore del presente articolo dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

L’autore acconsente alla libera pubblicazione del suo articolo su questo spazio digitale senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro al gestore del blog.

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Segnalazione volumi: “Cattivo infinito” di Leandro Del Gaudio

CATTIVO INFINITO di LEANDRO DEL GAUDIO

CON PREFAZIONE DI ROBERTO SAVIANO
David and Matthaus Editore

Isbn 9788869840463

16.90€, pp. 170

Sinossi:

FRONTE La dama del castello di carte_Chinotti Rita

Napoli, 2013. Fabrizio rientra in Italia dopo una lunga latitanza in Francia. Ha trascorso anni a fuggire dalla giustizia italiana, quando scopre che non gli stanno dando più la caccia da tempo. Ma com’è possibile che un ex killer del clan Mariano, potente gruppo camorrista a capo della criminalità organizzata di Napoli, non sia più un ricercato?

Napoli, anni ’80. Fabrizio è un giovane attraente, ama le donne, il lusso, la bella vita. Uccide su comando di Ciro Mariano, in fondo la morte non lo ha mai spaventato, né la sua né quella degli altri. Vive la sua prima condanna per rapina a mano armata come un successo personale, da quel momento sa che il suo nome farà notizia. Da allora gli arresti, le fughe e la pena definitiva a 25 anni. È già a metà della condanna quando è convinto di avere chiuso i conti con la camorra e si sente pronto a una vita diversa: in carcere frequenta un corso di teatro e si innamora della sua professoressa. Ma non sa che i nemici di un tempo stanno tessendo una trama ben ordita alle sue spalle e sono pronti a ricordargli che un passato ingombrante come il suo non si può seppellire…

Estratto dal volume:
«Mi chiamo Fabrizio, faccio il killer. Anzi, ho fatto il killer. Storia semplice, storia comune da queste parti, no? Il fatto è che la
mia storia è vera e ve la racconto per un motivo: non possono farmi  più niente, non mi possono ammazzare, né mi possono arrestare, non c’è nessun giudice a condannarmi, né in giro ci sono pentiti pronti a raccontare qualcosa del mio passato. In un certo senso li ho fottuti tutti, anzi, in modo più diretto: vi ho fottuti tutti. Sì, ci siete anche voi che leggete storie di mafia e serial killer, che vi riempite la bocca di giustizia e camorra, eroi e mafiosi. Sto qua a fumare una
sigaretta, la cosa non mi diverte, ma mi è andata meglio di come è andata a quelli che ho incontrato sul mio cammino. Cammino cattivo e, come vedete, non ancora concluso: cammino cattivo e infinito».

Dalla Prefazione di Roberto Saviano:
«Cattivo infinito_ è la storia vera, anche se molti preferirebbero non lo fosse, dei tanti Caino cui non siamo disposti a dedicare tempo, che preferiremmo sapere dietro le sbarre, assicurati a una giustizia ingiusta che non riabilita, che non prevede alcun reinserimento, che dimentica. Cattivo infinito è la Napoli che crediamo dall’altra parte, che speriamo di poter escludere dalle nostre vite stringendo gli occhi e facendoli diventare fessure sottili. Cattivo infinito è il cammino dei protagonisti che la cronaca giudiziaria ha prestato alla letteratura. Cattivo infinito, se non ci decidiamo a guardare le cose
come stanno, sarà per sempre anche il nostro cammino. Un cammino, come dice Del Gaudio, cattivo e infinito».

L’autore

LEANDRO DEL GAUDIO (Napoli, 1970) è giornalista per Il Mattino, dove si occupa di cronaca giudiziaria e cronaca nera. È autore e conduttore del programma televisivo “Verità Imperfette”, dedicato ai retroscena inediti di inchieste a Napoli, e conduce “Cold case”, rubrica sulla web tv del Mattino che indaga i rapporti tra politica e camorra e le zone d’ombra nelle indagini su delitti. Nel 2011 una giuria formata da esponenti del Consiglio Regionale, dai vertici campani dell’Ordine dei Giornalisti e dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli gli riconosce il Premio Giornalismo Anticamorra.
Dal 2014 è impegnato nel progetto di formazione nelle scuole di Napoli“Emergenza ambientale e etica della scrittura”, patrocinato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione e dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni a una maggiore responsabilità etica e morale nei confronti dell’ambiente e della cittadinanza. Sempre nel 2014 pubblica insieme al collega Gerardo Ausiello il libro inchiesta Dentro la terra dei fuochi, distribuito in allegato con Il Mattino. Cattivo Infinito è il suo primo romanzo.

