Obsession: gli autori selezionati

borderlineLa selezione dei racconti per l’antologia “Obsession” da me curata (qui il bando di partecipazione: https://blogletteratura.com/2012/08/22/selezione-dei-racconti-per-lantologia-obsession/ ) è ultimata.

Di seguito si riportano gli autori scelti che verranno pubblicati nell’antologia che sarà edita da Limina Mentis Editore (http://www.liminamentis.com/)

Informazioni sulle tempistiche e l’acquisto di detto volume verranno fornite non appena il progetto editoriale verrà preso in gestione.

Si richiede agli autori selezionati di inviare una loro biografia aggiornata da poter inserire nell’antologia.

Detta biografia dovrà:

-essere inviata in formato Word utilizzando carattere Times New Roman punti 12

– non essere più lunga di 25 righe (nel caso sia più lunga, sarà compito del curatore dell’antologia fare dei tagli a sua discrezione).

– essere inviata a questa mail: lorenzo.spurio@alice.it mettendo come oggetto “Obsession”

Grazie per l’attenzione.

Di seguito gli autori selezionati per il volume:

– AMOROSO ELISABETTA

– ARECCHI ALBERTO

– BISSON ELISABETTA

– CARCERERI FIORELLA

– CIANO MARTINO

– CRESCENTINI LORENZO

– DEIURI LISA

– DINI MONICA

– FRANCHETTO DAISY

– GOBBO SERENA

– MANGANI AZZURRA

– ORLANDI SANDRO

– PEDRETTA ALESSANDRO

– RIZZI STEFANO

(Questa comunicazione verrà inviata a mezzo posta elettronica a tutti i partecipanti alla selezione di racconti Obsession).

“Il mito nel Novecento letterario” a cura di Antonio Melillo, recensione di Lorenzo Spurio

Il mito nel Novecento letterario

di AA.VV.

a cura di Antonio Melillo

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012

ISNB: 978-88-95881-60-7

Pagine: 347

Costo: 22€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Il mito è un racconto. Ma cosa racconta? E’ il tentativo di raccontare il senso dell’esserci, è l’interpretazione dell’esistenza del vero che parla al singolo individuo (p. 10).

 

 

Questo libro è un testo di saggistica e di critica letteraria ricchissimo di contenuti che spazia dalla letteratura italiana contemporanea (Pavese, Brancati, Pasolini), alla letteratura inglese modernista (T.S. Eliot) sino al mondo classico (Ovidio, Platone) con numerosi incursioni nella poesia del nostro secolo (Pontiggia, Damiani, Marina Moretti). Il filo rosso del libro, come indica il titolo stesso, è il mito.

Nell’ampia nota di prefazione a cura di Antonio Melillo, il curatore dell’intero volume, traccia in via analitica l’origine, il significato, il valore e l’importanza che il mito ricopre oggi nella nostra società sottolineando da subito il fatto che il mito è una creazione umana, un qualcosa a cui crediamo e a cui non potremmo fare a meno ed è allo stesso tempo un qualcosa che ha sempre accompagnato l’uomo (si pensi l’antico mito della caverna descritto da Platone o il mito del buon selvaggio di Rousseau). Melillo dà le linee guida per riconoscere ciò che è un mito da ciò che non lo è. Il mito, infatti, non va confuso con la leggenda né tantomeno con la favola. La trascrizione e il racconto spesso fanno apparire somiglianze tra di loro, ma sono tre identità super-caratterizzate e ben definite.

Il mondo consumistico e dei mass media con il quale si identifica la nostra società super-sviluppata è un grande contenitore di miti (miti mitologici come quelli di Ovidio e miti contemporanei come Marilyn Monroe, Lady Diana o Batman) tanto che il processo di mitizzazione e di filiazione di miti è nell’attualità un qualcosa d’inarrestabile. Bisogna fare attenzione anche nel non confondere il mito con la storia: il primo è una sorta di aneddoto –non necessariamente vero o realistico- che ha influenzato o presenziato la storia, quest’ultima è il racconto delle nostre vite e quelle dei nostri antenati. Il mito è e allo stesso tempo non è un eroe. Batman, dunque è un eroe o un mito? Melillo offre una attenta chiave di lettura che ci aiuterà a far luce sulla questione. Il mito inoltre ha immancabili riferimenti e legami alla religione, alla filosofia, alla cosmologia e alla poesia perché in fondo –come più volte viene sottolineato- il linguaggio del mito è un linguaggio lirico, cadenzato, strofico e l’atmosfera che evoca lo è altrettanto. La prefazione di Melillo sfocia poi in un’ampia parte che più propriamente fa riferimento alla filosofia e all’epistemologia del mito che può risultare interessante agli studiosi di tali dottrine.

Il libro si compone di una buona quantità di saggi e studi critici di carattere monografico: Gianfranco Lauretano nel saggio dal titolo “Il mondo abitato del mito in alcune esperienze di poesia contemporanea italiana” affronta la poetica di alcuni poeti dei nostri giorni (Giancarlo Pontiggia, Claudio Damiani, Salvatore Ritrovato e Marina Moretti), procedimento impiegato anche da Anna Maria Tamburini con il saggio “Il mito nella letteratura del Novecento” che analizza alcuni aspetti dell’opera poetica di Cristina Campo, Agostino Venenazio Reali, Margherita Guidacci). Neil Novello arricchisce questo testo con il suo saggio dal titolo “Mitopoesia di Gesù. Pasolini-Vangelo secondo Matteo”.

Per chi è, invece, un grande affezionato del modernismo inglese si consiglia vivamente la lettura del saggio di Daniele Gigli, un’ampia ed eterogenea analisi fatta da più punti di vista sul poemetto filosofico The Waste Land (La terra desolata) del britannico Thomas Stearn Eliot dal titolo “The Waste Land. Dalla parola mitica alla parola incarnata”. Uno degli aspetti che contraddistinguono questa pietra miliare della letteratura contemporanea è il totalizzante uso dell’intertestualità per mezzo della citazione e il riferimento che T.S. Eliot fa ad altrettanti testi letterari, popolari e incluso la Bibbia tanto che il suo libro finisce per essere un mosaico di citazioni. Citare non è mai un processo completamente negativo perché è un mezzo per richiamare dell’altro o celebrare un grande autore del passato. Ovviamente la sovra-citazione non deve mai diventare sinonimo di mancanza di originalità, imitazione o addirittura plagio letterario. L’altra componente chiaramente caratteristica di The Waste Land è l’affollatissima presenza di personaggi vivi, morti, reali o mitici che tra le pagine del poemetto vengono descritti, uno tra tutti il profeta cieco Tiresia che in Ovidio è anche manifestazione dell’ermafroditismo e più in generale di metamorfosi.

