“Tutti i racconti” di Javier Marías, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

“Accettati” o “accettabili” secondo l’autore, comunque splendidi e indispensabili per comprendere l’universo narrativo di Javier Marías, vengono opportunamente riuniti in volume Tutti i racconti (Einaudi 2020) pubblicati nelle due precedenti raccolte, Mentre le donne dormono (2000, 1ª ed.1990) e Quand’ero mortale (1996) che riflettono, integrano ed arricchiscono, nella forma breve, i motivi ispiratori della sua produzione romanzesca da Domani nella battaglia pensa a me a Berta Isla: contrariamente a quanto ritenuto da alcuni critici, un percorso creativo coerente e unitario (pur con esiti meno riusciti), non crediamo articolabile in due fasi, la prima delle quali – sino a Un cuore così bianco – più letterariamente felice. Fra tutti i temi trasversali della perdita/ricerca di un’identità mai definita né definibile nel caleidoscopico disgregarsi di una realtà illusoria e multiforme (si finisce, come nel bellissimo “Una notte d’amore”[1], con il costruirsi esistenze fittizie[2] per il timore di venire uccisi dai propri sentimenti se si ammettesse di viverli. “E per attenuare le cose più intense e passionali far come se accadessero ad un altro. Che è poi il modo migliore di osservarle”. Se poi “l’altro” è un morto…), dell’ambiguità gnoseologica che, inevitabilmente, si traduce in ambivalenza narrativa (“le storie accolte nel tempo non si devono cambiare, anche se si sono ficcate senza spiegazioni nel loro giorno”[3]: per Marías la mancanza di risposte sul piano esistenziale finisce con il costituirsi nella storia narrata, “è” la storia), infine dell’eros e di un fantasma femminile declinati nei loro minimi, più sfumati particolari. E se l’amore è speranza, ardore, oscenità, gioco, finzione, scambio di ruoli, nevrosi, paranoia, rapporto fra sconosciuti, stanca routine quotidiana e fantasia morbosa, opportunismo, devozione, calcolo, ricatto, rassegnazione, tradimento e (quasi) mai fedeltà – perché, in fondo, “è sufficiente credere che la vita di qualcuno dipenda dalla nostra per non negargliela, per non sentirci liberi  di andar via in qualunque momento, per quanto si possa essere stanchi e delusi”[4] e quella che manca è forse proprio la dimensione “normale” (semplicistica?) di un legame che viva semplicemente di sincera empatia – la donna, assai più dell’uomo, è l’emblema/universo in cui tale dimensione prende corpo. Vanitosa, paziente, crudele, sprezzante, infantile, cinica, sbadata o riflessiva, colta e appariscente o anonima, vendicativa sino alla violenza, insieme ironica e taciturna, tranquillizzante e inafferrabile, spesso sola (in attesa, delusa, insoddisfatta, ingannata…ampia la gamma della solitudine femminile), la Lei di questi racconti è “di una grazia irreale, quindi ideale, senza asprezze, distesa, quieta, priva di gesti, liscia, esuberante, non lattea ma cremosa, che non invita al tatto come se minacciasse di sciogliersi” ma ha anche “ciglia di bambola antica o dense e pelle scura per natura, per piscina o per spiaggia”[5].

Suggestioni che trovano naturale, originale espressione attraverso elementi canonici ed esemplari di un approccio narrativo assolutamente “europeo”, il sosia/gemello – Lord Rendall vede, o crede di vedere, se stesso nella presenza maschile che vive accanto a sua moglie in una allucinata alterazione/cancellazione del tempo al confine tra vita reale, illusoria o, forse, decisa da un incomprensibile destino e il detestabile Javier Gualta si scopre duplicato in un alter ego perfetto, finendo vittima di una spirale schizofrenica di degradazione e follia[6] – e il topos dello sguardo. Guardiamo per (tentare di) comprendere o solo vagamente recepire l’intellegibilità dei fenomeni, “in fondo sappiamo come sono fatti gli altri perché li vediamo, anche se nessuno sa vederli gli sguardi”[7] così, come del resto sin dai libri d’esordio, quasi in ogni intreccio qualcuno – affacciato ad un balcone/veranda, davanti ad un portone (spesso di notte), sfacciatamente o di soppiatto, ad occhio nudo, per mezzo di un Binocolo rotto o di un telecamera (“Mentre tutte le donne dormono”) – osserva qualcosa o qualcun altro: per adorazione, per sottrarre le apparenze alla loro fragile precarietà, per illudersi e non illudere, contemplare la bellezza e magari la morte – propria…altrui – quando, repentina e imprevedibile, sconvolge con la sua casualità equilibri, progetti, certezze, promesse[8]. E se Malanimo si risolve nel sorprendente omaggio ad un “Signor Presley” inquieto, ingenuo, sfruttato, ricattato con l’amicizia e le squallide ragioni di uno star system drogato dai dollari (lui “affabile e talentuoso come nessuno”), lo scrittore si conferma assai abile nel toccare le corde del genere fantasy/esoterico – in Le dimissioni di Santiesteban, Non più amori e nell’esemplare Quand’ero mortale[9] protagonista “in assenza” è un fantasma il quale sa amare e ingannare gli altri ma non se stesso, condannato com’è, in un “non tempo” che proustianamente si perpetua con ogni dettaglio, a ricordare e conoscere impulsi, sensazioni, intenzioni della propria vita prima non percepibili, a provare l’orrore di una piena “coscienza” anche della sua tragica conclusione – e del “poliziesco o d’intrigo”[10]: successivo di un solo anno (1995) a Domani nella battaglia pensa a me, l’intrigante “Sangue di lancia” lo riprende nell’incipit enigmatico e, per i meccanismi del delitto (apparentemente) irrisolto solo per un protagonista ignaro e raggirato da un sistema giudiziario kafkianamente “anonimo, ubiquo, molteplice, tragico”[11], anticipa clamorosamente il plot di Berta Isla.

Sul piano strettamente formale la prosa di Marías risulta complessa e articolata, con il ricorso insistito ad una marcata ipotassi, ad incidentali parentetiche equivalenti per importanza alla “frase ospite” e funzionali all’approfondimento psicologico del personaggio (che avviene di frequente attraverso la descrizione minuziosa del vestiario e dei capelli), ad un lessico sontuoso e analitico, ad una aggettivazione ricchissima – spesso addirittura quadruplicata – e mentre risultano inaspettatamente molto più rari – rispetto ai romanzi – gli amati richiami shakespeariani[12], brillante e personalissima risulta la costruzione della struttura narratologica, grazie soprattutto al ricorrere frequente del “finale aperto e/o mancato”, una delle peculiarità del suo stile su cui vale la pena, in conclusione, di soffermarsi. Di fatto il dato essenziale della trama – inteso come scioglimento di un’attesa creata ad arte per l’evento risolutore/chiarificatore della vicenda – non si svela quasi mai nella conclusione del racconto e l’epifania viene differita ad un ipotetico scenario/spazio extra-testuale che spetta alla complicità del lettore supporre e, se vorrà, addirittura “scrivere”, dopo che l’intreccio ha esaurito l’analisi dell’intera gamma di sensazioni emotive dei personaggi di fronte all’evento stesso, vero scopo della scrittura. Questo coincide per lo più con un accadimento di natura violenta come un omicidio, di volta in volta immaginato, pensato, desiderato, forse già avvenuto (“Il medico di notte”), che probabilmente avverrà – magari perché annunciato (“Un immenso favore” e “Caduto in disgrazia”) – o, clamorosamente, sta avvenendo senza che si conoscano la vittima e i motivi della sua eliminazione (“Domenica di carne”), ma l’effetto risulta sorprendente quando la sfera è quella affettiva/erotica, come in “Viaggio di nozze” e “Meno scrupoli”. Un vero narratore è tale anche – forse soprattutto – quando sceglie di non narrare…l’iceberg di Hemingway insegna.

Marco Camerini


[1] Tra virgolette alte i titoli dei racconti citati.

[2] Va ricordato che uno degli spunti centrali di Berta Isla è proprio quello della “vita parallela”.

[3] Sangue di lancia, p.217.

[4] Caduto in disgrazia, p.319.

[5] Passim da tutti i racconti.

[6] Il racconto, uno dei migliori dell’intera raccolta – deve molto, ci pare, all’Uomo duplicato di Saramago, oltre che, evidentemente, al Sosia di Dostoevskij.

[7] Un senso di cameratismo, p.292 e segg.

[8] Molto frequente in Marías il macrotema della morte: provocata, accidentale, violenta, naturale, mai più di tanto temuta, spesso avvolta nell’incertezza e nel mistero.

[9] Per il “morto che parla di sé” cfr. anche “l’accettabile” Vita e morte di Marcelino Hurriaga. Rimanda, invece, allo Schnitzler del Diario di Redegonda lo schema del “defunto protagonista”, come a molti dei suoi racconti (non solo il più noto, Doppio sogno) la dialettica veglia/sogno.

[10] Questa la definizione dell’autore stesso nella prefazione da lui curata, p.XV.

[11] Lo specchio del martire, p.335 e segg.

[12] Solo tre nei trenta racconti: Otello, Amleto e (il più ampio) Il mercante di Venezia in Tutto male torna, p. 164.

