“Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf, l’analisi di Giuseppina Vinci

Virginia Woolf

Il 1941 è la data di morte di due grandi della letteratura, non solo di lingua inglese, ossia Virginia Woolf e James Joyce. Li accomuna anche l’anno di nascita, il 1882. Di nobili origini lei, figlia di un critico letterario, Leslie Stephen, non così benestante James, la madre un pia donna cattolica, il padre un fervente sostenitore dell’Indipendenza dell’Irlanda. Sappiamo che Virginia non apprezzava l’arte dell’irlandese, rozza dal suo punto di vista, mediocre. Eppure manuali di letteratura, erroneamente li accomunano, per quel “flusso di coscienza”, per quella tecnica particolarissima di creare narrativa, una fiction, non più fiction. Fiction sta per plot, per intreccio, per trama, per un susseguirsi di fatti e anche di sentimenti, qui, nella loro tecnica, vi è poco di fiction. Eppure il signor James Joyce definiva il suo Ulisse un romanzo, e ci teneva tanto. Un giorno nella vita di Leopold Bloom, di Molly Bloom, di Stephen Dedalus. Cosa mai può accadere in Un giorno! Duecento pagine di Ulisse, l’autore le ha lasciate per noi e per una lettura gradevole a seconda  dei punti di vista, delle culture, delle preferenze stilistiche…..

Anche lei Virginia, ci ha lasciato romanzi le cui azioni sono racchiuse In un giorno. Mrs Dalloway testimonia un giorno nella vita  di Clarissa Dalloway. Una festa, il desiderio di un festa, muove tutto il romanzo. La signora Dalloway si sveglia una mattina e pensa di organizzare una festa. Sì, una festa memorabile. Non vi è un compleanno, nessuna ricorrenza particolare, ma lei vuole una festa. Esce per le strade di Londra, per Bond Street, si muove, cammina felice perché la festa sarà protagonista della sua sera. Compra dei fiori, deve essere la festa più felice della sua vita. Si ferma davanti a una vetrina in Bond Street, guarda un oggetto simile a quello che tanti anni prima le aveva regalato un suo spasimante, Peter Walsh, e ricorda quei giorni vissuti con lui… Era o no amore? Un amore finito per sempre? Non sa. La festa, il suo pensiero è la festa. Invita tutti i suoi amici, prepara la cena, fissa i posti a tavola e ricorda i primi anni vissuti con il marito, Mr Dalloway. Un giorno frenetico pieno di aspettative, l’attesa è l’essenza di ogni cosa. Arriva il momento arrivano gli invitati, ma ecco quello che non si sarebbe mai aspettata. Il dottor Bradshaw riferisce agli altri invitati di un suicidio, e lei che voleva una festa gioiosa, spensierata, magica, sente che viene compromessa, guastata da quella notizia. Siamo al punto più intenso, quasi drammatico di tutto il romanzo. Un giovane aveva messo fine alla sua vita, si era gettato da una finestra, lei, Clarissa, pensa a se stessa, a cosa avesse gettato della sua vita. Solo uno scellino nella serpentina di Londra.

Che associazione, farebbe pure ridere. E le associazioni di idee, i ricordi,il tempo sono il nucleo centrale del romanzo. Il giovane suicida, Septimus Warren Smith, sconvolto dalla guerra, incapace di comunicare con il mondo perché alienato, compie il gesto estremo ponendo fine alla sua vita per comunicare con il Mondo. Uno sguardo al Passato, al proprio passato, un ritorno al presente, passato e presente  si intrecciano, si avvolgono, il tempo non esiste, tutto è presente, tutto è passato e noi al centro, del passato, del presente, scorriamo, inesorabilmente, fluiamo i nostri pensieri scorrono, le nostre tristezze scorrono verso il Nulla eterno. Sì, porre fine alla propria vita è un gesto eroico. La non comunicazione ci porta alla Comunicazione estrema, comunichiamo ponendo fine alla nostra fine. Ci lasciamo abbracciare dalla Morte e abbracciamo il mondo intero, vogliamo trasmettere al mondo il nostro amore comunicando la nostra morte. Morte e Follia si abbracciano, rimangono le uniche amiche in un mondo senza comunicazione, indifferente e freddo. Anche Virginia porrà fine alla propria vita lasciandosi annegare nel fiume Ouse. Solo due alternative nella vita: o suicidio o follia. Temendo di impazzire, come Septimus, sceglierà di farsi abbracciare dalla Morte.

 

Prof.ssa Giuseppina Vinci

Docente di Lingua e civiltà inglese al Liceo Classico Gorgia di Lentini

“Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio, recensione di Emanuela Ferrari

Flyte & Tallis
di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143
Recensione di EMANUELA FERRARI 

Il nuovo lavoro elaborato da Lorenzo Spurio merita un‘analisi accurata per comprendere a fondo i significati e le modalità espressive che ne sono alla base.

Il testo intitolato Flyte & Tallis, con il sottotitolo Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese, si articola in più parti per ”proiettare” il lettore nella prospettiva narrativa dei due romanzi presi come riferimento da parte dell’autore, su cui poi si “fonda” la piattaforma interpretativa per possibili raccordi letterari e contenutistici.

Nello specifico, la prima parte dello scritto argomenta sulle vicende e personaggi legati al romanzo Espiazione di Ian McEwan, poi segue la trattazione dell’opera di Evelyn Waugh dal titolo Ritorno a Brideshead.

La seconda parte è incentrata sull’analisi semantico-narrativa delle parole conversione ed espiazione che si pongono come “metro” dialogante presente in entrambi i romanzi. Ci sono anche richiami alle rappresentazioni cinematografiche con rivisitazioni, a volte, discordanti rispetto alla traccia originaria.

Il saggio di Brian Finney si presenta come uno studio approfondito di Espiazione e “chiude” il lavoro di Spurio, il quale decide di fornire ai lettori anche un quadro bio-bibliografico dei due autori che hanno composto i romanzi su cui concentra la sua indagine. Questo modo di impostare il “corpo” del lavoro – a mio avviso – aiuta molto a penetrare nel “mondo” descritto dai due romanzieri e a focalizzare la simbologia che li domina, fornendo materiale anche per quella riflessione individuale e dal carattere soggettivo che induce a trovare spiegazioni nel modularsi del racconto. Lo sguardo insomma diventa più vigile su luoghi, descrizioni e personaggi per poter poi raccogliere quelle informazioni necessarie per farsi un’idea anche sull’autore del brano. Vorrei puntualizzare quest’ultimo aspetto partendo appunto dall’inizio, seguendo cioè l’impostazione adottata da Spurio. Andiamo con ordine… Nel paragrafo di apertura, intitolato Villa Tallis, la guerra, Londra, ci vengono presentati i personaggi che animano il romanzo Espiazione di McEwan. La famiglia Tallis è composta da cinque persone: Jack, un padre sempre assente che trascorre molto tempo a Londra per la sua carriera politica, Emily, la moglie perennemente ammalata di emicranie, e tre figli di nome Leon, Cecilia, conosciuta con il diminutivo Cee, e Briony di tredici anni, che si diletta a scrivere drammi. Quest’ultima sarà il personaggio chiave delle vicende familiari e la “penna” narrante di una storia parallela alla vita reale vissuta da chi la circonda.

La scena si amplia con l’arrivo dall’Irlanda dei cugini Quincey: due gemelli di nove anni, Pierrot e Jackson, e la sorella maggiore Lola. La scenografia si arricchisce con la presenza di un giovane “lontano” dallo status di questa famiglia altolocata. Lo scrittore McEwan inserisce appunto in questa cornice il figlio della domestica, Robbie Turner. Lo sfondo dove si ambienta tutto è, almeno nella parte iniziale, Villa Tallis, come alla fine della narrazione, quasi a “creare” un collegamento circolare, un rimando alle origini da cui tutto è dipeso, nonostante il trascorrere del tempo e la maturità raggiunta dai personaggi che abbiamo conosciuto nella fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Il “mondo” che si trova davanti il lettore è quello vissuto da un gruppo di adolescenti che si incontrano e passano del tempo insieme. In realtà, nella storia ci sono quattro eventi o svolte, che formulano una nuova prospettiva interpretativa: a) la scena della fontana che coinvolge Robbie e Cecilia, b) la lettera che Robbie consegna a Briony per Cee, c) la scena della biblioteca che coinvolge ancora i due giovani della prima scena, d) la violenza che subisce Lola. E’ importante rilevare che chi “vede” e “immagina” cosa sta accadendo è la scrittrice di atti per drammi, che è artefice delle liti tra i familiari per la “vicinanza” tra la sorella e Robbie. Quest’ultimo viene sempre visto con disprezzo, infatti finisce in prigione per una colpa, la violenza su Lola, che non ha commesso.

