Il premio “A passo di notizia” il 7 marzo ad Asmae Dachan

La cerimonia si svolgerà alla sala Viani della Mole Vanvitelliana. Asmae Dachan esporrà anche le sue fotografie di reportage

L’Ordine dei giornalisti delle Marche organizza per il 7 marzo 2015 (ore 17), nella sala Viani della Mole Vanvitelliana di Ancona, la consegna del premio “A passo di notizia”, dedicato in questa edizione al giornalismo in zone di guerra. Il Consiglio ha deliberato di assegnare il premio, quest’anno, alla collega italo-siriana Asmae Dachan, per i suoi reportage nelle città siriane devastate dai combattimenti e nei campi profughi di confine, per l’intensa attività di informazione e sensibilizzazione svolta in stretto contatto con agenzie e reporter clandestini, e per l’impegno profuso nell’aiuto umanitario alle popolazioni civili coinvolte nel conflitto. Alla manifestazione pubblica del 7 marzo, che ha ricevuto il patrocinio dell’Assemblea legislativa e della Giunta regionale delle Marche, della Provincia e del Comune di Ancona, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e dell’organizzazione umanitaria Onsur, sono state invitate le massime autorità civili e religiose regionali, provinciali e cittadine. Il programma prevede il saluto delle autorità presenti, la consegna del premio, una relazione della collega Dachan sulla situazione siriana e l’inaugurazione di una mostra fotografica che resterà aperta fino al 21 marzo.

Locandina Dachan
Fonte: http://www.odg.marche.it/notizie/iniziative/2015/mostra-e-premio-a-dachan

La giornata della memoria delle foibe. Una poesia di Nazario Pardini per riflettere

Foibe istriane

Per ricordare la Giornata in memoria delle foibe che ricorre oggi propongo a continuazione una poesia drammaticamente bella, profondamente espressiva dedicata proprio al massacro che riguardò gli esuli istriani sotto il regime comunista di Tito.

 

Carso

di NAZARIO PARDINI

Sopra i suoli dei declivi

del Carso, ci apparve poi una donna

novantenne, coi fiori nelle mani

tremolanti. Sopra quella neve

(rossa neve di morte fu il suo dire

del quale noi restammo assai perplessi

e certamente avvinti) rovistava

per dissodare un varco. Poi si aprì

ai nostri occhi una voragine di un

cunicolo di monte. Sono tipiche,

in quei pianori carsici, le foibe.

Pochi i raggi di sole incastonati

in quei tepali brevi di stagione

tra la neve macchiata dal livore

delle rocce supreme. Con la voce

rotta dall’emozione volse l’occhio

al nascosto strapiombo: “Inverne fosse

che contenete i resti di mio figlio

in fondo al ventre buio, ricevete

questi colori memori di luce.

Fate che questi sprazzi di giardino

che vide i nudi piedi barcollanti

di lui che fu bambino,gli ricoprano

i resti mescolati assieme a tanti

di cui conosco i nomi. Il solo cippo

al quale posso dire una preghiera

è questa nuda pietra, silenziosa

compagna di due legni messi in croce

che solo io conobbi e solo io

ne eressi l’esistenza. Troppe voci

non si udirono più, troppo potere

si scordò di quel sangue”. La mia anima

si rivolse alla donna che in silenzio

chiedeva solamente

rispetto del dolore. Ripeteva 

le solite parole un po’ sconnesse

tra di sé. “Coi camion, mi dicevano,

li portano al lavoro. Camion zeppi

di giovani, di vecchi. Ma tornavano

vuoti. E vuoti ritornavano dai lividi

sentieri. Mi dicevano che i camion

li avrebbero portati sul lavoro

in cima al monte. E muti ritornavano,

ritornavano vuoti verso il piano”.

Poesia estratta da NAZARIO PARDINI, “Si aggirava nei boschi una fanciulla”, ETS, Pisa, 2000, pp. 43-44.

Emanuele Marcuccio su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

(Agemina Edizioni, Firenze, 2014)

 

Recensione di Emanuele Marcuccio

 

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Ho letto con molto interesse la prima silloge poetica di Lorenzo Spurio, scrittore e critico letterario che, dal 2013 ha iniziato a scrivere anche in versi e, devo ammetterlo, questa Neoplasie civili non sembra una silloge di esordio, in essa si nota già uno stile originale e personalissimo; evidentemente Spurio ha riversato tutto il bagaglio di scrittore nella sua poesia. Abbiamo quindi, una poesia di riflessioni, di pensieri, di indagine; già il titolo Neoplasie civili è tutto un programma: poesie-“neoplasie” che, come tumori in metastasi vogliono erodere l’indifferenza verso i mali del mondo, perché di poesia civile scrive il poeta in questa silloge. Dalla prima “Giù la serranda”, immedesimandosi in chi vuol chiudere gli occhi di fronte al marcio lì fuori (“La sommità d’un capannone d’eternit/ mi squadrava sospetta.// L’intonaco fradicio dalla recente pioggia/ sembrava una spugna di sangue.”), tirando giù una serranda e infilandosi sotto le coperte; all’ultima “Colloquio”, tra l’io poetante e la natura, forse ispirato dal leopardiano “Dialogo della Natura e di un islandese”, lì Leopardi, attraverso l’islandese incolpava la natura dei mali del mondo, qui Spurio, attraverso l’io poetante le chiede scusa, ma la risposta della natura è sempre la stessa, funesta e terribile: “M’inginocchiai e baciai la terra/ chiedendole scusa;/ […] e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzo dappertutto […]”

In mezzo, l’indagine poetica e partecipante si sposta all’osservazione critica del mondo, dalla scena politica (“[…] exit polls ossidati/ da lacrime d’emoglobina.”; “Il presidente avrebbe lasciato,/ il tempo aveva fatto il suo corso;/ […] Il presidente era diventato re.”) a scene di guerra (“Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/ con la speranza di polverizzarmi.// […] impavidi cecchini sparavano,/ uccidendo soldati amici.”), a scene di rivolta (“[…] una patria/ affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ […] e le donne denunciavano stupri/ mentre piazza Kizilay/ veniva sgomberata con la forza.”), alla tragedia del mare di Lampedusa (“Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ affioravano ora qui, ora là.”) a quella dell’Oceano Pacifico (“Strozzai un bicchier d’acqua/ e mi commossi.// Il comandante oceanico/ […] accoltellava l’umanità di angoscia/ con il traghetto-catafalco […]”). Si sofferma sulla tragedia di cui rimane vittima la giovane quindicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e poi arsa ancora viva: “Ritornato sei,// […] Le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna,/ l’hai arsa// […] e Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti.”

Si sofferma poi sul ricordo della “donna metallica”, con un omaggio al vetriolo a Margaret Thatcher, responsabile delle “bombe a Port Stanley” e non solo. Commosso, invece, l’omaggio alla “principessa triste”, Lady Diana, “Il suo biondo accecante,/ il suo amaro sorriso,/ […] e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica.”

Ed ecco che l’indagine poetica si sofferma sulla piaga della pedofilia: “Ho visto un bambino/ con strani lividi al volto/ e ho compreso perché il mare/ fosse purpureo.”

Infine, non posso non ricordare che, in alcune poesie l’indagine poetica e immedesimativa di Spurio si spinge in terreni impossibili, come quando l’io poetante, con il verbo al passato remoto, narra le circostanze della propria morte: “Ma di colpo un paraurti si fuse alla squama;/ un vigliacco servo della notte/ […] la vita mi scorciò per sempre.”

 

Emanuele Marcuccio

 

Palermo, 22 gennaio 2015

“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

“La battaglia si vince solo intentandola”

Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Edizioni Agemina, Firenze, 2014

 

Caro Lorenzo,

 

ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di  una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.

Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.

Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi.  Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.

copertina-Lorenzo-Spurio-weQuesto piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.

Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.

Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…

In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.

Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate  in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…

Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare,  “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge  e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.

Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi  o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.

Davvero complimenti.

