“Hýsteron Próteron” di Rosanna Gambarara, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Gambarara, Hýsteron Próteron, Pagine, Roma, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

La poetessa urbinate Rosanna Gambarara, da anni residente nella Capitale, è recentemente uscita con la pubblicazione del titolo Hýsteron Próteron (Pagine, 2016), volume che si compone di tre sezioni che a loro volta portano i titoli di “Divagazioni”, “In filigrana” e “Hýsteron Próteron” che è la parte più consistente da un punto di vista del numero delle liriche ivi contenute.

hysteron_proteronIl libro è inaugurato in esergo da una citazione tratta da uno dei maggiori filosofi ovvero Sant’Agostino, con un estratto in cui parla del tempo, tema caro e totalizzante dell’opera del religioso di cui parla ampiamente negli scritti filosofici de Le Confessioni. La Gambarara ha posto nella primissima pagina del libro questo frammento del filosofo dove si allude alla difficoltà di categorizzare e analizzare il tempo: aspetto ubiquo e dominante della nostra esistenza che non ha, però, una sua identità chiara ed univoca tanto da divenire qualcosa di sfuggente o di difficilmente trattabile in campo analitico. Il percorso che la poetessa fa in questa raccolta di versi va un po’ in questa direzione, nel tentativo di evidenziare quella realtà taciuta, di investigare le incongruenze del pensiero, di far, cioè, luce sulla difficoltà dell’uomo nell’interagire con un mondo fisico e concreto dove l’approfondimento esistenziale ed ontologico prende la forma di un dilemma ampio e difficilmente valicabile foriero di “sghembi itinerari”.

Quelle della Nostra sono, appunto, “divagazioni”, vale a dire riflessioni personali su una realtà non presente, e dunque inconsistente, sulla quale è possibile congetturare, amplificare  la considerazione dei meccanismi che reggono l’esistenza dell’uomo nel mondo.

Echi crepuscolari, liriche dallo stile piano e di facile fruizione che abbracciano la natura e che si stagliano nelle liminarità della mente dell’uomo, tra paure, sentimenti di desolazione, solitudine, inappetenza e meravigliato ricordo di luoghi esotici, in particolari della penisola ibeirca. Densa ed acuta la riflessione sul tema del tempo, meglio indagato nella lirica “L’attesa” dove la Nostra non manca, con un verseggiare istantaneo e veloce, di tracciare, tra vita personale e sociale, l’impegno dell’uomo nelle giornate rituali che compongono la sua esistenza che la Gambarara intravvede in toni critici e non sempre benauguranti come quando parla di “mondo feroce” o fa riferimento al “ritmo dei passi affrettati”.

In “Il silenzio”, sulla scorta di un’applicazione teoretica di tesi,antitesi e sintesi, la poetessa giunge a sconfessare le considerazioni iniziali per asserire, dopo una più sentita ricerca, che il silenzio non è assenza bensì “il luogo in cui il pensiero ricama/la trama/delle sue verità”. Dunque una presenza costante, una divinità che tace e presiede, un sodale che accompagna le vicissitudini del reale, ma anche un antro salvifico che permette una più capillare circumnavigazione della coscienza e, dunque, dell’apprendimento del mondo.

L’ultima sezione, “Hýsteron Próteron”, locuzione che letteralmente sta a significare “successivo e precedente” ad intendere un atipico invertimento nella normale e logica costruzione sintattica al fine di avere una efficace resa espressiva delle immagini, contiene liriche in dialetto urbinate fornite anche in tradizione in lingua italiana. Qui sono i colori e gli odori dell’infanzia a risaltare, di un tempo che si percepisce ormai lontano ma benefico e al quale la Nostra anela, ritorna con particolare attaccamento nei sui “vagabondaggi della vita” riappropriandosi della sua terra natìa e della cordialità delle sue genti. Ecco allora che quei “dettagli della quotidianità” riaffiorano in maniera determinante e assai nevralgica al punto tale di essere capaci di far “anneg[are] nella laguna del silenzio”. Curioso e folkloristico in “Lo sprovingol” il rimando a una presenza ectoplasmatica notturna, bizzarra e che incute paura, quella dello sprevengolo di trazione marchigiana, folletto dispettoso e minaccioso che ancora in alcuni centri delle Marche, in particolare festività, viene celebrato tra risa e orgoglioso attaccamento alla cultura subalterna.

Lorenzo Spurio

Jesi, 05-02-2017

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“A tempo e luogo” di Angelo Andreotti, recensione di Lorenzo Spurio

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni, Lecce, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare (31)

cop andreotti - a tempo.jpgSulla scia di una poesia contemporanea che rigetta la sperimentazione per ancorarsi a una tradizione d’impostazione perlopiù classica, Angelo Andreotti nel suo nuovo libro A tempo e luogo (Manni, 2017), compone il continuo percorso dell’uomo in un corollario mitico di essenze imbevute in uno scenario che più naturalistico non potrebbe essere. La natura non è, però, il locus romanticamente preso in esame quale elemento-simbolo, archetipo indivisibile dall’intensità emotiva; neppure è richiamata per motivazioni che potrebbero addirsi a dimensioni marcatamente agresti e sublimi, incantante e leggiadre, nemmanco di civica riflessione improntata all’interesse di salvaguardia ambientale. La natura di Andreotti s’identifica negli emblemi in sé ricchi delle figure-simbolo del bosco (contrapposto alla città mai nominata ma che intuiamo e al focolare domestico), del fiume, della terra e della presenza di corpi celesti che annunciano ciclicamente l’avanzata della sera, piuttosto che la vigilia del giorno come le succose “cosce nude della notte” (71).