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“Tempo Innocente” di Rosa Salvia. Recensione di Fabrizio Bregoli

Recensione di Fabrizio Bregoli  

Affrontare di petto il tema del tempo, di come esso avvenga e interagisca, spesso problematicamente, con il trascorrere delle vite, per loro stessa natura fragili e provvisorie, è sicuramente impresa ardua, che Rosa Salvia, fin dal titolo del suo libro, sceglie di intraprendere, con la volontà di restituire il concetto di tempo a una prospettiva – come dice il titolo della raccolta – di “innocenza”, che non vuole però essere una dimensione idilliaca o ingenuamente rassicurante, quanto invece una riappropriazione della sua dimensione più autentica, messa al riparo dal “tempo che soffre”, con la sua “andatura vacillante / che alcuni chiamano    Doxa”. Ritorno dunque all’Essere compiuto contrapposto alla mistificazione del Divenire. È in questo tempo innocente – ci dice l’autrice – che la poesia trova casa, sapendosi tuttavia “eterna e povera”: qui però la poesia può radicare e farsi spazio, anche se solo “un filo sbeccato diventa il” suo “canto. /” (e, oltre tutto) “Nella cecità.” All’idea quindi di un tempo che “come un fanciullo” “gioca ai dadi” (riassunto emblematico del polemos eracliteo), un tempo imperscrutabile di cui non si può se non prenderne coscienza fattuale, Rosa Salvia contrappone  – strumento possibile la poesia – l’opportunità che compete all’uomo di vivere questo tempo con equilibrio interiore e consapevolezza (perché come sosteneva  Einstein  “Dio non gioca a dadi con l’Universo” – “Lettera a Niels Bohr” del 1926), non quindi da vivere nel modo “protervo” a cui ci obbliga la contemporanea società dell’usa-e-getta per cui diventa “festa della malvagità”. Ecco dunque l’immagine chiave del “tempo innocente” come “ragno” che “cuce la notte senza luce / su una lavagna bianca”: l’idea di una luce dunque che può essere sradicata dal buio, ricucita per sanare la “ferita” dell’essere, “l’invisibile / frangia che tutto separa”.

rosa-salvia-tempo-innocente-copertinapiattaCome si sarà ben capito da questi primi accenni, la poesia di Rosa Salvia è filosofica, dominata da una profondità di pensiero che ne governa la costruzione con un approccio argomentativo, ma evita di essere intellettualistica perché si fa concreta di figure e di situazioni: si pensi alle poesie sulla sposa bambina, sulla madre, sulla top model che nella vasca da bagno si interroga sul trascorrere del tempo, alle poesie che trattano di temi di assoluta attualità come la guerra siriana, il crollo del viadotto Morandi a Genova, fino alla riflessione divertita su “spelacchio”, l’albero di Natale posto di fronte al balcone del duce che “di ramo in ramo” “morendo” ci ricorda che “non c’è che la ricerca, il silenzio e la notte / e la scura infinità della pioggia”.

La concezione del tempo che pare prevalere è quindi squisitamente interiore, da misurare nella solitudine che ci consente il confronto con noi stessi, “ove il presente s’affaccia all’angolo del nulla”, e dunque – a noi sembra – è in definitiva una percezione del tempo che, al netto dei riferimenti prevalenti alle fonti classiche, è drammaticamente moderna, di matrice prevalentemente bergsoniana con intrusione heideggeriane, in quanto scandita su una lavagna dell’io che solo la nostra natura più profonda è capace di scrivere. Anche per questo, probabilmente, le poesie sono così varie nella loro estensione (dai pochissimi versi – tre – di riflessioni fulminanti modellate sull’haiku fino alla misura ampia della pagina nelle poesie più narrative o descrittive): l’intensità del tempo che governa la scrittura deve potersi estendere secondo il raggio d’azione corretto per svilupparne la forza centrifuga, perché diverso è il grado di concentrazione dell’ispirazione che prende la forma di una durata interiore più o meno espansa o contratta – poesia-pensiero o improvvisa illuminazione rimbaudiana agli estremi del suo arco – ma in ogni caso con la responsabilità di saper imprimere la sua “impronta profetica” “fra sillabe mute e silenzio”.

Rosa Salvia sembra voler reagire a questa consapevolezza irrevocabile di precarietà e di nudità dell’uomo rispetto al tempo (“e tutto sarà / come se non fosse stato”) attraverso due strade apparentemente divergenti: la filosofia, cioè il controllo ragionante del pensiero che prende la forma di “infinitesimi di logos” da ricomporre in “mosaico” di senso, e l’eros, specchio ed “eco della nostra essenza” come si dice nell’esergo da Hegel, o “l’inafferrabile dell’amore”, usando le parole dell’autrice. Rosa Salvia ci restituisce così, nella sezione “Infinitesimi di logos”, una serie di ritratti e di pseudo-citazioni (riscritture a tutti gli effetti) dei maestri del pensiero antico e contemporaneo – passando per Eraclito, Plotino, Epicuro, Parmenide, Hume, Spinoza, Heidegger – in una galleria di figure e riflessioni ad esse collegate che permettano di derogare dal tempo a favore di  “un altrove anteriore / alla vita”, “soglia di senso in cui  / l’universo sia la sua scia… / Dio la sua ombra…”. La ricerca di questa autrice non si arrende ad accettare l’evidenza bieca della materia, chiede alla sua poesia di scansare l’ostacolo, per pervenire al “punto in cui tutte le cose / s’incontrano”.

Non è quindi sentimentalismo quello che, nella sezione finale del libro, porta l’autrice ad affidarsi all’amore come luogo dove “conservare un senso / alla parola là dove giace la deriva”, approdo traumatico ma necessario. La poesia degli affetti, dei riferimenti personali e biografici sottesi, è il mezzo per amplificare la conoscenza, “mescolando memoria e desiderio” (con evidente cripto-citazione da The waste land di T. S. Eliot), portarli alla dimensione compiuta della “custodia dell’istante” – saper “durare oltre quest’attimo” (per dirla con Mario Luzi).

FABRIZIO BREGOLI

 

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“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvia Fazio. Impressioni, suggestioni e altro a cura di Mario Santoro

Saggio critico di Mario Santoro

Fazio Rita Fulvia 2019 Metamorfosi e sublimazioni [fronte]-1La prima impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Rita Fulvia Fazio è che non si ha a che fare con una neofita della scrittura poetica che appare controllata ed attenta, misurata e, quasi sempre puntuale, nel suo fluire morbido, senza scosse, urti e fratture e non cede alle tentazioni autolesionistiche dell’attardamento e del compiacimento anche quando sembra, rarissimamente, voler indulgere e cedere all’iterazione di taluni termini. I versi, se non puntano decisamente alla verticalizzazione, salvo qualche volta per una sorta di bisogno interiore, non cedono mai alla cosiddetta ‘orizzontalizzazione’ e mantengono, per scelta consapevole, la delicatezza pensosa del tono, risultando, al tempo stesso, intensi e votati alla sinteticità dei concetti che richiamano situazioni esperienziali e ripropongono sentimenti veri perché vissuti e sensazioni significative e personali. Si tratta di un vissuto che risulta sostanzialmente sereno, pur con dati di sofferenza e con qualche nota di rimpianto, in una visione positiva se non anche appagata.

L’autrice è abile nel non dire né troppo, né troppo poco, lasciando al lettore non solo la possibilità di ritrovare, nei versi e in certi flash, elementi di condivisione, sia pure parziali e di comunione talvolta – cosa importante considerato che il successo della poesia, almeno per metà, stando ad alcuni intenditori, è dovuto al lettore – ma anche la possibilità di originare una pluralità di percorsi possibili in accordo con la sensibilità di ciascuno.

Il linguaggio, prevalentemente intimistico ed elegiaco, come sottolineano alcuni interventi critici e come indica Guido Miano nel suo rimando puntuale alla modalità poetica in questione, tende sempre a una certa levigatezza nella linearità intenzionale, e quindi senza forzature, e sa mantenere il carattere di equilibrio conservando il giusto grado di ‘ambiguità’; inoltre fa sì che le parole siano il connubio felice tra significato e significante, tra denotazione e connotazione, come annota Enzo Concardi nella prefazione al libro, consentendo la pluralità dei riferimenti e richiamando sensazioni, impressioni ed emozioni capaci sempre di alludere ad altro e di indicare un oltre, indispensabile in poesia.

C’è un certo rigore a guidare la poetessa, pur nel fluire libero dei pensieri e nelle cesure, non mai rigide nel chiudere i versi e tali da non scorciare il flusso delle emozioni, sia quelle presenti ed attuali, sia le passate e recuperate per memoria, sia infine, in certe prospettazioni future, con ponti a più campate, appena accennate e in talune figurazioni che vanno nella direzione dell’al di là.

Risulta evidente, anche se l’autrice tenta di mascherarlo schernendosi non apertamente, tutt’intera la sua anima con l’interezza del candore, il tremore dinanzi a certe situazioni, il desiderio-bisogno di rimettersi sempre in gioco, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad alcuni aspetti del creato, la disponibilità a sperimentare nuove situazioni non in contrasto con quelle passate, e sempre alla base, una tensione latente, ma neppure poi tanto, a voler superare i limiti sempre delle angustie della terrestrità per sollevarsi sulle punte ed elevarsi in alto quasi ad annusare il senso del mistero e dell’eternità.