 

Manuela Marino

Marzia Carocci su “Neoplasie civili”, silloge poetica d’esordio di Lorenzo Spurio

“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Agemina Edizioni, Firenze, 2014

Recensione a cura di Marzia Carocci

copertina-Lorenzo-Spurio-weNessun titolo, poteva essere più indicativo di questo: “neoplasie civili”, tumori e metastasi di una civiltà malata, contorta, deviante.
Lorenzo Spurio, attraverso questo suo itinerario poetico, mette in evidenza l’osmosi di un tempo dove l’umano è fautore dell’errore, del male, dell’ingiustizia.
Ogni sua lirica ci indica quelle piaghe che rendono il nostro modo di vivere, cicatrici di egoismi e di soprusi, di illegalità e di crudeltà.
Spurio non si allontana mai da una verità che al lettore può far male perché vera e vissuta come spettatori di un tempo fuorviante dove non c’è spazio per l’onestà, per la solidarietà e per la comprensione.
L’uomo si inerpica da sempre per predominare e da sempre si concentra su l’ egocentrismo dove mai da spazio al sentimento se questo non fa parte del proprio io, anzi schiaccia il debole, il dimenticato, l’emarginato.
Lorenzo Spurio sottolinea con pathos di forte coinvolgimento, gli eventi del nostro tempo facendone cronache/poetiche dove la parola ben scelta, avvalora ed esalta le particolarità, sia che si tratti di razzismo, di guerra, d’immigrazione, di violenza, di pedofilia, di mala/politica; egli non abbassa mai il proprio rammarico, anzi, lo urla, lo intensifica, lo evidenzia attraverso un linguaggio poetico dove la metafora porta in alto l’essenza di un pensiero ben ancorato che piano piano, attraverso un’attenta lettura, entra nel nostro stesso corpo dove la rabbia, l’impotenza e la vergogna ci fanno partecipi e spettatori di un mondo che ci appartiene e che si ritorce contro noi stessi attraverso quella freddezza che è ormai diventata parte del nostro vivere quotidiano. Le poesie di questa silloge, parlano e rigettano quelle neoplasie che si estendono a macchia d’olio dove l’uomo ha ormai deciso di sopraffare e di stuprare ogni bene, ogni giustizia, ogni buona causa; cancri maligni che bruciano ogni cellula di costruzione, di pace, di condivisioni sociali dove il potente decide e l’ultimo, il diverso, l’umile, si piega .
Lorenzo Spurio, non è solo un buon narratore ed un ottimo critico letterario, ma un poeta che dell’idioma coglie l’importanza e ne fa mezzo d’informazione mantenendo comunque, l’emozione e la sensibilità che è parte di un cammino letterario/ poetico stesso.
Una lettura che si fa riflessione, analisi e ragionamento dove la poesia parla, informa e diventa forza e stimolo ad un cambiamento, ad una rivoluzione pacifica ma allo stesso tempo incitazione a una ribellione di pensiero, di metamorfosi affinché vi sia positivo cambiamento e che ciò diventi cura dell’uomo e dei suoi mali dove ogni neoplasia si sciolga e si disperda per sempre! 

Marzia Carocci

 

Firenze, 21-09.2014

“Fornarino” di Diego Vian, recensione di Lorenzo Spurio

Fornarino
di Diego Vian
Albatros, Roma, 2011
ISBN: 9788856739589
Pag. 323
Costo: 17,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copUn libro interessante e leggermente fuori dai canoni formali della letteratura che si produce oggigiorno, questo di Diego Vian che, sotto il titolo simpatico quanto enigmatico di Fornarino, condensa un’intera storia generazionale.

Lo sfondo delle vicende ha chiaramente un riferimento storico-antropologico alla vita nella campagna veneta tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’50. A Croce del Campo, un paesino del trevigiano, prendono piede le vicende iniziali di questo excursus dell’esistenza del protagonista dell’intero romanzo: il giovane Vanni. Assistiamo al difficile scenario della cronaca di guerra di quegli anni terribili con il conseguente razionamento dei beni alimentari e una vita di austerità e incertezza che poi lascerà il posto all’età della ricostruzione, momento delicatissimo della storia del nostro Paese. All’interno di questa cornice che Vian descrive con attenzione e meticolosità nei dettagli abitudinari della gente popolana in quel periodo, del mondo fatto dalle piccole cose vissuto alimentando una sempre più fervida speranza di un mondo di pace, le vicende della storia biografica di Vanni vengono ad intessere quella che ben presto si svelerà come il tema predominante attorno al quale tutto (eventi, personaggi e momenti di riflessione) finisce per allacciarsi.

In questo esperimento Vian dimostra una particolare enfasi emotiva nel dipingere la realtà popolare di un mondo di provincia, arretrato ma felice del suo poco avere, dove sono spesso i pregiudizi, le dicerie e la considerazione degli altri a rappresentare degli spauracchi con i quali misurarsi giorno dopo giorno. Ci capacitiamo della difficoltà delle condizioni alimentari e anche di quanto complicato potesse essere in una “famiglia di sole donne” vivere aspettando il ritorno di un fratello, di un figlio o del marito; dal punto di vista medico si tratteggia brevemente anche l’alta incidenza in questo periodo della mortalità infantile e delle donne partorienti. Come in ogni storia di paese ci troviamo in uno mondo retrogrado ma genuino nel quale sembra instaurarsi una sorta di contrasto tra natura e cultura che possiamo vedere ad esempio nell’uso del dialetto e della lingua standard, nella grande massa di analfabeti e dall’altra nella presenza limitatissima di persone acculturate (il dottore e il parroco) la cui cultura viene resa a disposizione della comunità tutta.

Della famiglia di Vanni si tratteggiano gioie e dolori, il più grande dei quali è la morte della sorella Gisella pochi giorni dopo della nascita, episodio che il Nostro personaggio sentirà in un certo senso quasi come colpa privata, benché non ne esistano le ragioni.

L’allontanamento di Vanni dall’universo prettamente domestico-familiare si realizza solamente nel momento in cui abbandona la scuola e comincia a lavorare nella bottega di Beppone, il prepotente e cinico fornaio della città. Lì Vanni imparerà a sfruttare una dote segreta con la quale era nato, un’eccezionalità del personaggio che non mi sento di svelare in questo contesto ma che è di certo il motore dal quale l’intera narrazione prende le pieghe. Da inesperto, Vanni passa a conoscere con piacere, entusiasmo e praticità i misteri che regolano la produzione di un buon pane, ottenendo anche una segnalazione di merito a una sorta di kermesse per i fornai che vengono da tutta Italia. L’occasione di un nuovo lavoro, questa volta non più in Provincia e non più vessato e sfruttato da Beppone, consente l’ulteriore evoluzione e miglioramento del personaggio che, una volta a Venezia grazie a quella che ben presto si convertirà nella sua sincera benefattrice, gli è finalmente riconosciuto il valore della sua persona le capacità professionali.

Ed è in questa maniera felice, ma per nulla banale (chi leggerà il romanzo se ne renderà ben conto) che mi piace chiudere questa mia riflessione sulla storia di un povero ragazzo, sfortunato e bistrattato, che grazie alla fede in sé stesso e mediante dei buoni consiglieri è capace di scegliere la sua vita e prendere atto del suo cammino percorso. Una sorta di moderno Lazarillo de Tormes che giunge a compimento di un itinerario difficile e dominato dal dramma della morte della sorella. In tutto ciò Vian ha reputato necessario inserire una folta componente misterica che rende alcune parti del romanzo leggermente più noir, psicologiche, riflesso di un mondo a tinte fosche dove domina il maleficio, la maledizione con accenni qua e là più espliciti a un personaggio femminile reietto dalla comunità e da tutti considerato come pericolosissima strega, capace, però, nell’ostica realizzazione delle vicende di Vanni, di anticipare piccole verità e, soprattutto, di far riflettere il giovane.

Ne consiglio la lettura soprattutto a quelle persone che credono in scritture-cocktail come questa, come mi piace definire questo esperimento di scrittura in cui forme  strutturali diverse della narrativa (il romanzo con una cornice storica, il romanzo di formazione, il romanzo di suggestione-misterico) vengono coniugate con abilità in un unicum con la finalità di permettere, da più punti di vista e secondo varie prospettive interpretative, la comprensione della vera natura psicologica di Vanni.

 

Lorenzo Spurio

 

 Jesi, 03-09-2014

“La via uruguagia alla felicità”: il resonconto di Frank Iodice del suo viaggio in Uruguay e l’incontro col Presidente Mujica

Di seguito riporto dietro concessione dell’autore, FRANK IODICE, un suo resoconto sul recente viaggio in Uruguay dove ha avuto modo di parlare con il Presidente della Repubblica, Mujica e nel quale ci offre una lucida e interessante analisi di uno dei paesi più lontani da noi (e più poveri):

 

La via uruguagia alla felicità

(di Frank Iodice)

 

 

Da qualche tempo un piccolo Paese latinoamericano incastrato tra l’Argentina e il Brasile è al centro dell’attenzione mediatica internazionale. L’Uruguay misura circa tre volte la Svizzera, conta poco più di tre milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo a Montevideo, la capitale. Le ragioni della sua notorietà sono riconducibili alla figura anticonformista del Presidente della Repubblica, José Mujica, responsabile di progetti innovativi a favore delle famiglie prive di reddito; oppure per le leggi di approvazione dell’aborto e del matrimonio gay; o, ancora, per la recente regolarizzazione dell’uso e del commercio della marijuana.

barrio palermo 3Durante il suo discorso alle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 2012, José Mujica cattura l’attenzione mondiale parlando di felicità come scopo ultimo dell’Essere Umano. «Per essere felici dobbiamo fare ciò che a noi piace», dice il Presidente Mujica, «e per fare ciò che a noi piace bisogna avere tempo». Concetti tanto semplici quanto dimenticati nella nostra società di consumo iniziano a fare il giro del mondo e passano di bocca in bocca; Mujica diventa innovatore del linguaggio politico, rinuncia al 90% del suo stipendio e lo cede al progetto a favore delle famiglie senzatetto. Dimostra quindi col suo stile di vita ai limiti della povertà che ciò che racconta è realizzabile.

Questo è un sunto degli articoli che possiamo leggere su importanti testate di ogni Paese, da El País al Financial Times, da Il Mattino a Al Jazeera, a firma di voci autorevoli, addirittura di premi Nobel come lo scrittore Mario Vargas Llosa.