Matteo Veronesi nel suo saggio “Dal Novecento agli antichi. Volti e riflessi del mito di Narciso” studia, invece, un mito arci-noto, quello di Narciso, del bel giovane aitante innamoratosi di sé che, per incapacità di guardarsi al di fuori di sé, finisce per morire annegato in un ruscello dove stava specchiandosi. Il narcisismo è un comportamento che in taluni casi può configurarsi come patologico e dunque provocare un vero e proprio problema psicotico come Freud sottolineava già nei Tre saggi sulla sessualità (1905). Parlare di Narciso porta indissolubilmente a parlare anche del mito di Eco al quale appunto Narciso è legato nella narrazione che Ovidio fa.  Veronesi analizza come il mito di Narciso e la stessa parola ‘narcisismo’ sono stati impiegati in letteratura nel corso del tempo; curioso è il riferimento ai poeti crepuscolari: “E, nei crepuscolari, il Narciso che si specchia è ormai un fiore pallido, esangue, estenuato. ‘Rassegnato come uno specchio,/ come un povero specchio melanconico’ (Corazzini), ‘Come uno specchio vano si moltiplica’ (Gozzano)” (p. 208).

Il libro ha un contenuto ricchissimo ed estremamente vario. Si prosegue con il saggio a cura di Giancarlo Micheli dal titolo “Thomas Mann, il nutritore. Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico”. Un grande omaggio alla letteratura spagnola è contenuto invece nel saggio a cura di Cinzia Demi dal titolo “Don Giovanni ripensa se stesso. Dal rovesciamento del grande mito moderno del Don Giovanni di Sicilia di  Brancati al Don Juan di Tirso de Molina al Dom Juan di Molière, al Dissoluto punito di Mozart-Da Ponte” nel quale il critico analizza mediante stralci tratti dalle varie opere – in prima persona- la differenza sostanziale che si respira tra i diversi libri che trattano di un’unica storia, quella di Don Giovanni, mettendo in luce come il processo di rivisitazione e di riscrittura –motivato da differenze geografiche, temporali, personali- sia determinante nella costruzione di varianti del mito.  Si passa così dal Don Giovanni “originario” di Tirso De Molina per arrivare a quello di Vitaliano Brancati nel quale il personaggio ha ormai perso gran parte delle caratteristiche tipiche del Don Giovanni (libertinaggio, spregiudicatezza, blasfemia, violenza) per diventare un personaggio semplice, forse un po’ troppo bonaccione ed inetto.

Il saggio di Andrea Muni si rivolge alla riscoperta della classicità del mito, un’indagine stessa sulla nascita di questa forme d’espressione e di modalità per rapportarsi/conoscere il mondo nel saggio dal titolo “Il mito come luogo della libertà. Edda Ducci e il mito della caverna di Platone” dove la critica, docente universitaria e filosofa, sottolinea l’importanza del mito della caverna da lei definito “filosofia dell’educazione” per poter comprendere attentamente l’intera filosofia platonica. Il mito della caverna viene analizzato da varie ipotesi interpretative e la Ducci al termine del saggio fornisce una serie di temi importanti (come quello della libertà o il tema della persona) che secondo lei scaturirebbero proprio da questi. Seguono poi altri saggi tra cui “Il mito classico nella poesia di Margherita Faustini” scritto da Rosa Elisa Giangoia che analizza l’ampia e instancabile opera poetica della poetessa genovese scomparsa nel 2009 e “Il mito come distanza. Una lettura pavesiana” di Antonio Melillo, il curatore dell’intero progetto.

 L’opera, come già detto, offre vedute multiple e variegate su un’ampia quantità di materiale letterario, poetico e filosofico per cercare di farci entrare a pieno nello studio del mito. Il mito e la mitologia non sono la stessa cosa come dichiara Antonio Melillo nella prefazione. Il processo di miticizzazione e l’importanza di miti classici nel nostro oggi può essere compreso a pieno solo se si fa un’attenta lettura a questo testo con ricchi apparati di bibliografia che offrono numerosi spunti per ulteriori analisi e studi sul tema.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

30/08/2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

Selezione dei racconti per l’antologia “OBSESSION”

Carissimi amici,

Sto organizzando un volume antologico tematico di racconti dal titolo “Obsession”, concessomi dalla direzione della Limina Mentis, che verrà da me curato e pubblicato nel 2013.

Il tema della raccolta di racconti è “Fobie, manie e perversioni”. Il volume sarà dedicato principalmente a scritti nei quali la componente intimistica e psicologica – biografica o inventata- ricopra un interesse particolare ai fini del racconto.

Il volume sarà composto da una determinato numero di racconti che risulteranno selezionati.

Chi fosse interessato a partecipare a questa iniziativa, di seguito si riportano tutte le informazioni:

 1. La partecipazione alla selezione dei materiali per l’antologia di racconti è totalmente gratuita. Agli autori presenti in antologia non verranno date copie omaggio, né verrà obbligato l’acquisto del volume che, comunque, è consigliato.

 2.Verranno accettati solamente testi nella forma del racconto e questi dovranno avere una lunghezza non superiore ai 50.000 caratteri (spazi inclusi).

3.Ogni autore può presentare un solo racconto.

4. I materiali devono essere inviati rigorosamente in formato Word, con il sistema di pagine numerate e dovranno essere dotati di un titolo. Invii di materiali con altri formati diversi da Word non saranno presi in considerazione. Si richiede di non inserire nel file immagini né di adottare caratteri colorati, grassetto o corsivo e si consiglia di utilizzare il carattere Times New Roman, punti 12, interlinea 1,5 paragrafo giustificato.

5. Si richiede di inviare, insieme al testo, un file contenente i dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, e-mail, telefono, cellulare) e un curriculum bibliografico (facoltativo).

