“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

L'orecchio delle dèe - copertina - giorgia spurioCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con la giornalista italo-siriana Asmae Dachan il 9 aprile a Jesi

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con Asmae Dachan domenica 9 Aprile

downloadDomenica 9 aprile a partire dalle ore 17:30 a Jesi presso la Sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi sita in Palazzo Bisaccioni (Piazza Colocci 4) si terrà un incontro con la poetessa e giornalista italo-siriana Asmae Dachan organizzato e promosso dalla Associazione Culturale Euterpe.

La giornalista siriana ha realizzato reportage e articoli documentaristici sulla Siria e nel 2012 ha co-fondato l’Associazione umanitaria Onsur (Campagna mondiale di sostegno al popolo siriano) dove è responsabile all’informazione. Collaboratrice delle riviste “La voce della Vallesina”, “Il Gazzettin” è direttore responsabile di “Mondo Lavoro”; corrispondente della Siria per Radio DirittoZero, docente dell’Uni3 di Moie e di Ancona. Conferenziere in numerosi incontri che concernono la Siria ed il popolo siriano tenutisi in università, biblioteche, comuni e quant’altro.

La giornalista verrà introdotta dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Culturale Euterpe e interverrà sul tema “Siria, la cultura sotto le macerie” dando poi lettura nel corso del suo intervento ad alcune sue liriche. Asmae Dachan è infatti anche poetessa e ha pubblicato i volumi “Tu, Siria” (2013 scritto assieme a Yara Al Zaitr) e recentemente “Noura” (2016); numerose sue poesie figurano in volumi antologici tra cui “Il rifugio delle idee” e “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana” (2016).

La serata sarà arricchita dalle letture eseguite da Giulia Poeta e dagli interventi musicali di Marco Poeta.

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

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Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

Una poesia di Lucia Bonanni per ricordare le 19 donne yazide arse vive

La barbarie dell’incomunicabilità nello scempio igneo di Mosul

Il 7 giugno 2016 viene data notizia nei canali di informazione che un gruppo di estremisti islamici a Mosul (Iraq) ha imprigionato diciannove donne curde in gabbie metalliche e gli hanno dato fuoco perché avrebbero rifiutato di concedersi sessualmente a loro.

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PIANTO DEL FUOCO

POESIA DI LUCIA BONANNI 

 

In ricordo delle diciannove donne Yazide 

barbaramente uccise a Mosul da un gruppo di estremisti islamici

 

Se il fuoco dilata e distrugge

l’acqua si espande

cambia forma e di adatta.

Nel caos non più primordiale

ogni elemento si muta nell’altro

e vestali d’acqua

ancora vegliano il fuoco

per mantenere viva

la sua forma violenta.

Nel giudizio di un culto tremendo

urla selvagge immolano

vergini spose

su altari di ruggine e pietra

e la legge è involuzione

di passioni e materia.

Il dolore si contorce in fumo luttuoso

e lo scempio porta squallore

anche al paesaggio di ossido e fango.

Secco e caldo, umido e freddo.

Il pianto del fuoco

guarda il bruciante metallo

che devasta e corrompe il nitore vanito

mentre  nei ruvidi pozzi

l’acqua è ancora sussulto

che purifica e salva.

 

LUCIA BONANNI (C)

La poetessa ha concesso di pubblicare su questo spazio il suo testo poetico dandone facoltà al gestore di questo blog in data 17-06-2016.

Foto tratta dal sito: http://en.abna24.com/

LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER, Poetry by Valentina Meloni

Una poesia di Valentina Meloni sulla guerra che si sta combattendo in Siria

POETRY FESTIVAL. Submit to site for FREE. Submit for actor performance. Submit poem to be made into film.

Genre: Kids, Life,Death, Family, Fear, War

LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER
by Valentina Meloni

Mom, you never told me

that you can die even breathing

I believed that to die

it would take a wound,

a crack from which life

could come out along with the blood …

Mom, you never told me

that you can die playing

among the stones and the dust

of the road who saw me run.