 

La ragione per cui scriviamo questo articolo è la necessità di raccontare quanto riscontrato a Montevideo durante una breve ricerca durata tre mesi, pur consapevoli che per favorire lo sviluppo dell’economia di una nazione sarebbe preferibile descrivere i possibili investimenti e tutto ciò di cui si può ampliamente leggere nei giornali di cui sopra. Conoscere la parte povera della città, i cosiddetti cantegriles, ci ha invece fatto sentire in dovere di dare un quadro più completo della realtà uruguagia, una realtà per certi aspetti molto dura, un’economia reduce da anni e anni di dittatura, un Paese, infine, che lotta per godersi la tanto agognata democrazia ottenuta solo nel 1985, a seguito delle leggi sull’impunità che invitavano i cittadini a dimenticare quanto di atroce era accaduto durante quegli anni e a guardare al futuro.

Siamo anche consapevoli che superare ciò che si è vissuto durante la dittatura non è stato affatto facile e ha lasciato nello spirito degli uruguaiani una certa quantità di vendette incompiute. Oggi a Montevideo si cerca di dimenticare, dunque, ma non senza dare dignità al passato che tre quarti dei cittadini hanno in comune.

 

Nel lato povero della città, nella zona dell’Ippodromo, le strade non sono asfaltate, non c’è sistema fognario, le case sono fatte di mattoni e lamiere che d’estate ardono come padelle sul fuoco e d’inverno si congelano. I bambini che vivono in questi quartieri, di mattina, non riescono ad alzarsi perché si svegliano intirizziti dal freddo, e quando verso le undici il sole incomincia a riscaldarli, finalmente escono a giocare. Non tutti sanno scrivere, molti sanno a stento parlare, per far rispettare i loro spazi usano pugni e morsi. L’umidità raccolta sotto i bassi soffitti durante la notte si trasforma in gocce ghiacciate che cadono sui loro letti per tutto il giorno, e di sera sono costretti a coricarsi nelle lenzuola umide. D’estate, invece, quando le temperature raggiungono quaranta gradi all’ombra, le lamiere scottano e in quegli stessi letti ci si scioglie in una pozza di sudore.

el diario espanolNelle bidon-ville vivono i cosiddetti selezionatori, che vanno in giro su carri di legno trainati da muli malnutriti per raccogliere plastica e carta dal fondo dei bidoni dell’immondizia; vederli mentre si tuffano nei bidoni non è bello come vedere i ricchi turisti argentini e brasiliani che si tuffano in acqua a pochi chilometri di distanza, sulle spiagge di Punta del Este. Montevideo è una città piena di contraddizioni. La maggior parte degli uruguaiani non vive a Punta del Este o a Pocitos, ma in condizioni di vera e propria miseria, vale a dire in condizioni che in Europa non siamo in grado di immaginare.

Rispetto ad altre capitali sudamericane, Montevideo è ritenuta una città sicura, benché la delinquenza, soprattutto quella minorile, non abbia nulla da invidiare a quella degli altri Paesi.

In particolare, ricordiamo che la legge vieta di arrestare i minori di diciotto anni. Ci sono istituti di recupero per i minori, dove per un omicidio si prevedono tre anni, che diventano due se ci si comporta bene, e ancora meno se ci si comporta benissimo. Questi istituti si chiamano INAU, ce ne sono tre a Montevideo, ognuno funziona in una maniera diversa. Quello che abbiamo visitato è una specie di carcere, ci sono le sbarre alle finestre e bisogna dividere i ragazzi con la forza per non farli sbranare a vicenda. Gli impiegati hanno dovuto frequentare persino un corso di autodifesa prima di essere assunti; ce lo rivela Pablo Lopez, uno dei cinque educatori che gestiscono quasi cento bambini e adolescenti. «In altri istituti per minori – ci ha raccontato Pablo – si usano droghe o sonniferi, e i ragazzi passano il giorno rintontiti nel loro letto».

Il tasso di criminalità giovanile è molto alto, soprattutto perché gli adulti che vogliono rapinare un negozio o commettere reati anche peggiori usano i ragazzini, per cui si creano piccole bande di un adulto e tre minori per esempio, in quartieri pericolosi come Marconi o Casavalle. Pablo ci racconta che non è facile resistere a lungo nell’INAU, gli educatori restano al massimo un paio d’anni; lo stesso vale per le educatrici, se non subiscono prima violenze gravi.

Ci sarebbero tante cose di cui parlare, basta sedersi in un bar e osservare le persone, e le loro storie ci arrivano nelle mani senza fare alcuno sforzo. Montevideo è una città piena di storie; l’Uruguay è un paese di gente libera, sparsa nelle immense praterie, gente che non accetta compromessi; ma è anche un paese di donne sole e povere, abbandonate nei cantegriles, che si realizzano soltanto rimanendo incinta, gravidanza dopo gravidanza dopo gravidanza, talvolta con uomini diversi, e a vent’anni hanno già tre figli; appena il più grande incomincia a camminare ne vogliono un altro, e poi un altro ancora, perché, senza, non sarebbero nulla, soltanto povere e anonime passanti.

Riguardo alla dittatura militare, c’è un aspetto in particolare che non possiamo fare a meno di trattare: in un Paese relativamente piccolo come l’Uruguay si può incontrare la stessa persona più volte in un giorno; ma cosa succede se questa persona è la stessa che ti ha violentato vent’anni fa?!

In un bar di Calle Canelones, sotto l’ombra fresca della parrocchia di San José, incontriamo la signora Titi, che chiameremo così perché Titi è un bel nome e perché le abbiamo promesso di scegliere un bel nome. Non ci rivela la sua età, ma allo stesso tempo non nasconde né le rughe né i capelli bianchi, porta una camicetta gialla con i girasoli, in fondo alla strada in discesa, a due quadras dal bar, c’è il mare.

Titi ci racconta che negli anni Settanta finivano tutti in carcere, chi a lungo, chi solo per un giorno, «eravamo prigionieri politici, anarchici, ribelli, fanatici, eravamo tutti pazzi perché non avevamo altra scelta – ci racconta – la dittatura ti rende pazzo!» Molte sue coetanee sono state torturate in quegli anni, fino all’Ottantacinque, «fino all’altro ieri!» Quello che in Europa non immaginiamo è che oggi le amiche di Titi sono costrette a incrociare per strada i loro carnefici, gli stessi che quando erano ragazze hanno abusato di loro più e più volte, senza giustificazione se non quella della crudeltà lecita quando eri dell’Intelligenza, i Servizi Segreti. In generale erano loro quelli specializzati nelle torture, formati in Panama dai militari francesi. Titi confessa di odiare i francesi, ha le sue ragioni, non possiamo darle torto. Ci racconta che al supermercato puoi incontrare l’uomo che ti ha picchiata quando eri in carcere, puoi incrociarti con lui in ascensore o vederlo seduto al bar a prendere un caffè e godersi una pensione molto più consistente della tua, dopo una brillante carriera militare!

Le chiediamo come possa sopportare una cosa del genere, Titi ride forte, a Montevideo tutti ridono forte, e ci risponde: «mi hijo, qui si è fermato il tempo per la metà di noi, siamo tutti in attesa che gli orologi riprendano a funzionare». Sui polsi dei politici ci sono buoni orologi?, le chiediamo. «Molto buoni», risponde Titi con un sospiro. Il nostro caffè è già finito, lo abbiamo bevuto bollente perché quando ti abitui al mate perdi la sensibilità della lingua, Titi ci guarda con la premura di una madre lasciata tante volte e altrettante volte ritrovata in giro per il mondo. Ci spiega che ricominciare dai brandelli della propria dignità per diventare di nuovo donna non è stato facile, e che qualche volta avrebbe voluto uccidere con le proprie mani quell’uomo che ha riconosciuto nel supermercato o nell’ascensore del suo stesso palazzo, ma poi, saggiamente, aggiunge: «non servirebbe a niente, dopo aver introdotto la cosiddetta legge dei due diavoli – una sorta di patto grazie al quale quanto era accaduto durante la dittatura doveva essere dimenticato per non generare una nuova guerra fatta di vendette – abbiamo dovuto rinunciare alla prima metà della nostra vita». Qual è stato il momento più difficile?, le chiediamo. «Quello in cui ho deciso di raccontarlo ai miei figli».