6. L’invio dei materiali deve essere fatto esclusivamente per e-mail a questo indirizzo:  lorenzo.spurio@alice.it riportando nell’oggetto “Obsession” entro e non oltre il 20 Dicembre 2012.

 7.Limina Mentis comunicherà a tutti i partecipanti -selezionati o no- l’esito della selezione e le informazioni circa la pubblicazione/acquisto del volume.

 Si richiede, inoltre, la gentilezza di far circolare questa notizia tra scrittori, esordienti e amanti della scrittura in modo da allargare al massimo il range di collaborazione, fino a includere tutt’Italia (o l’estero di lingua italiana).

 Sperando di fare cosa gradita, invio i miei

Cordiali saluti

 

Lorenzo Spurio

Collaboratore Limina Mentis Editore 

“I racconti poetici del lume della lampada” di Orazio Labbate, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I racconti poetici del lume della lampada

di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012 – Collana Ardeur

ISBN: 978-88-95881-27-0

Numero di pagine: 66

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Con precisione infinita modelli l’illusione di

chi si dissolve nella materialità di un pezzo

di felicità, ma con imprecisione nullifichi la

tua superbia quando l’intelletto squarcia la

fragilità del non esistere.

(in “L’amore”, p. 19)

Non ho ben capito quale sia il percorso che Orazio Labbate ci inviti  a intraprendere attraverso la lettura di Racconti poetici del  lume della lampada. Ho notato, infatti, che non siamo in presenza di una poetica chiara e definita, ma che il poeta cambia vesti poesia dopo poesia. Il titolo può trarre in inganno: non si tratta di narrativa, non ci sono racconti. Ambigua e difficilmente comprensibile anche l’accezione di “racconti poetici”: un testo o è una poesia o è un racconto. E’ vero che la letteratura ha dato chiara voce anche a esperimenti letterari “di mezzo” tra l’uno e l’altro genere – il frammentismo di Clemente Rebora o la prosa poetica di Dino Campana- ma è difficile poter inserire uno scrittore contemporaneo in correnti come queste.

Condivido pienamente il messaggio contenuto dall’autore nella sua introduzione nella quale si fa riferimento al fatto che questa raccolta poetica è “malata” (p. 5). La malattia a detta di Orazio Labbate si manifesterebbe nell’ampia sequela di componimenti visionari che danno voce a mondi irreali, macabri e colmi di incubi. Aggiungerei che la degenerazione (la malattia) è altresì riscontrabile nella forma o, piuttosto, nella mancanza di forma delle liriche. Le parole –siano essi aggettivi, nomi o verbi- si susseguono velocemente nei vari versi in maniera inconsueta, anomala. Difficile individuare un senso di queste poesie ma credo che dietro l’intero progetto ci sia proprio l’espressa volontà del poeta di “narrare poesie” sconclusionate, disorganizzate, atematiche, ridondanti forse per dar espressione alla componente onirica ed esistenzialista dell’essere. Il motivo per quale lo fa però, non mi è chiaro.

Mi dispiace che scrivendo questa breve recensione non abbia colto l’invito del poeta che nella prefazione dice testualmente: “Invito solo coloro che si cimenteranno in/ un’interpretazione a non interpretare” (p. 7). E’ impossibile leggere un libro –qualsiasi tipo di libro- senza interpretarlo. La nostra interpretazione può avvenire mentalmente, può esser messa per iscritto o no, ma ad ogni modo la lettura di ciascun testo ci permette di ragionare su qualcosa, di capire meglio una realtà, di affrontarla da un’altra prospettiva o ci dà appunto la possibilità di interpretarla. Trovo che le poesie qui contenute possono essere interpretare in infinite maniere dato che non ne ravviso dei fili conduttori, delle tematiche centrali, dei punti di partenza chiari.

Credo che i lettori quotidiani si siano ormai abbastanza stancati di testi pieni di controsensi, voli pindarici senza meta, nonsense, costruzioni articolate prive di senso o impiegate solo per crear stridore nel lettore. Il lettore, che legge tutto con attenzione e formula una sua interpretazione, positiva o negativa che sia, è tutt’altro che “malato” e, nella maggior parte dei casi, è sempre più lucido e “sano” dello scrittore stesso. Invito coloro che hanno intenzione di leggere questo libro, a cavarne una propria lettura. Questo, in fondo, è il senso della letteratura –high o low che sia- e della condivisione d’idee attraverso lo scritto.

Questa è la mia interpretazione.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

Chi è l’autore?

Orazio Labbate è nato a Mazzarino (CL) nel 1985 ma ha vissuto a Butera (CL) sin dall’infanzia. Ha conseguito la maturità con il massimo dei voti presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e la laurea in Scienze Giuridiche presso l’università Bocconi di Milano. I suoi “profondi maestri notturni e letterati” sono W.S. Burroughs, Umberto Eco, Jack London, José Saramago, Gogol, Bukowski, Baudelaire, Lovecraft e molti altri. La sua poetica non è ascrivibile ad una corrente precisa o a un genere catalogabile, lui suole definirla “malata e affetta da cancro notturno”. E’ pervasa da una sorta di costante apprensione simile all’indefinibile sensazione di chi non distingue la veglia dall’incubo.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta” di Massimo Conese, recensione di Lorenzo Spurio

Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta

di Massimo Conese

prefazione a cura di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010 – Collana Revêrie

ISBN: 978-88-95881-30-0

Numero di pagine: 55

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 Il mondo è solo frutto della vaghezza

e questa appare la sua prigione. (p. 22)

 

Massimo Conese ci accompagna all’interno di una suggestiva fiaba moderna sulla cosmologia dove alcune delle componenti tipiche della fiaba (l’allontanamento da casa, la componente onirica, il meraviglioso) sono presenti. Il personaggio principale è “una marionetta” e come osserva l’autore nell’esergo “questa è la storia di un bipede/ non più bambino/ ma neppure ancora adulto” (p.7). Ci chiediamo dunque se si tratti di una marionetta adolescente o se questa mancanza di catalogazione del protagonista in una età specifica abbia, invece, la volontà di significare dell’altro.

