“Paesaggio con ossa” di Lella De Marchi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

9788899429287_0_0_0_75.jpgApprocciandomi a “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017) devo riconoscere la precisione del verso: nelle righe che si susseguono trovo perizia e necessità di dire, in alcuni tratti addirittura uno sfogo o una lamentazione. La struttura lievemente procedente nel verso della prosa è la forma unica che possa in effetti possa plasmarsi alle necessità di quel che s’ha/si vuole dire. Il linguaggio è chiaramente asciutto – e non potrebbe essere diversamente – perché per descrivere la miseria e il dolore, la nefandezza e il sonno della mente, non s’abbisogna di fronzoli né di linguismi ricercati. La caratura tipica della penna della De Marchi è quella di forgiare versi a volte argomentativi altre volte ipnotici, fortemente visuali, che scorrono per diapositive continue, anche slegate tra loro. Ciò in alcuni contesti genera, oltre allo scoramento dinanzi a quanto vien detto, anche un attimo di vertigine che spesso si risolve nei finali laceranti che tolgono dubbi e, spesso, anche le poche possibili certezze. 

Mi rimangono nettamente in mente versi come “Il corpo disteso dimentica di essere stato già vivo” o “mi trovo più spesso/ dove non sono” e, ancora, “si fatica a produrre silenzi, siamo qui per mangiare/ i nostri tormenti“. Se è vero che le immagini che spesso vengono a delinearsi tra i versi – non di rado in forma antitetica – danno una sensazione di negativo e di desolazione,  d’altro canto si crea anche un contorno di illeggibile enigmaticità che può esser utile e fruttuoso in chi, più che cercare facili risposte e versi limpidi, ricerca la realtà che può sviscerarsi dal tormento e dal viluppo di pensieri. Le immagini – ritorno a dirlo – sono in prevalenza fosche e di disagio, di allontanamento da quel quieto e parco vivere della mediocrità borghese o comunque popolana d’oggi. Tra di queste senz’altro è la siringa che esordisce in un brano poetico nel quale vien mantenuto per tutto il corso il procedimento di assunzione all’interno di una realtà liquida per iniezione (“forse non eri in vena“); ecco che gli scenari – mai un accenno al tempo atmosferico, neppure un riferimento toponomastico, neppure vago e i “paesaggi” sono così d’ossa, pregni d’assenza e derelizione, invalicabili e che generano tormento, condizioni d’asfissia e di sospensione temporale dove ciò che accade s’iscrive in maniera invisibile fagocitati da un detto roboante che è illusorio e coprente di tanto inespresso e taciuto. Ecco, dunque, una poesia molto venosa – piena di sistole che pulsano – percorsa da canali dove la vita pullula e rifluisce, un dire che si costruisce ‘plasticamente’ all’atto di pronunciarlo, vera e tormentata, dettata dal ritmo dell’ansia e del delirio comunicativo.

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Lella De Marchi 

Nei meandri di una questione sociale degradata nella quale si pone con volontà il dito nella piaga con l’intenzione di esacerbare barbarismi quotidiani, insolenze diffuse e marginalità vergognose, la Poetessa alza la visiera dell’ampio cappello e con sguardo nitido e ferino osserva il mondo, l’inabitabile stanza che ci attornia, nella penuria di compassione e di rassicurazione. C’è paura nei versi, ma non solo, c’è il riconoscere la paura che è già qualcosa d’altro dalla paura propriamente detta. La convinzione ( termine che nella poetica della Nostra ha da esser preso con vari paia di pinze) che sembra in qualche modo risaltare è che il tempo che si vive ha la forma di una condanna maturatasi al singolo non si sa in seguito a quale episodio. Si tratta di un tempo che si spezza e si lacera, che annulla e deprime o, più spesso, come nelle truci immagini dello stupro, che si ferma per restare sospeso, ingestibile, come una piuma che continua a volare cadenzando in alti e bassi senza mai toccare terra né raggiungere una posizione apicale invisibile all’occhio.

I “Momenti” (prima silloge del volume) che Lella De Marchi descrive sono episodi di lotta interiore, di assassinio delle interiorità e di bieca de-responsabilizzazione umana. La chiusa di questa silloge è di una resa indescrivibilmente forte e da toglier il fiato “mi mostra sicuro il luogo/ nascosto dove il tempo risiede senza/ far rumore“. Ci sono spazi che non sono abitati dal suono eppure il tempo scorre anche lì. Luoghi resi inospitali, non dall’ecosistema arido, ma dall’incivile azione dell’uomo che, sprezzante di tutto, bistratta il suo simile, cosifica l’altro, lo brutalizza e lo nientifica alla cieca ricerca di una banale quanto illusoria imposizione.

Le “Astuzie” che la De Marchi mette in gioco nella parte centrale del volume sono senz’altro degne di essere rimarcate. Con il groppo nella gola delle immagini di profonda sofferenza e silenzio che il lettore ha ormai incamerato delle precedenti poesie dedicate alla giovane Malina, qui il lettore trova una poesia in qualche modo ben più energica e invettiva, sagace e irruenta, risoluta e di una più marcata volontà d’azione. La lirica che apre la silloge chiarifica anche il sentimento altruistico che  s’esplica nella necessità di un impegno attivo e congruo atto al rinnovamento: “forse sapevo/ di cielo e non di terra forse siamo capaci di cambiare/ la nostra sostanza“. Considerazione questa non da poco che nella terminologia di ‘sostanza’ fa venire alla mente i vari stati di materia e, ancora, in un non ricercato cameo, un richiamo al precedente volume di poesie “Stati d’amnesia” (LietoCollo, 2013). 

Il linguaggio della poetessa, finora assai materico e così ben adatto a creare immagini nell’interlocutore, si fa qui leggermente più filosofico ed elucubrativo (si noti i non radi casi in cui viene utilizzata la parola ‘teorema’ che, oltre al richiamo pasoliniano, fa riferimento a una terminologia scientifica dove, data per assodata la validità di alcuni assiomi, si procede alla formulazione di un teorema che ne raggruppa le varianti di formulazione) e, ancora, alla prassi (dal greco praxi, l’attività pratica a presupposto o completamento d’un’ideologia). La De Marchi sostiene “l’amore dimora nella prassi“. 

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 Lella De Marchi  

La ricerca di un messaggio univoco quando ci si approssima a letture poetiche che tanto hanno di personale e di vissuto può risultare un trabocchetto se non vestire i panni di clamorosi abbagli o rotte non praticabili, eppure alcuni versi della Poetessa debbono senz’altro esser prelevati – così, come si distilla il liquore più prezioso – dai brani nei quali sono contenuti; pongo attenzione a un verso che così dice: “insegnami il luogo della sfumatura dove dura ciò che non dura“, metafora che fa uso di tautologia, inversione, antitesi e che fa vorticare la testa. La fa girare velocemente, ci fa chiudere gli occhi, reclamare pace attorno a noi. Se riapriamo gli occhi dopo un po’ di quel vorticare sommesso, ci sembra di avere una realtà nuova, ottenuta con sforzo, che non siamo però in grado di rilevare o attuare. Ci ha illuminato e rinvigorito, sostenuto e fortificato. Sono queste le potenzialità delle liriche della De Marchi: versi che scuotono, che ti serrano la gola e poi di colpo ti lasciano, frasi che ti mesmerizzano, altre che t’impongono di rifletterti allo specchio per vedere chi sei, altre, ancora, che ti obbligano a sederti per non farti male, o a stenderti addirittura. Ciò che in maniera ben più nefanda subisce Malina nella violenza fisica e nel disagio nei quali è immersa: “non si alza non si alza/ […]/ adesso cade adesso cade, invece lei si regge/ […]/il suo corpo che non esiste/,la forma dell’aria/ […] in controluce le macchie sul suo corpo“.