Inoltre, la guerra diventa un campo di prova per tutti, Robbie si arruola, Cecilia diventa infermiera… Poi un colpo di scena… nella parte finale del romanzo si apprende che “avevamo compreso” una storia che non era vera in quanto nata dalla mano di Briony, oramai scrittrice affermata, che aveva fatto rivivere la sorella e il suo amore per il figlio della domestica… in realtà entrambi erano morti da anni e, soprattutto, non si erano più incontrati dalle vicende legate a Villa Tallis!

In tale passaggio finale si comprende il valore della parola espiazione che dà il titolo al romanzo. Il tutto è iniziato perché Robbie, un giovane appartenente ad una classe sociale inferiore, ha “osato” troppo verso la famiglia che lo aveva ospitato insieme alla madre. La metafora significativa al riguardo è un richiamo alla differenza di classe sociale che “domina” tutta la narrazione, poi ”prende forma” la visione mono-direzionale della protagonista e artefice del dramma, Briony.

Nel romanzo, oltre ai personaggi che sembrano quasi “visibili” al lettore per la maestria descrittiva, emergono dei “sottotitoli” molto interessanti; mi riferisco ai “luoghi” che diventano il palcoscenico delle azioni narrate. Nello specifico, prendo a riferimento il giardino della villa, sterminato e guarnito da una fontana simile a quella del Bernini a Roma, e in un questo ambiente esterno si snodano due momenti: la prima e la quarta scena. Inoltre, all’interno della casa c’é la biblioteca, quindi un “luogo” interno in cui prosegue ciò che si è verificato all’esterno, ovvero l’ “avvicinamento” tra Cee e Robbie che “dovrebbe” continuare all’esterno di tale abitazione, quindi dovrebbe “essere parte” integrante della loro vita passionale…

Tutta la narrazione, di fatto, rievoca l’importanza delle parole, scritte o dette, sottolineandone sia l’aspetto positivo che, soprattutto, i contenuti dissonanti dal contesto reale. Le parole scritte di una lettera consegnata che non doveva arrivare, il libro che ha ispirato il contenuto della missiva, le parole che si mettono insieme per “creare” un dramma in atti, le parole che dovevano essere scritte per espiare una colpa commessa legata ad una falsa testimonianza ed ecco che… l’espiazione rimane “sospesa” tra le vite di coloro che avrebbero voluto, e soprattutto dovuto, vivere a loro modo senza intromissioni fanciullesche. Anche durante la guerra le parole “viaggiano” tra i protagonisti, le lettere comunicano un “sentire”, uno “stato d’animo”, come è accaduto durante la prigionia. La forza della parola, quale sinonimo di verità, sembra trovare una via di uscita nonostante le avversità.

La necessità di voler cambiare pagina, di lasciare alle spalle quanto è accaduto si rende palese nell’ultima parte del romanzo, quando Briony, oramai anziana ed affermata scrittrice, ritorna a Villa Tallis che, nel frattempo si è trasformata in un hotel. Il tempo trascorso si “rispecchia” nel cambiamento dei luoghi vissuti da bambina, ma forse Briony avrebbe dovuto “cogliere” già al tempo tanti cambiamenti abbandonando una visione miope degli eventi a cui fu particolarmente suggestionabile. Tutta l’opera è percorsa da due linee parallele che, essendo tali, non avranno mai un punto di incontro: la vita reale dei personaggi, legata a parole non scritte in quanto si tratta di un vissuto emozionale, e la vita rivista come scrittura parlante, come interpretazione solipsista espressa in un monologo che riempie le pagine di inchiostro “colorando” le vite di persone che non ci sono più da tempo.

Nel secondo romanzo, Ritorno a Brideshead – Le memorie sacre e profane del capitano Charles Ryder, c’è come sfondo iniziale la II guerra mondiale ed il protagonista è il trentanovenne Charles Ryder, che conduce il suo plotone in una dimora per essere adibita a caserma. Si tratta, in realtà, di una tenuta che egli aveva frequentato in passato, durante il periodo della sua magnificenza e sfarzo… Vi abitava un’aristocratica famiglia inglese, i Flyte, che il protagonista conobbe tramite Sebastian al college Hertford. Anche in questa residenza è presente un fontanone nell’ingresso esterno che si può “prestare” a varie interpretazioni simboliche, alcune delle quali marcatamente religiose: la necessità di “lavare” delle colpe, di avvicinarsi alla purezza, ma anche lo scorrere del tempo, l’armonia dell’ingegno umano con l’elemento naturale, quindi la sinergia tra creazione e creato quale connubio realizzabile, oltre ad una espressione estetica pura e completa – ed aggiungerei – quasi di inafferrabilità del tutto.

Proseguendo… si ravvisa una traccia di infantilismo anche in questo romanzo con la figura di Sebastian, un giovane molto bello che porta con sé l’orsetto Aloiso, ma – a mio parere – anche da parte della madre, Lady Teresa Marchmain, legata ad un mondo religioso che la “estranea” dalla quotidianità vissuta dalla sua famiglia.

I contatti tra il mondo ateo e quello religioso, ovvero tra Charles e Sebastian iniziano circa venti anni fa, durante il periodo di studio ad Oxford. Trascorrono insieme le vacanze, così l’amico conosce il resto della famiglia: Julia, la sorella dalla bellezza strabiliante proprio come Sebastian, il fratello maggiore Bridey, che prenderà il titolo di conte Brideshead, i genitori di Sebastian, Lord Alex Marchmain e Lady Teresa. Le vicende della famiglia però coinvolgeranno altre persone come Cara, una signora francese residente a Venezia con il ruolo di amante di Lord Alex, la tata Hawkins, Ned Ryder ovvero il padre di Charles ed altri ancora…

A questo punto è già possibile sottolineare delle similitudini con Espiazione: a) ci sono molti personaggi che ruotano intorno alla famiglia di Villa Tallis, come accade appunto per la tenuta a Brideshead, b) la narrazione ha il suo nucleo di partenza dalle amicizie e frequentazioni in età adolescenziale ed ancora una volta c) ci sono esponenti appartenenti a diverse classi sociali. Inoltre, si deve aggiungere la presenza di un elemento religioso che permane con insistenza nella vita dei personaggi di Brideshead, anzi è manifesto e quasi palpabile nell’aria, mentre nel romanzo di McEwan è un “ingrediente” che prende forma nel tempo per “soffermarsi” su Briony… Poi d) le due residenze, che fanno da sfondo ai due romanzi, assumeranno destinazioni diverse: rispettivamente un hotel e una caserma. Qui si può apostrofare una metafora: i luoghi nati per essere patrimonio esclusivo di un vivere familiare duraturo, quasi dinastico, si trasformano in sedi della temporaneità e della necessità del momento da parte di chi ne fa uso, si passa cioè dalla staticità di un mondo fragile alla dinamicità di una realtà che si “modula” davanti a ciò che trova…

Il tempo, altra metafora, porta comunque cambiamento e non sempre in senso positivo.

Non può mancare il senso della bellezza visibile negli arredi, nelle architetture che Charles, in quanto amante della pittura, non può non sottolineare. E qui si intrecciano altre possibili forme di raccordo con il romanzo precedente: Briony diventerà una scrittrice, mentre Charles un pittore di talento. Ed ancora il tema della differenza di classe è affrontato da entrambi gli autori e si personifica nel legame Cee-Robbie e nella frequentazione Charles-Julia, ricordando che sia Robbie che Charles studiano, di conseguenza migliorano il loro status. Forse, in questo passaggio è da sottintendere un’evoluzione dei costumi che rispecchia l’approssimarsi verso una nuova epoca, che inizia già ad assumere dimensione all’interno della famiglia di Sebastian attraverso la figura del padre che svolge una “nuova vita” amorosa a Venezia.