Massimo Conese, con alle spalle varie sillogi di poesia, non è nuovo al genere della fiaba –narrativa tipicamente pensata per le più giovani generazioni, ma che allo stesso tempo trasmette un insegnamento morale- dato che si è occupato con le Edizioni Besa di due volumi che analizzano da vicino la componente folklorica-popolaresca di racconti popolari quali fiabe –appunto- e leggende nella tradizione norvegese e in quella irlandese.

Il titolo del libro, chiarifica da subito al lettore cosa si approssima a leggere: “Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta”, è dunque una sorta di epica di una marionetta che passa attraverso vari momenti o avventure.

Fuggito di casa su un autobus, Bilobab trova per caso la sua  dolce metà, Lorisusi (è una donna, o solamente un faro?) “in gonnellina e zainetto” (p. 11), ma quell’incontro fortuito genera un evento destabilizzante e inspiegabile dal quale lo stesso personaggio ne esce mutato, non più una persona ma una marionetta: “Io, qui, annullato nel viaggio/ sono il viandante e la verga del santo: io, allora, mi addoloro dell’umana sapienza:/ nulla so, neanche che il dolore è male” (p. 16). Bilobab ci appare a partire da questo momento come un essere debole, pieno di domande e privo di risposte, che si interroga, che non comprende. Questa mancanza di comprensione che gli causa ulteriore sofferenza e pessimismo lo conduce ad appellarsi al Tempio, per conoscere la sua colpa.

Massimo Conese utilizza nel libro vari riferimenti alla letteratura germanica e nordica (la saga di Sigfrido, le gesta dei Volsunghi, l’Edda di Snorri Sturlson, ma anche quella greca (Minosse e il Minotauro, i Proci) e l’intera storia può essere vista come simbolo di Armageddon, di fine cosmica e di rigenerazione con le sue implicazioni alla primordiale Creazione nel giardino dell’Eden (cosmologia cristiana) o del Vahalalla (cosmologia germanico-pagana). A tutto questo si unisce una continua ricerca sull’essere, sul perché siamo ciò che siamo ossia perché il mondo, quel Caos indistinto e imperscrutabile, a un certo punto ha fatto le sue scelte, contraddistinguendo ciò che oggi è: “Il nostro cervello funziona per archetipi/ siamo noi che ostiniamo a chiamarci homo sapiens./ Ma oserò chiedermi di chi è la colpa/ di non esser nati ginestre?” (p. 28).

Conese ci accompagna a braccetto in un mondo complesso, a tratti visionario a tratti estremamente descrittivo, facendoci respirare cosmologie diverse tutte però accomunate da alcuni tratti distintivi. Incontriamo Beatrice, la donna di Dante, ma anche Pandora e Crimilde, solo per citare alcuni personaggi. La scrittura rifiuta il dogmatismo e il didatticismo per offrirsi al lettore, invece, come un mosaico congiunto di pensieri ontologici differenti.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

11/08/2012

 

Chi è l’autore?

Massimo Conese (Bari, 1961) è laureato in Medicina ed è professore associato in Patologia Generale presso l’università di Foggia. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Il sogno dell’isola (Bari, Edizioni La Vallisa, 1991), Xenografia (Bari, Edizioni La Vallisa, 1994), Il libro delle visioni (Milano, Edizioni Laboratorio delle Arti, 1996), Ur (Faloppio, LietoColle, 2006), Poemi lustrali in prosa (Bari, Levante Editori, 2007). Si è occupato di traduzioni di fiabe e leggende, editate nella pubblicazione di due volumi per le Edizioni Besa: Fiabe e Leggende Norvegesi (2001), Fiabe e Leggende Irlandesi (2004). Sue poesie sono state pubblicate sulle riviste “La Vallisa” (Bari), il “Monte Analogo” (Milano) e “La Mosca di Milano” (Milano).

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il valzer delle ombre al lume della lanterna” di Giuseppe Guddemi, recensione di Lorenzo Spurio

Il valzer delle ombre al lume della lanterna

di Giuseppe Guddemi

con introduzione di Margherita Ingoglia e prefazione di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villsanta (MB), 2011 – Collana: Ardeur

ISBN: 978-88-95881-41-6

Numero di pagine: 45

Costo: 10 €

Recensione a cura di Lorenzo Spurio – Collaboratore di Limina Mentis Editore

                                                                                                                                                                                

Accediamo a questo libricino di liriche in maniera soave, trovandoci catapultati di punto in bianco in un mondo difficile da comprendere nella sua interezza. E’ evidente l’apporto di una componente onirica che permette a Giuseppe Guddemi di spaziare tra i temi che sono presenti nella silloge. Il tutto è reso ulteriormente piacevole da una serie di immagini che corredano la silloge. In alcuni casi sono foto che richiamano la lirica alla quale sono appaiate, come in “Naufrago” dove vediamo un mare dove si disegnano cerchi concentrici segno, forse, che qualcosa è caduto nell’acqua, in altri casi la relazione foto-testo la trovo più difficile da spiegare come ad esempio in “Sulla soglia sdrucciolevole di un istante nichilista” dove nella foto, che utilizza una scala monocromatica del blu, vediamo la parte bassa di un volto di donna che tiene la mano –nella quale figura un crocefisso- appoggiata al mento.  Forse il collegamento andrebbe visto in quelle “languide carezze […] si consacrano alle ombre della notte” (p. 25).

La poesia di Guddemi non è di impianto realista e, pur caratterizzandosi per una concreta materialità (c’è una continua attenzione per i materiali), scivola via in ambiti più propriamente intimistici quali l’esistenzialismo o addirittura l’ontologia, la ricerca sul sé. Ma come ricorda Margherita Ingoglia nell’interessante introduzione al libro, “la magia della poesia è guardare oltre il significato apparente della parole” (p. 7). Ed è questo che Guddemi fa, in maniera spontanea, quasi inconsapevole. Quello che potrebbe sembrare a una prima vista una meticolosa ricerca delle parole, della strutturazione dei versi,  quasi da sfiorare il rigorismo, in realtà è espressione libera e irrazionale del poeta.

E’ un percorso interessante il suo nel quale il lettore scopre pagina dopo pagina, suggestioni e considerazioni sempre diverse. E’ una poesia imprevedibile e sfuggente, è una poesia “elettrica” per la ricca aggettivizzazione, ma è anche una poesia cupa e critica.