Ritorna – ma in effetti non ci si era mai slegati da ciò – la privante condizione sociale, abitativa e solitaria di Malina dalla Poetessa definita senza se e senza ma con termini netti che non necessitano di amplificazioni critiche: “sei stata creata emblema/ vivente dell’umana sciagura“. Sorta di capro espiatorio, di Madonna degli oppressi, di martire dell’umana tragedia. La poetessa – dinanzi alla desolazione alla perversa inanità dovuta dal raccapricciante ‘spettacolo’ – opera una trasfigurazione immaginando la cara Malina altro da sé e in altre circostanze a lei meno avverse con un’operazione metamorfica nella quale è palese la volontà di risoluzione a quel dramma: “Se appartenessi al mio paesaggio saresti un lichene,/ saresti un fiore che sopravvive alle avversità./ nel nostro deserto di sole ossa“. Il tema di Malina è il tema del corpo, di quella materialità dolente, di quella prevaricazione continua, di quello stupro lacerante che nella società contemporanea è merce diffusa. Esso è una copertura, una pelle che copre i sensi d’intimità, passione e sentimento, un contenitore che viene leso producendo danni palpabili e altri, insondabili all’occhio, ben peggiori e inscalfibili. “Il corpo è un rifugio solo se nudo nel sole, nel breve/ spazio tra un albero e l’altro, solo se ha forma/ di abisso, nel breve spazio tra un osso ed un altro“. 

In “Deliri” si pone il tema dell’appartenenza al proprio locus. Tema da sempre nevralgico in tutta la letteratura e divenuto elemento principe in quegli autori esuli che, per vari motivi, hanno finito per eleggere una patria diversa da quella natale. In poesia, poi, tale questione è stata spesso letta e interpretata alla luce delle considerazioni dell’intellettuale in merito alla propria collocazione in quanto tale, in maniera ben più estesa, dunque, alla mera localizzazione geografica. Il tema posto dalla De Marchi non ha nulla a che fare con intendimenti volti a ricercare una definizione spaziale, si tratta più di una necessità di concepire se stessi in relazione a un contesto – pur mentale – piuttosto che sperimentare la marginalità, la desolazione, l’abbandono, l’allontanamento, la sevizia. “Non basta ipotizzare un’assenza di vento o/ di vibrazione, non è sufficiente“, scrive la Poetessa ponendo in chiusura la questione di una reificazione dal paesaggio. Anche in questo caso, come d’altronde accade per l’intero lavoro, la chiusa della silloge è dedicata al pensiero di Malina non quale entità universale nella totalità delle sue definizioni ma nella forma concreta, tangibile, esperibile della sua macerata fisicità: “il tuo corpo nudo e disteso nella roulotte non è/ un corpo vero, fuori di qui non esiste nemmeno./ di lui, mi fido“. La fase di ricerca di un rapporto con una proiezione di contesto dà luogo all’annullamento della forma, alla sua riduzione totale a possibilità non più percorribile. Quel corpo che non esiste – e che poche pagine prima era così presente e implorante, tra ecchimosi e denutrizione – non fa più parte di un immaginario reale perché l’accumulo di sofferenza che il procedimento poetico ha arrecato nell’elaborazione delle immagini, ha portato all’esigenza della sua rottamazione. Si tratta di una distruzione irreale, che si realizza man mano della ripresa di Malina,ma che è pur sempre una forma di nascondimento motivata da un oblio che si anela con foga.

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Lella De Marchi 

Infine il corpo ritorna ad essere centrale nella sezione “Gesti”, una delle più struggenti ed evocative, più plasmatiche e vorticose dell’intero libro. Trovano posto liriche ispirate e dedicate a donne che hanno lasciato il segno non solo nel mondo della cultura ma in termini di impegno sociale. Artiste performative e fotografe italiane e straniere che hanno messo al centro dei loro happening e performance il corpo umano studiandolo e offrendolo alla comprensione del pubblico sotto vari luci. Da Ketty La Rocca (1938-1976) nota per le “Craniologie” (1973), serie di radiografie al cervello con cui nella fase finale della sua vita si spogliò senza timidezza del male fisico che l’ammorbava a Gina Pane (1939-1990) di cui la Poetessa scrive “ogni/ gesto si muove nella carne./ ogni gesto tocca la carne/ la incide ogni gesto provoca una ferita lascia/ sul corpo una traccia sentimentale“. La Pane, icona indiscussa della performance art degli anni ’70 con particolare attenzione alla body-art, rimane nota – tra le varie istallazioni in giro per il mondo – per la performance nella quale si auto-infliggeva dolore, una sorta di martirio spettacolare al quale lo scioccato pubblico prendeva parte con curiosità o riprovazione. La stessa ebbe a dire (fonte: Wikipedia) “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo sia la propria debolezza, sia la tragica e impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze”. Una disanima, quella della Pane, pur dalle connotazioni voyeuristiche e inclini alla spettacolarizzazione mediante situazioni-limite e ready-make fatti col proprio corpo. Omaggio anche a Cindy Sherman (n. 1954) che – devo confessarlo – non conoscevo e che sono andato a scoprire proprio grazie al volume di Lella di Marchi. Nella poesia a lei dedicata si parla del corpo in relazione a forme di mutabilità, di cambiamento e trasformazione per mezzo di un processo di travestimento (l’incipit, invadente e risolutivo, già anticipa: “il corpo non abita il genere“).

Ricerca e studio del corpo e delle sue ambivalenze, soprattutto nelle forme di contatto e relazione con un pubblico sconosciuto, una massa spesso piena di tabù e di inconfessati desideri. Nell’istallazione “Sex pictures” (1989) la Sherman introdurrà anche l’elemento-immagine del manichino, poi proposto in smembramenti inconsueti e in scene piccanti o atte a risvegliare pensieri sepolti. La De Marchi omaggia sapientemente e con profondo rispetto anche Francesca Woodman (1958-1981), fotografa statunitense che si specializzò nel nudo femminile in bianco e nero, artista morta all’età di ventidue anni; nella lunga poesia che ha lei come dedicataria la De Marchi annota verso la chiusura “tutte cose che sono in me quanto le vedo tutte le cose che/ non possono essere me perché suono fuori di me./ il mio corpo è in tutte le cose che vedo ma non tutto/ intero, a pezzi, un po’ qua e un po’ là, in modo vago” che richiama anche “Tutte le cose sono uno” (Prospettiva, 2015), titolo di una recente pubblicazione di narrativa breve della De Marchi. 

Altrettante liriche sono dedicate alla performer francese Sophie Calle (n. 1953) alla quale scrive di “quanto sia impossibile/ penetrare nel fondo di ognuno di esse” e di “quanto sia necessario/ avvicinare ogni corpo, un corpo alla volta, quanto sia/ necessario chiedere ad ogni corpo di lasciarci una/ testimonianza ulteriore di sé“. In questo gineceo di presenze femmine da ricordare che hanno segnato distintamente l’arte concettuale e performativa delle ultime decadi non mancano neppure la fotografa americana Nancy Goldin (n. 1953) portavoce e difensore di un messaggio di sincretismo autentico tra arte e vita, nota anche per l'”Autoritratto un mese dopo esser stata picchiata” ben presto divenuto manifesto contro la violenza di genere e, ancora, le ben più note Marina Abramovic (n. 1946) definita “la nonna della performance art” e Vanessa Beecroft (n. 1969), artiste e performer di fama mondiale che hanno affrontato in modi diversi il tema della corporeità: dalla sperimentazione del dolore in Abramovic e il rapporto con il pubblico quale sconosciuta alterità, al tableau vivant di nudo della Beecroft. Autrici complesse e mai scontate che lanciano messaggi chiari – spesso di denuncia – o di riprovazione verso un mondo in cui la massificazione dei commerci, la molteplicità delle comunicazioni, il mancato dialogo e l’indifferenza generale fanno dell’uomo un essere spesso distaccato e incompreso, corazza di dolore a coprire uno stato di disagio. 

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 Uno scatto di una performance dell’artista Vanessa Beecroft tenutasi nel 2009. 