 La natura, allora, non è propriamente cornice vegetativa della narrazione sensoriale finendo per apparire in maniera assai più distinta e pregnante come un sodale compagno col quale intrattenersi a discutere, una presenza costante che è lì non solo perché qualcuno di più Alto ce l’ha posta ma per essere la volitiva protezione del tormento dell’uomo nella sua spersonalizzante condizione che lo porta a rincorrere quel desiderio mitico, primordiale, di ritorno alla natura. Se esso non la interpella direttamente, se il poeta non ci dice di sedersi su una roccia al margine del fiume, è perché visivamente il lettore è in grado di comprendere da sé questa simbiosi inverosimile tra la componente vegetale, e più in generale dotata di una linfa equorea, e l’uomo in un sodalizio che viene ravvivato dal clima di calma dell’ambiente capace di amplificare la comprensione di sé stessi, di incenerire dubbi o arroventare incomprensioni. Ed è lì che si ravvisa quel sentimento di fuga e di ricerca, in quello spazio liminare che separa la casa dal bosco, la vita del rumore e della abitualità da quella armonica e fruttuosa del mondo silvestre.

Due gli aspetti centrali dell’intera silloge sui quali il lettore è chiamato a fare una riflessione più ampia a partire dagli elementi che ricorrono con spasmodica frequenza, quasi in ogni lirica, a dettare il filo rosso di un percorso che è poetico ma anche e soprattutto umano, di carattere evolutivo. Da una parte il mondo della liminarità, vale a dire di tutto ciò che s’identifica a livello simbolico nella forma della soglia, del margine, del limite ovvero di uno spazio che, paradossalmente, è un non-spazio, privo di identificazione e caratterizzazione proprie essendo, per sua collocazione, un avamposto sincretico di prima e dopo, di qua e di là, degli elementi che trova a congiungere e, al contempo, limitare. La poetica di Andreotti è un mare magnum di espressioni che con perizia e ricorrenza s’imperniano nella meticolosa resa di immagini e situazioni nella forma di un limite: un varco da passare, un baratro sconosciuto, un abisso provvidenziale, un’apertura potenzialmente salvifica. Si tratta, allora, di ricercare negli spostamenti dell’io lirico, nel groviglio sofisticato di pensieri che non di rado hanno del filosofico (echi eraclitiani, ma anche alla saggezza di S. Agostino) verso un oltre in un tragitto che è in continuo divenire tra partenze, soste, ritorni e ripartenze, nella complessità mobile del flusso inarrestabile dell’esistenza. Il fiume, che nel suo emblematico corso sinuoso fa ricordare l’immagine di un serpente, diviene allora la forma più esplicita di questa rabdomantico percorso di fuga, ricerca e crescita che si compie in quei momenti in cui l’animo del Nostro libra flessuoso o salpa convinto, piuttosto di arrendersi all’evidenza di un dubbio insolvibile. “È che in fondo tempo e fiume si assomigliano:/ entrambi scorrono/ restando/ nel punto esatto da cui se ne sono andati” (61) annota Andreotti, anticipando quello che è il secondo nucleo tematico: il tempo.

Andreotti lo richiama continuamente ed esso lo sentiamo vivo e pulsante, come un ticchettio rumoroso e inarrestabile, mentre leggiamo i vari versi. Una presenza tacita ed ubiqua, in ogni singola stanza delle varie poesie che si fa talora motivo d’elucubrazione, monito di sfida, riflessione amara, considerazione ineluttabile e dolorosa, portando con sé non di rado un carico pesante di immagini legate a un passato ormai lontano. Nella poetica di Andreotti è evidente quanto il tempo, ossia la riflessione sul tempo, possa essere condotta in maniera serrata e vigorosa partendo dalla considerazione che esso c’è, non visto, anche per chi non se lo pone come dilemma o come costruzione astratta da discutere ed elaborare in termini razionali.

Ecco allora che entrambi gli elementi investigati in vari modi e da angolature differenti nel corso di questo piacevole percorso poetico si ritrovino in sé uniti più di quanto sia possibile credere. La poetica di Andreotti, infatti, si assesta sulla consapevole ricerca di un dialogo con l’Assoluto per mezzo dell’interrogazione di filtri di consapevolezza legati alle canoniche categorie logiche di kantiana memoria, che sono il tempo e lo spazio. Del luogo, che è quello atavico e primitivo identificabile nella Dea Madre, l’analisi è condotta puntualizzando la discontinuità e frammentarietà degli spazi da lui evocati nei loro distingui e separazioni, nelle aree di intersecazione e promiscuità, negli ambiti interstiziali e comunicanti che descrivono la figura del limite. Immagine paurosa e indescrivibile in toto perché configurabile mentalmente secondo i parametri del mistero e, dunque, del terrore.

Contestualmente, il tempo non è quello lineare o descrivibile nelle tre accezioni di passato, presente e futuro, preferendo assestarsi attorno a un piglio diaristico e diretto, personale e al contempo condiviso (la narrazione poetica è spesso affidata a un imprecisato “noi” piuttosto che a un sottinteso soggetto di prima persona). È il tempo del ricordo, ma anche dell’attesa, il tempo del cambiamento, un tempo che ritorna e che si ripercorre per la capacità avuta di donare emozioni che si rincorrono. In varie poesie percepiamo l’idea di una confusione temporale che è chiaramente voluta a rendere, forse, un periodo di sbandamento o di noia, di anoressia sentimentale o di ripiegamento del proprio animo. Ad ogni modo la riflessione sul tempo quale presenza, minaccia, quale concetto filosoficamente ed umanamente parlando, pervade l’intera raccolta. Eccone alcuni esempi chiarificatori: “Di notte le ore contano di meno/ se aggrovigliamo il tempo alle parole” (45); “Noi continuiamo a essere dove siamo già stati/ e già siamo là, dove andremo, poiché viviamo/ anche la vita che avremo potuto vivere” (78). Ecco perché l’autore non poteva rendere in termini sintetici al meglio del titolo che ha scelto per l’opera: A tempo e luogo. Ha il sapore di una promessa, resa tramite una forma idiomatica pregna di speranza o, forse, di malcelata remissione verso un’esistenza che, pur in lento e continuo cambiamento, è un reticolo difficile e non a vista, fatto di soglie da varcare e abissi da cui star lontani.

