Lo scrittore e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio ha raccolto in questo volume una serie di interviste fatte negli ultimi anni ad esponenti di spicco del panorama culturale letterario legate all’universo della Poesia.
Sandro Gros-Pietro nella prefazione osserva: «Per usare la metafora scelta dall’autore, la poesia è una parola di seta, tanto elegante quanto resistente e tenace, pure nella sua leggerezza dell’essere. Il merito maggiore di Lorenzo Spurio, per il quale non smetteremo di essergli grati anche negli anni a venire, è quello di non avere voluto, neppure come idea peregrina o barlume montaliano, propinarci l’ennesimo repertorio sulla poesia italiana d’attualità, cioè una sorta di distillato d’autore sui nomi fondanti e significativi dei bravi poeti che rappresenterebbero il nostro tempo. Lorenzo Spurio non è, dunque, caduto in quel collettore oscuro della vicenda poetica che gorgoglia solo di presunzione e di collusione con il potere editoriale, e che compila le classifiche di merito tra i poeti italiani con la risibilità truffaldina delle hit parade canzonettare, ma al contrario si è mantenuto fedele a una concezione di “viaggio nella conoscenza poetica d’attualità».
Tra i poeti intervistati figurano Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello e Lucio Zinna. In appendice una sezione dedicata alle interviste di alcuni giovani promesse poetiche: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella.
All’interno del volume figurano anche poesie proposte in lettura e per un commento ai poeti intervistati. Tra i classici: Marino Moretti, Corrado Govoni, Leonardo Sciascia, Alda Merini, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Antonio Machado, Pedro Salinas, Walt Withman, William Butler Yeats, Sylvia Plath, Bertolt Brecht, Charles Bukowski, Wislawa Szymborska; tra i contemporanei: Paolo Ruffilli, Elisabetta Bagli, Mia Lecomte, Sandra Carresi e Giorgia Catalano.
Il libro edito da PoetiKanten Edizioni può essere acquistato scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com oppure su ogni vetrina online di libri (Ibs, Amazon, Libreria Universitaria, Unibo,…).
Tracciati lirici di impegno civile (antologia di poesia civile)
a cura di Marzia Carocci, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi
A continuazione si trova la lista degli autori disposti in ordine alfabetico che sono stati selezionati per l’antologia in oggetto e vicino i testi che i curatori hanno deciso di pubblicare nella antologia che sarà pubblicata da Poetikanten Edizione dopo il periodo estivo.
Si richiede a tutti coloro che sono stati selezionati di far pervenire alla mail eventipoetici@gmail.com entro e non oltre il 31 Luglio 2015 il modulo di liberatoria compilato e firmato. Gli stessi riceveranno il modulo di liberatoria in una mail.
AUTORI/POESIE SELEZIONATI/E PER LA PUBBLICAZIONE
BRUNO AGOSTI: Raccontami (A Yara Gambirasio); Rosanna
CARLA ABBONDI: Migrante; Dimore assolute
RINA ACCARDO: Reclusione; Lontano
VELIA AIELLO: Calabria
FRANCO ANDREONE: L’intolleranza; Il lavoro…avercelo;
ELVIO ANGELETTI: Sbarre; Vecchio
LUCIA BONANNI: Memorandum; Terra nera; Umanità
MIMÌ BURZO: La stagione del vento
VINCENZO CALÒ: Per reagire
SILVIA CALZOLARI: Da ferro-a-oro; Nel tuo occhio futuro
GRAZIELLA CAPPELLI: Vivere nuoce alla salute; Nell’aiuola del nostro tempo; Tasi-Tares
SANDRA CARRESI: A Loris (29 novembre 2014); Viaggi…; Chiodi, vetri e veleno…
FRANCESCO PAOLO CATANZARO: La lacrima della prostituta; Societas civile, nova gens; Un mondo nuovo
LAURA CECCHETTI MANAO: Mediterraneo; Sullo schermo della tv
MARIA CHIARELLO: Vite spezzate
GIOVANNI ROSARIO CONTE: Ho imparato a…; Mio crudele amore
FLORIANA COPPOLA: Basta che io non ci sia che non veda
MARIO DE ROSA: Lontananza; Oscuri eroi
MARIA ROSARIA DI DOMENICO: Violenza (Per tutte quelle infanzie negate); Donne
GIANNI DI GIORGIO: Quando l’occhio si fa attento
ROSANNA DI IORIO: Canto accorato per gli esclusi; Impazzite le rondini nel cielo (A Melania Rea); Fiori di Bucarest
ANTONIO DI LENA: Il colore della notte; Noir
FRANCESCO DI RUGGIERO: Volo d’amore
ALBERTO DIAMANTI: Il bambino nato dal cuore
FRANCA DONÀ: Storia o utopia; Sguardo al futuro
ALFREDOFAETTI: La gabbia; Profilo d’ebano
SARA FAVOTTO: Il nuovo anno che verrà (In ricordo di Letizia e di tutte le donne vittime di violenza); Quale pietà
ELISABETTA FREDDI: L’eclissi (A tutte le donne eclissate); Ombre nella notte (Alle giovani donne emigrate con inganno); Lembi di luna (A tutti i bambini nei campi profughi)
GIUSEPPE GAMBINI: Violenza ad una donna; Stamani sul metro
VALENTINA GIUA: Un fischietto ed un pallone; Il risveglio di Demos
ROSSANA GUERRA: Un volto, una voce; Apparenza
SEBASTIANO IMPALÀ: Striscia di Gaza; Lampedusa (A tutti i profughi)
CHRISTIAN MICHELE LOCATELLI: Lacerazioni…
FRANCESCA LUZZIO: Mare innocente; Indietro (Alle donne offese e violentate); E tu mi chiedi
CLAUDIA MAGNASCO: Ogni notte è un rogo nuovo; Nelle fogne del mondo
MICHELA MANENTE: Il poeta della capra (Alla comunità ebraica), Il solco (Storia del Passante di Mestre)
MARIA TERESA MANTA: L’orco; Finalmente liberi!
DONATELLA MARCHESE: Colori che salvano; Metafora nel fango; Histoia magistra vitae
EMANUELE MARCUCCIO: La scuola è in alto mare; Albania; Omaggio a García Lorca
EMIDIO MONTINI: Italia terra indifferente; Il tempo; Oh, la storia
GIULIANA MONTORSI: Arrivi con il sole; Che il nostro canto…
ANDREINAMORETTI: Il nero respiro della fine; Non getterò la spugna
DANIELA NAZZARO: La lotta (A Vittorio Arrigoni); La parola (Ad Erri De Luca); La resistenza (A mio nonno)
MARIA RITA ORLANDO: Bersagli; Lacrime amaranto
GIANNI PALAZZESI: Aspettando tempi migliori; Donna libera
LUIGI PATERNOSTER: Le foibe; Erano due bimbe – Pakistan 2014; L’Isis è arrivata anche in Italia?
ANTONINO PEDONE: L’ali di la spiranza; Li vicchiareddi
STEFANIA PELLEGRINI: La ragazza dai capelli rasta; Oltre le pagine sporche
CLAUDIA PICCINI: Esseri umani
PATRIZIA PIERANDREI: Il collaboratore ecologico; Dottori senza frontiere
MARIA TERESA PIERI: Un groppo in gola
PAOLO PIETRINI: Nei versi la pace; Razza umana
LORENZO POGGI: Endecasillabi sporchi; La prima guerra mondiale:dettagli; Mare nostrum
VINCENZA POSTIGLIONE: Eroe nazionale
ANTONELLA PROIETTI: Camminiamo in fila indiana; Il regalo della povertà
ELFO ARTICO (MASSIMILIANO RENDINA): Millenovecentosessantotto; Dodici dicembre
NICOLINA ROS: Dove sei pietas?; Pace:utopia
MADDALENA ROTOLO: Migranti; Naufragio; A Phia, clochard gentiluomo
IRENE SABETTA: Homemade war; Kosovo 999
RITA SALAMON: Fermata; Onore
ANNA SCARPETTA: I grattacieli di New York; Nepal
TANIA SCAVOLINI: Donna dal volto spento; Destini immutabili
CARLA SPINELLA: Cimitero dei poveri; Ragazzo speciale
MARCO SQUARCIA: Immagine
CRISTINA TONELLI: La perfetta imperfezione
PAOLO TULELLI: Mare nostrum (Ai profughi naufraghi nel nostro mare); Nella terra dei fuochi
VINCENZO TURBA: L’avvenire; Il tempo
CRISTINA VASCON: Scavi d’anime e colli; Stonetown in bianco e nero; Neppure
«Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. (Come io non sono) un settentrionale. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia- Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva ereditato da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo” e per indicare un’amicizia strettissima si parla di “due teste in una stessa sciascia”. Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale. Imparò a leggere e scrivere e fino a qualche anno fa molti lo ricordavano per le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. “Tu sei Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta».
(in Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora).
La copertina dell’antologia “Stile Euterpe vol. 1 – Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” curata da Martino Ciano e pubblicata da PoetiKanten Edizioni (2015)
La figura del nonno, quell’onestà, “gran virtù soffocata di molti siciliani”, il rifiuto a scendere a patti con la criminalità organizzata sono punti fermi nel racconto “Nient’altro” in cui “eroe d’altri tempi” per gli uomini onesti è un uomo stanco e solo, un anziano con “radi capelli canuti, lisci” che si considera “un niente mischiato con nessuno”, ma che in realtà è un personaggio di spicco nella trama del racconto e persona degna di gran rispetto nella realtà vissuta.
“Mio nonno dice che a vossia dovrebbero fare il monumento; io lo metterei al centro di questa piazza… ma perché mio nonno dice che vossia è stato un eroe di altri tempi?”. Una moltitudine di ricordi agitò la mente di zi Ni mentre un’immagine si mescolava ad altre immagini in un crescendo di pathos emozionale. La promessa fatta al ragazzo s fece idea avvolgente dei suoi pensieri. “Cosa gli racconto?”, pensò l’anziano, “a me sembra di essere nato ieri o di non essere nato affatto” E forse era vero! La sue vicissitudini di uomo e di libero cittadino potevano essere raccontata con poche parole. Quello della sua vita era un racconto breve. Una narrazione con pochi personaggi e fatti scarnificati come parole messe ad essiccare nelle saline dei pensieri nel “paese del sale/che frana/dall’altipiano a una valle di crete”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese) Alla luce degli accadimenti non c’era “Nient’altro” da raccontare, se non che dopo mezzo secolo di detenzione era tornato in libertà , una libertà duramente conquistata e che onorava suo nonno, ucciso per non aver voluto cedere a nessun tipo di ricatto. “Nell’inventar storie vere” è qualità innata di Sciascia ed egli ricerca, insegna, investiga, partecipa attivamente alla vita culturale e sociale italiana e soprattutto scrive libri di denuncia, mostrando il “baratro della storia”. “A ciascuno il suo”, titolo in cui è palese quella figura retorica, detta ellissi, nell’avere di ciascuno “traspare un dolore sommerso”.