In chiusura una lirica densa, dove le immagini si ricorrono e si affastellano, dove il verso lungo non dà requie al respiro e trascina in maniera concentrica verso una spirale di materia, di carne viva, che arde e si spolpa distaccandosi dall’osso. Si tratta della concretizzazione completa di quell’allucinante stato di delirio che ha anticipato la distorsione della frivola quotidianità e del cosiddetto normativismo: “è un immenso paesaggio con ossa, vita che vive senza ornamenti di necessari ornamenti“.

Non è affatto un caso che sia dedicata a una delle voci più distinte della poesia italiana del secolo scorso, autrice di “Variazioni belliche” (1964) e di “La libellula” (1985). Il percorso della De Marchi si chiude con un mesto e al contempo vigoroso ossequio e tocco amicale verso Amelia Rosselli della quale pure ci si riferisce alla “caduta” e alla sua disposizione “in fondo alle scale” che, di certo, non può non rimandare all’immagine scomposta del suo corpo ai piedi della rampa dove si suicidò. La Rosselli – via Lella De Marchi – pronuncia frasi livide che racchiudono tormento e instabilità ma anche esigenza di cambiamento: “l’aria ha una forma che fa paura che non è astratta se vista da/ noi“. Mi è venuto intuitivo pensare a una poesia che scrissi mesi fa e che dedicai alla stessa Rosselli, dal titolo “Hai dominato l’aria”, nella quale sono presenti alcune fosche considerazioni sulla incongetturabile esistenza e sulla vorticosità degli accadimenti che hanno capacità di generare lesioni interne di vario tipo. Nella stessa scrivo “Il muro respira tensioni/ tra stinti capelli arcuati/ soppesi il balzo dell’aria/ quando il cumulo pesa/ e torce idee di sospensione/ […]/ Arcigna è quella rampa/ che ti ha dato la vita;/ […]/ Hai scorso di colpo il percorso/ il foglio che centrifuga il mondo/ non l’hai lasciato vuoto“. 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 03-01-2018

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

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Ricordando chi si batté contro la mafia: l’indelebile figura di Don Giuseppe Diana

A cura di Stefano Bardi (*)

Quando in Italia si parla di Mafia e Mafie, ecco che si sentono risuonare, anzi riecheggiare nell’aria le potenti parole di un martire dell’antimafia, vissuto nel nostro lontano e vicino 1900, un secolo che ancora oggi è un tema di ampie discussioni, di qualsiasi tipo, da quelle storiche, a quelle sociali, fino ad arrivare a quelle giovanili. Il martire di cui sto parlando, è stato un uomo che ha indossato le semplici e umili vesti ecclesiastiche, e non quelle da magistrato come la coppia Falcone-Borsellino o quelle da giornalista come Giancarlo Siani o quelle da poeta e speaker radiofonico come Giuseppe Impastato, bensì la semplice veste nera da sacerdote. Non sto parlando di Don Pino Puglisi, ma del presbitero, scrittore e capo scout campano Don Giuseppe Diana, “Don Peppe”, al quale voglio dedicare questo articolo, partendo dalla sua biografia, per arrivare ai suoi insegnamenti.

downloadDon Giuseppe Diana nasce il 4 luglio del 1958 a Casal di Principe (NA). Nel 1968 si licenzia in Teologia Biblica nel Seminario di Aversa e si laurea in Filosofia all’Università Federico II di Napoli. Nel 1978 entra nell’Agesci divenendo capo scout di Aversa, e nel 1982 prende i voti da sacerdote. Insegna Letteratura presso il Seminario Francesco Caracciolo, Religione Cattolica presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale “A. Volta” e all’Istituto Professionale Alberghiero di Aversa. Il 19 marzo 1994, nel giorno del suo compleanno, muore a Casal di Principe in un attentato di matrice mafiosa, per opera di Giuseppe Quadrano che gli sparò vari colpi in faccia, aiutato da Mario Santoro e Francesco Piacenti, sotto la commissione della famiglia camorristica dei De Falco, i quali per scagionarsi dall’omicidio cercarono di far cadere la colpa sulla famiglia camorristica degli Schiavone. La lotta che Don Giuseppe Diana condusse contro la Mafia, gli fece conquistare la medaglia d’oro al valore civile. Pur essendo lucidamente cosciente dei pericoli che correva, non rinunciava a esporsi pubblicamente contro la camorra, fino a cadere in un brutale omicidio nella sacrestia, mentre si preparava per celebrare la Messa.

Don Peppe, come lui stesso amava definirsi, è stato un semplice uomo di chiesa, e si inalberava fortemente con coloro che lo definivano un martire dell’antimafia . Sacerdote vicino ai giovani, anche e soprattutto alla sua attività nell’Agesci di Aversa al fianco degli Scout. Un sacerdote animato da una profonda umanità e compassione che andava oltre al sacro e che spingeva gli altri a cercare chi erano veramente e a cercare Dio.

La sua lotta alla Mafia è stata una lotta combattuta attraverso la Sacra Parola del Vangelo, la quale ci rende veramente liberi e capaci di saper scegliere, proprio come ci insegna il messaggio originale del Cristianesimo. Un Vangelo che ci insegna a non tacere davanti a nessuna illegalità e oscurità e che ci “obbliga” a seguire l’unica via possibile per la redenzione e la salvezza spirituale e carnale, che è quella dell’annunciare la parola del Vangelo liberatore in nome di Cristo.

Un altro strumento utilizzato da Don Giuseppe Diana nella lotta alla Mafia è stato quello dell’Oratorio Parrocchiale utilizzato anche da Don Pino Puglisi; per Don Giuseppe Diana questo ambiente doveva essere un luogo per eventi che andavano dallo sport allo spettacolo. Per questo sacerdote l’Oratorio era solo uno strumento di difesa contro la Mafia, ma niente di più. Don Giuseppe Diana ci lascia come eredità un bellissimo testo dal titolo Per amore del mio popolo che fu diffuso nelle chiesa di Casal di Principe e in tutte le chiese aversane nel Natale del 1991, che insieme alla sua firma è accompagnato anche dalle firme dei parroci della foranìa di Casal di Principe. Un testo che ci dice come l’uomo debba combattere la Mafia e le Mafie, ovvero, essere in primis noi stessi dei Profeti e come loro andare in giro per il mondo e diffondere un messaggio di Giustizia, di Legalità, e di Libertà. Un testo che merita di essere analizzato meglio.

Il testo di Don Giuseppe Diana è incentrato sulla figura dei Profeta e come lui l’Uomo deve vedere l’illegalità, la deve denunciare, deve ricondurre l’uomo al disegno originario di Dio, deve ricordare il Passato, e farne uso nel Presente per non ricadere nell’Oscurità, deve suggerire la strada della vita, e lui medesimo deve consumare la fratellanza nel patimento. Come il Profeta, deve camminare sempre e per sempre sulla strada della Legalità e della Giustizia sociale e spirituale. Attraverso questo testo, Don Peppe ha cercato di salvare i ragazzi di Casal di Principe dalle oscure grinfie delle bande camorristiche locali. Subito dopo la sua morte si è cercato di infangare la sua figura attraverso articoli di giornale sui quali fu fatto passare come un frequentatore di prostitute e un pedofilo. Dichiarazioni infamanti e calunnie che caddero il 27 marzo 2003 quando ci fu la Sentenza di Appello che condannò Giuseppe Quadrano come esecutore del suo omicidio; in tal modo la figura di Don Peppe poté ritornare a risplendere di una luce buona e giusta, per la felicità della sua famiglia, dei suoi confratelli, e per la gioia di tutti i ragazzi e adolescenti che ancora oggi combattono la Mafia in suo nome.