You never told me

you’d greeted me from so far away

and that, crying, your soul

would come to claim me.

Mom, you never told me

that you can die breathing in a dream,

that the air can also be a poison.

You told me not

I’d be an angel of glass,

asleep, in a white shroud.

Mom you never told me

the death would make me bright and beautiful

sweeping away the fear of bombs.

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“La porta dell’inferno” di Daniela Ferraro con un commento di L. Spurio

Nella giornata della memoria, pubblichiamo una poesia della poetessa calabrese Daniela Ferraro ispirata alla deplorevole carneficina della seconda guerra mondiale con un commento del critico Lorenzo Spurio a continuazione.

La porta dell’inferno

di Daniela Ferraro

S’apre, improvvisa,
in mezzo al verde
e l’erba stinge
e cessa il vol d’uccelli
e odi il vento
che macera le ceneri
dei dannati immolati
al Dio umano bifronte.

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Commento di Lorenzo Spurio

La lirica, costituita da versi lapidari e assai visivi, ci immette in uno scenario di profonda ambiguità e di desolazione nella quale le tinte cromatiche hanno subito un processo di slavatura. Non sono, però, i colori ad aver subito questa operazione di illanguidimento da rendere le tinte vane e difficilmente identificabili, ma sono gli oggetti, la materialità concreta, indicata nell’ “erba” ad essere interessata così non è che leggendo la lirica immaginiamo una erba-non erba cioè a un’entità che ne descriva la sua assenza, piuttosto la Nostra il quell’ “Erba stinge” sembra quasi di vedere i fili d’erba che perdono il colore, che vengono deprivati di una delle loro caratteristiche che l’uomo percepisce per mezzo dell’utilizzo empirico dei sensi. Ma non è l’erba che effettivamente stinge, piuttosto è la vista allucinata dell’uomo, stordita dal disprezzo e vituperata dall’odio che lo porta all’adozione della bieca violenza a non permettergli, quasi come una dura condanna adoperata dalla Natura che dinanzi a ciò è completamente inerme, a distinguere nettamente la tempra cromatica dell’erba, a percepirne con distinzione tale qualità visiva. Nell’abulia dei colori (essi sono assenti non in quanto tali, ma a seguito dell’incapacità dell’uomo di identificarli) si sposa la pesantezza dell’immobilità: gli uccelli, proprio come il verde perso dell’erba, hanno cessato di produrre versi, abiurando alle leggi della loro esistenza nel mondo. Esistono come parvenze, ma anch’essi sembrano aver perso l’anima dinanzi a tanta tribolazione e degrado delle coscienze. Il vento, che la Nostra richiama, e che potrebbe servire a rivitalizzare l’ambiente, a far uscire dal torpore nel quale la natura tutta si è stretta serrando gli occhi sperando in un epilogo veloce delle vessazioni, non è  richiamato quale presenza benigna, bensì assume il nefasto carico di morte che aleggia nel campo di lavoro. E’ un vento di morte, putrido e annullante, perversamente pesante e doloroso, la sua aria contiene gli ultimi sospiri della gente a cui è stata data la morte, gli afflati emozionali, gli ansimi di tormento. E’ un vento-miscela, assai più denso e visibile di qualsiasi spostamento d’aria. La percezione dello stesso è motivo d’ulteriore afflizione nella certezza di una condanna atroce da scontare senza aver commesso peccati. La chiusa della poesia, serrata e assai perentoria, nella figura ambigua e difficile di un “Dio umano bifronte”, si riallaccia a quella natura che ha assunto gli elementi del Male, quasi per trasfusione dalle malvagità dell’uomo che in quel luogo opera senza commiserazione e improntato ad una legge snaturata. Il Dio che la Ferraro descrive non è solo “bifronte”, che osserva maledettamente il genere umano con una doppiezza di prospettive, ma si è fatto “umano”, risiedendo nelle carni ormai cenere di ciascun disgraziato che ora vaga in quel vento di morte che soffia con raffiche taglienti come asce. Si faccia silenzio per ascoltare quei fiotti di tormento e allontanarli per sempre.