Nella parte centrale del libro Lorenzo Spurio dedica due sezioni rispettivamente al tema religioso e alle influenze letterarie che sono alla base dei due testi narrativi. Nello specifico, tracce di religiosità sono presenti nel titolo del romanzo Espiazione, mentre la famiglia Flyte ha profonde radici cattoliche, gli eventi si scandiscono in base a tali festività e la casa è piena di accessori e suppellettili religiosi, ma soprattutto è abitata da persone che fanno della religione l’unica regola di vita, come la madre di Sebastian, il fratello maggiore poi lo stesso Sabastian che, col passare del tempo e le varie vicissitudini, diventerà un predicatore per il mondo… E chi ha professato un fervente ateismo, come nel caso di Charles, come si comporta? Alla fine sembra quasi cedere a favore di una conversione…

Altro dettaglio in comune di notevole importanza – a mio avviso – è l’elemento bellico, che irrompe nella vita dei personaggi, si pone quasi come uno spartiacque tra la vita adolescenziale e quella matura.

Inoltre, è da notare che i due romanzi, così ben strutturati, sono stati presi come riferimento per serie televisive e cinematografiche tra il 2007-2008. Ritengo però che le trame narrate hanno un altro “sapore” se lette dalle pagine di un libro rispetto ad una trasposizione figurativa, sicuramente più immediata come impatto, ma meno interiorizzata dal pubblico. Sicuramente, come specifica Spurio, siamo di fronte a romanzi di grande valore nati da esperienze letterarie sofisticate, infatti, dalla biografia degli autori, risulta che McEwan studia letteratura inglese ed inizia a scrivere drammi, successivamente si dedica ai romanzi americani. Questa scelta segna una svolta significativa in cui esprime tutto il suo “carattere” avanguardista. Waugh è un importante scrittore del secolo passato, di lui ci rimangono numerosi articoli, saggi, romanzi, alcuni dei quali densi di quello spirito cristiano che diventa parte della sua vita a partire dal 1930.

In base a quanto evidenziato, risulta che tra le due opere prese a confronto nel lavoro di Spurio ci sia una coerenza quantitativa relativa appunto allo spazio dedicato alle loro rispettive trattazioni ed analisi, in realtà proseguendo nella lettura il giovane scrittore sembra – a mio parere – quasi fare una “scelta”, tende a prediligere o comunque a “proiettarsi” più nello stile narrativo di Espiazione rispetto a quello di Waugh. Un elemento dialogante di questa sua “partecipazione” credo di poterlo rintracciare dalla presenza del saggio di Brian Finney, dedicato in prevalenza alla figura di Briony, che si pone appunto come scelta letteraria dopo l’esegesi dei due lavori messi a confronto. Forse, questa “vicinanza” è da attribuire ad una passione per la letteratura inglese che accomuna McEwan e il giovane Spurio, ma non è tutto… Vorrei avanzare un’ipotesi, che ho maturato leggendo questo nuovo lavoro di ricerca letteraria. Credo ci sia un elemento “caratteriale” che si pone come chiave di raccordo tra i due autori (McEwan e Spurio) che identifico con il termine “escursionismo letterario” inteso come voglia di sperimentare, di provare a creare qualcosa di nuovo, di tentare in concreto altre strade sperimentando, essendo comunque entrambi impegnati su più fronti e, soprattutto, portati ad innovare. Questa “mia interpretazione” prende avvio anche dalla lettura del quadro biografico dello scrittore jesino da cui si evince una formazione in progress in ambito letterario attraverso la redazione di testi di vario genere.

 

 

Emanuela Ferrari

 

20-11-2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI.

 

“Flyte & Tallis” (saggio critico di letteratura inglese) di Lorenzo Spurio, recensito da Ilde Rampino

Flyte & Tallis

Ritorno a Brideshead ed Espiazione, una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese

di Lorenzo Spurio

prefazione di Marzia Carocci

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143

 

La descrizione e l’analisi di due testi della letteratura inglese Espiazione e Ritorno a Brideshead trovano in questo saggio terreno fertile per una interessante e accurata disamina in cui l’autore entra con maestria all’interno del gioco letterario, creando una rete di rimandi letterari e una sapiente precisione storica in cui i romanzi trovano la loro collocazione. Il titolo del saggio fa riferimento allo status sociale agiato delle famiglie, attraverso il nome delle loro tenute signorili. I momenti della narrazione vengono scanditi attraverso particolari dei romanzi, analizzati dal punto di vista contenutistico. L’autore pone in evidenza in Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh il ruolo importante della famiglia e il tema fondamentale della disparità tra i ceti sociali da parte dei membri dell’aristocrazia inglese, protagonisti della vicenda e la decadenza della condizione sociale, attraverso l’analisi di scene significative. Fondamentale è il tema della religione e della conversione con i suoi continui riferimenti a simboli legati al mondo cattolico e alla particolare devozione da parte di alcuni personaggi, mentre viene rilevato che nell’altro romanzo Espiazione di Ian McEwan, la religione è pressoché assente. In questo secondo romanzo l’autore del saggio, con valido acume critico, osserva la presenza di una certa mescolanza di generi, trattandosi in realtà di un romanzo di formazione, con rimandi a personaggi realmente esistiti, mentre scaturisce tra le pagine un latente sentimento di autoconsapevolezza dei personaggi. Attraverso un’attenta lettura critica, Spurio analizza quest’interessante opera di Ian McEwan  – il cui titolo in inglese è Atonement–  rilevando un certo parallelismo e riferimenti all’ideologia modernista. L’attenzione alla costruzione narrativa gli permette di porre in evidenza tra l’altro la tecnica dell’anticipazione e la  polisemia di alcuni elementi. Interessante è la sua capacità di osservare la connessione tra arte e vita di uno dei personaggi di Espiazione e il particolare carattere di storie non legate alla narrativa classica realista.

 

ILDE RAMPINO

03/11/2012

 

Per acquistare l’opera, clicca qui:

http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

Il nuovo saggio di critica letteraria “Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio recensito da Sara Grosoli

“FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese”

di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

 

Recensione di Sara Grosoli

 

  Una dimora patrizia nel cuore della verde Inghilterra, amori e dolori della giovane età ricordati nella saggezza dell’età matura, raffinati scenari e nobili passioni…Ma è tutto qui il segreto del successo di opere come “Espiazione” di Ian McEwan e “Ritorno a Brideshead” di Evelyn Waugh? La risposta, ça va sans dire, è negativa.

   Nel suo saggio critico “FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese” Lorenzo Spurio, giovane studioso e scrittore,  affronta con competenza un’analisi comparativa di questi celebri titoli della letteratura inglese contemporanea.

   Prestando grande attenzione agli aspetti testuali, Spurio ci induce a cogliere un nodo essenziale: anche se i testi narrativi di cui stiamo parlando sono divenuti nelle loro trasposizioni filmiche dei successi commerciali, non dobbiamo fare l’errore di considerarli puro materiale per l’intrattenimento. Non si tratta di frivolezze, qui si parla di guerra, di rimorso, di conversione spirituale! Nei personaggi della finzione romanzesca ritroviamo le nostre stesse debolezze di esseri umani che amano e falliscono per paura o per inesperienza. La guerra come distruttrice di un consolidato sistema di valori fa da cupo retroscena all’intreccio di relazioni personali e sociali affrescato con maestria sia dal caposcuola Waugh che dal ricettivo ed eclettico “erede” McEwan.

   L’indagine di Spurio evidenzia l’ampia quota di riferimenti letterari presenti nelle due opere, sottolineando la volontà degli autori di affiliare la propria creazione alla tradizione umanistica britannica.

   Completano il testo la prefazione di Marzia Carocci e un saggio critico, tradotto da Spurio, sull’analisi della funzione metanarrativa in “Espiazione” ad opera del professore della California State University Brian Finney  .

FLYTE & TALLIS” è lettura stimolante, un utile compendio per chi ha già letto questi romanzi e desidera avere maggiori informazioni sul percorso creativo dei loro autori e sul patrimonio letterario di cui sono eredi.

a cura di SARA GROSOLI

 

PER ACQUISTARE IL LIBRO, CLICCA QUI: http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Flyte & Tallis”, il nuovo saggio di critica letteraria di Lorenzo Spurio

Famiglia, religione e guerra. Un’analisi comparativa di due grandi romanzi inglesi a cura di Lorenzo Spurio

(COMUNICATO STAMPA)

 

Lorenzo Spurio non è nuovo a pubblicazioni che pongono al centro dell’interesse testi della letteratura inglese unanimamente riconosciuti come magistrali: in Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011) analizzava la storia della povera Jane scritta da Charlotte Brontë in chiave comparativistica offrendo una serie eterogenea di vedute sulla storia che si sono raccolte nel corso del tempo per mezzo dei numerosi prequels, sequels e rivisitazioni. In La metafora del giardino in letteratura (Faligi Editore, 2011 – scritto con Massimo Acciai), l’autore rifletteva, invece, sull’immagine, sul topos e sulla metafora del giardino in una grande carrellata di testi della letteratura italiana e straniera. Con questa nuova pubblicazione, Flyte & Tallis, Spurio fornisce al lettore un ampio commento critico su due grandi romanzi della letteratura inglese: Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh ed Espiazione di Ian McEwan ponendo particolare attenzione a una gamma di tematiche che l’autore va ricercando e analizzando parallelamente tra i due romanzi.