“I bambini poveri si raccolgono silenziosi/sui gradini della scuola/addentano il pane nero/gli altri se ne stanno chiusi/ nel bozzolo caldo delle sciarpe” (L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). E se il sale “diventa morte,/ pianto di donne nere nelle strade,/fame negli occhi dei bambini?”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). Povertà, disuguaglianze di classe, abusi di potere, corruzione, marginalità, omicidi, rapine, attività lecite e illecite si consumano e si reiterano, come scriverà il giudice Giovanni Falcone come “Non frutto abnorme del solo sotto- sviluppo, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo”. E nel corso del tempo e nel ripetersi degli eventi “quella piovra/dal giorno della civetta/alla scomparsa di Majorana” continua, come scrive Bufalino, nella logica della “liturgia scenica (e) fra le sue mille maschere, possiede anche l’alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra” e “uocchiu d’e gghenti”, l’occhio della gente, è anche l’occhio della civetta, animale dallo “sguardo scintillante”, dal grido acuto e stridulo ed anche simbolo di denaro. I glauks erano le monete ateniesi e la civetta di Minerva, dea della sapienza, è simbolo della conoscenza e della saggezza; gli occhi e il becco ricordano la lettera dell’alfabeto greco “fi”, ma è anche immagine controversa e contraddittoria perché, essendo un uccello notturno, richiama l’idea di morte, isolamento, solitudine, oscurità, come di miseria, di malefici, disgrazie e cattivi presagi.
Leonardo Sciascia
“Ridono gli altri uccelli tra le fronde/per la strana presenza del rapace/notturno in pieno giorno”, ossimorica presenza, antitesi tra buio e luce, contrasto tra suono e silenzio in una perifrasi narrativa che rimanda all’omicidio del sindacalista ad opera della mafia. Ma nel “giorno che irrompe ciarliero” gli uomini vanno verso i campi, obliando tutte le facoltà dei sensi e “con scarse propensioni di dignità” si chiudono nel più aspro silenzio. Intanto “i morti vanno, dentro il nero carro/incrostato di funebre oro, col passo lento dei cavalli” (L. Sciasci, I morti) mentre le donne al loro passaggio chiudono le imposte e i negozianti lasciano appena aperto uno spiraglio per poter spiare il dolore dei parenti. “Le cose dei morti, i pupi, la frutta di pasta di mandorle che i bambini la mattina del due novembre cercano e trovano in qualche angolo della casa . I morti che portavano i doni; i vivi che tra loro, a catena si ammazzavano” (L. Sciascia, Novembre a Palermo).Qua e là nei versi degli autori presenti in antologia, echeggiano i versi di Quasimodo “ride la gazza, nera sugli aranci”, “tra muschi grami, a supplizio/splende la pietra livida”, “dove mi hai posto/amaro pane a rompere”, come echeggiano quelli di Sciascia, “il silenzio è vorace sulle cose./S’incrina, se flauto di canna/ tenta vena di suono, e una fonda paura dirama” ma echeggiano anche quelli di Pavese “sei la terra e la morte./La tua stagione è il buio/ e il silenzio”. Il silenzio… parlare a cenni è arte che i siciliani inventarono a seguito della proibizione fatta da Jerone che, temendo qualche congiura, vietò ai siracusani di parlare fra loro. “Il parlar co’ cenni, con un moto del capo, della bocca, delle spalle, e soprattutto delle mani, è arte propria dei Siciliani che senza profferir parole, anche a notabil distanza, con un sol cenno spiegano i concetti della mente” scrive A. Mongitore in “Parlare a cenni”, “Il signor padre tutto fici per farti parlari portandoti cu iddu perfino alla Vicaria che ti giovava lo scantu ma non parlasti perché sei una testa di balata, non hai volontà…” dice D. Maraini in “Il silenzio di Marianna”. E di queste cose io stessa mi meravigliai, quando ancor bimbetta per volere del destino, passai dalle mie montagne innevate all’isola “arsa dal sol fecondo”. Fu allora che iniziai a respirare aria siciliana, che nacque la mia predilezione per le piante grasse, che imparai a sbucciare i frutti dei fichi d’India, che volli gustare ‘a manciata ‘i ricotta, la colazione di ricotta, che ascoltai quei “suoni greci arabi latini”e ancora adesso mi piace acquistare gli agrumi con le foglie e tenerli nel paniere di castagno come usano intrecciare in terra di Mugello.” Ci vuol coraggio a sbucciarli (i fichi d’India), rischiando di ferirsi con le spine”. Ricordo che gli uomini passavano intabarrati nei loro mantelli neri, con la coppola tirata sugli occhi, salutavano con un cenno del capo e i loro cavalli lasciavano impronte sulle trazzere assetate e nei vigneti . Spesso sentivo raccontare di brigantaggio e morti ammazzati e soltanto negli anni della mia autoformazione imparai il significato del termine “separatismo” e seppi della “rivolta del pane”, della tragedia dei carusi, “giovani fiori gialli tra pietre vendute ai padroni”, e dei fatti di Portella della Ginestra. Anni dopo i media mi mostrarono immagini crude e mi sentii derubata dall’usura del tempo lineare e dallo scempio del tempo ciclico. Sentivo la libertà quale elemento fondante di ciascun uomo; per questo anch’io volli contare i miei 100 passi e scrivere versi di pace mentre in via Notarbartolo lasciai un biglietto insieme ad altri biglietti su quell’albero, emblema di legalità e voglia di cambiamento. Ma di cosa è fatta quella “sicilitudine” di cui parla Sciascia in una realtà storica dove popoli diversi, non dissimili dai rapaci che volano “Sotto le rocce di Tindari”, si spartirono le bellezze dell’isola e la paura “storica” divenne paura “esistenziale”. Certo la posizione geografica dell’isola al centro del Mediterraneo è un punto strategico che la rende aperta ad ogni azione di conquista e come scrive ancora Sciascia “lo sbarco degli eserciti anglo-americani nell’isola, il 10 luglio del 1943, avveniva in condizioni quasi identiche a quelle dello sbarco degli arabi il 6 giugno dell’827 con l’isola come sempre sguarnita di difese, lo spirito pubblico prostrato da un’amministrazione rapace e corrotta”. E, se è vero che “a furca è fatta p’o poviru”, la forca è fatta per il povero, è anche vero che l’isola è chiusa nel guscio di se stessa e si lascia travolgere da idee che non affermano nessuna verità ed è sempre più assetata di certezze, sempre più affascinata dalle contraddizioni e dalla sofferenza come dalla simulazione e dalla maschera. Le fonti della sua passione intellettuale sono da ricercarsi in Demetra, Core e Aretusa, in Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, nella pietra lavica del maestoso Etna, nei mosaici di Monreale e nel mito della roba come nelle “grotte aride (dove a volte) vengono rinvenuti corpi privi di anima”.
Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)
“Già. Le due donne hanno reagito. Non sanno che da queste parti non si scherza…” perché in questa terra “più si fa finta di non sapere e meno si rischia la pelle” come è successo al notaio Manni, alla maestra Livato e a Michele che è tornato a casa , interrato in un vaso di fiori. “ma lo sguardo di Sciascia andava oltre” così tanto oltre da scrivere che “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma”. In quelle “Isole nell’isola” esiste una radice di tristezza e quel senso tragico della vita che talvolta sfocia nel sentimento di solitudine che fa sentire stranieri in patria. “Diciam dunque che l’isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze… e vengono da tutte le parti i viaggiatori e ad una voce la esaltano” (Edrisi, Della Sicilia) e en esaltano ance la fiera bellezza delle donne, ne lodano il ruolo in seno alla famiglia, ne ammirano la posizione centrale nelle responsabilità sociali, donne che osano parlare con voce rude e misurarsi con gli uomini nel dramma popolare delle faide tra famiglie, del delitto passionale e gli amori impossibili, amori incarnati nel verismo di Alfio e Mena, di Gesualdo e Diodata.
Tuttavia c’è anche da dire, come ebbe a scrivere Gramsci, che “la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale e questa si rivela più spontanea e forte nel suo teatro (che) è vita, è realtà, è linguaggio che coglie tutti gli aspetti dell’attività sociale, che mette in rilievo un carattere di vitalità.
Della “questione” meridionale si continua ad avere l’impressione di una carte-souvenir e a prenderne nota a margine della pagina della partecipazione sociale.
“Sto a far camorra sulle cose, seduto/ al sole d’aprile che in me torna/a un suo azzardo di sentimenti e di inganni/Il paese, non lontano, sembra affondare/ nel verde: di là di questo gioco/pieno di voci, è solo un paese di silenzio” (L. Sciascia, Aprile). Scrive Lorenzo Spurio a riguardo delle “Favole della dittatura”: “Simile attestazione alle “favole” sciasciane secondo me vale di più di ciascun saggio, libro, studio, o guida di lettura sul testo in questione in quanto Pasolini con strepitosa chiaroveggenza e una disarmante predisposizione ermeneutica ne affresca il contenuto con onestà, connotandone anche la forma… Pasolini gioca con le parole “favole” e “dittatura” chiamando il lettore alla riflessione”, “Ecco allora che la scrittura rafforza l’amore per la democrazia, se pur ammalata da sistemi corrotti e devianti e non di ordine piramidale bensì di natura reticolare (in) un carnevale di maschere che dividono quell’esserci ontologico tra il subire e il fare, tra protagonismo e antagonismo”, conclude Iuri Lombardi nel suo saggio antologico mentre per Martino Ciano, curatore del volume, “c’è chi costruisce progetti che magari non finiranno sui tavoli dei baroni ma che danno testimonianza ai posteri che c’è altro.”
“Leonardo Sciascia. Cronista di scomode realtà”, sono convinta che si è sempre cronisti di scomode realtà allorché si coltivano idee di libertà, giustizia e uguaglianza e il potere della scrittura si fa denuncia; quando si dà ampio respiro a idee di vera fraternità, non si seguono mode e si diventa voci fuori dal coro; quando si ha paura e non si cede a vessazioni e ricatti; quando si è in stretto contatto con la nostra solitudine di Uomini reclusi nel gorgo dell’indifferenza; quando i nostri ideali sono macigni sul cuore per chi cuore non ha e le speranze fino allora coltivate sembrano svanire; quando si è lasciati soli nel presente; quando si è ben consapevoli che per la fede di onestà anche altri prima di noi sono stati lasciati soli e altri dopo di noi lo saranno ancora perché “la verità è (sempre) ai margini dove pochi la cercano”.