Centrale è nella silloge il tema della luce o del buio e nella poesia di apertura, “Dissolvenze”, l’uomo è investito da una serie di atteggiamenti (inseguire, dissolvere, sfuggire, raggiungere) che richiamano appunto i movimenti solari. Fra i vari componimenti fanno capolino tematiche chiaramente autobiografiche come il “ricordo crudele di lame affilate” (p.19), manifestazione di una memoria difficile che ancora nel presente causa dolore, la continua ricerca di un senso nel nostro vivere (“tenendo tra le mani/ punti vuoti di domanda”, p. 23), l’antinomia tra corporeo e incorporeo, tra reale e aldilà: “Dentro il mio cono d’ombra persi la consistenza. Non ebbi corpo. Non ebbi nome” (p. 31), l’atavico dilemma sul destino dell’uomo –sintomo, forse, della grande coscienza della finitezza del genere umano e anche una paura della morte-: “E adesso che il passato è già passato/ mi chiedo se domani sarà un giorno che è già stato/ mi chiedo se il cammino è stato preso/ o se dovrò percorrerlo all’indietro” (p. 35). Questi versi ci fanno pensare alle considerazioni di Sant’Agostino sul tempo, il quale concludeva, dopo una lunga dissertazione filosofica, che esiste un unico tempo: «Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (in Le Confessioni, Libro XI).

La lirica che chiude la raccolta, la stessa che dà il titolo al libro è pervasa di un gioco di fioche luci, “al lume della lanterna” appunto imbevuta di un’atmosfera cupa e addirittura surreale in quegli “orologi gotici sciolti” (p. 44) che tanto ricordano gli orologi deformati di Salvador Dalí.

 

 

Chi è l’autore?

Giuseppe Guddemi è nato a Palermo nel 1986, città che rimarrà a lui molto cara. Nel 2005 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Sperimentale Statale “F. Crispi” di Ribera (AG). Durante il periodo liceale ha partecipato al progetto scolastico “immaginario” (2005) che dà concretamente avvio “all’avvincente ricerca di un sé qualunque come un viandante verso l’oltre”, attraverso la scrittura. Tra le altre partecipazioni letterarie si ricorda la pubblicazione della lirica “Nel sogno” nell’Antologia “Poesia onirica” (2010), Estro-Verso Edizioni. Attualmente segue gli studi di Giurisprudenza presso l’università Statale degli Studi di Palermo, ove vive.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

09/08/2012

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Ivan Pozzoni, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Ivan Pozzoni
Autore di “Mostri”
Limina mentis, Villasanta, 2009,
ISBN: 9788895881126

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

IP: Con Mostri cerco di dare soluzione concreta alle difficoltà esistenziali dell’artista, definendone il ruolo sociale e muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua (vagueness) di «mostruosità»: a] mostruosità terrorizzante (attività di creazione di dolore) da mostro/1 (attore di dolore), volta ad eternare i nessi di dominanza/ controllo esistenti, mediante discriminazione, e b] mostruosità terrorizzata (attività di sottomissione al dolore) da mostro/2 (vittima di dolore), destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza/ controllo, mediante «marginalizzazione». Ognuno di noi, in fondo, nel senso etimologico del termine (monere) è mostro, un «[…] avvertimento della volontà degli dei […]», come registra Festo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IP: Non esiste niente di non auto-biografico: tutto ciò che facciamo, e scrivere è un fare (poiein), è auto-biografia. Ogni forma di atto culturale / artistico ha, tra i suoi fondamenti, il contesto auto-biografico dell’autore dell’atto. Essendo autopsia, l’arte non riesce mai ad essere anti-auto-biografica.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IP: Ogni mio tentativo di «parossisticizzazione» della mass culture è attivato col mezzo formale, cinico, di un barocchismo decostruzionista, con un occhio rivolto a Luis de Góngora y Argote, fatto di calembour, ironie, facezie, cadute di stile, abbassamenti di registro, sulla stessa strada dell’insurrezionalismo scanzonato, mai aristocratico, di un Cecco Angiolieri, di un Burchiello, di un Villon, e dell’umorismo medioevale o novecentesco (riviste); al di là di anacronistici riferimenti a Marx e marxismi, miei riferimenti culturali, nell’ostinato tentativo di dare un senso, vivente, alla vuota nozione moderna di «democrazia», sono i francesi (Deleuze – Foucault – Lyotard – Derrida – Guattari – Artaud – Bataille – Barthes), Badiou e Debord, i sociologi (da Bauman a Sennet), oltre all’impianto metodologico della filosofia analitica americana.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IP: Leggo moltissimo: fisiologicamente sono costretto a dimenticare quasi tutto, trattenendo in me alcune influenze inconsce. Di norma, amo ciò che, al momento, sto studiando. Poi me ne dimentico, e amo altro. L’amore non ha confini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

IP: Non ho uno stile. Più che uno stile, ho uno stílo, con cui incido versi/frasi nelle carni e nella roccia.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

IP: La zattera della mia iniziativa artistica, intesa come «non-poesia» e come nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga sulle distese marine della «liquidità» tardo-moderna, muovendosi nei limiti di una weltanschauung artistica totalmente democratica e attenta a sollecitare, nella vita di ogni uomo / artista, la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune; l’atto stesso di scrivere versi sottende, in me, una cartografia razionale molto articolata, mai distaccata dalla ulteriore mia attività di storiografia filosofica e letteraria e basata sull’introduzione di una serie di tre cicli metodologici (poetica storiografica – poetica teoretica – poetica sociologica):

1] Poetica storiografica: a] Underground: storiografia in versi del romanticismo; b] Riserva Indiana: storiografia in versi del simbolismo; c] Versi Introversi: storiografia in versi dell’ermetismo; d] Mostri: storiografia in versi del realismo; e] Galata morente: storiografia in versi del post-modernismo.

2] Poetica teoretica: a] Lame da rasoi: teoresi della disintegrazione; b] Carmina non dant damen: teoresi della flessibilità; c] Scarti di magazzino (in uscita 2013): teoresi dell’emarginazione.

