Intervista a Franco Pastore. A cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Franco Pastore
A cura di Lorenzo Spurio 
 
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LS: Quando cominciò a scrivere i primi versi? La sua prima produzione era influenzata da poeti e scrittori che ha letto durante l’adolescenza? Quali?

FP: Cominciai a scrivere versi alle scuole medie, ma erano più satire che poesie. Ne ricordo, infatti, una sul mio paese, che evidenziava l’assenza di strutture e la scarsa igiene delle salumerie. Dopo una pausa piuttosto lunga, iniziai a scrivere versi al liceo, ispirato dai classici greci e latini. Ricordo che  polarizzarono la mia attenzione le traduzioni delle brevi poesie di Saffo ed Alcmane: «εδουσιδʼρέωνκορυφαίτεκαὶφάραγγες dormono le cime dei mon-ti, le vette e le valli…»; per non parlare di Pindaro: « luomo è lombra di un sogno ». La poesia latina invece faceva riflettere, ma comunque impazzivo, dell’Eneide, per i magnifici versi sulle nozze di Didone ed Enea. E che dire dei canti di Catullo, dove esterna il suo amore per Lesbia: «Dà mi bàsia mìlle, dèinde cèntum,… dammi mille baci, poi ancora cento…».  Fu  molto più tardi che fui attratto dalla poesia di Montale, dopo che avevo dedicato circa un quinquennio  al Leopardi. Verso i ventisei anni, mi dedicai alla letteratura russa, che abbandonai poco dopo il servizio militare, il mio preferito era Puskin. A trent’anni iniziai ad avvertire il fascino della poesia dialettale, soprattutto per i versi in romanesco ed in napoletano: Trilussa, Guglielmo Somma ed Antonio De Curtis. Oggi mi piace molto anche il dialetto siciliano, tanto che molti amici mi inviano le loro composizioni.

 

LS: Oggigiorno sono in molti a definirsi “poeta” per il semplice motivo di scrivere in versi o di spezzare frasi con gli “a capo”. Qual è un suo giudizio qualitativo sulla grande produzione poetica che si è sviluppata negli ultimi anni e quale tendenze/espressioni preferisce di più?

FP: Tutti oggi scrivono poesia, un po’ è una moda, ma forse è un escamotage per non essere annullati come persone umane. Il valore poetico? è rapportato alla superficialità della cultura e ad un “lavoro scolastico” sempre più povero di contenuti. Ma non mancano intuizioni liriche notevoli, magari espresse con mezzi espressivi inadeguati, ma pur sempre notevoli. Là dove è presente la cultura, anche la poesia si tracima in atmosfere ricche di toni e di pispigli. Tuttavia, non ho molta simpatia per i fraseggi e  gli assembramenti di fonemi ritmati e non, che chiamano in modi diversi, ma sono sciocchezze assurde alcuni, altri pura follia.

 

LS:  Uno degli esponenti di spicco della celebre “generazione del ‘27” assieme a Rafael Alberti, Luis Cernuda e Federico García Lorca, fu Pedro Salinas (1891-1951), importante anche per il suo impegno sociale. Salinas viene ricordato come uno dei maggiori “poetas amorosos” grazie a una serie di sillogi di importante levatura quale La voz a te debida (1933), Razón de amor (1936) e Largo lamento (1938). Le propongo la lettura di “Per vivere non voglio” (“Para vivir no quiero”) tratta dalla silloge La voz a te  debida:

Per vivere non voglio

isole, palazzi, torri.
Che grandissima allegria:
vivere nei pronomi!
Ora togliti i vestiti,
i connotati, i ritratti;
io non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio pura, libera,
irriducibile: tu.
So che quando ti chiamerò
in mezzo a tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è colui che ti chiama,
colui che ti vuole sua,
seppellirò i nomi,
le etichette, la storia.
Strapperò tutto ciò
che mi gettarono addosso
prima ancora che io nascessi.
Poi, tornando all’eterno
anonimo del nudo,
della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.

 

FP: Se fosse possibile liberarsi di ogni preconcetto, di ogni ipocrisia, se fosse possibile liberarsi di mode, aggettivazioni che allontanano e distinguono, che grande cosa sarebbe l’uomo, nel suo relazionarsi con l’altro, con se stesso e con il mondo! E’ un po’ il concetto del nosce te ipsum, quella conoscenza del sé, nudata di ogni struttura fuorviante, di quello che è stato imposto da subculture e dottrine finalizzate, o da ignoranze ataviche, inculcate per tradizione, un γίγνωσκε σαυτὸν, alla maniera degli esoterici. Ecco come i poeti sognano e proiettano sull’anima i propri sogni.

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di poeti contemporanei viventi, per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Rami di mirto”[1] di Antonio Spagnuolo[2] 

 

Nel triste regno dei fantasmi il tuo fantasma

è straniero, quale fantasia che cambia colori,

sorpreso a beffare la vecchiaia,

che intorpidita sospende i miei segreti.

Qualche rimorso mi sollecita ancora:

ripiombare nel tempo abbandonato…

Come il nero che in verticale

a fatica ingombra il precipizio,

che per caso è ferita di una verità,

Basta il bagliore di un rapido tramonto,

il riflesso che abbandona lì orizzonte

per ricostruire il lamento delle manchevolezze.

Ormai poche parole inutilmente

percorrono il vermiglio sgranato,

per il sangue che ricuce i frammenti

io ho soltanto del mirto.

 

FP: E’ la liricità che preferisco: infatti, scaturisce dall’animo, come acqua pura di sorgente e ti entra dentro recando una malinconia soffusa, che lentamente si apre, come un fiore sotto il sole di maggio ed espande il profumo tipico del canto, che, dal tramonto rapido, esonda nel rimpianto e nel vivere di … poesia. Alla fine, solo il rimorso per qualcosa che non hai fatto, o che non dovevi fare, ti costringe al ricordo, ma non più di tanto, tutto scompare con il tramonto e le ombre divengono una lunga notte, ricca di silenzio essenziale.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia della poetessa Elisabetta Bagli[3] intitolata “Tortura”[4], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

Nuda, umiliata,

martoriata,
supina sull’asfalto
del mio tunnel,
aspetto.
La sua oscurità mi avvolge,
voglio liberare
la mia esistenza
con pneumatici pietosi
oscillanti sul mio corpo,
macellare la mia carne,
polverizzare le mie ossa.
Speranza incompiuta.
Sei arrivato tu.
Suadente voce
non mi hai permesso
di andare.
Mi hai preso per mano,
portandomi dentro te
nel tunnel buio
della tua anima
costellata di stelle velate
che vuoi scoprire con me.
Pizzichi la mia fantasia
come le corde di quel violino
che non vibrano senza te.
I tuoi ritmi sono dolci e irruenti
come le tue parole,
leggeri aliti di vento sul mio collo,
come il tuo vegliare su di me
mentre annusi la mia essenza.
Mia lenta,
inesorabile tortura.

 

FP: E’ sempre l’amore che vince sul buio della più nera malinconia. Chi ti ama ha il potere di tracimarti oltre ogni incomprensione di te ed oltre quell’abbandono che si fa muro tra noi ed il mondo. Ma non un amore semplice, fatto di profumi e di musica, come quello di una margherita sui fili verdi del prato, bensì un sentimento più forte, generoso ed intimo, dolce ed irruente, che parla con la musica delle parole e l’armonia del respiro, un amore che diviene eco, nel silenzio notte. Un amore fisico ed intellettuale, che ti entra dentro e, concretizzando i sogni, si impone “ come tortura inesorabile” alla mente, togliendo pace all’anima.

 

LS: Quali sono secondo lei le condizioni migliori per dedicarsi alla scrittura di una poesia? C’è un momento della giornata che predilige per “confessarsi” e trasmettere agli altri le sue considerazioni, pensieri o paure?

FP: Non vi è un momento particolare, né penso che la poesia sia una confessione. Ogni momento è fertile per esternare quell’idea che nasce improvvisa e che nemmeno tu sai dove vuole andare a parare. Spesso, può accaderti anche nel dormiveglia della notte, ma sei troppo pigro per alzarti e ti riprometti di realizzarla più tardi, quando si accenderanno le luci del mattino, ma non ricordi più nulla e stai male tutto il giorno. Che strana condizione quella che ti porta a scrivere versi, anche nei momenti di malat-tia, o dopo gravi accadimenti, a volte anche funesti! Basta un lampo nel diverticolo della memoria ed ecco che  una vecchia sensazione, un ricordo si fa presente.

Un presente misterioso, che emerge dalle ombre del mistero, dopo che tutti i frastagli del contorno reale si sono mitigati; un ricordo nudo che ti parla dentro e, con l’animo, muove la mano, mentre la poesia si concretizza. Successivamente interviene il cervel-lo, che va a verificare la musica delle parole e l’efficacia della trasmissione.

  

LS: C’è una sua silloge poetica alla quale si sente più legato? Se sì, quale è e perché ne è particolarmente legato?

FP: Non posso rispondere a questa domanda, perché una sorta di maledizione mi fa amare in modo irrazionale, sempre l’ultima silloge che vado a realizzare, togliendomi persino il ricordo delle precedenti e l’ultima è quella che s’intitola OLTRE LE STELLE e verrà pubblicata nel 2014. E’ dedicata al paese dell’amore S. Valentino Torio, in provincia di Salerno, dove sono nato 69 anni fa. Questa è la dedica: Ricordi Incessanti, / come  pispiglianti aneliti,/ l’animo catturano /ed il cuore. / Rarefatte dal tempo, / emozioni riemerse / rinnovano la mia storia. / Come ombre di memoria / sovviene l’infanzia / con l’umido delle strade / di basalto e, più in alto, / i balconi di rose, / dove m’attendeva / mamma mia … / Era l’amor di casa / e della terra mia, / che contornava / tutto di poesia. / Torna il passato / nel canto del silenzio, / ma i morti / non hanno più voce!

  

LS: Secondo lei per poter carpire al meglio il messaggio e la musicalità della poesia straniera è bene leggerla in lingua originale laddove si comprenda la lingua oppure è sempre opportuno ricorrere alla traduzione in italiano. Perché?

FP: Certamente, se si conosce la lingua, è opportuno leggere la poesia nella lingua in cui è stata composta. In caso contrario, ci si dovrà accontentare della traduzione, che non potrà mai offrire tutte quelle emozioni e sfumature, a volte così evanescenti, che sicuramente coglieremmo nella lingua di scrittura, ma spesso, la nostra limitatezza non ci permette un connubio più proficuo con l’opera.

  

LS: Il poeta galiziano Mario Villar (1965) in una sua poesia riflette sulla condizione del poeta e osserva:

Il poeta è un fingitore

ma lo fa di nascosto

quando si tratta d’Amore

per rimanere come una tortora

nell’attimo del distacco.[5]

 

Che cosa ne pensa di questa interpretazione del poeta e in che modo, invece, intende lei la figura del poeta nella nostra contemporaneità?

FP: Il poeta, oggi come ieri, è colui che vede al di là di ogni impostura, guidato si, quale esteta, a cogliere il bello, ma nel suo contorno di giustizia e di vero universale. Per questo, “fare poesia” non si può racchiudere in un assioma, né in un schema razionale; fare poesia è della persona umana, che si interessa dell’uomo, perché vive tra gli uomini in modo fertile (homo sum et nihil humani a me alienum puto), guidato da una sensibilità che lo porta a guardare gli eventi, super partes, facendo sentire la propria voce, chiara come l’acqua di una fonte, penetrante come il pianto di un bambino, forte, più di quella del demonio che è in ogni uomo della terra.

 

LS: Cosa si sente di dire ai giovani poeti che seriamente si impegnano nella letteratura cercando di trovare attenzione da parte di un pubblico sempre maggiore, rischiando il più delle volte di non trovare voce e rimanere un’ esperienza di nicchia?

FP: Bisognerebbe dire ai giovani che la poesia è una cosa seria. Non è una moda, né una sorta di scrittura a rigo stretto. Bisognerebbe pure dire che la scuola, oggi, è solo una occasione di impegno, ma che spetta ad essi formarsi, attraverso una volontà personale ed un duro lavoro di tavolino. Oggi, scrivono milioni di giovani e meno giovani, per un pubblico già refrattario alla lettura; quando poi si offrono stoltezze e masturbazioni di pensiero, allora viene a scadere ancora di più l’interesse per la poesia, tanto che oggi se ne è smarrito il senso. Allora, come si fa ad offrire agli altri i nostri “versi”, quando noi medesimi ignoriamo i grandi della poesia: i lirici greci, le tragedie di Euripide, Dante, Foscolo, Leopardi, Carducci ed ancora Jaques Prévert, Montale, Gatto e così via? Alla fine, penso che quando il messaggio della nostra anima è valido, prima o poi verrà comunque recepito da chi ama leggere poesia.

 

 Salerno, 3 gennaio 2014                                                                               

 

[1] Antonio Spagnuolo, Misure del timore – Antologia poetica 1985-2010, Napoli, Kairós, 2011, p. 170.

[2] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[3] Elisabetta Bagliè nata a Roma nel 1970. Vive a Madrid dal 2002. Ha pubblicato le raccolte poetiche Voce (ilmiolibro, 2011) e Dietro lo sguardo (ArteMuse Editrice, 2013). Si è occupata, inoltre, di narrativa per l’infanzia e ha pubblicato Mina, la fatina del Lago di Cristallo (Edizioni Il Villaggio Ribelle, 2013). Molte sue poesie sono, inoltre, presenti in varie opere antologiche.

[4] Elisabetta Bagli, Dietro lo sguardo, Gruppo Editoriale D & M, 2013, p. 106.

[5] cit. in traduzione italiana in Hebenon, Rivista internazionale di letteratura, anno XIX, quarta serie nn. 3-4, speciale Aprile-Novembre 2009, p. 45. In lingua originale in Miro Villar, 42 décimas de febre, A Coruña, Toxosoutos, 1994, p. 27.

Lorenzo Spurio intervista l’iconoclasta Iuri Lombardi

INTERVISTA A IURI LOMBARDI

 

A cura di Lorenzo Spurio

 

Iuri Lombardi, poeta e scrittore fiorentino, è un personaggio eclettico e complesso che anima la cultura fiorentina e nazionale per mezzo di un gran numero di attività inerenti all’amore per la letteratura e non solo. Tra queste vanno enumerate numerose presentazioni di libri di esordienti e di artisti leggermente più affermati, presenze come giurato in concorsi letterari di poesia e narrativa e il suo incarico di Presidente dell’Associazione Culturale Poetikanten, un gruppo poetico-musicale che si dedica alla diffusione di poesia e canzoni impregnata sul tema della denuncia e dello sdegno sociale.

Ampia e variegata la produzione scritta di Iuri Lombardi tra numerose poesie (pubblicate su vari numeri della rivista Segreti di Pulcinella), romanzi, raccolte di racconti e saggi.

 

  

LS: La prima domanda è sempre la più difficile e intricata, ma serve anche per rompere un po’ il ghiaccio. Il quesito che ti pongo è quale valore ricopre oggigiorno la letteratura e quale, invece, funzione dovrebbe secondo te avere?

IL: Nel nostro presente storico purtroppo la letteratura, o meglio la letteratura di un certo tipo, che è quella che troviamo nei supermercati, in libreria, nei vari punti vendita; vale a dire la letteratura di produzione, ha un ruolo solo intrattenitivo nel senso più ampio del termine. Si tratta per la maggiore di operazioni commerciali per cui il libro, l’opera in sé, è solo un prodotto commerciabile, ma in esso non c’è uno spirito creativo vero; mancano a mio avviso di espressione, di sperimentazione, di studio: in poche parole di stile. Un autore, invece, che fa o dovrebbe fare letteratura necessita di avere una propria filosofia, una teoria del pensiero, aver sviluppato in linea ermeneutica un proprio senso di estetica. Senso critico, sperimentazione, studio, pensiero completamente assenti in un tipo di letteratura commerciale. Però in questo labirinto sconclusionato e assai approssimativo, per non dire scontato, vi sono autori che promuovono una letteratura autorevole, piena di significati, riconoscibile come stile, non anonima, lontana dai prototipi delle grandi produzioni. Questi autori fanno una vera operazione letteraria e danno, a mio avviso, un senso compiuto all’operare letterario. Vale a dire, in altre parole, cercano di aprire le coscienze, dare il significato al ruolo della letteratura che a livello europeo sta perdendo competitività e dignità.