A confermare che la pièce teatrale d’esordio dello scrittore fiorentino Iuri Lombardi, La Spogliazione, non fosse che un velleitario esperimento bellettristico è la recente scrittura di due nuovi drammi. Drammi in sé atipici, particolari, che difficilmente rispettano quelle che classicamente sono le norme di definizione del dramma che –manuale di storia della letteratura in mano- è codificato per mezzo di alcune peculiarità. Il termine dramma viene comunemente adottato per riferirsi a un’opera pensata per il teatro, dunque per la rappresentazione scenica e può essere di argomento estremamente diverso: può avere una dimensione comico-burlesca oppure una dimensione tragica e in questi due casi sfocerà nelle varianti della commedia e della tragedia. Caratteristiche del testo drammatico sono quelle di permettere un’interrelazione tra soggetti per mezzo di cospicue parti dialogiche e di rifiutare in via generale la prosopopea monologica, interiore, dei singoli caratteri ed ancor più è il fatto che il dramma si centralizza per porre una situazione conflittuale tra le parti (non necessariamente bellica) ossia una situazione d’incomprensione dettata da uno scontro di qualche tipo.
Iuri Lombardi – Soqquadro
I drammi di Lombardi, nei limiti del possibile, si avvicinano molto di più ai drammi liturgici di età medievale che non al dramma inteso nei termini dell’Antica Grecia. Dramma liturgico perché Lombardi impiega sempre caratteri che appartengono alla sfera biblica o comunque alla tradizione religiosa anche se, ed è bene che questo venga detto subito, che se ne serve non per tracciarne agiograficamente le vicende di santità piuttosto per ribaltarne i protagonisti, abbassandoli alla schiera di uomini del popolo e facendone risaltare debolezze, vizi e peccaminosità che sono del genere umano tutto. È per queste ragioni che leggendo questo libro incontreremo un San Giovanni Battista che ha perso oramai la sua aurea di cristianità per divenire un affamato pederasta che non disdegna pratiche di cross-dressing (La Spogliazione), un gesuita represso e socialmente incompreso che non ha mai superato il processo di castrazione a cui, dandosi alla Fede, è stato relegato (La recita dei tiepidi) e una Giovanna d’Arco emblema di ribellismo femminile ma anche di immolazione per la causa comune (la donna venne proclamata Santa da Papa Benedetto XV nel 1920) che subisce negli istanti prossimi alla pena di morte su rogo un tentativo di approccio sessuale da un imprecisato ragazzo, tanto eccitato quanto irresponsabile (Nel nome di Giovanna). Chiaramente, come è facile intuire, c’è poco e niente anche del dramma liturgico del periodo medievale (mancano anche le tre unità, il coro, personaggi-comparse che incrementano il tessuto inter-dialogico) intessuto su di una profonda confessionalità e improntato alla divulgazione e all’encomio: Lombardi stravolge generi teatrali passati, ridicolizzando il classico, compiendo una coraggiosissima impresa di riscrittura popolaresca, attuale, corporea dei personaggi che nel passato sono stati elevati. Con Lombardi ci si incammina in un percorso volto alla distruzione di qualsiasi forma gerarchica al fine di ottenere un appiattimento democratico di personaggi tanto da trasferire il sacro nel perverso con un registro linguistico che non ha nulla dell’offesa né del compiacimento generale, ma è forte della difesa di una realtà inoppugnabile: la letteratura contemporanea è decodificazione e riscrittura.
Le opere teatrali di Lombardi non solo non rasentano la via “classica” del dramma che si sviluppa secondo canoni perlopiù definiti e caratterizzati, ma addirittura sembrano scostarsene con virulenza e profonda consapevolezza per almeno un paio di ragioni assai importanti: la prima è la connaturata carica ribellistica del Lombardi uomo che ne caratterizza un prototipo di intellettuale sui generis, poliedrico e imprevedibile che, seppur non dobbiamo correre il rischio di definire maudite, predilige di certo quali immagini di costruzione (non si tratta di un paradosso) proprio la rottura, l’eco indistinto, l’effetto di sorpresa e nondimeno la mera incongruenza. Elementi cementizi questi che determinano la cifra letteraria di Lombardi, prolifico poeta di tendenza civile e scrittore di narrativa breve e romanzi impegnati in un momento come il nostro in cui la letteratura sembra esser diventata poca roba e aver svilito, nel concreto, il suo significante più alto. Lo si è già visto in precedenza nella produzione breve dell’autore per la quale mi fregio l’onere di aver corredato le sue opere avanguardistiche con mie note critiche, che ciò che interessa l’autore non è tanto il mero concettismo, il viluppo contenutistico cioè la componente material-tematica degli intrecci, quanto piuttosto l’utilizzo di forme e modelli. Lombardi scrivendo ora un racconto, ora un poemetto, ora, come in questo caso, drammi in versi sciolti, dimostra di avere bene a cuore il discorso sul metro e sul genere. Si intenda bene e da subito, non si sta parlando con ciò di metrica poetica né di impiego di strutture retoriche (per la poesia) né di studiati ed ipersofisticati stratagemmi di resa delle immagini (narrativa breve) o delle scene (teatro), piuttosto del discorso interrogativo che Lombardi immancabilmente pone sulle forme di rappresentazione in campo letterario. Non è un caso che ne La recita dei tiepidi alcuni protagonisti interagiscono su tematiche quali la filosofia, la letteratura, la saggistica, la conoscenza in genere e l’ontologia, branca della filosofia cara a Lombardi che da sempre è portavoce autentico di un pensiero di risveglio della coscienza e di autodifesa di un sé personale fuori ed estraneo dall’Io soggetivizzante e iper-abusato.
Va da sé, in base a questi brevi accenni sul modus operandi del Nostro, che un’altra caratteristica dominante del Lombardi drammaturgo (anche se in realtà più che drammaturgo mi piace definirlo un “picaro da palcoscenico”) è la potenzialità di sperimentazione che in nuce ritroviamo in queste opere. L’anti-classicità, la tempestiva lettura e fruibilità, l’organicità delle forme unite alla componente dissacratoria che si nutre di messaggi subliminali da cogliere ne fa nel complesso un’opera aperta, in cui le epifanie (difficili da individuare) vengono talora denaturate e ipocaricate di significati, dunque minimizzate, tal altra trasferite da cicli di battute ad altre. Com’è nella letteratura postmodernista, di quella letteratura che ha trovato il suo terreno fertile nella società ferita e scissa del dopo 11 settembre in cui la paranoia e il delirio comunicativo ne fanno da padrona (Daniele Giglioli parla a questo riguardo della scrittura dell’eccesso[1]), Lombardi costruisce canovacci rappresentati scenicamente sulla carta e di possibile rappresentazione pratica su un palco, magari di un teatrino religioso per incentivarne la carica dirompente e blasfema, che se da una parte provvedono a fornire elementi importanti aprioristicamente (la costruzione di un incipit che dà forma a un prologo con le immancabili premesse della voce autoriale) di contro non dà tracce concrete, né segnali per l’individuazione di una conclusione auto-imponendosi di non traghettare il lettore verso determinati lidi piuttosto che altri. L’opera rimane dunque aperta, apparentemente non chiusa come magari un lettore tradizionalista la vorrebbe e lascia un sentimento di incomprensione e al contempo di nostalgia. Come i personaggi de La recita dei tiepidi rimangono sbigottiti dalla decisione finale di Bartolomeo d’Amico-alter ego di un Casanova da farsa di metter fine a quel siparietto prima tanto voluto al quale poi finisce per negarne l’importanza, il lettore condivide quel rimanere attonito sulla scena, lo stesso deluso abbandono e sconforto, una incomprensione cocente che, piuttosto che motivare una risposta corale attiva e coscienziosa di ripresa, sfocia nell’assunzione apatica di una atarassia dissonante al carattere virulento e dissacrante della trama stessa.
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014, dove era parte della Commissione di Giuria
Ma per non dilungarsi troppo in questo apparato critico introduttivo, convinto assertore delle tesi woolfiane[2] che la grandezza e la qualità di un’opera, se vi sono, non sono mai date né accresciute da chi ne compila una introduzione critica o di presentazione, è bene però soffermarsi su altri elementi talmente centrali e determinanti nella produzione del Nostro che in queste opere vengono alla luce in maniera tanto chiara quanto evocatrice chiamando, però, a una riflessione più attenta e circostanziata. Elementi che, per il fatto di ritornare spesso in modi e forme diverse alludendo però a sfere tematiche care all’autore e nevralgiche nella sua scrittura, prenderò qui a chiamare lombardismi con una nota anticipatoria d’utilizzo: essi consacrano e contrassegnano la presenza di Lombardi nella letteratura sin alla data attuale per mezzo delle sue pubblicazioni avute sin qui e che, nel qual caso il lettore leggerà queste opere col passare degli anni, quei lombardismi tipicizzanti la sua scrittura andranno riletti per forza di cose alla luce della sua produzione più recente dato che, essendo la sua scrittura un immenso cantiere, un working-in-progress, le asserzioni critiche che qui si fanno hanno validità concreta e diretta ma non universale, cosa che, per quanto si conosca l’autore e si possa adottare un metro il più obiettivo e analitico possibile, è irrealizzabile alla data presente. Essi concernono:
la questione del sé e dunque il grado di rappresentazione e di analisi della coscienza. Nel prologo di La recita dei tiepidi è impossibile non scorgere nelle attestazioni di Bartolomeo D’Amico l’anima pulsante del Lombardi uomo e pensatore, per altro già espressa con esiti impareggiabili nel racconto-manifesto Iuri dei Miracoli: «Io sono perché sono adesso, presenza che occupa/ uno spazio e di conseguenza un tempo. Altri,/ altro da me non voglio essere. E anche il passato/ a nulla vale se non il presente in cui vivo, amo,/ affermo la mia posizione blasfema o ordinaria che sia».
la mistificazione religiosa o dissacrazione che è congenitamente presente in tutte le opere più recenti di Lombardi. Già in Iuri dei Miracoli (un racconto) si sottolineava l’attitudine di Lombardi di ricorrere con perseveranza ad immagini e simboli legati alla confessione cristiana e l’aspetto è ancor più evidente nella Spogliazione dove il Battista è abbassato tanto da divenire un sodomita, ne La recita dei tiepidi in cui il gesuita oltre che grande studioso dei testi sacri è un approfittatore e un mistificatore e in Nel nome di Giovanna dove, invece, poco ci è detto della grandiosità dell’animo ribelle e delle ragioni del martirio della donna (già note ai più) per prediligere un canovaccio intimistico con un ragazzo che cerca di possederla. Il personaggio di Donna Pia ne La recita dei tiepidi è quello che sembra essere più staccato ed estraneo al complesso caratteriale del dramma: ogni volta che la vediamo entrare in scena è severamente vestita di nero intenta a pregare o ad invocare il bisogno di pregare tanto che nel dramma viene a configurarsi una polarità della donna nelle sue estremizzazioni di puttana (Bianca Maria) e Madonna (la vecchia perpetuamente orante).
