Sabato 22 sett. la premiazione della XXIX edizione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”

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Sabato 22 settembre alle ore 17:30 presso la Pinacoteca “Moroni” di Porto Recanati (all’interno del Castello Svevo, in Piazza Fratelli Brancondi) si terrà l’attesa cerimonia di premiazione della XXIX edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” fondato, più di trent’anni fa (per alcune edizioni non si tenne) dal poeta, scrittore e saggista prof. Renato Pigliacampo.

Un concorso, il “Città di Porto Recanati”, che negli anni ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.

Dall’anno della morte del prof. Pigliacampo (docente all’Università di Macerata) avvenuta nel 2015, la famiglia Pigliacampo ha deciso di portare avanti l’iniziativa letteraria (uno dei concorsi più longevi della Regione dove, negli anni, si sono affermati poeti noti o che lo sarebbero diventati a livello nazionale) con il sostegno e la collaborazione attiva del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio che con Pigliacampo collaborò a varie iniziative negli ultimi tempi. Lo stesso professore lo volle quale Presidente di Giuria del Premio nella XXIV edizione nel 2013 e da allora presiede la Giuria di questo premio dove figurano, quali membri, esponenti del panorama poetico e letterario nazionale: Rosanna Di Iorio (di Chieti), Rita Muscardin (di Savona), Emilio Mercatili (di Martinsicuro – Teramo) e Lella De Marchi (di Pesaro).

Questa la graduatoria finale dei vincitori diffusa a mezzo internet alla fine di agosto: il podio è così costituito: il 1° Premio ad Antonio Damiano di Latina con la poesia “Terre lontane”; 2° Premio a Davide Rocco Colacrai di Terranuova Bracciolini (Arezzo) con la poesia “Francesco giocava con le bambole”; 3° Premio a Loretta Stefoni di Civitanova Marche (Macerata) con la poesia “La luce nella carne”. Ulteriori componimenti poetici sono stati premiati per la loro qualità dal 4° al 10° premio: Ivana Federici di Pianello Vallesina (Ancona), Franca Donà di Cigliano (Vercelli), Stefano Baldinu di San Pietro in Casale (Bologna) con una poesia in dialetto sardo, Anna Elisa De Gregorio di Ancona, Franco Fiorini di Veroli (Frosinone), Tommaso Cimino di Lentini (Siracusa), Mara Penso di Venezia e Valeria D’Amico di Foggia.

Nel corso della serata verranno attribuiti anche alcuni premi speciali: il Premio Speciale del Presidente di Giuria che sarà conferito a Rosanna Spina di Viggiano (Potenza) per la poesia “In ogni luogo amato ancora esisti”; il Premio Speciale “Renato Pigliacampo” a Dina Ferorelli di Bitetto (Bari) con la poesia “Viandante”.

Tale premio viene conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Sempre in memoria del prof. Renato Pigliacampo verranno consegnati i diplomi speciali in sua memoria a Flavio Provini di Milano (già vincitore del Premio Speciale “Renato Pigliacampo” nell’edizione precedente), Luciana Salvucci di Colmurano (Macerata) e Vincenzo Monfregola di Napoli (già vincitore del 1° Premio assoluto dell’edizione 2016).

In sala il Presidente di Giuria darà lettura alle motivazioni critiche di conferimento dei premi da podio e dei premi speciali; si ricorderà il poeta Renato Pigliacampo anche mediante la lettura di alcuni suoi testi che verranno proposti dalla lettrice Tiziana Bonifazi. La stessa presterà la voce per la lettura dei testi risultati vincitori alla competizione poetica.

Evento liberamente aperto al pubblico.

