“Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci”, saggio di Lorenzo Spurio

Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

La vita,

fluttuo del cuore,

un labile moto tra lo splender del giorno

e l’indifferente notte,

tra il rigoglio del nascere e il sussulto del morire.[1]

 

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Marzia Carocci durante la Premiazione del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” a Firenze, lo scorso Marzo, nel ruolo di Presidente del Premio.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marzia Carocci[2] circa un anno fa e di incontrarla poi per degli eventi da me promossi assieme ad altri scrittori in quel di Firenze e la prima impressione che ho avuto parlandoci è che è una persona che si dedica alla scrittura perché ci crede profondamente. Il suo ampio curriculum, infatti, dove si segnalano varie sillogi di poesia, collaborazioni e presenze in varie associazioni e un’intensissima attività di critico-recensionista dà testimonianza di quanto Marzia Carocci sia impegnata per la cultura letteraria sotto varie angolazioni: è poetessa, scrittrice di narrativa, ma anche editor e recensionista. Come si sa è rarissimo trovare un poeta che sia anche un critico, ed è ancora più difficile trovarne uno che abbia indiscusse capacità nel fare tanto l’una quanto l’altra cosa. Il poeta adotta una certa visione della realtà e da essa trae sostentamento per le sue elucubrazioni versificate e modulate in strofe; il critico, invece, guarda da lontano, seziona, smembra la parola, analizza, si domanda, fa paragoni e dà giudizi il più possibile obiettivi dopo aver addotto argomentazioni a sostegno della sua tesi. Marzia Carocci è in grado di calarsi mutevolmente nelle vesti del Poeta, ma anche in quelle più strette e austere del critico e a mio modo di vedere questa ampia versatilità è una prerogativa della quale solo in pochi possono fregiarsi con riconosciuto entusiasmo. In questo mio commento mi concentrerò, però, sulla sua produzione poetica che è il filo rosso che unisce questa serie di interviste da me commentate.

Comincerò con il dire che ho sempre letto con attenzione le poesie che Marzia ogni tanto pubblica su Facebook, come “La cena degli artisti” che molto mi ha colpito positivamente per la sua “incontenibile carica energetica” quasi come se la poetessa voglia chiamare a raduno un “esercito di uomini senz’armi” o dotati di una sola arma, che poi è quella più potente: la parola. Considerazioni che portano la poetessa ad esortare gli amici-scrittori ad uscir fuori da quel guscio di torpore, da quella letargia fatta di falsa indifferenza, di labile incertezza e soggiogamento ai tempi d’oggi: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[3] Idee che in parte la poetessa aveva già trattato in “Il poeta incompreso” in cui il poeta, pur ignorato (e immaginiamo addirittura deriso),[4] sembra essere l’unico in grado nel nostro oggi di mantenere quel legame saldo con il senso dell’esistenza, riuscendo con la forza del verso a immortalare momenti, sacrificare ricordi, esorcizzare paure, rivitalizzare decessi, inaugurare autunni dove, però, stranamente può spuntare qualche margherita in mezzo a tanta oscurità.

Il libro di poesie
Il libro di poesie “Nemesis” di Marzia Carocci

Nei mesi scorsi ho letto con piacere la sua ultima “fatica”, la silloge Némesis (Carta e Penna, 2012) sulla quale scrissi una recensione pubblicata poi in rete su vari spazi.[5] Nella recensione partivo dall’analisi del titolo del libro sottolineando come la “nemesi”, questo termine di difficile spiegazione, sia riconducibile proprio a una considerazione che l’uomo fa nei confronti del tempo e del suo incedere. La nemesi non è altro che una rivisitazione, un’analisi posticipata, una sorta di epifania rinnovata, ma con una nuova sensibilità. Nel libro diedi particolare rilevanza all’analisi di alcune liriche di chiaro impegno civile come la poesia iniziale, “8 Marzo 1908” che celebra il valore della donna[6], rintracciabile nel labile ricordo del tragico episodio della morte di varie donne in una fabbrica americana: «ricorda quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare».[7] La mimosa, fiore assunto come emblema della primavera e della donna, ha perso il suo accecante color giallo ed ha assunto quello di un implorante rosso sangue, segno che la violenza, il sopruso, il massacro è stato compiuto e che questo –fisico, verbale o psicologico che sia- ha generato sangue, ossia ha svilito e indebolito il corpo della Donna. In “E tutto tace” è ancora una volta la Natura ad essere offesa e a risultare depredata, vezzeggiata e annichilita: questa volta non è la natura femminea, ma quella universale di Gea, la Terra Madre, ad essere oggetto di sevizie, scosse e turbamenti in un sofferto sciame sismico: «La terra che si apre/ l’inferno che si vede/ l’istante che si allunga/ e tutto si fa morte».[8]