3] Poetica sociologica (antologie): a] Retroguardie: sociologia della sconfitta artistica; b] Demokratika: sociologia della democrazia lirica; c] Triumvirati: sociologia della costruzione di interazioni comunitarie;  d] Tutti tranne te!: sociologia dell’esclusione; e] Frammenti ossei: sociologia della frammentarietà; f] Labyrinthi (seriale): manuale sociografico su voci nuove e/o marginali.

La storia della filosofia, dell’etica e del diritto sono un’altra cosa, un’altra storia.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IP: Penso che sia estremamente difficile scrivere a quattro mani. Se avessi quattro mani, in ogni caso, con due scriverei, con le altre due avrei l’opportunità di grattarmi, esplorare oggetti, fare altre cose istruttive.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IP: Il lettore non esiste. Nessuno legge davvero «poesia», se non è costretto a farlo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IP: Litigo, con affetto.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IP: Odio ogni forma di concorrenza: la cultura è un processo collaborativo (coi morti), mai agonistico; detesto readings e premiazioni, mezzi consumistici costruiti ai fini di solleticare il narcisismo dell’autore tardo-moderno. L’artigiano non ha bisogno di corsi e concorsi: vive su corsi e ricorsi.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IP: È importante, sopratutto, mantenere rapporti con le altre autrici.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IP: Non ne ho idea. Difficilmente leggo «poesia». Mi annoia da morire.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

“Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie” di Ivan Pozzoni, recensione di Lorenzo Spurio

Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie
di Ivan Pozzoni
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2009
Collana: Ardeur
ISBN: 9788895881126
Numero di pagine: 112
Costo: 15,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 «Pozzoni non ci sta a questo gioco all’ipocrisia collettiva che va di moda nel nostro paese, dove si parla di: crisi non-crisi, poesia etica, poesia mitica, fine del realismo, poesia del quotidiano, autobiologia in poesia etc. e chi più ne ha più ne metta. Siamo nella confusione babelica di tutte le lingue e di tutte le maniere» (Giorgio Linguaglossa)

 

Ivan Pozzoni è un uomo che ha poesia nel cuore e che si dedica a questo genere da vari anni. Numerose le sue pubblicazioni di sillogi poetiche e le curatele ad altrettante antologie di poesia. Collaboratore instancabile di varie riviste letterarie e poetiche nazionali e internazionali, è anche Direttore Culturale della Limina Mentis Editore.  Sono qui oggi a parlare della sua silloge Mostri, edita dalla Limina Mentis nel 2009. La poesia non invecchia mai e quindi non ha senso dire che di norma si recensiscono le pubblicazioni più recenti, dato che ne sono seguite diverse dopo questa.

Mi sono trovato in difficoltà nell’articolare un discorso critico su questa ampia silloge di poesie che l’autore ha voluto dedicare ai “Mostri”; niente di supernaturale o di eroico, tutt’altro. I mostri che “zitti zitti/ s’avvicinano” (pp. 23-24) a cui fa riferimento Pozzoni, mi pare di capire, sono nella nostra contemporaneità, celati, dietro l’angolo e si concretizzano nelle paure, nelle ossessioni e nella spregiudicatezza dell’oggi dove le uniche religioni sono il narcisismo e il consumismo.

La poesia di Pozzoni è vivida, materica, viscerale. Rifugge la retorica, gli orpelli, per descrivere in maniera quanto mai metaforica e analogica una realtà preoccupante, spersonalizzante, che ha perduto ormai i valori. Ma è anche una poesia altamente evocativa e poliedrica: pessimista, utopica, delirante, grottesca, inconsueta. E’ tutto questo allo stesso tempo. Risiede proprio in ciò la ricchezza espressiva di Pozzoni e la sua continua capacità di rinnovarsi, di riscriversi, di osservare il mondo da un’altra prospettiva.

In “Per me, scrivo!” è chiarito il destinatario delle sue liriche: non il mondo esterno, non la natura, non la donna amata. Il poeta scrive per se stesso, egoisticamente: “Per me, scrivo/ immergendo/ i miei mille incubi/ nell’acido muriatico,/ dissodando sogni,/ scaricando rogne,/ disinnescandomi” (p. 26).

Evidente l’intento polemico e critico della poesia di Pozzoni, quasi “elettrica” come quella dei futuristi della prima stagione: rifugge il passatismo, il manierismo e la costumanza retorica e classica che anche i nuovi poeti continuano a esprimere con le loro liriche: “denuncio poetiche/ copiate su carta carbone,/ sempre uguali, mansuete,/ innocue, stampate in/ catena di montaggio/ dai nostri giovani letterati”(p. 27). Pozzoni sta dicendo che nella poesia contemporanea non c’è originalità, né sperimentazione e che i nuovi poeti (o quelli che si auto-nominano così), in fondo non sono che copie sbiadite di altri poeti che in altri tempi furono grandi ma la cui poetica, ormai, non è più attuale e conforme alle inclinazioni dell’uomo d’oggi. E’ una denuncia, è una critica, ma è anche una perorazione a cambiare, a svegliarsi,  a rinnovarsi, a crearsi un proprio stile. Ecco perché lui stesso osserva “Nei miei versi/ da coyote arrabbiato/ non dominano interessi/ a stili coerenti” (p. 27). E ancora, l’affondo di Pozzoni: “non me ne/ frega un cazzo” (in “Cinico e bastardo”, p. 33) dove a questi versi segue una lista di cose che al poeta non interessano più o che forse non l’hanno mai interessato. Il suo è un percorso caotico e convulso, un fuggire dalle semplici cose. C’è posto anche al ricordo in questa silloge: “Felice adolescenza,/ consumata in risate,/ scherzi e battute/ […] nelle notti insalubri/ di vodka e bestemmie” (in “Roaccutan”, p. 29)

Ma la poesia di Pozzoni è un panegirico d’analisi critica e polemica dei nostri tempi, imbevuta di un leggero drammatismo. Non c’è un modo particolare per accostarsi ad essa perché il poeta non ha una forma, né un genere “tipo” dal quale parte: la sua, in effetti, è una continua sperimentazione dalla quale nascono costruzioni atipiche e difficili da immaginare: “tasso/alcolico di nuvole” (p. 37), stridenti: “camminando scalzo/ tra rose, e carcasse/ di tonni” (p. 42), che hanno perduto un’identità: “iene senza coglioni” (p. 46) o addirittura che usa a suo modo l’isotopia del sessuale: “Cazzo,/ sabbia di luna/ sodomizzata/ dall’asta immota/ d’una bandiera” (p. 50) che ci obbligano a domandarci se, leggendo queste poesie, manteniamo ancora saldi i piedi su questa Terra. Pozzoni ci fornisce in alcuni tratti un’immagine dissacrante del mondo d’oggi, fondato sulla religione dell’egoismo e del consumismo: “la società del disimpegno/ tenuta insieme, tenuta a bada/ da litri e litri/ di crema abbronzante e di collagene” (p. 47). E’ una società narcisistica che si copre di una patina protettiva e che pure utilizza la medicina ricostruttiva per cercar di mantenere una certa parvenza e di rifuggire l’invecchiamento.

