“Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci”, saggio di Lorenzo Spurio

Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

La vita,

fluttuo del cuore,

un labile moto tra lo splender del giorno

e l’indifferente notte,

tra il rigoglio del nascere e il sussulto del morire.[1]

 

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Marzia Carocci durante la Premiazione del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” a Firenze, lo scorso Marzo, nel ruolo di Presidente del Premio.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marzia Carocci[2] circa un anno fa e di incontrarla poi per degli eventi da me promossi assieme ad altri scrittori in quel di Firenze e la prima impressione che ho avuto parlandoci è che è una persona che si dedica alla scrittura perché ci crede profondamente. Il suo ampio curriculum, infatti, dove si segnalano varie sillogi di poesia, collaborazioni e presenze in varie associazioni e un’intensissima attività di critico-recensionista dà testimonianza di quanto Marzia Carocci sia impegnata per la cultura letteraria sotto varie angolazioni: è poetessa, scrittrice di narrativa, ma anche editor e recensionista. Come si sa è rarissimo trovare un poeta che sia anche un critico, ed è ancora più difficile trovarne uno che abbia indiscusse capacità nel fare tanto l’una quanto l’altra cosa. Il poeta adotta una certa visione della realtà e da essa trae sostentamento per le sue elucubrazioni versificate e modulate in strofe; il critico, invece, guarda da lontano, seziona, smembra la parola, analizza, si domanda, fa paragoni e dà giudizi il più possibile obiettivi dopo aver addotto argomentazioni a sostegno della sua tesi. Marzia Carocci è in grado di calarsi mutevolmente nelle vesti del Poeta, ma anche in quelle più strette e austere del critico e a mio modo di vedere questa ampia versatilità è una prerogativa della quale solo in pochi possono fregiarsi con riconosciuto entusiasmo. In questo mio commento mi concentrerò, però, sulla sua produzione poetica che è il filo rosso che unisce questa serie di interviste da me commentate.

Comincerò con il dire che ho sempre letto con attenzione le poesie che Marzia ogni tanto pubblica su Facebook, come “La cena degli artisti” che molto mi ha colpito positivamente per la sua “incontenibile carica energetica” quasi come se la poetessa voglia chiamare a raduno un “esercito di uomini senz’armi” o dotati di una sola arma, che poi è quella più potente: la parola. Considerazioni che portano la poetessa ad esortare gli amici-scrittori ad uscir fuori da quel guscio di torpore, da quella letargia fatta di falsa indifferenza, di labile incertezza e soggiogamento ai tempi d’oggi: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[3] Idee che in parte la poetessa aveva già trattato in “Il poeta incompreso” in cui il poeta, pur ignorato (e immaginiamo addirittura deriso),[4] sembra essere l’unico in grado nel nostro oggi di mantenere quel legame saldo con il senso dell’esistenza, riuscendo con la forza del verso a immortalare momenti, sacrificare ricordi, esorcizzare paure, rivitalizzare decessi, inaugurare autunni dove, però, stranamente può spuntare qualche margherita in mezzo a tanta oscurità.

Il libro di poesie
Il libro di poesie “Nemesis” di Marzia Carocci

Nei mesi scorsi ho letto con piacere la sua ultima “fatica”, la silloge Némesis (Carta e Penna, 2012) sulla quale scrissi una recensione pubblicata poi in rete su vari spazi.[5] Nella recensione partivo dall’analisi del titolo del libro sottolineando come la “nemesi”, questo termine di difficile spiegazione, sia riconducibile proprio a una considerazione che l’uomo fa nei confronti del tempo e del suo incedere. La nemesi non è altro che una rivisitazione, un’analisi posticipata, una sorta di epifania rinnovata, ma con una nuova sensibilità. Nel libro diedi particolare rilevanza all’analisi di alcune liriche di chiaro impegno civile come la poesia iniziale, “8 Marzo 1908” che celebra il valore della donna[6], rintracciabile nel labile ricordo del tragico episodio della morte di varie donne in una fabbrica americana: «ricorda quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare».[7] La mimosa, fiore assunto come emblema della primavera e della donna, ha perso il suo accecante color giallo ed ha assunto quello di un implorante rosso sangue, segno che la violenza, il sopruso, il massacro è stato compiuto e che questo –fisico, verbale o psicologico che sia- ha generato sangue, ossia ha svilito e indebolito il corpo della Donna. In “E tutto tace” è ancora una volta la Natura ad essere offesa e a risultare depredata, vezzeggiata e annichilita: questa volta non è la natura femminea, ma quella universale di Gea, la Terra Madre, ad essere oggetto di sevizie, scosse e turbamenti in un sofferto sciame sismico: «La terra che si apre/ l’inferno che si vede/ l’istante che si allunga/ e tutto si fa morte».[8]

E il tema sociale –stavolta addirittura con anacronistici echi nazionalisti- ritorna in “Li chiameranno eroi” dove la poetessa gioca volutamente sul contrasto che si genera tra le parole di figlio ed eroe: con la caduta di un militare, la Patria acquisterà un nuovo eroe, un martire, ma la madre perderà un figlio. Ci saranno onori, medaglie e commemorazioni, ma non servirà a niente e quei ragazzi rimarranno «figli senza tempo»[9]: rimarranno giovani per sempre perché la stroncatura della loro vita non gli darà un futuro, una maturità, un’anzianità e saranno giovani in eterno, dei giovani morti.

Marzia Carocci
Marzia Carocci

L’impalcatura della poetica di Marzia Carocci, mi sento di osservare con una certa sicurezza, gioca tutta attorno al tema del tempo: ci sono varie poesie dove l’autrice mescola il dolce ricordo col rimpianto e il dolore per un passato che si vorrebbe rivivere come nelle liriche dedicate al padre: «inseguirò il tempo/ che fu tuo padre..»[10]; «il tuo volto padre,/ s’adagia, nei lampi di memoria e poi dissolve».[11] In molte altre la poetessa non può che constatare che il tempo scorre troppo velocemente per tendere alla rovina, decadimento, invecchiamento e perdita di tutto: «sfugge il tempo e scorrono gli anni»[12]; «l’usura del tempo,/ le rughe sul volto/ dune impervie degli anni»[13]; in altre ancora il tempo è chiamato in causa quale dubbio che attanaglia l’umanità che intravede, pronostica, spera, agogna il suo futuro: «Perché non è finita/ finché ritorna il giorno/ che limpido c’invita/ di nuovo a un altro sogno».[14] Ci sono poi espressioni curiose, non delle vere metafore, che concretizzano il tempo («il bulbo del tempo»[15]) o che lo demonizzano («i bambini già vecchi»[16]) e la stessa semantica è di tipo “cronometrico”: la poetessa utilizza spesso connettori quali ‘quando’, ‘fino’, ‘finché’, ‘ancora’, ‘non ancora’ che mettono in luce il suo percorso tortuoso nel giungere a patti con quel passare del tempo che a volte è lento e inavvertibile (l’infanzia) e poi si fa inesorabilmente più impetuoso (la maturità). Ad ogni modo il tempo sembra venir tratteggiato come infingardo, inclemente, come un nemico da temere, sempre pronto a minacciarci («ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso»[17]). Ci tiene sotto scacco e in questa eterna battaglia l’uomo non può che fare le sue mosse con oculatezza, sapendo però già in partenza che non ci saranno mosse felici, né salvacondotti per mettersi al riparo. La partita è fatta di dubbi, pensieri, ricordi a tratti dolci, a tratti dolorosi perché capaci di materializzarsi in maniera totalizzante tanto da generare una sofferenza che “invecchia” ancor di più: «al traguardo d’un tempo/ codardo e impetuoso/ che in fondo ci attende crudele».[18]

Nella bellissima “Lettera al tempo”, la poetessa colloquia con l’antico nemico e lo prende di petto schernendolo per la sua inclemenza nel rovinare tutto e sembra addirittura sfidarlo: «Non rivorrò indietro tutti i giorni che prendesti/ Perché verme Tu/ Che profani i corpi, e doni rughe/ Come scaglie a chi aveva pelle liscia e fresca,/ sei solo il re di questa ignara vita»[19], aggiungendo poi con uno sprazzo di razionalità «quando avrai colto il sibilo finale/ sarai solo TEMPO di polvere ed ossa/ perduto nel nulla!».[20] In altre parole: tu, tempo, che hai sempre corroso, perpetuato la rovina, teso al disfacimento, invecchiato, fatto marcire, diventerai tu stesso «polvere ed ossa»[21] in quel tempo senza tempo di Dio.

Non sono poesie dolorose quelle della Carocci, ma riflessive, autentiche, vivide («ora vivo i nostalgici giorni»[22]), chiari esempi di come un’anima profonda riesce a trasfondere sulla carta degli stati d’animo che sono di tutti, ma che in pochi riescono a verbalizzare: «La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare».[23]

LORENZO SPURIO

NOTE

[1] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 41.

[2] Marzia Carocci è nata ad Arezzo nel 1960. E’ poetessa, scrittrice e critico-recensionista. Collabora con le riviste Il salotto degli autori, Miscellanea, Poeti nella società, Oubliette Magazine, Euterpe e L’AttualitàPer la poesia ha pubblicato Introspezioni (Montedit, 2003), Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006), Parole dell’anima (Carta e penna, 2008), Di poesia ho vissuto (Carta e penna, 2010) e Némesis (Carta e penna, 2012). E’ Socio Onorario dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Intensa la sua attività critica e di recensionista svolta all’interno di varie case editrici. Numerosi i premi e le segnalazioni in prestigiosi concorsi letterari: nel 2008 ha ricevuto dal “Club Naval Deapartamento Social” del Brasile il diploma di onore come autrice scelta per l’antologia curata dal critico Giorgio Tellan, Dal Colosseo al Corcovaldo, con la lirica “Dolore” tradotta in lingua brasiliana. Tra gli altri premi vinti si segnalano il Primo premio “Alfonso Gatto” di Napoli (nel 2008 e nel 2009), il Primo Premio “Città di Berlizzi (nel 2008 e nel 2009), il Primo premio Magnolia di Cinecittà/Roma (nel 2006 e nel 2007) e numerosi altri. Ha ricevuto il premio alla Carriera con l’alta adesione della Presidenza della Repubblica a Napoli nel 2007. E’ presente in numerose antologie poetiche, anche a scopo didattico. E’ membro di giuria in numerosi premi letterari tra i quali “Marzocco”, “Sacravita”, “L’arte in versi”, “Artisti alla ribalta”, “Premio Borgioli”, “Premio Fuligno” e in alcuni di essi è Presidente di Giuria.Sulla sua produzione hanno scritto Massimo Barile, Alfredo Giglio, Alfredo Pasolino, Fulvio Castellani, Giorgio Tellan, Salvatore Bassotto, Lorenzo Spurio, Anna Maria Folchini Stabile e molti

[3] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 14.