La letteratura dovrebbe essere una denuncia continua, una messa in discussione sui valori che ci hanno tramandato. In poche parole: le lettere dovrebbero avere un ruolo di smantellamento, di decostruzione. Se un’opera non crea interrogazione, dubbi al lettore che senso ha? Se il lettore non ha le vertigini a leggere, non gli viene l’angoscia, non si scandalizza che senso ha la letteratura? Ecco, la letteratura deve generare dubbi e non certezze, non riposte. Lo scrittore, il poeta non è uno scienziato, un medico, un fisico; è per certi versi un operatore dell’occulto e deve denunciare: essere il portatore sano di dubbi, di ribellione. Insomma, l’opera letteraria, sia in prosa sia in versi, deve essere una summa di atti del non dicibile, del non confessabile e lo scrittore deve esserne l’apostolo. Il poeta quindi opera su di un piano empirico e non determinalistico come lo scienziato.    

  

Copia di DSC_0029LS: Stai per uscire con un nuovo progetto editoriale, un libricino dal titolo La Spogliazione che è un dramma in versi liberi. Puoi dirci come mai hai deciso di tentare la “via teatrale”?

IL: La via teatrale l’ho raggiunta per la smania di sperimentare sempre cose nuove per quanto concerne la scrittura. Sapermi misurare con forme diverse e simili è un tipo di operazione che mi interessa molto. Debbo, tuttavia, specificare che la scrittura teatrale da me proposta è però legata alla parola più che alla scena: è un’operetta, un dramma scritto da un poeta e non da un drammaturgo, e la cosa è pienamente diversa. Un’opera teatrale scritta da un addetto alle scene, da un commediografo, per intendersi, da un Becket di turno, è pensata per la scena, mentre io propongo una scrittura di stato, cioè non di scena, una sceneggiatura precostituita che sì può essere rappresentata, ma rende molto di più sul bianco e nero della pagina. D’altronde non è la prima volta che un poeta si cimenta a scrivere un dramma; in Italia lo fece Pasolini, poi Roversi, Silone, Testori, Luzi e tanti altri ma se uno legge quelle scritture si accorge che dietro vi è una logica di poesia e non drammaturgica. Mentre se uno legge Pirandello, De Filippo, Bene, si accorge che è un altro tipo di teatro: che è quello un teatro vero, non schematico, non imprigionato dalla parola. La stessa scelta di averlo scritto in versi piuttosto che in prosa è significativa ai fini dell’obbiettivo. Il mio fine è, infatti, quello di sperimentare la scrittura e lo faccio regolarmente con poesia, prosa, saggistica, adesso il teatro e poi come paroliere di testi per canzone che ho scritto in passato recente e che ogni tanto compongo, vivendo un modo di assentarsi per x tempo dalla letteratura e dalla forma di una letteratura tradizionale per poi tornare da essa più consapevole di prima. Tradire un ideale di forma, di contenuto, di sperimentazione implica al ritorno una chiarezza e una maturità senza pari.

  

LS: La Spogliazione propone una sorta di riscrittura iconoclasta delle vicende di San Giovanni Battista. La sua figura, riscritta e clamorosamente parodiata, risulta alla fine praticamente distorta. Perché per lo sviluppo del tuo libro hai deciso di partire proprio da un personaggio religioso?

Sei consapevole del fatto che questo potrebbe portarti delle accuse o aprire a delle polemiche?

IL: Partiamo dal presupposto che tutta la mia opera è per la maggiore iconoclasta. Credo che una certa iconoclastia, e per certi versi una certa blasfemia sia tipica del post-moderno e di ciò che è annesso a questo come essenza storica. Sulla scelta di San Giovanni Battista è perché da sempre sono affascinato da questa figura, trovandola tremendamente evocativa e suggestiva. Come sono attratto dalla figura di San Paolo, ad esempio.

Mentre per quanto concerne il discorso della parodia è dovuto ad un tentativo di decostruzione del mito, sia esso sacro o profano, per renderlo più umano, tangibile. Il decostruire, lo smantellare serve proprio a questo: rendere una figura in carne e d’ossa, renderla simile a te, al tuo prossimo. Consapevole di attirarmi addosso proteste, scandali, ecc. Ma credimi Lorenzo, il rischio ne vale la pena.

 

 LS: Nella tua letteratura ricorre con una grande frequenza il tema della sessualità che viene descritto in maniera diretta, senza particolare formalismi, e con il quale spesso vai ad indagare quelli che potremmo definire dei casi-limite, delle espressioni di sessualità che possono essere viste dalla gente come forme di non-conformismo o addirittura di frivola perversione. Quanto pensi sia importante affrescare la componente sessuale dei protagonisti dei quali narri?

IL: Il sesso non è da considerarsi l’atto in sé (banale tra l’altro), ma deve essere considerato parte del linguaggio. La realtà alla fine non esiste è solo una somma di rappresentazioni e di interpretazioni. La vita di un uomo, di noi tutti è irrimediabilmente compromessa dal linguaggio e da tutte le sue componenti: è da lì che nasce l’incomprensione umana, il dolore ontologico.

Il sesso poi è fondamentale, perché è l’atto – ma direi la somma algebrica del linguaggio- in cui si aggiungano pezzi di significanti e non di significati. Nel sesso si comunica non portando a termine il discorso: ecco perché mi interessa particolarmente. In esso, essendo apologia del linguaggio, vi è tutta l’espressione umana del reale, dello stato di cose; a partire dalla ripetizione dell’amplesso che ci ricorda di come la vita essendo somma di presenti, di interpretazioni e la realtà percezione quindi teatralità del nulla, del vuoto, avviene il miracolo dell’esistenza.

I miei personaggi, che sono gli eroi di tutti i giorni, l’uomo non considerato, non possono essere estraniati da questa forma o pezzo di vita; solo così diventano reali.

  

LS: Recentemente hai lavorato ad un saggio che si compone di una tua lucida analisi sullo stato attuale della letteratura (soprattutto italiana) e di una seconda parte dove dai spazio ad alcuni autori (poeti, scrittori, critici) contemporanei tuoi amici ponendo loro domande inerenti al loro percorso letterario. Come mai l’esigenza di scrivere un saggio sulla letteratura, per te che comunemente non ti consideri un critico letterario?

IL: In primo luogo, per smania di sperimentare cose nuove. In secondo luogo, perché sentivo l’esigenza di mettere per iscritto una teoria nuova per una nuova letteratura. Credo alla fine che la letteratura vera, quella sperimentale, non commerciabile, non vendibile, in gran parte sommersa vada saputa, conosciuta, affrontata senza sé e senza ma. In Italia, ecco poi la decisione di svolgere la seconda parte del saggio a colleghi e amici che hanno a che fare con le lettere e simili, purtroppo questo sommerso fa da padrone. Noi autori del post-moderno dobbiamo occuparci del sommerso, altrimenti ci si allinea al sistema si vende molto, ci si fa la villa al mare, in montagna e chi si è visto si è visto. Io non la penso così: credo invece in una nuova letteratura di denuncia, di messa in scena sulla carta di una nuova mitologia. Di una letteratura che parla dei nostri simili e non di principi dagli occhi azzurri e principesse sul pisello. Ecco la decisione che mi ha portato a scrivere questo saggio.

  

LS: Oltre al mondo del sesso con tutte le sue implicazioni, nella tua scrittura si fa spesso ricorso a un linguaggio di carattere religioso con frequenti utilizzo di parole quale ‘eresia’, ‘condanna’, ‘miracolo’, ‘risorgere’, etc. Non è un caso che un tuo recente racconto porti il titolo di Iuri dei Miracoli (Photocity Edizioni, 2012). Come mai l’utilizzo di una semantica legata al cattolicesimo quando invece il messaggio che mandi non ha nulla a che vedere con la liturgia e il credo?

IL: Ma perché, come sosteneva Benedetto Croce, non possiamo definirci non cristiani. In un paese come l’Italia anche un ateo è cristiano. Per quanto riguarda me, io sento la necessità di confrontarmi quotidianamente con il mito, sia esso religioso o laico. C’entra in tutto questo sempre un discorso legato alla decostruzione, ad un rinnovamento dei nostri valori, del nostro vivere.

Tu mi hai citato Iuri dei Miracoli, ma io direi anche La Camicia di Sardanapalo, uscito lo scorso autunno e che è un manifesto della decostruzione per eccesso. Si tratta di una raccolta di racconti affollata di poveri cristi che debbono, per una questione di sopravvivenza, misurarsi tutti i giorni con un’idea sacra di esistenza.

Infine, credo che non si possa estraniarci dalla religione, dal credo. Essa è parte integrante di una cultura, del nostro linguaggio.

  

Copertina La camicia di SardanapaloLS: Uno dei generi ai quali ricorri con maggior frequenza è il racconto breve che, come sappiamo, in Italia non ha mai goduto di grande fama a differenza dei paesi anglo-sassoni. Che cosa ha secondo te il racconto di peculiare e di importante che lo rende un genere affine, ma al contempo distante e indipendente dal romanzo?

IL: Il racconto è il genere letterario che prediligo in quanto lo trovo perfetto in sé: sintesi, linguaggio, stilismo nel racconto c’è tutto. E poi il racconto lo si può leggere ovunque, senza rubare tanto tempo al quotidiano.

In secondo luogo, quello che mi affascina di questo genere è il fatto che in Europa esso sia rimasto ai margini rispetto al romanzo: e per me tutto ciò che è emarginazione piace. Mettiamola così: è un modo per dare dignità ad una forma non considerata.

In Italia poi abbiamo avuti grandi maestri del racconto da Sciascia a Buzzati, da Calvino a Comisso, sino a Testori, Bianciardi, Pavese. É una questione di pensare la letteratura in un certo modo, di viverla in una certa maniera.

 

 LS: Una delle prerogative dell’artista post-moderno (sia esso scrittore, pittore o cantante) è la consapevolezza della necessità di uscire dal proprio individualismo –tendenza che ha dominato per troppo tempo nella letteratura- per costruire invece progetti collaborativi, di coesione e di interdipendenza anche tra le varie arti. Secondo te l’artista che si rinchiude nella sua torre d’avorio, scrivendo i suoi testi per inviarli ai concorsi e parteciparvi quando viene premiato, rifiutando invece di collaborare a riviste, collettivi, gruppi, presentazioni condivise, forum o quant’altro, è un modo accettabile di “far letteratura” o non ha senso? Perché?

IL: Oggi non esiste più la voce dell’artista. Esistono voci. Oggi l’artista, sia esso cantante, scrittore, poeta, vive in relazione ai laboratori, ad un collettivo di colleghi: compie un gioco di squadra. Ecco perché fondai i PoetiKanten un anno fa, l’associazione che ho a Firenze e della quale sono presidente. Proprio per questo. Oggi un artista deve essere interventista, in senso pacifico del termine, deve sapersi confrontare con la realtà, non vivere in una torre d’avorio, prendere confidenza con il suo presente, il suo tempo, ma soprattutto parlare con il tangibile, il concreto.

  

LS: Da bibliofilo e amante della letteratura, potresti dirci quali sono i tuoi autori preferiti e che cosa apprezzi di ciascuno di essi?

IL: Ho risposto molteplici volte a questa domanda. In primis, Ferdinn Cèline, poi Joyce, i veri capisaldi della letteratura occidentale, poi di seguito moltissimo gli ispano-americani, certi spagnoli, moltissimo la letteratura femminile francese del novecento.

  

LS: Quali sono i prossimi progetti che ti vedranno impegnato?

IL: Vorrei tornare al romanzo. Ne sento proprio l’esigenza. Ho un nuovo soggetto in testa da sviluppare, ma ci vorrà qualche tempo. Poi ovviamente continuare con la poesia, genere che amo e che vivo come esigenza per sopravvivere. E poi dedicarmi alla mia associazione, cercando di portare la cultura tra la gente, nei luoghi desueti, abbattere certe barriere. Ma la battaglia è lunga e la sfida è assai ardua. Ce la faranno i nostri eroi?

 

 

02-02-2014

Intervista a Salvuccio Barravecchia, a cura di Lorenzo Spurio

 INTERVISTA A SALVUCCIO BARRAVECCHIA

AUTORE DE “LA DIVINA IRONIA”

  

9788862720168LS: Il tuo libro “La divina ironia” è stato descritto in vari modi: come una pungente critica della società, come una parodia, come una riscrittura della storia della creazione, come una summa di insegnamenti forniti per mezzo della tecnica del paradosso. Quale era la tua intenzione principale che ti eri prefissato con questa pubblicazione? Stupire, criticare o far ragionare gli altri?

SB: Sicuramente far ragionare gli altri ma anche stupire. Il mio libro “La Divina Ironia”, quando uscì ebbe molte critiche per niente costruttive: alcuni insistevano nel dire che non si capiva niente, senza nemmeno averlo letto o per invidia; altri invece, affermavano che era un’accozzaglia di versi messi su carta bianca. Addirittura ci furono personaggi di bassa calibratura culturale, che cominciarono a puntarmi il dito dicendomi che ero un satanista, un blasfemo, uno che odiava la razza umana e addirittura un pazzo scatenato fuori dagli schemi.

Queste affermazioni però oltre a farmi sorridere mi spinsero a presentare il mio libro in modo alternativo e su questo mi aiutò molto la struttura del mio testo di per se molto teatrale.

Nella prima presentazione che feci utilizzai molto i disegni e le melodie.

Infatti nei miei versi accompagnati dalla chitarra, ho cercato di evidenziare l’amore per la natura e i suoi messaggi divini, l’amore per la poesia, per l’Arte ma in particolare ho cercato un modo per scrollarsi di dosso la serietà con cui l’uomo si confronta con le religioni.

Io non sono mai stato legato a nessuna religione, ma questo non vuol dire che le disprezzi.

Credo nel Dio per il semplice fatto che la poesia è un qualcosa di molto misterioso e chiunque l’abbia inventata e donata, nutre un amore immenso per l’Arte. Questo è e resta un qualcosa di molto evidente.

Il sorriso è di per se Arte; esso vive dentro di noi per liberare l’animo dalle catene delle invidie.

Il mondo di oggi ha smesso di ridere, si pensa solo a far soldi a palate, ad andare in chiesa a pregare per se e mai per coloro che muoiono di fame. Si pensa solo a trucidare le donne perché magari hanno un animo libero rispetto alla chiusura mentale di coloro che li circonda.

Al contrario di quello che si può pensare nella Divina ironia ho  inventato un viaggio molto creativo e costruttivo (il tempo poi mi ha dato ragione) in due mondi paralleli , paradiso e inferno, dove si vanno a ricercare i punti che li possono accomunare e quelli che li differenziano e l’ho fatto utilizzando un linguaggio leggero, pungente, rispettoso, pieno di colori e profumi e avvalendomi di un ampio uso dell’ironia e del paradosso.

In questo viaggio ho tralasciato volutamente  il purgatorio perché a mio parere meta obbligatoria per soli avvocati.

Ecco io a questo punto volevo evidenziare alcuni passaggi del mio libro e lo faccio trascrivendo la metafora dello Spensierato Samaritano:

 

Lo spensierato samaritano

 

Giuseppuzzo amava Mariuzza da sempre. Ma, dopo il loro matrimonio, imparò ad amarla ancora di

più. La stessa cosa valeva per Mariuzza, che attendeva ansiosa il susseguirsi dei giorni, nella

speranza dell’arrivo di un bambino.

Passarono giorni, anni, mesi ma del pargolo… nessuna notizia.

Il gran Dio notò che Giuseppuzzo e Mariuzza geneticamente non erano tanto compatibili, e ciò

divenne un problema, dal momento che aveva deciso di far arrivare come salvezza,

il suo di figlio, e direttamente nelle braccia di Mariuzza.

Ma il grande Dio pur continuando a sperare nella loro riproduzione, appropinquando del visto,

 chiamò lo Spirito Santerello dicendogli:

“Vai Spirito Santerello!!! Per far nascere il mio figlio messaggero e messia occorre una manovra.