Nella lunga poesia “Apocalisse” che chiude la seconda sezione della silloge dal titolo “Chimere”, incontriamo un Pozzoni irruento e sfiduciato, ma anche debole e privo di speranza che lancia una minaccia che allo stesso tempo è un desiderio: “Quando tutto sarà/ finito manderemo all’aria/ ‘sto mondo di merda,/ e tutti i bastardi/ che ci stanno dentro,/ con la nostra soddisfazione.” (p. 82). Vedremo se Pozzoni ha intuito correttamente quello che sarà il nostro ultimo destino.

 

 Chi è l’autore?

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico.

Collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2012 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente e Carmina non dant damen con Limina mentis, Lame da rasoi, con Joker.

Tra 2009 e 2012 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina mentis), Demokratika, (Limina mentis), Tutti tranne te! (Limina mentis), Frammenti ossei (Limina mentis) e Labyrinthi (Limina mentis) e nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina mentis), I Milesii (Limina mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina mentis), Benedetto Croce (Limina mentis), Voci dal Novecento I II III e IV (Limina mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); come monografie sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press, 2009), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina mentis, 2009) e Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche. I Presocratici (IF Press, 2012).

È direttore culturale della Limina mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Fantasmi” di Matteo Dondi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Fantasmi
di Matteo Dondi
con prefazione a cura di Luca Milasi
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010
Collana: Ardeur
ISBN: 978-88-95881-24-9
Numero di pagine: 58
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 

Così sono gli uomini

E così sono i sogni

Se non son veri

Sono solo fantasmi.

(“Fantasmi”, p. 45)

 

Dopo una prima silloge dal titolo Naos, pubblicata dalla casa editrice romana Il Filo, Matteo Dondi torna con una nuova pubblicazione dal titolo Fantasmi. Il libro che andrete a leggere – libricino, in realtà dato che conta di appena cinquantotto pagine- contrariamente al titolo non ha niente di fantastico, gotico o di ectoplasmatico. Il significato e il senso dell’intera silloge va forse ritrovato in una delle liriche iniziali dal titolo “Déjà vu” dove Matteo Dondi descrive il genere umano attorniato da un velo inconsistente e indistinto, una pellicola di vapore,  un’ombra che vive “nei paraggi delle nostre vite”. E’ in questa simbiosi di materia e di alone immateriale che si realizza l’esistenza umana tra il corporeo e l’aereo, tra il materiale e l’aldilà. “Nell’estasi eterna di un dèjà vu/ Nell’odore acre di desideri bruciati/ Ridendo a crepapelle/ Troviamo la nostra fine” (p.25), conclude Dondi.

Matteo Dondi sintetizza nelle liriche presenti in questa raccolta le sue vedute –principalmente di carattere filosofico e religioso- in una serie di poesie dall’andatura lenta, cadenzata e ritmata. L’intera raccolta si fonda su alcuni temi centrali che poi ritornano in maniere e forme diverse per tutto il libro: il tempo che scorre, il dubbio sull’aldilà, la morte. Non mancano, però, anche riferimenti più concreti al suo vissuto di uomo-scrittore, riscontrabile nei tanti ricordi, episodi di un passato lontano che però restano vividi nella mente del poeta come avviene in “Adolescenza” dove Matteo Dondi imprime: “Beata l’adolescenza/ che tutto accoglie/ e con la piega spavalda/ agli angoli della bocca/ ogni avversità affronta” (p. 46).

Come sottolinea Luca Milasi nella lunga nota introduttiva, la poetica di Matteo Dondi si basa su una pluralità di stili letterari ed è per questo corposa, plurimaterica, difficilmente catalogabile in un genere o in una corrente. Prevalgono i toni mesti e crepuscolari per l’esplicita volontà del poeta di richiamare quell’ “assente sempre presente” che è la Morte e che, dal giorno della nostra nascita, in qualche modo ci avvolge e ci riguarda. E’ forse compito del poeta, acuto esegeta del mondo che gli è toccato di vivere, domandarsi su di essa, forse per esorcizzarla o per tentare di conoscerla meglio e allontanarla da sé. Matteo Dondi utilizza metafore, analogie e costruzioni verbali per far continuo riferimento ad essa: a volte è un’ombra, a volte è l’imbrunire della sera, altre volte un fantasma, altre volte ancora il tutto si semplifica in versi come “In attesa del peggio” (p. 30). Il manifesto della “signora oscura” è forse presente nella lirica intitolata “Gravità= M2” dove quella “m” elevata alla seconda potenza ha una forza doppiamente maggiore. La “m” richiama la malattia, stato patologico dell’uomo che nei casi peggiori o insanabili conduce alla morte, l’altra parola a cui la “m” si riferisce. Ma la cosa più grave, sembra suggerire il poeta, non è la morte in se stessa, ma l’oblio che da essa deriva, la cancellazione dei ricordi, dei momenti, del passato, la dimenticanza, il fare tabula rasa di una persona, della sua esistenza. Nella lirica, infatti, conclude: “Morte, dolore, ancora morte/ Poi oblio” (p. 43).

La silloge, però, rifugge la morbosità e non condivide a pieno una prospettiva completamente pessimista o addirittura allarmista: segnali di positività, di speranza ci sono ed essi sono soprattutto presenti nelle invocazioni a Dio: “Dio fatti presente” (p. 28) o nei ringraziamenti: “Grazie a te o Dio” (p. 48).