[4] Questo riferimento al poeta della nostra contemporaneità come una persona fuori dai canoni, snobbata o addirittura sminuita e de-valorizzata, è presente anche nella poesia “La gioventù” dove la poetessa scrive: «A voi ragazzi spesso non capiti,/ lucenti come stelle i vostri giorni,/ cercate di non essere smarriti,/ volate come spensierati stormi!» (46). L’esortazione è un chiaro inno a perseverare nel bene, nell’amore dell’altro, nella condivisione e nel rispetto della diversità: ingredienti fondamentali per una corretta convivenza e una concreta realizzazione del disegno divino. Nella citazione, inoltre, non si può non leggere anche la stanchezza e la preoccupazione della donna nei confronti della disagiata condizione lavorativa dell’oggi che, purtroppo, colpisce principalmente i giovani a cui la lirica è dedicata.

[5] La recensione è disponibile qui: https://blogletteratura.com/2013/02/19/nemesis-carocci/ 

[6] La poetessa ha sempre manifestato nelle sue poesie una forte ispirazione di carattere femminista e sono molte le poesie dove, direttamente o indirettamente, si tesse l’elogio alla donna nella nostra società sottolineandone però le problematiche che la riguardano, gli abusi, le violenze e i troppo diffusi casi di sopraffazione da parte dell’uomo. A questo riguardo cito dalla poesia “Donne sole” contenuta in Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006) dove in apertura si legge: «Donne, dalle labbra cucite/ Nell’onore rapite,/ dai silenzi pesanti/ come scialli di piombo,/ con lo sguardo abbassato/ per “vergogne” subite e ferite profonde/ sulla pelle celata» (23).

[7] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 7.

[8] Ivi, p. 26.

[9] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 50.

[10] Ivi, p. 8.

[11] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 9.

[12] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Ivi, p. 25.

[15] Ivi, p. 21.

[16] Ivi, p. 23. Questi «bimbi già vecchi» si ritrovano anche nella poesia “Dolore” contenuta nella silloge Nel mio volo (Libroitaliano World, 2006) dedicata all’efferatezza della guerra e dove leggiamo di «pianti che slabbrano il silenzio» e «il silenzio che lento si dissolve/ tra spari e preghiere». I «corpi secchi e nudi» e le «mosche sulla pelle» ci portano a pensare a immagini dolorose di un qualche conflitto armato, forse etnico, in qualche paese africano dove povertà, fame e prepotenza dei militari al potere dettano il destino di gente inerme che poi finisce la sua vita in maniera indegna immortalata dalla poetessa in quei «corpi senz’anima riversi» (10).

[17] Ivi, p. 54.

[18] Ivi, p. 13.

[19] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 18.

[20] Ibidem

[21] Ibidem

[22] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 33.

[23] Ivi, p. 9.

“Granelli di tempo” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

Granelli di tempo

di Rosaria Minosa

Publisfera Edizioni, Cosenza, 2015

Prefazione di Benito Patitucci

Pagine: 94

ISBN: 978889763249

Costo: 10 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Dopo varie partecipazioni a concorsi e premi letterari nei quali è risultata più volte vincitrice e segnalata, Rosaria Minosa ha deciso di raccogliere un nutrito numero di poesie in Granelli di tempo (Publisfera, Cosenza, 2015), la sua prima silloge poetica.

La Minosa non è nuova nel campo della scrittura e, versatile penna, ha già dato alle stampe due volumi, questa volta di narrativa, che sono rispettivamente Il sorriso rubato (2011) e Il buio, la luce, l’amore (2012) di cui quest’ultimo ho già avuto modo di leggere e recensire.

In Granelli di tempo la Nostra ha raccolto una serie di poesie che ha scritto in un arco di tempo abbastanza esteso e che solamente ora, giunta a un percorso creativo più maturo, ha deciso di fornire al lettore svelando tutta se stessa. All’interno le tematiche toccate sono le più disparate e distanti anche se è possibile cogliere un filo che le riconduce sempre all’interno di quella macro-tematica indicata nel tipo ossia il Tempo, visto sia nel suo passaggio e veloce incedere che la porta a rievocare ricordi, vecchi momenti o a ricongiungersi ad esso con rammarico per non aver fatto/detto qualcosa. Ma il tempo non è solo immagine di un passato che si cerca di recuperare e rivivere, è anche e soprattutto il tempo liquido del presente nel quale trovano spazio le considerazioni della donna su quanto accade attorno a lei.

È sia un tempo privato ossia intimo e personale che la riguarda direttamente in quanto attrice e spettatrice di eventi familiari, amorosi e amicali, ma anche un tempo pubblico che riguarda noi tutti con tragedie stradali, morti improvvise e impensabili e disagi seri che riguardano il senso di collettività. L’unione dei due “tempi” è forse meglio ravvisabile nella lirica “Taranto, città mia” (79-80) dove, a partire dal bozzetto felice di una città fresca, profumata e ridente (la Taranto del passato, dunque dei ricordi di Rosaria) lascia ben presto il posto a quella di una città mefitica e ferita, cancerosa e invivibile ossia la Taranto odierna massacrata dai fumi pericolosi del complesso industriale dell’Ilva. Così scrive la Nostra: “Ora tutto questo è svanito…/ […]/ [L’]aria è pesante, malsana,/ l’odore del ferro entra dentro di te/e invade il tuo corpo…” (79).

 

Firenze, Aprile 2014 - Assieme a Rosaria Minosa
Firenze, Aprile 2014 – Assieme a Rosaria Minosa

Dipendente del CERRIS (Comunità Educativa-Riabilitativa per Preadolescenti e Adolescenti) di Verona, una struttura residenziale che accoglie persone con problematiche e disagi sociali di vario tipo, Rosaria Minosa mostra la sua comprensione e vicinanza verso i disturbi che possono intaccare chi, pur vicino a noi, vive una vita nel dolore, nel silenzio, allontanato o deriso da chi è certo di appartenere al mondo dei cosiddetti normali. L’animo filantropico e solidaristico della donna spunta con chiarezza e vigore da ogni singolo verso dove non è solo l’animo di una donna che ha fatto esperienze con un mondo spesso dimenticato a parlare, ma soprattutto quello di una persona che ha fatto suoi i precetti cattolici della fratellanza, del rispetto e della condivisione. Affascinanti nel loro stile minimale e nel linguaggio piano e diretto privo di macchinazioni retoriche sono le poesie dedicate a grandi mali sociali quali la violenza di genere, l’emarginazione e il razzismo spiegato ai ragazzini con un sistema matematico di inclusione tipico dell’insiemistica che viene insegnato nelle scuole per una più facile comprensione.

Quel senso di dolore che fuoriesce da molte liriche e che in altre circostanze potrebbe diventare opprimente come un nodo in gola, in realtà è motivo per la Nostra di una maggiore gratitudine verso la vita e la bellezza. Il ricordo di una cara amica scomparsa prematuramente, l’incidente stradale che condurrà un giovane a una vita vegetativa e tutte le altre manifestazioni che chiarificano che nel nostro mondo “non c’è pace” (19) non sono per Rosaria dei veri e propri lutti, dei punti fissi e invalicabili ai quali si giunge con costernazione e sfinimento emotivo e fisico, sono, invece, sfide, pure intricate e dolorose, che ci vengono poste lungo il cammino. Sfide fatte per combattere, con consapevolezza e convinzione, per non lasciarsi ammorbare da quel buio che è sempre dietro l’angolo e che potrebbe devastare la nostra esistenza proprio come quelle nuvole grigie che la Nostra cita e che dobbiamo essere più propensi a colorare giorno per giorno per farne risaltare le tinte più abbaglianti e calde che possano cullarci e toglierci i tormenti di torno: “Apri il tuo cuore e non essere triste./ Per un momento,/ non pensare a questa società” (47).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 29-04-2015 

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo “Bilancio interiore”, a cura di Lorenzo Spurio

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro Bilancio interiore / Inner Balance

  

a cura di Lorenzo Spurio

  

Dal giorno in cui ho capito le linee della mia mano

ho cominciato a litigare con la vita (34)

 

Il mondo è come un bel libro

e il tempo è il migliore maestro:

volendo, si può imparare quasi tutto. (110)

 

A testimoniare il fatto che gli incontri migliori e che più ti arricchiscono sono sempre quelli che capitano casualmente, o comunque senza nessuna coincidenza prestabilita, vorrei parlare del mio incontro con Umeed Ali, un signore pakistano della regione del Punjab, nato nel 1961 e poi emigrato in Italia in cerca di un futuro migliore molti anni fa. Non è la sua una delle tantissime storie di emigrati che tentano solamente di approdare in quello che ai loro occhi può apparire come il paese di Bengodi dove lasciarsi alle spalle le sofferenze e la povertà, ma è la vicenda amara salda nella credenza religiosa di una persona dall’animo profondamente sensibile. La scrittura, il suo amore per la poesia e la riflessione nel mondo di carta, infatti, lo ha portato a stringere un profondo legame con la parola: le sue prime opere, scritte già durante la sua esistenza in India, vennero scritte negli idiomi locali tra cui l’Urdu, il Saraiki e il Punjabi.

1424191142Ho conosciuto Umeed Ali durate un ciclo di eventi culturali che ho co-organizzato a Palermo a metà Aprile 2015 ai quali lui, grande amante della cultura e frequentatore della Libreria Spazio Cultura dove si tenevano gli eventi si è presentato interessato. Alto, dai profondi occhi neri e dal viso di una serietà dolce e pacata, con una generosità d’animo difficile da trovare oggigiorno si è presentato facendoci leggere anche alcuni estratti apparsi su giornali nazionali e locali di prestigiosi nomi che l’avevano recensito o conosciuto. Mi ha raccontato che la sua vita non era mai stata facile e neppure ora, pur trovandosi a Palermo da amici, ma sempre alla ricerca di piccole donazioni per potersi sostenere e inviare soldi alla sua famiglia in India. Ciò che mi ha colpito è stata la sua voglia di parlare: di narrare di sé ma anche di saper ascoltare le vicende altrui, cosa che raramente un recente conosciuto è portato a fare.