La seconda testimonianza è quella del signor Manuel, vecchio proprietario di un bar del Barrio Sud. Chiacchieriamo con lui davanti a una buona Malta, bevanda simile alla birra molto diffusa in Sud America; alle nostre spalle c’è una grande fotografia di Alfredo Zitarrosa, famoso cantante montevideano. Parlare con gli anziani del Barrio Sud ci ha permesso di conoscere il punto di vista dei cittadini riguardo alle recenti manovre politiche così ben viste dai Media internazionali. Manuel fa riferimento a ciò che sui giornali non è stato scritto, naturalmente, e ci racconta che «il progetto Un techo para todos, nonché il piano regolatore che sta permettendo di ridare una casa alle ragazze madri senza alcun reddito, è stato ben pubblicizzato e ha dato all’Uruguay  la possibilità di distinguersi rispetto agli altri Paesi sudamericani. Per realizzarlo – continua Manuel – sono state scelte diverse imprese edilizie, attraverso un processo simile alle cosiddette gare d’appalto e, infine, l’intero progetto è stato ceduto a un’impresa venezuelana per venti milioni di dollari, venti milioni pagati alla Presidenza dell’Uruguay per permettere a un altro Paese di costruire nel dipartimento di Montevideo e Canelones». Se analizziamo la realtà uruguayana dal punto di vista politico, le contraddizioni saltano subito all’occhio; scopriremmo che, a seguito di un controllo del conto bancario in dollari del signor Presidente e degli altri leader dei partiti principali, quello di Mujica è risultato essere il più cospicuo. Risparmi messi da parte con la sua attività di floricoltore? Può darsi, ma a noi non interessa, innanzitutto perché preferiamo non credere a quello che si racconta nelle strade di Montevideo, e in secondo luogo perché il nostro approccio, come abbiamo avuto il piacere di dire a lui in persona, è stato di tipo filosofico.

Abbiamo incontrato il signor Manuel mentre rientravamo dal Barrio del Cerro, un quartiere a venti chilometri dal centro, dove vive il Presidente Mujica. Volevamo vedere la sua gente per descriverla in queste pagine: le descrizioni più belle sono quelle che sopravvivono nel ricordo.

José Mujica e Frank

Frank Iodice con il Presidente uruguayano José Mujica

Il Presidente José Mujica è un uomo sobrio, non ha alcuna scorta e veste sempre con abiti semplici, talvolta si è presentato alle riunioni presso la sede della Repubblica in sandali e con il thermos per il mate sotto il braccio. «Non avrebbe senso iniziare ad accumulare denaro adesso, a 79 anni», commenta spesso. Ecco perché ha deciso di aiutare i più bisognosi e, nei limiti che il suo stesso partito, il Frente Amplio, gli ha concesso, mette in pratica la sua etica di vita dando un esempio a tutti coloro che sappiano coglierlo.

Dopo diverse settimane di attesa, grazie all’intercessione della signora Adriana Gutierrez, addetta alla comunicazione presso il Ministero della Cultura e dell’Educazione, riusciamo a incontrare il Presidente, il quale si è ritagliato una pausa tra una riunione e l’altra. Consapevoli che si tratti di un evento irripetibile per un autore e un editore pressoché sconosciuti, ci accontentiamo dei pochi minuti che ci sono concessi*. Bere un caffè in compagnia di un Presidente della Repubblica non capita certo tutti i giorni!

Dopo aver esposto l’idea di realizzare un testo ispirato alla sua filosofia di vita, con lo scopo di diffonderlo tra i giovani pensatori delle scuole italiane, e avergli regalato un libro di Seneca che ha molto apprezzato, stringiamo la mano a un uomo che merita tutta la nostra ammirazione. Come lui, centinaia di uruguaiani sono reduci da anni di reclusione, come ci ha raccontato la signora Titi, ma non tutti hanno avuto la fortuna di potersi prendere una tale rivincita nei confronti della vita stessa, che, per usare le sue parole precise, «è fatta di riprese; nella vita – dice José Mujica – ciò che conta è la capacità di ricominciare dopo essere caduti».

E riguardo alla felicità? Abbiamo imparato grazie alle parole di quest’uomo semplice che per essere felici basta molto poco: quanto più ci circondiamo di beni materiali, tanto più ne saremo schiavi e sarà più pesante il carico di cianfrusaglie che dovremo portarci addosso. Un’esperienza, questa di Montevideo, che ci ha insegnato molto e ci ha ricordato la fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, un Paese che, al di là di tutte le critiche che possiamo sollevare, ci ha permesso di scegliere liberamente quale destino costruirci.

 

*In realtà sono partito da solo, per realizzare un saggio sulla felicità ispirato alla filosofia del Presidente Mujica, a sua volta ispirata alle tesi di Seneca e di Erich Fromm; ma mi piace immaginare che con me ci fossero l’editore Cosimo Lupo e la filosofa Ada Fiore, i quali mi hanno sostenuto dall’Italia.

FRANK IODICE è  scrittore. Numerosissime le sue opere pubblicate tra cui Le api di ghiaccio (Lupo Editore, 2014), La femme robot (testo teatrale in francese), Articoliliberi (raccolta di articoli pubblicati online), Kindo, La folle vita di uno scrittore (Voltare Pagina, 2011, e-book), Racconti del veilleur de nuit (racconti brevi apparsi su varie riviste), Epigrafi (Di Salvo Editore, 2005 – poesie), Lo scopritore dell’America (Poligraf, 2002 – romanzo), L’ultima partita (Sergio Capozzoli Editore, 1999 – romanzo). 

Tre poesie del giovane poeta “labirintista” Mariano Menna

IL CREPUSCOLO
 
Muore lentamente tra le acque un bagliore:
è fuoco che si spegne all’imbrunire.
La luce indietreggia al cospetto del tempo, 
s’inchina alla notte, elegante signora,
lasciando nel buio le sue lacrime lucenti:
lucciole cosmiche che danzano nel cielo.
Nell’immensa quiete crepuscolare
prendono vita i melanconici pensieri,
infinite tracce dell’umana ragione:
la loro notte calerà col nuovo giorno,
con il risveglio di spaventosi automi,
con i rumori del quotidiano incedere.
 
 
 
Le piogge su Belgrado
 
Piove sulle mie speranze di libertà,
su ciò che rimane della mia felicità,
su questo fallito con in testa un tirolese
che sembra leggero per il freddo di ogni mese.
 
Piove su una Belgrado devastata dalla guerra,
la mia città crolla per il dominio di una terra,
che non porterà niente nelle tasche dei signori,
semmai rovinerà un uomo e fin troppi straccioni.
 
Odo una melodia che quasi combatte con le urla:
è lieve e ben nascosta, ma riesco ad ascoltarla.
Rinnega il senno dell’uomo che lo sfrutta con l’istinto,
perché una bomba a mano non basterà a salvarlo.
 
Uno zingaro è il signore di queste soavi note:
almeno per un giorno curerà le altrui ferite.
Una rossa fisarmonica asseconda le sue dita,
rinnovando nella morte le sue speranze di vita.
 
 
 
 
Il labirinto dei rimorsi 
 
L’umana debolezza, col  flusso di coscienza ,
scolpisce e non cancella i troppi errori erranti,
 che vagano nell’ombra, tra gemiti assordanti,
nel labirinto oscuro che non reca provenienza.
 
Rimorsi che divorano le membra senza indugi,
son bestie della mente, come cani randagi,
 scatenano la forza dei più cruenti naufragi:
non servono ripari, non servono rifugi.
 
La notte apre le porte al dedalico presagio,
scalfisce le barriere illusorie di ogni cuore;
sei schiavo del tuo giorno,  del tacito rumore:
come Teseo, da solo, dovrai trovar coraggio.
 
 


Mariano Menna è nato a Benevento nel 1994. Ha conseguito la maturità scientifica presso l’istituto Polispecialistico Gandhi di Casoria. E’ iscritto al primo anno del corso di laurea in Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2012 è risultato vincitore del Concorso Nazionale “Scrittura attiva” di Tricarico, nella sezione giovani, con la poesia “La ballata del vagabondo”.  Nel  2013  ha pubblicato due raccolte di ???????????????????????????????poesie  “La grande legge” e “ La pagina bruciata”, entrambe edite da Marco Del Bucchia rispettivamente a maggio e novembre; è risultato secondo classificato nella sezione “Giovani” del concorso Nazionale “Città di San Giorgio a Cremano” con la lirica  “Iris” ;  E’ membro cofondatore della corrente  artistico-letteraria del Labirintismo, il più grande movimento d’avanguardia del 2000 con più di 200 iscritti. Nel 2014  si è classificato al 3°posto nella 5^ edizione del premio letterario internazionale “Le parole dell’anima” Città di Casoria (NA)  con il libro di poesie “ La pagina bruciata”  ;al 2° posto alla IX edizione del Premio Artistico – Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic con l’inedita “ Il crepuscolo”. E’ stato inserito nelle antologie   “Poesia per Dio” , curata dalla casa editrice “La Ziza” con la poesia inedita “La scelta” (marzo 2014)   e “Fondamenta instabili”, curata da deComporre Edizioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e riviste online come  “ L’ombra delle parole” di Giorgio Linguaglossa,  “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini,  “ La distensione del verso” di Sandra Evangelisti,  “ Le Reti di Dedalus” di Marco Palladini e “Poetrydream” di Antonio Spagnuolo.

Monserrato festeggia la Repubblica con la prima dello spettacolo La III Onda di Abaco Teatro.

ABACO TEATRO

ti invita a

LA III ONDA

racconto di una lezione di storia andata oltre

adattamento e regia  Lea Karen Gramsdorff 

 

Domenica 1 Giugno ore 21 

Teatro Casa della Cultura

Via Giulio Cesare, 37 a Monserrato.

Ingresso gratuito

 

In scena Tiziano Polese, Rosalba Piras e 12 giovani attori :

 Nadia Murgia, Vala Farci, Michele Muscas, Federico Niederegger, Francesco Ottonello, Maria Francesca Autuori,

Manuela Cuccu, Maria Giardina, Alberto Marcello, Mattia Murgia, Marzia Faedda, Laura Pergola.