E c’è ancora la suggestione spirituale dei sentimenti con al di sopra, a campeggiare, l’Amore che viene riportato con l’iniziale maiuscola e che è presentato in una gamma piuttosto vasta di manifestazioni e rimane comunque salvifico.

Il discorso poetico si apre sulla linea della memoria e del rimando al passato con l’accumulo enorme di ansie sottili, timori palpabili, paure vere e proprie, palpitazioni intermittenti con il cuore a far capriole ma anche con silenzi carichi di sottintesi, sofferenze vive, senso della disperazione a volte, ma anche sorrisi aperti, gioie serene, appagamenti pieni come testimonia l’immagine efficace delle “mani di calce bianca / intonaca / tra cielo e mareche pone su tutto la possibilità concreta della speranza che risulta essere in qualche modo una sorta di filo conduttore.

La poesia si muove così nell’aggancio, almeno come aspirazione, tra terra e cielo sulla linea dell’amore e con la positività che il canto intreccia tra perse stagioni / fra dubbi e speranzedelusioni e senso di solitudine, anche oggi / è una giornata morta: / il cuore è spentocon la sensazione dell’abbandono e della rassegnazione dal momento che l’anima dell’ autrice sembra definitivamente relegata in “una prigione senza confinima al tempo stesso lascia trapelare la volontà di smetterla col pianto e coi sorrisi non conditi di tenerezza e quindi non autentici e alimenta sicuri ancoraggi. Lo sguardo spazia intorno e sembra, a momenti, perdersi nello spazio circostante e fondersi con la natura per dichiarazione esplicita e diretta dell’autrice: “Per me è / poesia /…/ e mi commuove pensarlo.

La tensione emotiva è talmente forte da spingerla a piangere “di gioia e di bellezzae poiché le corde del suo core vibrano, in quanto creatura di preghierasa incantarsi, sorpresa e rapita, nello “scintillìo di luna e stellesicché ella sente di cedere del tutto alla “cascata di luceche “riverbera sull’acqua azzurratama anche nel curioso “avvicendarsi delle nuvole / nel giocare a rimpiattino.E questo accade finanche nella città eterna di Parigi dove la vita è frenetica. Ma la capitale francese resta sempre città del sogno, dal fascino antico eppure nuovo. E così torna per memoria – ed ha quasi una funzione catartica – l’immagine romantica e suggestiva di Montmartre con il suono dei passi e sempre il proposito di raccordare la mente con il cuore.

Fortemente sentito è pure il richiamo al sole “gioia tonda, leggera, esplosiva che / abbraccia l’eterea fresca giovinezzadotato di funzione vitalizzante; di qui l’augurio affinché esso non attenui il suo splendore anche se a sera, inevitabilmente, la mimosa, assetata di luce, avvizzisce. Tutto questo non spegne o attenua l’entusiasmo della poetessa che si augura che anche nelle occasioni di disperazione il dolore possa essere stemperato proprio dai benefici effetti del sole.

Nella quotidianità dell’esistenza qualche cruccio subentra ad assillare in uno con la monotonia delle ordinarie incombenze noiose e per le inevitabili incomprensioni che affaticano nel rimando, con il senso del paragone alle “nuvole / lassù, a reggere il peso / di tutti i giorni.” Malgrado tutto ciò non c’è il senso della resa ma una sorta di accettazione accompagnata sempre da un evidente “esangue / tormento delle speranze.

In altre circostanze Rita Fulvia Fazio sottolinea il piacere di godere uno spettacolo della natura come dinanzi ad una distesa marina: Cascata di luce / riverbera sull’acqua azzurrata. / Tu, imprigionata oscurità / dell’ansia e della distrazione, / vivi ipnotizzata ascesa / al magnetismo solare / in calma affettività.Talvolta l’autrice sembra incantarsi dinanzi alle meraviglie del creato, dalle più piccole cose alle più grandi, tese entrambe a testimoniare il senso dell’eternità: la rosa che cresce perfetta; il mare con le sue onde contro la riva; i voli liberi ed eleganti dei gabbiani; la luna che rischiara la notte nel suo silenzioso percorso; le stelle tremule, quasi “bottoni di madreperla” di cui parla Campana. E poi le tante sfumature della luce coi toni diversificati che realizzano “trionfali colori dell’arcobalenoe ancora i tramonti, ora infuocati, ora sbiaditi, i fiocchi di neve, il bisogno del tempo da vivere nella dilatazione dello stesso, e tanto altro ancora.

E l’amore lo si può ritrovare quasi ovunque, a far capolino, prima di nascondersi, a mostrarsi nella sua bellezza e forza, a velarsi di malinconia, a riproporre situazioni lontane, a palpitare, a sperimentare sensazioni nuove e delicate, quasi fanciullo indomito, oppure è nascosto nei dialoghi taciuti, nelle parole non dette, nei gesti, negli sguardi nella reciprocità di certi segnali. Ed è amore forte anche quando promette lacrime / … come stelle cadentio quando sa testimoniare, magari in maniera tacita e senza fare rumore, sfumature di affetto “la mia emozione più riposta / tra teneri trucioli / che il vento solleva / nell’anima di fanciullae finanche quando sembra perdere il vigore, quasi un affievolimento del cuore che smette coi sobbalzi e coi capitomboli e cede, senza resa, alla ragione. Resta sempre tema presente e ritornante e, seppure muta forma, sa conservare intatto ed intero il suo incanto e la meraviglia: “Ora che io ti guardo, / il tuo sguardo è, per me, / dolce incanto riflesso, / nel tempo di te.

La reciprocità del sentimento risulta evidente e pare avere in sé un che di stilnoviano, per la pulizia, la forza incantevole della comunione pur nella condizione riflessa che rimanda l’autrice indietro nel tempo e le fa dire: “Una volta mi amavi.Ed è manifesta una sorta di pacata rassegnazione nella ripetizione plurima dell’affermazione che si carica di dolcezza strana e di una vaghezza di positività che si ritrova in tutti i versi e soprattutto nella chiusa della lirica Nel e fuori dal tempo: “Una volta di noi, / noi che al tempo / restiamo nel sapore di sé.Sovente compare il velo della malinconia non disgiunta da una sensazione di tristezza e quasi di gelo: “È proprio inutile / che io sia / qua a sperare.L’inutilità della speranza è segnata da “un presente” che “non ha / ritornoe da un futuro sbiadito e come votato alla delusione. Eppure in fondo al cuore sembra affiorare timidamente una speranza che addolcisce e una sorta di trepida intesa che lega il passato al presente: “E l’attesa / fu Amore / per l’amore che ora è qua.

Altrove l’amore si connota come forza vitale e prorompente con manifestazioni diversificate e capaci di originare emozioni forti e taglienti come lama. E così può avere occhi di ventoma può anche essere taglio di lama affilata / che va dritta al cuoree per altri versi può sollevare “tempeste di soleo, in altre circostanze, può offrire “veli di baci sopitie può limitarsi ad accarezzare delicatissimamente “la mia anima / rullante / di tamburi in festao ancora penetrare dolcemente e invadere la calma di questo / cuore furente d’Amore per te.E come a completare il quadro appare una sorta di cornice fatta di “ciliegi in fiorequasi a ricordare le note di una bella antica canzone nel comune rimando alla primavera che è anche primavera di vita.

Ma il cuore, che a volte fa capitomboli e lancia bolle per l’aria carica di sole, altrove sembra votato a chiudere le sue porte per cercare consolazione nell’isolamento. Subentra così un bisogno di meditazione accompagnato da un velo di rimpianto e tristezza che tende ad imporsi e quasi a scacciare la dolcezza dell’amore e, a tratti, forte è la tentazione di “spalancare, finalmente / la porta della paura”; tale sensazione è racchiusa efficacemente nel titolo della poesia Purtuttavia con la doppia avversativa. Non manca nella Fazio il senso malinconico e problematico dello scorrere inevitabile del tempo con la sua ineluttabilità che costringe quasi ad una febbrile corsa per sfruttarlo al meglio nell’idea che da un momento all’altro esso possa mancare: “Ho fretta, ho fretta di vivere / poiché ogni istante che segue / potrebbe più non esserci.L’autrice, pur non subendo eccessivamente la sensazione spiacevole del passaggio terreno, sente il bisogno di andare oltre e di precisare la sua ansia di agire: “Ho fretta di sguardi avidi di luce / a sorprendere luminosità svelate / nei labirinti più intricati / di parole e immagini.

Altre volte compare un senso di solitudine che, tuttavia non stanca, o almeno così sembra, e quasi precede il corroborante silenzio con la sua voce delicata e con certe apparizioni anche contrastanti in un canto misterioso nella pluralità dei suoni e sull’immagine concreta dei panni distesi, forse a sciorinare, al sole che è sole di verità: Panni distesi, umidi, / al loro dondolarsi, / tra luce e oscurità, / chiudono e aprono porte / nel divenire dell’oggi.