E il tema sociale –stavolta addirittura con anacronistici echi nazionalisti- ritorna in “Li chiameranno eroi” dove la poetessa gioca volutamente sul contrasto che si genera tra le parole di figlio ed eroe: con la caduta di un militare, la Patria acquisterà un nuovo eroe, un martire, ma la madre perderà un figlio. Ci saranno onori, medaglie e commemorazioni, ma non servirà a niente e quei ragazzi rimarranno «figli senza tempo»[9]: rimarranno giovani per sempre perché la stroncatura della loro vita non gli darà un futuro, una maturità, un’anzianità e saranno giovani in eterno, dei giovani morti.

Marzia Carocci
Marzia Carocci

L’impalcatura della poetica di Marzia Carocci, mi sento di osservare con una certa sicurezza, gioca tutta attorno al tema del tempo: ci sono varie poesie dove l’autrice mescola il dolce ricordo col rimpianto e il dolore per un passato che si vorrebbe rivivere come nelle liriche dedicate al padre: «inseguirò il tempo/ che fu tuo padre..»[10]; «il tuo volto padre,/ s’adagia, nei lampi di memoria e poi dissolve».[11] In molte altre la poetessa non può che constatare che il tempo scorre troppo velocemente per tendere alla rovina, decadimento, invecchiamento e perdita di tutto: «sfugge il tempo e scorrono gli anni»[12]; «l’usura del tempo,/ le rughe sul volto/ dune impervie degli anni»[13]; in altre ancora il tempo è chiamato in causa quale dubbio che attanaglia l’umanità che intravede, pronostica, spera, agogna il suo futuro: «Perché non è finita/ finché ritorna il giorno/ che limpido c’invita/ di nuovo a un altro sogno».[14] Ci sono poi espressioni curiose, non delle vere metafore, che concretizzano il tempo («il bulbo del tempo»[15]) o che lo demonizzano («i bambini già vecchi»[16]) e la stessa semantica è di tipo “cronometrico”: la poetessa utilizza spesso connettori quali ‘quando’, ‘fino’, ‘finché’, ‘ancora’, ‘non ancora’ che mettono in luce il suo percorso tortuoso nel giungere a patti con quel passare del tempo che a volte è lento e inavvertibile (l’infanzia) e poi si fa inesorabilmente più impetuoso (la maturità). Ad ogni modo il tempo sembra venir tratteggiato come infingardo, inclemente, come un nemico da temere, sempre pronto a minacciarci («ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso»[17]). Ci tiene sotto scacco e in questa eterna battaglia l’uomo non può che fare le sue mosse con oculatezza, sapendo però già in partenza che non ci saranno mosse felici, né salvacondotti per mettersi al riparo. La partita è fatta di dubbi, pensieri, ricordi a tratti dolci, a tratti dolorosi perché capaci di materializzarsi in maniera totalizzante tanto da generare una sofferenza che “invecchia” ancor di più: «al traguardo d’un tempo/ codardo e impetuoso/ che in fondo ci attende crudele».[18]

Nella bellissima “Lettera al tempo”, la poetessa colloquia con l’antico nemico e lo prende di petto schernendolo per la sua inclemenza nel rovinare tutto e sembra addirittura sfidarlo: «Non rivorrò indietro tutti i giorni che prendesti/ Perché verme Tu/ Che profani i corpi, e doni rughe/ Come scaglie a chi aveva pelle liscia e fresca,/ sei solo il re di questa ignara vita»[19], aggiungendo poi con uno sprazzo di razionalità «quando avrai colto il sibilo finale/ sarai solo TEMPO di polvere ed ossa/ perduto nel nulla!».[20] In altre parole: tu, tempo, che hai sempre corroso, perpetuato la rovina, teso al disfacimento, invecchiato, fatto marcire, diventerai tu stesso «polvere ed ossa»[21] in quel tempo senza tempo di Dio.

Non sono poesie dolorose quelle della Carocci, ma riflessive, autentiche, vivide («ora vivo i nostalgici giorni»[22]), chiari esempi di come un’anima profonda riesce a trasfondere sulla carta degli stati d’animo che sono di tutti, ma che in pochi riescono a verbalizzare: «La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare».[23]

LORENZO SPURIO

NOTE

[1] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 41.