Giuseppuzzo purtroppo, nonostante sia una persona stupenda, dobbiamo metterlo per un attimo da

parte, perché non potrà raggiungere mai la mia astratta genetica. Adesso vai ed annuncia a chi di

dovere, le mie ultime intenzioni…!!!”

E lo Spirito Santerello partì verso la casa della famiglia SANTI, a riversare il volere del Dio.

Il giorno dopo l’inondazione di purezza ormonica, Mariuzza andò contenta nella falegnameria di

Giuseppuzzu per dargli la notizia. Giuseppuzzu quando la vide arrivare l’abbracciò dicendole:

“Ma come sei contenta amore… vedendoti così divento ancor più felice…”.

Mariuzza: “Giuseppuzzu, aspetto un bambino per volere divino…”.

Giuseppuzzu: “Ma mi rendi una pasqua… finalmente diventerò padre !”

Mariuzza lentamente e molto intimidita rispose:

“Diciamo una specie di padre adottivo… perché la genetica

appartiene tutta al Padre Eterno, prestata o donata prudentemente allo Spirito Santerello… per poi

 lasciarmela… crescere dentro…”.

Giuseppuzzu: “E l’illibatezza?”

Mariuzza: “Quella è rimasta intatta…!”

A tal punto, a Giuseppuzzu confuso restò per sempre questo dubbio: “Ma lo Spirito Santerello,

visto questo passaggio… È MASCHIO O FEMMINA?

Il loro stato mentale era sugli stenti di qualsiasi opinione.

Ma entrambi dandosi la mano e guardando su in cielo, videro gli astri scambiarsi il loro unico scopo

per poi lasciare spazio a questo schermato rumore:

ACIDI GONFI

È caduto un soffio

che parlava con scansione

derubava alcuni istinti

osservati dal chi sei.

La parola chiede spazio

con la forza della rabbia

distorce il gusto di una fetta

assaggiata prima di noi

Siamo soli

siamo gonfi

siamo sciolti

come acidi in vita.

Siamo umani non capiti

di fronte a quel sublime

dove scivola stanco

il vero nome della libertà

Siamo goffi

siamo sobri

Siamo opposti di entità.

Ecco ci tengo a sottolineare che in questo sinceramente non trovo niente di offensivo; senza riuscire a scherzare con il Divino arricchisce il rapporto con le proprie divinità.                                                 Anche se il mondo oggi è diventato un recipiente di tristezza e di paure.

 

LS: Nel libro non sono infrequenti dei passi in cui abbandoni la prosa per scrivere, invece, in versi. Secondo te il messaggio che un poeta manda con una poesia può essere mandato anche con un pezzo in prosa oppure, per qualche motivo, non si riuscirebbe mai a sortire lo stesso effetto nell’interlocutore?

 SB: Io ho cercato di utilizzarle entrambe, il mio è un chiaro esperimento artistico.

La parte raccontata del mio libro cerca sempre di ironizzare su diversi aspetti: un esempio i sette peccati capitali. Infatti come ben sappiamo questi peccati ti conducono all’inferno.

Infatti nel mio libro l’Ira viene attribuita al nostro Dio, il quale durante il diluvio universale fattosi prendere appunto dall’Ira, cancellò la razza umana da lui creata… quindi è stato un monellaccio divino, senza offesa.

L’uomo è soggetto all’Ira e se siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio significa che qualche vizietto ce l’ha trasmesso.

Poi vorrei anche che qualcuno mi spiegasse come da due uomini, Caino e Abele, si sia popolato il pianeta.

Comunque ritornando al discorso con l’utilizzo dei versi ho dato ampio spazio alla mia fantasia mentre con la prosa ho creato la culla dove poggiarli.

La poesia nasce vera e complice senza bisogno di ritocchi, al contrario della parte raccontata che ha bisogno della sua sonorità per crescere che ho fatto tramite un’approfondita ricerca Artistica.

Io ritengo con questa pubblicazione di aver creato un nuovo genere, originale e innovativo, utilizzando un metodo di scrittura completamente inventato da me.

 

LS: Quanto è importante per te la poesia? Quali sono i progetti culturali che ti vedono attualmente impegnato per la promozione della poesia o della cultura in generale?

 1208798_360539797409678_1342153338_nSB: La poesia muove il mio animo, riesco a sentire il suo battito del cuore, spesso mi sorride e spesso mi abbraccia.

Grazie all’amore che nutro per la mia poesia ho partecipato e dato il via a presentazioni di pitture, di autori. Ho avuto importanti riconoscimenti, come il premio di poesia Alda Merini realizzato con l’adesione del capo dello stato, organizzato dall’Accademia dei Bronzi di Catanzaro e inserito nella medesima antologia “Mille voci per Alda” edita dalla prestigiosa casa editrice Ursini ed. 

Inoltre altre mie poesie sono state inserite nell’antologia “Amici in poesia”, pubblicato dall’università Ponti con la Società.

Ho scritto quarte di copertine per altri autori e per il futuro ho messo in cantiere, insieme ad un amico scrittore di nome Luigi, un bel teatro poetico; quest’ultimo per promuovere e divulgare la Poesia e l’Arte di diversi autori siciliani.

Certo le idee non mancano, ma voglio perfezionarle al massimo in questo nuovo progetto divulgativo, logicamente con la collaborazione di questo mio amico e di tanti appassionati di Arte.

Per uscire da questa morsa che attanaglia la cultura di oggi, bisogna spronare tutti gli artisti a partecipare e ad inventare eventi sempre più innovativi e fantasiosi.

Farsi conoscere direttamente dal pubblico è la cosa migliore, anche perché se tutto va bene si può creare una catena divulgativa senza precedenti.

 

LS: Che cosa ne pensi dei premi letterari e delle scuole di scrittura creativa? Sono dei validi strumenti per l’esordiente oppure sono delle macchinazioni che hanno prevalentemente un fine commerciale?

 SB: Esistono due tipi di concorsi: quelli che riescono a valorizzarti veramente e non c’è soddisfazione più grande, e quelli fatti per gli amici dei compari dei parenti… bisogna solo saper scegliere.

Per quanto riguarda la scuola di scrittura creativa, non penso assolutamente che sia utile.

La creatività nasce dentro ed è l’unica cosa astratta, in continua evoluzione. A mio parere insegnare un metodo di scrittura creativa ad un Artista- scrittore potrebbe bloccare la sua Arte personale e quindi avere dei risultati completamente opposti.

L’Artista è nato per inventare e non certo per seguire schemi prefissati. 

 

LS: Stai lavorando a una nuova pubblicazione? Se sì, puoi anticiparci qualcosa (titolo, genere, tematica)?

 SB: Si certo, sto lavorando ad una mia nuova produzione. Poco tempo fa ho tirato fuori dal cassetto un vecchio racconto che sto cercando di riadattare a copione teatrale; un mix di dialetto e italiano.

Il titolo non lo posso ancora svelare, ma posso dirti che tratta di un gioco ironico e rivoluzionario sulla società, società che è diventata vecchia, stanca e alla portata dei potenti, e che così facendo non può che esplodere.

Io preferisco passare la parola ad un sorriso, un sorriso che sfiori il cuore e cominci a far riflettere.

Non ho ancora ben chiaro con quale casa editrice pubblicarlo, di certo non Bonfirraro ed. perché per me non è in grado per ovvi motivi di promuovere Artisti.

Se invece la casa editrice è seria e mostra attenzione e interesse nel promuovere i suoi autori, allora si può fare tutto.

 

 30-06-2013           

Intervista a Susanna Polimanti, a cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A SUSANNA POLIMANTI

autrice del romanzo “Penne d’aquila”

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

LS: In questo libro si ripercorrono le vicende della protagonista Virginia a partire dalla sua infanzia fino alla maturità soffermandosi in maniera particolare sulla psicologia del personaggio. C’è sempre una grande attenzione alla componente psicologica, intimista, di Virginia, e si evince la tua volontà di dirci in maniera esatta in che maniera il personaggio ha vissuto/sperimentato determinate esperienze. In questo –ma posso sbagliare- ho intuito un’ampia volontà di auto-rappresentazione, quasi come una sorta di diario trasfigurato in fiction. E’ così o sono sulla strada sbagliata?

SP: Hai colto nel segno, Lorenzo. Questo romanzo è una biografia romanzata. Affidare la narrazione ad una terza persona, la protagonista Virginia per l’appunto, è stata volutamente una mia scelta. Ritengo che Virginia possa rappresentare ogni donna, in ogni fase del suo vissuto. In realtà la vita di Virginia è semplice e complicata, esattamente come la vita di tutti noi. Il vero messaggio, l’essenziale è nascosto dietro ogni evento, in particolare “come” e “cosa” determinati avvenimenti generano nell’interiorità di ogni individuo.

  

LS: Il viaggio, inteso come momento di pausa e come intrattenimento, o come esperienza universitaria vissuta fuori di casa, o come trasferta lavorativa o, ancora, -e forse più importante di tutti- come ritorno alla città natale, sono espressioni di graduali momenti di ricerca e al contempo di forme di esperienza che consentono la crescita e l’acquisizione di una più concreta conoscenza del mondo. Quanto sono effettivamente importanti i viaggi per Virginia? E quanto lo sono per Susanna?

SP: I viaggi sono molto importanti per la protagonista Virginia, l’immaginazione si ferma laddove una valigia si posa, perché toccare le altrui realtà vuol dire divenire “consapevole” dell’esistenza di un intero universo che non si limita all’orticello di casa nostra. Io Susanna, ho sempre viaggiato molto e spero di poterlo ancora fare in futuro.

 

LS: La tua città natale, Foligno, nel romanzo è volutamente non nominata con il suo nome, ma nel riferimento al suo fiume Topino è facilmente individuabile. Conosco abbastanza bene la città dato che quando studiavo a Perugia ho spesso perso la coincidenza del treno ed ho così avuto occasione di visitarla, passeggiarci e rimanere incuriosito dal dialetto del luogo. Quanto sei legata alla tua città natale? Vivendo da molti anni nel sud delle Marche, ti senti più umbra o marchigiana?

SP: È molto difficile rispondere a questa domanda, perché le mie origini sono sia umbre che marchigiane. Mia madre è umbra e mio padre era marchigiano, eppure, senza ombra di dubbio più di una metà del mio cuore appartiene all’Umbria. Vivo nelle Marche ormai da anni, ad essere sincera di questa regione amo il suo mare e i tanti paesini dell’entroterra, in particolare il paese natio di mio padre.

 

imagesLS: Il finale del romanzo, chiaramente aperto e possibile alle interpretazioni, lascia il lettore con un velato senso di incompletezza, nel senso che si auspica un suo seguito o una sorta di chiarimento di quel paragrafo finale che –credo- hai espressamente voluto caricare di ambiguità. Parlando della metamorfosi nel temperamento avvenuta nel corso degli anni e dei vari avvenimenti vissuti da Virginia, nel romanzo concludi con un animo pacificato: “Qualcuno stava traghettando la sua zattera del labirinto della mente a quei luoghi appartati della sua anima per mostrare il coraggio, la saggezza, la consapevolezza e ogni altra risorsa interiore per superare qualunque sfida”. Mi sono arrovellato su quel “qualcuno”: esso è da intendere con Dio, con una ritrovata forza interiore o, invece, è personificato ed è rappresentato da un nuovo “ingresso” nella vita della protagonista?

SP: Quel “qualcuno” è unicamente la presenza divina nel quotidiano di Virginia, il nostro stesso io spirituale, che s’identifica con tale presenza. Dietro una finta realtà oggettiva esiste molto di più, Virginia arriva a comprendere il valore del suo vissuto complicato, si affida e continua il suo viaggio terreno, in attesa di raggiungere l’evoluzione finale che, con l’aiuto della sua fede riuscirà ad elevarla e condurla verso l’unica vera vita, dove solo il cuore e la sua anima si sentiranno finalmente liberi.

  

LS: Nella nota introduttiva al romanzo viene sostanzialmente spiegato il significato dell’aquila che hai voluto nel titolo, quale espressione di un animale maestoso ed intelligente che nelle varie culture ha avuto le più ampie accezioni. Un primo richiamo al volo è presente a pagina 23 quando Virginia afferma “ero sicura di aver volato già”. Questo “volo” io l’ho inteso anche nel tipo di prospettiva utilizzata nel tipo di scrittura che hai adottato: da una parte sembrerebbe esserci una tecnica modernista con una grande attenzione ai sentimenti e agli stati d’animo, dall’altra, invece, ho intuito una esplicita componente descrittiva, paesaggistica, ritrattistica (di città, paesi) come se la narrazione avvenisse dall’esterno e addirittura dall’alto. Aerea, insomma. Che cosa ne pensi?

SP: È esattamente come tu stesso hai interpretato: Virginia si evolve giorno dopo giorno, scopre di avere un dono che le permette di guardare ogni realtà intorno a lei dall’alto, con gli occhi della sua anima e non più con il solo sguardo umano. L’incontro con il suo più intimo io le permette di valutare gli eventi, le persone e ogni paesaggio intorno, dall’esterno. Virginia riesce a far tacere la mente affidandosi unicamente alle sue percezioni e cercando la risposta ad ogni perché, solo dentro il suo cuore. Siamo tutti troppo abituati a credere che il nostro cervello sia la chiave di tutto ma l’essere umano non è costituito di solo cervello, l’anima e lo spirito sono le parti più antiche, è lì che risiede la vera conoscenza.

  

LS: Quali progetti legati al mondo della letteratura attualmente ti vedono coinvolta? Stai lavorando a una nuova pubblicazione? E se sì, puoi gentilmente anticiparci qualcosa?

SP: Ci sto lavorando, purtroppo, vari impegni lavorativi e familiari mi concedono poco tempo per dedicarmi alla stesura del mio prossimo romanzo. Posso soltanto anticipare che si tratterà di un romanzo ambientato in un castello. Non abbandono mai la scrittura anche se finora ho soltanto scritto e terminato racconti vari. Ho molto materiale da parte e troverò senz’altro il modo di organizzarmi in futuro. 

Sono parte attiva di varie associazioni culturali e, leggendo molto, mi dedico volentieri a recensioni di vari autori. M’interessa tutto ciò che ha a che fare con cultura e tradizioni.

 

 

Grazie per avermi concesso l’intervista.