Talvolta l’autrice si lascia andare al godimento della buona musica che ha il potere di farle perdere la cognizione del tempo, non più frettoloso, di vivere uno spaccato irripetibile che fa bene allo spirito: Estasiata, assapori / estate e poesia, / dolcemente assuefatta / alla bellezza / profonda e impalpabile.Allora la poesia tende ad innalzarsi, a farsi raccoglimento e preghiera o, più propriamente, invito ad interrogarsi: “E io prego / senza voce che risuoni nell’aria / di ascoltare la melodia del tuo cuore.Si tratta di dialogo intimo, sincero, vero, di un colloquio con un ‘tu’ che non ha il carattere dell’impersonalità o dell’indeterminatezza, anche se può appartenere a chiunque. Il raccoglimento non solo è astrazione dalla realtà e dalle miserie della ordinaria quotidianità, ma ripropone immagini della lontana infanzia fanciullezza con tutto il cario di tensione emotiva conseguente. Si crea una sorta di magia come nella poesia Shiatsu dedicata a Lauricella nella quale la poetessa sperimenta, per miracolo terreno, l’attimo di leggerezza e la sensazione di librarsi in volo: “Indossai ali di farfalla / per raggiungere orizzonti lontani, / senza perdermi.”; già, senza il senso dello smarrimento e quasi nel pieno della consapevolezza e ciò dà al miracolo maggior valore. Per questo ella può tranquillamente aggiungere: Libera da ogni peso, / fui onda spumeggiante al cielo, / felicità piena. / E in quella dolce solitudine / consumai / l’ebbrezza della notte incantata.E, se la “notte incantata” è irripetibile, l’autrice non disdegna di abbandonarsi qualche volta al sogno, magari ad occhi aperti, nella ricerca, a levante della luna “nella sua falce tranquillache resta sempre misteriosa e ambigua e chissà che essa stessa non si conceda al sogno e non sperimenti il senso della malinconia, del vuoto, della solitudine, in contrasto con la luminosità che sprigiona. Ed è una luna tutta umana e terrena se si presta al dialogo con la poetessa. Talora il sogno, compagno inseparabile dei poeti nelle più diverse forme, ripropone la rivisitazione dell’infanzia, con qualche punta di amaro come nel rimando al “bambino dalla mano tesa /…/ per la stretta mai compiuta.Altre volte è richiamo alla realtà ed invito alla pace e alla fraternità contro le cattiverie, l’odio, il male dilagante che sembrano dominare e che l’autrice respinge decisamente: ma io, mondo, ostinata e fiera, / ti consegno una preghiera saggia, / libero germoglio circolare / che non conosce rimpianto. / Pace!

Non manca il tema della diversità, i petali di nardo, le fioriture primaverili, il sogno nel contrasto con la realtà, il rimando alla sublimazione, il richiamo a certe tenerezze infantili come nella poesia dedicata a Nazario Pardini: “Allor fanciulli / ci incontrammo / Nazario, / … / l’anima colse / scintillio / dal cuore.E sempre, ritornante, carezzevole, tentatrice, la speranza sa farsi consistente ed allusiva, tacitamente confortando l’autrice: “Ad abbrivi sogni dolci, / reifici e riparatori / mi concedo / per rinascere / … / abbracciata al nuovo giorno.

E sull’idea della possibilità di un giorno nuovo ci piace chiudere il nostro percorso nella convinzione che torneremo a leggere ancora Rita Fulvia Fazio che crediamo abbia ancora tanto da dire e magari tenterà modalità nuove e diverse.

Chissà!

Mario Santoro

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“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi-ascensionali-220x300.jpgLa nuova opera della poetessa palermitana Francesca Luzzio è stata recentemente pubblicata per i tipi di Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia e porta il titolo di Cerchi ascensionali.  Le motivazioni e le finalità della tetra-ripartizione dell’ampia opera poetica – che raccoglie gli inediti della più recente produzione, compresi alcuni testi apparsi su riviste e antologie – sono ben chiarite negli apparati critici introduttivi al volume a firma, rispettivamente, del professore Elio Giunta e di Angelo Manitta, critico letterario e responsabile della casa editrice Il Convivio. Nella progressione di questo percorso per “cerchi” che, come Manitta rivela, ricordano i canti di dantesca memoria,l’animo poetico della Nostra è tratteggiato a trecentosessanta gradi, esponendosi la poetessa tanto su questioni di carattere etico-sociale[1] (“La mia terra è piena di crepe,/ sofferente, come tanta gente che nulla ha”, 39), quanto su riflessioni personali ricollegati alla rievocazioni di memorie felici e veri e propri flussi di coscienza.

 

La recensione completa è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” il 22-02-2019. Per poterla leggere cliccare qui. 

 

“Corona” di Paul Celan, con un commento di Michela Zanarella

“Corona” di Paul Celan

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

 

Commento di Michela Zanarella

‘Corona’ è una poesia d’amore datata 1948 di rara bellezza. Gli amanti si mostrano alla finestra, perchè è tempo che questo sentimento si manifesti al mondo, sia reso evidente. “Ci amiamo come papavero e memoria”, un accostamento particolare dove il papavero rappresenta una sorta di consolazione per dimenticare il dolore, e va in opposizione alla memoria. L’amore prende forma e si eleva nel contrasto, diventando qualcosa di importante, più stabile. Con uno stile raffinato, potente ed incisivo il poeta ci offre immagini avvolgenti mantenendo l’essenzialità dei versi, che ne evidenzia il profondo valore.

 

L’autore

celan.jpgPaul Celan (Cernăuţi, 23 novembre 1920 – Parigi, 20 aprile 1970), è stato un poeta rumeno ebreo, di madrelingua tedesca, nato in una città della Bucovina austroungarica, oggi parte dell’Ucraina. La sua infanzia è segnata da un’educazione rigida e repressiva da parte del padre, mentre dalla madre apprende la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca. Goethe, Rimbaud e Rilke sono i primi scrittori a cui si avvicina. Nel 1938, conseguita la maturità, decide di iscriversi alla facoltà di Medicina a Tours, in Francia. Il treno sul quale viaggia sosta a Berlino proprio durante la Notte dei Cristalli. È in questo periodo che Paul inizia a scrivere le prime poesie, intensificando la lettura di Kafka, Nietzsche e Shakespeare. Tornato in patria, a causa dell’annessione della Bucovina settentrionale all’URSS, non può più ripartirne; si iscrive perciò alla facoltà di romanistica della locale università. Nel 1942, in seguito all’occupazione tedesca della Bucovina, Celan vive direttamente le deportazioni che condussero gli ebrei di tutta Europa all’Olocausto. Paul riesce a sfuggire alla deportazione, ma viene spedito in diversi campi di lavoro in Romania, perderà però definitivamente i genitori, catturati dai nazisti. Nel 1945 dopo aver donato tutte le sue prime poesie a Ruth Lackner, attrice e suo primo amore, lascia la città natale annessa all’URSS, e si trasferisce a Bucarest, dove lavora come traduttore e conosce alcuni importanti poeti romeni.  È però costretto a fuggire nuovamente attraverso l’Europa, a causa delle persecuzioni del regime comunista, raggiunge prima Vienna e poi si stabilisce a Parigi.  Si sposa nel 1952 con la pittrice Gisèle De Lestrange e pubblica il suo scritto più famoso, Mohn und Gedächtnis. Dalla metà degli anni 50 si dedica, anche al fine di mantenersi economicamente, a una intensa attività di traduttore da varie lingue: traduce Ungaretti, Cioran e altri. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile del 1970 si toglie la vita gettandosi nella Senna dal ponte Mirabeau, prossimo alla sua ultima dimora. Il suo corpo sarà ritrovato i primi di maggio, a pochi chilometri dal ponte.

“Ho lasciato la voce ai ciliegi” di Michela Zanarella con traduzione in arabo

HO LASCIATO LA VOCE AI CILIEGI

MICHELA ZANARELLA

Ho lasciato la voce ai ciliegi 

per stare ancora vicina

alla strada dove mi portavi

a sentire l’aria buona

della terra in fiore.

Sono passate stagioni

e germoglio dopo germoglio

è come se il tempo

mi chiamasse a non dimenticare

che la vita ha bisogno di non fermarsi

e che tu te ne sei solo andato

per guardare meglio i miei giorni

 con gli occhi bagnati di gioia

ogni volta che mi innamoro

ogni volta che cammino con il cuore

in cerca di luce.

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TRADUZIONE IN ARABO

A CURA DI NOURELDEEN A.M. ABDAL

أسكنت روحي

شجر الكرز

كي أبقى دائماً قريبة

من ذلك الطريق.. حيث كنت تصطحبني

سستنشق جميل النسيم

لتلك اسرض المكسوة بالورد

و ها قد مرت فصولٌ

برعم من بعد برعم

كما لو كان الزمن

يناجيني كي أنسى

أن الحياة في حاجةٍ سن تتوقف

و أنك قد رحلت وحيداً

كي ترى أفضل، أيامي

، بأعين مبللة بفرحة

كل مرة أعشق

كل مرةيبحث فيها قلبي عن نور ..