 

ALCUNI SCATTI DELLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

 

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XXIX Concorso “Città di Porto Recanati” – il verbale di Giuria. Premiazione il 22 sett. alla Pinacoteca “Moroni”

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VERBALE DI GIURIA

La Commissione di Giuria della XXIX edizione del Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Lella De Marchi, Rosanna Di Iorio, Emilio Mercatili e Rita Muscardin, dopo attenta operazione di lettura e valutazione delle 195 opere presentate a concorso, ha stabilito la graduatoria finale dei vincitori e dei premiati a vario titolo. 
Inoltre, per ricordare degnamente il prof. Renato Pigliacampo, si è conferito il “Premio Speciale Renato Pigliacampo” a un’opera particolarmente meritevole per tematiche, aspetti, elementi o rimandi all’opera e alla vita di Renato Pigliacampo, fondatore di questo Premio. Contestualmente, vengono consegnati Diplomi Speciali “In memoria di Renato Pigliacampo” per opere poetiche significative su tematiche relative all’universo della sordità, delle minoranze sensoriali o dell’impegno civico.

 
VINCITORI ASSOLUTI
(Ricevono targa e premio in denaro: 1° premio: 500 €; 2° premio: 300€; 3° premio: 200 €)
1° Premio: ANTONIO DAMIANO di Latina con la poesia “Terre lontane”
2° Premio: DAVIDE ROCCO COLACRAI di Terranuova Bracciolini (AR) con la
poesia “Francesco giocava con le bambole”
3° Premio: LORETTA STEFONI di Civitanova Marche (MC) con la poesia “La luce
nella carne”

 
PREMIATI CON TARGA
4° Premio: IVANA FEDERICI di Pianello Vallesina (AN) con la poesia
“Quando la parola non arriva”
5° Premio ex-aequo: FRANCA DONA’ di Cigliano (VC) con la poesia “Ritrovarti”
5° Premio ex-aequo: STEFANO BALDINU di S. Pietro in Casale (BO) con la
poesia “Su non amore sou lassat a mie lchentaza peraulas”
6° Premio: ANNA ELISA DE GREGORIO di Ancona con la poesia “Che fanno i
vecchi tutto il giorno”
7° Premio: FRANCO FIORINI di Veroli (FR) con la poesia “Non è deriva”
8° Premio: TOMMASO CIMINO di Lentini (SR) con la poesia “Arance”
9° Premio: MARA PENSO di Venezia con la poesia “Tu non sai”
10° Premio: VALERIA D’AMICO di Foggia con la poesia “La ragazza speciale”

 
PREMIO SPECIALE DEL PRESIDENTE DI GIURIA
Premiato con targa
ROSANNA SPINA di Viggiano (PZ) con la poesia “In ogni luogo amato ancora esisti”

 
PREMIO SPECIALE “RENATO PIGLIACAMPO”
Premiato con targa
DINA FERORELLI di Bitetto (BA) con la poesia “Viandante”

 
DIPLOMI SPECIALI “IN MEMORIA DI RENATO PIGLIACAMPO”
– FLAVIO PROVINI di Milano con la poesia “L’opera d’arte”
– LUCIANA SALVUCCI di Colmurano (MC) con la poesia “Scale di luce”
– VINCENZO MONFREGOLA di Napoli con la poesia “Sono quel che sono”

 
PREMIAZIONE
Tutti i vincitori e i premiati a vario titolo sono invitati a partecipare alla Cerimonia di Premiazione che si terrà sabato 22 settembre 2018 alle ore 17:30 presso la Pinacoteca “Moroni” all’interno del Castello Svevo di Porto Recanati (Piazza Fratelli Brancondi).
Si evidenzia che i premi in denaro saranno consegnati solamente in presenza del vincitore o eventuale delegato e non saranno spediti. La delega dovrà pervenire esclusivamente a mezzo e-mail all’indirizzo: poesia.portorecanati@gmail.com almeno 5 giorni prima della premiazione.  Gli altri premi (targhe e attestati), qualora non vengano ritirati il giorno della premiazione, saranno spediti, dopo pagamento delle relative spese di spedizione.

 
NOTIZIE IMPORTANTI: CONFERMA DI PRESENZA
Durante la cerimonia di premiazione sarà presente una lettrice che darà lettura alle opere vincitrici. Si richiede una comunicazione di conferma sulla presenza alla cerimonia; nella stessa comunicazione si dovrà indicare se la poesia verrà letta dall’autore o dalla lettrice. Tale comunicazione dovrà pervenire esclusivamente a mezzo mail entro il 14 settembre 2018.