Lorenzo Spurio

06-06-2013

 

 

 

Intervista a Gianni Lorenzi, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Gianni Lorenzi

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

GL: Il piacere è mio. Sono un letterato per formazione e passione, laurea in Lettere con specializzazione in stilistica e metrica italiana. Nel corso dei miei studi ho approfondito la conoscenza della linguistica e della retorica e ho amato molto la letteratura latina. Dopo gli studi, molto tempo dopo averli terminati, ho cominciato a scrivere e mi sono appassionato al romanzo letterario, cioè alla letteratura non di genere.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

GL: Ritengo che lo scrittore in definitiva parli sempre di se stesso. Nel mio romanzo ci sono anche degli episodi e delle descrizioni che provengono direttamente dal mio vissuto, naturalmente nel testo compaiono filtrati dall’elaborazione letteraria. Quanto alla seconda domanda, no non sono di questa idea. Per me la letteratura, o meglio il romanzo letterario, è sì un modo (non necessariamente semplice) per raccontare storie, ma è soprattutto l’occasione per procurare delle riflessioni, degli stati d’animo, delle emozioni al lettore e per suggerire approfondimenti su qualsiasi cosa sia in relazione con la sua umanità.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

GL: Tra i miei autori preferiti cito Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Laurence Sterne, Jonathan Swift. Recentemente ho apprezzato anche alcuni scrittori americani come David Forster Wallace, Don De Lillo e Rick Moody. Le correnti e i generi letterari non mi interessano di per sé, in un autore cerco sempre gli aspetti individuali.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

GL: Con grande difficoltà scelgo “La cognizione del dolore” di Gadda. È un romanzo che fa commuovere, fa sorridere, fa ridere, fa pensare. È un testo che – come tutti i testi di Gadda – non ha paragoni in letteratura per modalità di scrittura, sapienza espressiva, capacità compositiva. In molti passaggi, per non dire in ogni pagina, la scrittura è pregna di genialità e turbamento.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

GL: Gli autori che preferisco sono quelli precedentemente elencati. Non so dire quali tra questi mi hanno influenzato e in quale misura. Mi sono però divertito ad inserire dei piccoli tributi ad alcuni di loro in forma nascosta nel romanzo, ma lascio al lettore il gusto di scoprirli.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

GL: Ho pubblicato finora soltanto il romanzo “L’anno della grande nevicata”. Si tratta di un’opera letteraria che intende proporre al lettore numerosi spunti di riflessione e qualche occasione di divertimento. Dietro la finta facciata del romanzo giallo (e dintorni) vuole proporre una parodia di tutto ciò che, nella scrittura come nella cultura e nella vita, segue dei dettami precostituiti. La trama, complicata e rocambolesca, oltre ad appartenere all’intento parodistico del testo, vuole anche fungere da propellente per il lettore moderno, ormai inesorabilmente abituato alla suspense. La scrittura, a volte veloce, a volte attorcigliata, a volte armoniosamente elaborata, conosce vari livelli stilistici e lessicali, al fine di proporre al palato del lettore (che sia dotato di papille gustative) vari momenti di godimento, contrapponendosi clamorosamente alla scrittura piatta, precisa e veloce che caratterizza ormai quasi tutte le produzioni attuali.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

GL: Ritengo che la scrittura sia un fatto personale e quindi individuale.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

GL: No.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

GL: A chi cerca nel romanzo il gusto per la lettura di ogni singola parola, della riflessione, dell’emozione. Non è adatta invece a chi nella lettura cerca l’ansia di scoprire il colpevole.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

GL: In termini generali non penso niente di buono. Credo che l’editoria faccia troppo pochi sforzi per accontentare i lettori esigenti e si accontenti di pubblicare opere rivolte alle masse che riposano sotto l’ombrellone. Credo però che la colpa non sia delle case editrici, ma di un meccanismo più complesso. Avendo pubblicato sotto la forma del self-publishing, non posso rispondere alla seconda domanda.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

GL: Credo di no, almeno secondo la mia idea di scrittore.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

GL: Può essere importante, se il confronto prevede delle affinità di intenti.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

GL: Penso che il fenomeno da te descritto sia una delle componenti ineludibili della scrittura letteraria, la quale, oltre a rapportarsi con il reale e la fantasia esperiti dall’autore, trae spesso grande beneficio dal rapportarsi a tutto ciò che è stato creato da altri autori.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

Intervista ad Alessandra Paoloni, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Alessandra Paoloni

Autrice di “La stirpe di Agortos”

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

AP: Il piacere è tutto mio Lorenzo e ti ringrazio molto per questa tua intervista. Su di me c’è poco in realtà da dire, tranne che sono una ragazza alla quale piace molto scrivere e che lo fa da quando è bambina. Parole che bene o male tutti gli scrittori ti avranno detto, ma che è una sacrosanta verità universale. Io ho conseguito la maturità classica ed è stato proprio dopo aver finito il liceo che ho iniziato a pubblicare poesie e racconti su giornali e riviste locali. Il “salto” come lo chiamavo, cioè quello di dare alle stampe ciò che la mia mente partoriva, è stato un bisogno che ho avvertito in modo urgente. Non potevo più tenermi dentro la fantasia e le emozioni che provavo scrivendo, ma dovevo condividerla con qualcuno. Resto tutt’oggi una ragazza sognatrice con tanti sogni nel cassetto e tante opere ancora da voler scrivere e perché no, pubblicare.

  

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nei mie libri e nei miei personaggi ci sono io. Nelle mie opere posso dire di essermi scissa, di aver cioè suddiviso le mie emozioni e i miei pensieri e di averli affidati a una certa poesia o a un certo romanzo. Sicuramente l’opera nella quale ho messo di più la mia anima sono I brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I Morti). Quest’opera uscita nel 2008 è una raccolta di poesie monologhi, e lì ho riversato molti dei miei pensieri, e molte delle mie riflessioni personali sull’uomo e sulla realtà in cui vive. E non mi vergogno a dirlo poiché in tutto ciò che scrivo ci sono io o storie che mi sono state raccontate, vissuti di persone a me vicine nei quali sono rimasta coinvolta in prima persona. Pensiamo ad esempio alle due protagoniste del libro “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)”: Anika e Airen mi rispecchiano entrambe perché la prima rappresenta ciò che vorrei essere, ovvero una ragazza risoluta e sicura di sé; la seconda invece è ciò che sono, ovvero la ragazza piena di dubbi e incertezze sul da farsi. Anche qui ho preso alcune mie caratteristiche e le ho “travasate” in loro. La letteratura è un mezzo potentissimo in tal senso: attraverso di essa possiamo addirittura scoprire cose di noi che nemmeno conoscevamo. Mi è capitato spesso che alcuni lettori mi facessero notare cose nei miei libri che mi rispecchiavano, ma per le quali non avevo prestato troppa attenzione. Le storie e la Storia sopravvivono attraverso la letteratura. E’ uno dei modi che l’uomo utilizza per ingannare la morte e divenire immortale.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Ti farò ora dei nomi che poco c’entrano l’uno con l’altro: Emily Bronte, Lovecraft, Tolkien, King, Wilbur Smith, Coelho, Jeanne Kalogridis, Alessandro Baricco (tralasciamo magari i poeti inglesi dell’ottocento che ho sempre adorato). Ciascuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Da come si può evincere da alcuni di questi nomi il mio genere preferito è il fantasy o il fantasy gotico, che poi sono i generi nei quali mi cimento nella scrittura. Attraverso le cornici fantastiche che ricreo mi risulta facile descrivere alcune azioni umane e alcuni particolari comportamenti. E trovo che scrivere fantastico non sia affatto semplice come si può pensare, perché si utilizza prettamente un linguaggio metaforico che non è sempre facile da strutturare.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
AP:
In realtà questa per me è una domanda molto semplice. Il libro che amo e del quale sarei voluta esserne addirittura l’autrice è senz’altro Cime Tempestose della Bronte. Per il linguaggio utilizzato, per i personaggi tormentati, per l’ambientazione. E per quel tocco di gotico e soprannaturale che poi mi ha spinta a imitarlo in tanti miei scritti. I protagonisti lì diventano gli antieroi di se stessi e sono vittime delle loro stesse passioni e dei loro stessi sbagli. E sono dei personaggi per questo immortali. Quando arriverò a scrivere un libro simile allora potrò dire di aver superato me stessa e di aver raggiunto i miei obiettivi.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Di quelli sopra citati è difficile dire chi amo di più, ma posso dire che King mi ha fatta innamorare del gotico e dell’horror. Mentre Tolkien del fantasy. Lo stile di quest’ultimo cerco di adottarlo nei libri della Stirpe di Agortos. Adottarlo non imitarlo, in quanto sarebbe difficile e quasi impossibile. King invece suggerisce uno stile più diretto ma allo stesso tempo attento alle descrizioni, soprattutto quelle psicologiche. Ma confesso che vorrei saper scrivere racconti come quelli di Lovecraft, magari utilizzando uno stile meno pomposo ma comunque visivamente d’effetto.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
AP:
Ho esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I morti)”. Oggi questa raccolta di poesie- monologhi si può trovare su lulu.com. Nel 2009 è uscito il mio romanzo “Un solo destino (Prima Generazione)” e l’anno seguente è stata la volta di “Heliaca, la pietra di luce (Seconda Generazione)”. Il 2011 è stato l’anno in cui la mia attività letteraria si è fermata, e nel 2012 sono tornata all’editoria con “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)” che non è altro che la revisione e la correzione di Un solo destino. Ed è con questo libro che ho utilizzato il nome Elisabeth Gravestone perché ricominciando a pubblicare i romanzi delle generazioni, cambiando quindi editore, grafica ecc ho dovuto anche adottare uno pseudonimo. Scelta della quale non mi pento. Posso annunciare che nel 2013 uscirà il mio nuovo romanzo paranormal fantasy, che sarà edito dalla Butterfly Edizioni, e del quale però non posso ancora svelare nulla.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Sto scrivendo delle Fan Fiction assieme a una mia carissima amica, Elisabetta Baldan, che è anche la mia grafica ufficiale; sua infatti è la stupenda copertina de La Stirpe di Agortos.  Scrivere a quattro mani comporta un lavoro psicologico diverso, perché è qualcosa che condividi non solo con il lettore ma anche con l’altro scrittore. Vi è un approccio diverso in questo caso. Quando scrivo un romanzo mi chiudo nella mia camera e mi isolo dal mondo, sviscerando me stessa. Quando collaboro con qualcuno il lavoro è diverso, in quel caso ci si divide il compito, a volte anche le azioni e i personaggi. Lo schema di scrittura è differente, ci si raffronta di continuo sul testo. Parallelamente alla mia scrittura vorrei continuare quella delle fan fiction. Se consiglio agli scrittori di provare a scrivere un testo a quattro mani? Perché no…basta solo trovare la persona giusta e la sintonia giusta. Il resto viene da sé.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

AP: Internet è uno strumento essenziale oggi per diffondere i propri scritti, e come molti altri scrittori mi sono ricreata uno spazietto tutto mio, un blog. Mi potete trovare qui: http://paolonialessandra.blogspot.it/ .

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?
AP:
A lettori che amano soprattutto spaziare con la fantasia, e che amano come me ricercare nei testi dei messaggi nascosti. Non c’è una fascia d’età alla quale le mie opere sono indirizzate. In genere i personaggi che descrivo, anche se inseriti in un contesto fantastico, mantengono la loro umanità e non sono eroi dai poteri particolari, ma persone come noi nelle quali il lettore potrà facilmente riconoscersi.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
AP:
L’universo dell’editoria è mutato rispetto a qualche anno fa e continuerà a mutare. Basti pensare al boom degli ebook e a quello dell’auto-pubblicazione. Oggi un autore, anche se si vede rifiutato da una casa editrice, può sempre ricorrere al “fai da te”. Ci sono molti siti che lo permettono. Pubblicare adesso è molto più semplice di come si faceva un tempo. Il problema resta quello della diffusione. Internet aiuta, ma in questo caso serve anche qualcuno che ci dia una mano e per questo penso sempre che un editore, piccolo o medio- piccolo che sia ma che lavori bene, serva sempre. Un editore dovrebbe sostenere i suoi autori e aiutarli nella diffusione, cercare per loro riviste giornali blog e quanto altro. Fino ad ora ho lavorato con tre case editrici differenti, piccole e medio piccole. Con le grandi, devo essere sincera, non ho mai provato. Credo che per lavorare con nomi come Mondadori o Longanesi si debba avere un colpo di fortuna, ma da come l’esperienza mi ha insegnato in questi anni la fortuna un uomo se la crea anche da solo. Sto facendo gavetta e mi sto divertendo un mondo. C’è un gruppetto di persone che mi segue, organizzo presentazioni a modo mio e contatto blog e siti. Sono soddisfatta comunque di come stanno andando le cose.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
AP:
Non ho mai partecipato a corsi di scrittura ma mi piacerebbe molto per confrontarmi e misurarmi non solo con gli altri ma anche con me stessa. Fino ad ora ho sempre fatto tutto da sola, scrivendo tra le quattro mura della mia stanza, senza nessun supervisore. Mi piacerebbe però apprendere delle nozioni di scrittura magari da parte di scrittori già noti e in questo modo crescere. Mentre i concorsi a mio avviso sono importanti soprattutto per mettersi alla prova. Io stessa partecipo a parecchi concorsi online di racconti e poesie, e mi cimento anche in generi diversi esclusivamente per esercitarmi. Perché poi dall’idea di un racconto breve può nascere quella di un romanzo, chissà…

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
AP:
E’ importante raccontarsi a vicenda i propri trascorsi soprattutto in campo editoriale. Conosco molti autori emergenti ed esordienti, ma più che parlare di stile e linguaggio nei quali ciascuno lavora ancora per trovare una propria dimensione, ci confrontiamo sulle esperienze avute con le differenti case editrici. O sulla scelta di auto-pubblicarsi. Leggo anche molti autori emergenti ed esordienti perché è bene mantenersi al passo e conoscere chi come me coltiva lo stesso sogno.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: E’ difficile scrivere qualcosa che non sia stata già raccontata prima. L’originalità, da me sempre ricercata, è difficile da ritrovare. Credo che lo scrittore odierno debba distinguersi per il fatto di saper riprendere un espediente, un personaggio ecc della tradizione in maniera però originale, in modo da fare sua questa materia nota e celebre. L’arguzia di un bravo narratore sta proprio qui: saper stupire utilizzando materia letteraria già nota. Mescolare le carte come se fosse la prima volta che uno scrittore affronta quel tema. E’ difficile ma non impossibile. 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista al poeta Nazario Pardini, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Nazario Pardini

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Il suo blog letterario, porta il nome di una sua silloge di poesie, forse una tra le più fortunate intitolata “Alla volta di Leucade”. Può spiegarci il perché di questo titolo o a quale autore si è rifatto, traendo una citazione?

NP: Leucade è l’isola del sogno. Della dimenticanza. Della rupe da cui si gettavano, in mitologia, i grandi, compresa Saffo abbandonata dal suo Faone, per dimenticare appunto le pene d’amore. Ma qui rappresenta il culmine di una ascesa lirica e formale. Il viaggio tormentato di una memoria che dal ventre della terra riesce a proiettarsi in mondi di onirica bellezza non per dimenticare, ma per rivivere i grandi e i piccoli fatti della vita. Ed io ne sono uscito dal salto con tutto il mio bagaglio esistenziale. Potrei riportare citazioni di tutto il mondo classico, ma una in particolare [(Dum loquimur fugerit invida aetas (Quinto Orazio Flacco)], credo sia la più vicina al senso di fragilità della vita, terriccio fertile per la poesia.

A cosa mi sono rifatto? Alle memorie di quella cultura assorbita al liceo, e decantata nell’anima fino a farsi attuale, esistenziale, autobiografica, e decisa ad uscire a nuova vita. Mi sono rifatto alla mia storia, alla realtà di ieri e di oggi, aiutato da una natura fattasi simbolo coi suoi squarci di luce, colle sue corse di dune e ginestre, con le sue fughe e i suoi ritorni, coi suoi profumi e le sue ombre, a concretizzare segmenti di d’anima. Leucade riguarda il mio credo poetico. Che cosa sia la poesia è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. E questo volume io credo trovi la sua compattezza partendo dal sapore della realtà, da ciò che conserva di primitivo per ampliarsi sempre più verso prospettive di largo respiro, tese a farci aspirare a qualcosa che svincoli, sleghi. E si fanno avanti il sogno, la fantasia, l’immaginario che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, ma vera vita, vita che resta, filtrata dal tempo, scampata e per questo degna di esistere in noi nel bene e nel male. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica e chi laicamente ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio. E Leucade rappresenta la purezza laica, la bellezza, l’isola dell’equilibrio classico, della realizzazione del supremo su questa nostra problematica terra; il tentativo di elevarci laicamente al sapore del durevole. E’ Ulisse che riprende la sua navigazione: “Ancora salperemo / oltre colonne, questa volta mitiche / d’impedimento ai sogni. Là più lucido / e più eguale all’eterno sarà il liquido / dell’Oceano aperto” (Il ritorno di Ulisse, vv 43-47.)

Il linguaggio stesso subisce un’evoluzione di adeguatezza diacronica. Si insaporisce di termini arcaici, tende sempre più alla plasticità del distacco marmoreo.  Ed è sullo scoglio di Leucade che si raggiunge il colmo di una scalata lirica che permette sia la dimenticanza degli affanni esistenziali, la ripulitura per così dire del vissuto, che l’amore del tutto, ora  veduto con altra dimensione umana, direi quasi ebrietudine dell’immagine che si fa poesia.

La circolarità si compie nei canti arcaici. Dove tutto il mondo prepericleo, in cui secondo me immensi erano i presupposti immaginativi e creativi, irripetibili per liricità poetica, dipana una visione superlativa di amor vitae che si fa plenitudine di canto e di filosofia laica dell’esistenza.

 

LS: C’è sempre molto di autobiografico in un testo per cui le chiedo, quanto  di autobiografico c’è nel suo libro? La poesia, come mezzo espressivo, è adatto per raccontare di sé?