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 26-01-2016

La poesia viene pubblicata su Blog Letteratura e Cultura per gentile concessione e con l’autorizzazione dell’autrice.

 

Il partigiano annientato in “Fisarmonica rossa” di Franco Matacotta, a cura di Lorenzo Spurio

Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossa di Franco Matacotta

di Lorenzo Spurio 

 

Il rosso dell’impeto e non dell’ardore.

Il rosso dello svenamento e non della passione.

Il rosso della lotta partigiana contro la barbarie nazifascista.

Il rosso del sangue che si versa e non quello dell’amore che si promette.

È il colore che il poeta fermano Franco Matacotta impiegò nel titolo di uno dei suoi lavori più noti, Fisarmonica rossa[1], una densa e dolorosa silloge di poesia dove il poeta vergò sulla carta la dolorosa esperienza della guerra. Lo fece quasi sempre con un linguaggio duro, tagliente, aspro e senza possibilità di redenzione. Le immagini, icastiche e pregne di una desolazione morale vergognosa, si trasmettono al lettore come vere e proprie pugnalate capaci di inasprire il tormento di chi, imbevuto di lotte civili e amico dell’intera umanità, sente ancora oggi sulla sua pelle –sebbene non abbia vissuto direttamente le vicende- l’ingiuria subita da un popolo che significò lo svilimento della coscienza, la mortificazione delle carni, l’autodistruzione del genere umano.

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Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)

Matacotta nacque nella città marchigiana di Fermo nel 1916 ma visse la gran parte della sua tribolata esistenza altrove: prima nella Capitale dove frequentò la Facoltà di Lettere e prese parte alla vita intellettuale degli ambienti romani e poi altrove. Una serie di viaggi e spostamenti di varia natura lo portarono in giro per l’Italia, tra Capri, Milano e altre mete. Ogni spostamento fu, dal punto di vista culturale, assai propizio per il Nostro e gli permise l’approfondimento morale, la crescita e di connettersi a un novero di intellettuali significativi quale ad esempio Filippo Tommaso Marinetti, padre dell’avanguardia, che ideologicamente sposerà una filosofia di vita assai distante dal fermano. Matacotta stringerà relazioni anche con il perugino Sandro Penna (per altro abbastanza dimenticato), il padre indiscusso del romanzo italiano, Alberto Moravia, che avrebbe dato il meglio di sé, però, negli anni a seguire e Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, in qualche modo legata alla stessa regione del Nostro perché lì si trasferì da ragazza assieme alla famiglia (in maniera precisa a Civitanova Marche come narra nel romano autobiografico Una donna) e dove si sposò in prime nozze. Matacotta resta noto più come uno degli amanti della donna che, purtroppo, per la sua attività culturale, per la sua figura di poeta.

Sono gli anni del Secondo Conflitto Mondiale e sembra che la poesia e la letteratura in generale abbiano poco a che vedere con la dura realtà fatta di violenze, rappresaglie, proclami, città militarizzate e caccie al nemico. Ma gli intellettuali non si esimono dal parlare, vogliono credere di vivere in un società dove la minaccia del bavaglio, la censura e le persecuzioni non li riguardino. Si illudono, forse. Di certo non intendono in nessun modo venire meno al loro patto d’amore con la parola, alla loro affinità con la lirica, alla loro esigenza di un canto mite e soave. Ma la guerra incombe e con sé porta una sequela di massacri, distruzione, annulla le poche piccole certezze di uomini, dilania la vita quotidiana, spezza la famiglia ed incrina la società, acuisce gli odi ed amplia il divario allarmante tra le classi sociali. Matacotta in Fisarmonica rossa, opera che venne pubblicata nel 1945 dall’editore Darsena di Roma, ci narra la sua esperienza concreta di partigiano nella provincia marchigiana a contatto con la morte e a rischio della propria vita.