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Non solo Per amore del mio popolo, ma anche altre parole vanno ricordate della sua lotta alla Mafia. Iniziamo con un suo intervento che fece nell’anno prima di diventare sacerdote, e più precisamente, ritorniamo al 19 marzo 1981, dove ci dice che dobbiamo incontrare Dio, rendendolo attuale ai tempi in cui viviamo. In noi stessi, come ci suggerisce Don Peppe, devono essere presenti la ricerca e la scoperta del Tu, che devono portarci e donarci la pace e la calma. Altre parole sono quelle contenute in un suo libello scritto in brutta dal nome Capo-Sacerdotale. Dimensione sacerdotale (Liturgia-Preghiera). Parola preghiera vita che dovrebbe risalire al 1987. Un testo che non è mai stato pubblicato, ma che è di vitale importanza, poiché si concentra sulla sfera sacerdotale del capo scout e dello scoutismo più in generale, il quale è concepito da Don Peppe, come il racconto morale del Regno Divino, poiché come il Padre Celeste, anche lo scoutismo contempla e valorizza le semplici e umili azioni giornaliere. Il capo scout, proprio come il prete e l’ecclesiastico, ha l’obiettivo e si pone il compito di mostrare Dio al Mondo, e di condurre il Mondo a incensarlo.

Fondamentale è anche l’intervista del 1992 rilasciata al Giornale locale Lo Spettro dal titolo “I preti anticamorra. La parola di Dio, spada a doppio taglio ”, in cui afferma che la Chiesa debba essere solo un mondo che s’impegni nel sociale, nell’aiuto dei poveri, e nell’aiuto agli emarginati, cioè una Chiesa di denuncia-annuncio. Un’ultima importante intervista è quella che rilasciò il 19 marzo 1992 dal titolo “Educare alla legalità”. Un’intervista che si concentra sul suo maggiore testo antimafia, che è il già citato Per amore del mio popolo, inteso dal suo stesso autore come un simbolo di rottura e contraddizione sociale a Casal di Principe, dal Natale del 1991 in poi. Inoltre ci dice anche che la lotta alla legalità è un qualcosa di profetico, ma non deve essere unicamente fermo allo stadio mentale, bensì deve essere un cammino pratico e “materiale”. Non solo attraverso queste interviste e attraverso il suo documento possiamo ricordarci di Don Giuseppe Diana, ma anche grazie al Comitato don Peppe Diana nato il 25 aprile 2006 a Casal di Principe, composto dall’Agesci Campania, dalla Scuola di Pace don Peppe Diana, dall’Associazione Jerry Essan Masslo, dal Progetto Continenti, dall’Omnia Onlus, dall’Associazione Legambiente circolo Ager, e dalla Cooperativa Sociale Solesud Onlus. Il Comitato don Peppe Diana dal 2003 cerca di costruire a Casal di Principe una Comunità Anticamorra. Anche la Scuola ricorda questo uomo di chiesa attraverso l’intestazione avvenuta il 21 aprile 2010 da parte dell’Istituto d’Istruzione Superiore di Morcone e attraverso l’intestazione dell’Istituto Comprensivo 3 di Portici. Anche la fiction televisiva (finalmente in maniera giusta), ci ha fatto ricordare la sua vita e il suo insegnamento, grazie alla fiction prodotta e trasmessa il 18 e il 19 marzo 2014, in onore del ventesimo anniversario della sua morte, dal titolo Per amore del mio popolo, con l’attore Alessandro Preziosi nei panni di Don Giuseppe Diana.

Oggi più che mai la voce e le parole di Don Giuseppe Diana riecheggiano forti e potenti, contro quell’Universo che Giuseppe Impastato definì come “una montagna di merda”, e che prende il nome di Mafia. La voce di Don Peppe, sarà per sempre una voce che riecheggerà nei nostri cuori, ogni volta che si parlerà di Mafia. Un Profeta che ha combattuto questi oscuri universi con il Vangelo. Ecco chi è stato Don Giuseppe Diana. Anche Noi dobbiamo seguire i suoi insegnamenti e diventare Profeti in quanto battezzati in nome di Cristo, e anche la nostra voce dovrà riecheggiare anno dopo anno, e secolo dopo secolo, contro la Mafia. Insegnamenti che oggi più che mai devono trovare spazio nella società odierna, come per esempio a Ostia dove vige omertà e paura nei confronti di clan mafiosi che comandano a piede libero, con atteggiamenti mafiosi e camorristici.

Insegnamenti che già da tempo a Chiaravalle, per esempio, sono messi in pratica dai ragazzi della Parrocchia di Santa Maria in Castagnola che ogni sabato nel Chiostro adiacente all’abbazia educano le nuove generazioni attraverso l’Oratorio; e li chiamerò con il nome di fantasia Legality Boys (Ragazzi della Legalità). Questi Ragazzi della Legalità usano come Don Peppe lo strumento dell’Oratorio per educare i nostri ragazzi al rispetto fra le persone, alla fratellanza, alla pace, all’amore, e alla contemplazione e diffusione della Parola del Vangelo e di Dio. Tutto questo lo fanno fondendo l’insegnamento di Don Peppe, con lo strumento usato da Don Pino Puglisi, ovvero il gioco inteso come uno strumento per la crescita sociale, civile ed etica, ovvero come qualcosa che può far diventare i nostri ragazzi, dei veri Cittadini del Mondo che non hanno paura di niente, perché illuminati dalla luce di Dio. Come disse Giovanni Paolo II, “non abbiate paura” e impegniamoci a contrastare la mafia, nelle sue forme più o meno grandi e luride.

STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

Don Giuseppe Diana, Per amore del mio popolo, Casal di Principe, 1991.

R. Giuè, Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, Roma, Edizioni Paoline, 2007.

 

(*) Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata, con il titolo “Vangelo vs Mafia: l’insegnamento di Don Giuseppe Diana” sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n°15, Marzo 2015. L’articolo viene qui riproposto dietro proposta e consenso dell’autore.

L’autore del presente articolo dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

 

“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

spurio.jpgCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

L. Spurio su “Eva non è sola” progetto contro la violenza sessuale di Lorena Marcelli

 

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In questo volume antologico curato dalla scrittrice abruzzese Lorena Marcelli trovano posto racconti e poesie di vari autori contemporanei che hanno aderito alla causa di denuncia contro l’inarrestabile fenomeno della violenza di genere. In particolar modo è nei contributi narrativi che i vari autori sono riusciti a rendere con tocchi di alta qualità linguistica e perfetta padronanza del genere, i degradati ambiti relazionali e sociali, le aridità umane e i nevrotici meccanismi della mente che sono protagonisti di storie inenarrabili e dolorose dove è la sregolata azione umana a dettare le esistenze dei suoi simili.

Uomini soli o scontenti, delusi e incompresi o più spesso maneschi ed ossessionati, profondamente gelosi e dalla cultura fondata su una impostazione retrograda e patriarcale, come i peggiori mostri o caratteri maligni della fiaba più terrificante, mostrano tutte le loro ambiguità di fondo, le debolezze mascherate dall’adozione della violenza e dalla manifesta supremazia. Sono descritti scenari familiari e relazionali alquanto difficili dove la comprensione per le donne sole e dominate sembra essere la grande assente, tanto da spingere le malcapitate a una fuga dal contesto domestico che difficilmente riesce a compiersi perché –per citare dal racconto di Corinne Savarese- “la sofferenza è un mantello gelido che cala addosso e toglie il sole”.

Due date importanti nella legislazione del nostro Paese che hanno concesso alla donna una maggiore possibilità di tutelarsi e di rivendicare il proprio stato d’abnegazione indotta e di vera e propria schiavitù sono rappresentate dall’abrogazione del cosiddetto delitto d’onore[1] (1981) e dal riconoscimento del femminicidio quale reato propriamente detto (2013) che prevede un inasprimento della gravità nei confronti degli atti persecutori (stalking) commessi od omicidio contro il partner, coniuge o convivente.