 

ABACO TEATRO locandina LA III ONDA (1)

 LA III ONDA :resoconto di una lezione di storia andata oltre.

“ Com’è possibile che l’essere umano sia capace di cose del genere?” domanda una delle allieve alla fine della lezione di storia sull’autocrazia. Come nasce una dittatura? Cosa accade alla coscienza dell’uomo, al libero arbitrio, alla capacità di distinguere il bene dal male? E la storia davvero insegna? Siamo o non siamo responsabili di quello che accade all’interno di una società o di un “gruppo” di cui facciamo parte? Queste le domande che porrà lo spettacolo la III Onda nuova produzione di Abaco Teatro in collaborazione con la Abaco Art Academy di Monserrato, spettacolo che andrà per la prima volta in scena  Domenica 1 Giugno alle ore 21,00 alla Casa della Cultura in via Giulio Cesare 37 a Monserrato, in occasione della ricorrenza della istituzione della Repubblica Italiana dopo il referendum del 2 giugno 1946. Lo spettacolo realizzato in collaborazione e col sostegno dell’Amministrazione Comunale Assessorato alla Cultura di Monserrato, porta in prima assoluta sulla scena un fatto realmente accaduto nel 1967.    Ron Jones, un insegnante di storia di una High School in California, decise di fare un esperimento con la sua classe. Senza che i suoi allievi ne avessero coscienza, adoperò delle tecniche di comunicazione e manipolazione di massa proprie dei regimi totalitari durante le lezioni sull’autocrazia. Col pretesto di un gioco impose nella sua classe la disciplina, con la potenza della retorica suggerì uno spirito nuovo, di squadra, di comunità. Nell’arco di sei giorni creò il movimento “ laTerza Onda “, che proprio come un’onda investì l’intera scuola. Gli studenti, esaltati ed abbagliati, si erano trasformati in giovani gregari fanatici, escludendo e ghettizzando chiunque non volesse farne parte. L’esperimento era riuscito: il professore aveva dimostrato ai ragazzi che trovarsi dalla “parte sbagliata” è questione di attimi, e che nessuno è immune al fascino del potere, del male, dell’autocrazia.Tuttavia la scoperta di aver fatto parte di un esperimento per molti ragazzi, soprattutto per i più fragili, per coloro che avevano vissuto all’interno dellaTerza Onda  una propria “rinascita” sociale, fu uno choc.

 Lea Karen Gramsdorff, attrice teatrale con un’ importante carriera nel cinema, firma la originale scrittura e la regia della III Onda. 

L’adattamento teatrale è ambientato ai giorni nostri, lo spettacolo è costruito ad hoc attorno ad un ensamble di 12 giovani attori, che si confrontano sul palco con due professionisti, Tiziano Polese nel ruolo del professore  e Rosalba Piras in quello della moglie Sara. Lo spettacolo volutamente non consegna risposte né giudizi di natura politica o umana. La vocazione è quella di consegnare domande su due grandi temi: colpa e responsabilità rispetto alla storia passata, a quella che scriviamo ogni giorno, ma anche rispetto alle storie umane che ci circondano. La scenografia, firmata da Simone Dulcis, artista con esperienza internazionale, vuole essere un tributo, un omaggio al “Holocaust-Mahnmal” di Berlino, progettato da Peter Eisenman, al monumento detto anche memoriale della Shoah.

Per ricordarsi di non dimenticare.

“Il silenzio della neve” di Giuseppe Filidoro: un romanzo antropologico. Recensione di Lorenzo Spurio

Il silenzio della neve
di Giuseppe Filidoro
Osanna Edizioni, 2013
Pagine: 275
ISBN: 97888881673469
Costo: 13€
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 “Ogni uomo, anche il più buono e onesto, diventa tanto meno sensibile alle disgrazie altrui quanto più aumenta la distanza dal luogo dove è sentita la sofferenza” (100)

 

coverUn libro “parlato” questo di Giuseppe Filidoro dove lo scrittore utilizza il genere del romanzo, ma non disdegna nella sua perfetta padronanza scrittoria di eclatanti squarci lirici né di inserire storie nella storia come un’ardimentosa costruzione a matriosca. E in effetti la trama di questo libro è fatta dalle cose semplici, dai piccoli fatti che accadono quasi inavvertitamente e sempre uguali in un anonimo e desolato villaggio di paese. All’autore non interessa tracciare precise coordinate geografiche dove collocare l’intera storia, anche se al lettore con un minimo d’attenzione non farà difficoltà a capire che la storia è ambientata in quel sottobosco di vita popolana e popolaresca di una classe subalterna che si trova a vivere il passaggio tra prima-dopo, tra vecchio-nuovo, tra certezze e desiderio di espatrio per una maggiore realizzazione. Sono alcuni elementi che Filidoro dissemina qua e là nel libro a dirci che ci troviamo nel Meridione: si parla del vino Aglianico, un vino rosso che viene prodotto principalmente nella zona della Campania, Basilicata e Puglia ed anche il “lampascione” (una variante di cipollotto) è in effetti tipica di quelle zone mediterranee. A rafforzare l’idea che ci si possa trovare in territorio del sud Italia, è il continuo utilizzo dell’accrescitivo “assai” nel linguaggio comune dei tanti personaggi, posto in posizione finale, com’è appunto caratteristico di questa parlata locale, che per alcuni è una vera e propria lingua.

Proprio per l’intreccio intelligente di cui sopra nel quale Filidoro è come se prendesse il bandolo di più matasse e li mischiasse con il risultato di ottenere una massa amorfa di fili difficili da individuare all’occhio se non fosse dal loro diverso colore, questo libro ci immette direttamente in un mondo di provincia del dopoguerra dove si ritrovano molti degli elementi e delle inquietudini della gente di quel periodo: l’essere orfani perché si è perduto il padre in guerra, il non aver avuto mai notizie di proprio marito perché probabilmente deceduto in qualche missione di guerra come avviene alla vecchia Mezzavedova, la novità e il progresso visti sia attraverso nuove e salvifiche introduzioni quali quella della televisione, ma anche per mezzo del mito americano che a sua volta motiva la migrazione in una terra che agli occhi di rozzi provinciali non è altro che la terra promessa.

E’ un romanzo popolare, questo di Filidoro, ma a differenza della letteratura naturalista non si sofferma solo a dipingere il tessuto di una comunità nel suo ambiente, perché va anche ad approfondire che cosa succede nella mente dell’uomo e della collettività quando accade qualcosa d’inaspettato che si configura, quindi, come misterioso. Nel romanzo assistiamo, soprattutto nella seconda parte del libro, ad almeno due eventi che caricano la narrazione d’intrigo e che tengono incollato il lettore alla disperata ricerca della verità. Ma la verità, della quale parlano alcuni personaggi della narrazione, è sempre qualcosa di inafferrabile se non è possibile affidarsi su fatti certi, esperiti direttamente: “In assenza di prova contraria, il plausibile prende con forza il posto del vero, affermandosi senza possibilità di smentita” (225).

Filidoro dà voce a un’intera popolazione tracciandone le caratteristiche che determinano ciascun compaesano agli occhi degli altri con una tecnica denotativa d’impatto, che è quella del soprannome o del nomignolo, trasmettendo al lettore quali sono i veri motori di un mondo provinciale, campagnolo, che sembra essere addormentato e in attesa di qualcosa. La narrazione di Filidoro ricorda la prosa oculata e puntigliosa di Verga e nel riferimento alla migrazione dal sud verso al nord della quale si parla nelle prime pagine con la creazione dello stereotipo terroni/polentoni sembra di sentire Vittorini della Conversazione in Sicilia. E’ una narrazione questa del Nostro che affonda nel culto e nel richiamo della terra, nell’autenticità di legami familiari e religiosi che ancora si conservano in una dimensione corale che, proprio come richiama il titolo del romanzo, Il silenzio della neve, sembra rimanere in fase di latenza e, pur curiosa del mondo nuovo che si prospetta con il progresso o con il mito americano, rimane salda alle sue radici e ritualità. Perché in fondo questo è un romanzo che ha in sé una grande forza del parlato, di quel senso forte di comunità che si realizza attraverso azioni rituali, quasi ridondanti, quali la partita a carte al bar, la preghiera o la frequentazione in Chiesa, la passeggiata o lo spiare non visti dietro le ante delle persiane.

La comunità preserva se stessa e parla di se stessa, si anima, si costruisce e si difende: ne sono testimonianza le tante chiacchiere, supposizioni, dicerie, pregiudizi, voci di rione, attribuzione di nomignoli che si sommano a superstizioni, pensieri che non trovano verifica, idee, paure e continue ricerche di spiegazioni. Filidoro dà la voce a ciascun personaggio, come se si avvicinasse a lui con un microfono e lo lasciasse parlare, proprio perché debbono essere tutte le anime del paese a dire la loro, a costruire quel senso di coesione che solo nell’abbraccio corale della comunità è possibile.