l’universo sessuale. Già definito in precedenza il “Don Giovanni della letteratura”, Lombardi è profeta di un modo di vivere la sessualità che fa dell’autenticità e del rigetto del pettegolezzo la norma dominante. Le scene topiche nelle opere di Lombardi, e anche qui nei tre drammi, si realizzano proprio in circostanze in cui le pulsioni sessuali dei soggetti si accrescono in maniera imprevedibile realizzando incontri ed agnizioni scioccanti che determinano profondamente la trama. Si pensi alla sola volontà di Lombardi di riferirsi ne La recita dei tiepidi al Casanova, grande seduttore veneziano e ancor più al Don Giovanni in Iuri dei Miracoli: espressioni vigorose di una sessualità improntata all’eccesso e all’esibizione che hanno una loro tradizione teatrale molto sviluppata. Se nella Spogliazione il condom rotto del Battista in uno dei suoi fugaci amplessi con donne discutibili può dar modo alla rinascita di quel ciclo delle acque (sacre, amniotiche, ma anche stagnanti come quelle dei Navigli in cui battezza), in Nel nome di Giovanna il ragazzetto voglioso con pene eretto che offre vita nella carne alla povera Giovanna che di lì a poco andrà a morire, può rappresentare a sua volta l’esigenza di un atto fisico, salvifico solo nel mondo reale e non eternante, capace di compiere il mistero della vita.
il meta-teatro: la rappresentazione della rappresentazione. Già nel prologo Bartolomeo D’Amico, gesuita del Meridione del quale poco si conosce tranne che ha lasciato una serie di testi e che si sia occupato in particolare della dottrina di Epicureo, tornato di riflesso nella nostra età contemporanea di smartphones e web 2.0 ci tiene a sottolineare che la farsa che ha in mente di mettere in atto è relativa al personaggio di Casanova. Ci troviamo dinanzi a un sistema meta-letterario in cui il teatro parla di un altro teatro e in cui l’intera storia è data dalla complessa interrelazione che si istaura tra queste matriosche progressive e compenetranti l’un l’altra. Bartolomeo D’Amico, infatti, che è il personaggio principale del dramma, dunque è sulla scena della rappresentazione, con l’artificio della finzione si maschera a Casanova con l’intenzione di ricalcarne un tratto della sua esistenza e di produrne una rappresentazione giocosa. Il rapporto tra le voci è questo: Lombardi autore (ri)crea Bartolomeo D’Amico e lo consacra personaggio del dramma, Bartolomeo D’Amico a sua volta (ri)crea Casanova mediante la farsa che ha in mente di portare in scena con la sgangherata compagnia di personaggi apatici. Si tratta di una autocelebrazione del teatro in cui, però, la componente drammatica finisce per prevalere nettamente su quella comica: non ci sarà, infatti, nessuna farsa o, meglio, nessun tentativo di farsa all’interno dell’opera perché l’autore-capocomico D’Amico non sarà in grado di reggerne il progetto di «nascondersi dietro Casanova [per ottenerne]/ il riscatto voluto» perché, come confesserà tormentato nelle ultime lucide battute: «Facile è dirigere gli altri, le navi al proprio porto/ restando al posto di guida, ma quando tocca a te…/tutto è diverso».
la riscrittura come forma creativa. Lombardi non è nuovo a opere in cui opera la rivisitazione di personaggi religiosi adoperando uno stratagemma di riscrittura originale e molto efficace: l’abbattimento dell’aurea del personaggio, la de-sacralizzazione sino alla provincializzazione e alla marginalizzazione. Nel prologo di La recita dei tiepidi la voce fuori campo di Bartolomeo D’Amico osserva: “la storia consente di recuperare, di ritornare un altro,/ di reinventarsi uomo quale sono: solo un uomo”.
La recita dei tiepidi impone al cauto lettore anche una doverosa analisi del titolo: da una parte la recita ci immette subito nel mondo della finzione e della rappresentazione scenica, ossia del doppio che è tipico del teatro, dall’altra la presenza di quelli che Lombardi denomina ‘tiepidi’ consente delle riflessioni. Nella Bibbia si parla di tiepidi in relazione a coloro che difettano di un’azione pratica, di una chiara volontà di pensiero e che finiscono per mostrarsi inetti, inconcludenti, passivi, o per dirla alla Dante, ignavi. Ce ne rendiamo subito conto leggendo l’opera che tutti i personaggi sono subdolamente sottoposti alle volontà e alle decisioni di Bartolomeo D’Amico che, in pratica, li comanda a bacchetta e li gestisce come vuole tanto da costringerli ad occupare ciascuno un determinato ruolo nella farsa che ha in mente di inscenare. Sono personaggi molli, apatici e inconsistenti, privi di un temperamento proprio che finiscono per farsi maneggiare con semplicità da un uomo che è più potente di loro solamente perché ha il dono della conoscenza.
La conclusione dell’opera mostrerà però come Bartolomeo D’Amico, pur essendo un dotto, un conoscitore delle Sacre Scritture, un intellettuale e un saggista, in realtà non sia capace neppure lui di dar forma a un progetto, per altro scaturito dalla sua mente, e al pari degli altri risulterà anch’esso un manichino che non sa autodeterminarsi e decidere da sé. Per queste ragioni, Bartolomeo D’Amico, grande luminare dell’esegesi religiosa e conoscitore delle Lettere, finisce per essere il più ignavo, il più ignorante e indefesso tiepido di tutta la storia. Lo sconcerto che gli altri protagonisti nutrono dinanzi a Bartolomeo D’Amico che, di punto in bianco a causa di un senso d’oppressiva moralità che non è capace di scavalcare sentenzia la fine della farsa, è rivelatore di questa incapacità di saper coniugare lo scibile (la conoscenza, il rapporto con il mondo e gli altri) e la propria interiorità (la Fede, la morale).
Echi pirandelliani sono avvertibili distintamente nella presenza umanoide della marionetta in Nel nome di Giovanna che rimanda al mondo delle maschere e delle messe in scena travisate ma anche nell’impalcatura esistenzialista dei drammi dove le personalità, già labili e sbiadite, vengono sostituite dalle parti da recitare creando un universo intricato di prese di coscienza, sdoppiamenti e personaggi nei quali immedesimarsi.
Nella tiepidezza o ignavia che dir si voglia difficile non respirare anche il torpore di molti personaggi pesanti e inconsapevoli a partire dagli indifferenti moraviani che, un po’ meno grottescamente di quanto avviene in Lombardi, anche lì son spesso accerchiati da manifestazioni estreme e non preventivabili della sfera sessuale. Si pensi, tanto per evocare il tema del conflitto determinante nel genere drammatico di cui si diceva all’inizio di questa nota, della confusione che, di colpo, si viene a creare ne La donna leopardo di Moravia in cui una serie di segnali piuttosto evidenti di tradimento all’interno di una coppia darà vita a un fenomeno ossessivo di gelosie e ripicche con adulteri incrociati e vere e proprie unioni scambiste.
Ma se l’estraniamento derivante dall’obbligo di assumere una personalità altra («Sono stanco d’essere io!» sembra urlare D’Amico), nell’atto della finzione teatrale e per il tempo richiesto per la messa in scena salvo poi riacquisire la propria congenita identità, è visto qui come costrizione perché fa fede alla volontà di D’Amico e generalmente nel teatro comporta la creazione di intrecci interessanti e curiosi in cui nessuno sa bene chi è l’altro perché sotto mentite spoglie, il travestimento e il trasferimento d’identità è vissuto in maniera critica da parte della prostituta: «Ho paura,/ timore perché non conosco questa mia reale/identità e non vorrei che nel calarmi nei panni/ altrui perda la faccia ed il cavallo...». Proprio lei che dovrebbe essere contenta di vivere, seppur nella farsa, un ruolo diverso dalla sua vera identità di meretrice, si fa dei problemi e teme che questo mascheramento possa condurla poi a un annebbiamento della sua identità della quale, con la poca erudizione del mondo che ha, è fiera e conosciuta.
Ne Nel nome di Giovanna, infine, assistiamo alla de-costruzione del mito di Giovanna D’Arco, ribelle francese che poi venne messa a morte dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cent’anni. Lombardi, secondo la sua tecnica oramai puntuale e chiara negli intenti opera una de-mitizzazione della donna sconfessandone le realtà insopprimibili della figura eroica. Quale “pulzella” come viene ricordata ossia sembianza di verginità e candore, Lombardi fa vorticare nella mente della donna in attesa della sua imminente morte, pensieri lubrici di desideri sessuali. La necessità di sentirsi abbracciata ed amata, riscaldata e protetta, l’esigenza di dono di quel fiore della castità sempre conservato con perspicacia e caparbietà trova spazio in una più palpabile esigenza di benessere: «Solo come ultimo desiderio nutro di darmi all’altro/ come una rondine al tetto. Solo il darsi al calore/ di un corpo, intrecciarsi ad esso, mi fa credere/ancora donna e non legno da ardere, straccio/ da bruciare/ Ho desiderio di un uomo come ogni altra donna,/ desiderio di darmi per vivere in uno sputo di tempo/ quell’ebrezza che per la verità in me ho ammutolita».
Non sappiamo se effettivamente ci sarà il giusto tempo affinché Giovanna possa unirsi sessualmente al giovane con il quale ha imbastito un dialogo sull’esistenza intimandola a cogliere l’attimo e a vivere quel momento di condivisione. Ancora una volta Lombardi mette in atto il suo stratagemma di voluta mancanza di una conclusività certa della storia. La conclusione del dramma non sta tanto nella donna arsa viva secondo quanto riporta la tradizione storiografica, piuttosto nel viluppo delle considerazioni sulla morte e sull’esigenza di una dimensione sociale dove si respiri libertà. Il nerbo fondante degli ultimi istanti da viva della donna sta allora proprio nell’incontro verbale (ma intuiamo anche carnale) che ha con il giovane, presenza ultima di una Provvidenza laica che reclama un decisivo, accorato e implorante bisogno d’amore.
Con questa trilogia drammatica Lombardi ci consegna due sacrosante realtà che hanno senso tanto nella letteratura, ossia nel mondo di carta, della finzione e proiezione del vissuto, quanto nel mondo concreto di esseri che vivono più ruoli al contempo scambiandosi maschere più o meno piacevoli e battendosi per l’osservanza dei diritti inalienabili. La prima è quella che recita «Volevo apportare qualcosa di nuovo. Un intellettuale/ se non fa i conti con il reale non vale niente. Niente» ed è quello che Lombardi ha fatto egregiamente e con onestà con la stesura di questi brani teatrali. L’altra è tutta dedicata alla fumosità e alla impalpabilità del genio creativo e artistico, impossibile da contenere e difficilmente ravvisabile se non si utilizzano le lenti del cuore: «L’ingegno il più delle volte è una scrittura sull’acqua/ del fiume». Quello di Lombardi è per nostra fortuna impresso in questo volume.
[2] Virginia Woolf ebbe modo di parlare dell’argomento in più circostanze; ne troviamo traccia soprattutto nelle annotazioni dei suoi diari personali e in qualche epistola del suo immenso carteggio conservato, tra cui in una di esse leggiamo: «Quando anni fa Bernard Shaw si disse disposto a scrivere una prefazione a un libro di mio marito, rifiutammo; perchè se un libro è degno di essere pubblicato, è meglio che si regga sulle proprie gambe» (Estratto di una lettera di Virginia Woolf alla signora Easdale datata 8 gennaio 1935, pubblicata in Virginia Woolf, Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura, a cura di Federico Sabatini, Minimum Fax, Roma, 2014, p. 105.