A conflitto mondiale ultimato, nel 1947 Matacotta prese ad insegnare a Civitavecchia chiedendo poi di poter essere trasferito nella sua Fermo dove, presso l’Istituto Tecnico Industriale, insegnò sino al 1950 ritornando, però, negli anni successivi a seguire programmi didattici nel Lazio (Lido di Roma, Subiaco, Tivoli). Lo spostamento successivo sarà quello verso il nord Italia, a Milano, dove resterà sino al 1962. Farà ritorno nelle Marche ma per un breve periodo, l’ultima sua presenza a Fermo, prima di stabilirsi definitivamente nel Genovese, a Nervi, dove nel 1978 morì. L’eredità poetica del Nostro, indebitamente poco coltivata, è assai notevole; contenuta in una serie di lavori poetici tra cui figurano Ubbidiamo alla terra (1949), Canzoniere di libertà (1953), Gli orti marchigiani (1959), La peste di Milano ed altri poemetti (1975), Canzoniere d’amore (1977) nonché la summenzionata opera Fisarmonica rossa interesse di questo saggio.

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Fisarmonica rossa (1945) di Franco Matacotta

Nella poesia “Ottobre 1942” il Nostro mostra la prevaricante stanchezza e derelizione dinanzi a una condizione snervante e dolorosa che si protrae con la guerra. “Ce ne stiamo rigidi e murati/ Con le cataratte sugli occhi./ Il vento s’è messo a urlare,/ E buio, tenebra sul mondo”. Il poeta ci fornisce immagini dove è l’asfissia del colore, l’annullamento della vita, il buio a dominare, l’uomo è descritto nel suo stato di spersonalizzazione, come fosse una cosa ed avesse perso la sua identità e con essa anche le facoltà tipiche dell’uomo: non parla, non guarda (ha le cataratte agli occhi), non si muove (il suo corpo è “rigido” e “murato”). Nella desolazione di una condizione di atroce fissità, di vero annichilimento, è il vento a portare il suo messaggio: non un canto né un sibilo, non una sinfonia né un’eco, ma delle urla che intuiamo (e percepiamo) sgraziate, fastidiose e roboanti. Matacotta in pochi versi fotografa con disarmante espressività il baratro di dolore nel quale l’Europa è sprofondata: il buio che non si rischiara con una nuova alba, che ha sprofondato la società in una lugubre assenza di luce e di speranza.

Nessun organo vuole più muoversi” annota qualche verso dopo servendosi di una sineddoche fisiologica dove gli organi che non si muovono non sono altro che il cuore che, impietrito e affranto, sembra aver perso il suo battito, la sua vitalità e con esso anche i polmoni, induriti e pietrificati. L’uomo è una statua di gesso. Un pezzo unico, senza movimento né percezioni sensoriali ma, come il gesso, è assai corruttibile e friabile agli eventi bellici del contesto nel quale vive.

La predilezione in Matacotta per un linguaggio prettamente materico, con ampia frequenza di materiali, tanto naturali che dell’edilizia, sembra essere una costante: si tratta di materiali che si caratterizzano per essere freddi, inermi, pesanti, fastidiosi al contatto con l’uomo di carne ed ossa: il Nostro parla di “polvere e piombo nel cervello” ad intendere forse, nella polvere la vacuità del senso della ragione, la perdita irrecuperabile della coscienza e nel piombo l’esposizione alle mitraglie e alle armi del conflitto.