Marzia Carocci nella sua prefazione osserva: “Lorenzo Spurio ripercorre fedelmente i vari passaggi dei due romanzi riuscendo a identificare il senso, le particolarità, i caratteri e i contorni dei personaggi e dei luoghi. Nella descrizione l’autore imprime il proprio pensiero senza mai evadere i concetti e le astrazioni che i due libri esprimono”.

L’autore fornisce, inoltre, un’adeguata spiegazione della trama dei due romanzi, una parte dedicata ai rimandi letterari ad altre opere, un apparato bio-bibliografico dei due autori e una traduzione di un saggio su Espiazione scritto da Brian Finney, docente universitario statunitense.

“Spurio quindi analizza, smembra, spiega e fa riferimenti ai fatti con una precisione che regala al lettore la sensazione di assistere in prima persona al “filmato” di parole che egli, attraverso una scrittura fluida e mai astrusa o complicata, riesce a esprimere”, annota la Carocci nella sua prefazione al libro.

 

  

SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: Flyte & Tallis

Sottotitolo: Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione: Marzia Carocci

Genere: Critica letteraria

Editore: Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1

Numero di pagine: 143

Costo: 10 €

Link diretto per l’acquisto: http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

Il fantasy contemporaneo

Il genere fantasy è uno dei maggiori coltivati nella letteratura a noi contemporanea. Allo stesso tempo è un genere molto apprezzato e stimato non solo da ragazzi e giovanissimi ma anche da gente matura che attraverso i meandri del fantastico e del meraviglioso riscopre mondi che fanno sognare ad occhi aperti. Noti a tutti sono le vicende di Alice nel paese delle Meraviglie, Peter Pan nei giardini di Kensington, Pinocchio o le varie fiabe dei fratelli Grimm. Al suo interno il genere fantasy si divide per l’eterogeneità dei temi in ulteriori sottogruppi: historic fantasy, science fantasy e urban fantasy. Frankenstein di Mary Shelley ad esempio è un romanzo fantastico che appartiene al science fantasy ponendo questioni importanti sullo studio della scienza in età vittoriana. Ha dei caratteri profondamente diversi dalle storie di Peter Pan o quelle di Alice che invece sono calate in una dimensione completamente magica e sovrannaturale.


In tempi a noi recenti le narrazioni fantastiche hanno preso la forma di trilogie o di serie di romanzi di uno stesso ciclo. Le più importanti opere in tal senso sono la serie di romanzi dello scrittore inglese Isaac Asimov che appartengono al Ciclo della Fondazione (science fantasy con particolare attenzione al mondo ultraterrestre e allo spazio), la trilogia del Signore degli Anelli di J.K. Tolkien (scrittore tra l’altro del famosissimo Lo Hobbit e studioso del poema epico inglese Beowulf), la serie di romanzi di C.S. Lewis incentrati sulle Cronache di Narnia ed ovviamente la saga di cinque libri della scrittrice britannica J.K. Rowling sulle vicende del maghetto di Hogwarts, Harry Potter.

Molti lettori si sono sorpresi nel trovarsi affascinati dalle vicende di Harry Potter e non hanno visto l’ora che i vari film tratti dai cinque romanzi uscissero nelle sale. In effetti il fantasy di Harry Potter ha avuto un successo senza precedenti. E’ un fantasy dove i caratteri principali sono il magico e il misterioso, la continua presenza del male e la lotta tra bene e male, la ricerca della verità. Non è altro che una fiaba molto lunga perché ha tutti gli elementi caratteristici della fiaba: l’eroe, l’aiutante dell’eroe, i nemici, i falsi amici, ambientazioni segrete, percorsi pericolosi, scenari gotici, inquietanti, la presenza di mostri, l’impiego della magia.

Un articolo apparso oggi sul quotidiano Corriere della Sera alla sezione cultura si chiedeva quali fossero le nuove vie del fantasy dato che da anni oramai Harry Potter ha esaurito le sue vicende. Il giornalista non guardava tanto agli autori stranieri ma alla letteratura nostrana. A Bologna in occasione della Fiera Internazionale del Libro per ragazzi si ritroveranno i rappresentati delle case editrici italiane che da anni pubblicano il genere fantasy oltre a critici, studiosi.

Maxime Chattam esordisce il prossimo 25 marzo nelle librerie italiane con Alterra (edizione Fazi), il primo volume di una trilogia: è la storia di sopravvissuti a una tempesta spaventosa che non può non ricordare alcune opere dei padri del fantasy. Secondo l’autore il fantasy è « un modo per sfuggire la durezza del quotidiano, ritrovare emozioni che avevamo quando eravamo adolescenti. È, in un certo senso, come il romanzo rosa. Permette di credere in qualcosa di grande: amore, amicizia, valori perduti. In fondo tutti abbiamo sognato, almeno una volta nella vita, di essere capaci di compiere atti eroici, di avere dei poteri, magari anche magici».

Melissa Marr invece con la sua serie Wicked Lovely propone una storia di fate malvagie e intriganti ma è presente anche il tema dell’amore che ha permesso a qualche critico di avvicinare le sue opere al romance.

Secondo Chattam un buon fantasy deve contenere degli elementi imprescindibili: l’epica, una buona storia che si sviluppa a più livelli, la magia, i riferimenti letterari, religiosi, scientifici. E’ un’opera complessa alla pari di un romanzo storico costruito da anni e anni di ricerca storiografica e studio sul campo.

Vampiri, orchi, uomini creati in laboratorio, streghe, maghi, principi falsamente cortesi, scienziati pazzi, creature malvagie, licantropi, draghi rimangono a tutt’oggi i personaggi preferiti di storie fantastiche e  meravigliose, capaci di interessare e coinvolgere grandi e piccoli.

LORENZO SPURIO

22-03-2011

L’innocenza del diavolo (The Good Son), 1993

Il film L’innocenza del diavolo (The Good Son, 1993)[1] è un film del regista Joseph Ruben la cui scenografia venne scritta da Ian McEwan, noto autore di romanzi tra i quali The Cement Garden (1978), Amsterdam (1998), Atonement (2001) e Solar (2010).

Due sono i personaggi attorno ai quali gira tutta la storia: i cugini Mark Evans e Henry Evans, entrambi di dodici anni. Nel film sono interpretati rispettivamente da un giovanissimo Elijah Wood, meglio noto nelle vesti di Frodo Baggins nella trilogia cinematografica di The Lord of the Rings, e Macaulay Culkin[2], meglio conosciuto nei panni di Kevin MacCallister in Home Alone (Mamma ho perso l’aereo, 1990) e il suo seguito Home Alone 2: Lost in New York (Mamma ho riperso l’aereo. Mi sono smarrito a New York, 1992).

Per chi conosce McEwan e la sua scrittura non sarà difficile individuare alcuni dei temi cari all’autore: l’infanzia, il lutto familiare, l’esistenza da orfani, il tema della morte, il contrasto tra personaggi, l’impostura e la personalità disturbata e morbosa.

Va ricordato che McEwan non gradì il modo con cui la sua sceneggiatura venne adattata dal regista. È evidente che la grandezza e la fama di McEwan oggigiorno non risieda nella sceneggiatura di The Good Son, che sarebbe completamente sconosciuta se non fosse stato girato il suddetto film, ma nella sua grande sperimentazione di generi (racconto, romanzo, articolo, oratorio, play, libretto) e la sua vicinanza nei confronti di tematiche sociali di particolare importanza (femminismo, lotta dei sessi, guerra, islamismo, energia rinnovabili). Sebbene il film e la sceneggiatura scritta da McEwan siano distanti tra loro – come lo stesso autore ha definito – mi sembra importante e necessario far riferimento all’autore inglese in quanto la trama del film è tratta completamente dal suo testo.