Il Mistero delle Due Veneri: riflessioni sulla “drammaturgia” di Alessio De Luca
a cura di IURI LOMBARDI
Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti ad esibire un dolore;
che alla via della croce ha proibito l’ingresso:
a chi ti ama come se stesso.
(F.DE ANDRE’)
IL MISTERO DELLE DUE VENERI, il nuovo romanzo dell’amico Alessio De Luca (TALOS EDIZIONI, 2015), pare definire Alessio oramai uno scrittore maturo nel quale gli elementi della sua poetica emergono chiari e al contempo netta pare delinearsi la posizione ideologica di De Luca stesso.
Posizione ideologica, prima di parlare di poetica, in quanto l’idea del libro – come i suoi precedenti IL CALORE DEL TUO SORRISO, e il giovanile L‘URLO DI ERIN– già delineava un umanesimo del tutto nuovo e oserei definire “vivibile” che Alessio rinnova con forza e vigore nel nuovo libro e che non mi stupisce conoscendo l’autore uomo. Umanesimo che questa volta pare ricercare le proprie origini nel Rinascimento di Marslio Ficino e del neoplatonismo inteso (nell’opera di De Luca) come coscienza o movimento di pensiero atto a stabilire una nuova locazione dell’anima e dello spirito. Anima e spirito che in tutta la vicenda del libro – che non svelo per questioni di onestà, spetta al lettore scoprire la storia- paiono essere gli elementi portanti. Elementi che fanno della sua ultima fatica non un mero romanzo ma un vero trattato sulla vita, sui propri affetti, scardinando i codici del pudore e di valori che per secoli ci sono stati tramandati. Valori, codici comportamentali che non solo Alessio rinnova ma che li fa suoi apportando una umanità che il poeta chiamerebbe una goccia di splendore. Umanità anzitutto che si concentra nel significato di verità, significato che diventa indagine sulla storia e intesa come dinamica evolutiva del tempo di un paese strettamente legata alla propria biografia, e intesa come propria storia. Il protagonista del romanzo Andrea, restauratore d’arte, fiorentino (e non poteva essere altro, la città di formazione di De Luca è Firenze), è infatti il vero Jolly della situazione ed è tramite di lui che la storia del libro troverà una soluzione. Ma andiamo con ordine.
Siccome non voglio svelare assolutamente niente della storia che è avvincente, piacevole, ben costruita, preferisco parlare dell’essenza del libro ancor fresco di stampa. Dirò infatti che la prima cosa che risalta, oltre all’allestimento di un nuovo umanesimo accennato prima è la drammaticità del linguaggio che questa volta De Luca sembra centrare in pieno. Un linguaggio che nelle precedenti opere non si presentava così maturo come in questa occasione e allora cosa c’è di diverso?
Anzitutto non è un caso che l’intera vicenda venga raccontata al presente e non al passato come di norma accade nei romanzi; non è un caso che la storia sia raccontata in prima persona, non è un caso che l’avventura letteraria (ma molto cinematografica) si misuri in questa occasione con la questione religiosa e nello specifico del cristianesimo, nel ruolo e nella storicità della natività del Cristo.
Ma partiamo dal linguaggio.
La questione della lingua ho avuto modo in diverse occasioni di riferire è determinante per costruire un buon romanzo come questo. Il romanzo, di fatti, a differenza degli altri generi letterari, a cominciare dalla poesia, da quel senso verticale della realtà o quel senso di vertigine montaliano, è legato all’idea e alla lingua. Idea che per scrivere un romanzo, il genere magistris della letteratura occidentale, deve essere chiara, assai netta e originale. Idea che porta con sé, nella sua architettura laica e narrativa una serie di elementi quali l’aspetto evocativo che pone la differenza tra un buon romanzo e un romanzo mediocre. Aspetto, o meglio minuziosa sfumatura che non solo fa la differenza ma che viene a determinare quel quoziente meta-narrativo indispensabile per un’opera moderna di finzione. E questo Alessio, nel MISTERO DELLE DUE VENERI, sembra averlo centrato con piena maturità e consapevolezza.
Consapevolezza che dicevo non solo si aiuta, trova ausilio nell’idea formidabile che chi la legge, colui o colei che si appresta a dedicare il proprio tempo alla lettura dice: “e’ così”- ma che si sviluppa e trova ragione artistica (variabile identificativa con il grado di finzione) proprio con la lingua e i suoi tempi verbali. Tempi verbali che se narrati in terza persona e al passato perdono quell’efficacia di attualità e di drammaticità che il romanzo in oggetto pare avere. Una drammaticità non solo legata al tempo presente ma che sta concentrata nel tempo in cui viene narrata.
L’autore del libro, Alessio De Luca
In altre parole, se Alessio avesse sviluppato tutta l’intera architettura narrativa al passato e in terza persona (usando una distanza emotiva alla Brecht) non avrebbe raggiunto quel grado drammatico che tiene incollato il lettore alla pagina. Mentre in questo caso chi legge si ritrova in pieno e chi conosce Alessio di persona (i suoi valori, il suo modo di pensare, di amare la vita, la sua onestà perenne e immutabile, i chiaroscuri della storia, la presa di coscienza su chi siamo e dove andiamo) non ha difficoltà nell’identificare l’autore con il protagonista. Alla fine se la letteratura e il romanzo in particolare trovano riscontro oggettivo nell’idea e nella lingua, per quanto concerne la drammaticità rientra quel gioco di identificazione proiezione che l’autore del libro in questo caso fa in piena consapevolezza.
Altro aspetto, sempre legato agli elementi di cui sopra, è il narrare una storia, costruirla attraverso la falsificazione (che sta alla finzione del narrato) dell’epos letterario con gli elementi biografici e storici e sociali. Elementi che Alessio De Luca nel romanzo IL MISTERO DELLE DUE VENERI usa per fini artistici per avanzare il nuovo umanesimo. Un nuovo umanesimo che nel caso del libro precedente era identificato nella figura di Gabriel (Gabriel – Alessio) e che nell’attuale romanzo, sua ultima fatica letteraria, sia ha nel binomio identificativo Andrea- Alessio. Binomio che a differenza del precedente romanzo era visto attraverso l’ottica della passione in termini cristiani e del sacrificio che Gabriel si addossava per amore e amicizia ( ma d’altronde l’amicizia è anche sacrificarsi per l’amico e Alessio lo sa bene), e che nel nuovo libro rimanda invece ad indagare non più sul senso del sacrificio (l’agnello di Dio) ma attorno alla natività del Cristo e quindi della storia occidentale. Storia rivisitata partendo dalla figura della Vergine e della concezione di Gesù attraverso la quale si cela non solo il mistero del credo, della preghiera, della religione, ma un nuovo messaggio per l’intera umanità. Messaggio rivoluzionario (come sottolinea esplicitamente il sottotitolo dell’opera) che se letto non nella chiave della finzione ma in termini realmente storici cambia il corso e il senso dell’intero universo occidentale. Ma anche in questo caso la natività, o meglio la concezione, pare essere legata a quel sacrificio primordiale, insito nell’uomo, che l’autore del libro confronta (pur sapendo di operare nella finzione) con elementi di studio (si entra nel campo della teologia e quindi della scienza sacra) sui vangeli sinottici, facendo trapelare per scopi artistici le differenze presentate dai quattro evangelisti secondo la propria vulgata. Atti apostolici, evangelici che qui sono rivisti attraverso la mediazione di un sentimento nuovo, molto più umano di quello che c’è stato tramandato. Di un nuovo umanesimo che Alessio avanza ed allestisce con disinvoltura e lucidità. Un umanesimo che trova le sue radici (e mi piace pensare che sia così) nella tradizione anarchica – nel termine nobile della parola- e in quella socialista, insomma nella tradizione di quel riformismo in termini politici che portò alla resistenza, che trova il suo apice nella cosi detta “sinistra-liberale”, e che nel panorama letterario trova messaggeri come London, Dylan Thomas, Sciascia, Fava, West, Bonaviri, Boll e tanti altri. Quell’umanesimo che Ernesto Rossi portò a scrivere COME SCONFIGGERE LA MISERIA e a Gide i SOTTERRANEI DEL VATICANO. Un umanesimo che in questa occasione (ma un’opera letteraria è sempre più di una occasione in quanto non è legata al tempo kronos) getta luce su alcune categorie di lavoratori come i restauratori che spesso la politica e i sindacati non contemplano. Lavoratori che portano un messaggio d’amore per l’opera d’arte unico e senza il quale apporto molti capolavori andrebbero perduti. Umanesimo come suggerivo poc’anzi legato alla verità dei fatti e che la letteratura contemporanea, come nel caso di De Luca, allestisce per interrompere lo scempio che i poteri forti e occulti e certi politici stanno compiendo nei confronti dell’intera umanità. Ma nello specifico, l’umanità avanzata da De Luca, vera, genuina, concreta nasce dal dolore di Alessio nel vedere il proprio paese colpito al cuore, sull’orlo di una povertà e di una miseria non solo politica ma sopratutto culturale. E sotto questo aspetto il sentimento di Alessio è legato ad un aspetto generazionale ma lucido e profetico. Insomma, si tratta di un umanesimo nuovo in cui l’uomo è costretto a guardarsi allo specchio per riconoscersi uomo.
In fine, ma le cose da dire sarebbero tante, mi viene istintivo ribadire certe sfumature riguardo lo stile e le possibili fonti di ispirazione. Uno stile fatto di ingranaggi, intrecci, personaggi che trovo molto cinematografico che è di per sé drammaturgico. Nello scrivere il romanzo Alessio De Luca sembra proprio usare un certo grado di teatralità, di drammaturgia che è tipico della sua letteratura, consapevole di fare narrativa e non teatro. Teatralità, drammaturgia che aumenta per eccesso il grado di “vivibilità” e accettazione del romanzo, che lo rende ancora più godibile insomma. Infatti i personaggi stessi, Andrea, Sonia, la nobile Vernini, il gigante Franz, paiono esibirsi in un autentico palcoscenico e di conseguenza loro essere delle drammatis personae e non dei protagonisti di un’opera narrativa. Ma ripeto questa caratteristica fa ancora più maturo il romanzo che pare confrontarsi e sintetizzare, nel senso di far convivere, più generi in un unica storia.
Ancora un altro elemento che il lettore si trova a vivere leggendo il libro, è la vasta conoscenza che l’autore del IL MISTERO DELLE DUE VENERI ha dell’arte pittorica e di Firenze (sua città di adozione), una conoscenza talmente grande che il libro è anche una guida su Firenze e la Toscana. Una guida fatta di intrighi, di misteri, di storie come quella di Fra Bartolomeo, il pittore protagonista del romanzo cui pare essere affidato il messaggio per una nuova umanità. Torno a ripetere, un linguaggio che scava nel mistero della concezione della Vergine e la natività di Cristo. Un enigma che oscilla tra sacrificio e redenzione.