Un programma televisivo come “Amore criminale” (Rai3), il prossimo anno alla decima edizione, risulta essere uno dei format di denuncia alla violenza sessuale più seguiti e sarebbe senz’altro stato impensabile solamente venti o venticinque anni fa quando la violenza sulla donna veniva denunciata molto meno, malcelata o sviata in modi e forme che contribuivano alla decolpevolizzazione del gesto verso l’uomo e alla mancata protezione sociale verso la donna. Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di violenza sessuale anche per mezzo di un’ampia campagna volta alla denuncia e alla coscienziazione su quanto sia ulteriormente peggiorativo e lesivo della persona interessata e della società celare, tentare di annullare o archiviare un dato episodio di violenza. La casistica che si presenta all’interno di una coppia dove l’uomo giunge all’adozione spregiudicata della violenza è per lo più similare se non addirittura un copione ormai troppo noto che si ripete assai frequentemente.

Denunce di stalking fatte ed archiviate, denunce di violenza che impongono l’uomo a stare lontano dalla casa e dal raggio d’azione della donna, affido unico dei minori alla madre e soprattutto l’evidenza della fine del rapporto sono i temi cardine dai quali si sviluppa furiosa l’energia dirompente e annullante dell’uomo. Compreso che l’altra metà non è più in qualche modo suggestionabile e assoggettabile, l’uomo –come sospinto in un retrogrado recupero dello stato di natura- perde ogni peculiarità propria del genere umano e si brutalizza. Come un animale selvaggio impiega la forza per ottenere ciò di cui ha bisogno, una volta che il ragionamento, il dialogo, il desiderio di una crescita hanno dimostrato l’inefficacia nel suo ferino percorso di depredazione. Ecco che gli istinti di morte sopravvengono in maniera incontenibile sfociando su ciò che fino a poco prima era stato l’oggetto dell’amore, la donna della propria vita, la compagna di un’intera esistenza. Non sono infrequenti, infatti, fenomeni di femminicidio anche all’interno di coppie unite in matrimonio da vari decenni. Il femminicidio non è un fenomeno mappabile per età, livello culturale, geografia, condizione economica, confessione religiosa, etc. perché –lo si è visto dalla cronaca- interessa fasce generazionali diverse, intacca persone dall’alto profilo umano come pure persone modeste, che conducono una vita semplice. Se la cultura potesse intervenire a sanare questo difficile problema, che ha assunto i tratti di una realtà endemica, allora si potrebbe lavorare in questa direzione per non consentire che strati disagiati ed emarginati della società cadano in questo baratro ma purtroppo il livello culturale, l’apertura nei confronti della società, il grado di istruzione etc. non sono paradigmi che incidono direttamente su questo tipo di relazioni malate, su questi accecamenti della psiche quando tutto viene travolto da un annebbiamento pauroso della mente dal quale non è possibile mettersi in salvo.

Ecco, allora, che progetti come questo curato da Lorena Marcelli possono essere utili nella società frammentata dell’oggi dove il problema è sempre più concreto tanto da poter riguardare la nostra vicina di casa come pure una nostra amica che, per vergogna, riesce a tenere tutto nascosto sino a che non si presenta un episodio critico che palesa la situazione di inadeguatezza e sofferenza.

Parlare del femminicidio e della violenza in genere non serve a risolvere né a sanare un problema talmente vasto e radicato, purtroppo, in un certo tipo di cultura che, se per molte cose può dirsi all’avanguardia e innervata su un rimarchevole sviluppo umano, dall’altro canto è essa stessa erede di una forma pregiudiziale, maschilista e patriarcale, di quel patriarcato austero di provincia relegato in famiglie spesso numerose ma dove l’orrore è un fatto facile e genetico da nascondere.

La società d’oggi, suggestionata da continui casi d’inciviltà e di sfruttamento è ben informata su cosa è richiesto di fare, rispondendo alla propria coscienza e all’impegno etico di chi è cittadino del mondo, dinanzi a casi d’abuso, di violenza, di sottomissione e, in ciascun modo, di emarginazione e annullamento dell’identità altrui. Permangono delle nocive sacche di resistenza rappresentate dall’omertà e dall’indifferenza, le due spregevoli sorelle che ancora sembra difficile da battere, complice quella cultura della tradizione e della strenua difesa dell’onore che in molti ancora non sono in grado di svilire, neppure al costo del salvataggio di una vita.

C’è poi la questione religiosa che non è da sottovalutare. La vecchia Europa è da anni il bacino d’approdo di numerose famiglie di altre parti del mondo, spesso di fede musulmana. Figlie di berberi che in Europa cercano di condurre la vita familiare nella piramidale organizzazione della società com’è nella loro cultura patriarcale e dispotica che, invece, fanno loro il nuovo stile di vita, quello italiano per l’appunto, senza indossare l’imposto velo, ricorrendo ai trucchi, scegliendo abiti colorati e moderni e dedicandosi in maniera particolare alla cura del corpo. Indimenticabile la vicenda della povera Hina Saleem che alcuni anni fa venne massacrata dal padre, dallo zio e da altri uomini della sua famiglia con la colpa di aver voluto vivere all’occidentale, di aver voluto indossare jeans e prendere parte alla normale vita sociale come le sue coetanee. Si tratta, allora, in questo caso di adoperare una piccola rettifica in merito a quanto esposto precedentemente circa il fattore culturale quale elemento incidente o meno in episodi di violenza di genere. La questione si fa oltremodo articolata tenendo in considerazione che in quella circostanza, come pure in altre simili, alcuni esponenti della comunità islamica non mancarono di prendere le distanze dall’esecrabile gesto.

Con questa opera si dà voce a chi l’ha perduta perché gli è stata tolta, alle donne che sono state imbavagliate, malmenate e costrette al silenzio, a tutte quelle persone che vivono nel tormento una condizione di profondo dolore, depressione e la convinzione di essere nulli per se stessi e per il mondo tutto. Vittime sacrificali di una crudeltà che è la vita degenerata della società d’oggi dove il sentimento e il rispetto finiscono per essere poca cosa quando si viene accecati dalla gelosia, dal risentimento, dall’odio e dalla necessità di rivalsa.

Il volume Eva non è sola curato da Lorena Marcelli si avvale del sostegno di amministrazioni pubbliche locali che hanno apprezzato l’esimio lavoro promosso riconoscendolo come degno di spessore a livello sociale, tra di loro la Provincia di Teramo e il Comune di Roseto degli Abruzzi dove si è tenuta la presentazione ufficiale del volume il 25 novembre u.s. presso la Sala Consiliare. A seguire l’antologia è stata proposta anche a Campobasso, Termoli e Pescara e tra le prossime tappe che la vedono protagonista figurano L’Aquila (il 18 gennaio) e Giulianova (il 20 gennaio). Il costo contenuto del volume (10€) permette una lettura non facile né dolce ma ricca di spunti di analisi tanto da rinvigorire quell’impegno socio-civile spesso tiepido e vacuo, a favore di una battaglia che è indistintamente di tutti. Affinché Eva non sia sola è necessario, però, sradicare il pregiudizio, archiviare i superomistici spiriti d’orgoglio maschile ed impiegare il cervello, unico mezzo che può consentire di comprendere la realtà. La violenza non è dell’uomo e quando egli se ne appropria deve essere condannato duramente senza scusanti di sorta.

 

 

La curatrice del volume

Lorena Marcelli vive in Abruzzo. Con lo pseudonimo di “Laura Fioretti” ha pubblicato i romanzi Uno strano scherzo del destino (2014), Per averti (2014) e Avrò cura di te (2015). Nel 2014 è risultata vincitrice assoluta del Concorso Nazionale indetto dall’editore Marcelli di Ancona nell’occasione del 50esimo anno di attività con il thriller storico L’enigma del Battista. In digitale ha pubblicato, con i tipi della Casa Editrice EEE, i romanzi La collina di girasoli (2015) e Un’altra direzione (2016).

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-12-2016

 

[1] In Italia, come in altri paesi dell’Europa, veniva riconosciuto un attenuamento sensibile di pena o addirittura la cancellazione di pena in determinate circostanze nelle quale un crimine commesso interessava questioni di difesa dell’onore familiare. Vale a dire il genitore che uccideva la figlia perché questa si era unita sessualmente con un uomo diverso dal marito da lui ordinatole, contravvenendo a infangare il suo onore e la rispettabilità della famiglia, non era propriamente un reato ma un’azione preventiva e sanzionatoria in qualche modo concessagli dallo stato. Il crimine non veniva considerato in quanto tale ma era valutato in base alle logiche relazionali tra gli intervenuti e le ragioni che portavano all’assunzione di quel dato gesto omicida.