 

 

Chi è l’autore?

Matteo Dondi è nato nel 1978. Si è laureato ad DAMS di Bologna con una tesi sul compositore Alessandro Peroni di cui ha curato il catalogo delle opere. Musicista e autore, ha pubblicato varie produzioni discografiche, fondato e militato in numerose band; nel 2003, con il videoclip “She’s still rockin’”, da lui scritto, suonato, diretto e interpretato è giunto in finale al “Premio Videoclip Italiano” (MEI, Faenza). Come critico e giornalista collabora con alcune riviste. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesia Naos (Il Filo Editore, Roma). E’ presente come autore nella raccolta poetica DemoKratika (Limina Mentis Editore, Villasanta).

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Anche per oggi la notte è sconfitta” di Tommaso Metonda, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Anche per oggi la notte è sconfitta

di Tommaso Metonda

con premessa di Giorgio Cavallini

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2009

Collana Ardeur

ISBN: 9788895881089

Numero di pagine: 76

Costo: 8,00 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 

Ci accostiamo a questo libro con alcuni enigmi che, forse, l’autore non ha nessun desiderio di svelare nel corso del suo libro: la scelta di una copertina con un disegno stilizzato che fa pensare alle prime incisioni dell’era primitiva (si tratta di una copertina curata da Nicola Oliveri) e il titolo, Anche per oggi la notte è sconfitta, altrettanto criptico e difficile da intendere a una prima lettura.

Inoltrandoci nelle numerose poesie che costituiscono questa apprezzabile silloge di un autore il cui nome non è altro che uno pseudonimo, ci si rende conto che l’intera poetica è giocata su di un continuo richiamo alla luce, alle varietà cromatiche o al buio. E’, pertanto, una poesia di luci e buio, un carosello continuo tra spazi pieni di bagliori e riscaldati dai raggi dorati, altri invece indistinti, pregni di nebbie e foschie che non permettono all’occhio umano di vedere oltre. Questa isotopia di luce e ombre è forse esplicitata nella poesia “Ombre” che gioca sul richiamo di elementi e immagini antagonistiche: da una parte il “raggio di sole”, “la luce fioca d’un lampione” e dall’altra “l’ombra”, “l’inquietudine”, i “bui arcati”, quasi a volerci ricordare che il mondo è fatto di opposti, di doppi e che la mancanza dell’uno, di colpo equivarrebbe anche alla mancanza dell’altro. E’ una logica e una posizione questa di Tommaso Metonda che potremmo avvicinare al neoplatonismo shakesperiano: luci ed ombre, sole e luna, notte e giorno, bianco e nero. Ritorna, forse con maggior forza nella lirica “Rugiada”, i cui versi iniziali danno il titolo all’intera silloge:

Ancora per oggi

la notte è sconfitta

l’alba pungente l’ha ferita a morte

trapassando rosata le tenebre.

Stille di sangue argentato

e freddo luccicano a terra

imprigionate su impermeabili steli (p.27).

 

Stupenda l’immagine che il poeta ci consegna, quella della Notte e del Giorno personificati, come due entità materiali, che si rincorrono, si battono, si scherniscono e alla fine si distruggono. E’ la notte a essere sconfitta e a grondare sangue, per il momento. Alcune ore più tardi, però, anche se l’autore non lo dice, sarà il giorno a fare la stessa fine. Ma poi tutto si ripeterà e ritornerà ciclicamente descrivendo così un interminabile carosello di vita e morte, di luci ed ombre.

Le varie poesie che compongono questa raccolta derivano da momenti vissuti dallo stesso autore e sono proprio per questo molto vivide e introspettive, ricche di ricordi (ad esempio il ritratto della nonna), di momenti vissuti, di speranze che poi sono andate disfacendosi. Centrale in tutto questo è la considerazione stessa che Tommaso Metonda ha di sé come poeta, colui che “con unica parola sola/ può l’inesprimibile esprimere”, il cui compito nella contemporaneità è “tracciar segni arcani/ su carta arcaica/ ormai incomprensibili” (p. 38). Da questa definizione capiamo che è dato al poeta dell’oggi esprimersi in modi poco usuali, utilizzare un linguaggio poco comprensibile, manifestazione della complessità – e forse del vuoto intellettivo- nel quale si trova a vivere.

Tommaso Metonda mostra interesse per la realtà che lo circonda, non mancando di individuarne perplessità e più spesso è chiara l’impostazione cattolica della liriche non solo nel suo continuo riferirsi a Dio, alle messe, alle orazioni o ai Rosari (pp. 57, 60, 68), ma nella sua convinzione che ogni cosa “è dat[a] da Dio” (p. 54), dimostrando così riconoscimento, senso di moralità e devozione.

In “Progetti di vita”, la poesia che apre la raccolta, il poeta si descrive come semplice oggetto animato dalla società, come burattino in mano a un qualcuno oppure come spettatore delle vicende altrui viste a distanza. Chi è l’uomo d’oggi? E’ lui a decidere la sua vita e il suo futuro o sono gli eventi e le persone accanto a lui che dettano il suo destino? Metonda conclude la lirica: “Sì, sarò Tiresia/ superbo osservatore cieco” (p. 17). Non è necessario avere la facoltà della vista per rendersi conto della bellezza o della crudeltà del mondo che ci avvolge, lo può fare benissimo anche un cieco, come Tiresia, essendo saggio. Ma Tiresia è anche espressione di un ermafroditismo che gli consente di sperimentare la vita dell’uomo e quella della donna, manifestazione dunque quanto mai eccentrica e coniugante dell’essere umano.

Complimenti a Tommaso Metonda per avermi dato la possibilità di riflettere su varie questioni.

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 

 Chi è l’autore?

Tommaso Metonda è trentenne. Vive a Varazze, in Liguria. Ha ceduto per la prima volta alla tentazione di pubblicare alcune poesie, che si limita a definire (tele)grammi d’impressioni. Lontano per formazione e attività lavorativa dal mondo della letteratura, ha affidato ai versi stralci del suo vissuto e della sua terra, affrontando il giudizio dei quattro lettori che decideranno di dedicargli un po’ di quel tempo che non è solo denaro.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.