La resa impressionistica di alcuni versi (“silenzio spaccato/contro l’orlo acuto della memoria”, 16) permette di sfiorare poesie lorchiane, soprattutto quelle notturne e in presenza di luna, di percepire vaghi echi luziani in quel vento spesso irruente, capace più di gelare l’animo che far venire la pelle d’oca: il vento che “tutto toccava/ma nulla afferrava” (10). L’impostazione assertiva di alcune costruzioni fa pensare anche al primo Saba sebbene sviscerato della componente prettamente civica e ideologica. Fascino verso la captazione frammentaria di un mondo ricostruito mediante fotogrammi fortemente visivi e dalla resa cromatica impressionante. Non è un caso che la seconda parte del volume si apra con una citazione in esergo di Giovanni Testori che recita: “Noi conosciamo/ solo per frammenti/ e solo per frammenti/ possiamo profetare”.

Con aplomb e un fare rassicurato Andreotti parla della limitatezza dell’uomo nel conoscere l’immensità del creato, visibile ed invisibile, che lo rende, come ogni altro essere, imperfetto e incompleto dalla nascita. Preveggenza e totalità dello scibile che è data, forse, solo a Dio e che l’uomo difetta clamorosamente rendendosi egli stesso spesso autore o fautore di circostanze in sé perigliose, frutto d’avvedutezza, eccessiva spontaneità e di incontenibile vibrato emozionale.

Il tempo è chiaramente la soglia più grande e terrificante. Un tempo che sa di perduto e di consumazione, ma anche di ricerca mitica, di ferrea convinzione, di smodata e incontrovertibile prestanza. Esso non solo è trascorso ma è percorribile come uno spazio. Andreotti ce lo caratterizza in tutte le gradazioni possibili inimmaginabili, comprese quelle più convulse ed atipiche, quelle ideogrammatiche e capaci di registrare la convulsione del pensiero dell’uomo: il tempo sa essere “rapido” (26) ma anche “sospeso” (28) nonché “vuoto” (29), pieno di “insidie” (12) e di “dimenticanze” (29) tanto da essere una sorta di evanescenza (Andreotti parla della “opacità del tempo”, 41) o recrudescenza della stessa vita: esso è “soltanto l’inganno di un presente/ sottratto alla sua assenza” (36). Soprattutto esso è un crudele spartiacque, una soglia impetuosa perché, da qualsiasi punto lo si osservi, esso “divide e distingue” (61). Bonario come un fanciullo esso mostra “pazienza” (74) che non è che una forma ambigua di “illusione” (76) che lo maschera a qualcosa d’altro, difatti come un temporale furibondo o un mostro infido esso “s’incurva” (86).  A tutto ciò Andreotti contrappone una granitica certezza, un’impareggiabile verità che sembra aver maturato da una affiatata e pervicace analisi introiettiva col tempo: esso “ci accade” (22) ovvero, per usare altre sue parole ad effetto, “ci trascorre in mezzo” (23). Verità che si fa, però, assai vacua e indistinta se incalzata da un dilemma profondo con il quale ci si chiede: “Ma noi lo sappiamo/ che scambiamo la vita con il tempo?” (68).

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-01-2017

“La fontana incantata” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

Emilio Rega, La fontana incantata, Eracle, 2016.
Prefazione di Lorenzo Spurio 

Ad Ortigia, il bel centro storico della città di Siracusa, si trova la celebre Fonte Aretusa, un ampio bacino d’acqua di forma tondeggiante fruibile al visitatore da una posizione privilegiata, quasi “aerea”, di stupefacente presa sul turista per la maestosità della vasca e la straordinarietà della sua posizione, non molto distante dal mare che sembra in qualche modo essere un contenitore più ampio. Emilio Rega nella presentazione del suo nuovo libro attesta chiaramente che il titolo, nel quale leggiamo di una “Fontana incantata”, ha a che vedere proprio con Aretusa che, secondo la tradizione mitologica, venne trasformata in fonte da Artemide per sottrarla alle pressioni di Alfeo che l’avrebbe spiata nuda e della quale era profondamente invaghito.

downloadLa “fontana incantata” a suo modo sembra richiamare anche qualche ambientazione tipica delle saghe per l’infanzia dei fratelli Grimm o, più in generale, a un oggetto che si fa luogo, che identifica una determinata sequenza di vicende; l’accezione di “incantata” ravvisa da subito la straordinarietà della fonte nonché la sua capacità di rappresentare un emblema iper-carico di significati tanto da venire a rappresentare un simbolo. Per mantenere questo tipo di lettura si potrebbe dire, senza forzare di troppo quella che è una propedeutica ermeneusi del nuovo testo di Emilio Rega, che le tante poesie che compongono la silloge non sono altro che spruzzi d’acqua, gocce più o meno pesanti o suadenti a rappresentare la complessità dell’universo.

Rega in questo nuovo libro utilizza forme diverse: dalla lode al canto, dalla preghiera all’elegia e ancora dal componimento d’amore a quello contemplativo senza mai disdegnare lo sviluppo di pensieri di matrice più chiaramente religiosa, filosofica, morale ed etico-civile. Con essi, anche i registri cambiano: notiamo l’io lirico che si mimetizza nel pensiero, ma anche il poeta che fa autocritica e prende le distanze da vezzosità insultanti l’arte poetica e ancora ammonisce mal-comportamenti. La propensione del Nostro, nei momenti in cui abbandona l’approccio più empatico col testo, è quella di prendere una posizione netta nei confronti di accadimenti, mode e convinzioni generalizzate.