 

L’autrice della poesia dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo poetico. La pubblicazione della poesia e della sua traduzione è consentita su questo spazio dietro concessione e autorizzazione dell’autrice e del traduttore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Ciò che resta del grano”, poesia di Michela Zanarella tradotta in tedesco

CIO’ CHE RESTA DEL GRANO

Poesia di MICHELA ZANARELLA

 

Planano le dita

in trame di odori

sotto palpebre di pianura.

Il faggio racconta

le mie verdi assenze,

il silenzio che sale

ad invocare

memoria che sfuma.

Sono divenuti sorsi

di cielo

il confine che tace,

l’asfalto che trema,

l’origine che origlia

ciò che resta

del grano.

 

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Was vom Weizen übrig bleibt

TRADUZIONE DI ANNA MARIA CURCI

 

Es gleiten die Finger

in Muster aus Gerüchen

unter Augenlider aus Flachland.

Die Buche erzählt

mein grünes Ausbleiben,

die steigende Stille

zur Anrufung

des verschwimmenden Gedächtnisses.

Es sind Himmel-Schlucke

geworden

die schweigende Grenze,

der zitternde Asphalt,

der Ursprung, der belauscht

was vom Weizen

übrig bleibt.

 

L’autrice della poesia dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo poetico. La pubblicazione della poesia e della sua traduzione è consentita su questo spazio dietro concessione e autorizzazione dell’autrice senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Hýsteron Próteron” di Rosanna Gambarara, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Gambarara, Hýsteron Próteron, Pagine, Roma, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

La poetessa urbinate Rosanna Gambarara, da anni residente nella Capitale, è recentemente uscita con la pubblicazione del titolo Hýsteron Próteron (Pagine, 2016), volume che si compone di tre sezioni che a loro volta portano i titoli di “Divagazioni”, “In filigrana” e “Hýsteron Próteron” che è la parte più consistente da un punto di vista del numero delle liriche ivi contenute.

hysteron_proteronIl libro è inaugurato in esergo da una citazione tratta da uno dei maggiori filosofi ovvero Sant’Agostino, con un estratto in cui parla del tempo, tema caro e totalizzante dell’opera del religioso di cui parla ampiamente negli scritti filosofici de Le Confessioni. La Gambarara ha posto nella primissima pagina del libro questo frammento del filosofo dove si allude alla difficoltà di categorizzare e analizzare il tempo: aspetto ubiquo e dominante della nostra esistenza che non ha, però, una sua identità chiara ed univoca tanto da divenire qualcosa di sfuggente o di difficilmente trattabile in campo analitico. Il percorso che la poetessa fa in questa raccolta di versi va un po’ in questa direzione, nel tentativo di evidenziare quella realtà taciuta, di investigare le incongruenze del pensiero, di far, cioè, luce sulla difficoltà dell’uomo nell’interagire con un mondo fisico e concreto dove l’approfondimento esistenziale ed ontologico prende la forma di un dilemma ampio e difficilmente valicabile foriero di “sghembi itinerari”.

Quelle della Nostra sono, appunto, “divagazioni”, vale a dire riflessioni personali su una realtà non presente, e dunque inconsistente, sulla quale è possibile congetturare, amplificare  la considerazione dei meccanismi che reggono l’esistenza dell’uomo nel mondo.

Echi crepuscolari, liriche dallo stile piano e di facile fruizione che abbracciano la natura e che si stagliano nelle liminarità della mente dell’uomo, tra paure, sentimenti di desolazione, solitudine, inappetenza e meravigliato ricordo di luoghi esotici, in particolari della penisola ibeirca. Densa ed acuta la riflessione sul tema del tempo, meglio indagato nella lirica “L’attesa” dove la Nostra non manca, con un verseggiare istantaneo e veloce, di tracciare, tra vita personale e sociale, l’impegno dell’uomo nelle giornate rituali che compongono la sua esistenza che la Gambarara intravvede in toni critici e non sempre benauguranti come quando parla di “mondo feroce” o fa riferimento al “ritmo dei passi affrettati”.

In “Il silenzio”, sulla scorta di un’applicazione teoretica di tesi,antitesi e sintesi, la poetessa giunge a sconfessare le considerazioni iniziali per asserire, dopo una più sentita ricerca, che il silenzio non è assenza bensì “il luogo in cui il pensiero ricama/la trama/delle sue verità”. Dunque una presenza costante, una divinità che tace e presiede, un sodale che accompagna le vicissitudini del reale, ma anche un antro salvifico che permette una più capillare circumnavigazione della coscienza e, dunque, dell’apprendimento del mondo.

L’ultima sezione, “Hýsteron Próteron”, locuzione che letteralmente sta a significare “successivo e precedente” ad intendere un atipico invertimento nella normale e logica costruzione sintattica al fine di avere una efficace resa espressiva delle immagini, contiene liriche in dialetto urbinate fornite anche in tradizione in lingua italiana. Qui sono i colori e gli odori dell’infanzia a risaltare, di un tempo che si percepisce ormai lontano ma benefico e al quale la Nostra anela, ritorna con particolare attaccamento nei sui “vagabondaggi della vita” riappropriandosi della sua terra natìa e della cordialità delle sue genti. Ecco allora che quei “dettagli della quotidianità” riaffiorano in maniera determinante e assai nevralgica al punto tale di essere capaci di far “anneg[are] nella laguna del silenzio”. Curioso e folkloristico in “Lo sprovingol” il rimando a una presenza ectoplasmatica notturna, bizzarra e che incute paura, quella dello sprevengolo di trazione marchigiana, folletto dispettoso e minaccioso che ancora in alcuni centri delle Marche, in particolare festività, viene celebrato tra risa e orgoglioso attaccamento alla cultura subalterna.

Lorenzo Spurio

Jesi, 05-02-2017

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“A tempo e luogo” di Angelo Andreotti, recensione di Lorenzo Spurio

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni, Lecce, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare (31)

cop andreotti - a tempo.jpgSulla scia di una poesia contemporanea che rigetta la sperimentazione per ancorarsi a una tradizione d’impostazione perlopiù classica, Angelo Andreotti nel suo nuovo libro A tempo e luogo (Manni, 2017), compone il continuo percorso dell’uomo in un corollario mitico di essenze imbevute in uno scenario che più naturalistico non potrebbe essere. La natura non è, però, il locus romanticamente preso in esame quale elemento-simbolo, archetipo indivisibile dall’intensità emotiva; neppure è richiamata per motivazioni che potrebbero addirsi a dimensioni marcatamente agresti e sublimi, incantante e leggiadre, nemmanco di civica riflessione improntata all’interesse di salvaguardia ambientale. La natura di Andreotti s’identifica negli emblemi in sé ricchi delle figure-simbolo del bosco (contrapposto alla città mai nominata ma che intuiamo e al focolare domestico), del fiume, della terra e della presenza di corpi celesti che annunciano ciclicamente l’avanzata della sera, piuttosto che la vigilia del giorno come le succose “cosce nude della notte” (71).

 La natura, allora, non è propriamente cornice vegetativa della narrazione sensoriale finendo per apparire in maniera assai più distinta e pregnante come un sodale compagno col quale intrattenersi a discutere, una presenza costante che è lì non solo perché qualcuno di più Alto ce l’ha posta ma per essere la volitiva protezione del tormento dell’uomo nella sua spersonalizzante condizione che lo porta a rincorrere quel desiderio mitico, primordiale, di ritorno alla natura. Se esso non la interpella direttamente, se il poeta non ci dice di sedersi su una roccia al margine del fiume, è perché visivamente il lettore è in grado di comprendere da sé questa simbiosi inverosimile tra la componente vegetale, e più in generale dotata di una linfa equorea, e l’uomo in un sodalizio che viene ravvivato dal clima di calma dell’ambiente capace di amplificare la comprensione di sé stessi, di incenerire dubbi o arroventare incomprensioni. Ed è lì che si ravvisa quel sentimento di fuga e di ricerca, in quello spazio liminare che separa la casa dal bosco, la vita del rumore e della abitualità da quella armonica e fruttuosa del mondo silvestre.

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge sui quali il lettore è chiamato a fare una riflessione più ampia a partire dagli elementi che ricorrono con spasmodica frequenza, quasi in ogni lirica, a dettare il filo rosso di un percorso che è poetico ma anche e soprattutto umano, di carattere evolutivo. Da una parte il mondo della liminarità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. Si tratta, allora, di ricercare negli spostamenti dell’io lirico, nel groviglio sofisticato di pensieri che non di rado hanno del filosofico (echi eraclitiani, ma anche alla saggezza di S. Agostino) verso un oltre in un tragitto che è in continuo divenire tra partenze, soste, ritorni e ripartenze, nella complessità mobile del flusso inarrestabile dell’esistenza. Il fiume, che nel suo emblematico corso sinuoso fa ricordare l’immagine di un serpente, diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” (61) annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Andreotti lo richiama continuamente ed esso lo sentiamo vivo e pulsante, come un ticchettio rumoroso e inarrestabile, mentre leggiamo i vari versi. Una presenza tacita ed ubiqua, in ogni singola stanza delle varie poesie che si fa talora motivo d’elucubrazione, monito di sfida, riflessione amara, considerazione ineluttabile e dolorosa, portando con sé non di rado un carico pesante di immagini legate a un passato ormai lontano. Nella poetica di Andreotti è evidente quanto il tempo, ossia la riflessione sul tempo, possa essere condotta in maniera serrata e vigorosa partendo dalla considerazione che esso c’è, non visto, anche per chi non se lo pone come dilemma o come costruzione astratta da discutere ed elaborare in termini razionali.