Altra cosa, ma non per ordine di importanza, tanti sono i riferimenti letterari, artistici dai quali Alessio ha attinto per scrivere il romanzo. In primis c’è la lezione di Pasolini con il suo vangelo di Matteo, in cui il poeta friulano in un gioco di specchi e proiezioni si identificava con il Cristo, ma non è difficile scorgere il De André della BUONA NOVELLA, album capolavoro del 1969 in cui il poeta e cantautore genovese (caro a De Luca) avanza – e non è un caso- una nuova concezione di umanesimo rendendo umana e meno celestiale l’immagine del Cristo. In fine, buona è la conoscenza da parte dell’autore dei vangeli canonici e della questione relativa al pneuma che San Paolo intende come rinascita dello spirito e non della carne.
Insomma, ancora una volta con questo nuovo libro Alessio De Luca ci ha meravigliati, consegnandoci una lezione di umanità che al mondo d’oggi serve per crederci uomini atti all’amore per il prossimo in un corollario di affetti che altrimenti se non ci fossero vivremmo in un deserto senza vita.
Ma dove mi avrebbe portato questo viaggio? Dove? Più andavo avanti e più il viaggio pareva avere deviazioni, presentare come un albero mille diramazioni che a loro volta aprivano le porte ad altri inquietanti scenari.
“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi
Un romanzo sulla deviazione, questo di Iuri Lombardi, espressa –come vedremo- a vari livelli. Il percorso scrittorio di un autore contemporaneo quale è Iuri Lombardi, nonché icona di un movimento fiorentino che ha nel sangue il sapore acre dell’avanguardia, è senz’altro curioso, quanto eclettico, se non addirittura bizzarro. Lo è non tanto nella struttura, in ciò che canonicamente possiamo circoscrivere all’interno dell’universo della forma e del genere, piuttosto per la tematica di fondo. L’autore non è nuovo a storie agrodolci dove il sesso (con le sue implicazioni e storture) assurge a vero e proprio motore nevralgico della storia, a personaggio potremmo dire, a narrazioni sui generis nelle quali l’autore strappa un riso lieve o altre in cui, lontano anni luci dal comico, getta il lettore in un mondo di paradossi, incongruenze, finte o elaborate agnizioni, scoperte epifaniche che riscrivono la storia. Non è infatti secondario l’elemento della riscrittura nelle produzioni letterarie di Lombardi: si pensi, tanto per citare il più recente, il dramma in versi sciolti dal titolo La Spogliazione con il quale l’autore ci consegna un’incresciosa e caricaturale rivisitazione di un personaggio biblico addirittura.
L’irriverenza è di fondo nelle opere di Lombardi ed è riscontrabile già nei titoli enigmatici, curiosi e ad effetto, dove è la semantica cristologico-religiosa (ribaltata o addirittura re-investita di una significazione lombardiana) a far da padrona. Questa riottosità dei personaggi delle opere di Lombardi è denuncia di un tempo irruento e improntato alla prevaricazione dove non manca di ergersi sovrano il rispetto per la libertà, dei costumi, dei modi di fare, delle propensioni sessuali e delle vedute su come intendere la vita. Lombardi adopera la caratterialità deviata e spregiudicata di personaggi difficili da paragonare a precedenti letterari proprio perché, come si è testé detto, presi in prestito dalla realtà sociale che l’autore vive sulla sua pelle ed essendo ogni uomo testimone del suo periodo storico, va da sé che il giudizio morale è l’unico elemento che il lettore deve dimenticare nel leggere queste sue opere. Una fascinazione per il metro narrativo è ben evidente nelle sue opere e per questo sarà forse più azzeccato parlare di eventuale impalcatura estetica o piuttosto delle argomentazioni filosofico-esistenziali (sempre presenti in Lombardi) che sorreggono l’opera e che solo con una lettura più approfondita forse si può osservare di aver recepito, o almeno intuito.
Ritorno, però, e con piacere, a trattare in questo mio commento preliminare una componente dell’azione di questa nuova opera letteraria sostenendo che è ben visibile lo sperimentalismo dell’autore dato che per la prima volta si dona a una materia nuova, meno intima-personalizzata del mondo caratteriale dei personaggi e più attenta alla socialità, al mondo civico, ossia a quel sentire multiplo di uomo in quanto parte di un aggregato sociale. Con Il Cristo disubbidiente Lombardi trasmette al lettore una storia intricata con un chiaro sfondo storico-sociale dove si parte da un fatto particolare (la morte del Colonnello) per poter poi andare a indagare quello che è il sistema (corrotto e deviato) che ne sta alla base che, come il Colonnello, ha fagocitato tante altre esistenze apparentemente irreprensibili in un sistema perverso fatto dalla bieca corruzione e da un’idolatria del mistero. Un thriller dunque, ma alquanto atipico; un giallo risolto e non risolto, del tipo Il giorno della civetta del celebre Sciascia del quale pure Lombardi apre l’opera con una dedica all’autore siciliano.
La pista investigativa sembra essere anch’essa impropria e gravata da alcuni pregiudizi tanto che al lettore viene da chiedersi se, in fondo, il carattere narrante-personaggio non è poi che un chiaro esempio di “narratore inaffidabile” alla maniera di qualche modernista inglese. Ma mi sentirei di dire che, se così è, di certo Lombardi non ha tratto questa peculiarità dalla narrativa inglese, ma piuttosto l’ha ri-creata e fatta sua, sempre in linea con quel processo di ri-visitazione e ri-creazione dell’opera di cui si stava parlando. Il detective (se così vogliamo definirlo, in virtù del fatto che è lui a portar avanti delle piste, delle indagini, per quanto possano essere infruttuose perché prive dei mezzi necessari) è poi amico dell’uomo che nelle prime righe scopriamo essere stato (forse) assassinato o che inspiegabilmente si è suicidato e quindi la sua autorità in quanto garante della verità viene in effetti un po’ meno. A contribuire ulteriormente la veridicità di quanto si sta dicendo c’è il fatto che il ragazzo, un poveraccio cameriere sempre squattrinato, non solo è (era) amico del Colonnello, ma addirittura il suo confidente, termine che all’interno di un sistema corrotto e malavitoso di potere deve richiamare immancabilmente un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione mafiosa.
E’ questo detective sfortunato, questo giovane che però non accetta di sottomettersi a quella che sembra essere la verità più semplice, quella del pregiudizio e della deduzione schietta delle implicità nella vicenda del Colonnello, che permette la realizzazione di tutta la storia che poi (eccettuata la prima parte) non è che un grande tentativo di riconquistare il passato per capirne poi in che modo e a quale ragione ha prodotto il fatto crudele dell’incipit in questione. Il narratore, impacciato e sottomesso a un ruolo che sembra non padroneggiare, cerca di ricostruire la storia partendo da quelle minuzie irrilevanti in relazione al fatto culminante di violenza e per questo non fa che parlare di “aspetti marginali” come se volesse minimizzare le piccole scoperte o i modesti collegamenti che, ragionando, è capace di fare. Sono elementi apparentemente insignificanti che il nostro coglierà con attenzione (e direi anche con rispetto nei confronti della vittima) e che gli serviranno forse per completare il puzzle dei suoi pezzi mancanti.
Lombardi aggiunge con questa narrazione, alla ormai decennale attenzione spasmodica per l’universo sessuofilico delle sue storie una trama che è scandaglio della memoria collettiva, che graffia quella storia mai chiarita del tutto e che cerca di investigare a suo modo, chiaramente, dacché il lettore (anche se troverà nomi di politici) deve ben tenere a mente che è solo frutto di invenzione, prodotto di fiction e che non ha nessuna pretesa di carattere storico-documentaristico.
Per tessere le fila, concludo con un argomento a me caro, studiato e investigato in varie occasioni, quello della devianza. Mi sento di poter dire che questa opera può, a ragione, essere definita un romanzo sulla devianza. Devianza che si avverte e si riscontra a più livelli come il cauto lettore non mancherà di osservare nella sua lettura. La scena sconvolgente quanto macabra che apre il romanzo ci consegna un chiaro esempio di devianza di carattere psichiatrico e cioè nel rapporto sessuale distorto tra uomo ed animale ci troviamo di fronte a una manifestazione (forse gratuita) di bestialismo o di zooerastia che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) localizza all’interno delle parafilie ossia di quei comportamenti sessualmente deviati perché a) prevedono la sofferenza o l’umiliazione di sé stessi e/o del partner; b) si instaurano tra persone non consenzienti (bambini, animali).
Questa metastasi della deviazione si amplifica nel corso dell’opera quando veniamo introdotti in una vicenda di mafia, di relazioni non chiarite, di personaggi loschi e dalla doppia faccia: ci troviamo nel cuore della storia, in quel fitto e intricato ammasso di fili (che sono le esistenze individuali) che si intersecano aggrovigliandosi e non permettendo al viluppo di scantonare i bandoli delle varie matasse. E’ in questo sistema di collusione, protettorato, confidenzialità, patti segreti, legami ferrei e inscindibili, sistemi di immunità, cosmologie massoniche che Lombardi consacra quale componente del nostro paese (“Italietta”, e non “Italia”, quasi dispregiativamente), una terra che sembra aver eretto l’egoismo, il denaro e la logica della convenienza a suo statuto etico tanto che il protagonista, che è colui che ben conosce la faccenda da più vicino, non manca di osservare, sfiduciato e perentorio: “siamo in Italia è niente è legale ed è tutto lecito”. Questo motiva la ricerca di una strada per la segretezza, una via alternativa a quella ufficiale, si parla così di mancato riconoscimento nei confronti dello Stato di diritto con conseguente creazione di un micro-stato (potremmo dirlo al plurale) che in realtà finiscono per rappresentare degli enti collaterali, che agiscono nella malavita facendo la guerra all’istituzione legale. Lombardi parla di eversione a tutto tondo non mancando di richiamare vari ambiti geopolitici: la loggia massonica P2, il fervente separatismo basco, l’età di piombo con il terrorismo rosso e quant’altro. Tutto ciò si concretizza attorno al nucleo tematico del libro che potremmo definire devianza socio-politica, riscontrabile in una eversione subdola, che agisce al buio e che ha mezzi capaci di arrivare ovunque.
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
E la realizzazione delle bieche e laide azioni del Colonnello (le quali alla fine poco riusciamo a comprendere del tutto) non possono che attecchire dopo aver messo a tacere la componente più debole (se vogliamo remissiva) dell’animo umano: il lato emotivo-affettivo del Colonnello ha dovuto piegarsi alle logiche eversive del suo impegno corrotto nel mondo, tanto da dichiarare la moglie pazza e farla rinchiudere in una struttura psichiatrica. E il tumore di Derna, poi, non è che un’altra forma di deviazione? Il tessuto neoplasico non è che un tessuto che ha una crescita e sviluppo veloce e incontrollato, distorto e pericoloso, che va ad intaccare gli organi vicini, minacciandoli, infettandoli, decretandone la morte.