Il film si apre con il piccolo Mark Evans che, accompagnato dal padre, si reca in ospedale a visitare la madre. La donna, sofferente, è giunta agli ultimi momenti della sua battaglia contro il cancro. Dopo pochi giorni muore. Mark soffre molto mentre suo padre, Jack Evans, sembra non essere molto addolorato e, piuttosto di stare con suo figlio, preferisce partecipare a un viaggio d’affari in Giappone. Prima di partire consegna Mark alle cure di sua cognata dopo un lungo viaggio di tre giorni e l’attraversamento di undici stati[3]. Mark vivrà da loro per due settimane.

Nella nuova famiglia Mark è accolto positivamente e con affetto dalla zia Susan Evans, dallo zio Wallace Evans e dalla cuginetta più piccola Connie Evans. Inizialmente anche il cugino Henry Evans sembra essere contento della sua presenza in casa e i due giovani si abbandonano a scherzi e giochi per vari giorni.

La zia Susan reputa necessario uno psicanalista per Mark poiché è molto triste e chiuso in seguito alla morte della madre.

Susan e Wallace Evans hanno perso un figlio alcuni anni prima, Richard Evans, morto annegato nella vasca da bagno. Susan è ancora sofferente per quella perdita.

Giorno dopo giorno Mark scopre che dietro il viso d’angelo e l’aspetto premuroso del cugino Henry si cela una persona malata, un bambino psicopatico e pericoloso dagli impulsi aggressivi e dichiaratamente sadico nei confronti degli animali, delle persone ed anche dei membri della sua famiglia.

Mark assiste incredulo agli atteggiamenti del cugino che è molto violento (tira sassi nei vetri di un’azienda, fa giochi pericolosi, corre incurante del pericolo sui binari del treno). In tutto questo Mark è inconsapevolmente complice e scopre giorno dopo giorno quanto suo cugino sia imprevedibile e cattivo nei confronti degli altri.

In una scena Henry inizia Mark al fumo. La cosa è particolarmente grottesca per la giovanissima età dei due bambini e non può non far pensare al racconto di Ian McEwan “Homemade” dove Raynold, bambino depravato e spregiudicato, inizia al sesso, all’alcool e al fumo il protagonista della storia.

Due degli avvenimenti più allarmanti in Henry sono l’uccisione di un cane attraverso una balestra di sua produzione e l’innescamento di un grave incidente stradale dopo aver gettato un manichino da Henry chiamato Mr. Cavalcavia su una strada.

La zia non ha ancora superato la morte del figlio Richard e spesso si reca in prossimità dell’alta scogliera dove pensa a suo figlio.

Intanto Mark continua a sottoporsi con poca convinzione alle sedute psicanalitiche della dottoressa Alice Davenport, convinto che non sia malato e non abbia problemi. Piuttosto crede che sia suo cugino bisognoso di cure e di attenzioni mediche. Mark è ormai convinto che suo cugino oltre ad essere pericoloso sia malato per il fatto di provare piacere dal dolore altrui.

Mark cerca di avvisare gli zii dei disturbi del loro figlio e del fatto che ha cercato di uccidere sua sorella Connie ma Susan e Wallace essendo madre e padre di Henry non credono a Mark.

Intanto Henry comincia a picchiare sua sorella e ha deciso di farle del mare. Mark che ha capito i suoi piani cerca di osteggiarlo. Tra Mark e Connie s’instaura un legame di mutuo affetto: entrambi sono buoni, pacati e sembrano che siano loro i due fratelli.

Un giorno Henry porta con sé sua sorella Connie a pattinare e mentre sta pattinando molto velocemente lascia cadere Connie sulla pista di ghiaccio. La lastra di ghiaccio si rompe e Connie cade nell’acqua. Alla fine, dopo momenti di paura che sembrano anticipare una nuova morte per acqua, Connie viene salvata da due uomini.

Mark rivela tutto alla zia Susan la quale continua a non credere che suo figlio Henry sia cattivo e gli risponde «Lui è mio figlio. E io gli voglio bene.»

Mark telefona al padre e comunica cosa sta accadendo a casa degli zii, il padre non può far niente perché si trova molto lontano e dunque Mark è di nuovo solo e incompreso. Mark va dalla psicologa e ci trova suo cugino Henry il quale sta parlando male di lui. Anche la psicologa non crede a Mark.

Le certezze prima indiscusse della madre nei confronti del figlio Henry cominciano lentamente a vacillare e arriva a chiedergli se per caso abbia avuto parte nella morte di Richard, l’altro figlio. Henry non risponde chiaramente ma le fa capire che è stato lui ad annegarlo.

Mark riconosce in Susan la sua nuova madre e, parallelamente Henry disconosce Susan dal ruolo di suo madre e medita di ucciderla. Nel frattempo lo zio Wallace chiude Mark in casa come punizione per i suoi continui contrasti con Henry.

Henry, con un tranello, chiede alla madre di passeggiare con lui nel bosco. Mark sa che Henry ha intenzione di uccidere sua madre e alla fine riesce a uscire di casa e a rincorrere i due nel bosco. In prossimità di una scogliera molto alta Henry getta la madre di sotto ma questa riesce ad aggrapparsi ad un ramo e a rimanere in balia del vuoto. Poco dopo sopraggiunge Mark il quale lotta con Henry, i due si rotolano per terra e si picchiano, in prossimità del bordo della scogliera. Nel frattempo la madre riesce a mettersi in salvo e a ritornare sulla scogliera. In una scena densa di panico e suspance entrambi i cugini cadono dalla scogliera e Susan riesce a tenerli entrambi con una mano. Non riuscirà a tenere la presa di entrambi. Dovrà scegliere chi salvare. Henry implora alla madre di salvarlo ed è convinto che salverà lui. Alla fine Susan salva Mark ed Henry cade dalla scogliera sfracellandosi su una roccia. Il titolo del film vuole proprio alludere alla finale decisione di Susan di salvare «the good son», ossia Mark.

Il film si chiude con un pensiero di Mark: «Se tornasse indietro Susan farebbe la stessa scelta? Continuerò a chiedermelo per sempre ma a lei non lo chiederò mai.»

LORENZO SPURIO

25-02-2011

[1] Il film non venne accolto positivamente dalla critica al momento dell’uscita nelle sale a causa della presenza di comportamenti pericolosi e violenti di un bambino viziato e cattivo che avrebbero potuto essere emulati come ad esempio l’uccisione di un cane mediante una balestra artigianale, il tentativo di omicidio nei confronti della sorella o l’innescamento di un grave incidente stradale mediante un manichino lasciato cadere in una strada dal cavalcavia.

[2] Nel film sono presenti tra gli altri anche i fratelli di Macaulay Culkin: la sorella Quinn Macaulay ricopre il ruolo di Connie Evans (sorella di Henry Evans e cugina di Mark Evans) e il fratello Rory Culkin nel ruolo di Richard Evans, il fratello di Henry Evans e Connie Evans morto prematuramente annegato nella vasca da bagno.  Quest’ultimo non appare sulla storia dato che quando inizia la narrazione è già morto ma appare brevemente in una foto che viene mostrata nel corso del film.

[3] Nel film viene evidenziato come il viaggio sia lungo e ad esso corrisponda una diversità di ambienti geografici e di climi. Il luogo di partenza è dominato da rosse montagne rocciose ed ha un clima secco ed arido. Durante il viaggio i due, a bordo di una jeep, si imbarcano su una nave che li traghettano in un altro paese, una terra fredda e ricoperta dalla neve in prossimità di un lago. Nel film non vengono dati indicazioni di stati. L’unica cosa che sappiamo è che ci troviamo negli Stati Uniti d’America. C’è un momento in cui la città in cui Mark vive assieme agli zii viene chiamata con il suo nome, Rock Harbour. La piccola città, completamente sul mare, si trova nello stato del Massachusetts.

Cinderella theme: due storie a paragone

Elisa di Rivombrosa (2003) e Pamela (1740) hanno ben poco in comune.  La regista Cinzia T.H. Torrini ha espressamente riconosciuto che la sua serie televisiva per Mediaset intitolata Elisa di Rivombrosa e trasmessa nel 2003 era basata sul personaggio di Pamela dell’omonimo romanzo di Samuel Richardson (1689-1761). Ci sono varie comunanze tra i due personaggi femminili e tra le due storie narrate ma sono allo stesso tempo molto diverse tra loro.  Il primo elemento d’unione, il più vistoso e quello che salta all’occhio più velocemente, è che entrambe le donne sono delle serve. Entrambe appartengono ai bassi strati della società e sono impiegate come membro della servitù al servizio di un signore: il conte Fabrizio Ristori in Elisa di Rivombrosa e Mr. B. in Pamela. Entrambe le storie presentano il Cinderella theme (tema di Cenerentola) ossia un’iniziale situazione d’impostura tra un uomo potente e nobile e una donna povera o serva che passa poi alla ricompensa finale contraddistinta dall’unione amorosa dei due.