Con una scrittura assai concreta e ben delineata, facilmente concepibile anche per chi poco mastica di poesia, Rega ci accompagna nei meandri di un vissuto particolare: il suo. Accanto ai componimenti d’amore nutrite sono le immagini che rievocano un passato più o meno distante con una pacificazione tale da non avvertire neppure strascichi di melanconia. Netti e fortemente visuali le poesie in memoria dei genitori che vengono ricordati con una levità assai profonda e al contempo carica di una passione nevralgica.

Il tempo inclemente fa capolino spesso in varie liriche, soprattutto della primissima parte della raccolta, mai visto come un nemico da demonizzare o un mostro che (ci) trasforma ma come presenza ineluttabile, una sorta di compagno terreno di tutte le nostre vicende da quando nasciamo. In Rega è fortemente radicata la concezione di un tempus fugit che non è in sé pericoloso né da condannare, ma che va percepito per quel che è: uno spazio bianco da costruire personalmente giorno dopo giorno.

In varie altre liriche scopriamo un Rega meno intimo e più direttamente legato al senso di comunità. All’intero di questo filone che potremmo definire etico-sociale, sono interessanti due componenti. Da una parte l’ampio discorso che il Nostro fa sul senso della poesia e il ruolo del poeta oggi a partire da divagazioni diverse ma tutte gravate da un pensiero ossessivo di fondo: il poeta d’oggi è spesso vanitoso. D’altra parte il Nostro, con la sua connaturata capacità di sintesi e fascino della brevità comunicativa che fa di lui un grande aforista, non manca di evocare gravi casi di problematicità quali, appunto, la fame e le epidemie sofferte da una grande quantità di bambini in varie parti del mondo.

Leggendo le poesie di Rega si solidarizza con lui in maniera convinta quando parla del divismo e della smodata esuberanza dell’intellettuale d’oggi che ha fatto della sua arte merce e che utilizza la sua poetica in conviviali momenti d’incontro dove è l’immagine, piuttosto che i contenuti, a contare. Si condanna, dunque, un modo di fare che è in qualche modo viziato, disonesto, oltraggioso nei confronti del sentire più puro del genere umano, quello poetico, ma lo si fa con perspicacia e circostanzialità di giudizio, vale a dire con obiettività e onestà.  Così il premio che il letterato vince da mera attestazione celebrativa del suo valore artistico diviene vessillo di vizio, emblema di egocentrismi nauseanti facendo di lui non una persona sensibile che impiega la poesia quale mezzo esternante il suo animo ma quale forma di competizione, una attività semplicemente numerica dove lo spirito di autocritica e di crescita vengono soppiantati dalla prepotenza e dall’altezzosità.

Se da una parte Rega accenna al fenomeno della brutalizzazione e mercificazione dell’arte, lascia a noi lettori ricercare le cause prodromiche di quanto sta accadendo ormai da decenni cioè ci fornisce qua e là gli elementi che potrebbero essere utili nel tracciare le linee di forza che uniscono la svendita della poesia (nel volume anche l’editoria viene presa in considerazione) con la purità del sentimento umano. In qualche modo ci lascia intuire anche quali potrebbero essere i rimedi: se non per risolvere in toto una situazione diventata endemica e incontrollabile, per lo meno per cercare di non cadere nel baratro qualunquista della superiorità illegittima tra poeti di varia risma.

In tutto questo il Nostro è abile nel costruire con doviziosa precisione gli ambienti che circondano le situazioni che ci pone chiamandoci a una maggiore e sana riflessione, come quando rammenta dell’importanza dell’ “elemento primordiale dell’acqua” in una ipotetica ricerca di quel legame atavico tra l’uomo e l’elemento equoreo, mezzo di vita. In “In ginocchio davanti al mare” l’elemento acqua fa nuovamente da padrone e in questi versi che ci descrivono la sinuosità del mare l’io lirico anela addirittura a un procedimento di metamorfosi in un abitatore delle acque salate.  Dinanzi al mare l’uomo mostra stupore e un senso di insubordinazione dato dall’onnipresenza dell’elemento acquatico che lo conduce ad assumere una posizione riverente, prostrata e servile nei confronti di quel gigante che a volte è in grado di incutere paura.

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Emilio Rega, autore del libro

Per usare sue parole, Rega dice “Canto l’amore che non c’è/ quello che poteva esserci e non è stato” mostrando come il poeta sia quell’essere  capace non solo di eternizzare i momenti ma di credere nella validità dell’invocazione all’assenza. In pochi versi dalla sintassi quanto mai chiara e ben strutturata Rega costruisce con salde parole al contempo evocative ed invocative un ringraziamento al sentire permettendo a quel senso delle possibilità di trovare spazio nell’ambito discernitivo della mente. Ragionare sul successo e il non successo implica l’adozione di una prospettiva dove è l’intimità col tempo a dominare.

Taluni versi sembrano svuotarsi di un impeto propriamente lirico per farsi, invece, più assertivi, descrittivi in senso stretto, capaci cioè di individuare una descrizione analitica di ciò di cui si sta parlando, in linea con la predisposizione al sintetismo concettuale del Nostro che non di rado ha impiegato l’aforisma quale svelamento della mente, riflessione e circumnavigazione del pensiero. L’aforisma ha come principale capacità, qualora l’aforista abbia le giuste doti come è il caso del Nostro, di presentarsi come una piccola verità, una pillola di saggezza che, pur fuoriuscendo dall’esperienza privata, può avere un significato, dunque un valore, oggettivo ed universale. Non detta una linea di pensiero, dunque, ma consente la riflessione ed espone il lettore a una sorta di dialogico con se stesso, ampliandone il senso critico. Ciò è ben evidente ad esempio nella poesia “A te poeta” nella quale il Nostro sembra più calato nelle vesti di un saggista che di un io lirico quando attesta: “La poesia batte in ritirata/ mentre avanza la putredine del mondo”.