Segnalazione volumi: “Roma brucia” di Pietro Orsatti

ROMA BRUCIA  di Pietro Orsatti

prefazione di Marco Damilano
isbn: 978 88 6830 266 5
pp. 288 ­ € 16,50

Sinossi:

coverRomaBrucia (1)Dopo le inchieste sul sistema di Mafia Capitale, lo scioglimento per mafia del X Municipio e il parziale commissariamento del Campidoglio – negato, ma nei fatti è stata questa la scelta del governo – la città è in ginocchio. Tutti i servizi primari sono al collasso: dal trasporto pubblico fino alla gestione dei rifiuti, dalla manutenzione della città ai cantieri aperti e mai chiusi. Ed è al collasso la politica, alla sbarra nei processi e incapace di rinnovarsi.

Intanto le consorterie criminali si stanno riorganizzando, stringendo la città in una morsa, anche con la violenza. Ci sono tutte, dalla ’ndrangheta alla camorra, da Cosa nostra siciliana alle organizzazioni straniere. I Casamonica e quello che resta della Banda della Magliana,che non è mai morta. E poi la minaccia delle organizzazioni eversive di destra, di quei Nar a cui appartenevano Massimo Carminati e altri protagonisti di questi anni. Tornano le ombre di un passato, quello della strategia della tensione, dove mafia, eversione, massoneria coperta, pezzi della politica e apparati deviati dello Stato giocarono sulla pelle della Repubblica e della democrazia. Ci vorrebbe una Primavera di Roma, un movimento che metta insieme le energie migliori della società e della politica, della cultura e dell’arte, per affrontare la drammatica situazione della Capitale. Ma tracce di questa Primavera non se ne vedono.

Roma ha tremato per mesi. E ora è tentata dal colpo di spugna. Il processo avrà il suo corso, ma nella profondità del grande budello racchiuso nel raccordo anulare tutto sembra già dimenticato. Roma, e tutto ciò che rappresenta, prova a metterci ’na pezza, ancora una volta. Far passare la nottata, le inchieste, le retate, il Giubileo.  Roma brucia”.

Dalla prefazione di Marco Damilano

L’autore

Pietro Orsatti, nato a Ferrara, è cresciuto e ha trascorso gran parte della sua vita a Roma. Ha lavorato e collaborato con numerose testate giornalistiche fra cui «il manifesto», «Diario», «Liberazione», «Left/Avvenimenti», «Nuova Ecologia», «Terra», Radio Popolare, Rai, Arcoiris, ag Dire, «Micro Mega», «Antimafia Duemila» e «I Siciliani/giovani». Fra i primi in Italia a puntare sull’informazione aperta sul web e giornalismo partecipativo, ha realizzato e diretto più di venti documentari e ha scritto per il teatro e per progetti audiovisivi. Ha pubblicato A schiena dritta (2009), L’Italia cantata dal basso (2011), Segreto di Stato (2012), Grande Raccordo Criminale (con Floriana Bulfon, Imprimatur 2014) e alcuni ebook (Roma, L’Era Alemanna, Il Lampo verde, Utopia Brasil).

L’antologia di poesia civile “Risvegli: Il pensiero e la coscienza”: i selezionati per la pubblicazione

RISVEGLI – IL PENSIERO E LA COSCIENZA

Tracciati lirici di impegno civile (antologia di poesia civile)

a cura di Marzia Carocci, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi

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A continuazione si trova la lista degli autori disposti in ordine alfabetico che sono stati selezionati per l’antologia in oggetto e vicino i testi che i curatori hanno deciso di pubblicare nella antologia che sarà pubblicata da Poetikanten Edizione dopo il periodo estivo.

Si richiede a tutti coloro che sono stati selezionati di far pervenire alla mail eventipoetici@gmail.com entro e non oltre il 31 Luglio 2015 il modulo di liberatoria compilato e firmato. Gli stessi riceveranno il modulo di liberatoria in una mail.

AUTORI/POESIE SELEZIONATI/E PER LA PUBBLICAZIONE

 

BRUNO AGOSTI: Raccontami (A Yara Gambirasio); Rosanna

CARLA ABBONDI: Migrante; Dimore assolute

RINA ACCARDO: Reclusione; Lontano

VELIA AIELLO: Calabria

FRANCO ANDREONE: L’intolleranza; Il lavoro…avercelo;

ELVIO ANGELETTI: Sbarre; Vecchio

LUCIA BONANNI: Memorandum; Terra nera; Umanità

MIMÌ BURZO: La stagione del vento

VINCENZO CALÒ: Per reagire

SILVIA CALZOLARI: Da ferro-a-oro; Nel tuo occhio futuro

GRAZIELLA CAPPELLI: Vivere nuoce alla salute; Nell’aiuola del nostro tempo; Tasi-Tares

SANDRA CARRESI: A Loris (29 novembre 2014); Viaggi…; Chiodi, vetri e veleno…

FRANCESCO PAOLO CATANZARO: La lacrima della prostituta; Societas civile, nova gens; Un mondo nuovo

LAURA CECCHETTI MANAO: Mediterraneo; Sullo schermo della tv

MARIA CHIARELLO: Vite spezzate

GIOVANNI ROSARIO CONTE: Ho imparato a…; Mio crudele amore

FLORIANA COPPOLA: Basta che io non ci sia che non veda

MARIO DE ROSA: Lontananza;  Oscuri eroi

MARIA ROSARIA DI DOMENICO: Violenza (Per tutte quelle infanzie negate); Donne

GIANNI DI GIORGIO: Quando l’occhio si fa attento

ROSANNA DI IORIO: Canto accorato per gli esclusi; Impazzite le rondini nel cielo (A Melania Rea); Fiori di Bucarest

ANTONIO DI LENA: Il colore della notte; Noir

FRANCESCO DI RUGGIERO: Volo d’amore

ALBERTO DIAMANTI: Il bambino nato dal cuore

FRANCA DONÀ: Storia o utopia; Sguardo al futuro

ALFREDO FAETTI: La gabbia; Profilo d’ebano

SARA FAVOTTO: Il nuovo anno che verrà (In ricordo di Letizia e di tutte le donne vittime di violenza); Quale pietà

ELISABETTA FREDDI: L’eclissi (A tutte le donne eclissate); Ombre nella notte (Alle giovani donne emigrate con inganno); Lembi di luna (A tutti i bambini nei campi profughi)

GIUSEPPE GAMBINI: Violenza ad una donna; Stamani sul metro

VALENTINA GIUA: Un fischietto ed un pallone; Il risveglio di Demos

ROSSANA GUERRA: Un volto, una voce; Apparenza

SEBASTIANO IMPALÀ: Striscia di Gaza; Lampedusa (A tutti i profughi)

CHRISTIAN MICHELE LOCATELLI: Lacerazioni…

FRANCESCA LUZZIO: Mare innocente;  Indietro (Alle donne offese e violentate); E tu mi chiedi

CLAUDIA MAGNASCO: Ogni notte è un rogo nuovo; Nelle fogne del mondo

MICHELA MANENTE: Il poeta della capra (Alla comunità ebraica), Il solco (Storia del Passante di Mestre)

MARIA TERESA MANTA: L’orco; Finalmente liberi!