La devianza, in ultima battuta, che è poi il filo rosso del libro, è una manifestazione degenerata di un qualcosa che sortisce in maniera non vista, taciuta, ma il cui sviluppo incontrollato è altamente tossico tanto da contaminare tutto ciò che ha nelle sue vicinanze, sia si tratti di una devianza psichiatrica (la zooerastia), socio-politica (la massoneria) che medico-sanitaria (l’oncologia). E’ così che il sistema malavitoso incarnato da una figura tanto perbene (apparentemente) come il Colonnello che Lombardi ci restituisce attraverso un intrico di probabili vicende investigate post mortem dallo sciagurato protagonista; una pagina amara di un fare le cose poco pulito dove democrazia, giustizia e meritocrazia sembrano essere parole ancora da inventare.
Uno scandaglio curioso di un’età buia attraverso un’apertura che perversamente chiama il lettore a serrare le fila attorno al protagonista, scanzonato e imprevedibile anch’esso, un po’ com’è nella natura solita del Lombardi autore e uomo.
RISVEGLI: Il pensiero e la coscienzaTracciati lirici di impegno civile.
La poesia contempla al suo interno, da quando è nata, una infinità di generi e di forme espressive che sono state coltivate da autori che hanno reso grande la letteratura nazionale e mondiale e che hanno dato viva testimonianza di come il sentimento, pur mesto e indignato, possa trovare manifestazione concreta nelle parole. La poesia civile nasce in tempi lontanissimi con le prime epigrafi ed attestazioni dei poeti greci di cui si tramandano per lo più frammenti e con il passare del tempo, salvo pochi autori quasi mai di spessore editoriale ma contenutistico, ha vissuto tempi alterni di fama e di discredito perché spesso la si è voluta stringere in maniera indecorosa dentro schemi ideologici che hanno affossato autori all’interno di determinate schiere politiche. Crediamo che la poesia civile, se ben fatta e se pensata con una finalità unica che è quella di declamare una realtà denunciandone i difetti, le mancanze e le storture, possa avere anche nel nostro oggi un significato. Non un elemento di compatimento generale né di un pacifico sit-in di parole, piuttosto un velo di Maya che viene squarciato e che permette agli occhi più restii, quelli meno sensibili e filantropici, di vivere non solo il dramma personale, ma quello della collettività. La collettività è l’espressione plurale di un sentire singolo, soggettivo, privato che vive la necessità di un raffronto, un colloquio, una considerazione. PoetiKanten Edizioni ha voluto lanciare l’iniziativa di una antologia di poesia civile la cui partecipazione alla selezione di materiale è regolata dal presente bando di partecipazione.1. Si partecipa alla selezione inviando unicamente testi di poesia a tematica civile che abbiano, cioè, un chiaro interesse sociale e che dimostrino un interesse verso fatti di cronaca accaduti, situazioni di disagio, marginalità ed indigenza, crisi economica, ingiustizia, forme di sopraffazione e tutto ciò che può rientrare all’interno di un interesse civico ed etico dell’uomo nel mondo. 2. Si partecipa alla selezione di poesie gratuitamente. Coloro che poi verranno selezionati per la pubblicazione saranno tenuti all’acquisto di tot copie a prezzo fisso secondo le modalità di seguito elencate. 3. Ogni poeta potrà inviare un massimo di 3 poesie in formato Word (ciascuna poesia non dovrà superare i 30 versi di lunghezza, eccettuati spazi tra le strofe e il titolo), accompagnate da un proprio profilo bio-bibliografico di massimo 25 righe Times New Roman p.t 12 e con un file contenente i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, numero di telefono, mail e l’autorizzazione contenuta al punto 4 del presente bando). 4. L’autorizzazione da includere nella scheda dei dati è la seguente: “Dichiaro sotto la mia responsabilità che i presenti testi sono frutto del mio unico ingegno e che, pertanto, sono io l’unico autore. Dichiaro, inoltre, che detengo i diritti sui presenti testi ad ogni titolo”. 5. I materiali dovranno essere inviati a mezzo posta elettronica all’indirizzo poetikantenedizioni@gmail.com entro il 10 giugno 2015. 6. L’antologia verrà pubblicata da PoetiKanten Edizioni nel corso del 2015 e presenterà un numero di autori non inferiore a 30. La curatela del progetto sarà dei poeti e scrittori Marzia Carocci, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi. 7. Gli autori che verranno selezionati per l’antologia verranno contattati a mezzo mail a partire da Settembre 2015 e agli stessi verrà richiesto di sottoscrivere un modulo di liberatoria che acconsenta alla pubblicazione delle poesie assieme all’attestazione di impegno di acquisto di 3 copie della antologia a prezzo complessivo di 30 € (spese di spedizione con raccomandata incluse). 8. È richiesto di inviare materiale moralmente responsabile, ossia che non offenda l’etica, la religione e che non sia portavoce di discriminazioni di ciascun tipo. 9. L’antologia, dotata di regolare codice ISBN verrà messa sul mercato e diffusa anche attraverso i siti di vendita dei libri. Sarà cura dell’organizzazione far sapere agli autori presenti in antologia le indicazioni inerenti alla presentazione del volume al quale sono caldamente invitati a partecipare. 10. La partecipazione alla selezione di materiale per l’antologia in oggetto è regolata dal presente bando di concorso che, chi vi partecipa, ha letto e sottoscrive integralmente.Info: poetikantenedizioni@gmail.com
L’Associazione Culturale PoetiKanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe”, Deliri Progressivi con l’Alto Patrocinio della Universum Academy – Switzerland e il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Ancona, dei Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia, bandisce la IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” che destinerà parte dei fondi alla Fondazione “G. Salesi” Onlus di Ancona che supporta l’attività di ricerca relativa al bambino ospedalizzato.
La partecipazione è articolata dal presente bando.
Il concorso è articolato in due sezioni, entrambe a tema libero:
Sez. A – poesia in lingua italiana
Sez. B – poesia in dialetto (accompagnata da relativa traduzione in italiano)
Le poesie potranno essere edite o inedite, ma non dovranno aver ottenuto un primo premio in un precedente concorso.
Si partecipa con un massimo di tre poesie per ciascuna sezione e ognuna non dovrà superare il limite dei 30 versi (eccettuato gli spazi tra le strofe e il titolo).
Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 5€ per ciascuna poesia presentata. Il pagamento dovrà avvenire con una delle modalità descritte al punto 6 del bando.
Il partecipante deve inviare entro e non oltre la data di scadenza fissata al 15 maggio 2015 alla mail arteinversi@gmail.com le poesie con le quali intende concorrere (rigorosamente in formato Word), il modulo di partecipazione compilato e la ricevuta del pagamento.
In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo, mediante posta ordinaria, e dovrà essere inviato a:
IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
c/o Dott. Lorenzo Spurio
Via Toscana 3
60035 – Jesi (AN)
Per l’invio mediante posta tradizionale farà fede la data del timbro postale.
Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
Bollettino postale:CC n° 1014268401
Intestato a IURI LOMBARDI – Causale: IV Premio di Poesia “L’arte in versi”
Intestato a IURI LOMBARDI – Causale: IV Premio di Poesia “L’arte in versi”
Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.
La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama letterario nazionale:
Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario, Direttore Rivista di letteratura Euterpe), Iuri Lombardi, (poeta e scrittore, presidente dell’Ass. PoetiKanten), Annamaria Pecoraro (poetessa, scrittrice, Direttrice di Deliri Progressivi), Marzia Carocci (poetessa e recensore), Michela Zanarella (poetessa, scrittrice e giornalista), Susanna Polimanti (scrittrice e recensore), Emanuele Marcuccio (poeta e curatore editoriale), Salvuccio Barravecchia (poeta e scrittore), Martino Ciano (scrittore e giornalista), Lella De Marchi (poetessa e scrittrice), Valentina Meloni (poetessa, scrittrice e recensore), Elvio Angeletti (poeta) e Giuseppe Guidolin (poeta).
Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. I premi consisteranno in:
Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 200€
Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€
Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.
La Giuria inoltre procederà a individuare ulteriori premi che saranno indicati quali “Premi alla Carriera Poetica”, “Menzione d’onore” e “Segnalati dalla Giuria” per la buona qualità delle loro opere ai quali verrà riconosciuto apposito diploma o targa. La Universum Academy – Switzerland che patrocina l’iniziativa culturale fornirà una targa in oro 24k che verrà donata a un partecipante che si sarà distinto per particolare merito nella presente edizione del Premio.
La cerimonia di premiazione si terrà sabato 14 novembre 2015 a partire dalle 17:30 nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (AN) in Corso Matteotti 19 (Centro Storico). A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.
I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio. La targa in oro messa a disposizione dalla Universum Academy – Switzerland dovrà essere necessariamente ritirata il giorno della Premiazione.
Tutti i testi dei vincitori, dei menzionati e dei segnalati dalla Giuria verranno pubblicati nel volume antologico regolarmente dotato di codice ISBN che sarà presentato nel corso della premiazione.
Il Premio di Poesia “L’arte in versi”, da sempre sensibile alle tematiche sociali, devolverà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie alla Fondazione “G. Salesi” Onlus di Ancona che supporta l’attività di ricerca relativa al bambino ospedalizzato, con particolare riferimento alle problematiche psicologiche e psicopedagogiche, al miglioramento della qualità di vita del periodo di degenza ospedaliera dei bambini e delle loro famiglie, all’attuazione di tutte le iniziative volte a favorire i contatti tra l’ospedale e l’ambiente esterno.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.
□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.
□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
Firma____________________________________ Data _________________________________
Come previsto dal bando di partecipazione della III Edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, la cui premiazione si è svolta lo scorso 15 nov. a Firenze, si è provveduto ad inviare alla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) in versamento mediante bollettino postale i fondi raccolti derivanti dalla vendita della antologia con le poesie vincitrici, menzionate e segnalate.
A continuazione la foto del versamento effettuato e la lettera di accompagnamento che verrà inviata in cartaceo alla FISM con copia della antologia.
Per chi fosse interessato ad acquistarne una copia, il costo è di 15 € comprensivo di spese di spedizione a mezzo raccomandata e deve scrivere a arteinversi@gmail.com
Ricordiamo che l’iniziativa concorsuale era patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN).
Vi aspettiamo a Gennaio con la nuova edizione del Premio!
Lorenzo Spurio
Presidente del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
Sabato 15 novembre 2014 a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci in Piazza de’ Ciompi 11 si è tenuta la serata di premiazione della terza edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dalla Ass. Culturale Poetikanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi. L’iniziativa concorsuale è stata patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN). Durante la serata si è data lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per la selezione delle opere vincitrici, menzionate e segnalate.