Ecco allora che entrambi gli elementi investigati in vari modi e da angolature differenti nel corso di questo piacevole percorso poetico si ritrovino in sé uniti più di quanto sia possibile credere. La poetica di Andreotti, infatti, si assesta sulla consapevole ricerca di un dialogo con l’Assoluto per mezzo dell’interrogazione di filtri di consapevolezza legati alle canoniche categorie logiche di kantiana memoria, che sono il tempo e lo spazio. Del luogo, che è quello atavico e primitivo identificabile nella Dea Madre, l’analisi è condotta puntualizzando la discontinuità e frammentarietà degli spazi da lui evocati nei loro distingui e separazioni, nelle aree di intersecazione e promiscuità, negli ambiti interstiziali e comunicanti che descrivono la figura del limite. Immagine paurosa e indescrivibile in toto perché configurabile mentalmente secondo i parametri del mistero e, dunque, del terrore.

Contestualmente, il tempo non è quello lineare o descrivibile nelle tre accezioni di passato, presente e futuro, preferendo assestarsi attorno a un piglio diaristico e diretto, personale e al contempo condiviso (la narrazione poetica è spesso affidata a un imprecisato “noi” piuttosto che a un sottinteso soggetto di prima persona). È il tempo del ricordo, ma anche dell’attesa, il tempo del cambiamento, un tempo che ritorna e che si ripercorre per la capacità avuta di donare emozioni che si rincorrono. In varie poesie percepiamo l’idea di una confusione temporale che è chiaramente voluta a rendere, forse, un periodo di sbandamento o di noia, di anoressia sentimentale o di ripiegamento del proprio animo. Ad ogni modo la riflessione sul tempo quale presenza, minaccia, quale concetto filosoficamente ed umanamente parlando, pervade l’intera raccolta. Eccone alcuni esempi chiarificatori: “Di notte le ore contano di meno/ se aggrovigliamo il tempo alle parole” (45); “Noi continuiamo a essere dove siamo già stati/ e già siamo là, dove andremo, poiché viviamo/ anche la vita che avremo potuto vivere” (78). Ecco perché l’autore non poteva rendere in termini sintetici al meglio del titolo che ha scelto per l’opera: A tempo e luogo. Ha il sapore di una promessa, resa tramite una forma idiomatica pregna di speranza o, forse, di malcelata remissione verso un’esistenza che, pur in lento e continuo cambiamento, è un reticolo difficile e non a vista, fatto di soglie da varcare e abissi da cui star lontani.

La resa impressionistica di alcuni versi (“silenzio spaccato/contro l’orlo acuto della memoria”, 16) permette di sfiorare poesie lorchiane, soprattutto quelle notturne e in presenza di luna, di percepire vaghi echi luziani in quel vento spesso irruente, capace più di gelare l’animo che far venire la pelle d’oca: il vento che “tutto toccava/ma nulla afferrava” (10). L’impostazione assertiva di alcune costruzioni fa pensare anche al primo Saba sebbene sviscerato della componente prettamente civica e ideologica. Fascino verso la captazione frammentaria di un mondo ricostruito mediante fotogrammi fortemente visivi e dalla resa cromatica impressionante. Non è un caso che la seconda parte del volume si apra con una citazione in esergo di Giovanni Testori che recita: “Noi conosciamo/ solo per frammenti/ e solo per frammenti/ possiamo profetare”.

Con aplomb e un fare rassicurato Andreotti parla della limitatezza dell’uomo nel conoscere l’immensità del creato, visibile ed invisibile, che lo rende, come ogni altro essere, imperfetto e incompleto dalla nascita. Preveggenza e totalità dello scibile che è data, forse, solo a Dio e che l’uomo difetta clamorosamente rendendosi egli stesso spesso autore o fautore di circostanze in sé perigliose, frutto d’avvedutezza, eccessiva spontaneità e di incontenibile vibrato emozionale.

Il tempo è chiaramente la soglia più grande e terrificante. Un tempo che sa di perduto e di consumazione, ma anche di ricerca mitica, di ferrea convinzione, di smodata e incontrovertibile prestanza. Esso non solo è trascorso ma è percorribile come uno spazio. Andreotti ce lo caratterizza in tutte le gradazioni possibili inimmaginabili, comprese quelle più convulse ed atipiche, quelle ideogrammatiche e capaci di registrare la convulsione del pensiero dell’uomo: il tempo sa essere “rapido” (26) ma anche “sospeso” (28) nonché “vuoto” (29), pieno di “insidie” (12) e di “dimenticanze” (29) tanto da essere una sorta di evanescenza (Andreotti parla della “opacità del tempo”, 41) o recrudescenza della stessa vita: esso è “soltanto l’inganno di un presente/ sottratto alla sua assenza” (36). Soprattutto esso è un crudele spartiacque, una soglia impetuosa perché, da qualsiasi punto lo si osservi, esso “divide e distingue” (61). Bonario come un fanciullo esso mostra “pazienza” (74) che non è che una forma ambigua di “illusione” (76) che lo maschera a qualcosa d’altro, difatti come un temporale furibondo o un mostro infido esso “s’incurva” (86).  A tutto ciò Andreotti contrappone una granitica certezza, un’impareggiabile verità che sembra aver maturato da una affiatata e pervicace analisi introiettiva col tempo: esso “ci accade” (22) ovvero, per usare altre sue parole ad effetto, “ci trascorre in mezzo” (23). Verità che si fa, però, assai vacua e indistinta se incalzata da un dilemma profondo con il quale ci si chiede: “Ma noi lo sappiamo/ che scambiamo la vita con il tempo?” (68).

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-01-2017

“La fontana incantata” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

Emilio Rega, La fontana incantata, Eracle, 2016.
Prefazione di Lorenzo Spurio 

Ad Ortigia, il bel centro storico della città di Siracusa, si trova la celebre Fonte Aretusa, un ampio bacino d’acqua di forma tondeggiante fruibile al visitatore da una posizione privilegiata, quasi “aerea”, di stupefacente presa sul turista per la maestosità della vasca e la straordinarietà della sua posizione, non molto distante dal mare che sembra in qualche modo essere un contenitore più ampio. Emilio Rega nella presentazione del suo nuovo libro attesta chiaramente che il titolo, nel quale leggiamo di una “Fontana incantata”, ha a che vedere proprio con Aretusa che, secondo la tradizione mitologica, venne trasformata in fonte da Artemide per sottrarla alle pressioni di Alfeo che l’avrebbe spiata nuda e della quale era profondamente invaghito.

downloadLa “fontana incantata” a suo modo sembra richiamare anche qualche ambientazione tipica delle saghe per l’infanzia dei fratelli Grimm o, più in generale, a un oggetto che si fa luogo, che identifica una determinata sequenza di vicende; l’accezione di “incantata” ravvisa da subito la straordinarietà della fonte nonché la sua capacità di rappresentare un emblema iper-carico di significati tanto da venire a rappresentare un simbolo. Per mantenere questo tipo di lettura si potrebbe dire, senza forzare di troppo quella che è una propedeutica ermeneusi del nuovo testo di Emilio Rega, che le tante poesie che compongono la silloge non sono altro che spruzzi d’acqua, gocce più o meno pesanti o suadenti a rappresentare la complessità dell’universo.

Rega in questo nuovo libro utilizza forme diverse: dalla lode al canto, dalla preghiera all’elegia e ancora dal componimento d’amore a quello contemplativo senza mai disdegnare lo sviluppo di pensieri di matrice più chiaramente religiosa, filosofica, morale ed etico-civile. Con essi, anche i registri cambiano: notiamo l’io lirico che si mimetizza nel pensiero, ma anche il poeta che fa autocritica e prende le distanze da vezzosità insultanti l’arte poetica e ancora ammonisce mal-comportamenti. La propensione del Nostro, nei momenti in cui abbandona l’approccio più empatico col testo, è quella di prendere una posizione netta nei confronti di accadimenti, mode e convinzioni generalizzate.

Con una scrittura assai concreta e ben delineata, facilmente concepibile anche per chi poco mastica di poesia, Rega ci accompagna nei meandri di un vissuto particolare: il suo. Accanto ai componimenti d’amore nutrite sono le immagini che rievocano un passato più o meno distante con una pacificazione tale da non avvertire neppure strascichi di melanconia. Netti e fortemente visuali le poesie in memoria dei genitori che vengono ricordati con una levità assai profonda e al contempo carica di una passione nevralgica.

Il tempo inclemente fa capolino spesso in varie liriche, soprattutto della primissima parte della raccolta, mai visto come un nemico da demonizzare o un mostro che (ci) trasforma ma come presenza ineluttabile, una sorta di compagno terreno di tutte le nostre vicende da quando nasciamo. In Rega è fortemente radicata la concezione di un tempus fugit che non è in sé pericoloso né da condannare, ma che va percepito per quel che è: uno spazio bianco da costruire personalmente giorno dopo giorno.