NP: C’è molto di autobiografico. Più che altro di un’autobiografia spirituale. Io credo che la poesia sia il mezzo più deciso per parlare a noi di noi stessi. E’ qui che ci scopriamo in tutta la nostra misteriosa natura umana e disumana. E credo che la poesia sia la parte di noi che più si avvicina all’inarrivabile. E non parla agli altri. E’ un mistero che il poeta sente nella sua totalità e che prova  esternare con urgenza. Ma non si pone, il poeta, il fine di farsi capire o di educare. Sente solo l’impellente necessità di dire. Certo il linguaggio é determinante. E molte volte non è sufficiente a involucrare il grande patrimonio dell’anima. E quindi ricorrere a stratagemmi per aiutare l’esondazione dei sentimenti è indispensabile: figure stilistiche,  immagini fenomeniche che simboleggino stati d’animo e che non siano solamente rappresentazioni idilliache a se stanti.  Ma credo che gran parte delle risposte a queste domande siano già ampiamente contenute nel primo intervento.

 

LS: Quali sono i suoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

NP: In narrativa tutta la nostra letteratura del neorealismo: Cassola, Bassani, Moravia, Calvino. E prima la grandezza poetica pirandelliana (la forma e la vita). E’ quella che ci ha svecchiato e che ci ha aperto le porte al mondo. Sono particolarmente affezionato aux poètes maudits. E a tutta la corrente letteraria del Decadentismo. Ed è quella su cui si regge tutt’oggi la nervatura della vera poetica: musicalità, senso del mistero, panismo, uso di figure stilistiche in funzione delle immagini e dei significanti metrici. Baudelaire affermava che il poeta è in possesso del sesto senso. Ed è con quello che riesce a percepire una musicalità nascosta, che comune a tutte le cose, offre una visione universale in questo spazio ristretto di un soggiorno. E Rimbaud: “Il faut être absolument modernes”. Intendendo per moderni: saperci avvicinare alla vita, cogliendone sempre il processo nuovo nella sua costante avventura di precarietà umana. Senza dimenticare, certamente, il Romanticismo da cui, per contrapposizione o per continuità, si sono sviluppate tutte le correnti letterarie successive: la Scapigliatura, il Verismo, il Decadentismo, il Futurismo, il Crepuscolarismo, l’Ermetismo. E anche tutta la poesia contemporanea, sebbene tenti in alcuni filoni certi azzardi sperimentali, non può di certo fare a meno del messaggio di libertà nell’arte lanciato proprio dai romantici. Fra l’altro libertà indefinita e inappagabile molto vicina al taedium vitae dei nostri giorni.

 

LS: Qual è il libro che di più ama in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che la affascinano?

NP: Vi sembrerà strano ma il libro che io amo in assoluto è Fosca del Tarchetti. E’ un libro della Scapigliatura lombarda. E  parla dell’amore per il brutto, per ciò che si differenzia da quello che comunemente appare bello. Mi piace soprattutto l’arte della parola dell’autore. La capacità di rendere semplici certi concetti di per sé astrusi. E poi ci ho trovato, nella sua contrapposizione al Romanticismo, all’ultimo Romanticismo piagnucolone dil Prati e Aleardi, una forza di reazione letteraria che sa tanto di nuovo. Devo dire anche che una preferenza è legata a momenti, a certe fasi di vita. Perché certi contenuti nel tempo acquistano un fascino memoriale di grande intensità. Ed io quel libro, l’ho letto la prima volta, assieme alla mia ragazza nei tempi dell’università. Magari in quei tempi tutto poteva apparire affascinante. Un altro testo che ho apprezzato in maniera particolare è la silloge di poesie che Pirandello scrisse nel periodo di Bon. Sono  poesie che contengono già tutto il pensiero pirandelliano in nuce; quello che ritroveremo nel Fu Mattia Pascal e nel teatro.    Ed io sono un infaticabile lettore di Pirandello.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il suo stile? E’ evidente questo dai suoi componimenti?

NP: Posso dire che il mio stile è cresciuto con me nel tempo attraverso esperienze di vita, tentativi, letture, molte letture di autori francesi, inglesi, spagnoli e, naturalmente, italiani. Il mio è uno stile classicheggiante rivisitato, con l’uso di endecasillabi spesso spezzati da misure più brevi per dare risalto alla musicalità di certi versi finalizzati a mettere in luce momenti focali. Un po’ come stacchi di romanze pucciniane nei loro acuti centrali, o finali. Se ci sono stati autori importanti nel mio percorso, mi ripeto, appartengono al decadentismo francese. Fra i poeti italiani ho apprezzato molto Saba. Nel suo Canzoniere ho trovato uno stile fluido, luminoso e quel tanto di melanconico quanto basta per una poesia umanamente fragile nel suo azzardo a superare i confini.

 

LS: Collabora o ha collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensa delle scritture a quattro mani?

NP: Ho collaborato a antologie che tenessero di conto di raggruppamenti di autori dallo stile uniforme in vista di studi su nuove correnti letterarie. Ma non ho avuto altre esperienze novative.

 

LS: Cosa pensa dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come si è trovato con le varie case editrici con le quali ha avuto modo di pubblicare nel corso degli anni?

NP: Penso che ci siano Case Editrici oneste e altamente professionali e Case Editrici che speculano sulla buona fede di autori vogliosi di pubblicare. Ma una cosa è certa: ci sono concorsi tranello che con la scusa di selezionare autori, partoriscono antologie zeppe di centinaia di concorrenti accatastati gli uni su gli altri, e vendute a trenta e più euro. Queste antologie non servono a niente. Anzi servono solamente a far fare soldi a gente che specula su giovani scrittori che pensano di essere arrivati se pubblicati. Sono nate ultimamente buone Case Editrici online che pubblicano a spese irrisorie. L’unica difficoltà consiste nel fatto che uno deve essere all’altezza di costruirsi il testo nel formato giusto, e ben corretto, perché si limitano a pubblicare. Io ho pubblicato l’ultimo mio libro con una di queste Case Editrici ed ha avuto un discreto successo. E’  stata una esperienza positiva. E’ un buon libro per impaginatura, veste grafica, copertina e altro. Ha vinto diversi Premi Letterari: Il Pontremoli, Il Forte, Il Toscana in poesia, Il Via Francigena, Arti Letterarie Torino, Il Paestum, Il Mirabella Aeclanum… Quello che conta è il contenuto, ma certamente la presenza di una buona pubblicazione aiuta. Diffidare comunque di Case Editrici che sparano migliaia di euro promettendo mari e monti.

 

LS: Pensa che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

NP: Anche qui bisogna scegliere in base a giurie qualificate. Prendere parte a tutti quei premi anonimi è sconsigliabile. Sono migliaia e migliaia. A parte i costi (20 euro minimo a Premio) che titoli danno alla fin fine? Uno deve fare una buona selezione e prendere parte a quelli che ritiene i più affidabili. Ma non esagerare. Può diventare un vizio come quello del gioco. Certamente costituiscono uno stimolo a migliorarsi. E offrono possibilità di conoscenze e di confronto. E questo è positivo.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

NP: Un autore non deve chiudersi nel suo mondo. Deve fare conoscenze, allargare i rapporti con altri scrittori. Leggere opere. Per questo è importante far parte di giurie di Premi Letterari. Offrono la possibilità di confrontarsi con plurime espressioni. Non è detto che uno debba copiare, ma tutto ciò può veramente aiutare a ritrovarci, a determinare e rifinire il nostro stile e ad arricchire il bagaglio connitivo.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensa di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

NP: La contaminazione letteraria è una cosa possibilissima e naturale. E’ innaturale prendere pezzi a manca e dritta e combinare zibaldoni impersonali. Ma uno scrittore non può fare a meno di essere contagiato da letture, vita, colloqui, incontri. Tutto ciò costituisce il bagaglio interiore, l’anima a cui attingere. Certo tutte queste esperienze contaminanti devono essere tuffate nel pozzo del nostro sentire e lì maturare con una sedimentazione memoriale fino a farsi stile. E’ proprio nelle letture e negli incontri che uno si forma, come già abbiamo avuto occasione di dire. E quanto più leggiamo, tanto più corriamo il rischio, per modo di dire, di usare termini, occasioni e riferimenti di letture. Ma questi diventano nostri, perché sono state proprio quelle letture stesse a farci maturare, e a farci rielaborare, personalizzandoli,  quadri, scenari, linguaggi, stati d’animo disposti, poi, ad uscire fuori vestiti di nuova energia.

 

LS: Sta lavorando a un nuovo libro? Se sì, potrebbe anticiparci qualcosa?

NP: In questo momento sto cercando di riunire tutto il materiale poetico inedito. Devo cercare un titolo giusto ma soprattutto devo dare un nesso logico all’opera, scegliendo sezioni che diano continuità, compattezza, organicità e che rispettino l’indirizzo  del titolo generale. Ho già trovato un buon critico disponibile per la  prefazione. In generale sono poesie molto introspettive. Forse le più legate al mio stile e alla mia poetica. Motivi d’ispirazione: ambienti e persone che rinascono nuovi dopo anni di assenza. Ma non è solo il memoriale a fare da sfondo al tutto. Credo che ad amalgamare il contesto sia piuttosto una riflessione pacata sulla vita, sull’essere e l’esistere, sul rapporto con l’aldilà, e sul valore che può dare al bagaglio del suo patrimonio esistenziale un uomo che vive ormai i colori del tramonto.

 

a cura di Lorenzo Spurio

Jesi, 28/05/2012

 

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Lorenzo Spurio intervista lo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins

Intervista a Julio Monteiro Martins

scrittore, poeta, saggista di origini brasiliane, direttore della rivista “Sagarana”

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Recentemente ho avuto modo di collaborare alla rivista online “Sagarana”, diretta da Julio Monteiro Martins con la pubblicazione di qualche saggio di critica letteraria. Ho avuto così modo di mettermi in contatto con lui e di scambiare qualche mail vertente principalmente su alcuni aspetti importanti della letteratura: la letteratura migrante, la metaletteratura, la poca fortuna del genere “racconto” in Italia, tutte questioni a conoscenza dell’attuale élite culturale italiana.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, insegna attualmente Lingua Portoghese e  Traduzione all’università di Pisa con un curriculum letterario fatto di pubblicazioni, collaborazioni, presenze a conferenze, studi critici, ricchissimo e per questo, invidiabile. Esordì nel mondo letterario a metà degli anni Settanta in Brasile con testi nella sua lingua originale (Torpalium, Bárbara, A oeste de nada, O livro das Diretas,…) e, a partire dal 1995, anno nel quale è giunto in Italia, ha pubblicato nella nostra lingua senza mai smettere. Tra le sue pubblicazioni più celebri vanno ricordati il romanzo madrelingua[1] e  la raccolta di racconti L’amore scritto, entrambi editi da Besa.

Nel 2011 la casa editrice Libertà Edizioni ha pubblicato un interessante studio critico sulla scrittura di Julio Monteiro Martins dal titolo Un mare così ampio, curato da Rossana Morace. Nel testo, nella parte finale, è presente una interessantissima intervista che Rossana Morace ha rivolto allo scrittore e in appendice alcuni racconti brevi inediti.

Ho il grande piacere ed onore di fare qualche domanda allo scrittore, su alcuni aspetti centrali del suo percorso letterario. Grazie anticipatamente per avermelo concesso.

 

LS: Il libro Scrittura e migrazione[2] edito nel 2006 e contenente gli atti di una serie di conferenze tenute all’università di Siena con altrettanti scrittori migranti, mi ha avvicinato all’argomento interessandomi molto. Nel suo intervento, Lei sottolinea la differenza che esiste tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”, una differenza sostanziale che si esplica principalmente, tra i vari caratteri, nel considerare i primi i “veri scrittori”, cioè coloro che lo erano già prima di migrare in un paese. Nel testo, più volte, ci si riferisce al fatto che la “letteratura migrante”, una letteratura viva, contemporanea, ma anche non (dato che le migrazioni sono sempre esistite) sia in realtà poco studiata, analizzata in maniera poco attenta, tanto da finire per risultare una letteratura di second’ordine. In una società nella quale il multiculturalismo, l’internazionalizzazione, l’abbattimento di frontiere e l’ospitalità comunitaria sono (con spregevoli eccezioni) dei dati di fatto, delle realtà consolidate, quali sono secondo Lei le cause o le motivazioni che stanno alla base di questa “ghettizzazione” degli scrittori migranti, nella loro “inferiorità” rispetto ai colleghi autoctoni?

JMM: Non vorrei essere frainteso. Un concetto come questo di “veri scrittori” mi sembra troppo elitario e non mi appartiene. Siamo tutti “veri scrittori”, ognuno a modo suo. Con la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori” volevo solo chiarire una differenza di origine della scrittura, di motivazione esistenziale: per qualcuno la scrittura è nata molto presto nella vita come vocazione squisitamente letteraria, un’inclinazione naturale all’affabulazione, all’inventare e raccontare storie, per qualcun altro invece è nata più tardi, come reazione a una condizione tutta nuova e pericolante, quella dell’immigrato in un grande paese occidentale. Tutto qua. Non facevo nessuna valutazione qualitativa, ma soltanto un necessario chiarimento sulle origini possibili della letteratura scritta nella nuova lingua, origini ben diverse ma che alla fine sono confluite nell’attuale letteratura italiana della migrazione, e questo è ciò che interessa. La distinzione da me proposta, ormai dieci anni fa, e che è diventata nel tempo un punto fermo tra gli studiosi della materia, ha uno scopo logico-didattico, fa riferimento a un processo di formazione di ciascuno scrittore durante la sua particolare parabola esistenziale.

Poi, quando si ragiona sul concetto, peraltro molto questionabile, di “vero scrittore”, può sembrare che si parli di un qualche tipo di predestinazione o di privilegio, e non è il caso. Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa. Falsi scrittori che sfornano falsi romanzi erotici, falsi gialli e noir, falsi splatter, false storie d’amore per adolescenti, false fiabe fantasy medioevali inzuppate di un’ideologia di destra, proponendo un ritorno alle caste sociali, false autobiografie lacrimose, falso umorismo politico che in fondo fa propaganda subliminale in favore di quello che finge di criticare, falso misticismo e esoterismo da shopping-center, falso eroismo da guerrigliero fasullo nella “giungla” della Costa Smeralda. La vera letteratura tuttavia persevera, al buio, sotto questa montagna di detriti che cerca di sotterrarla ogni mattina dell’anno. E, sai, una valanga di spazzatura non può fare una biblioteca, semmai fa una discarica.

Sono i falsi scrittori quelli che svendono l’arte letteraria con una retorica di facile digestione, semplicistica e banale, ingannevole, farcita di stereotipi e che strumentalizza vecchi e logorati preconcetti e luoghi comuni duri a morire per così cadere nelle grazie di un pubblico estivo saltuario e poco esigente, facendo appello ai sentimenti peggiori di questo, alla dimensione più arretrata di una società che invece ha un bisogno irrimandabile di modernizzarsi, di aprirsi, e che è ancora molto restia al diverso, ha paura e diffidenza di tutto quello che ancora non gli è familiare, altro che “ospitalità comunitaria”.

Solo a pensarci, o a ricordare certi brani dei cosiddetti “libri di successo” in cui incappo casualmente, mi viene il voltastomaco. Senza mai smettere di combattere questa corruzione generalizzata dell’arte letteraria, devo anche assuefarmi un po’ a questa schifezza per non soffrire troppo. Condivido in pieno l’indignazione di Pablo Neruda, che in risposta a una domanda sulla verità della sua poesia si è alzato e ha risposto: “Dios me libre de mentir cuando estoy cantando”.

 

 LS: Se si pensa alla letteratura in base ai diversi periodi storici (letteratura romantica, letteratura risorgimentale, letteratura della guerra civile, letteratura elisabettiana, etc) o alle correnti, stili, tendenze (letteratura futurista, letteratura modernista, letteratura frammentista) allora la definizione di “letteratura migrante” sembra essere anomala e non rispondere a nessuno di queste due determinazioni: quella storica-temporale e quella di genere. La “letteratura migrante” finisce così per essere un ampio calderone nel quale troviamo autori giovani, a noi contemporanei, altri morti e sepolti da secoli (i grandi viaggiatori ed esploratori, non erano forse migranti?), di tutte le nazionalità, che scrivevano nei vari generi ed erano distanti anni luce l’un l’altro per sensibilità. È forse in questa stessa definizione di letteratura che si cela il germe della sua vaghezza, indistinzione, mancata caratterizzazione e conformità che porta poi il lettore a preferire altri tipi di letteratura più “caratterizzati”?