Mi sento allora di poter dire che Emilio Rega non solo ha ben a cuore la grandezza universalistica della poesia quale bene inestimabile che va conservato e addirittura promosso, ma che sia anche ragionevolmente influenzato dal tema vivendo in primis la difficile collocazione del poeta nella nostra contemporaneità. Nella difesa che il Nostro fa del Silenzio quale luogo della tranquillità e dell’ispirazione, spazio bianco della mente che permette la riflessione, acuisce il ricordo e rivitalizza il vissuto, sembra di percepire la Szymborska che in una delle sue ultime interviste parlò del silenzio quale condizione necessaria del poeta per essere felicemente produttivo.  Alla conformazione al rumore, allo stridore dei giorni e alla mancanza di differenziazione, Rega contrappone il Silenzio quale arma bianca, una sposa velata che con l’avvenenza di tutte le spose, si unisce a noi. Contro le cacofonie della società, la virulenza dei vizi, l’alienazione dei corpi, la cosificazione della nostra coscienza, Rega reclama ed invoca il silenzio quale ambito di pacificazione al tomento e alla lotta, al subbuglio e ai fragori.  Dato che “La poesia è un privilegio/ riservato a pochi eletti” le parole di Rega indirizzano il nostro animo verso lidi della mente che aprono all’autocoscienza mentre ci insegnano che il Silenzio è la parola più difficile da comprendere e da tradurre. Non perché esso non abbia forma propria, semplicemente perché ci si è assuefatti a un mondo di a-silenzio, dominato dal caos e dalla spasmodica rincorsa al bene di turno, velleità di consumo e vezzosità inutili. Il silenzio non è presente solamente negli interstizi tra una comunicazione e l’altra, nelle pause –pure brevi- tra un rumore e un suono, ma va in un certo qual modo ricercato ed esperito.

La poesia che chiude la raccolta, “Silenzio”, ricalca ancor meglio il concetto: le pause, le ellissi, i punti di sospensione ossia tutti quegli artifici che nella scrittura mascherano una mancanza di materiale, un’assenza, dunque in qualche modo un silenzio improvviso su qualcosa, sono molto probabilmente gli elementi più carichi di significato, densi, saturi di immagini e di complessità, plurievocativi, analogici ed è lì che si concentra la materialità contenutistica. Per questo la poesia degli ermetici è tanto ricca di contenuti e suggestioni, di letture ampie e diversificate da permettere di disquisire ore ed ore su smunti versi, scarnificati fino all’osso.

Esso è una categoria della mente e della percezione e, come tale, la sua appropriazione avverrà a livello personale, intimo, soggettivo. Non esiste un silenzio universale e supremo che valga con la stessa intensità per tutti, ma ognuno di noi ha la sua scala di silenzi e ne conosce la problematicità per poterli raggiungere. Dare un senso all’inesprimibile, dare un colore al bianco-e-nero incalzante, dare un sorriso a un bambino che non ha motivo per ridere diventano allora le tante piccole missioni del poeta che sapientemente e con coraggio, proprio come il Nostro, deve essere in grado di comprendere le criticità del momento storico e l’esigenza di darsi da fare, nella concretezza, per impedire a quella “putredine del mondo” di prendere il sopravvento. Per questo, se il silenzio si può sentire anche nel fragore delle giornate, “la salvezza/ la puoi ancora trovare/ in fondo a quell’oscurità”.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 5 Dicembre 2015

“Arianna e il filo” di Rosanna Di Iorio, recensione di Lorenzo Spurio

Rosanna Di Iorio, Arianna e il filo. Geografia di sentimenti, Prefazione di Antonio Spagnuolo, Kairos, Napoli, 2013. 

Recensione di Lorenzo Spurio 

Quei vecchi palazzoni

che hanno espropriato la nostra fantasia

[…] i cortili anneriti

da fiumane di auto rumorose e passi

incerti tra frustrazioni e ruoli non reali. (53)

AAA DI IORIO COP.La poesia di Rosanna Di Iorio muove da una profonda consapevolezza del tempo che, imperituro, cambia le cose, matura le persone e trasforma situazioni. Non è affatto un caso che molte liriche che la poetessa ha raccolto nella pubblicazione dal titolo Arianna e il filo riportino, in esergo, una citazione ai suoi cari dei quali l’orma assordante del tempo ha privato la Nostra. Si respira tra le righe una grande compartecipazione con i meccanismi e gli arcani della natura nonché l’esigenza della Nostra di ricorrere all’elemento ambientale quale pausa o motivo di maggiore comprensione di sé stessa e del mondo che la circonda. In questa corposa silloge Rosanna Di Iorio dispiega i tanti bandoli di matasse che rappresentano le esistenze, a seconda del caso o di una logica in qualche modo scritta e già individuata nel mito della Creazione, con le quali veniamo a contatto: genitori e familiari, amici e coetanei, amanti, figli e nipoti in una costruzione dei rapporti sociali assai ramificata, vorticante e al tempo inscindibile. Sono i fili di quelle esperienze dove il sentimento ha albergato e continua a vivere tra i recessi di memorie, sempre più difficili da cogliere e ri-vivere a causa di un tempo infingardo che non ha clemenza per nessuno.

Curiosa ed assai evocativa la definizione che la Nostra ha posto quale sottotitolo della silloge, “Geografia di sentimenti” ad intendere l’immensità di quello spazio geografico, che è uno spazio prettamente temporale, vissuto in funzione di istanti e memorie ritrovate, una sorta di planisfero dove, invece di nazioni, golfi e capitali, la Nostra ha individuato, mappandole, esperienze determinanti per il suo vissuto, amori e scoperte, rivelazioni e momenti d’evasione e dove la Capitale, il punto nodale di queste esperienze arricchenti l’animo e pregnanti per una crescita etico-civile, non è altro che il Cuore rappresentato dalle uniche leggi che esso conosce: l’ascolto e il rispetto dell’altro.