La visione del dolore e la vicinanza alla morte non sono ambiti che, col perdurare, possano permettere all’uomo che li vive di abituarsi, di soprassedere alle logiche nefande e proprio per questo il poeta fermano non può che impiegare la lirica come mezzo di riflessione, come interrogatorio esistenziale: le domande che pone non vengono risposte (e forse non possono avere una risposta congrua a completare il senso del quesito) e finiscono per essere dei dilemmi irrisolvibili che palesano la criticità del momento storico, la drammaticità degli eventi e la vulnerabilità mista alla disillusione del Nostro che così annota:

Che cosa abbiamo da dire,

Che cosa c’è più da confessare?

Chi ci ridarà le membra mutilate

Per la resurrezione della carne?

In “La rossa grandine” lo scenario di un tessuto civile dilaniato ed esposto a continue e peggiori tribolazioni prende la forma di una precipitazione impregnata di sangue: “Fischia il coltello della morte e dal cielo/ scroscia la rossa grandine d’acciaio”.

Alcune poesie della presente raccolta forniscono, sembrerebbe in presa diretta, i dettagli e le modalità di come, sulle basi di un’ideologia perversa, sia possibile debellare l’opposizione attuando nefandi sistemi di morte. Non è solo l’impressionante resa agghiacciante della morte che, spavalda, fa la sua comparsa nelle varie liriche a destare un sommovimento agli intestini, un senso di vero fastidio, ma la gratuità degli atti persecutori e l’efferatezza delle torture che spesso si associano a forme di spregio e vilipendio dei cadaveri.

Nel celebre “Canto del patriota marchigiano” assistiamo all’intenso ritorno di un patriota nella sua Regione per “riabbracciare i cani di una volta”. La parola ‘cane’ non è usata qui in senso spregiativo a denigrare la popolazione marchigiana bensì a voler sottolineare nel popolo rimasto ancora in vita la sua condizione di randagismo, povertà, denutrizione nonché solitudine. Il ritorno nella sua terra, sebbene la guerra sia ancora in atto, potrebbe esser vissuto con una rinnovata speranza ma così non succede ed è, invece, dominato da una profonda desolazione interiore segno che la guerra sta operando ferocemente un’azione distruttrice anche nelle coscienze delle persone e, sfiduciato, dice: “Ah più non credo, più non spero in nulla”. Roma, la Capitale di uno stato canaglia, luogo del potere e della legalizzazione del male, è una “vacca rognosa” (capace di infettare e spargere il suo male a macchia d’olio dove il male è chiaramente l’ideologia superomistica del fascismo), “culla d’angeli neri e rosse prostitute”.

Nell’allontanamento dal luogo di sopruso e il ricongiungimento al luogo d’infanzia e dei cari il partigiano non ha risollevato il suo animo perché trova una terra assai diversa da come l’aveva lasciata, piena di dolore e distruzione, dove anche la casa familiare è “vuota e sola”. La desolazione della casa e la s-personalizzazione che l’uomo vive, quella di non aver più un luogo caro nel quale identificarsi, viene fornita dal poeta assieme a immagini nette nel loro carico di violenza, sintomaticamente fedeli a proiettare una genia che ha perso la sua ritualità e dove la natura stessa sembra rivoltarsi tanto da proporci immagini disgustose ma assai reali come quella di un “cane magro e nero (che)/ su una chiazza di sangue a lungo lecca”. Il sangue, che è vita, e che con il dissanguamento ha prodotto la morte, può ancora essere importante a qualcuno nel salvare un’esistenza anch’essa destinata al decesso.

Ma la guerra non è ancora finita e ben presto si sente il rumore della mitraglia che colpisce poco distante da lì. L’accostamento di immagini in sé stridenti come quella di “un ragazzo col capo dentro il petto/ (che) sanguina in mezzo al fango e alla paglia” e “la succosa nipote del curato (che)/ sta alla finestra per rifarsi i riccioli” acuiscono la vertigine del lettore dinanzi a uno scenario tanto maligno e aspro. La commistione di persone che al contempo muoiono trucidate e che invece paciosamente si aggiustano la chioma contribuisce ad esasperare la sfinimento. La banale azione rituale contrasta duramente, ma in maniera assai struggente e scevra da ridicolezze, con quella di un povero cristo dilaniato.