In varie altre liriche scopriamo un Rega meno intimo e più direttamente legato al senso di comunità. All’intero di questo filone che potremmo definire etico-sociale, sono interessanti due componenti. Da una parte l’ampio discorso che il Nostro fa sul senso della poesia e il ruolo del poeta oggi a partire da divagazioni diverse ma tutte gravate da un pensiero ossessivo di fondo: il poeta d’oggi è spesso vanitoso. D’altra parte il Nostro, con la sua connaturata capacità di sintesi e fascino della brevità comunicativa che fa di lui un grande aforista, non manca di evocare gravi casi di problematicità quali, appunto, la fame e le epidemie sofferte da una grande quantità di bambini in varie parti del mondo.

Leggendo le poesie di Rega si solidarizza con lui in maniera convinta quando parla del divismo e della smodata esuberanza dell’intellettuale d’oggi che ha fatto della sua arte merce e che utilizza la sua poetica in conviviali momenti d’incontro dove è l’immagine, piuttosto che i contenuti, a contare. Si condanna, dunque, un modo di fare che è in qualche modo viziato, disonesto, oltraggioso nei confronti del sentire più puro del genere umano, quello poetico, ma lo si fa con perspicacia e circostanzialità di giudizio, vale a dire con obiettività e onestà.  Così il premio che il letterato vince da mera attestazione celebrativa del suo valore artistico diviene vessillo di vizio, emblema di egocentrismi nauseanti facendo di lui non una persona sensibile che impiega la poesia quale mezzo esternante il suo animo ma quale forma di competizione, una attività semplicemente numerica dove lo spirito di autocritica e di crescita vengono soppiantati dalla prepotenza e dall’altezzosità.

Se da una parte Rega accenna al fenomeno della brutalizzazione e mercificazione dell’arte, lascia a noi lettori ricercare le cause prodromiche di quanto sta accadendo ormai da decenni cioè ci fornisce qua e là gli elementi che potrebbero essere utili nel tracciare le linee di forza che uniscono la svendita della poesia (nel volume anche l’editoria viene presa in considerazione) con la purità del sentimento umano. In qualche modo ci lascia intuire anche quali potrebbero essere i rimedi: se non per risolvere in toto una situazione diventata endemica e incontrollabile, per lo meno per cercare di non cadere nel baratro qualunquista della superiorità illegittima tra poeti di varia risma.

In tutto questo il Nostro è abile nel costruire con doviziosa precisione gli ambienti che circondano le situazioni che ci pone chiamandoci a una maggiore e sana riflessione, come quando rammenta dell’importanza dell’ “elemento primordiale dell’acqua” in una ipotetica ricerca di quel legame atavico tra l’uomo e l’elemento equoreo, mezzo di vita. In “In ginocchio davanti al mare” l’elemento acqua fa nuovamente da padrone e in questi versi che ci descrivono la sinuosità del mare l’io lirico anela addirittura a un procedimento di metamorfosi in un abitatore delle acque salate.  Dinanzi al mare l’uomo mostra stupore e un senso di insubordinazione dato dall’onnipresenza dell’elemento acquatico che lo conduce ad assumere una posizione riverente, prostrata e servile nei confronti di quel gigante che a volte è in grado di incutere paura.

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Emilio Rega, autore del libro

Per usare sue parole, Rega dice “Canto l’amore che non c’è/ quello che poteva esserci e non è stato” mostrando come il poeta sia quell’essere  capace non solo di eternizzare i momenti ma di credere nella validità dell’invocazione all’assenza. In pochi versi dalla sintassi quanto mai chiara e ben strutturata Rega costruisce con salde parole al contempo evocative ed invocative un ringraziamento al sentire permettendo a quel senso delle possibilità di trovare spazio nell’ambito discernitivo della mente. Ragionare sul successo e il non successo implica l’adozione di una prospettiva dove è l’intimità col tempo a dominare.

Taluni versi sembrano svuotarsi di un impeto propriamente lirico per farsi, invece, più assertivi, descrittivi in senso stretto, capaci cioè di individuare una descrizione analitica di ciò di cui si sta parlando, in linea con la predisposizione al sintetismo concettuale del Nostro che non di rado ha impiegato l’aforisma quale svelamento della mente, riflessione e circumnavigazione del pensiero. L’aforisma ha come principale capacità, qualora l’aforista abbia le giuste doti come è il caso del Nostro, di presentarsi come una piccola verità, una pillola di saggezza che, pur fuoriuscendo dall’esperienza privata, può avere un significato, dunque un valore, oggettivo ed universale. Non detta una linea di pensiero, dunque, ma consente la riflessione ed espone il lettore a una sorta di dialogico con se stesso, ampliandone il senso critico. Ciò è ben evidente ad esempio nella poesia “A te poeta” nella quale il Nostro sembra più calato nelle vesti di un saggista che di un io lirico quando attesta: “La poesia batte in ritirata/ mentre avanza la putredine del mondo”.

Mi sento allora di poter dire che Emilio Rega non solo ha ben a cuore la grandezza universalistica della poesia quale bene inestimabile che va conservato e addirittura promosso, ma che sia anche ragionevolmente influenzato dal tema vivendo in primis la difficile collocazione del poeta nella nostra contemporaneità. Nella difesa che il Nostro fa del Silenzio quale luogo della tranquillità e dell’ispirazione, spazio bianco della mente che permette la riflessione, acuisce il ricordo e rivitalizza il vissuto, sembra di percepire la Szymborska che in una delle sue ultime interviste parlò del silenzio quale condizione necessaria del poeta per essere felicemente produttivo.  Alla conformazione al rumore, allo stridore dei giorni e alla mancanza di differenziazione, Rega contrappone il Silenzio quale arma bianca, una sposa velata che con l’avvenenza di tutte le spose, si unisce a noi. Contro le cacofonie della società, la virulenza dei vizi, l’alienazione dei corpi, la cosificazione della nostra coscienza, Rega reclama ed invoca il silenzio quale ambito di pacificazione al tomento e alla lotta, al subbuglio e ai fragori.  Dato che “La poesia è un privilegio/ riservato a pochi eletti” le parole di Rega indirizzano il nostro animo verso lidi della mente che aprono all’autocoscienza mentre ci insegnano che il Silenzio è la parola più difficile da comprendere e da tradurre. Non perché esso non abbia forma propria, semplicemente perché ci si è assuefatti a un mondo di a-silenzio, dominato dal caos e dalla spasmodica rincorsa al bene di turno, velleità di consumo e vezzosità inutili. Il silenzio non è presente solamente negli interstizi tra una comunicazione e l’altra, nelle pause –pure brevi- tra un rumore e un suono, ma va in un certo qual modo ricercato ed esperito.

La poesia che chiude la raccolta, “Silenzio”, ricalca ancor meglio il concetto: le pause, le ellissi, i punti di sospensione ossia tutti quegli artifici che nella scrittura mascherano una mancanza di materiale, un’assenza, dunque in qualche modo un silenzio improvviso su qualcosa, sono molto probabilmente gli elementi più carichi di significato, densi, saturi di immagini e di complessità, plurievocativi, analogici ed è lì che si concentra la materialità contenutistica. Per questo la poesia degli ermetici è tanto ricca di contenuti e suggestioni, di letture ampie e diversificate da permettere di disquisire ore ed ore su smunti versi, scarnificati fino all’osso.

Esso è una categoria della mente e della percezione e, come tale, la sua appropriazione avverrà a livello personale, intimo, soggettivo. Non esiste un silenzio universale e supremo che valga con la stessa intensità per tutti, ma ognuno di noi ha la sua scala di silenzi e ne conosce la problematicità per poterli raggiungere. Dare un senso all’inesprimibile, dare un colore al bianco-e-nero incalzante, dare un sorriso a un bambino che non ha motivo per ridere diventano allora le tante piccole missioni del poeta che sapientemente e con coraggio, proprio come il Nostro, deve essere in grado di comprendere le criticità del momento storico e l’esigenza di darsi da fare, nella concretezza, per impedire a quella “putredine del mondo” di prendere il sopravvento. Per questo, se il silenzio si può sentire anche nel fragore delle giornate, “la salvezza/ la puoi ancora trovare/ in fondo a quell’oscurità”.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 5 Dicembre 2015

“Arianna e il filo” di Rosanna Di Iorio, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Di Iorio, Arianna e il filo. Geografia di sentimenti, Prefazione di Antonio Spagnuolo, Kairos, Napoli, 2013. 