Scendendo in maniera più attenta all’interno dei versi della Nostra non si farà difficoltà a rendersi conto di quanto la poetica da lei utilizzata e che ne contraddistingue la sua cifra stilistica, sia imbevuta di squarci introspettivi, escursioni emozionali che si realizzano proprio a partire –spesso- dall’esigenza della donna di allontanarsi –seppur temporaneamente- dalla frenesia del mondo di fuori per ricercare nella calma e nel silenzio quella contemplazione e rilassatezza che le permettono una maggiore appropriazione dei quesiti esistenziali, delle realtà di indagine speculativa che l’uomo, spesso, tratta con superficialità delegando al suo mondo razionale di esigenze concrete.

Ne “Dalla coppetta dell’aperitivo” la Nostra c’immette in una scena estemporanea densa, però, di un velame rituale e dunque appartenente a una consuetudine dove, dopo alcune serrate osservazioni verso i Navigli, conclude in maniera assertiva e convinta che “La routine non ci sorprende più” (13) segno di una noia che si fa preponderante dinanzi alla concretizzazione di un mondo fatto di gestualità e comportamenti standardizzati che hanno perso quell’esuberanza che –forse- avevano una volta, quello sprizzo di curiosità o un più articolato legame con l’altra metà.

Una cospicua parte delle liriche si riallaccia al mito dell’infanzia, secondo le più varie sfaccettature. Da una parte la Nostra, molto attenta nei confronti del sociale, affronta il tema dell’infanzia negata dei tanti ragazzini che per le ragioni più disparate nei tanti angoli del mondo si vedono costretti a crescere in fretta dinanzi alle dure contingenze vedendosi risparmiati di vivere la fase più bella della loro esistenza. Sinceramente appassionata, perché coinvolta, a quelle realtà di disagio e di emarginazione alle quali Rosanna Di Iorio spesso allude e dinanzi alle quali il nostro comportamento è spesso disattento od omertoso, indifferente e sprezzante.

Se da una parte, come si diceva, a volte la donna reputa necessario trovare una condizione di silenzio e di vero e proprio isolamento intorno a lei, d’altro canto l’assenza più evidente e percepita, la più dolorosa e vissuta, è quella della figura materna alla quale varie liriche sono dedicate o in qualche modo ispirate. Mi riferisco in primis al bel canto della lirica “Eccomi, torno a te” nella quale l’io poetico auspica una sorta di ricongiungimento alla madre, questa volta la Madre intesa come la Vergine, in un testo dall’altissima empatia emozionale. La rassicurazione che la donna cerca mediante l’atto linguistico della prece è al contempo una attestazione amara della condizione dei tempi attuali dove sono “L’ombra del dubbio, l’ingenerosità,/ La paura di credere. L’ignavia” (19) a far da padroni in un mondo che ha smarrito il suo reale scopo, quello della pacifica convivenza e del mutuo soccorso.  In “Madre, com’è difficile salire” echeggia il lamento accorato a un percorso congiunto dove il senso di protezione e l’affido vengono invocati come unica possibile rassicurazione: “Dammi la/ tua forza, madre. Non lasciarmi sola” (22).

All’interno di pieghe liriche che fanno della memorialistica e il disincanto della nostalgia a dominare, la Nostra non manca di mostrare particolare attenzione anche al mondo di fuori, al contesto locale, all’ambiente sociale che la circonda. Comprensibilmente critica nonché frustrata da un mezzo di comunicazione divenuto mercé del vizio e dove debutta mai declassato il male, in tutte le sue forme, così la Nostra si espone sul fenomeno televisivo: “Le nostre case/ [con] schermi a tutto spiano rimbombanti/ di storie di miserie e rumorose./ E dove le parole si parlano da sole” (20). Colpisce il frastuono indistinto delle notizie che aggiornano sulle sciagure e i massacri, gli atti nefandi dell’uomo imbastardito in un complesso di relazioni che è svilito e deturpato del sentire umano tanto che tutto si fa assordante e silente, altisonante e vacuo, autoreferenziale e dannatamente virale.

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Rosanna Di Iorio, autrice del libro

Struggente per il magma emozionale ivi contenuto è “Lasciatemi sola”, una lirica-manifesto, di impatto eppure assai intima, quasi come venisse recitata lentamente, con un tono flebile. Il tono impiegato, annunciatorio e senza possibilità di replica, mostra un atteggiamento perentorio nell’esigenza compassata della donna di poter trovare e ritrovare se stessa, lontano da schiamazzi o ritualità, avvolta dall’abbraccio del silenzio nel quale “[si] sent[e] padrona/ di tutto” (27). In quello che potrebbe apparire come un gravame d’accoglimento e un senso di una spersonalizzante nullità, la Nostra è in grado di fronteggiare le idiosincrasie del vissuto (“l’amore e l’amaro”,  27) ma di svelare anche a se stessa che “Vivere è un sonno atteso” (28).

Solenni e capaci di trasmettere con ardore la sensazione di precarietà dell’esistenza sono i canti lirici “Prima un boato”, memoria del tragico terremoto che colpì l’Abruzzo nel 2009, “Fiori di Bucarest” che ci parla dell’infanzia negata di ragazzini costretti a convivere nel “nonsenso di un crudele inganno” (55), il canto straziante dedicato alla piccola Sarah Scazzi, protagonista di una delle vicende più nere della cronaca nazionale. La Nostra ha titolato la lirica “Impazzite le rondini nel cielo” a dimostrazione di una Natura che, allibita dinanzi a quanto accaduto, cerca la fuga anelando uno spazio libero ed incontaminato finendo, però, per sviarsi e perdersi nel cielo. Uno stormo di rondini impazzite è forse una delle metafore più ricche e sostanziose di questo libro di Rosanna Di Iorio, una di quelle immagini che più restano indelebili della sua poetica.