JMM: Innanzitutto, non accosterei la narrativa degli antichi viaggiatori come Marco Polo o il Montesquieu delle “Lettere persiane” alla contemporanea letteratura della migrazione, che è un fenomeno diverso e circoscritto a una trasformazione epocale, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo. Qui domina la globalizzazione delle merci e dei media, che vuole escludere però quella dei corpi degli esseri umani (sì, perché le menti si globalizzano lo stesso), la formazione della soggettività di un “ceto medio” mondiale, presente oggi nello spirito anche degli abitanti delle zone più povere del pianeta, le nuove guerre del neo-liberalismo che provocano gigantesche maree di profughi, Internet e i voli low-cost, ma soprattutto le migrazione di interi popoli, un fenomeno di dimensioni bibliche. Questi uomini e donne, quando salgono sui gommoni ripetono il gesto che avevano già realizzato negli anni precedenti: salire sui “gommoni” delle idee, della fantasia di un nuovo mondo e di una vita nuova di zecca. Il vero gommone, quello che preannuncia i gommoni gonfiabili, è il gommone dei sogni. Il resto sono mezzi di trasporto di fortuna, barchette, camion, container, pretestuosi visti di turista, la snervante attesa delle regolarizzazioni, delle amnistie, i finti contratti di lavoro, i finti matrimoni, insomma le consuete strategie di sopravvivenza. L’energia viene emanata dalla potenza del loro desiderio, un desiderio sedimentato dopo anni di febbrile fantasticare. Vedi, la letteratura della migrazione è il miracoloso risultato artistico di questa immensa avventura dei corpi e degli spiriti. La luce della stella che guida gli uomini verso la terra promessa.

Siamo immersi profondamente nello zeitgeist di questo periodo storico. Le migrazioni sono l’epidemia del nostro tempo. Dico sempre che oggi anche quelli che s’illudono di rimanere fermi, statici, al sicuro, radicati nel paese dove sono nati, migrano a ritroso, perché è il mondo attorno a loro che si sposta velocemente, e un bel giorno si guardano intorno e non capiscono più nulla, non sanno più dove si trovano. Migrano nel tempo, che allo stesso modo è un paese straniero.

Nessuna letteratura rispecchia meglio questo zeitgeist della letteratura della migrazione. È nata e cresciuta al suo interno, superando le sue trasformazioni. Gli scrittori e le scrittrici che la creano ogni giorno hanno vissuto in pieno il trauma della migrazione, hanno dovuto ricomporre un’identità frantumata, riscrivere più volte il proprio personaggio. Hanno acquisito, a scapito di loro stessi, una saggezza e una sintonia con la modernità che è tutta spontanea e reale, è viva, non pianificata a tavolino da qualche editor astuto, ed è quello che regala a questa letteratura il particolare e inconfondibile spessore.

A proposito, in Italia si parla tanto, e giustamente, della “fuga di cervelli”. Perché non parlare anche del consistente “sbarco di cervelli” avvenuto qui negli ultimi decenni?

 

LS: La metaletteratura è un espediente narrativo (ma non solo) che è stato ampiamente utilizzato in forme e modi diversi nella letteratura postmoderna. Secondo alcuni il postmoderno è ormai terminato da anni, secondo altri ci troviamo nel post-post-moderno. Ci si riferisce tradizionalmente alla letteratura dell’oggi, del nostro momento, alla letteratura contemporanea sebbene la definizione sia abbastanza approssimativa, erronea e “allargata” nel senso che anche Svevo, Pascoli e Gozzano – solo per fare qualche esempio – sono autori contemporanei. Come secondo lei la letteratura – non solo quella italiana – è cambiata (in cosa) rispetto ai “grandi padri” contemporanei e quali tendenze/generi/correnti nota nella letteratura contemporanea?

JMM: Cominciamo dalla metaletteratura. Secondo me è sbagliata la tendenza generale a vederla come un ipersofisticato e complesso esercizio di virtuosismo narrativo, una strategia narrativa messa in atto da alcuni writer’s writers, i maestri della forma e delle sperimentazioni, magari con lo scopo velleitario di esibire le loro doti. In Italia, ogni volta che sento parlare di metaletteratura sembra che si parli di cose ermetiche, esoteriche e anche un po’ noiose, per una manciata di iniziati, come la teoria quantica o la fisica delle particelle. Invece la metaletteratura – quella presente per esempio in Pirandello, nel Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Vila-Matas o nel mio romanzo madrelingua – non è altro che un modo contemporaneo di giocare con la struttura letteraria, di divertirsi portando a galla il dietro le quinte della scrittura, svelando la sua impalcatura, lo scheletro, come attraverso un raggio X. Nei casi più riusciti, riesce a trasmettere ai lettori non un senso di pedante erudizione ma al contrario una leggerezza che dice “dài, non prendete troppo sul serio il racconto, in fondo è solo un gioco”. Trasmette un sano scetticismo, che deride con buon umore la tradizionale “sospensione dell’incredulità” della narrativa, come nel gioco delle tre carte. La metaletteratura narra contemporaneamente in diversi livelli esegetici, e in 3D, si potrebbe dire, e può essere molto divertente. In essa tutti i ruoli sono scambiabili, come in un ballo in maschera, e il narratore che, attenzione, non è l’autore, diventa a sua volta un personaggio, fino a che compare dal nulla un altro narratore, che si presenta come quello vero, e cioè travestito da autore, mentre i personaggi si ribellano a questo gioco che smaschera il loro ruolo consueto e rivendicano un atteggiamento più “autorale” dall’autore. Oltre a madrelingua, avevo scritto in Brasile due opere metaletterarie (anche se molti altri miei testi hanno “pennellate metaletterarie” al loro interno). Sono il romanzo “O Espaço Imaginário” (Lo spazio immaginario) e il lungo racconto “Migrações” (Migrazioni). Sono forse i libri che mi sono più divertito a scrivere, e a volte dovevo fermarmi per ridere da solo con le cose assurde che inventavo.

Inoltre, non bisogna dimenticare che oggi quasi tutti scrivono, penso che mai una generazione di lettori ha avuto una tale dimestichezza con le questioni che naturalmente affiorano nello scrivere, molti sono voraci lettori che vivono immersi nel grande mare della narrativa. Quindi, da questi lettori, la metaletteratura è un genere molto apprezzato, perché le storie trattano proprio di un mondo, quello della scrittura, che gli è caro e conosciuto, il particolare ambiente metaletterario gli è familiare, sono curiosi delle strategie letterarie, dei problemi collegati alla creazione, alla verosimiglianza, alla costruzione e decostruzione di trame, intrecci, stili e personaggi.

Quanto alla seconda parte della tua domanda, devo confessare che ho un problema con queste etichette, del tipo postmoderno, post-postmoderno, ecc. Sembrano voler nascondere, più che rivelare. Per esempio, l’etichetta “postmoderno” – oltre a tutte le teorie astruse che gli hanno cucito addosso – può essere vista anche come un grande artificio promosso da una certa critica per giustificare e agevolare l’abbandono dell’arte impegnata in favore di una superficialità voluta, di un’adozione dei simboli del mercato – da Prada alla Danone, alla Sony e alla Samsung – come icone, prestandogli un’aura che non possedevano, e tutto questo ispirato dalle tentazioni neoliberiste che hanno stregato tanti intellettuali. In altre parole, una cortina di fumo per nascondere un tradimento, non molto diverso dal “tradimento dei chierici” descritto da Julien Benda nel lontano 1927. Sarebbe una strategia un po’ furbesca di, rimescolando tutte le carte, sovvertire le regole del gioco in chiave conservatrice.

Vedi per esempio la questione del sesso dal punto di vista “postmoderno”. Si è tramutato in merce, è diventato una branca dell’industria dell’intrattenimento, in un’operazione di “abbellimento” della prostituzione che ha cambiato la moralità piccolo borghese anche attraverso alcuni film e articoli di riviste e giornali che hanno rivestito di un inedito, e del tutto falso, glamour neoliberale l’atto di prostituirsi. Fino a pochi anni fa eravamo in piena mercificazione generale di tutto. Ogni cosa che deteneva un valore riconosciuto doveva avere un prezzo di mercato, il corpo e l’anima, e anche l’onestà, l’onore, l’opinione e la verità. Per fortuna le cose sembrano riacquistare un certo equilibrio negli ultimi anni, e forse la cosiddetta “crisi” – che non è mica una “crisi” ma un cambiamento definitivo di parametri in Occidente – è venuta per salvarci piuttosto che per rovinarci.

Tornando alle etichette, al loro posto preferisco rivolgere la mia attenzione sul fenomeno, sulla cosa, viva e vera, sulla scrittura in sé, sulla qualità della fattura letteraria, in grado occasionalmente di fare scaturire da sé una forza dirompente. Vedi, non riesco a innamorarmi delle cartelle. Mi innamoro delle storie.

Per concludere, e in risposta a quello che mi solleciti nella tua domanda, e senza azzardarmi a fare una classifica di tendenze e di generi, voglio sottolineare la molteplicità, la varietà mozzafiato della letteratura del nostro tempo, la coagulazione lenta ma costante delle vecchie letterature nazionali in una nuova letteratura mondiale, seguendo passo a passo le trasformazioni della soggettività collettiva in un mondo sempre più globalizzato. Una caratteristica lo rende, questo mondo, particolarmente affascinante, è il fatto che mentre cresce per certi aspetti l’omologazione e la standardizzazione del gusto e dei valori, si sviluppa in contemporanea un nuovo apprezzamento delle realtà locali, di nicchia, della “biodiversità” culturale, delle narrazioni prodotte dalle diverse culture ed etnie, delle svariate interpretazioni della vita e del trascendente, delle lingue minoritarie e delle fiabe e tradizioni create da piccoli e arcani gruppi umani. Un mondo che diventa al contempo più concavo e più convesso, vuole concentrare e vuole diffondere, come un grande cuore, con le sue sistole e le sue diastole, questo mondo distingue  ma poi mescola visioni, pensieri e fantasie.

E anche il ritmo delle trasformazioni si è notevolmente accelerato. Nello spazio di un’unica vita umana – che peraltro si è parecchio estesa – è possibile sperimentare diversi cicli storici, alte e basse maree artistiche e filosofiche: individualismo seguito dal collettivismo totalitario, poi il recente individualismo e infine il collettivismo che sembra stia tornando, stavolta democraticamente. Apice, decadenza, oblio, rinascita, nuovo apice delle stesse manifestazioni. È possibile, mentre si invecchia, vedere queste maree tornare anche due, tre volte, e diventare fenomeni universali nelle viscere della cultura.

Un esempio personale della vertigine delle trasformazioni: quando penso che ho scritto diversi libri prima del computer e prima addirittura delle fotocopiatrici, e che per poterli presentare a un concorso o a una casa editrice dovevo ricopiarli ogni volta, mi sembra proprio di essere un reduce del medioevo, una sorta di monaco amanuense venuto da uno sperduto monastero chiamato Rio de Janeiro anni ’70.

Considerando tutto questo su cui abbiamo riflettuto, mi viene da dire che la sensibilità letteraria che ha dato origine al nuovo protagonismo del racconto breve, alla letteratura della migrazione e alla metaletteratura è proveniente anch’essa da questo tempo accelerato, da questo orbitare a una velocità pazzesca attorno a un mondo incostante. La letteratura del futuro non sarà qualcosa che possiamo progettare razionalmente, ma qualcosa che saremo noi stessi diventati, a scapito dei nostri desideri. Qualcosa di inevitabile, irreversibile e ineluttabile, che stupirà i suoi autori non meno che i suoi lettori.

 

LS: Nella mia attività di critico-recensionista ho avuto l’occasione di leggere varie raccolte di poesia, genere che leggo con assiduità preferendo, però, la narrativa ed ho notato che ai nostri giorni c’è una tendenza molto diffusa nel pubblicare di tutto senza che ci sia alla base una vera e seria selezione editoriale dei materiali. La poesia, da sempre decantata come il genere più puro d’espressione umana, è stata – a mio avviso- maltrattata, violentata, derisa e beffata in una serie di sillogi che ho potuto leggere per una serie di elementi quali la mancanza di originalità, l’utilizzo di un linguaggio criptico, a spirale, ridondante, pieno di nonsense con la sola volontà di creare dubbio e smarrimento nel lettore. Credo che in molti si riempiano la bocca di “poesia”, scrivendo semplicemente spazzatura. Cosa ne pensa a riguardo? Ogni forma dell’espressione ha un suo valore intrinseco e deve necessariamente essere rispettata anche se travalica i canoni estetici/stilistici/canonici oppure la selezione, la qualità, la capacità espressiva sono più importanti?

JMM: Non c’è giorno in cui io non pensi all’importanza immensa della poesia e non celebri dentro di me, a modo mio – pensando al significato di un verso, scrivendo qualcosa, leggendo poesie, selezionandole per la rivista – la sua esistenza nella mia vita. Offro spazio per la poesia, sempre, in diverse sezioni della rivista Sagarana, e quando, in Brasile, ero il direttore della casa editrice Anima, pubblicavamo tanti libri di poesia quanto degli altri generi, forse di più. Oggi le richieste per i reading delle mie poesie sono uno dei pochi inviti che non rifiuto mai, e mi sposto qua e là per l’Italia, in Svizzera, in Francia, non di rado pagando il biglietto di tasca mia, perché per onorare la poesia farei qualsiasi cosa, davvero. E non solo le mie poesie, ma anche, per esempio, reading miei delle poesie di Pablo Neruda, di Drummond de Andrade, o di Fernando Pessoa.

Detto questo, ammetto che hai ragione sul proliferare di poesie scialbe, ridondanti, o troppo sbiadite o troppo sgargianti, con urla isteriche senza un motivo chiaro, o sciatte e tirate via, oppure pedanti e noiose come un ingorgo di traffico, o tormentate dentro la loro noia come avere la macchina guasta dentro un ingorgo di traffico. Tuttavia sono convinto che non esiste “cattiva poesia” perché se è poesia non può essere cattiva. Sarà sempre, in qualche modo, ricerca, problema, catarsi, seduzione delle parole, braccio di ferro con i concetti, estasi metaforico. Sarà sempre e comunque un atto d’amore (non dimentichiamolo, anche la vanità è amore verso sé stesso).

Pensando alla commovente generosità dei poeti possiamo affermare che nessuno dedica tante ore come loro a qualcosa con così poche chances di avere un qualsiasi ritorno. L’accusa tacita ai poeti è conosciuta: sprecare la loro vita in qualcosa di perfettamente inutile. Nessun dare è così disgiunto dal ricevere quanto lo scrivere poesia. E nonostante tutto mi arrivano ogni giorno poesie belle e bellissime. Scopro ogni settimana un nuovo bravo poeta (questa settimana per esempio è stato il turno dell’argentino Roberto Juarroz: “Sto perdendo le zone intermedie. / Percepisco soltanto ciò che è molto vicino / o ciò che è molto lontano. / Questo cambio radicale dei sensi / o chissà il sorgere di un senso diverso / conferma il mio sospetto / che soltanto negli estremi / abita il reale.” E ha scritto che la poesia “è sempre tempo giovane / tiepida valigia della vita”.)

Posso dire che la mia “tiepida valigia” è più spaziosa a causa della vicinanza persistente della poesia. E quando non capisco quello che mi sta succedendo, quando non capisco più niente e non so come spiegare certe cose, è alla poesia che chiedo aiuto, e lei mi trova le parole chiare per i miei pensieri appannati, impenetrabili anche a me stesso. Meravigliato, riesco allora ad esprimere l’anima di un io sconosciuto. Ero rauco, balbettante, a volte muto, e la poesia è venuta in mio soccorso per restituirmi la voce smarrita. Come non esserne grato?

Forse non ho risposto alla tua domanda, almeno non nei termini in cui l’hai formulata. Ma devi capire, hai toccato un nervo troppo sensibile, il rapporto con la poesia, e non potrei parlare di poesia in un modo razionale, cartesiano, senza sentire di averla tradita.