[2] Marzia Carocci è nata ad Arezzo nel 1960. E’ poetessa, scrittrice e critico-recensionista. Collabora con le riviste Il salotto degli autori, Miscellanea, Poeti nella società, Oubliette Magazine, Euterpe e L’AttualitàPer la poesia ha pubblicato Introspezioni (Montedit, 2003), Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006), Parole dell’anima (Carta e penna, 2008), Di poesia ho vissuto (Carta e penna, 2010) e Némesis (Carta e penna, 2012). E’ Socio Onorario dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Intensa la sua attività critica e di recensionista svolta all’interno di varie case editrici. Numerosi i premi e le segnalazioni in prestigiosi concorsi letterari: nel 2008 ha ricevuto dal “Club Naval Deapartamento Social” del Brasile il diploma di onore come autrice scelta per l’antologia curata dal critico Giorgio Tellan, Dal Colosseo al Corcovaldo, con la lirica “Dolore” tradotta in lingua brasiliana. Tra gli altri premi vinti si segnalano il Primo premio “Alfonso Gatto” di Napoli (nel 2008 e nel 2009), il Primo Premio “Città di Berlizzi (nel 2008 e nel 2009), il Primo premio Magnolia di Cinecittà/Roma (nel 2006 e nel 2007) e numerosi altri. Ha ricevuto il premio alla Carriera con l’alta adesione della Presidenza della Repubblica a Napoli nel 2007. E’ presente in numerose antologie poetiche, anche a scopo didattico. E’ membro di giuria in numerosi premi letterari tra i quali “Marzocco”, “Sacravita”, “L’arte in versi”, “Artisti alla ribalta”, “Premio Borgioli”, “Premio Fuligno” e in alcuni di essi è Presidente di Giuria.Sulla sua produzione hanno scritto Massimo Barile, Alfredo Giglio, Alfredo Pasolino, Fulvio Castellani, Giorgio Tellan, Salvatore Bassotto, Lorenzo Spurio, Anna Maria Folchini Stabile e molti

[3] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 14.

[4] Questo riferimento al poeta della nostra contemporaneità come una persona fuori dai canoni, snobbata o addirittura sminuita e de-valorizzata, è presente anche nella poesia “La gioventù” dove la poetessa scrive: «A voi ragazzi spesso non capiti,/ lucenti come stelle i vostri giorni,/ cercate di non essere smarriti,/ volate come spensierati stormi!» (46). L’esortazione è un chiaro inno a perseverare nel bene, nell’amore dell’altro, nella condivisione e nel rispetto della diversità: ingredienti fondamentali per una corretta convivenza e una concreta realizzazione del disegno divino. Nella citazione, inoltre, non si può non leggere anche la stanchezza e la preoccupazione della donna nei confronti della disagiata condizione lavorativa dell’oggi che, purtroppo, colpisce principalmente i giovani a cui la lirica è dedicata.

[5] La recensione è disponibile qui: https://blogletteratura.com/2013/02/19/nemesis-carocci/ 

[6] La poetessa ha sempre manifestato nelle sue poesie una forte ispirazione di carattere femminista e sono molte le poesie dove, direttamente o indirettamente, si tesse l’elogio alla donna nella nostra società sottolineandone però le problematiche che la riguardano, gli abusi, le violenze e i troppo diffusi casi di sopraffazione da parte dell’uomo. A questo riguardo cito dalla poesia “Donne sole” contenuta in Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006) dove in apertura si legge: «Donne, dalle labbra cucite/ Nell’onore rapite,/ dai silenzi pesanti/ come scialli di piombo,/ con lo sguardo abbassato/ per “vergogne” subite e ferite profonde/ sulla pelle celata» (23).

[7] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 7.

[8] Ivi, p. 26.

[9] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 50.

[10] Ivi, p. 8.

[11] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 9.

[12] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Ivi, p. 25.

[15] Ivi, p. 21.

[16] Ivi, p. 23. Questi «bimbi già vecchi» si ritrovano anche nella poesia “Dolore” contenuta nella silloge Nel mio volo (Libroitaliano World, 2006) dedicata all’efferatezza della guerra e dove leggiamo di «pianti che slabbrano il silenzio» e «il silenzio che lento si dissolve/ tra spari e preghiere». I «corpi secchi e nudi» e le «mosche sulla pelle» ci portano a pensare a immagini dolorose di un qualche conflitto armato, forse etnico, in qualche paese africano dove povertà, fame e prepotenza dei militari al potere dettano il destino di gente inerme che poi finisce la sua vita in maniera indegna immortalata dalla poetessa in quei «corpi senz’anima riversi» (10).

[17] Ivi, p. 54.

[18] Ivi, p. 13.

[19] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 18.

[20] Ibidem

[21] Ibidem

[22] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 33.

[23] Ivi, p. 9.

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