Può succedere a volta a chi si affida

a un’ombra incerta che nasconde ambigui

tormenti. (63)

Nel doloroso carme civile percepiamo l’animo affranto della Nostra, assai partecipe al lutto della ragazzina, alla dissacrazione dell’infanzia, all’abbattimento delle speranze. “Non trovo le parole per cantarti,/ ora che sei partita” (63) scrive in apertura alla terza strofa, ma in realtà così non è perché nei venticinque versi è assai capace di trasmetterci il dolore, l’indolenza della coscienza, il senso di smarrimento e la rabbia atavica di chi, proprio come lei, nutre un sentimento di sprezzo nei confronti di chi minaccia il senso di comunità.

Con questo linguaggio dove spesso la mestizia è di fondo ed i toni non di rado si fanno grigi, la Di Iorio mostra una società che sembra essere anacronistica: dotata di ogni bene e sistema di sviluppo ma ancora ingabbiata in forme di pensiero errate e deviate, come l’adozione della violenza sulla donna o, ancor più, la pandemica cancrenizzazione di drammi quali fame e guerra che sviliscono il genere umano. Siamo tutti “in marcia verso/ sconosciuti futuri o inesistenti” (98) chiosa la Nostra in una delle liriche più dolci ed avvolgenti; ai pensieri di questa portata si legano gli squarci della cronaca che riporta sempre desolanti notizie come l’immagine insostenibile degli “occhi dei bambini/ piegati dal dolore” (124). Difficile non leggere il senso di fastidio della Nostra verso comportamenti lascivi, passivi, omertosi, indifferenti, disinteressati verso realtà che necessiterebbero ascolto e vicinanza. In un mondo che spesso non perde tempo a dare il peggio di sé e dove ogni azione, dalla meno responsabile alla più pesante, avrà di certo un suo effetto:

Non sempre dopo c’è il sereno. A volte,

dopo, tutto non torna come prima. (118)

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 5 Gennaio 2016

“Un profumo… un ricordo” di Gaetano Catalani, recensione di Lorenzo Spurio

Gaetano Catalani, Un profumo… un ricordo, Accademia Barbanera, Castiglione in Teverina, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

9788888539805L’intera raccolta poetica del calabrese Gaetano Catalani diparte da un rapporto conflittuale e instancabile con la massa temporale, percepita il più delle volte come sadica e incontrollata ingannatrice dei destini umani. Il poeta sembra non riuscire a staccarsi dalle scaglie intime del passato che spesso ritornano talmente vivide in lui da anelare una sorta di scioglimento dell’esistenza in quel tempo che fu. Come il titolo del volume ben rimarca, il ricordo riaffiora sia in maniera voluta, dunque razionalmente, nei nostri tanti tentativi che facciamo per voler ricordare un momento o una persona con quella nitidezza ormai svanita, sia sulla base di un profumo percepito, una immagine vista, una fragranza percepita, un luogo vissuto e, comunque, tutti quegli elementi che nel presente permettono una riappropriazione della vita passata. Il ricordo allora è prevalentemente inaspettato e fugace, un lampo di barlume emotivo che riscalda il cuore e conforta ma che non è in grado di infrangere quella malinconia titanica, quel senso di desolazione che, al termine delle nostre giornate durante le quali abbiamo avuto la testa assai piena di incombenze, torna a visitarci tanto da renderci assai vulnerabili per la mancanza di un caro, l’errore di una scelta fatta, la decisione presa avventatamente o semplicemente la nostalgia del proprio borgo dove allegramente si giocava.

Lo scorrere del tempo attua un lento ma inesorabile mutamento tanto degli oggetti (si veda, dunque, come può cambiare il tessuto urbanistico nel corso di due o tre decenni) quanto a livello personale, fisico, concretamente visibile sul nostro corpo. Se è impossibile e oserei dire vanitoso cercare di porre un freno (illusorio) a questa impavida avanzata, è senz’altro possibile, anzi auspicabile, che con esso si instauri un dato legame. Non quello del terrore o della demonizzazione piuttosto un rapporto speculare che permetta l’analisi del presente per mezzo della vita del passato che sia in grado cioè, di permettere di tracciare le linee del futuro sulla scorta delle esperienze e delle maturazioni ottenute nel suo trascorso. Se la logica può aiutare in un discorso di questo tipo, l’emozionalità e con essa tutto ciò che concerne la confessione autentica del sentimento del singolo, non può trovare accoglimento in questo confronto rilassato e pacificato col tempo. La memoria dei cari, l’attaccamento alla figura della madre, la sfibrante spossatezza per la perdita di un punto fermo e con esso dell’ambiente che circondava momenti di vita felice finiscono per apparire come aghi talmente fini da non poter essere visti, capaci, però, di oltrepassare l’epidermide e far sanguinare. Si tratta pur sempre di un dolore contenuto e parco, che non dà sfogo in atteggiamenti autolesionistici o pericolosi, ma che comunque va a confluire nella compagine frastagliata della consapevolezza dell’uomo nel suo presente storico. Spesso, come è il caso del Nostro, neppure un più serrato avvicinamento alla religione, dispensatrice di speranze e fuoco divampante dell’amore, può dirsi utile nell’edulcorazione delle memorie che risalgono alla mente lasciando uno strascico di dolore e mestizia. Il pianto, allora, è la forma più spontanea che sembra dar sfogo, seppur non duraturo, a un tormento che si vive momentaneamente in un attimo di sconforto o semplicemente di maggior vulnerabilità. Con esso la lode, l’invocazione, diventa la forma comunicativa più utilizzata (“Rispondimi dal cielo, mamma cara”, 19) nel vacuo tentativo di ricevere una risposta altrettanto chiara e sentita.