Ho scoperto così che nella sua attività di vucumprà che ha contraddistinto la gran parte della sua vita una volta giunto in Italia, ha praticamente viaggiato in su e giù quasi tutta la Penisola e che conosceva città, monumenti, collegamenti stradali e orografia ancor meglio di un qualsiasi nativo. Di esser stato vari anni a Padova dove, anche se non ha amato molto la mentalità della gente adducendo alla loro freddezza e riluttanza, d’altro canto gli è stata propizia perché proprio nel Triveneto è stato appoggiato da associazioni, biblioteche ed enti locali che gli hanno fatto vendere un gran numero di copie del suo libro. Della mia Regione mi ha detto di esser stato a Jesi, Ancona, Falconara Marittima, cioè praticamente di conoscere il territorio abbastanza bene e, si sa, un vucumprà che è costretto a muoversi di continuo e sulle sue uniche gambe è il miglior “viaggiatore” e conoscitore degli spazi che ci possa essere sulla Terra. Il viaggio, che non è un divertimento, è funzionale al sostentamento ma al contempo gli permette di osservare il mondo nelle piccole cose e di conoscere le persone così come il fatto che alla freddezza caratteriale e alla ricchezza (dei sostegni) del Nord da lui sperimentato preferisse la calorosità e la parsimoniosa e reticente offerta della gente del sud Italia. Mi  ha raccontato che ha vissuto tanti anni a Perugia (nella quale ritornerà dopo questa sua permanenza a Palermo) della quale conserva un bel ricordo e insieme abbiamo ripercorso i vari ambienti della toponomastica cittadina che ben conosco perché vi ho studiato due anni. Negli anni in cui io studiavo alla Facoltà di Lettere lui abitava poco distante da Piazza Morlacchi dove, pure, nella nota Libreria-Casa editrice Morlacchi aveva dato alle stampe il suo libro di poesie. Io a quel tempo mi servivo nella stessa libreria per testi universitari e dispense.   

copDurante la serata del 18 aprile in cui alla Libreria Spazio Cultura avevamo organizzato il reading poetico dal titolo “Grandi e Dimenticati: la poesia che non muore”, Umeed ci ha letto tre sue poesie presenti nel libro o, meglio, le ha recitate a memoria in parte chiudendo gli occhi ma dandone sempre il massimo della forza espressiva nel suo italiano, perfetto, con lievi sentori di un difficile percorso di apprendimento. Ci ha spiegato che nelle lingue indiane da lui conosciute una stessa parola in base alla lettura, alla sonorità che ne scaturisce dalla pronuncia è possibile ricavarne significati differenti, completamente distanti tra di loro e che c’è una ricchezza lessicale stupefacente. La sua difficoltà nell’esprimersi nell’italiano, negli anni, non è stato il semplice saper tradurre da parola a parola, cosa meccanica e semplice come potremmo fare tra una lingua neolatina e l’altra, ma andare a vedere se nel relativo termine tradotto in italiano, in effetti, si mantenesse il significato originario del termine, nella lingua pakistana, come lui l’aveva inteso e creato. Un processo senz’altro difficile al quale la sua poetica, raccolta in questo volume bilingue italiano-inglese, si è dovuta piegare ma che, a ben vedere, non ne ha risentito in maniera troppo dura. Così scrive nella poesia intitolata “Dal giorno in cui ho iniziato a scrivere in italiano”: “È difficile riuscire a trasmettere i sentimenti/ in una lingua straniera,/ perciò mi manca sempre qualche parola giusta/ o qualche frase,/ ma quando finiscono queste lontananze, di lingua e colore,/ siamo tutti vicinissimi” (66).

Le poesie di Umeed Ali parlano di solitudini e lontananze, di indifferenze sociali e di disagi che si realizzano distanti dagli occhi dei più, sotto la luce del giorno. Sono parole che risentono dell’offesa subita, della mancanza di aiuto, dell’insensibilità e di una divinizzazione dell’uomo contemporaneo portata all’estremo. Una società in cui, parafrasando Orwell ma anche Sciascia delle Favole della dittatura esistono maiali (potenti) e i topi (vittime) dove i primi che, in cima alla scala piramidale gestiscono l’esistenza di tutti, non fanno altro che incamerare ricchezze, riempirsi la pancia e, cosa peggiore, infischiarsene di coloro ai quali per lo meno potrebbero dare briciole dei loro “pasti” da nababbi.

A Palermo nell'aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali
A Palermo nell’aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali

In questo Bilancio interiore che è il titolo della raccolta, Umeed si denuda sulla carta per raccontarci la durezza di una esistenza improntata alla continua ricerca nell’altro di comprensione, apertura, vicinanza e curiosità. Anche la semplice parola, il regalare una conversazione a una persona sola, depressa, malata o denigrata può significare per essa la salvezza e al contempo scopriremo che sarà stato un regalo anche per noi stessi.

Il libro si apre con la poesia “Per Dio Grandissimo” e il “Dio Grandissimo” di Umeed chiaramente è Allah anche se lui non lo nomina e, parlando con lui di religione, ho percepito la sua indignazione su quel viso scuro prima rilassato e di colpo compunto e un’espressione schifata quando abbiamo parlato della nuova e grave minaccia terroristica che riguarda il mondo tutto. La religione per questi fanatici è solo un pretesto per ambire a qualcosa di più alto con l’aiuto di ingaggi internazionali che forniscono armi e coperture. Li ha definiti con i peggiori epiteti che si possano udire e ogni volta che ne fuoriusciva uno dalla sua bocca percepivo la sofferenza di chi ha sperimentato sulla sua pelle la violenza, la coercizione, lo sfruttamento, l’abnegazione a sedicenti logiche di salvezza.

Umeed è il poeta del sentimento, un uomo che dinanzi a tante difficoltà è riuscito a prediligere il lato umano e il rapporto interpersonale su ciascuna cosa ed è proprio per questo che è in grado di scorgere la bellezza, nella donna o nella natura, quando forse sarebbe più istintivo trovare spazio nello sconforto di immagini fosche e deprimenti: “Tocca la mia fronte/ perché il profumo della tua mano/ possa cambiare il mio destino” (28). Ed anche se la durezza di una vita trascorsa tra difficoltà (“io faccio sempre una dura vitaccia”, 56) e lontananze dai suoi cari è pesante da sostenere ed Umeed ci parla dei suoi “problemi di tutti i giorni” (34) il messaggio finale non è mai cupo, non tende al pessimismo, né allo scoraggiamento poiché, come lui stesso sostiene in maniera lapalissiana,: “La vita è una gioia e pure un dolore/ la vita è un’offesa e pure un amore” (46).

Per un emigrato in un paese talmente diverso dal suo luogo di nascita e dalla sua cultura ci sarà sempre spazio al ricordo, più o meno mesto, di ciò che ha lasciato per altre terre. Trovo che nella poesia “Nostalgia” di Umeed sia contenuto questo sentimento di angoscia-ossessione che lo lega a un passato distante non solo in termini cronologici, ma spaziali, culturali e soprattutto affettivi: nella poesia “Nostalgia” leggiamo: “Mia cara nostalgia rimani con me/ non devi lasciarmi solo/ […]/ Se vuoi stasera andiamo insieme/ in qualche luogo particolarmente bello,/ […]/ e ti racconterò una bella poesia/ dedicata a te, mia cara nostalgia” (60).

Un libro-testamento che ci consegna pensieri sulla vita, sul senso della stessa e su come potremmo tutti vivere meglio se allontanassimo da noi il narcisismo che dilaga, se rifuggissimo l’invidia e abbattessimo l’indifferenza che costruisce giganti di roccia, monadi in sé chiuse e apparentemente autosufficienti. Nessuno è autosufficiente a sé stesso. Nessuna famiglia. Nessuna società. Ed è così che Umeed Ali ci interpella su riflessioni di questo tipo alle quali tutti i giorni non diamo troppo spazio impegnati nei tanti impicci quotidiani assorbiti da una ritualità che ci ha fatto automi: “Se tutti siamo figli di Eva e Adamo, / come mai fra noi così mal pensiamo” (54). Due versi linguisticamente semplici privi di retorica che non hanno la volontà di metter a giudizio nessuno, ma di aprire alla consapevolezza in unione con una contemplazione e profonda gratitudine verso il Dio creatore che dobbiamo pregare, invocare e sentire vicino a noi, come un grande amico a guidarci verso il bene mettendo fine a ciascuna idea che consacri la violenza e il sopruso tra gli uomini: “Vergognati egoista, hai sempre sete/ del sangue del tuo fratello innocente./ Non devi scordare che esiste un vero potete, grandissimo/ Di universale misericordioso” (64).

I versi di Umeed riguardano verità sacrosante che vanno scolpite sulla roccia e incise sui muri delle città affinché restino lì, perentorie a informarci quale può essere lo spauracchio che dilania la comunità per chi ne svia il percorso e s’imbatte in territori dove la moralità e il senso di rispetto sono stati relegati a categorie inutili. La forza della parola è altisonante e diventiamo amici di Umeed uomo-esule-vucumprà-poeta-cittadino di nessun luogo che con l’arma più potente e persuasiva ci permette di guardare dentro di noi con più convinzione e serietà. Il suo verso si fa ora canto, ora preghiera, ora denuncia ora sdegno e commento critico sul mondo e nel complesso ci consegna un compendio autentico e sofferto del suo arcobaleno emotivo che, a intervalli, riaffiora nel cielo dopo momenti di pioggia e oscurità: “Quanto è bello stare con se stessi,/ raccontarsi di cose profonde/ e anche ascoltare se stessi” (92).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 30-04-2015

 

Stile Euterpe vol. 2 – Come partecipare all’antologia su Aldo Palazzeschi

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I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso proporre il secondo volume del progetto Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.

Il primo volume di questa iniziativa è stato dedicato al poeta siciliano Leonardo Sciascia e l’antologia porta il titolo Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà (PoetiKanten Edizioni, 2015, 124 pp., prefazione di Nazario Pardini e postfazione di Antonio Spagnuolo, ISBN: 9788894038859, costo 10€; per acquisti: rivistaeuterpe@gmail.com).

 

Il progetto:

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.

I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile,  alle tematiche e al curriculum letterario che ha caratterizzato l’intellettuale Aldo Palazzeschi. Il volume porterà il titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, il futurista, l’ironico.

Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore fiorentino, alle sue fasi poetiche, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche di fondo della sua carriera poetica e della sua produzione narrativa (Sorelle Materassi, Il codice di Perelà,..) nonché saggistica quale firmatario di vari manifesti futuristi.

L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Palazzeschi, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore toscano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile di uno dei più poliedrici intellettuali del primo ‘900. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.

 

Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:

I partecipanti potranno presentare:

– 1 saggio breve o articolo (massimo 5mila caratteri spazi esclusi);

– 2 poesie (massimo 25 versi);

– 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi).

Ci si può candidare sola a una delle tre categorie.

I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 20 settembre 2015.

La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).

Entreranno a far parte dell’Antologia un massimo di 20 poesie; 10 racconti; 5 saggi brevi.

La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a PoetiKanten Edizioni e sarà dotata di regolare codice ISBN, immessa nel mercato librario online e disponibile al prestito in alcune biblioteche comunali della penisola dove i volumi verranno depositati.

La partecipazione al concorso è gratuita.

L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 25€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.

I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.

 

Premiazione:

Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.

In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.

  

Info:

www.rivista-euterpe.blogspot.com

rivistaeuterpe@gmail.com

Anna Scarpetta su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

NEOPLASIE CIVILI

Silloge poetica di  LORENZO SPURIO

 

Recensione di ANNA SCARPETTA (Poetessa e scrittrice)

 

             

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

 Neoplasie Civili di Lorenzo Spurio è il primo libro di poesie che ha incuriosito e continua a incuriosire non solo i critici ma anche il numeroso pubblico che  segue le costanti novità editoriali, fresche di stampa, del giovane scrittore e saggista.

               Il titolo di questa Silloge è incredibilmente mirato, abbastanza forte e preciso, per narrare, in versi, l’essenzialità di tutti quei malesseri oscuri di un mondo malato da troppi mali sociali, così profondi e gravi: taluni lasciati nella più completa indifferenza e degrado, altri, invece, rimasti come tracce di storia da ricordare. Tuttavia, sono sempre mali neoplastici, tra virgolette, del nostro pianeta. Invero, mali che deteriorano quei valori sani di una società costantemente offuscata  da troppe crudeli violenze, miste di terrori e soprusi così miserabili. Il libro è davvero profondo e risalta quei valori sociali che sembrano aver perso il giusto passo con la realtà, così come si può constatare in questa poesia, Polvere e Sangue: “ (…) Alla nuda  frontiera del mondo/ impavidi  cecchini sparavano, uccidendo soldati amici(…)”. pag. 35; o  ancora meglio specificato in questa lirica dal titolo Kalashnikov d’estate, in cui il poeta, con sottile stile sostanzioso, enuncia:”(…) Lì tra le torok di polvere e i chawaree di terra depressa/ morivano uomini./Un prepotente capotribù era saltato in aria/con figli, amici e sconosciuti/ poco lontano dal mercato (…)”.  pag. 24

               Invero, le liriche sono pregne di reali contenuti, inerenti ai mali che affliggono l’umanità dei nostri tempi che non appaiono mai così giusti e maturi abbastanza per guarire ogni crudele ferita inferta, quando ancora sanguina nella memoria della nostra storia, sia passata che presente. Mi piace, altresì, evidenziare taluni versi, assai forti, di Lorenzo inPolvere e sangue, in cui i mali sembrano raggiungere livelli impensabili, quando egli afferma: “Quelle pietre perfette/ assorbivano sangue, diventando tumori in metastasi. Un vecchio fumava/ stanco dell’oppio e mugugnava frasi d’odio. I bambini giocavano addolorati/fra le pozzanghere nere, senza fine. (…)” e di nuovo  ribattono i versi incalzanti, dicendo la verità: “(…) Non ho mai avuto tanto freddo;/ serravo i pugni con sovrumana forza/con la speranza di polverizzarmi (…)”. pag. 35

               La visione di questa poesia risulta perfetta come metafora, la bravura di Lorenzo Spurio riesce a descrivere la durezza delle pietre pregne di sangue, destinate nel tempo a divenire tumori in metastasi, proprio quando cala silenzioso il velo dell’indifferenza. Sicché, s’intuisce chiara la rassegnazione di un vecchio che fuma,  rimuginando, tra sé,  solo frasi di odio. Peraltro, mi risulta spontaneo citare altri versi significativi, in un dialogo, quasi intimo, ovvero, un lento interrogarsi continuo senza mai giungere a risposte giuste. In effetti l’autore si apre, dicendo in Colloquio: Ho guardato la terra  e le ho chiesto dove andasse/ usando un linguaggio di vergogna/ per ammazzare noiosi secondi” (…) pag. 52. Anche  la limpida e tenera lirica  A una madre, risulta inequivocabile quando recita: “(…) Le lacrime di un popolo scivolano copiose, per un momento; quelle di una madre/non trovano fine”. pag. 15

               Ebbene, tutto incentrato nel cuore malato del mondo, sin da subito, si rivela particolarmente interessante questo libro di poesie di Lorenzo Spurio. Mi piace aggiungere,è un modo assai singolare, di saper narrare, dialogando, con giusta misura, nelle succinte o aperte descrizioni di certune delicate tematiche. Invero, una silloge, di poesie così originali e impegnative, preparata in grande stile, che si presenta al pubblico, ben nutrita di particolari, mettendo in risalto, una molteplicità di eventi accaduti. In sintesi, i versi del poeta scandiscono con incisiva espressività un lento, continuo scorrere di accadimenti avvenuti, nel mondo, in una sequela  impressionante, davvero inquietante, in veste di delicati temi sociali, tutti avvolti da un alone inconfutabile di veridicità così intrigante. Poesie, peraltro, frutto di un costante lavoro assai minuzioso, che scorrono fluide come l’acqua di un fiume agli occhi di chi legge.

 

               In sintesi, l’ampia finestra, di questo libro, si apre generosa sul mondo per lasciare intravedere tanti minuziosi flash istantanei di quegli eventi, misti di orrende violenze, nonché, duri soprusi. Ma, tuttavia, evidenziano anche periodi di tanta tirannia e suicidi che abilmente  Lorenzo ha saputo catturare con la sua curiosità.  Difatti, i versi descrivono la brutale follia di uno scrittore francese, Dominique Venner, morto suicida il 21 Maggio del 2013 nella cattedrale di Parigi. Invero, anche in questo tragico avvenimento, i versi dell’autore risultano abbastanza incisivi in Notre-Dame De Paris: “(…) In cattedrale si suicida uno scrittore/per sdegnare il tormento/di gravosi e disoneste leggi/contro-natura, che spaccano la Sacra Famiglia (…)”. pag. 22.

              Dunque, accadimenti  importanti, che hanno comunque scosso il mondo per la tragica morte della principessa, Lady Diana. In realtà, nella lirica Verde per sempre, Lorenzo, inequivocabilmente, enuncia: “(…)Non era stata regina,/ ma principessa declassata di titoli, onori/e infangata da accuse e presunzioni” (…). pag. 20

               Leggendo con attenzione il libro, ebbene, non si può non lasciarsi coinvolgere da questi versi, marcati dalla durezza degli eventi che sembrano interrogarci con estrema inquietudine, in Non più favole, in cui Lorenzo dice chiaro: “Non era tempo per favole/e idiote freddure, quello./ Il sole riscaldava l’erba/l’aria e il cemento, ma non me” (…) pag. 34.  La minuziosa ricerca accurata, del poeta, va oltre alla visione di taluni tragici fatti, esaltando, in genuini versi, molte crudeltà consumate in paesi stranieri, come in Turchia, durante un clima di forte repressione nel giugno del 2013.

               I versi di Neoplasie civili, in concreto, raccontano dure verità, in una sequela  inaudita di squallori, misti di dolore e forte sofferenza di un popolo governato col pugno duro e autoritario, così come descrive Lorenzo Spurio in Non abbattete quegli alberi!: “Nelle strade tra polvere e odio/indignazione e difesa ecologica/la voglia di libertà/ stringeva alle mani/il verde futuro/ di una patria, affollata nelle preoccupazioni,/ massacrata nelle opposizioni,/ martoriata dalle aberrazioni,/ di un capo pur eletto/ ma non più amato.” (…) pag. 39.

               Infine, nella bella lirica: Alla piazza di sangue, Lorenzo risalta una speciale visione di un pubblico rumoroso che rimane affascinato dinanzi ad uno spettacolo di tori eroici nell’arena. Così gli estasiati versi immortalano certe scene abbastanza chiare:  “Un vecchio registrava affanni/e claudicante ricercava/ il suo posto all’ombra. |Holà! (…) Il clarino suonò dolciastro,/la folla estasiata si godeva quei terzi/nell’arena appiattita. |Aca toro! (…) Qualcuno avrebbe mangiato una coda/in una taverna della plaza./L’avrebbe condita con patate, come pregiatissime medaglie/di un bottino ritrovato. (…)”. pag.46/47

               In conclusione, la nuova poetica di Neoplasie civili s’impone con minuziosa accortezza e narra drammi umanitari sparsi nel mondo. La nuova silloge di poesie di Lorenzo Spurio sembra proprio  che c’inviti, in sintesi, a riflettere seriamente, con un bel suo pensiero, rivolto a tutti, indistintamente, ch’io racchiuderei così: “Benvenuti nel nostro mondo infernale, coi mali orrendi, coi suoi soprusi, coi suo contrasti accesi, coi risvolti di mille facce e sfaccettature, che ci tolgono il respiro. Tante sono state le vicissitudini che abbiano dovuto sopportare, con fatica, per dimenticare. Le abbiamo sopportate inermi, attoniti, fino a toglierci il piacere di una serenità che nessuno avrà mai più”. Ecco, mi piace concludere così questa doviziosa raccolta di liriche, così intensamente forti, vere. A mio dire, neppure un bravo reporter, in giro per il mondo con la sua macchina fotografica avrebbe potuto fotografare meglio tutto ciò che Lorenzo ci ha descritto, minuziosamente, in questi magnifici, reali, versi.