Nel ferro e nel fuoco che polverizza la campagna, la città, la Capitale e l’Europa tutta anche la più basilare e arcaica legge di natura, quella dell’attaccamento e dell’affezionamento incondizionato, vengono infangate nella bieca azione carica di sprezzo e di viltà: “L’amico sputa fuoco sull’amico”. Non è fuoco metaforico di menzogna, basato su una maligna attitudine dell’uomo che lo porta all’acquisizione di un atteggiamento doppio e ingiurioso, è un fuoco reale, divampante e infernale, dove chi prima era amico, sul campo di lotta può diventare oppositore e dunque bersaglio contro il quale battersi. Per queste ragioni “il fratello è in agguato del vicino”: la guerra spezza quell’universo prismatico di rapporti sociali preesistenti e consolidatisi nel tempo che divengono merce di poco conto, legami che il conflitto e il sistema di odi nullifica sotto un cielo costernato dalla consacrazione della stagione di un lutto perenne.

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Un partigiano caduto

Credo che si possa sintetizzare al meglio la forte potenza visiva delle immagini che il Nostro trasmette e il pathos di trasalimento affossato in un antro cupo con la plumbea chiusa della poesia “Canto popolare del patriota marchigiano” che sembra serrare il lettore alla gola in maniera assai pressante da stordirlo; così recita: “Siamo accecati d’odio e di dolore./ Mordiamo a sangue l’aria dura e avara./ Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,/ O Italia, cagna nera, patria cara!”. Matacotta, dopo aver puntellato la lirica sui concetti chiave che esemplificano la dimensione del conflitto armato (di qualsiasi guerra), ossia quelli dell’odio che produce schieramenti, violenze intestine, incomprensioni e dunque una spaccatura netta all’interno del gruppo sociale e quello del dolore che fa seguito, nelle varie sprezzanti forme, al sentimento d’odio, ricollega il tutto al motivo della vista accecata, dell’offuscamento, della pronunciata cecità e dunque di una incapacità generalizzata nell’atto visivo. Nello straniamento che l’uomo vive, del quale difficilmente riesce a capacitarsi, e nell’obnubilamento indotto della propria memoria (la campagna dilaniata, la casa familiare vuota, il vicino massacrato) l’io lirico non trova altra forza (non è una vendetta) che mordere a sangue “l’aria dura e avara” consapevole che in quella “cagna nera” dell’Italia ogni cosa, anche quella invisibile ed astratta, se minacciata e colpita, ha il suo sangue da versare.

Forte è il messaggio che Matacotta nelle varie liriche annuncia, in una maniera che ha poco del retorico e celebrativo per la libertà e la democrazia alla quale spera il Paese possa arrivare. Il monito di speranza, seppur a volte velato ed altre sottaciuto, è vivo invece in alcune attestazioni nelle quali il Poeta denuncia la gravità della morte inflitta dagli uomini e la nullità delle ragioni che in qualche modo la motivano: “Non vogliamo morire col rossore sugli occhi/ d’una causa funesta e insincera”. La guerra, appunto, non è vista come conseguenza di una situazione venutasi a creare che ha imposto al governo l’adozione della decisione bellica ma è una causa. Essa è la causa del disprezzo e della solitudine, della sofferenza e della disperazione, del disagio esistenziale e della perdita di coscienza così come il motivo che rinsalda e fomenta l’odio, la violenza, l’adozione di un metro emarginante e privo di equità sociale.

Poesie cupe dove è l’angoscia della vita a fare da padrona, ansimi di tormento che il Poeta cerca di fronteggiare mediante una riflessione e un domandarsi continuo proprio mentre la guerra è in atto e spazza via le poche certezze che nel tempo si sono costruire, costringendo a vivere in quel “sacco d’ombra” che il sole non riesce a penetrare, lambiti da quel freddo “vento di morte” che non accenna ad affievolire le sue raffiche mentre sul volto scendono copiose e inarrestabili “lacrime di catrame”.