Nelle poesie di Gaetano Catalani appare spesso la simbologia della nave che veleggia in un mare tumultuoso di ricordi e avversità dove spesso l’io lirico sembra percepire l’affiorare della memoria proprio come una nave che, baldanzosa e in venti di bonaccia o avversi, cerca un felice traghettamento alla costa. Ciò è per lo più impossibile e la visione della nave (dunque l’appropriazione del ricordo) rimane sempre per lo più distante, percepita come in una vista panoramica in cui è palese l’inabilità dell’uomo di poterla concretamente percepire. È una nave che, a intervalli si avvista, non senza difficoltà, tra i vapori e le brezze in rigurgito, di un mare che non è mai piatto come forse vorremmo.

Gaetano Catalani ci parla con un tono intimo di quei momenti in cui soffre del “rimpianto e l’ansia della sera” (25) momento nel quale il passato che si vorrebbe abbracciare tanto da sciogliere nel presente si è invece fatto roccia ed è insondabile. Esso è ormai un lastricato di cemento, saldo e freddo, dove si stagliano, pietosamente, i “momenti ormai perduti” (25).

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Gaetano Catalani, autore del libro

Struggente e assai romantica la poesia “Una nebbia sui ricordi” nella quale il Nostro sembra parlare sottovoce della figura dell’amata madre, ripercorrendo istanti di un presente dominato dalla vecchiaia e con essa dall’inasprimento di una malattia degenerativa che con l’usura del corpo porta con sé anche l’annientamento della mente. Il Nostro cerca di coinvolgere la donna in un colloquio assai sofferente nel tentativo di poter udire la sua voce (“China la testa ma non mi risponde”, 28) mentre ormai lei sembra viaggiare su lidi diversi che l’hanno privata della consapevolezza: “La sua memoria s’immerge nel vuoto” (29). Nel doloroso carme di un uomo profondo che in qualche modo non accetta il depauperamento della coscienza e con essa la perdita del mondo che fu, “ritorna la nebbia e lei già non ricorda” (29).

C’è spazio nella raccolta anche a componimenti dedicati più propriamente alle pieghe amare di un mondo in subbuglio dove sono la meschinità e il malaffare a dominare. Così come avviene nella lirica “E venne il giorno più bello” nella quale si rievoca un episodio della Calabria mafiosa con i suoi “fuoc[hi] di lupara” (31) e la “malerba […] [che] non vuol morire” (31). Amara la chiusura della poesia ispirata a una terra di miti e di odori speziati che diviene “prigioniera,/ senza catene, ma nell’omertà legata” (31). Sembra in un certo qual modo percepire il tono duro e ammonente del Sciascia mafiologo nella chiusa dove Catalani annota con una veemenza priva di retorica una nefanda realtà: “La storia si ripete sempre uguale” (31). La criminalità organizzata ritorna nella lieve poesia ispirata al “Giudice ragazzino”, emblema di una promessa autentica alla legalità che viene ripagata con le nefandezze della violenza: “Lampi di fuoco arrivarono improvvisi,/ a nulla valse la corsa fra gli aranci,/ e sotto un fuoco incrociato di lupare/ crollasti come aquilone senza vento” (34). L’assassinio del ragazzino che cade tra gli aranci che sprizzano vita è emblema fastidioso della morte che convive con la vita, dell’indifferenza connaturata nell’uomo che si protrae nei confronti degli altri con i derivati pericolosi dell’egoismo, dell’autorità e della supposta legittimità nell’uso di un codice d’onore che tutto può.

Ogni componimento del libro gode di una sua luce, cioè di una potenza visiva ed emozionale talmente forte ed accentuata capace di provocare nel lettore un senso di fastidio e di ribellione, nel caso dei carmi civili, o di una compartecipazione intima al dramma del Nostro nella divampante disillusione di un tempo feroce che svilisce il ricordo.

Menzioni particolari, oltre alla poesia “Una nebbia sui ricordi” vanno alle liriche “Il tarlo” e “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo” dedicate entrambe al mondo della malattia. Ne “Il tarlo” il Nostro traccia con imperitura attenzione l’immagine di splendore e felicità di una ragazza al traguardo negli studi che dovrebbe esser felice per aver tutta la vita dinanzi e che, invece, vive già con un tormento per lo più sottaciuto ma che ingabbia il suo cuore. Quello di una malattia invalidante e degenerativa nella quale le “gambe s’intorpidi[scono]” (36) che potrebbe essere la Sclerosi Multipla dacché il poeta stesso chiarifica in un verso che “C’è qualcosa che la mielina distrugge” (36). Un fiore che si appassisce di colpo prima del tempo gravato dai dettami di una malattia infingarda che non ha una vera cura risolutiva. “Oggi sei una nuvola” (36) annota il Nostro approssimandosi alla chiusa nella quale sono vibranti la commozione e il senso quasi d’asfissia che si provano dinanzi ad un dolore ampio e ingiusto.

Nella lirica “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo”, Catalani affronta con la profondità di sentimento che gli è propria e che lo caratterizza in maniera distintiva nell’ampio panorama del fare poetico attuale, il mondo della disabilità sensoriale. Sembrerebbe la cecità (“i suoi occhi scrutano/ ma non le guardano”, 37) ma più probabilmente ci troviamo dinanzi a una persona sorda (“le mie parole sentono,/ ma non le ascoltano”, 37). A dominare su questa assenza sensoriale, alla penuria di forme esperibili della conoscenza, alla fatica di interagire col mondo, sono i versi più luminosi ed incoraggianti dell’intero libro che il Nostro ci regala con viva generosità a manifestazione della sua anima sentitamente ricca e sensibile: “Ma il silenzio non si può ascoltare,/ si può solo percepire come un profumo” (37).

Grazie Gaetano Catalani!

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-12-2015

Ninnj Di Stefano Busà su “La recherche” di Marcel Proust

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

954_001La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Palladium-Proust-1000x667-870x490Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo un es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, giugno 2013