Ed è per questo che il realizzarsi di due fatti eclatanti, da sempre estranei a quel mondo e sonnolento, vengono a significare incomprensione, inquietudine e un arrovellamento continuo degli autoctoni come in un romanzo di Thomas Hardy: l’arrivo di un uomo “misterioso” e l’uccisione di un certo Settedenari che poi, dopo indagine lente e inconcludenti, si scoprirà essere un caso di strozzinaggio locale. Ma in che misura poi un uomo può essere “misterioso”? Il mistero, il fascino misto a paura, è un qualcosa che viene da una nostra suggestione privata di fronte a qualcosa e non è una proprietà intrinseca della cosa stessa. Ed ecco che il nuovo, le introduzioni di ciò che normalmente non è stato fatto, un rituale che si rompe o che si sospende, viene anche ad avere forti connotati di carattere misterico. Si pensi a questo riguardo alla sapienza esoterica di Angelina Sapone che in effetti ha tutte le caratteristiche della vecchia megera profetica e conoscitrice dei destini altrui, una sorta di strega dal karma buono. Come in ogni tradizione che ha una buona origine nel mondo contadino del culto e del lavoro della terra, la religione si pone a metà strada tra devozione e confessione, appoggiandosi sulla stampella della ritualità, della sapienza occulta, della superstizione (si veda le “fatture” della Sapone) e alla credenza nel Male (che è pure di derivazione biblica) ma s-denaturalizzata e usata come motivo di tormento e condanna. Ed è in questo mondo che sembra essere in apnea, respirare solo nei momenti “pubblici” durante lo struscio, in chiesa o in seduta dal barbiere che si galleggia in una ritualità stanca che si perpetua quasi in maniera inconsapevole come motivo di recupero e di difesa di quella memoria contadina, di quel modo di fare e vivere le cose in maniera dicotomica: condivisa, partecipe e (sembrerebbe) entusiasta nei pochi e ripetuti momenti conviviali e dall’altra silenziosa, osservatrice, omertosa e indagatrice anche tra gli stessi compaesani. L’Appuntato, che sarà chiamato ad investigare sul delitto di Settedenari, è anche lui un uomo stanco, poco interessato e quasi indifferente e preferisce mettere in galera il primo che, anche con una schiacciante mancanza di prove, secondo lui potrebbe essere l’assassino. La sua figura produce una leggera reminiscenza nel cervello del lettore del celebre capitano Bellodi che ne Il giorno della civetta veniva chiamato a risolvere un caso intricato di mafia trovando incomprensione, freddezza e gente sempre pronta ad ostacolarlo nelle sue ricerche.

Questo di Filidoro è anche un libro ricco di pillole di saggezza, di riflessioni acute che, se sembrano rasentare l’ordinario, in realtà sono foriere di un pensiero ragionato, introspettivo, filosofico come quando il narratore, con estrema pacatezza e con un buonsenso d’altri tempi, osserva: “Ogni azione, dalla più piccola e insignificante a quella più laboriosa e complessa, un giorno, spesso del tutto imprevedibilmente, è compiuta per l’ultima volta, senza che ci sia la possibilità di fermare nella memoria l’istantanea di questo momento irripetibile, per poter un giorno farlo rivivere nel ricordo” (72).

La ritualità della gente di paese si sposa con la circolarità metereologica: assistiamo a un “caldo cocente del sole pomeridiano di fine luglio” (89) nei primi capitoli che poi nella parte terminale del romanzo lascia il posto a un freddo asciutto dominato dalla coltre candida della neve. Un romanzo popolare, dunque, ma anche un romanzo psicologico e antropologico, che mostra un’attenta disamina da parte dell’autore del legame stretto tra singolo e comunità in una dimensione di provincia che sembra arretrata e conservare i suoi antichi modelli degradati a obsoleti, ma dove l’autore indaga la fitta rete di rapporti tra i paesani, come in un prisma dalle infinite tinte cromatiche. Un romanzo sul silenzio che spesso si cerca e quasi mai si trova e che fa da intervallo tra un prima e un dopo, che esorcizza una pausa o una ricerca di tregua, un silenzio che si fa assordante e deprimente e che si uguaglia al sentimento di morte dove la materialità si dissolve in un fremito di sospensione e leggerezza che amplia il mistero e addolcisce il ricordo: “Il passaggio del vento impetuoso tra gli anfratti della valle sottostante era l’unico suono percepibile, mentre l’ovattato dominio della neve pacificava ogni altro rumore, fino ad avvolgere l’intero paese in un glaciale silenzio” (252).

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

Jesi, 11.03.2013

“Poesie come dialoghi” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie come dialoghi

Di Francesca Luzzio

Recensione di Lorenzo Spurio

  

Il mondo è grigio
Quasi mai blu:
la luce della luna
piange nuda la verità.
(da “Altro cielo”, p. 49)

poesie_come_dialoghiHo avuto l’occasione di conoscere Franceca Luzzio, poetessa e saggista palermitana, pochi mesi fa nel corso di un reading poetico sul disagio psichico e sociale organizzato dalla rivista Euterpe che dirigo. In quella occasione, la poetessa mi ha fatto dono di uno dei suoi libri, Poesie come dialoghi (Thule, 2008), che raccoglie un’ampia produzione poetica che la stessa ha voluto divisa in due parti: una prima parte sotto il titolo di “io e…” e una seconda parte “il mondo”. La silloge si apre con una propedeutica e approfondita analisi alle tematiche che la poetessa sviscera nel libro scritta da Franca Alaimo, altra poetessa palermitana.

Della raccolta mi hanno attratto in maniera particolare le liriche che appartengono alla seconda parte, quelle riferite al mondo, che danno uno sguardo per lo più amaro ma fortemente coscienzioso sulla presenza dell’uomo nel mondo, sui rapporti sociali, sugli accadimenti che mettono gli uomini l’uno contro l’altro. In poche parole questa sezione del libro affronta tematiche di chiaro interesse civile quali la guerra, la prepotenza e il potere dei pochi, la corruzione dei politici, la mancanza di sicurezze per il futuro e si configura, dunque, come un chiaro bozzetto della situazione socio-politica nella quale ci troviamo a vivere.

Numerosi i riferimenti alla società massificata (l’email, la tv, la New Economy) quali elementi necessari e imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi, immerso nella sua città quale luogo-non-luogo, spersonalizzante e ormai lontano dalla sua mugnificenza storico-artistica.

Qui, in questa parte del libro, prevale il tono duro, pulito e scarnificato, un linguaggio semplice che trasuda violenza e stilla lacrime e sangue come quando in “Guardando la tivù”, la Poetessa non può fare a meno di impressionarsi (cosa che oggigiorno capita sempre con più rarità) dinanzi alle immagini di corpi trucidati: “Premi il pulsante, guarda là:/ i morti giacciono nel letame/ neanche una litania li sta a consolare” (p. 47). La televisione che è rappresentazione del mondo di fuori è portavoce in diretta di deliri, abomini e nefandezze che nel mondo si compiono di continuo. La crudeltà e l’efferatezza assurgono a programmi di un palinsesto deviato e che genera angoscia, ma che è immagine di quel mondo che uccide, violenta e perseguita il diverso e che porta la Nostra ad osservare con versi lapidari: “Il male è nei cuori, è nella mente nera” (p. 47).

Ed il mondo dei potenti e dei soprusi che la Nostra tratteggia si ritrova, molto probabilmente, all’interno della nostra stessa società, bianca, europea ed occidentale in generale che da sempre è stata caratterizzata come la storia insegna per essere fautrice di una serie di comportamenti quali la persecuzione, la deportazione, la sottomissione, la violenza, la lotta etc. E quelle “verità” pronunciate dai politici, che sono poi le voci che sentiamo alla tivù nei vari notiziari, non sono che parole che coprono bugie e travestono la reale condizione delle cose, tanto che Francesca Luzzio con un intento che oserei dire “velatamente polemico”, non può esimersi dall’osservare con lucidità e forse un po’ di disprezzo: “Fammi ubriacare di menzogne occidentali” (p. 47) e in un’altra lirica: “Roma uccide ancora/ e chiama civilizzazione/ l’arroganza, il potere, la presunzione” (p. 52).

Ma se nel mondo la cattiveria esiste, questo è dovuto solo e solamente dagli uomini, quella che la poetessa definisce “sciocca umanità” (p. 57): dal loro imbarbarimento culturale, dalla loro insensibilità e mancanza di consapevolezza, dall’allontanamento dalla religione, dalla spregiudicatezza e da tanto altro. Nel Mondo esiste il Male, perché ci sono gli uomini ad essere cattivi e a rendere l’umanità tutta una spregevole caricatura di rapporti sghembi, storpiati che non si assoggettano alle leggi di libertà del singolo: “Non incontri rondini, né uomo: solo parvenze, fantasmi smuovati/ manichini abbruttiti da grandi ferite” (p. 52). La ferita del manichino, dell’uomo non più uomo che si autolesiona, è espressione di quella malignità e indifferenza che l’uomo ha adottato come sua religione unica.