 

LS: Lei ha avuto modo di sostenere che il racconto, ossia la narrativa breve, è la forma di scrittura più adatta, espressiva, esatta e congeniale al suo essere scrittore. Condivido pienamente l’importanza che riconosce a un genere che, come lei ha sottolineato, viene un po’ snobbato in Italia perché equiparato a una espressione frettolosa e concisa, a una sperimentazione o addirittura a una mancanza di immaginazione. Sono convinto come lei che il racconto sia una forma di scrittura particolarmente efficace e diretta, tanto che anche io lo preferisco ad altri generi, sia in lettura che in scrittura. Lei sostiene che la mancata affermazione e il poco riconoscimento del racconto nella letteratura italiana, al di là di semplici e frettolose spiegazioni che hanno poco di letterario, sia da ricercare nell’aspetto conservatore del pensiero e della società italiana. Sarebbe in grado di ampliare questo aspetto e di parlarcene più diffusamente?

JMM: Questa svalutazione del genere racconto, a cui fai riferimento, tutta italiana in verità, è un segno di ignoranza, è non capire minimamente il percorso della letteratura nel Ventesimo e Ventunesimo secolo. I generi letterari non nascono, prosperano o muoiono per decisione dei critici. Essi sono il risultato e la materializzazione di una certa costante sintonia dell’arte letteraria con la sensibilità generale di ogni periodo storico. Cambiano gli uomini, cambia la società, cambia il genere letterario. C’è poco da fare. Il romanzo epistolare per esempio era in perfetta sintonia con la sensibilità di una certa aristocrazia europea del Settecento, così come il romanzo-fiume, le narrazioni monumentali, i grandi pannelli narrativi come “La commedia umana” di Balzac o “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, con intrecci che si dipanavano per decenni, a volte per secoli. Corrispondevano a una sensibilità di un certo mondo borghese dell’Ottocento post-Restaurazione, un mondo stile Biedermeier. Il romanzo-fiume si prolungò nel tempo fino a ritrattare la decadenza e il sovvertimento di quel mondo, per esempio nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, nei “Buddenbrook” di Thomas Mann, e più vicino alla nostra epoca nel ciclo ambientato nella contea di Yoknapatawpha, di Faulkner. In Brasile, oltre ai libri di Machado de Assis, con il consigliere Aires come narratore/protagonista di diversi romanzi, e all’opera di Macedo, abbiamo i 15 volumi della “Tragedia borghese” di Octávio de Faria. Queste opere smisurate, quasi infinite, dipendono per nascere da una coerenza stabile del mondo nella mente dei suoi autori, da una weltanschauung tipicamente ottocentesca, impossibile in un Novecento esplosivo, nichilista, spaccato tra ragione e inconscio, “oltre il bene e il male”, frammentario, surreale, assurdo, senza più Dio e, nel suo epilogo, anche senza più Storia. Molti individuano la rottura negli orrori della Prima Guerra Mondiale, nella delusione con la Scienza e il Progresso, divenuti agenti del Male contro ogni speranza, l’incubo delle trincee, le stragi commesse in nome dell’amor patrio, origini di opere strazianti come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque o “Terra desolata” di T. S. Eliot: “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Dopo la “grande guerra civile europea” niente più sarebbe stato lo stesso, e tra le sue vittime giaceva anche il romanzo-fiume e la sua ormai impossibile compattezza.

Il romanzo stesso è prima esploso al suo interno, riducendo la sua dimensione e così assumendo per la prima volta un’inedita “modestia” ontologica, oltre a limitare anche l’estensione temporale della trama, che in certi casi aveva la durata di un solo giorno, come nel “Ulysses” di Joyce, in “La nausea” di Sartre, in “Lo straniero” di Camus o in “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispector. Pensiamo, per esempio, alla dilatazione/concentrazione del tempo in “Gita al faro” di Virginia Woolf o nel “L’urlo e il furore” di Faulkner.  Inoltre, il senso della realtà era completamente destabilizzato e rovesciato con il dominio dell’inconscio sulla logica; romanzi come “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “La casa assassinata” di Lucio Cardoso o “Mia madre” di Georges Bataille ne sono degli esempi compiuti. Le pulsioni dell’inconscio determinano il discorso del protagonista ma a volte anche quello del narratore. Ed è in questo contesto liquido e instabile che nasce il racconto breve contemporaneo, come un ulteriore passo nella frammentazione della narrativa. E in certi casi non sarebbe esagerato parlare addirittura di polverizzazione della narrativa, come in Augusto Monterroso, in Cortázar, in Donald Barthelme o in Carver. Non a caso questo genere appare con forza prima nelle zone più dinamiche e in rapida trasformazione del mondo, gli Stati Uniti, l’America Latina, la Spagna del dopo-Franco. La sfida letteraria in quel momento era riuscire a realizzare una “fotografia istantanea” dello spirito del nostro tempo, con la massima concentrazione di senso, cogliere l’attimo nella sua massima intensità, senza più l’illusione di un nesso coerente e uniforme (quello che in passato era all’origine del romanzo) e soprattutto senza più desiderarlo: donne e uomini nuovi, affezionati ormai al mutamento e all’indistinto. Il racconto breve emerse così come la forma perfetta e provvidenziale, lo strumento narrativo più preciso, più chirurgico, per le soggettività che si affermavano. In seguito, anche i paesi che avevano trovato in passato nel romanzo la loro espressione per eccellenza, come la Francia, la Germania o l’Inghilterra, ritrovarono linfa letteraria nel racconto breve, come le principali riviste letterarie inglesi di oggi, “Granta” in testa, dimostrano chiaramente.

In questo processo, l’Italia è rimasta indietro, magari non nel suo ambito creativo, dove il racconto si è espanso nettamente, e riviste come “Sagarana”, “El-Ghibli” ne sono la prova, ma per quello che riguarda la critica, l’accademia e anche la stampa culturale c’è stato, come descrivi bene nella tua domanda, un rifiuto emotivo, viscerale e irrazionale del genere racconto, una vera rete di giudizi sfavorevoli che cerca a tutti i costi di ridimensionare la sua importanza, di confinarlo in una sorta di “dilettantismo “ e di irrilevanza letteraria, ed è chiaro che questi giudizi hanno influenzato negativamente le scelte editoriali degli ultimi decenni. È come se l’ascesa di questo genere, il suo protagonismo, mettesse a repentaglio una tradizione che trova nel romanzo di stampo manzoniano il suo “ancoraggio” sicuro. Ma come diceva Cazuza, il cantautore brasiliano, “il tempo, caro mio, non si ferma mica”. Lo sforzo di “protezione” della tradizione del romanzo in Italia – protezione di cui il romanzo peraltro non ha alcun bisogno – non è un segno di forza, bensì segno della percezione della sua recente fragilità. Come ho scritto nel madrelingua, “ai nostri giorni non è più possibile scrivere un romanzo, e non è più possibile non scriverlo”. Questo inutile sforzo protettivo cerca di arginare il fatto che l’uomo che si sentiva pienamente rappresentato dalle caratteristiche del genere romanzo sta scomparendo e dando luogo a un uomo nuovo, più assuefatto all’effimero, alla precarietà, più veloce mentalmente e più flessibile nelle sue “certezze”, e anche più aperto al mondo e al diverso. E l’uomo nuovo vuole leggere libri nuovi.

Come si fa a immaginare che la letteratura può rimanere statica e congelata dopo l’enorme diffusione di Internet, con le sue pratiche di lettura così differenti, con la sua scrittura frammentaria, al sapore di un clic o di uno zapping? Nei tempi dei paragrafi solitari nei post dei blog o nei social network? Nei tempi della nascita, insieme agli e-book, della possibilità di creare e di pubblicare libri di 50 pagine, prima considerati impraticabili dall’editoria tradizionali, e aprendo così nuovi orizzonti all’idea stessa di “libro”? Sappiamo bene che tutte le innovazioni sostanziali in Italia – al di là del “coraggio” tutto sommato innocuo del design, della forma per la forma – sono travagliate e arrivano in ritardo. E qualcuna, penso alle rivoluzioni democratiche per esempio, non arrivano mai. Ma succede che il mondo diventa sempre più piccolo e interconnesso, e l’Italia non può pretendere di esistere isolata e protetta dalle potenti tendenze della mondializzazione. Nel caso del racconto breve, lo sforzo di fare finta di ignorare la sua affermazione e il suo prestigio è così grande, e così patetico, che alcuni critici arrivano a menzionare il genere “racconto” facendo riferimento esclusivamente alla produzione del periodo rinascimentale, quello di Boccaccio e dei suoi contemporanei per intenderci. Come se fosse non un genere fiorente ma… estinto!

In ogni modo, cambia poco. Il vigore dello sviluppo del racconto è palese e inarrestabile. La trasformazione viene dal basso, dalla creatività dei nuovi autori e dai gusti dei nuovi lettori. Ogni anno il racconto breve diventa più importante anche in Italia, più apprezzato, più necessario – è da lì che vengono le innovazioni, le sperimentazioni, l’avventura del narrare –, oltre ad essere il genere per eccellenza degli scrittori non italiani che hanno scelto l’italiano come lingua letteraria.

 

Grazie mille per avermi concesso questa intervista su alcuni aspetti nevralgici e cruciali della letteratura del nostro oggi.

 

Lorenzo Spurio

 31 Agosto 2012


[1] Su questo romanzo ho scritto una recensione, pubblicata sul mio blog personale e disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/07/25/madrelingua-di-julio-monteiro-martins-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[2] Su questo libro ho fatto una mia recensione-analisi, pubblicata sul mio blog personale e poi anche sulla rivista di letteratura migrante “El Ghibli” fondata dal senegalese Pap Khouma e disponibile qui: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=186

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Eliza Macadan, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Eliza Macadan

Autore di “Paradiso Riassunto”

(Edizioni Joker, Novi Ligure, 2012)

Isbn: 9788875363024

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: Il titolo è una trovata dell’ultimo momento ed è forse per questo che lo trovo molto ispirato – mi capita, fortunatamente di rado, di fermarmi su un sintagma ma non si tratta quasi mai di un testo poetico. Qui, le parole vengono da sole, io devo essere solo aperta, preparata ad accoglierle. Capita che io non sia del tutto sintonizzata con l’emettitore ed è allora che devo fare qualche sforzo per cogliere il senso appena percepito. Può, invece, capitarmi di essere visitata da parole o espressioni che non riesco a togliermi dalla mente finché non do loro lo spazio che richiedono in maniera imperiosa, finché non creo una costruzione per loro – sono delle ossessioni lessicali, mi piace chiamarle così. Prima di “Paradiso riassunto” avevo scelto “Terra in affitto”, per quasi un anno  il volume si è chiamato così, ma quando la casa editrice mi ha suggerito che potevo pensare anche ad altro, si è presentato da solo questo titolo. Non trovo opportuno da parte di un autore spiegare oppure offrire un’interpretazione del titolo della sua opera. Non è un capriccio il mio, è un principio che mi obbliga di lasciare agli altri la libertà di trovare sensi, di scoprire i miei significati ma anche i loro. Il lettore può trovare significati nuovi che l’autore non ha  nemmeno immaginato. E non vorrei essere io a condizionarli nel trovare una chiave di lettura. Credo fortemente nell’intelligenza dei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

E.M. Ogni creazione ha in modo implicito una dimensione biografica, una componente che è legata in modo indistruttibile alla vita. E’ stato detto che l’essere umano, attraverso l’atto creativo sta imitando la divinità, che ogni creazione è un inno infinito alla vita. Secondo me, è l’unica modalità che ci è stata concessa per aspirare all’immortalità. Ed è, in qualche misura, un modo di giocare a Dio. Perché un autore ha questo privilegio unico di creare vite, mondi, migliori o peggiori, a suo piacimento, di correggere errori e quant’altro. Nel suo testo letterario, l’autore ha, inoltre, la chance unica di dire tutto quello che gli passa per la mente senza il timore che si potrebbe avere nel dire le stesse cose nella vita reale. Con la poesia, il discorso è ancor più ampio, la libertà è maggiore:  qui, nel testo poetico, possiamo  nascondere (mettere sotto il lucchetto) veri tesori o veleni o bombe… sofferenze, dolori, bisogni, gioie, urla, di tutto. Possiamo mettere tutto ciò e altro ancora sapendo che questo potrà essere percepito solo da chi è un po’ come noi, capace di vedere il mondo con i nostri occhi. Il poeta sa che non saranno molti a visitare i suoi versi. Non di questi tempi. E’ un dato di fatto. Ma sa ugualmente che quei pochi che vengono sono quelli che contano. E se fosse un solo lettore, basterebbe. Parafrasando il Vangelo, se esiste un solo lettore di poesia, il Mondo ha una chance di essere salvato. Di autobiografico, dunque, c’è tanto: è la quotidianità, il mondo circostante con il suo spettacolo pauroso offerto dai politici che sembrano trovarsi per la prima volta nella storia dell’umanità in un vicolo cieco. Sembra che non ci siano più soluzioni per rimanere dentro la storia, sembra addirittura che esistano delle forze capaci di buttare nel cestino della storia tutto quello che gli ultimi secoli ci hanno portato in termini  di convivenza sul nostro pianeta. O forse siamo noi degli eredi indegni… perché non potrebbe essere anche così? La mia poesia è un segnale d’allarme, così credo. E’ l’allarme che ha preso possesso dalla mia anima, dalla mia mente e che mi guida nella scrittura. Non cerco mai formule, non rimango a lungo a limare i testi, non sto a lungo a riflettere sull’uso di una parola al posto di un’altra. Semplicemente lascio che esca fuori di me, attraverso la mia mano, un certo messaggio. Quasi sempre è un messaggio breve, ma carico di intensità, credo. Così sono le mie poesie, brevi. Così brevi da non sopportare titoli. In fatti, nessuna delle mie poesie, da quando ho cominciato a scrivere, non ha avuto titoli – una scomodità per la critica che deve indicare la pagina, cioè il numero del “messaggio”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

E.M. E’ la domanda-tipo che mi fa più paura. Pur sapendo che si fa quasi sempre, mi trovo impreparata. Durante la nostra esistenza siamo più persone – non nello stesso momento perché sarebbe patologico, ma una alla volta; nell’infanzia amiamo leggere cose che nell’adolescenza leggiamo solo di nascosto; nella prima giovinezza lo spazio dato alla lettura è immenso, come regola si legge un po’ di tutto e poi, nella maturità si fa una selezione molto rigida. Si diventa molto attenti nello spendere il tempo – con le letture come con le persone. Dunque, come fare a elencarle tutti i nomi che nei secoli, in varie parti del mondo e varie lingue e culture sono stati punti di riferimento sul cammino della mia formazione letteraria in genere e poetica in particolare? Tanti, fra piccoli e grandi, tra vicini e lontani, tra conosciuti solo nella città dove studiavo oppure tra i Nobel. Le varie correnti letterarie mi hanno interessata solo nell’ambiente scolastico: forse suona squalificante per uno che scrive, ma credo che questa parte dovrebbe essere lasciata ai critici e ai teorici della letteratura. Loro sono proprio bravi, almeno lo sono stati – adesso con il postmodernismo il problema sembra risolto per sempre, è uno spazio dove entrano tutti.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Per me è stato e lo è tuttora Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry. In modo sbagliato, la critica di cui parlavamo prima, ha catalogato quest’opera come letteratura per i ragazzi. E’ un inno alla vita, all’amore, all’amicizia, alla Poesia! E’ stata per molti una lettura scolastica obbligatoria, ma col passare del tempo, siamo tentati a tornare su questo libro con uno spirito nuovo. Per me è una sorte di bibbia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: In qualche modo le ho già risposto a questa domanda. Non potrei parlare di contributo di uno più dell’altro. Mi risulta difficile. Eppure c’è un fatto che mi viene in mente e lo trovo determinante per la mia esistenza come poeta: nella mia adolescenza ho letto tanta poesia. Poesia contemporanea romena. Leggevo tutto quello che usciva e che trovavo nelle librerie dell’epoca. Il regime comunista di Bucarest ha giovato alla poesia. Si scriveva tanto. Io vivevo in una città della Moldavia romena, dove la vita culturale era effervescente perché il partito-unico-padre-padrino aveva soldi da spendere per tenere buoni e muti i letterati, gli artisti. Così, la loro produzione letteraria, le loro opere oltre ad essere pubblicate a spese del ministero della cultura, avevano diritti d’autore ingenti. Si scriveva sotto censura. E c’era bisogno di tanta intelligenza e abilità, di tanta strategia per disporre nel testo le idee, per dare un messaggio, che era per forza criptato. Tutti quei poeti, locali o nazionali, hanno, in una certa misura, fatto di me quella che sono adesso. E’ stata un’età della poesia. Era l’unico rifugio esistente in un  mondo kafkiano i cui riflessi giungono fin qua… Poi letture dai poeti italiani, francesi e anglosassoni che si traducevano a quell’epoca, di certo non i contemporanei. Dagli anni novanta in poi, anche quell’angolo di mondo si è aperto, nel bene e nel male.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