DONATELLA MARCHESE: Colori che salvano; Metafora nel fango; Histoia magistra vitae

EMANUELE MARCUCCIO: La scuola è in alto mare; Albania; Omaggio a García Lorca

EMIDIO MONTINI: Italia terra indifferente; Il tempo; Oh, la storia

GIULIANA MONTORSI: Arrivi con il sole; Che il nostro canto…

ANDREINA MORETTI: Il nero respiro della fine; Non getterò la spugna

DANIELA NAZZARO: La lotta (A Vittorio Arrigoni); La parola (Ad Erri De Luca); La resistenza (A mio nonno)

MARIA RITA ORLANDO: Bersagli; Lacrime amaranto

GIANNI PALAZZESI: Aspettando tempi migliori; Donna libera

LUIGI PATERNOSTER: Le foibe; Erano due bimbe – Pakistan 2014; L’Isis è arrivata anche in Italia?

ANTONINO PEDONE: L’ali di la spiranza; Li vicchiareddi

STEFANIA PELLEGRINI: La ragazza dai capelli rasta; Oltre le pagine sporche

CLAUDIA PICCINI: Esseri umani

PATRIZIA PIERANDREI: Il collaboratore ecologico; Dottori senza frontiere

MARIA TERESA PIERI: Un groppo in gola

PAOLO PIETRINI: Nei versi la pace; Razza umana

LORENZO POGGI: Endecasillabi sporchi; La prima guerra mondiale:dettagli; Mare nostrum

VINCENZA POSTIGLIONE: Eroe nazionale

ANTONELLA PROIETTI: Camminiamo in fila indiana; Il regalo della povertà

ELFO ARTICO (MASSIMILIANO RENDINA): Millenovecentosessantotto; Dodici dicembre

NICOLINA ROS: Dove sei pietas?; Pace:utopia

MADDALENA ROTOLO: Migranti; Naufragio; A Phia, clochard gentiluomo

IRENE SABETTA:  Homemade war; Kosovo 999

RITA SALAMON: Fermata; Onore

ANNA SCARPETTA: I grattacieli di New York; Nepal

TANIA SCAVOLINI: Donna dal volto spento; Destini immutabili

CARLA SPINELLA: Cimitero dei poveri; Ragazzo speciale

MARCO SQUARCIA: Immagine

CRISTINA TONELLI: La perfetta imperfezione

PAOLO TULELLI: Mare nostrum (Ai profughi naufraghi nel nostro mare); Nella terra dei fuochi

VINCENZO TURBA: L’avvenire; Il tempo

CRISTINA VASCON: Scavi d’anime e colli; Stonetown in bianco e nero; Neppure

Info:  eventipoetici@gmail.com 

“Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci”, saggio di Lorenzo Spurio

Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

La vita,

fluttuo del cuore,

un labile moto tra lo splender del giorno

e l’indifferente notte,

tra il rigoglio del nascere e il sussulto del morire.[1]

 

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Marzia Carocci durante la Premiazione del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” a Firenze, lo scorso Marzo, nel ruolo di Presidente del Premio.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marzia Carocci[2] circa un anno fa e di incontrarla poi per degli eventi da me promossi assieme ad altri scrittori in quel di Firenze e la prima impressione che ho avuto parlandoci è che è una persona che si dedica alla scrittura perché ci crede profondamente. Il suo ampio curriculum, infatti, dove si segnalano varie sillogi di poesia, collaborazioni e presenze in varie associazioni e un’intensissima attività di critico-recensionista dà testimonianza di quanto Marzia Carocci sia impegnata per la cultura letteraria sotto varie angolazioni: è poetessa, scrittrice di narrativa, ma anche editor e recensionista. Come si sa è rarissimo trovare un poeta che sia anche un critico, ed è ancora più difficile trovarne uno che abbia indiscusse capacità nel fare tanto l’una quanto l’altra cosa. Il poeta adotta una certa visione della realtà e da essa trae sostentamento per le sue elucubrazioni versificate e modulate in strofe; il critico, invece, guarda da lontano, seziona, smembra la parola, analizza, si domanda, fa paragoni e dà giudizi il più possibile obiettivi dopo aver addotto argomentazioni a sostegno della sua tesi. Marzia Carocci è in grado di calarsi mutevolmente nelle vesti del Poeta, ma anche in quelle più strette e austere del critico e a mio modo di vedere questa ampia versatilità è una prerogativa della quale solo in pochi possono fregiarsi con riconosciuto entusiasmo. In questo mio commento mi concentrerò, però, sulla sua produzione poetica che è il filo rosso che unisce questa serie di interviste da me commentate.

Comincerò con il dire che ho sempre letto con attenzione le poesie che Marzia ogni tanto pubblica su Facebook, come “La cena degli artisti” che molto mi ha colpito positivamente per la sua “incontenibile carica energetica” quasi come se la poetessa voglia chiamare a raduno un “esercito di uomini senz’armi” o dotati di una sola arma, che poi è quella più potente: la parola. Considerazioni che portano la poetessa ad esortare gli amici-scrittori ad uscir fuori da quel guscio di torpore, da quella letargia fatta di falsa indifferenza, di labile incertezza e soggiogamento ai tempi d’oggi: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[3] Idee che in parte la poetessa aveva già trattato in “Il poeta incompreso” in cui il poeta, pur ignorato (e immaginiamo addirittura deriso),[4] sembra essere l’unico in grado nel nostro oggi di mantenere quel legame saldo con il senso dell’esistenza, riuscendo con la forza del verso a immortalare momenti, sacrificare ricordi, esorcizzare paure, rivitalizzare decessi, inaugurare autunni dove, però, stranamente può spuntare qualche margherita in mezzo a tanta oscurità.

Il libro di poesie
Il libro di poesie “Nemesis” di Marzia Carocci

Nei mesi scorsi ho letto con piacere la sua ultima “fatica”, la silloge Némesis (Carta e Penna, 2012) sulla quale scrissi una recensione pubblicata poi in rete su vari spazi.[5] Nella recensione partivo dall’analisi del titolo del libro sottolineando come la “nemesi”, questo termine di difficile spiegazione, sia riconducibile proprio a una considerazione che l’uomo fa nei confronti del tempo e del suo incedere. La nemesi non è altro che una rivisitazione, un’analisi posticipata, una sorta di epifania rinnovata, ma con una nuova sensibilità. Nel libro diedi particolare rilevanza all’analisi di alcune liriche di chiaro impegno civile come la poesia iniziale, “8 Marzo 1908” che celebra il valore della donna[6], rintracciabile nel labile ricordo del tragico episodio della morte di varie donne in una fabbrica americana: «ricorda quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare».[7] La mimosa, fiore assunto come emblema della primavera e della donna, ha perso il suo accecante color giallo ed ha assunto quello di un implorante rosso sangue, segno che la violenza, il sopruso, il massacro è stato compiuto e che questo –fisico, verbale o psicologico che sia- ha generato sangue, ossia ha svilito e indebolito il corpo della Donna. In “E tutto tace” è ancora una volta la Natura ad essere offesa e a risultare depredata, vezzeggiata e annichilita: questa volta non è la natura femminea, ma quella universale di Gea, la Terra Madre, ad essere oggetto di sevizie, scosse e turbamenti in un sofferto sciame sismico: «La terra che si apre/ l’inferno che si vede/ l’istante che si allunga/ e tutto si fa morte».[8]

E il tema sociale –stavolta addirittura con anacronistici echi nazionalisti- ritorna in “Li chiameranno eroi” dove la poetessa gioca volutamente sul contrasto che si genera tra le parole di figlio ed eroe: con la caduta di un militare, la Patria acquisterà un nuovo eroe, un martire, ma la madre perderà un figlio. Ci saranno onori, medaglie e commemorazioni, ma non servirà a niente e quei ragazzi rimarranno «figli senza tempo»[9]: rimarranno giovani per sempre perché la stroncatura della loro vita non gli darà un futuro, una maturità, un’anzianità e saranno giovani in eterno, dei giovani morti.