Un altro elemento di contatto tra le opere è che ci troviamo di fronte a due donne modeste, remissive ma che cercano di preservare in maniera accanita la loro virtù più grande, ossia la verginità.

In Elisa di Rivombrosa, Elisa Scalzi rinominata dalla servitù della tenuta di Rivombrosa come Elisa di Rivombrosa è al servizio dei Ristori, i nobili della tenuta. In maniera particolare Elisa si occupa dell’anziana contessa Agnese e è la sua dama di compagnia. Il figlio della contessa, il conte Fabrizio Ristori, rimane affascinato dalla sua bellezza e di tutta prima crede che sia un membro dell’aristocrazia. S’interessa a lei ma quando scopre che è una serva della sua tenuta, cerca di ottenerla non in modo romantico ma con la forza, tentando più volte di stuprarla. Secondo il conte Ristori, tutto ciò che è racchiuso dal fastoso palazzo di Rivombrosa gli appartiene: le stanze, la biblioteca, l’aria, la servitù e quindi anche lei.  Nella serie televisiva vengono presentate varie vicende tra le quali la morte della contessa Agnese, la corruzione del marchese Alvise Radicati, cognato del conte Fabrizio e la congiura dei nobili piemontesi contro il re. Nel corso di queste vicende, parallelamente, viene descritto il rapporto tra Elisa e il conte Fabrizio che, partito da un’iniziale astio e odio, si tramuta in interessamento fino ad arrivare all’amore. La serie televisiva mette in scena la storia d’amore tra Elisa e il conte Fabrizio.  Le serie televisive successive: Elisa di Rivombrosa – II stagione (2005) e La figlia di Elisa (2007) sono dei sequel della prima serie e spostano l’attenzione ad altri avvenimenti che seguono alla morte del conte Fabrizio Ristori.

 

Il romanzo di Samuel Richardson (1689-1761) Pamela, porta come sottotitolo The Virtue Rewarded ossia la virtù premiata e venne pubblicato nel 1740. Si tratta di un romanzo epistolare cioè che si basa sullo scambio di una serie di lettere, la maggior parte delle quali scritte dalla stessa Pamela Andrews.

Pamela è una ragazza molto bella che lavora come serva per Lady B. e alla morte di questa passa al servizio di suo figlio Mr. B. Similmente a Fabrizio Ristori, Mr. B. è molto attratto da Pamela e cerca di averla con la forza, cercando di stuprarla in più di un’occasione. Quando Mr. B. capisce che non l’avrà mai con la violenza, comincia a corteggiarla dolcemente e ben presto Pamela s’innamora di lui.  Mr. B. riuscirà a sposare Pamela solamente dopo due richieste di matrimonio fattole.[1]

Al termine della storia i due si sposano e vivono felici e contenti. Pressappoco come avviene in Elisa di Rivombrosa. Entrambe le spose, ex serve e di umili origini, vengono inoltre accettate dall’ambiente dell’epoca (dalla nobiltà piemontese in Elisa, dall’ambiente aristocratico anglosassone in Pamela).

Queste le due storie e i punti di contatto. Elisa di Rivombrosa sembra essere una storia molto più patinata, con la presenza di una sfarzosa e potente nobiltà[2], fastosi palazzi, congiure di palazzo contro la monarchia ed inganni. In effetti la coppia Elisa-Fabrizio Ristori godrà di un brevissimo periodo di pace dopo il loro matrimonio perché ben presto si presenteranno nuovi conflitti, odi, rancori, congiure e contrasti militari nei quale il conte Fabrizio Ristori, nobile ligio al dovere e alla monarchia e per questo scomodo a molti nobili spregiudicati e irrispettosi della Corona, sarà coinvolto e dove troverà la morte.

Va inoltre ricordato che le due storie hanno ambientazioni temporali e spaziali estremamente differenti. Elisa di Rivombrosa è ambientato in Piemonte alla fine del 1700, sotto il regno di Carlo Emanuele III mentre Pamela è ambientato in Inghilterra, nel Bedfordshire, in un periodo di tempo imprecisato ma individuabile puritanesimo del  XVIII secolo.

La regista Cinzia T.H. Torrini ha sapientemente elaborato la storia creata da Richardson nel lontano 1740 fornendoci una storia accattivante, interessante e ricca di intrighi, congiure e colpi di scena che fanno da contorno alla storia d’amore di Elisa e il conte Fabrizio Ristori.

 

LORENZO SPURIO

13-02-2011

 

 


[1] Va notato che anche Jane Eyre nell’omonimo romanzo di Charlotte Brontë (1816-1855) del 1847 acconsente a sposare Mr. Rochester solamente dopo due richieste di matrimonio. Questi romanzi mettono in risalto quanto il matrimonio fosse importante all’epoca e quanto una decisione di questo tipo necessitasse una grande fiducia nei confronti l’uomo oltre ad una completa convinzione. Non era dunque infrequente che la donna rifiutasse la prima richiesta di matrimonio. I rifiuti di matrimonio della donna, più che dei veri rifiuti, erano in effetti un modo per poter avere più tempo a disposizione per comprendere se era ciò che realmente voleva e, al tempo stesso, un modo per preservare la sua innocenza e verginità.

[2] Nell’opera la nobiltà piemontese è molte importante. Oltre alla famiglia dei Ristori, vengono presentati numerosi altri nobili (il conte Giulio Drago, il marchese Maffei, il Marchese Alvise Radicati, la marchesa Lucrezia Van Necker,..) e dei nobili si sottolineano pregi e difetti, vizi e virtù.

Bertha Mason e Rebecca: l’ossessione della prima moglie.

Jane Eyre (1847) è uno stupendo romanzo a tappe di Charlotte Brontë in cui la protagonista, la povera e giovane Jane Eyre, deve passare attraverso vari stadi. Dopo la morte di entrambi i genitori viene affidata agli zii Mr. e Mrs. Read e va a vivere a Gateshead Hall, assieme ai cugini. Lì viene maltrattata continuamente e considerata come un essere inferiore. Ben presto Mrs. Read deciderà di mandarla in un collegio per orfane, Lowood, in cui farà amicizia con Miss Helen Burns e Miss Temple, due dei pochi personaggi positivi nel corso del romanzo e che sono dei personaggi quasi cristologici. Terminati gli studi e la formazione a Lowood, Jane è pronta per diventare istitutrice di una bambina presso Thornefield Hall, una tenuta circondata dalla brughiera, nello Yorkshire. Lì s’innamora del nobile della tenuta, Mr. Edward Rochester, con il quale decide di sposarsi.

Al momento del matrimonio un grave impedimento salta fuori e Jane, intristita dalla mancanza di serietà di Mr. Rochester, abbandona Thornefield Hall vagando da sola e indifesa per la brughiera per vari giorni. Alla fine giunge a Moor House dove viene ospitata da un curato protestante e le sue due sorelle. Alla fine, un richiamo telepatico, un urlo sovraumano che Jane riesce a sentire, le dice che deve ritornare a Thornefield, dove trova il castello distrutto dalle fiamme e teme per la vita del signor Rochester. Come si è visto l’esistenza di Jane passa attraverso una serie di fasi che sono contraddistinte da settings diversi e che segnano un progressivo avvicinamento alla natura. Il passare da una fase all’altra, connesso allo scorrere del tempo, viene a significare per Jane l’acquisizione di una vera personalità oltre che l’ottenimento di una certa indipendenza economica che le consente di considerarsi «signora di se stessa».

L’impedimento che non permette a Jane e a Mr. Rochester di sposarsi ha un nome. Si chiama Bertha Mason. Si tratta della prima moglie di Mr. Rochester, la creola di origini sudamericane che, dopo il viaggio di nozze ed essere giunta in Inghilterra, divenne pazza. Il signor Rochester decise così di rinchiuderla nella soffitta della casa e di sottoporla alle cure e alla sorveglianza di Grace Poole. Il signor Rochester aveva cosi vagabondato per l’Europa, trascorrendo la sua vita in bagordi e avendo avuto varie esperienze sentimentali, tra la quale quella con la ballerina francese Celine Varens, la quale gli aveva lasciato una figlia, la piccola Adele. Tuttavia il signor Rochester non aveva mai trovato la felicità e una certa stabilità che invece aveva avvertito nella sua possibile nuova vita con Jane Eyre.