EM: Dall’esordio in volume, nel 1994, ho pubblicato sei libri di poesia – quattro in romeno e due in italiano. Ho la chance che hanno pochi di avere altre due lingue di espressione, oltre al romeno: l’italiano e il francese. Ho scritto anche in francese senza essermi preoccupata dalla pubblicazione, non ancora. Per i lettori italiani, perché a loro mi rivolgo qui, posso parlare del mio tragitto in questa lingua che amo e che è parte di me. Esordio italiano, dunque, nel 2001 con Frammenti di spazio austero, ricevuta bene dal pubblico romano di poesia e adesso Paradiso riassunto che è stato al Salone del Libro di Torino. Ho avuto, questa volta, la fortuna di avere un prefatore di grande sensibilità poetica, un poeta lui stesso, ma tanto generoso come pochi autori lo sono di questi tempi. Parlo di Marco Conti, un biellese di grande cultura letteraria e non solo. Lui è stato incaricato dalla casa editrice di curare il mio libro e lo ha fatto con professionalità e con generosità, con pazienza e con sapere. Auguro a ogni autore di avere un’esperienza simile alla mia. Non so quale sarà il destino di Paradiso riassunto, perché ogni libro ne ha il suo di destino. Ma so che mi ha già dato tanto.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Non mi è mai successo, anzi… mi è capitato ma nella scrittura giornalistica. Non penso sia una cosa dannosa. Solo che si deve trovare il partner giusto, come nella vita, d’altronde. Si possono, credo fare cose magnifiche a quattro mani… per me la scrittura è stata finora un atto solitario e quasi intimo. Scrivere poesia non è una scelta. E’ un destino. Non scegliamo noi di scrivere poesia, siamo stati scelti. Se il poeta non vive vere e proprie epifanie, allora è meglio che taccia.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: Spero che sia adatta a tutti. A tutti quelli che guardano ancora il cielo di giorno e di notte provando a decifrare i disegni delle nuvole, delle montagne sulla luna; a quelli che credono nel potere della parola, a quelli che pensano sempre agli altri, vicini o lontani che siano, a quelli che credono che il mondo non si ferma qui e che non dobbiamo scendere, che il viaggio per la Terra sarà lungo millenni e millenni ancora. Ma anche a quelli che hanno perso la speranza, la motivazione o si sono allontanati dal senso dell’esistenza. Credo molto che sia adatta ai giovani lettori di oggi e di domani. Ma forse questo è solo un desiderio, non lo so.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Avevo già parlato prima, ma aggiungerei volentieri che mi sono trovata molto bene, è una squadra di professionisti, fanno il loro lavoro con passione. Un autore è una creatura piena di stranezze, è uno che agisce su impulso, che oggi vuole una cosa per non volerla più l’indomani, che cambia umore, è una persona difficile da gestire. L’editore dev’essere un po’ di tutto: confidente, psicologo, commercialista, pr e naturalmente un conoscitore della letteratura. Mi fido molto dei piccoli editori. Tutti i grandi scrittori sono sempre passati da lì.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Ai miei tempi e nel posto dove vivevo io non ho avuto questa possibilità, ma penso che in nessun modo possono nuocere. Con un’osservazione: i titolari di questi corsi, parlo dei corsi di scrittura creativa, debbono essere attenti a capire fin dove possono intervenire nel forgiare un allievo, soprattutto se si tratta di giovani. Credo, inoltre, che debbano essere molto sinceri rischiando di rimanere senza allievi il prossimo anno; è preferibile non illudere nessuno. I miglior corsi sono gratuiti, si fanno a cielo aperto nella prima infanzia quando la magia del mondo è ancora intatta, quando non ci siamo allontanati dalla fonte, quando un fiore che teniamo fra le dita è un intero universo, quando guardare le stelle è il più bel regalo. Quelli sono i veri corsi di poesia.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Molto e poco. Non saprei. Solo che, come ho già accennato, quello degli autori è un mondo fatto di altre regole. Ci sono gelosie, invidie, egoismi e tantissimo narcisismo. Mi chiedo se ci sono rimaste, da qualche parte, grandi amicizie… Le cose cambiano un po’ quando si tratta di amori, ma solo un po’ e solo in superficie. L’ego del creatore è sovradimensionato, sembra una cosa legata al DNA.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: Non è una mia abitudine. Mai fatto se non per giocare e per leggere la produzione al mio primo lettore, quello che vive con me. Quando la tecnica di cui parli non si limita ad un esperimento, ci troviamo, credo, fuori dall’atto creatore. Io credo che la poesia sia una istanza grave, così ho imparato molto tempo fa da Ionesco. E non dimenticherò mai questa lezione.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Jesi, 16/07/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Donata Porcu, autrice di “Questo foglio sottile di vita”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Donata Porcu
Questo foglio sottile di vita
Lettere animate 2012

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

DP: Non sono solita spiegare i titoli delle mie poesie o delle mie opere, non mi piace…preferisco che chi legge interpreti da solo, ma in questo caso sento di poter dare una indicazione: in una sua bella recensione, Lorenzo Spurio ha fornito una preziosa quanto indovinata interpretazione di quanto ho desiderato dire col mio titolo ( che è poi anche il titolo di una poesia contenuta nella silloge)

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

DP: Credo di non aver mai negato il carattere autobiografico dei miei versi, perché ritengo  risulti evidente; mi chiedi quanto ci sia di autobiografico e non posso che risponderti : tutto. Scrivere è il mio modo preferenziale di esprimermi ed è stato fin da ragazzina il modo per sciogliere e liberarmi di nodi interiori troppo stretti. Penso che sia assolutamente un modo efficace (anche se non semplice) per parlare di se stessi, sempre che gli ascoltatori siano attenti; non so quanto sia efficace per parlare degli altri, io credo si finisca alla fin fine sempre per parlare di se stessi attraverso gli altri… o forse lo si può fare, ma solo se si tratta di “altri” che abbiamo avuto modo di vivere empaticamente

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

DP: ti confesso che la domanda mi fa sorridere, per il fatto che non saprei da dove cominciare nel risponderti: io sono sempre stata e sono tuttora, una lettrice vorace e molto disordinata: Mi piacciono prosa e poesia e confesso che mi piace quasi tutto! Amo molto i classici sia in poesia che in prosa, italiani e stranieri, mi entusiasmo sui nostri grandi ma non disdegno la produzione più moderna e quella minore. Mi rilassa e mi appassiona la lettura di romanzi fantasy. Tralasciando i grandi nomi della nostra letteratura, che do per scontati, il primo nome che sento di farti è Dostoeskij per quanto riguarda la prosa; la poesia è un florilegio di nomi…Ungaretti, Neruda, la nostra Merini… Per farla breve, se escludiamo gialli, polizieschi e romanzi sentimentali…leggo tutto con passione.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

DP: Non è difficile, ho subito la risposta per te: è senza dubbio L’Idiota di Dostoesskij, il motivo sta sicuramente nella tematica, nella profondità dell’interrogativo che sottende al romanzo e soprattutto nel fatto che l’ho letto e riletto e ancora non mi annoia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

DP: temo di non saperti rispondere, aspetto ancora qualcuno che sappia darmi la risposta, ammesso che sia possibile catalogarmi in un qualche modo, questo per quanto riguarda gli autori che hanno contribuito a formare il mio stile, quanto agli autori preferiti, ho già fatto qualche nome prima: accanto ai grandi classici della poesia di tutti i tempi, mi sento molto vicina a Neruda e alla Merini.

 LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

DP: Nel 2011 è uscito il mio primo libro “Dell’amore resta solo l’amore”, una silloge di poesie a tema amoroso (inteso nel senso più ampio del termine). In questo 2012 invece ha visto la luce “Questo foglio sottile di vita”, una silloge di poesie suddivisa in tre sezioni, a tema vario. In entrambe le raccolte confluiscono i versi scritti in tutti questi anni, oltre ovviamente alle ultime produzioni.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

DP: Solitamente scrivo da sola, ma sono sempre disponibile ad ogni esperimento; da poco ho scritto a quattro mani  con Antonella Ronzulli, una poesia pubblicata sul suo ultimo libro “Attimi: il puzzle della vita” (Lettere Animate 2012). Ritengo che scrivere a quattro mani sia una bella esperienza, ma occorre farlo con le persone giuste: ci vuole stima, empatia e per quanto mi riguarda affetto.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

DP: Sicuramente non a lettori frettolosi o superficiali; non è importante quanti leggeranno i miei libri, ma è importante che coloro che lo fanno sappiano penetrare le parole e le emozioni: chi possiede un mio libro possiede un pezzetto della mia anima…chiedo che le mie parole non siano vane.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

DP: Un marasma, un bombardamento di proposte, un universo in cui si rischia pericolosamente di perdersi: occorre essere avveduti e avere anche quel pizzico di fortuna che consenta di non cascare in mani sbagliate. Io ho pubblicato la mia seconda opera con Lettere Animate, una casa editrice molto giovane ma che sta lavorando molto bene; posso dirti che mi trovo benissimo: hanno creduto in me e mi sostengono, mi hanno aiutato e mi aiutano nel farmi conoscere e sono sempre presenti. La precedente esperienza mi aveva un po’ scottata: oltre alle spesa considerevole, mi ha lascito perplessa l’abbandono in cui mi sono trovata…ma andiamo oltre.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

DP: Credo che ogni occasione di confronto, e le cose che tu citi in quanto tali, siano utili alla formazione di uno scrittore. Io personalmente confesso di essere troppo pigra per parteciparvi: segno ogni data e mi propongo assolutamente ogni volta di rientrare nei tempi … dopodiché aspetto che scada il termine!

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

DP: Come ti dicevo sopra è molto importante, ed è un confronto che può attuarsi sempre, attraverso l’amicizia e la solidarietà tra autori; io credo ancora nella possibile mancanza di invidie e giochini di potere: ognuno di noi è unico e c’è posto per tutti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

DP: Penso che la risposta debba variare a seconda della consapevolezza o meno di questa azione; personalmente credo che in realtà le cose da dire sia sempre le stesse e ciascuno di noi si sforza di dirle come meglio gli pare. Per lo più, però, la cultura ben assimilata fa si che questo meccanismo risulti spesso assolutamente inconsapevole: ciò che leggiamo diventa talmente nostro che quando lo restituiamo al nostro lettore siamo convinti di dire cosa nuova.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 09/08/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Ivan Pozzoni, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Ivan Pozzoni
Autore di “Mostri”
Limina mentis, Villasanta, 2009,
ISBN: 9788895881126

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

IP: Con Mostri cerco di dare soluzione concreta alle difficoltà esistenziali dell’artista, definendone il ruolo sociale e muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua (vagueness) di «mostruosità»: a] mostruosità terrorizzante (attività di creazione di dolore) da mostro/1 (attore di dolore), volta ad eternare i nessi di dominanza/ controllo esistenti, mediante discriminazione, e b] mostruosità terrorizzata (attività di sottomissione al dolore) da mostro/2 (vittima di dolore), destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza/ controllo, mediante «marginalizzazione». Ognuno di noi, in fondo, nel senso etimologico del termine (monere) è mostro, un «[…] avvertimento della volontà degli dei […]», come registra Festo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IP: Non esiste niente di non auto-biografico: tutto ciò che facciamo, e scrivere è un fare (poiein), è auto-biografia. Ogni forma di atto culturale / artistico ha, tra i suoi fondamenti, il contesto auto-biografico dell’autore dell’atto. Essendo autopsia, l’arte non riesce mai ad essere anti-auto-biografica.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IP: Ogni mio tentativo di «parossisticizzazione» della mass culture è attivato col mezzo formale, cinico, di un barocchismo decostruzionista, con un occhio rivolto a Luis de Góngora y Argote, fatto di calembour, ironie, facezie, cadute di stile, abbassamenti di registro, sulla stessa strada dell’insurrezionalismo scanzonato, mai aristocratico, di un Cecco Angiolieri, di un Burchiello, di un Villon, e dell’umorismo medioevale o novecentesco (riviste); al di là di anacronistici riferimenti a Marx e marxismi, miei riferimenti culturali, nell’ostinato tentativo di dare un senso, vivente, alla vuota nozione moderna di «democrazia», sono i francesi (Deleuze – Foucault – Lyotard – Derrida – Guattari – Artaud – Bataille – Barthes), Badiou e Debord, i sociologi (da Bauman a Sennet), oltre all’impianto metodologico della filosofia analitica americana.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IP: Leggo moltissimo: fisiologicamente sono costretto a dimenticare quasi tutto, trattenendo in me alcune influenze inconsce. Di norma, amo ciò che, al momento, sto studiando. Poi me ne dimentico, e amo altro. L’amore non ha confini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

IP: Non ho uno stile. Più che uno stile, ho uno stílo, con cui incido versi/frasi nelle carni e nella roccia.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

IP: La zattera della mia iniziativa artistica, intesa come «non-poesia» e come nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga sulle distese marine della «liquidità» tardo-moderna, muovendosi nei limiti di una weltanschauung artistica totalmente democratica e attenta a sollecitare, nella vita di ogni uomo / artista, la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune; l’atto stesso di scrivere versi sottende, in me, una cartografia razionale molto articolata, mai distaccata dalla ulteriore mia attività di storiografia filosofica e letteraria e basata sull’introduzione di una serie di tre cicli metodologici (poetica storiografica – poetica teoretica – poetica sociologica):

1] Poetica storiografica: a] Underground: storiografia in versi del romanticismo; b] Riserva Indiana: storiografia in versi del simbolismo; c] Versi Introversi: storiografia in versi dell’ermetismo; d] Mostri: storiografia in versi del realismo; e] Galata morente: storiografia in versi del post-modernismo.

2] Poetica teoretica: a] Lame da rasoi: teoresi della disintegrazione; b] Carmina non dant damen: teoresi della flessibilità; c] Scarti di magazzino (in uscita 2013): teoresi dell’emarginazione.

3] Poetica sociologica (antologie): a] Retroguardie: sociologia della sconfitta artistica; b] Demokratika: sociologia della democrazia lirica; c] Triumvirati: sociologia della costruzione di interazioni comunitarie;  d] Tutti tranne te!: sociologia dell’esclusione; e] Frammenti ossei: sociologia della frammentarietà; f] Labyrinthi (seriale): manuale sociografico su voci nuove e/o marginali.

La storia della filosofia, dell’etica e del diritto sono un’altra cosa, un’altra storia.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IP: Penso che sia estremamente difficile scrivere a quattro mani. Se avessi quattro mani, in ogni caso, con due scriverei, con le altre due avrei l’opportunità di grattarmi, esplorare oggetti, fare altre cose istruttive.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IP: Il lettore non esiste. Nessuno legge davvero «poesia», se non è costretto a farlo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IP: Litigo, con affetto.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IP: Odio ogni forma di concorrenza: la cultura è un processo collaborativo (coi morti), mai agonistico; detesto readings e premiazioni, mezzi consumistici costruiti ai fini di solleticare il narcisismo dell’autore tardo-moderno. L’artigiano non ha bisogno di corsi e concorsi: vive su corsi e ricorsi.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IP: È importante, sopratutto, mantenere rapporti con le altre autrici.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IP: Non ne ho idea. Difficilmente leggo «poesia». Mi annoia da morire.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

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