 

 

Novara, lì 26.04.2015                                                                        Anna Scarpetta

Il verbale di Giuria del I Premio Letterario “Città di Fermo”

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1° Premio Letterario “Città di Fermo”

VERBALE DI GIURIA

 

  

Le Commissioni di Giuria del I Premio Letterario “Città di Fermo” così composte:

Poesia: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Lella De Marchi, Renata Morresi e Cinzia Franceschelli

Racconto: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti, Luca Rachetta, Marco Rotunno e Fabiano Del Papa

dopo lunga e attenta operazione di lettura e valutazione dei materiali pervenuti, ha stilato il presente verbale contenente la classifica finale del premio e indicazioni importanti circa la serata di premiazione.

 

 

SEZIONE A – POESIA

Vincitori assoluti

1° Premio: FILOMENA MARTIRE (Roma) con la poesia “Il mio mare”

2° Premio: ENZO BACCA (Larino – Campobasso) con la poesia “Ti porterò un fiore Ahmed”

3° Premio: ROBERTO BORGHETTI (Ancona) con la poesia “In morte di un padre”

 

Premi Speciali

Premio del Presidente del Premio: MICHELA ZANARELLA (Roma) con la poesia “Come volano i gabbiani”

Premio del Presidente di Giuria: MARIA CHIARA QUARTU (Garbagnate Milanese – Milano) con la poesia “Lettera dalle stelle”

 

Menzioni d’Onore

ANTONIO DAMIANO (Latina) con la poesia “Pasubio”

CHIARA CAPPUCCINI (Scandicci – Firenze) con la poesia “Perfezione”

GIORGIA SPURIO (Caselle di Maltignano – Ascoli Piceno) con la poesia “Chi sono”

LORIANA CAPECCHI (Quarrata – Pistoia) con la poesia “La vita, un tracciato d’amore”

MARIA GRAZIA TOMASSINI (Riano – Roma) con la poesia “Oltre l’orlo scucito del tempo”

MAURIZIO BACCONI (Roma) con la poesia “Un porto nella nebbia”

ROSANNA DI IORIO (Cepagatti – Pescara) con la poesia “Ho visto le tue mani farsi voce”

STEFANIA PELLEGRINI (Nus – Aosta) con la poesia “Amàli”

TULLIO MARIANI (S. Giuliano Terme – Pisa) con la poesia “Paco de Lucía”

 

Segnalazioni

BARTOLOMEO BELLANOVA (Pianoro – Bologna) con la poesia “Le campane di Natale”

GENNARO DE FALCO (Milano) con la poesia “Viale Stelvio 67”

ILARIA FRAVOLINI (Roma) con la poesia “07.30”

LORENZO CARMINE CURTI (Morano Calabro – Cosenza) con la poesia “Un battito di ciglia”

LUCIA BONANNI (S. Piero a Sieve – Firenze) con la poesia “Fado”

OLIVIERO ANGELO FUINA (Oggiono – Lecco) con la poesia “Lui fronda nella brezza d’infinito”

RENATO PIGLIACAMPO (Porto Recanati – Macerata) con la poesia “Messaggio di voce”

SONIA LAMBERTINI (Ferrara) con la poesia “Brindo alla contraddizione”

STEFANO BALDINU (S. Pietro in Casale – Bologna) con la poesia “A due passi da uno specchio”

VINCENZO SCRETI (Sermoneta – Latina) con la poesia “Sant’Anna di Stazzema”

SEZIONE B – RACCONTO

 

Vincitori assoluti

1° Premio:  ANTONIO GIORDANO (Palermo) con il racconto “Ballarò”

2° Premio:  GLORIA VENTURINI (Lendinara – Rovigo) con il racconto “Come le mele”

3° Premio Ex-Aequo: ELISA MARCHINETTI  (Noceto – Parma) con il racconto “La parrucca”

3° Premio Ex-Aequo: ARMIDO MALVOLTI (Castelnuovo ne’ Monti – Reggio Emilia) con il racconto “Gervasio l’idealista”

 

Premi Speciali

Premio del Presidente del Premio: GIOVANNINO GIOSUÈ (Avezzano – L’Aquila) con il racconto “Le stelle non si raccontano”

Premio del Presidente di Giuria: DANIELE DONATI (Ascoli Piceno) con il racconto “La maschera di Carminio”

 

Menzioni d’Onore

ELISABETTA GHISELLI (Sassocorvaro – Pesaro-Urbino) con il racconto “Fave e crisantemi”

MANUELA GIACCHETTA (Ancona) con il racconto “Anna De Caroli in De Caroli”

MARIA TERESA MONTANARO (Canelli – Asti) con il racconto “Frammenti di vita”

PIERANGELO COLOMBO (Casatenovo – Lecco) con il racconto “La sete”

ROSSANA GUERRA (Sant’Ippolito – Pesaro-Urbino) con il racconto “La signora della Posta”

 

Segnalazioni

ANDREA MAURI (Roma) con il racconto “Viaggio nella notte”

ANTONIETTA LANGIU (Sant’Elpidio a Mare – Fermo) con il racconto “L’uomo sulla panchina”

AZZURRA MARCOZZI (Giulianova – Teramo) con il racconto “Zamfira”

DANIELE MASSI (Trecastelli – Ancona) con il racconto “A me gli occhi”

FRANCESCA COSTANTINI (Pesaro) con il racconto “Avanzi di vita”

LAURA COPPA (Arcevia – Ancona) con il racconto “Un pupazzo”

LUISA BOLLERI (Empoli – Firenze) con il racconto “Dal ponte”

 

 

Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione al concorso i Premi consisteranno in:

Vincitori assoluti

1° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 150€

2° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e 100€

3° Premio: Targa, diploma con motivazione della Giuria e libri

Premi speciali: Targa e diploma con motivazione della Giuria

Menzioni d’Onore: Coppa e diploma

Segnalazioni: Diploma

 

Pubblicazione in antologia

Tutti i testi dei Vincitori Assoluti, dei Menzionati e dei Segnalati verranno pubblicati in antologia. Per i vincitori Assoluti il proprio testo sarà corredato dalla motivazione della Giuria del conferimento del Premio.

Tutti gli autori (vincitori assoluti, menzionati e segnalati) sono tenuti ad inviare il loro testo con il quale sono risultati vincitori in formato Word a mezzo mail all’indirizzo premiocittadifermo@gmail.com entro e non oltre il 5 maggio 2015.

I testi inviati in digitale dovranno essere identici a quelli inviati in cartaceo e non dovranno pertanto riportare cambiamenti, correzioni od aggiunte.

Il presente messaggio non verrà reiterato a mezzo mail o telefonico ed è dunque ultimo e perentorio.

L’antologia del concorso sarà disponibile alla vendita il giorno della Premiazione direttamente all’entrata della sala dove si terrà la cerimonia conclusiva del Premio.

 

Ritiro dei Premi

Come indicato al punto 11 del bando di partecipazione i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

Stessa cosa è da intendersi per coloro che hanno ottenuto una Menzione d’Onore, una segnalazione o un Premio Speciale.

 

La premiazione si terrà domenica 31 maggio 2015 a partire dalle ore 17:30 presso la Sala dei Ritratti del Comune a FERMO nella centrale Piazza del Popolo.

Si richiede la gentilezza di confermare la propria presenza o, diversamente, la propria impossibilità ad intervenire entro il 21 maggio p.v. ossia dieci giorni prima della Premiazione, per permettere una più attenta organizzazione dell’evento e delle eventuali tempistiche.

Per ogni altra richiesta di informazioni inerente alla Premiazione, si rimanda ai contatti mail presenti al termine del verbale.

 

LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria

SUSANNA POLIMANTI – Presidente del Premio 

 

Fermo, lì 27 Aprile 2015

  

 

Per info:

premiocittadifermo@gmail.com

Pagina FB

Sabato 18 aprile a Palermo il reading poetico in onore dei “Grandi e dimenticati”

Sabato 18 aprile 2015 a partire dalle ore 17:30 si terrà a Palermo presso La Libreria Spazio Cultura (Libreria Macaione) il reading poetico dal titolo “Grandi e dimenticati: la poesia che non muore” organizzato dalla Rivista di letteratura “Euterpe” in collaborazione con i blog di Luigi Pio Carmina ed Emanuele Marcuccio e la rivista “Postillare”.

Al reading interverranno i poeti:  Anna Maria Bonfiglio, Maria Bufalo, Luigi Pio Carmina, Pierangela Castagnetta, Francesco Paolo Catanzaro, Rosa Maria Chiarello, Palma Civello, Pietro Cosentino, Francesco Ferrante, Emanuele Insinna, Raffaella La Ferla, Francesca Luzzio, Claudia Magliozzo, Emanuele Marcuccio, Emilia Merenda, Pietro Mistretta, Giuseppe Pappalardo, Guglielmo Peralta, Michela Rinaudo La Mattina, Lorenzo Spurio che daranno lettura ai loro componimenti ispirati o dedicati a poeti ed artisti nazionali e internazionali, molti dei quali di nicchia e ingiustamente dimenticati dalla critica ufficiale. 

L’ingresso è aperto al pubblico e la S.V. è invitata a partecipare.

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

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Lucia Bonanni legge e analizza l’antologia poetica sulla città curata da Lorenzo Spurio

BORGHI, CITTÀ E PERIFERIE

L’antologia poetica del dinamismo urbano

a cura di LORENZO SPURIO

Nota critica di lettura di Lucia Bonanni

 

cover agemina stesa-page-001“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del discorso é segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Il filo segreto che unisce il discorso di questa raccolta antologica è ordito su un telaio immaginario e la spoletta passa da una città all’altra a tramare un arazzo di testi la cui rappresentazione artistica è data dalla voce di più figure poetiche.

Così abili mani  annodano argomenti quali le bellezze architettoniche e paesaggistiche, i ricordi, il contrasto tra la realtà del passato e quella del presente, il disagio esistenziale, il degrado dell’ambiente, la diversità, l’inquinamento, le trasformazioni subite dai centri abitati, la mancanza di lavoro, la speculazione edilizia, i vari accadimenti, il progresso tecnologico, l’emigrazione, le marginalità, le tradizioni popolari, le menzioni più o meno esplicite ai grandi poeti nonché il dialetto e quelle “escursioni fuori porta” che invitano il lettore ad una continua metamorfosi di analisi e sintesi e identificazione con i testi letterari.

“Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano” ed “È dolce il tuo abbraccio, così intenso e corposo,/ed io mi ritrovo ragazza, quando a vent’anni, /mettevo radici forti ai miei sogni infiniti” come dice Anna Scarpetta, pensando alla sua città, Napoli, il cui viso è ben scolpito nella sua mente con “il mare che scivola e unisce il limite del cielo” e   dove adesso “si fatica, per via della crisi, ad andare più avanti”.