Quando Jane ritorna a Thornefield Hall e trova il castello distrutto, un signore le narra cosa è accaduto: Bertha Mason, dopo essere riuscita ad eludere la sorveglianza di Grace Poole ed essersi introdotta in salone, aveva appiccato un incendio al castello. Poi, era stata vista camminare a piedi scalzi sul tetto ed infine gettarsi nel vuoto. Bertha Mason era morta mentre Rochester era stato in grado di salvare tutti i membri della servitù, rimanendo ferito e riportando l’amputazione di una mano oltre che la perdita della vista.

La storia di Bertha Mason mette in luce un comportamento diffuso in periodo vittoriano nei confronti di persone ritenute insane e pazze, che venivano rinchiuse in una stanza della casa o più spesso nella soffitta e venivano affidate alle cure di un domestico.

Due studiose inglesi, Susan Gubar e Sandra Gilbert nel loro testo The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Ninetheen Century Literary Imagination (1979) hanno analizzato proprio questo aspetto legato alla reclusione della moglie pazza come tema della letteratura vittoriana. Nella loro analisi partono dal presupposto che un comportamento di questo tipo veniva veramente impiegato nei confronti di mogli pazze o, più in generale, di familiari che avevano perso il lume della ragione e quindi pericolosi e segno di vergogna per il signore della tenuta.

Anche il romanzo Rebecca tradotto in italiano con Rebecca, la prima moglie della scrittrice Daphne Du Maurier, pubblicato nel 1938, presenta la figura della moglie pazza. Anche qui ci troviamo di fronte ad una tenuta misteriosa e gotica, si tratta di Manderley, e un signore torvo che nasconde delle verità concernenti la sua vita passata. Si tratta del signor Maxim De Winter che, similmente a Rochester, cela alla sua donna l’esistenza di una precedente moglie pazza. Tra le due opere possono essere tesi una serie di parallelismi molto evidenti nella composizione dei personaggi.

In entrambi i casi le storie hanno un happy ending; Jane Eyre si configura come un romanzo tipicamente vittoriano, che sottolinea la storia d’amore romantica tra Jane e Rochester mentre Rebecca sembra proporre una storia più moderna, più vicina ai nostri tempi, se vogliamo.

Nel romanzo Rebecca a Menderley aleggia il mistero della prima moglie del signor Maxim De Winter. Quando il corpo della prima moglie verrà ripescato dal mare Maxim De Winter verrà considerato il principale indagato di quell’omicidio ma alla fine verrà chiarito che Rebecca era diventata pazza da quando aveva saputo di essere malata di cancro. Per tutti dunque la sua morte non fu altro che un suicidio. In entrambe le storie, dopo vari misteri, peripezie e allontanamenti il lieto fine è garantito: Rochester e Jane, cosi come Maxim De Winter e la seconda moglie possono vivere felici e contenti.

Se vogliamo, il personaggio della pazza in entrambi i romanzi non è per niente ininfluente e secondario. Sebbene venga rivelato solo a metà di entrambi i romanzi è proprio questo personaggio il responsabile di molti degli avvenimenti che accadono (ad esempio la fuga di Jane da Thornefield Hall dopo aver saputo di una precedente moglie di Mr. Rochester o l’accusa dell’omicidio di Rebecca mossa a Maxim De Winter).

La popolarità e il successo di entrambi i romanzi ha consentito la scrittura di vari prequel e sequel delle vicende in essi narrate e la realizzazione di vari adattamenti cinematografici e serial per la televisione.

Lorenzo Spurio

06-02-2011

L’occultamento del corpo della madre: Ian McEwan e Peter Hedges

Leggendo attentamente The Cement Garden (1978), primo romanzo del britannico Ian McEwan, e più precisamente una delle scene che McEwan descrive con dovizia di particolari non può non saltarmi alla mente un’immagine simile presente in un film.

The Cement Garden è un romanzo breve, condensato ed essenziale che usa un linguaggio freddo, tagliente e abbastanza semplice. Ci sono varie vicende di grande suspance che spesso mettono in scena atteggiamenti deviati e pulsioni sessuali di adolescenti che si manifestano in maniera ossessiva. Il romanzo affronta il tema della morte; nel momento in cui i quattro ragazzi perdono la madre la loro unica possibilità per non distruggere il nucleo familiare è quella di occultare il corpo della madre. La scena in cui Jack e Julie decidono di seppellire il corpo della madre in una cassa di latta in cantina e di ricoprirla con del cemento viene presentata con un linguaggio freddo come se McEwan stesse descrivendo un qualsiasi quadretto idilliaco.

La malattia, la sofferenza, la morte e l’occultamento del corpo della madre sono elementi che ho ritrovato, trattati in maniera analoga nel film What’s Eating Gilbert Grape (tradotto in italiano Buon compleanno Mr. Grape). Si tratta di un film del 1993 basato sull’opera omonima dello scrittore americano Peter Hedges (noto tra l’altro per la sua sceneggiatura di About a boy – Un ragazzo, basata sull’opera omonima di Nick Hornby).

Sfortunatamente non ho ancora avuto l’occasione di poter leggere il romanzo What’s Eating Gilbert Grape ma conoscendo il film e il plot in esso contenuto penso che il parallelismo con McEwan per quanto concerne la madre sia abbastanza rilevante. In What’s Eating Gilbert Grape la storia si focalizza sul personaggio di Gilbert Grape che è sempre indaffarato a badare al fratello Arnie, ritardato mentale. La scena cardine del romanzo è quella del diciottesimo compleanno di Arnie (a questo punto è importante ricordare che anche in The Cement Garden di McEwan viene celebrato un compleanno, quello di Jack.).

Se in The Cement Garden alla malattia della madre non viene dato un nome specifico, nel caso del romanzo di Peter Hedges la madre è dichiaratamente sofferente di obesità.
A conseguenza della morte della madre il protagonista deciderà di non far trasportare la salma della madre al di fuori della casa ma, anzi, decide di dar fuoco alla casa con dentro il corpo della madre.

Sia in McEwan che in Hedges ci troviamo di fronte a un occultamento del corpo della madre, seppur con modalità diverse. L’origine dell’occultamento è però differente: in McEwan i giovani occultano il corpo della madre per mostrare alla società che la loro madre è ancora viva e che quindi controlla le loro esistenze e la loro crescita dato che se la morte della madre fosse stata dichiarata pubblica probabilmente l’assistenza sociale avrebbe preso delle misure per il loro controllo e l’affido.

Nel romanzo di Hedges invece la madre, obesa e dal corpo flaccido e burroso, che in vita ha sempre costituito un elemento di derisione e di offesa da parte di amici e conoscenti di Gilbert, una volta deceduta, viene fatta morire con la casa familiare per evitare ulteriori derisioni da parte della società.

Sebbene con dei distinguo molto marcati e che si riferiscono ai due diversi plot, il tema della morte della madre e dell’occultamento del suo corpo da parte dei suoi figli, a mio parere, può tessere questo parallelismo tra l’opera di McEwan e quella di Hedges.

Lorenzo Spurio

30-01-2011

Una nuova Jane Eyre

Jane Eyre, pubblicato nel 1847 e capolavoro della scrittrice vittoriana Charlotte Brontë, ha conosciuto un grande successo di critica e di pubblico. Si tratta di uno dei testi a cui si fa maggiormente riferimento nei saggi critici e accademici che parlano di letteratura o di prosa vittoriana. La grande fama della povera e orfana Jane Eyre è stata incrementata anche da una serie di realizzazioni filmiche e adattamenti per serial televisivi che hanno permesso anche ai neofiti della letteratura di conoscere e solidarizzare con questo personaggio solo, indifeso e apparentemente debole.

I primi film sulla storia di Jane Eyre sono di origine inglese e vennero fatti negli anni ’10-’20. I primi film furono film muti; nel 1915 un film tratto dall’opera venne intitolato Thornefield Hall[1]; nel 1921 seguì Jane Eyre (regia di Hugo Ballin) e nel 1926 l’opera venne adattata per un film tedesco dal titolo Orphan of Lowood[2]. A queste prime realizzazioni filmiche dell’opera letteraria ne sono seguite molteplici altre tra le quali vanno ricordate Jane Eyre (regia di Christly Cabanne, 1934), Jane Eyre (regia di Robert Stevenson, 1944. Nel film Orson Welles inscenò la parte di Mr. Rochester e Agnes Moorehead fu Jane Eyre).