Giuseppe Palumbo parla di “Dodici storie” nell’omonimo libro

COMUNICATO STAMPA

Giuseppe Palumbo_coverGiuseppe Palumbo ha raccolto in questo volume edito per TraccePerLaMeta Edizioni – sezione saggistica- una serie di dodici storie realmente accadute vagliate dal suo attento occhio critico e giuridico. Sono storie che hanno chiamato in causa la necessità di un corpus legislativo per tutelare la società e sanzionare il reo, ma che in alcuni casi hanno messo in mostra casi di difficile attribuzione delle colpe, mancata giustizia o addirittura episodi di corruzione all’interno dell’universo giudiziario. Un’ampia scelta di storie che abbracciano secoli tra loro distanti a partire dalla arcinota vicenda di Galileo Galilei, costretto ad abiurare le sue tesi che come sappiamo erano non solo corrette, ma estremamente lungimiranti e profetiche, per passare a Giordano Bruno e all’assassinio del presidente Kennedy e poi ad alcuni episodi di violenza generazionale come “Arancia meccanica” o “L’onda”. Non mancano neppure casi mai chiariti del tutto come la vicenda processuale di Sacco e Vanzetti che ha sempre diviso l’opinione pubblica.

Palumbo descrive le storie con una attenzione che sembrerebbe il fedele rapporto di un cronista mettendo in luce sia la verità processuale sia come altrettanti registi hanno adattato le vicende per il grande schermo.

Dalla prefazione di Lorenzo Spurio si legge: “Giuseppe Palumbo con questo suo libro a metà tra saggio letterario e attenta disamina di una serie di pellicole italiane e straniere affronta il tema della giustizia e di come esso venga percepito nella nostra società a seconda dei vari luoghi e delle epoche in cui le vicende evocate si realizzano. […] Un interessante libro da leggere e rileggere, da utilizzare quale spunto dal quale partire per approfondire e investigare ancora più da vicino le storie in esso raccontate che si mescolano tra storia, astronomia, politica, filosofia, letteratura e cinematografia”.

 

  

SCHEDA DEL LIBRO:

 

Titolo: Dodici storie

Autore: Giuseppe Palumbo

Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

Pagine:  178

ISBN: 978-88-98643-14-1

Costo: 11€

Link diretto alla vendita

 

  

Info:

www.tracceperlameta.org

info@tracceperlameta.org

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio, recensione di Rita Barbieri

LA CUCINA ARANCIONE
di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
Link alla vendita 
 
Recensione di Rita Barbieri

1012655_10201459700837819_1376616163_nCerte volte la letteratura ha un compito difficile: non solo farci divertire, evadere dalle nostre realtà quotidiane e accompagnarci in mondi fantastici o onirici. Certe volte, la letteratura può servire a farci riflettere su quello a cui abitualmente, per vergogna, paura, imbarazzo non pensiamo mai.

Certe volte la letteratura può creare nuovi interrogativi, questioni, che ci spingono a trovare e disegnare limiti e confini. Tra quello che è permesso e quello che è vietato, tra quello che è accettabile e quello che non lo è affatto.

La raccolta di Lorenzo Spurio, intitolata “La cucina arancione”, si muove proprio su questo terreno grigio e friabile che si trova sul filo della frontiera. I protagonisti dei racconti sono personaggi talvolta apparentemente normali  ma mai ordinari, talvolta dichiaratamente strani o pazzi o addirittura pericolosi. Ognuno di loro ha un lato oscuro, negativo, difficile che trova sfogo in comportamenti antisociali, anormali, perfino violenti o aggressivi.

Per qualcuno esiste una cura, una salvezza, una soluzione almeno provvisoria che permetta il reinserimento nella società e nel mondo cosiddetto ‘civile’. Per altri no, esiste solo un baratro di dannazione e perdizione che si spalanca sotto i piedi, pronto ad accogliere e a risucchiare completamente.