Nella prima parte della silloge, invece, troviamo delle liriche che si caratterizzano per un più ampio respiro, pur essendo allo stesso tempo particolarmente intimiste. Con un linguaggio a volte tecnico e che richiama la filosofia, Francesca Luzzio dà espressione a quelle che sono le sue idee e timori sul percorso dell’uomo nel mondo (il tempo che fugge, la morte) e lo fa con una poetica dai toni spesso grigiastri che mi rammenta lo stile crepuscolare, ma che si differenzia da quest’ultimo anche per la capacità di saper cogliere il cromatismo, soprattutto quello del verde, che viene richiamato nelle figure dell’albero e dell’arancio (“Le arance incastonano i rami/ l’azzurro cielo nel verde traspare”, p. 13). Anche qui ritorna il tema dell’impostura, anche se trasfigurato come fosse una favoletta di Esopo: “L’effetto della gara con i lupi:/ conseguenza naturale/ di normale darwinismo sociale”, p. 26).

Interessante la lirica “Rivelazione” nella quale la Nostra prende direttamente voce su una questione che a tutti noi sta molto a cuore: la poesia, il suo significato nel mondo d’oggi e la sua ricezione. La poetessa sembra essere abbastanza pessimista circa il potere effettivo della poesia su di noi: “La poesia? Nessuno l’ascolta./ Le sue voci sono effimere orme/ passi calcati su sabbiosi deserti/ senza sentieri” (p. 28). Permane l’idea che la Poetessa sia una persona stanca delle incongruenze, delle falsità e delle perplessità che l’oggi produce, ma al contempo si evidenzia con inaudita foggia la sua mai pretestuosa analisi alla critica realtà dell’oggi, dove la brama di potere, la superiorità e la bugia sembrano essere le uniche logiche che permettono all’uomo di avere un futuro. Una certa apatia e indolenzimento fanno sì che anche nel buio più pesto ci sentiamo incapaci di cogliere quella fioca luce che potrebbe aprirci a un mondo d’evasione e spensieratezza e Francesca Luzzio liricizza questo concetto in questo modo:

 Nessuno vuol più cercare

vacue scintille

intrappolate nell’oscurità”.

(in “Attesa vana”, p. 68)

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Poesie come dialoghi
Di Francesca Luzzio
Prefazione di Franca Alaimo
Thule, Palermo, 2008
Pagine: 70
ISBN: 978-88-903717-0-7
Costo: 10€

 

FRANCESCA LUZZIO è nata a Montemaggiore Belsito (PA) e vive a Palermo, dove ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro”.

Ha pubblicato varie sillogi di poesia tra cui “Cielo grigio” (Cultura Duemila Editrice, 1994), “Ripercussioni esistenziali” (Thule, 2005) e “Poesie come dialoghi” (Thule, 2008). Intensa anche la sua attività di saggista (si ricorda il saggio “La funzione del poeta nella letteratura del ‘900 ed oltre) e di narratrice: ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti  “Liceali” (Genesi Editrice, 2013). Sulla sua produzione hanno scritto numerosi critici e scrittori di ampia caratura.

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari riscotendo ottime segnalazioni.

Suoi testi sono presenti in numerose opere antologiche.

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Recensione di “Una settimana di vacanza” di Christine Angot a cura di Lorenzo Spurio

Una settimana di sesso o di vacanza?

Un commento su “Una settimana di vacanza” di Christine Angot

  

A cura di Lorenzo Spurio

 

UnaSettimanaDiVacanzaNon conoscevo la scrittrice francese Christine Angot fino a che in una delle tante e-mail promozionali che le librerie on-line inviano, non ho visto la copertina di una sua opera: “Una settimana di vacanza”[1]. Mi colpì inizialmente la copertina nella quale si vede il viso angoloso di una donna –l’immagine fa pensare a una delle tante “demoiselles d’Avignon” del celebre quadro di Picasso dove dipinse le prostitute di un quartiere barcellonese. Della donna ritratta colpiscono gli occhi al centro, rivolti direttamente al lettore, sebbene la donna sia di profilo, il rossetto lucido e una macchia di sangue (sembrerebbe) non uniforme sulla gota della donna. Il titolo, “Una settimana di vacanza” non aiuta a sviscerare il significato della copertina e, come si vedrà, neppure il contenuto del romanzo.

Ci troviamo di fronte a un romanzo piuttosto breve che dal punto di vista tematico ha poco da narrare: si tratta di una settimana di vacanza di un uomo e donna dei quali non ci viene mai detto il nome. Escludiamo dal tipo di rapporto che hanno, e che ora vedremo, che si trattino di marito e moglie e anche di due fidanzatini; l’idea predominante che ci si fa leggendo la storia è che ci sia una qualche stortura nel rapporto tra i due, o per lo meno nel rapporto canonico uomo-donna come siamo soliti pensarlo. Lui è più anziano di lei ed ha un buon lavoro (vari elementi fanno pensare che sia un docente di linguistica presso una qualche università) che gli consente di vivere egregiamente dal punto di vista economico, è sposato e sembra non avere figli. Il rapporto coniugale sembra ormai essersi disfatto –anche se non viene detto- e questo può essere intuito dalle tante storie libertine che ha avuto con varie ragazze.

La narrazione è esterna, il narratore osserva le due persone da fuori come se stesse al di là del vetro e raccontasse tutto quello che vede, ma spesso interviene l’uomo soprattutto mediante una serie di domande, obblighi ed esortazioni alla donna affinché faccia qualcosa.

La donna, che in realtà è una ragazza, è giovane ed è ancora vergine e non ha mai voce nel corso di tutto il romanzo; l’uomo si rapporta continuamente a lei chiedendole favori sessuali, pratiche orali e la completa disponibilità a soddisfarlo. Viene da pensare che la ragazza sia minorenne e che proprio per questo motivo il tizio l’abbia portata con sé in un hotel, lontano da sguardi molesti. Questa idea viene avvalorata anche dal fatto che la ragazza sia “vergine” e in realtà potrebbe essere poco più di una bambina che si sottopone alle richieste dell’uomo senza comprenderle né mostrando forza nell’imporre un rifiuto. Se la ragazza è minorenne, l’uomo sta commettendo consapevolmente un reato; la ragazza non parla mai nel libro o, meglio, parla sempre attraverso la voce dell’uomo che ci dice cosa fa o non fa. In realtà è sempre disponibile a soddisfare l’uomo in ogni suo desiderio sessuale e si noti che l’atteggiamento dell’uomo dal punto di vista erotico è morboso e maniacale con ossessive e preoccupanti richieste (richieste-obblighi) di effettuare su di lui del sesso orale.

I sentimenti sembrano essere scansati via dalla stanza dell’albergo anche se l’uomo spesso –forse per addolcire la sua foga di predatore- dice di amarla e di non essersi mai sentito così coinvolto.  Tutta la narrazione è fondata sull’ossessione del blowjob, sulle richieste sempre più spinte e non condivise da un punto di vista mentale dalla controparte, dal libertinaggio sfrenato e dalla mancanza d’amore. Il sesso è espressione di pervertimento e di mania insaziabile che, avvenendo al di fuori delle leggi che sanciscono la normalità (il consenso del partner, la maggiore età del partner), inseriscono la storia all’interno del mondo della devianza che viene subita e che rimane sottaciuta. Il linguaggio è freddo, diretto, clinico, come se si leggesse con attenzione un elenco o un bugiardino medico, senza possibilità di accogliere empatia, calore, condivisione e, soprattutto, di dar voce alla controparte femminile.

La donna, che come abbiamo detto probabilmente è una ragazza nel suo processo di maturazione o, addirittura, (si spera di no) una ragazzina in età pre-puberale, non ha voce sia perché l’uomo non le consente di esprimersi, sia perché ha un’età così giovane che ancora non ha conoscenza del mondo e non sa come rapportarsi a quello che le viene richiesto di fare. Si noti l’incipit del romanzo, degno dell’ampia tradizione underground nella narrativa americana:

E’ seduto sulla tavoletta di legno bianco del water, la porta è rimasta socchiusa, ha un’erezione. Ridendo tra sé e sé, toglie dall’involto di carta una fetta di prosciutto cotto che hanno comprato insieme al minimarket del paese e se la posa sul pene. Lei è in corridoio, appena uscita tal bagno, cammina, sta andando verso la camera per vestirsi, lui la chiama, le dice di spingere la porta.

“Hai fatto colazione stamattina?  Non hai fame? Non vuoi un po’ di prosciutto?”

Lei s’inginocchia davanti, si piazza tra le gambe che lui ha aperto per accoglierla e prende con la bocca un pezzo di prosciutto, che mastica e poi inghiotte. (p. 9).

Nella stanza dell’hotel non si pensa altro che a rapporti sessuali prima orali, poi anali e infine vaginali, dopo tanta reticenza dell’uomo perché ossessionato dal fatto di non farle perdere la verginità tanto che al lettore possono dar noia, se non ci fosse qualche breve diversivo, come la lettura del libro “Cani perduti senza collare” di Gilbert Cesbron che spesso viene evocato.