Ma il passato delle città è anche “un segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole” e per Vincenzo Monfregolanon è facile raccontare dei sorrisi nati nel  degrado”, però l’autore non perde mai di vista la capacità di saper affermare la propria dignità di uomo e la “grande voglia di rivalsa”, cercando una catarsi anche dove “i fiori neri sembrano belli”; e se Anna Scarpetta ci dice delle bellezze architettoniche e paesaggistiche della sua città, Vincenzo Monfregola vuole “un prato verde/con alberi grandi” per raccontare al mondo di una gioia che chiamano vita. Ma nell’immaginario di ciascuno “Napule è” pur sempre “mille culure… e a voce de’ creature che saglie chianu chianu”.

La memoria storica di ogni città è scritta “negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre” e troviamo Luigi Pio Carmina a firmare la tela di un acquerello in cui Palermo è rappresentata in ogni suo aspetto, dai mosaici di Monreale, alla Vucciria dei mercati, ai veri quartieri cittadini, al festino dedicato alla Santuzza, alle bellissime spiagge dove le onde del mare alla sua “ode donano colore”; e poi c’è monte Pellegrino “antica roccia” che si erge dalle “salse acque/di Palermo” e che porta Emanuele Marcuccio a chiedersi perché le sue strade “stridono luttuose” e “remoti mali” la schiantano, realtà a cui fa riferimento anche Carmina, dicendo che l’intera isola “Chiu bella fussi senza vossia”, cioè senza quelle persone “carenti di onore” che si aggirano tra aranceti e vigneti.

Un populu/mittitilu a catina/spughiatilu/attuppatici a vucca/è ancora liberu. Livatici a tavula unni mancia/u lettu unni dormi/ è ancora riccu” un popolo diventa povero e servo “quannu ci arrubbanu a lingua”, allora è perso per sempre, è perso perché perde la propria identità culturale, le proprie radici, quella identità tramandata di padre in figlio  con gli usi, i costumi, le tradizioni che lo rendono forte e rispettabile. Però a Carmina “ni ristò a vuci d’idda” per cantare la propria terra come la voce di lei,  quella della madre, la parola dialettale, resta a Marinella Cimarelli che con piglio felice e fare giocoso ci fa conoscere la città di Jesi che è “’na bella cittadina… trullarero trullallà senza Jesi ‘n se po’ sta’” anche perché questa città con tutti quei nomi dei campioni , ha il vanto di essere la città dello sport per cui “non è fantasia, ma pura realtà… che questa seguro è la città de Jesi!”. E la parola dialettale resta anche per Mario De Rosa  che ci narra di Morano Calabro con profonda nostalgia tanto che “ti scinni ‘nd’u coru nu’ scurunu” perché poco distante da L’Annunziata “c’è un vicinato/dove prima regnava l’allegria/di gente buona/di gente buona con le vecchie usanze/che faceva teatro in mezzo alla via”. Il medesimo sentire si riscontra nei versi di Sandra Carresi che in “giro fra le bancarelle sotto il sole cocente d’agosto” ripensa che un tempo era tutto diverso, quando in giri valzer o danze più scatenate davano vita a legami amorosi, mentre nel tempo dell’oggi “nessuna musica, ognuno in casa  propria riposa… nella piazza solo qualche chiacchiera” e bottiglie vuote saranno “silenziose testimonianze del tempo che racconta il suo passaggio”; un passaggio  che si ferma in quella che è “una delle più belle Piazze del Mondo” per la rievocazione di un’antica usanza primaverile in cui il carro brucia e la “colombina (che) s’è rotta”. Intanto l’Arno continua a scivolare sotto i ponti “come un poeta visionario” e “a scalare/con fragore/le cascate” e Maria Luisa Mazzarini attraversa il ponte e dopo la Messa in chiesa va alla ricerca della tomba del Poeta. Dagli indizi che ci dà l’autrice, penso si tratti del ponte Vespucci che porta al quartiere di San Frediano e di lì per via Pisana a Badia a Settimo dove si trova la tomba del Poeta. Ma proprio perché si tratta di quel poeta che presso le Giubbe Rosse cercava di vendere i suoi Canti Orfici, mi piace immaginare che il ponte sia quello di Santa Trinità dove “i piloni fanno il fiume più bello/e gli archi fanno il cielo più bello”. “Dino Campana/Poeta 1885-1932” è l’epigrafe sulla tomba che si trova nella cappella della chiesa di San Salvatore. “Le donne dicevano ai ragazzi: è il poeta! senza sapere chi” scrive Piero Bargellini che dal cimitero di San Colombano fece traslare le spoglie mortali di Dino Campana nella chiesa di San Salvatore. “Sulle increspature/dell’Arno al tramonto/si è specchiato il tuo volto” e forse quello che cerca Anna Grecu è il volto del Poeta che in giro per la città “fugge l’inganno/di (quel) mare in tempesta” che è la sua stessa esistenza.

La metropoli, come ricorda Michela Zanarella, “ha i colori del tempo… nelle enormi arterie (si ) divorano mescolanze (e) grigie abitudini”, terreno fertile del disagio sociale, delle solitudini, delle marginalità, delle distanze e “tra casucce ammonticchiate/e vicoli oscuri”, quelli descritti da Francesca Luzzio, si vedono  “ventri gonfi di bambine/che danno vita/ma non sanno come” mentre il “passo tremante di ubriaco” rammenta ai passanti che “Si è/ vasi fragili/davanti/a certe aporie/dello spazio-tempo”, davanti a problematiche che non offrono soluzioni, che affannano e allontanano anche dall’essere persone coscienti del sé, per cui “nessuno sa/cercare/un passaggio orientato/nelle antinomie post moderne dell’identità” come sostiene Lucia Bonanni che insieme a Maria Rita Massetti nelle “cartilagini del tempo” vorrebbe rinvenire il “sospiro dei secoli… sui muri smemorati” delle case che cadono nel silenzio per destarsi poi “nel livore di un’alba/ancora assopita… assetata/di colori e rugiada”.

Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta… scricchiola e si corrode ogni pietra, da secoli” scrive Salvatore Quasimodo nella prefazione del testo La terra del rimorso, sintesi della ricerca etnografica in Salento, condotta nel 1959 da Ernesto De Martino per studiare il fenomeno del tarantismo dal punto di vista storico, culturale e religioso. Fenomeno velatamente evocato nei versi di Teresa Anna Rita De Salvatore che in quella “Lecce franta nel ricordo” fa rivivere “gli incubi antichi” di una città quale “isolato tempio” con “i sogni dei poveri/(che) andavano a vedere in piazza i presepi” mentre i giocattoli grandi erano riservati soltanto ai bambini più ricchi. Ma la Puglia non è soltanto tarantismo, povertà e solitudine, essa è una terra ricca di arte, di storia, di cultura e di fede che si manifesta in “Cuore e spirito” all’interno  di un “sacro luogo di riconciliazione” dove ci conducono i versi di Maria Pompea Carrabba, decisa a difendere il “sacro luogo del cuore” in attesa che San Nicola faccia ritorno nella chiesa e si avveri “il sogno di un piccolo paese”. E “tra scorie di viaggi logori”, come vuole la tradizione “A piombo rappreso,/il Santo, nel suo tempio d’altezza,/guardava sonnolento” la città di Ancona di cui è Patrono; in questo caso è Lorenzo Spurio a narrare le atrocità inflitte a San Ciriaco, obbligato a ingoiare piombo fuso e poi decapitato. “Con Betlemme/hai piantato un ulivo” e in questi tempi di amarezze  il pensiero della De Salvatore si unisce a quello di Anna Scarpetta e va verso la Terra Santa dove il prezzo della cristianità è costato  sacrificaci crudeli per mano di “furiosi gendarmi”. La fede che è accoglienza, speranza, unione di cuore e spirito, accettazione dell’altro, condivisone, aiuto reciproco, nei versi di Elvio Angeletti  apre anche al “musicante (che sta) ancora lì/solo nel suo destino/ad aspettare la mano di una  amico” come si volge a chi è diverso,  “diverso da chi e da cosa/c’è forse una regola/c’è forse uno stampo” si interroga Franco Andreone, ricordando un giardino “nel bel mezzo di una piazza” dove un tempo “andava a far scorrazza”.

Un ragazzo moccioso/(con i) pantaloni larghi e  sporchi/(ma) lesto, furbo e sapiente”, tradito dagli uomini, si staglia nelle parole di Emanuela Di Caprio come nel dire di Osvaldo Crotti si anima un “temprato guerriero/dallo spirito ribelle/pioniere di lotte senza fine/unico e degno/ maestro/di tanta dignità” il Clochard con “gli occhi pieni di stelle” che vive per strada e la sua coperta è “un cartone e un pizzico di luna”. Tante volte nelle vie cittadine si incontrano “cani legati al guinzaglio dai loro padroni/che fanno il giro per i loro bisogni come barboni”, ma sono pigri e indifferenti con gli occhi pieni di tristezza e persino il loro abbaiare è diventato così poco credibile da sembrare addormentato; di questo si rammarica Patrizia Pierandrei che con occhio attento riesce a notare ciò che in altro contesto aveva subito notato il povero Marcovaldo un mattino mentre aspettava il tram. “Chissà da dove vengono quei poveri funghetti,/il vento forse li ha costretti,/a crescere tra le dure pietre lastricate”, ma quei funghi non possono nutrire né il barbone e neppure l’emigrato. Dato che “l’arte vuol sempre irrealtà visibili” proprio come afferma J.L. Borges, vediamo Cristina Lania perdersi nelle vie della sua  città, ricordando i fasti passati e l’autrice ritorna dove “la Madonnina del Porto/si erge come eterea vision/nitida nella sua unicità” e il mare è “effluvio e respiro della (sua) terra (e) Zancle non è più chimera lontana /(mentre) il cielo si frantuma in cristalli di luce”.

Per Francesco Paolo CatanzaroNella piazza il vecchiume si crogiola al sole./La città è solenne/nei suoi vapori di smog e di frenesia metal meccanica”, “Ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo,/quanto la ferraglia, l’acciaio/inondi il paesaggio/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà” in quel cuore di latta che, secondo l’autore,  ha adesso la città.