La Giuria presente era costituita da: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio – Direttore della Rivista di lett. Euterpe, scrittore e critico lett.), Marzia Carocci (Presidente di Giuria, scrittrice, poetessa, recensionista), Michela Zanarella (poetessa, giornalista), Annamaria Pecoraro (Direttrice di Deliri Progressivi, poetessa e scrittrice), Iuri Lombardi (Presidente Ass. Poetikanten, poeta e scrittore), Salvuccio Barravecchia (poeta).
La Giuria era costituita inoltre da altri giurati che non sono intervenuti fisicamente durante la premiazione: Martino Ciano (Scrittore), Giorgia Catalano (poetessa, scrittrice), Ilaria Celestini (poetessa, scrittrice), Emanuele Marcuccio (poeta e aforista), Luciano Somma (poeta) e Monica Pasero (poetessa, scrittrice).
Ad allietare la serata sono stati i ballerini di tango Giuseppe e Cristina Salerno della Scuola Pasion de Tango di Firenze accompagnati dal poeta Luis Algado e dalla attrice Elisa Zuri.
I proventi derivanti dalla vendita dell’antologia, edita da Poetikanten Edizioni, saranno devoluti -come da bando del concorso- alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
Di seguito alcuni scatti della serata (per i quali ringraziamo la bravissima Deborah Larocca) e…. ci auguriamo di ritrovarci alla prossima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”!
LA COMMISSIONE DI GIURIA
(Da sinistra Michela ZANARELLA, Annamaria PECORARO, Iuri LOMBARDI, Salvuccio BARRAVECCHIA. Marzia CAROCCI e Lorenzo SPURIO)
Michela Zanarella
La Giuria
La Giuria
Marzia Carocci e Lorenzo Spurio
Michela Zanarella e Annamaria Pecoraro
La Giuria
Iuri Lombardi e Salvuccio Barravecchia
La Giuria
Iuri Lombardi
Lorenzo Spurio
Marzia Carocci
La Giuria
VINCITORI
Sandra Carresi vincitrice del Premio alla Carriera Poetica
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Nunzio Buono – vincitore del 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano
Nunzio Buono – vincitore 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano – Legge Gianluca Regondi
MENZIONI D’ONORE
Roberto Ragazzi
Eleonora Rossi
Laura Faucci
Maria Grazia Vai
Maria Grazia Vai
Maria Immacolata Adamo
Nunzio Buono
Gianluca Regondi
Roberto Ragazzi
SEGNALATI DALLA GIURIA:
Marco G. Maggi
Anna Pistuddi
Anna Pistuddi
Attilio Giorgi
Attilio Giorgi
Marco G. Maggi
MOMENTO DANZANTE: Giuseppe e Cristina Salerno
Il poeta Luis Algado
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Verranno conferiti inoltre medaglie e diplomi alle Menzioni d’Onore e ai Segnalati le cui poesie saranno pubblicate nella antologia del premio. I proventi derivanti dalla antologia del Premio saranno donati alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
III PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI” – Ediz. 2014
Verbale di Giuria
La Giuria del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” presieduta da Marzia Carocci e composta da Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Emanuele Marcuccio, Iuri Lombardi, Luciano Somma, Monica Pasero, Ilaria Celestini, Annamaria Pecoraro, Giorgia Catalano, Martino Ciano, Michela Zanarella e Salvuccio Barravecchia, dopo attenta lettura di tutte le opere pervenute per la partecipazione al Concorso nelle due sezioni (poesia in lingua italiana e poesia in dialetto), ha stabilito la seguente classifica finale.
SEZIONE A – POESIA IN LINGUA
VINCITORI
1° Premio
ANNA BARZAGHI
Corre la vita
Seveso (MB)
2° Premio
LUISA BOLLERI
Guerra
Empoli (FI)
3° Premio Ex-Aequo
LORENZO POGGI
Sentori d’estate
Roma
3° Premio Ex-Aequo
NUNZIO BUONO
Ritorno a Sénanque
Rovello Porro (CO)
MENZIONI D’ONORE
Menzione d’onore
ELEONORA ROSSI
Gli occhi non muoiono
Ferrara
Menzione d’onore
GIANLUCA REGONDI
Rumore
Bovisio Masciago (MB)
Menzione d’onore
LAURA FAUCCI
E nuda
Sesto Fiorentino (FI)
Menzione d’onore
MARIA CARMELA DETTORI
Ancora noi
Cagliari
Menzione d’onore
MARIA CARRABBA
Scarpe rosse
Termoli (CB)
Menzione d’onore
MARIA GRAZIA VAI
Sul fianco innevato del cuore
Bubbiano (MI)
Menzione d’onore
MARIA IMMACOLATA ADAMO
Notte di stelle
Lamezia Terme (CZ)
Menzione d’onore
NICOLA ANDREASSI
La mente mia danzava nelle rose
Noicottaro (BA)
Menzione d’onore
NUNZIO BUONO
Piove l’alba
Rovello Porro (CO)
Menzione d’onore
OLIVIERO ANGELO FUINA
E’ il mio nome che ho dato alle parole
Oggiono (LC)
Menzione d’onore
ROBERTO RAGAZZI
I bambini di Bullenhuser Dam
Trecenta (RO)
Menzione d’onore
ROBERTO RAGAZZI
I ricordi sono foglie
Trecenta (RO)
Menzione d’onore
SEBASTIANO IMPALA’
Se fossi il tuo poeta
Reggio Calabria
SEGNALATI
Segnalata
ALESSANDRA DE LEONI
Se l’amore fosse
Roma
Segnalata
ANNA PISTUDDI
Sabbia
Sestu (CA)
Segnalata
ANNALISA COPPOLARO
Non scrivo poesie
Murlo (SI)
Segnalato
ATTILIO GIORGI
Dell’anno il sesto mese
Lariano (RO)
Segnalata
FEDERICA CICCHELLI
Ci sono strade
Sannicandro di Bari (BA)
Segnalata
FRANCESCA SANTUCCI
I corvi
Dalmine (BG)
Segnalato
GIANNI DI GIORGIO
Canto di capinera
Modica (RG)
Segnalata
GRAZIA FINOCCHIARO
Esuli
Firenze
Segnalata
MANUELA MAGI
Illecito amore
Tolentino (MC)
Segnalato
MARCO G. MAGGI
Follia – Insanity
Castelnuovo Scrivia (AL)
Segnalata
MARIA CRISTINA BIASOLI
Gli alberi del parco
Bologna
Segnalata
RITA STANZIONE
Inverno
Roccapiemonte (SA)
Segnalata
ROSA LEONE
Come vento di tramontana
Gottolengo (BS)
Segnalato
STEFANO PERESSINI
Il fiume della luna
Carrara (MS)
SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO
VINCITORI
1° Premio
LUCIANO GENTILETTI
L’illusione
Rocca Priora (RO)
2° Premio
NINO PEDONE
Nuddu talìa l’onestu
Castellammare del Golfo (TP)
3° Premio Ex-Aequo
KATIA DEBORA MELIS
Folixeddas (Piccole foglie)
Selargius (CA)
3° Premio Ex-Aequo
NICOLINA ROS
Petaròs
San Quirino (PN)
MENZIONI D’ONORE
Menzione d’onore
FRANCO PONSEGGI
E’ ven
Bagnacavallo (RA)
Menzione d’onore
LUCIANO GENTILETTI
Er libbro scordato
Rocca Priora (RO)
Menzione d’onore
NINO PEDONE
Na stratuzza stritta
Castellammare del Golfo (TP)
SEGNALATI
Segnalato
GABRIELE DI GIORGIO
Povere fizonne di rose
Città S. Angelo (PE)
Segnalata
LAURA LA SALA
Nun mi chiamari fimmina
Marineo (PA)
FUORI SEZIONE
Premio alla Carriera Poetica
SANDRA CARRESI
Bagno a Ripoli (FI)
————————————-
* * * *
I premi sono così stabiliti:
VINCITORI
I vincitori del 1° premio (sez. A e B) riceveranno una targa metallica, il Diploma, 150€ in contanti e la pubblicazione della propria poesia corredata di profilo biografico e commento critico della Giuria nell’antologia del premio.
I vincitori del 2° premio (sez. A e B) riceveranno una targa metallica, il Diploma, 100€ in contanti e la pubblicazione della propria poesia corredata di profilo biografico e commento critico della Giuria nell’antologia del premio.
I vincitori del 3° premio (sez. A e B) riceveranno una targa metallica, il Diploma, e la pubblicazione della propria poesia corredata di profilo biografico e commento critico della Giuria nell’antologia del premio.
MENZIONI D’ONORE
Tutti coloro che hanno ottenuto una Menzione d’onore (sez. A e B) riceveranno il Diploma di Menzione d’Onore, la Medaglia del Premio e la pubblicazione della propria poesia corredata di profilo biografico nell’antologia del premio.
SEGNALAZIONI
Tutti coloro che hanno ottenuto una Segnalazione (sez. A e B) riceveranno l’Attestato di Segnalazione e la pubblicazione della propria poesia corredata di profilo biografico nell’antologia del premio.
PREMI ALLA CARRIERA
Coloro che ottengono questo riconoscimento riceveranno una Targa per il Premio alla Carriera Poetica.
Tutti i vincitori, i menzionati ed i segnalati (sez. A e B) sono pregati di inviare la loro nota biografica in estensione Word formato A4, corpo 12, massimo 7 righe all’indirizzo arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 20 settembre 2014. Essa servirà da accompagnamento alla poesia per la pubblicazione nella antologia.
Si ricorda che la premiazione si svolgerà sabato 15 novembre 2014 alle ore 17:30 a FIRENZE presso la Sede Provinciale dell’Arci (Casa di Lorenzo Ghiberti), Piazza de’ Ciompi 11.
Tutti i premiati, i menzionati e i segnalati sono invitati a presenziare alla premiazione dove potranno leggere le loro liriche premiate.
Come da bando di concorso, si ricorda che i premi in denaro verranno consegnati solo in presenza del vincitore o di un suo delegato.
Nel caso i premi in denaro non vengano ritirati, l’organizzazione si riserverà di adoperare le relative quote non consegnate per future edizioni del premio.
Tutti gli altri premi (targhe, medaglie e diplomi) potranno essere ritirati da un delegato qualora il vincitore non possa presenziare o potranno essere inviati per posta raccomandata a casa, dietro pagamento delle relative spese di spedizione che verranno poi comunicati privatamente a mezzo mail.
L’opera antologica, che conterrà tutte le opere vincitrici, che hanno ottenuto Menzioni d’Onore e/o Segnalazioni, sarà disponibile alla vendita il giorno della Premiazione.
Il ricavato della vendita della stessa, detratto il costo di stampa, verrà donato in beneficienza alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) e ne verrà dato comunicazione a tutti i partecipanti di questa edizione del Premio.
Successivi aggiornamenti sulla giornata di premiazione e la richiesta di conferma della propria presenza alla premiazione, verranno inviati a mezzo mail in un secondo momento.