I temi affrontati nei racconti sono i più svariati e sfiorano tabù come la pedofilia e la pornografia. Ma, sorprendentemente, la lettura di questi non genera nel lettore orrore, repulsione o disgusto: non ci sono descrizioni efferate o cruente, non c’è inutile spargimento di sangue o cacce al mostro e all’orco cattivo delle favole. Non c’è giudizio, né inganno di sorta.

I personaggi sono sempre isolati, presenti a sé stessi e mai agli altri, vivono realtà disagiate oppure no ma convivono con un lato ‘malato’ di cui sono spesso inconsapevoli. Realizzano la loro diversità solo attraverso il confronto con la società ‘normale’, normata e normante: nello ‘scontro’ con tutta quella serie di convenzioni scritte e non che rende possibile la vita in comune.

Per qualcuno, affetto da forme più leggere e ‘curabili’ di deviazione, l’incontro con la realtà è come un brusco risveglio da un sogno, che innesca un successivo processo di rimozione e crescita psicologica. Per qualcuno la realtà è invece  il trauma scatenante di reazioni imprevedibili e impreviste che condurranno inevitabilmente il personaggio fuori dai confini del lecito e del legale.

Altre volte è il medico, rassicurante presenza detentrice di certezze e sapere, a diagnosticare, rintracciare e rimuovere il ‘male’ dagli individui. È il medico a riportare il paziente sulla retta via, al riparo da comportamenti scorretti o inaccettabili: un censore  che ristabilisce equilibri e giochi di forza, pur senza indagare troppo sulle cause  e sulle conseguenze.

Infatti il ‘perché’ è il vero grande assente di questo libro. Le azioni, anche le peggiori, si compiono e basta: seguendo gli istinti del momento, senza interrogarsi, arrovellarsi, entrare in oscuri labirinti mentali in cui non esiste un filo rosso (o se ne è perso l’altro capo…). Le azioni sono fatti, non pensieri: sono concrete, reali, effettive, cambiano la vita dei personaggi coinvolti in modo definitivo e inatteso. Le azioni si possono toccare, vedere, osservare, sentire realmente e totalmente.

Le idee e i processi mentali, invece, no. Quelli rimangono un mistero profondo e impenetrabile anche per chi li produce e li subisce: ci sono esempi di personaggi che agiscono in maniera sorprendentemente spontanea, senza avvertire minimamente il senso del pudore, della vergogna, del pericolo. Personaggi un po’ come bambini, certo non innocenti e ingenui, ma neanche completamente ‘cresciuti’, socializzati, gerarchizzati.

Leggendo, non si può non pensare a Freud e alle sue teorie sul nostro Inconscio: un mare tempestoso di cui non conosciamo che una piccola parte che affiora con sogni e libere associazioni. Inconscio che viene rigidamente controllato, trattenuto e frenato da un’istanza censoria che si occupa di discernere bene e male, giusto e sbagliato, normale e anormale. Tra le due, una terza parte, che cerca di mantenere un equilibrio pressoché costante. Ma, quando questa vacilla, ecco presentarsi disturbi, manie, episodi inspiegabili.

In questi momenti di frattura, di scompenso, si manifesta apertamente l’Inconscio, privo di remore, inibizioni, costrizioni. L’Inconscio in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più negativi, oscuri, primordiali che conduce a comportamenti spropositati, ingiustificati, anormali.

Ed è in questi momenti che Lorenzo cattura e descrive le storie che si dipanano in “La cucina arancione”: drammatiche,  difficili, fastidiose. Ma raccontate con eleganza e discrezione, senza sprofondare in toni morbosi o eccessivi: un regista imparziale che riprende dall’alto quello che vede. Un’inquadratura fuori campo, estesa eppure misurata e mai volgare.

Un libro che, nonostante la difficoltà dei temi trattati, si legge con la leggerezza di cui parla Calvino: quella che ci permette di prendere le distanze da trame brute e personaggi scomodi che però rappresentano e nascondono parti inespresse e segrete del nostro intricato Io.

RITA BARBIERI

Firenze, 25 Agosto 2013

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.