La ripetitività dei rapporti erotici e la mancanza di una pluralità di voci che consenta di trasmettere una visione differenziata su quegli eventi o che metta in luce questioni, idee o interpretazioni sulle quali l’uomo possa controbattere, genera una certa monotonia dal punto di vista tematico ed è lo stesso uomo, colui che potremmo definire il “dolce aguzzino”, ad osservare:  “Non possiamo passare tutta la giornata nella toilet” (p. 20) con “nella toilet” l’uomo intende a far sesso orale in uno spazio piccolo e scomodo. Difatti si trasferiranno ben presto nella camera, sul letto e proseguiranno instancabili.

angotLa possibilità che lei sia una ragazzina è avvalorata anche dal fatto che lei non conosce molte cose, di sesso è completamente ignorante, ed è lui a spiegarle posizioni, come avviene la penetrazione etc; c’è, inoltre, anche un altro elemento, il fatto che l’uomo obblighi la ragazza a chiamarlo “papà” che fa pensare che ci sia una significativa differenza d’età tra i due.

Nel romanzo affiora più volte lo spettro della pedofilia, ma è solo una interpretazione, pure lecita, ma che non viene riconosciuta né sconfessata, a differenza di quanto ad esempio avveniva in “Lolita” di Nabokov dove la componente erotico-ossessiva non era slegata da un attaccamento emotivo con la ragazzina.

La ragazza è una persona debole, timida e fortemente titubante, elementi caratteriali che in quelle condizioni compromettono ulteriormente il livello di consapevolezza e di presa di decisioni: “Prima di rispondergli, per non fare errori, lei formula le frasi a mente. Al momento di lanciarsi per pronunciarla, però, s’impappina. Deve ricominciare da capo. […] Lei non sa più cosa voleva dire, si confonde, la frase diventa sempre più incomprensibile” (p. 47). La ragazza è sola, non comprende ciò che l’uomo le propone e l’assoggetta a fare e sembra addirittura aver paura delle sue reazioni per cui finisce per accontentarlo nei suoi desideri ai quali la ragazza si sottopone meccanicamente senza trarne piacere.

Il tema della differenza d’età è reso esplicito poi alcune pagine dopo, circa a metà dell’opera quando il “dolce aguzzino” la rimprovera duramente trattandola come una bambinetta (cosa che in realtà è): “Quanti anni hai? Non sai che il latte inacidisce? Cos’hai nella zucca? Non sai queste cose? Le sanno tutti” (p. 61). Forse la ragazza queste cose non le sa semplicemente perché è ancora una bambina e non ha la stessa esperienza del mondo che ha lui e soprattutto perché simili comportamenti sessuali sono o dovrebbero essere estranei dalle esigenze di un bambino. Poche pagine più avanti lui osserva sdegnato “Mi sembri proprio una bambina” (p. 70); “Piange. […] Le dice di  non gridare. […] Le dice che è ridicola. Che con quei grossi singhiozzi sembra proprio una bambina” (p. 92).

La storia erotica della coppia viene inserita all’interno di alcuni episodi della storia ufficiale che non concernono la Francia, il paese d’origine dell’autrice, ma la Spagna. Si parla della morte del dittatore Franco, che sappiamo essere avvenuta nel 1975 e dunque del suo funerale, della fine della dittatura e del traghettamento verso la Spagna democratica. Ancora una volta la ragazza non sa chi sia Franco (forse non sa nemmeno cosa sia la Spagna) e lui, il professorino, risponde seccato e maleducato all’atteggiamento d’incomprensione della ragazza nei confronti di ciò che accade in quei momenti nel mondo (in Spagna, in particolare): “Lei non sa chi sia” (p. 64).

Dopo quest’ampia analisi il lettore non deve però pensare che l’uomo sia un seduttore, né un tombeur de famme che ricerca ossessivamente il piacere carnale con la donna, in quanto come abbiamo detto, è probabile che nella sua “settimana di vacanza” si sia intrattenuto con una ragazzina e dunque sia un pedofilo e, addirittura, è poco convinto della sua sessualità quando veniamo a sapere che nel passato ha tentato anche un rapporto con un uomo: “Le racconta che un giorno è stato sul punto di fare un’esperienza omosessuale. Che alla fine l’esperienza non ha avuto luogo e lui se ne rammarica” (p. 65). Ci troviamo di fronte, dunque, una personalità camaleontica e poliedrica dal punto di vista delle preferenze sessuali, che giunge a diventare pericolosa e dalla quale prendere le distanze. Ovviamente questo viene fatto sulla base di una interpretazione personale che si dà della storia/degli eventi/dei personaggi, poiché la Angot è sempre attenta a non far trapelare di più di quello che potrebbe dire per veicolare al lettore la giusta interpretazione, cioè quella che lei intende inviare. Va ricordato a questo punto che la scrittrice ha spesso impiegato il sesso e la devianza nelle sue narrazioni quali metafora di sistemi di potere e di superiorità portati alle estreme conseguenze (il romanzo “L’incesto” del quale in Italia si è parlato poco e male, figura tra i libri “fuori catalogo” e dunque non ordinabili e questo non sarà un caso). Poiché quando si parla di sessualità e lo si fa in una maniera contorta, che coinvolge ma allo stesso tempo nausea, allora la condanna parte con una semplicità indicibile. “L’incesto” era tanto più fastidioso perché ispirato a dei motivi biografici dell’autrice, in particolare alla relazione incestuosa vissuta in età giovanile con il padre.

Quanto all’utilizzo della storia pubblica non ho compreso completamente perché la Angot inserisca la storia nella seconda metà degli anni ’70 alla vigilia della morte di Francisco Franco. Forse la dittatura, quale espressione di violenza, autorità e azzeramento delle libertà, è specchio allargato del rapporto di violenza e dominazione che contraddistingue l’uomo e la donna e il fatto che la Angot parli di fine della dittatura e quindi di ripristino della democrazia (anche se il processo sarà lento) può forse significare che la ragazza, dopo l’esperienza vissuta nella “settimana di vacanza”, si rifiuterà di accettare un’altra volta gli obblighi dell’uomo, manifestandosi donna totalmente libera di scegliere. Ma questo non accadrà come leggiamo poi nel finale del romanzo.

L’explicit è altrettanto ambiguo perché, non appena  la “settimana di vacanza” si conclude, i due si separano e l’uomo che sa che non potrà contare nei giorni successivi sulla sua sex-machine, è infastidito e turbato e mostra un atteggiamento sfuggente, inspiegabile e maleducato nei confronti della ragazza: “Le dice che è irritato, che lei è stata odiosa, che è assolutamente priva di tatto. Che dice cose al limite della maleducazione. […] Per il momento è irritato, in collera, preferisce stare solo anziché con una persona così priva di delicatezza che gli racconta di un sogno ingiurioso; che non può proprio sopportarla, non può vederla. Per un tempo indeterminato” (pp. 103-104). L’uomo è infuriato perché la ragazza ha osato prendere la parola, cosa che lui non ammette, e forse ha utilizzato un linguaggio colorito nel parlare in pubblico, linguaggio che lui stesso le ha insegnato e fatto sperimentare, ma che se viene usato in pubblico, per una persona “seria” e di rispetto come lui che è un professore, è inaccettabile.

L’orco è tale nella sua tana, ma una volta alla luce del giorno si veste di normalità e addirittura di pudicismo.

La ragazza che da bambina, e dunque vergine, esce da quella stanza dell’hotel donna, col caro prezzo scontato dell’abuso, avrà forse la vita rovinata. L’uomo, il “dolce aguzzino”, nella sua prossima vacanza, forse, rovinerà la vita a una nuova lolita e nessuno, ancora una volta, crescerà se non ci sarà un serio aiuto da parte della collettività nel far denunciare l’abuso subito alla ragazza o nel segnalare l’ossessione del sesso dell’uomo a un qualche specialista che possa tentare una forma di trattamento psicologica e sociale.

Però, è anche vero che la letteratura è una trasposizione della realtà, ma è anche un sogno, per cui forse la scrittrice ha fatto bene –anzi, benissimo- a non svelare le vere pieghe della storia perché in questo modo il lettore avrebbe demonizzato semplicisticamente l’uomo come “aguzzino” e la ragazza come “preda”; proprio per questo, per l’incertezza di fondo che aleggia volutamente sulla storia che comunque sa di strano e di perverso, ho nominato l’uomo un “dolce aguzzino”, c’è chiaramente del detto e del non detto.

Come ho avuto modo di osservare in un precedente articolo, la letteratura può essere immagine della realtà, ma non sarà mai la realtà e proprio per questo motivo nel romanzo possiamo benissimo fare a meno di un sistema correttivo della psicologia malata o di sostegno per la ragazza, perché in fondo sono creature letterarie e il compito del romanzo non è certo quello di trasmettere una critica al machismo, ingrediente della cultura patriarcale della Spagna a cui si fa riferimento.

I Nostri sono creature letterarie, sembianze di finzione e come tali l’autore deve percepirle, adottarle e analizzarle, esimendosi di condannare le lubriche azioni dell’uomo e la freddezza della Angot nel narrare una materia complicata e che ancora oggi, a trent’otto anni dal tempo della storia di questo plot, può dar fastidio o addirittura far ribrezzo.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

Jesi, 31 Luglio 2013

 

 

Una settimana di vancanza

Di Christine Angot

Guanda, 2013

Pagine: 105

ISBN: 9788823504127

Costo: 13 €

 

 

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[1] Christine Angot, Una settimana di vacanza, Parma, Guanda, 2013.

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