Ma la città è anche incanto e bellezza che giungono come un’eco sulle musiche di Respighi che celebra i pini e le fontane di Roma “per riapparire ancora” tra le righe di Giuliana Montorsi e in quelle di Michela Zanarella  in un “abbraccio universale/ eppur donato a ognuno” e “dove le pietre fondono memoria/freme l’asfalto confuso/ed il Tevere veglia/il sotterraneo mutare dell’aria/(che) si rinnova nell’incanto dei palazzi/e nello zampillo limpido delle fontane”. Cristina Vascon scrive che “tra le nebbie/sboccia una luce (e) mille albe si stemperano/in rugiade/(mentre) tra solchi d’immense nuvole/germoglia il sole”. Le due autrici, entrambi venete, fanno tornare alla mente i palù, quei paesaggi delle aree pianeggianti tra il Veneto orientale e il Friuli e il cui termine è usato al plurale come metonimia per indicare le aree prative dove cresce il palù, un’erba del genere carex, diffusa in quelle zone, oggetto di studi antropologici e rivisitata anche nei componimenti di impegno sociale, scritti da Andrea Zanzotto.

Dalla malinconia dei campielli si va “verso i pioppi sugli argini/là dove la curva del fiume/risplende/come lastra d’oro” e il fiume lambisce la città in cui “le cuspidi ardite/riecheggiano un passato di furiose/e crude lotte tra fazioni avverse/i merli ghibellini/sul mobilissimo Palazzo Gotico” mentre la nostalgia pungente per la propria terra si fa posto nella mente di  Giorgina Brusca Gernetti e gli echi delle aspre lotte per le investiture fanno pensare alle due torri, divenute nel tempo simbolo della città di Bologna. Elisabetta Mattioli ne ammira la statua del Nettuno “in connubio/ assieme all’acqua/e protettore silente/di un mare senza spuma/unito a una città senza tempo” mentre per Bartolomeo Bellanova Bologna si configura come “un luogo dato agli spettacoli” con i “passi che vanno e vengono, oscillano,/barcollano su un copione scritto/barcollando su una pagina bianca,/scia d’inchiostro esaurito” e il poeta resta “quello che nasconde i cocci sotto pelle,/aspettando la notte dopo”.

Nella profondità cittadina” di Francesco Paolo Catanzaroil vecchiume si crogiola al sole” e la città mostra il suo cuore di latta e quello che prima era un piccolo borgo si è ampliato e ha subito profonde trasformazioni e “ci si accorgerà nel corso del tempo/quanto la tecnologia ha prezzo/ e provochi lo tsunami della civile inciviltà”. Nell’orizzonte poetico di Gianluca Papa si profila la “torre alta/ovattata finestra/ indicibile/luminosa gloria” di Pisa, oggi splendente nei suoi alabastri. Felice di narrare le proprie emozioni, Massimo Rozzi volge il pensiero agli amici e da esule pone lo sguardo “alla meta della domenica”, il suo paese, dove adesso “i giovani trovano una speranza/sul loro futuro senza scappare”. Dalla profondità del silenzio come epifanico sentire prorompe la voce letteraria di Renato Pigliacampo, nemico talvolta a se stesso, “teso nei sogni” delle colline marchigiane che “nelle sere che calano sul mare” ancora gli parlano nella lingua dei padri per rinsaldare il vincolo d’amore con il proprio territorio e “oltre il Colle dell’Infinito” esiliato “in terre padane” allorché si affacciava alla vita ed ora tiene in un “abbraccio d’amore la sua Porto Recanati.“le luci rifrante, le case, i palazzi…/ e cerchi concentrici si intersecano allargandosi./E si dissolvono, emulando le vite… Cambieranno i passi, stanotte al molo,/e le barche r i marini moti” e là, oltre la risacca che si frange lungo la linea del porto, “Distante il falso/ mare rivendica/ la sua libertà incarcerato//in una fotografia ritoccata” e  Daniela Gregorini  all’alba  si ritrova a ballare tra i “tavoli impazziti” di una folle città per evadere verso le illimitate sponde del tempo mentre aspetta un tram “flouato”.

Nelle escursioni fuori porta anche all’estero, troviamo anche le città di Lorenzo Spurio che racconta di “cocci taglienti e scarpe spaccate/nella piazza centrale, assedio,/ contro un capo-cecchino/schifoso, come tutti i capi in guerra” e “la temperatura era buona, infingardi cani neri/agguantavano al collo/con guizzanti morsi”, trasformando il faraone di pietra in un “colabrodo/ di sangue rubato (e) i bambini rubavano il mare/con gli occhi bagnati”. Versi, questi, che ho avuto modo di apprezzare nella lettura della sua silloge Neoplasie civili (Agemina, Firenze, 2014) ed evocano altre piazze di libertà e indipendenza dal faraone di turno.

E per tutte queste caratteristiche “la città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare”.

Un lavoro poderoso, superbo, unico nella sua rara composizione quello che ha svolto Lorenzo Spurio, curatore di questa antologia poetica che nella selezione dei brani poetici ha dato vita ad un coro polifonico, ad una partitura in canone in cui ciascuna voce parte da un punto di vista personale e si ritrova in sintonia con i pensieri, i concetti, i contenuti, i sentimenti, le emozioni, le delusioni, i desideri, le paure, le vicissitudini in un labirinto di idee, legate le une alle altre da un unico tema, la città, ovvero da quel dinamismo che fa di ogni centro abitato un organismo vivente; un organismo il cui nucleo resta sempre il cuore pulsante dell’Uomo che sa irrorare le sue cellule di linfa vitale in uno scenario sempre mutevole e affascinante.

Onorata di far parte di questo lavoro e di questa compagine di sognatori che amano la Poesia.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, lì 9 aprile 2015

Francesca Luzzio su “L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni (2015)

 

Recensione di Francesca Luzzio

 

cover front opossumLa raccolta di racconti di Lorenzo Spurio presenta un titolo originale: L’Opossum nell’armadio  pertanto, a lettura ultimata, viene spontaneo chiedersi che relazione esista tra questo marsupiale e i racconti stessi, a maggior ragione poiché ogni racconto è preceduto da una sorta di frontespizio che mette in rilievo una qualità o un comportamento tipico di questo animale. Si è indotti a pensare che l’opossum sia metafora dell’inconscio umano che ognuno di noi tiene “nell’armadio-coscienza” e che i frontespizi, proponenti caratteristiche dell’opossum, rispecchino  aspetti dell’indole dei personaggi protagonisti dei racconti.

Orbene, talvolta il freudiano  Es sconfigge l’Io e il Super-io e s’impone dominante nell’agire, caratterizzandolo e trasfigurandolo, dandogli un iter o un esito che il pensiero dominante impone. Ma il pensiero che domina e dirige l’agire umano non è come in Leopardi l’amore, né la morte di cui parla insieme all’amore nel canto successivo del Ciclo di Aspasia  (Il pensiero dominante, Amore e morte).                             I pensieri dominanti  che invece caratterizzano i personaggi dei racconti di Lorenzo Spurio, determinandone sottotraccia l’agire, sono pensieri che esulano dall’astrattezza razionale che caratterizza i versi di Leopardi e si nutrono  dell’irrazionale e caotico Es, delle variegate risposte che esso dà  alla concreta e disfatta  realtà economica sociale e morale  che caratterizza i nostri tempi, quale estrema reazione e sfida alla negatività del mondo. Così il suicidio è espressione della disperazione che determina il licenziamento e la disoccupazione nel racconto, “Livello -1”; l’abbandono della propria famiglia borghese e benpensante in “L’ultimo compleanno” è desiderio di libertà, di fuga, dai formalismi sociali di oggi;  la rivalsa e l’affermazione dell’io contro l’umiliazione derivante da un lavoro e da ruoli accettati per disperazione perché “con una freschissima laurea di filosofia in mano” non si sa “dove sbattere la testa” è il tema che caratterizza il racconto, “Due parole sulla biodiversità” e  così via, in un prosieguo di situazioni e di casi apparentemente anomali, surreali, irregolari nella prassi di una coerente formalità  e corrente eticità del vivere quotidiano, di fatto reali, frequenti, giustificati dai protagonisti attraverso la correlazione, secondo la loro logica, tra causa scatenante ed effetto. Per questo Lorenzo Spurio descrive in modo approfondito e dettagliato la psicologia dei personaggi, facendone emergere l’essenza profonda  a cui è ascrivibile il comportamento che alla fine viene assunto.

L’uomo, “monade” secondo Leibniz, “senza finestre sul mondo”, chiuso nella solitudine del suo essere, in realtà  risente nelle sue rappresentazioni di ogni fatto, di ogni evento e nel suo interno si scinde in una miriade di emozioni e stati d’animo che acquistano forma e consistenza, d’istinti che nell’irrazionalità del loro emergere finiscono con il  determinare svolte decisive sia nella prosecuzione del percorso vitale, sia nello stabilirne la conclusione. Con uno stile piano, scorrevole, pregnante il narratore conduce il lettore nei meandri della coscienza umana e della variegata e critica realtà dei nostri tempi. Narratore esterno, non giudica, né esprime pareri, lascia al lettore l’ermeneusi dei testi, la cui significazione comunque emerge immediatamente, grazie alle qualità stilistico-formali di cui si è già detto.

 

FRANCESCA LUZZIO

 

Palermo, 2 aprile 2015

A Bagheria (PA) la presentazione dell’antologia su Sciascia promossa dalla rivista “Euterpe”

Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà

Curatore: Martino Ciano

Prefazione: Nazario Pardini

Postfazione: Antonio Spagnuolo 

Editore: PoetiKanten Edizioni

Anno: 2015

Pagine: 122

ISBN: 9788894038859

Costo: 10,00 €

 

stile euterpe_cover frontSinossi: La presente antologia, primo volume dell’iniziativa lanciata dalla rivista di letteratura “Euterpe” per una nuova cultura, volta a dedicare ogni anno una edizione collettanea a un dato autore, è stata dedicata a Leonardo Sciascia e porta quale sottotitolo “cronista di scomode realtà”. Il volume si apre con una nota di Martino Ciano (redattore di “Euterpe” e curatore del volume) alla quale segue la prefazione del poeta e scrittore Nazario Pardini.