Recensione di Lorenzo Spurio 

Quei vecchi palazzoni

che hanno espropriato la nostra fantasia

[…] i cortili anneriti

da fiumane di auto rumorose e passi

incerti tra frustrazioni e ruoli non reali. (53)

AAA DI IORIO COP.La poesia di Rosanna Di Iorio muove da una profonda consapevolezza del tempo che, imperituro, cambia le cose, matura le persone e trasforma situazioni. Non è affatto un caso che molte liriche che la poetessa ha raccolto nella pubblicazione dal titolo Arianna e il filo riportino, in esergo, una citazione ai suoi cari dei quali l’orma assordante del tempo ha privato la Nostra. Si respira tra le righe una grande compartecipazione con i meccanismi e gli arcani della natura nonché l’esigenza della Nostra di ricorrere all’elemento ambientale quale pausa o motivo di maggiore comprensione di sé stessa e del mondo che la circonda. In questa corposa silloge Rosanna Di Iorio dispiega i tanti bandoli di matasse che rappresentano le esistenze, a seconda del caso o di una logica in qualche modo scritta e già individuata nel mito della Creazione, con le quali veniamo a contatto: genitori e familiari, amici e coetanei, amanti, figli e nipoti in una costruzione dei rapporti sociali assai ramificata, vorticante e al tempo inscindibile. Sono i fili di quelle esperienze dove il sentimento ha albergato e continua a vivere tra i recessi di memorie, sempre più difficili da cogliere e ri-vivere a causa di un tempo infingardo che non ha clemenza per nessuno.

Curiosa ed assai evocativa la definizione che la Nostra ha posto quale sottotitolo della silloge, “Geografia di sentimenti” ad intendere l’immensità di quello spazio geografico, che è uno spazio prettamente temporale, vissuto in funzione di istanti e memorie ritrovate, una sorta di planisfero dove, invece di nazioni, golfi e capitali, la Nostra ha individuato, mappandole, esperienze determinanti per il suo vissuto, amori e scoperte, rivelazioni e momenti d’evasione e dove la Capitale, il punto nodale di queste esperienze arricchenti l’animo e pregnanti per una crescita etico-civile, non è altro che il Cuore rappresentato dalle uniche leggi che esso conosce: l’ascolto e il rispetto dell’altro.

Scendendo in maniera più attenta all’interno dei versi della Nostra non si farà difficoltà a rendersi conto di quanto la poetica da lei utilizzata e che ne contraddistingue la sua cifra stilistica, sia imbevuta di squarci introspettivi, escursioni emozionali che si realizzano proprio a partire –spesso- dall’esigenza della donna di allontanarsi –seppur temporaneamente- dalla frenesia del mondo di fuori per ricercare nella calma e nel silenzio quella contemplazione e rilassatezza che le permettono una maggiore appropriazione dei quesiti esistenziali, delle realtà di indagine speculativa che l’uomo, spesso, tratta con superficialità delegando al suo mondo razionale di esigenze concrete.

Ne “Dalla coppetta dell’aperitivo” la Nostra c’immette in una scena estemporanea densa, però, di un velame rituale e dunque appartenente a una consuetudine dove, dopo alcune serrate osservazioni verso i Navigli, conclude in maniera assertiva e convinta che “La routine non ci sorprende più” (13) segno di una noia che si fa preponderante dinanzi alla concretizzazione di un mondo fatto di gestualità e comportamenti standardizzati che hanno perso quell’esuberanza che –forse- avevano una volta, quello sprizzo di curiosità o un più articolato legame con l’altra metà.

Una cospicua parte delle liriche si riallaccia al mito dell’infanzia, secondo le più varie sfaccettature. Da una parte la Nostra, molto attenta nei confronti del sociale, affronta il tema dell’infanzia negata dei tanti ragazzini che per le ragioni più disparate nei tanti angoli del mondo si vedono costretti a crescere in fretta dinanzi alle dure contingenze vedendosi risparmiati di vivere la fase più bella della loro esistenza. Sinceramente appassionata, perché coinvolta, a quelle realtà di disagio e di emarginazione alle quali Rosanna Di Iorio spesso allude e dinanzi alle quali il nostro comportamento è spesso disattento od omertoso, indifferente e sprezzante.

Se da una parte, come si diceva, a volte la donna reputa necessario trovare una condizione di silenzio e di vero e proprio isolamento intorno a lei, d’altro canto l’assenza più evidente e percepita, la più dolorosa e vissuta, è quella della figura materna alla quale varie liriche sono dedicate o in qualche modo ispirate. Mi riferisco in primis al bel canto della lirica “Eccomi, torno a te” nella quale l’io poetico auspica una sorta di ricongiungimento alla madre, questa volta la Madre intesa come la Vergine, in un testo dall’altissima empatia emozionale. La rassicurazione che la donna cerca mediante l’atto linguistico della prece è al contempo una attestazione amara della condizione dei tempi attuali dove sono “L’ombra del dubbio, l’ingenerosità,/ La paura di credere. L’ignavia” (19) a far da padroni in un mondo che ha smarrito il suo reale scopo, quello della pacifica convivenza e del mutuo soccorso.  In “Madre, com’è difficile salire” echeggia il lamento accorato a un percorso congiunto dove il senso di protezione e l’affido vengono invocati come unica possibile rassicurazione: “Dammi la/ tua forza, madre. Non lasciarmi sola” (22).

All’interno di pieghe liriche che fanno della memorialistica e il disincanto della nostalgia a dominare, la Nostra non manca di mostrare particolare attenzione anche al mondo di fuori, al contesto locale, all’ambiente sociale che la circonda. Comprensibilmente critica nonché frustrata da un mezzo di comunicazione divenuto mercé del vizio e dove debutta mai declassato il male, in tutte le sue forme, così la Nostra si espone sul fenomeno televisivo: “Le nostre case/ [con] schermi a tutto spiano rimbombanti/ di storie di miserie e rumorose./ E dove le parole si parlano da sole” (20). Colpisce il frastuono indistinto delle notizie che aggiornano sulle sciagure e i massacri, gli atti nefandi dell’uomo imbastardito in un complesso di relazioni che è svilito e deturpato del sentire umano tanto che tutto si fa assordante e silente, altisonante e vacuo, autoreferenziale e dannatamente virale.

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Rosanna Di Iorio, autrice del libro

Struggente per il magma emozionale ivi contenuto è “Lasciatemi sola”, una lirica-manifesto, di impatto eppure assai intima, quasi come venisse recitata lentamente, con un tono flebile. Il tono impiegato, annunciatorio e senza possibilità di replica, mostra un atteggiamento perentorio nell’esigenza compassata della donna di poter trovare e ritrovare se stessa, lontano da schiamazzi o ritualità, avvolta dall’abbraccio del silenzio nel quale “[si] sent[e] padrona/ di tutto” (27). In quello che potrebbe apparire come un gravame d’accoglimento e un senso di una spersonalizzante nullità, la Nostra è in grado di fronteggiare le idiosincrasie del vissuto (“l’amore e l’amaro”,  27) ma di svelare anche a se stessa che “Vivere è un sonno atteso” (28).

Solenni e capaci di trasmettere con ardore la sensazione di precarietà dell’esistenza sono i canti lirici “Prima un boato”, memoria del tragico terremoto che colpì l’Abruzzo nel 2009, “Fiori di Bucarest” che ci parla dell’infanzia negata di ragazzini costretti a convivere nel “nonsenso di un crudele inganno” (55), il canto straziante dedicato alla piccola Sarah Scazzi, protagonista di una delle vicende più nere della cronaca nazionale. La Nostra ha titolato la lirica “Impazzite le rondini nel cielo” a dimostrazione di una Natura che, allibita dinanzi a quanto accaduto, cerca la fuga anelando uno spazio libero ed incontaminato finendo, però, per sviarsi e perdersi nel cielo. Uno stormo di rondini impazzite è forse una delle metafore più ricche e sostanziose di questo libro di Rosanna Di Iorio, una di quelle immagini che più restano indelebili della sua poetica.

Può succedere a volta a chi si affida

a un’ombra incerta che nasconde ambigui

tormenti. (63)

Nel doloroso carme civile percepiamo l’animo affranto della Nostra, assai partecipe al lutto della ragazzina, alla dissacrazione dell’infanzia, all’abbattimento delle speranze. “Non trovo le parole per cantarti,/ ora che sei partita” (63) scrive in apertura alla terza strofa, ma in realtà così non è perché nei venticinque versi è assai capace di trasmetterci il dolore, l’indolenza della coscienza, il senso di smarrimento e la rabbia atavica di chi, proprio come lei, nutre un sentimento di sprezzo nei confronti di chi minaccia il senso di comunità.

Con questo linguaggio dove spesso la mestizia è di fondo ed i toni non di rado si fanno grigi, la Di Iorio mostra una società che sembra essere anacronistica: dotata di ogni bene e sistema di sviluppo ma ancora ingabbiata in forme di pensiero errate e deviate, come l’adozione della violenza sulla donna o, ancor più, la pandemica cancrenizzazione di drammi quali fame e guerra che sviliscono il genere umano. Siamo tutti “in marcia verso/ sconosciuti futuri o inesistenti” (98) chiosa la Nostra in una delle liriche più dolci ed avvolgenti; ai pensieri di questa portata si legano gli squarci della cronaca che riporta sempre desolanti notizie come l’immagine insostenibile degli “occhi dei bambini/ piegati dal dolore” (124). Difficile non leggere il senso di fastidio della Nostra verso comportamenti lascivi, passivi, omertosi, indifferenti, disinteressati verso realtà che necessiterebbero ascolto e vicinanza. In un mondo che spesso non perde tempo a dare il peggio di sé e dove ogni azione, dalla meno responsabile alla più pesante, avrà di certo un suo effetto:

Non sempre dopo c’è il sereno. A volte,

dopo, tutto non torna come prima. (118)

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 5 Gennaio 2016