Marzia Carocci
Marzia Carocci

L’impalcatura della poetica di Marzia Carocci, mi sento di osservare con una certa sicurezza, gioca tutta attorno al tema del tempo: ci sono varie poesie dove l’autrice mescola il dolce ricordo col rimpianto e il dolore per un passato che si vorrebbe rivivere come nelle liriche dedicate al padre: «inseguirò il tempo/ che fu tuo padre..»[10]; «il tuo volto padre,/ s’adagia, nei lampi di memoria e poi dissolve».[11] In molte altre la poetessa non può che constatare che il tempo scorre troppo velocemente per tendere alla rovina, decadimento, invecchiamento e perdita di tutto: «sfugge il tempo e scorrono gli anni»[12]; «l’usura del tempo,/ le rughe sul volto/ dune impervie degli anni»[13]; in altre ancora il tempo è chiamato in causa quale dubbio che attanaglia l’umanità che intravede, pronostica, spera, agogna il suo futuro: «Perché non è finita/ finché ritorna il giorno/ che limpido c’invita/ di nuovo a un altro sogno».[14] Ci sono poi espressioni curiose, non delle vere metafore, che concretizzano il tempo («il bulbo del tempo»[15]) o che lo demonizzano («i bambini già vecchi»[16]) e la stessa semantica è di tipo “cronometrico”: la poetessa utilizza spesso connettori quali ‘quando’, ‘fino’, ‘finché’, ‘ancora’, ‘non ancora’ che mettono in luce il suo percorso tortuoso nel giungere a patti con quel passare del tempo che a volte è lento e inavvertibile (l’infanzia) e poi si fa inesorabilmente più impetuoso (la maturità). Ad ogni modo il tempo sembra venir tratteggiato come infingardo, inclemente, come un nemico da temere, sempre pronto a minacciarci («ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso»[17]). Ci tiene sotto scacco e in questa eterna battaglia l’uomo non può che fare le sue mosse con oculatezza, sapendo però già in partenza che non ci saranno mosse felici, né salvacondotti per mettersi al riparo. La partita è fatta di dubbi, pensieri, ricordi a tratti dolci, a tratti dolorosi perché capaci di materializzarsi in maniera totalizzante tanto da generare una sofferenza che “invecchia” ancor di più: «al traguardo d’un tempo/ codardo e impetuoso/ che in fondo ci attende crudele».[18]

Nella bellissima “Lettera al tempo”, la poetessa colloquia con l’antico nemico e lo prende di petto schernendolo per la sua inclemenza nel rovinare tutto e sembra addirittura sfidarlo: «Non rivorrò indietro tutti i giorni che prendesti/ Perché verme Tu/ Che profani i corpi, e doni rughe/ Come scaglie a chi aveva pelle liscia e fresca,/ sei solo il re di questa ignara vita»[19], aggiungendo poi con uno sprazzo di razionalità «quando avrai colto il sibilo finale/ sarai solo TEMPO di polvere ed ossa/ perduto nel nulla!».[20] In altre parole: tu, tempo, che hai sempre corroso, perpetuato la rovina, teso al disfacimento, invecchiato, fatto marcire, diventerai tu stesso «polvere ed ossa»[21] in quel tempo senza tempo di Dio.

Non sono poesie dolorose quelle della Carocci, ma riflessive, autentiche, vivide («ora vivo i nostalgici giorni»[22]), chiari esempi di come un’anima profonda riesce a trasfondere sulla carta degli stati d’animo che sono di tutti, ma che in pochi riescono a verbalizzare: «La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare».[23]

LORENZO SPURIO

NOTE

[1] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 41.

[2] Marzia Carocci è nata ad Arezzo nel 1960. E’ poetessa, scrittrice e critico-recensionista. Collabora con le riviste Il salotto degli autori, Miscellanea, Poeti nella società, Oubliette Magazine, Euterpe e L’AttualitàPer la poesia ha pubblicato Introspezioni (Montedit, 2003), Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006), Parole dell’anima (Carta e penna, 2008), Di poesia ho vissuto (Carta e penna, 2010) e Némesis (Carta e penna, 2012). E’ Socio Onorario dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Intensa la sua attività critica e di recensionista svolta all’interno di varie case editrici. Numerosi i premi e le segnalazioni in prestigiosi concorsi letterari: nel 2008 ha ricevuto dal “Club Naval Deapartamento Social” del Brasile il diploma di onore come autrice scelta per l’antologia curata dal critico Giorgio Tellan, Dal Colosseo al Corcovaldo, con la lirica “Dolore” tradotta in lingua brasiliana. Tra gli altri premi vinti si segnalano il Primo premio “Alfonso Gatto” di Napoli (nel 2008 e nel 2009), il Primo Premio “Città di Berlizzi (nel 2008 e nel 2009), il Primo premio Magnolia di Cinecittà/Roma (nel 2006 e nel 2007) e numerosi altri. Ha ricevuto il premio alla Carriera con l’alta adesione della Presidenza della Repubblica a Napoli nel 2007. E’ presente in numerose antologie poetiche, anche a scopo didattico. E’ membro di giuria in numerosi premi letterari tra i quali “Marzocco”, “Sacravita”, “L’arte in versi”, “Artisti alla ribalta”, “Premio Borgioli”, “Premio Fuligno” e in alcuni di essi è Presidente di Giuria.Sulla sua produzione hanno scritto Massimo Barile, Alfredo Giglio, Alfredo Pasolino, Fulvio Castellani, Giorgio Tellan, Salvatore Bassotto, Lorenzo Spurio, Anna Maria Folchini Stabile e molti

[3] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 14.

[4] Questo riferimento al poeta della nostra contemporaneità come una persona fuori dai canoni, snobbata o addirittura sminuita e de-valorizzata, è presente anche nella poesia “La gioventù” dove la poetessa scrive: «A voi ragazzi spesso non capiti,/ lucenti come stelle i vostri giorni,/ cercate di non essere smarriti,/ volate come spensierati stormi!» (46). L’esortazione è un chiaro inno a perseverare nel bene, nell’amore dell’altro, nella condivisione e nel rispetto della diversità: ingredienti fondamentali per una corretta convivenza e una concreta realizzazione del disegno divino. Nella citazione, inoltre, non si può non leggere anche la stanchezza e la preoccupazione della donna nei confronti della disagiata condizione lavorativa dell’oggi che, purtroppo, colpisce principalmente i giovani a cui la lirica è dedicata.

[5] La recensione è disponibile qui: https://blogletteratura.com/2013/02/19/nemesis-carocci/ 

[6] La poetessa ha sempre manifestato nelle sue poesie una forte ispirazione di carattere femminista e sono molte le poesie dove, direttamente o indirettamente, si tesse l’elogio alla donna nella nostra società sottolineandone però le problematiche che la riguardano, gli abusi, le violenze e i troppo diffusi casi di sopraffazione da parte dell’uomo. A questo riguardo cito dalla poesia “Donne sole” contenuta in Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006) dove in apertura si legge: «Donne, dalle labbra cucite/ Nell’onore rapite,/ dai silenzi pesanti/ come scialli di piombo,/ con lo sguardo abbassato/ per “vergogne” subite e ferite profonde/ sulla pelle celata» (23).

[7] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 7.

[8] Ivi, p. 26.

[9] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 50.

[10] Ivi, p. 8.

[11] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 9.

[12] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Ivi, p. 25.

[15] Ivi, p. 21.

[16] Ivi, p. 23. Questi «bimbi già vecchi» si ritrovano anche nella poesia “Dolore” contenuta nella silloge Nel mio volo (Libroitaliano World, 2006) dedicata all’efferatezza della guerra e dove leggiamo di «pianti che slabbrano il silenzio» e «il silenzio che lento si dissolve/ tra spari e preghiere». I «corpi secchi e nudi» e le «mosche sulla pelle» ci portano a pensare a immagini dolorose di un qualche conflitto armato, forse etnico, in qualche paese africano dove povertà, fame e prepotenza dei militari al potere dettano il destino di gente inerme che poi finisce la sua vita in maniera indegna immortalata dalla poetessa in quei «corpi senz’anima riversi» (10).

[17] Ivi, p. 54.

[18] Ivi, p. 13.

[19] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 18.

[20] Ibidem

[21] Ibidem

[22] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 33.

[23] Ivi, p. 9.