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Franco Matacotta (Fermo, 1916- Nervi, 1978)

La fisiologia del corpo umano è deteriorata a sostanze residuali e inerti come la polvere; gli organi umani sono intorpiditi al punto di aver cessato le loro funzioni, come in uno stato di letargia pronti a poter azionarsi per riprendere il ciclo della vita. Dentro, nell’interiorità, tutto è morto. Flussi vitali, circolazioni, impulsi nervosi come pure i fasci di ricordi, le emozioni vissute, le sensibilità, le caratterialità distintive, la guerra tutto ha cancellato inesorabilmente al punto che “se un coltello ci aprisse/ troverebbe polvere nel nostro cuore”. L’evento traumatico di portata universale, difficile da recuperare a livello psicologico, deriva dall’alienazione e annullamento della propria identità precedente al conflitto che porta ad esempio il giovane partigiano ad osservare, come in balia di una profonda amnesia, “Non riconosco più mio padre e mia madre/ non ricordo più il mio nome/ […]/ Non m’importa cosa son stato” al punto estremo di rifiutare la realtà: “Non m’importa se ho caldo o freddo”.

In “Parole di sangue dette ad un ragazzo massacrato dai fascisti presso il fiume Tenna”, poesia dal titolo inequivocabilmente puntuale e fotografico al contempo, Matacotta ci fornisce la truce cronica di una fucilazione sommaria  avvenuta nella campagna marchigiana. L’efferatezza della violenza è inaudibile: l’uomo cade profondamente ferito a seguito del proiettile che lo ha colpito alla “bocca d’ombra” e da lì ci narra, come avvenisse una vera de-personalizzazione dal momento che lo crediamo già morto, descrivendo esternamente le circostanze della sua dolorosa fine:

M’hanno spogliato come un rospo nero

Nero di fame, di paura e follia

M’hanno steso sul sentiero come un pezzo di biancheria.

 Parla! Parla! Ma la mia bocca di marmo,

di marmo il cielo, il sole nella mia bocca,

nuca contro la pietra, sangue nella mia gola di marmo

 Se avessi parlato non m’avrebbero capito.

 Allora mi strapparono i peli

Come si strappano spine dalle rose,

cercavano le mie parole, ma le mie parole erano sangue,

 E il mio petto un campo di trifogli rossi.

 Allora non potendo trovare le mie parole

Cercarono i miei pensieri e mi strapparono gli occhi,

coi coltelli mi frugarono nel cervello

E l’avvoltoio del buio calò su me dal cielo.

Il partigiano muore nei pressi del Tenna perché, di fede ideologica avversa a chi lo ha detenuto, ha rifiutato strenuamente di confessare o di rivelare informazioni appetibili per i nemici. La sua integrità morale e la battaglia in difesa di un mondo fondato sul riconoscimento dei diritti e della democrazia periscono dinanzi all’adozione della violenza e gli ideali partigiani, che costituirono le file della Resistenza non violenta, affogano nel clima d’odio e di vendette in quelle parole che si tingono di sangue. La lingua, da organo della comunicazione, diviene simbolo del martirio, della negazione della vita, dell’annullamento del dialogo e su di essa rimane forgiata una “scrittura di sangue” mentre il corpo martoriato del pover uomo è lasciato alla terra che nella decomposizione lo farà ritornare in essa sottraendolo allo spregio che ora lo vede straziato e circondato di  “mosche, morte [e] cecità”.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 24-01-2016

[1] Le citazioni sono tratte da questa edizione del testo Franco Matacotta, Fisarmonica rossa, a cura di Alfredo Luzi, Edizioni Quattroventi, Urbino, 1980.