Versioni filmiche straniere sono state create: The Orphan Girl (1956), El Secreto (The Secret, 1963), Shanti Nilayam (versione indiana, 1972), Ardiente Secreto (versione messicana, 1978).

Numerose sono state anche le serie televisive basate sul personaggio di Jane Eyre, commissionate dai rispettivi canali nazionali (Bbc, Sctv). A questo riguardo, degna di nota è la serie televisiva Jane Eyre girata da Toby Stephens per la Bbc e trasmessa sul canale inglese nel 2006.

Assieme al film del 1944, l’adattamento più famoso e noto resta a tutt’oggi quello del 1996 per la regia di Franco Zeffirelli.

Il regista Cary Fukunaga ha completato un ulteriore rappresentazione filmica di Jane Eyre che uscirà nelle sale americane a marzo del 2011.

La lunga sequela di adattamenti, film, serie televisive che sono state create nel tempo testimoniano il grande successo del romanzo della Brontë, l’attenzione, l’interesse e la vicinanza del pubblico verso il personaggio di Jane Eyre e il piacere di scoprire storie con un happy ending che è stato conquistato dopo svariate peregrinazioni, problemi e sofferenze da parte dei personaggi.

È curioso ma al tempo stesso affascinante come un romanzo pubblicato nel lontano 1847 sia ancora oggigiorno cosi oggetto d’interesse non solo della letteratura ma anche di case di distribuzione. Questo è testimoniato dalla continua messa in scena di serial televisivi nella Bbc che seguono le peripezie della povera Jane. Le varie realizzazioni filmiche, pur attenendosi alla trama generale del romanzo, hanno talvolta fatto scelte differenti, enfatizzando alcuni episodi descritti nel libro o dando una particolare caratterizzazione dei personaggi. Si tratta di un processo di rivisitazione dell’opera del tutto legittimo e al tempo stesso interessante da poter analizzare attentamente in maniera comparativa.

Per i Jane Eyre devoted non resta altro che attendere l’uscita nelle sale di Jane Eyre (regia di Cary Fukunaga, Paese: Regno Unito), in America l’11 marzo  2011 e nel Regno Unito il 9 Settembre 2011. Non si sa ancora se uscirà anche in italiano e quando, ma questo dipenderà soprattutto dal successo che incontrerà in America.

Il regista Cary Fukunaga in un’intervista ha detto che la sua versione cinematografica sottolineerà in maniera maggiore e nuova rispetto alle altre realizzazioni filmiche gli elementi gotici della storia, che si riferiscono principalmente agli episodi che si svolgono a Thornefield Hall.

Il trailer di questo film è stato reso pubblico nel novembre del 2010 e può essere visto a questo link:

http://www.youtube.com/watch?v=kcjmQLD2zlc


[1] Thornefield Hall è il setting di una parte consistente del romanzo. si tratta del castello circondato dalla brughiera dove vive Mr. Rochester e dove Jane Eyre va a lavorare come istitutrice della piccola Adele, figlia di Mr. Rochester.

[2] Lowood rappresenta il secondo setting del romanzo. si tratta del collegio femminile per orfane dove Jane viene mandata dalla zia Mrs. Reed dopo un’iniziale periodo trascorso nella sua casa a Gateshead Hall.

Lorenzo Spurio

26-01-2011

Sweeney Todd, un incauto serial killer?

Il serial killer più famoso della Londra vittoriana rimane Jack the Ripper, ossia Jack lo squartatore, figura della quale molto si è parlato e si è ipotizzato al fine di cercare di individuare la possibile identità dell’assassino seriale. Jack the Ripper rimane il serial killer per eccellenza, l’abile assassino che si snoda per le vie di Londra compiendo i suoi omicidi in maniera precisa, ponderata ed impeccabile, tanto da risultare imprendibile alle forze dell’ordine. I grandi dibattiti e le possibili considerazioni sul suo personaggio hanno portato in tempi recenti a pensare che, forse, in realtà non esistette nessun Jack the Ripper. Per lo meno non come siamo soliti pensarlo noi. Le indagini investigative, le notizie della stampa inglese, l’eco in tutta Europa, il suo personaggio oculato e attento hanno infatti permesso la costruzione di un vero e proprio mito di Jack the Ripper. Come è noto all’interno del mito nascono interpretazioni diverse e varianti e tutto questo contribuisce ad accrescere l’eco del personaggio, in questo caso una sorta di antieroe, visti i suoi omicidi in sequenza.

Se Jack the Ripper rappresenta l’assassino per eccellenza non va dimenticato che la Londra vittoriana era piena di criminali, bevitori che trascorrevano le loro serate in bagordi nelle taverne, personaggi pericolosi e facili all’uso delle armi, persone alienate e potenzialmente dannose per la società.

Sweeney Todd (soprannome di Benjamin Barker), il celebre barbiere di Fleet Street, pur avendo una professione cristallina ed essendo una persona ampiamente conosciuta, fu proprio un personaggio di questo tipo, un’insaziabile criminale che amava sgozzare i suoi clienti con l’ampio rasoio che utilizzava durante le operazioni di sbarbatura.  Il personaggio di Sweeney[1] Todd è per lo più diventato noto grazie all’omonimo film del 2007 diretto da Tim Burton e interpretato da Johnny Depp.

Indagare la prima apparizione in letteratura di questo personaggio risulta abbastanza difficile ma, Benjamin Barker, soprannominato Sweeney Todd, comparse in vari scritti inglesi della metà del XIX secolo e poi in un film del 1936 di George King. Lo scrittore che ha introdotto il personaggio di Sweeney Todd in letteratura fu Thomas Peckett Prest (1810-1859), che fu anche giornalista e musicista. Assieme a lui, James Malcolm Rymer (1814-1884) è considerato il co-creatore del personaggio di Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street, che venne immortalato in un’opera scritta congiuntamente da Peckett Prest e Malcolm Rymer e intitolata The String of Pearls: A Romance (1846).

Sweeney Todd è un bravo barbiere londinese. A Fleet Street ha la sua bottega e, al piano inferiore, vive assieme alla sua compagna. Durante le operazioni di sbarbatura dei suoi clienti e armato di taglienti rasoi d’argento, Sweeney Todd viene preso dalla pazzia e lascia affondare la lama del rasoio nella gola dei suoi clienti. Il motivo della sua pazzia risiederebbe nel dolore che gli deriva dalla morte prematura della moglie e della figlia. Nel film tuttavia viene fatto capire che il motivo degli assassini risiede in motivazioni economiche, ossia uccide per soldi, semplicemente per derubare i suoi clienti.

Nel corso della storia Sweeney Todd viene protetto dai suoi omicidi da Mrs. Lovett, la sua compagna, la quale lavora in un negozio di pasticceria comunicante con la bottega di Sweeney. Ad accrescere il goticismo e il lato più dichiaratamente orrori fico della storica è il fatto che Mrs. Lovett cucini dei pasticci di carne utilizzando la carne delle persone assassinate da Sweeney Todd.

Dopo vari uccisioni e dopo aver ritrovato sua moglie (che non era morta, ma era diventata pazza), Sweeney sarà ucciso da Toby, il ragazzo aiutante della bottega che ha scoperto le sue uccisioni e che lo ucciderà proprio con un rasoio.

Molti storici e studiosi accademici si sono domandati se Sweeney Todd sia un semplice personaggio fittizio utilizzato all’interno della letteratura o se, al contrario, il suo personaggio sia stato creato basandosi su una persona realmente esistita e che si comportò nella sua maniera. Si tratta di una questione difficile da risolvere e, in via generale, possiamo dire che Sweeney Todd è prevalentemente una leggenda urbana che ha dato adito alla creazione di un personaggio letterario.

Il mistero intorno a questa personalità paurosa e al tempo stesso affascinante, l’imperturbabilità delle sue azioni, l’oggettiva impossibilità di rintracciare un possibile riferimento biografico del personaggio di Sweeney Todd sono tutti elementi che hanno consentito un grande interesse da parte di scrittori e registi che hanno adattato vari musical o rappresentazioni teatrali. Il pubblico, da parte sua, ha risposto positivamente consentendo un grande successo della storia di Sweeney Todd che, al pari di Jack the Ripper e Vlad l’impalatore (Dracula) va annoverato indiscutibilmente tra i più spietati assassini di tutti i tempi.

Lorenzo Spurio

23-01-2011

[1] La parola ‘sweeney’ significa ‘alto e ciondolante’, descrizione che sembra essere in linea al personaggio di Sweeney Todd realmente esistito.