Nella sezione poesia sono raccolti testi di Emanuele Marcuccio, Daniele Barbisan, Giorgina Busca Gernetti, Lucia Rita Carfagno, Osvaldo Crotti, Michela Zanarella, Sebastiano Impalà, Valentina Sensi, Maria Antonietta Filippini, Leonardo D’Amico, Catello Di Somma, Davide Lucarelli; nella sezione racconto sono presenti testi di Pasquale Faseli, Samuele Mazzotti, Corrado Calabrò, Sebastiano Plutino, Francesco Paolo Catanzaro, Luisa Bolleri, Nicola Giannini, Enrica Santoni, Giuseppe Barcellona; per la sezione saggistica interventi di Luca Rachetta, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi.

Il volume si chiude con una preziosa nota critica del poeta e scrittore Antonio Spagnuolo.

Domenica 19 aprile 2015 a Bagheria (PA) presso Palazzo Cutò, ospiti della Associazione Bagnera, si presenterà il volume antologico dedicato a Leonardo Sciascia. L’evento è libero al pubblico che è caldamente invitato a partecipare e intervenire. Durante la serata sarà possibile acquistare il summenzionato volume.

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FOTO DELLA PRESENTAZIONE (scatti di Enzo Lo Coco)

XXVI ediz. Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati”

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CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA

“Città di Porto Recanati”
XXVI edizione – 2015

Art. 1 – Il Poeta invierà una sola poesia a tema libero.
L’organizzazione tuttavia consiglia di trattare tematiche sulla disabilità, sulla solitudine degli anziani, sui “nuovi poveri”, sugli extracomunitari, sugli eventi climatici, ecc., affinché si rifletta sulla condizione esistenziale dell’uomo, ideazione che portò all’istituzione del Premio «Città di Porto Recanati» più di 25 anni fa. Comunque sia, il tema vuole essere solo indicativo. La poesia inviata, che non dovrà superare i 35 versi, potrà anche essere stata edita, ma non vincitrice del primo premio in altri concorsi. L’originale riporti: Nome e Cognome dell’autore, indirizzo e indicazione della eventuale e-mail e la dichiarazione: «Dichiaro di essere l’autore dell’opera inviata al concorso».

Art. 2 – La Giuria è costituita da esponenti del panorama letterario e culturale e sarà composta da:
Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario) – Presidente di Giuria
Susanna Polimanti (scrittrice e recensore) – Componente
Lella De Marchi (poetessa e scrittrice) – Componente
Elvio Angeletti (poeta) – Componente
La medesima stilerà una graduatoria dei tre poeti vincitori dei premi in denaro e dei sette “segnalati dalla Giuria”. La Giuria, a suo insindacabile giudizio, deciderà di premiare quei poeti che, con l’impegno culturale e la propria testimonianza di vita, hanno contribuito a superare una condizione esistenziale difficile, o rendendola fonte di ispirazione.

foto04Art. 3 – I Premi in denaro sono: 1° Classificato € 500,00 (cinquecento/00) e Pergamena; 2° Classificato € 300,00 (trecento/00) e Pergamena; 3° Classificato € 200,00 (duecento/00) e Pergamena. Dal 4° al 10° classificato verrà assegnata una targa “segnalato dalla Giuria”. Inoltre la stessa Giuria identificherà delle opere di disabili che, se non entreranno nella classifica comune, verrà riconosciuto un premio di incoraggiamento con attestato.

Art. 4 – La poesia dovrà essere spedita per posta ordinaria entro il 25 luglio 2015 (farà fede il timbro postale di partenza) in cinque copie, al seguente indirizzo: Prof. Renato Pigliacampo c/o Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», XXVI Edizione 2015 – Casella Postale n. 61 – 62017 Porto Recanati (MC). Solo la “copia originale” dovrà riportare i dati dell’autore e la dichiarazione “Sono l’autore della poesia (indicare il titolo)”. E’ possibile inviare la poesia per e-mail a: pigliacampo@cheapnet.it La quota di partecipazione di € 20,00 (venti/00) è utilizzata per far fronte al monte-premi e alle spese organizzazione e potrà essere versata sul conto corrente postale numero: 29 68 76 21 intestato a Renato Pigliacampo c/o Casisma, o con altra modalità a scelta del partecipante.

Informazioni:
La premiazione avverrà a Porto Recanati. I Vincitori saranno contattati per email, per cellulare o/e telefono e anche con lettera inviata all’indicazione domiciliare.
I Vincitori avranno comunicazione scritta del giorno, dell’ora e del luogo della Cerimonia di premiazione.
In occasione della premiazione si terrà un Recital durante il quale verranno lette le opere vincenti. Del Recital verrà prodotto un video che sarà trasmesso su YouTube ed un DVD (inviato a chi ne farà richiesta).
L’evento culturale sarà pubblicizzato sui quotidiani “Il Resto Del Carlino”, “Corriere Adriatico” e sulle Riviste specializzate e i siti di poesia; e su Radio Erre. Sarà anche realizzata una pagina nel sito www.ilsalottodegliartisti.com

Per ulteriori informazioni:
Parte letteraria:
Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) – lorenzo.spurio@alice.it

Parte logistico-organizzativa:
Marco Pigliacampo: marampo75@gmail.com

“Sussurri e silenzi (aforismi)” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

“Sussurri e silenzi”

Raccolta di aforismi di Emilio Rega

Prefazione di Lorenzo Spurio

 

sussurri-e-silenzi-emilio-rega-L-FRKGB5Gli aforismi di Emilio Rega contenuti in questo libro spaziano tra tematiche molto diverse tra loro: l’autore riflette sul senso e sui limiti dell’arte, soprattutto quella poetica, da’ insegnamenti esemplari partendo dalla constatazione di una società disturbata e minacciata dalla corruzione, fornisce analisi personali sulla natura del sé cosciente nel nostro periodo storico. Il percorso che il lettore è chiamato a intraprendere non è unico, ma molteplice: si potrà partire a leggere dall’ultimo aforisma per poi tornare indietro a leggere tutti gli altri, si potrà aprire il libro a caso e leggere oppure iniziare la lettura dalle prime pagine come canonicamente viene fatto. Perché un libro di aforismi, per quanto sia dotato di una struttura concettuale, è un testo sfuggevole, ispirato e denso di prospettive: gli aforismi non sono semplici sintagmi, né haiku dal verso rotto, tanto meno delle parole in libertà o dei ricercati sillogismi. O forse sarebbe opportuno dire che sono tutte queste cose allo stesso tempo, ma sono anche delle preghiere laiche, delle critiche taglienti, dei sassi scagliati, rapidi flussi di coscienza e tant’altro. Lo stesso autore in uno dei suoi aforismi scrive: Contrariamente a quel che si pensa in generale la scrittura di un aforisma efficace non è immediata: occorre  prima pensarne almeno altri due o tre privi di nerbo. Rega è sicuramente un autore che ha instaurato un certo rapporto amicale e confidenziale con questo genere poetico, se teniamo conto che questa raccolta di aforismi non è che la sesta nella sua ampia produzione; si ricordi, ad esempio, Oltre le stelle (Edizioni dell’Oleandro, 1997, con prefazione di Dante Maffia) e Ad libitium (Mario Baroni Editore, 1999).

In questo libro si parlerà delle ragione con le sue manifestazioni (scienza, conoscenza, empirismo) e dell’universo irrazionale (la religione, l’amore); curioso a questo riguardo l’aforisma che, laconico, recita: L’amore esalta lo spirito, la passione annichilisce l’anima.

Alcuni aforismi rasentano un’atmosfera comica che, però, proprio per la sua drammatica rispondenza alla scoraggiante situazione che viviamo, finiscono per mostrarsi altamente grotteschi e paurosi: Troppo intelligente? Licenziato! dove l’autore, dotato di grande sintetismo, ingloba un mesto colloquio a due voci fatto di domanda e risposta, una risposta che, con il punto esclamativo che la segue, ne sottolinea ancor più vivamente il senso alienante della condizione umana. In altre parole, forse meno “aforistiche”, Rega consacra sulla carta una sacrosanta verità: sono gli ignoranti, gli opportunisti o i raccomandati (a volte le tre sfaccettature, addirittura, sono presenti in un unico essere) ad andar sempre avanti e a vedersele tutte andare dritte. Idea questa che Rega ripropone anche in un altro aforisma, ancor più esplicito: Le migliori intuizioni le ha il cosiddetto idiota , non l’intelligente.

Quasi mosso da una forza avanguardistica (Il passato pesa come un macigno sulle nostre teste e nonostante ciò non possiamo non fare i conti con esso) , l’autore rintraccia nei segni degradati della nostra contemporaneità (fiction, vip, personaggi famosi, l’arrivista, il fascino perverso della celebrità) degli stereotipi vergognosi, il cui superamento è necessario per metter fine all’ilarità e gratuità dominante nel nostro comune vivere quasi a sottendere che la genuinità e quel sentire di purezza non possono essere rintracciati in persone che hanno fatto dell’esaltazione dell’ego la loro religione: L’egoismo acceca l’uomo e lo rende stupido, scrive Rega in un altro aforisma.

E in questa riflessione a tratti vorticosa a tratti amara neppure la religione viene risparmiata, l’autore scrive: Quel tarlo del dubbio che ti toglie il gusto della fede. Ma la domanda, spontanea e lecita, che mi pongo: può un tarlo, per quanto ossessivo e fastidioso possa essere, minare la ferma credenza di un cattolico? O di un credente in generale dato che qui non si parla propriamente di cristianità? Al lettore sta a decidere sulla questione.

Rega non risparmia proprio nessuno ed è chiaro il suo messaggio carico di disprezzo e di sfiducia nei confronti del nostro mondo: c’è gente che parla solo perché ha la bocca, sembra dire l’autore; ci sono megalomani, potenti, false dive, arroganti e so-tutto-io: tutti condividono una grande ignoranza di fondo, ignoranza che, offende la cultura e chi realmente opera per essa: L’Italia è un tale paese di ignoranti che basta avere una laurea o aver frequentato un Master per sentirsi chi sa chi (per non parlare dei rappresentanti del mondo accademico).

Emilio Rega è critico e a tratti polemico (Italiani: “brava gente” o gente furba?) con la gente che lo circonda, con la società e con i tempi in cui vive. Non è un provocatore, né un qualunquista, ma una persona dall’animo meditabondo a cui piace soffermarsi per guardare la realtà da fuori e cercare di interpretarla. Il grande Gozzano scriveva in una sua lirica che il mondo è “quella cosa tutta piena di quei cosi con due gambe che fanno tanta pena”. Qui, in questa opera, si respira quella stessa aria.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 21-04-2013

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