 
LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria 

MARCO PIGLIACAMPO – Segretario del Premio

 

Porto Recanati (MC), 22 Agosto 2018

PREMIAZIONE XXIX CONCORSO DI POESIA _CITTA  DI PORTO RECANATI_-page-001.jpg

XXIX Concorso Int.le di Poesia “Città di Porto Recanati” – Premio Speciale “Renato Pigliacampo” (edizione 2018): il bando di partecipazione

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Il concorso internazionale di poesia “Città di Porto Recanati”, fondato e organizzato per quasi trent’anni dal prof. Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e professore sordo, è uno dei più longevi dell’intera Regione Marche. Negli anni esso ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.

Nel 2015, al decesso del professore, la famiglia Pigliacampo – incoraggiata e sostenuta tecnicamente dal poeta e scrittore dott. Lorenzo Spurio che collaborò col professore negli ultimi anni – ha deciso di portarlo avanti con lo stesso impegno e finalità: dar voce a coloro che spesso nella società non hanno la capacità di dire la propria. Da allora si è aggiunto un ulteriore premio identificato come “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Tale premio è stato assegnato a Rita Muscardin – Savona (2016), Rosanna Giovanditto – Pescara (2017) e Flavio Provini – Milano (2017).

  

BANDO DEL CONCORSO

  

1 – Ogni partecipante può inviare un massimo di due poesie.

I testi possono avere una lunghezza massima di 50 versi.

I testi possono essere editi o inediti ma l’autore dovrà dichiarare di possedere i diritti a ogni titolo e di esserne proprietario a ogni diritto. Essi potranno essere, indifferentemente, risultati meritori di premi da podio o speciali in precedenti premi letterari.

I testi possono essere in lingua, dialetto o lingua straniera. Nel caso di testi poetici in dialetto e lingua straniera è necessario allegare anche la traduzione in lingua italiana.

Il tema è libero, tuttavia si consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle discapacità sensoriali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.

 

2 – Per prendere parte al concorso a ogni partecipante è richiesto di inviare le proprie poesie esclusivamente per posta elettronica a poesia.portorecanati@gmail.com

Le poesie dovranno essere inviate entro e non oltre il 25 luglio 2018 specificando nell’oggetto “XXIX Concorso Città di Porto Recanati”.

Il poeta dovrà inviare in un’unica e-mail in seguenti materiali:

  1. I testi delle poesie senza riferimenti alla propria identità in formato Word. Ogni poesia va presentata su un file a parte.
  2. Un file Word contenente i seguenti materiali:

nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e queste attestazioni come seguono:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle poesie e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese per i fini istituzionali legati alla organizzazione, promozione e diffusione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”.
  1. La copia della ricevuta di versamento del contributo a copertura delle spese di segreteria.

 

3 – È richiesto il contributo di partecipazione a copertura delle spese di segreteria fissato a 20 €. Il versamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

 

  1. PostePay n. 5333 1710 2372 6843

Intestazione: Marco Pigliacampo

Codice fiscale: PGLMRC75E07E958C

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

(Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati)

 

  1. Bonifico bancario

IBAN IT29J 07601 05138 276234476237

Intestazione: Marco Pigliacampo

Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati

 

4 – La Commissione di Giuria leggerà le opere pervenute in forma rigorosamente anonima e provvederà a scegliere le dieci poesie vincitrici.

I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500€, 2° Classificato 300€ e il 3° Classificato 200€. Tutti i poeti premiati dal 1° al 10° posto riceveranno una targa personalizzata. Nell’eventualità di punteggi pari-merito la Commissione di Giuria ha la facoltà di proporre ex-aequo per le posizioni dal 4° al 10° che dovranno ottenere il parere ultimo e definitivo da parte del Presidente.

La Commissione di Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2018 a una poesia che sarà considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, il prof. Renato Pigliacampo, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Infine si riserva la facoltà di riconoscere ulteriori premi speciali, menzioni d’onore, menzioni di merito o attestati d’incoraggiamento.

 

5 – La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario ed è presieduta dal poeta e critico letterario dott. Lorenzo Spurio. Essa è formata da Rosanna Di Iorio (poetessa), Rita Muscardin (poetessa), Emilio Mercatili (poeta) e Lella De Marchi (poetessa).

Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Commissione di Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi dieci premi e al Premio Speciale “Renato Pigliacampo”. Il Verbale della Giuria, con l’elenco di tutti i nominativi dei premiati e dei segnalati e le decisioni ultime della Commissione di Giuria, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti e reso pubblico online.

 

 

Per maggiori informazioni: 

Segreteria del Premio: poesia.portorecanati@gmail.com

Evento FaceBook: https://tinyurl.com/yanajebw

 

 

Verbali di giuria delle passate edizioni:

XXVIII Edizione (2017): https://blogletteratura.com/2017/08/28/xxviii-concorso-di-poesia-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-renato-pigliacampo-il-verbale-di-giuria/

XXVII Edizione (2016): https://blogletteratura.com/2016/03/19/xxvii-concorso-int-le-citta-di-porto-recanati-premio-speciale-r-pigliacampo/

XXVI Edizione (2015): https://blogletteratura.com/2015/08/18/xxvi-concorso-int-le-di-poesia-citta-di-porto-recanati-il-verbale-della-giuria/

“Gazzella. Canto infranto di un migrante” di Fabio Grimaldi. Recensione di Lorenzo Spurio

 

Gazzella. Canto infranto di un migrante di Fabio Grimaldi (Lieto Colle, 2017)

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Il tempo è un’ombra allucinata. (47)

downloadIl recente libro del poeta Fabio Grimaldi prende il titolo di un testo sgualcito e sbavato ritrovato nelle tasche di un qualche migrante, “Gazzella”, segno vivido di una possibilità di evadere dal pressante e demotivato presente. Eppure rimane traccia di quell’esperienza, di quell’accaduto, di quell’atto creativo: Grimaldi riporta la scansione di quel testo nato in francese nelle ultime pagine del volume. Sorta di testamento ultimo di un volo verso la speranza, di una possibilità di credere in un mondo fratello.

La gazzella, per antonomasia e nel nostro immaginario comune, è uno degli animali più agili e veloci ed è significativo che un ragazzo che aspirasse alla libertà e a un mondo migliore abbia dedicato un testo attorno all’immagine di questo animale. Metafora di una voglia pressante di partire e di lasciare la propria terra, una fuga tumultuosa verso una meta agognata, percorso azzerato velocemente da grandi falcate che fagocitano il terreno e riducono gli spazi. Eppure ciò non è accaduto né accade ai tanti migranti che, speranzosi di poter toccare la riva di un altro paese, hanno drammaticamente perso la vita nel periglioso tragitto.

Fabio Grimaldi dedica a loro questo lavoro poetico tutto incentrato sul dramma dei moderni migranti. Ne traccia l’intero percorso, dal difficile e accaldato[1] spostamento dai rispettivi luoghi d’appartenenza sino alla costa dove, in un imprecisato lido è organizzato dagli scafisti criminali un porto-fantoccio dal quale partono imbarcazioni precarie, palesemente sfatte e prossime al decadimento. Da lì, tra minacce e violenze verbali e d’altro tipo, il povero migrante si stacca definitivamente dalla terra madre e, pur sottoposto a denigrazioni nonché alle spaventose avversità del mare, sembra in un qualche modo proiettarsi già verso un cammino di felicità: “Sorrisi serrati/ da labbra tumefatte,/ rifioriscono alla vista del mare.// Ah, la parola mare!/ Un miraggio!/ Ma non finisce qui il viaggio!” (29).

La traversata in mare corrisponde a un periodo sospeso in cui l’uomo viaggia nelle avversità, finanche a braccetto con la violenza e la morte: coloro che muoiono vengono ben presto gettati in mare con la stessa semplicità della quale gettiamo via un abito rotto. Lo strozzino, dopo aver guadagnato abbondantemente per quella traghettata infame, li ferisce e li comanda a suo piacimento: “Non dovete fiatare/ o vi butto in mare!” (34) anticipando la fine che molti, vuoi per le intemperie climatiche, vuoi per l’usura dell’imbarcazione, si appresteranno a fare. Lo scafista-demonio lascia, circa a metà dell’avventata navigazione, la scapestrata imbarcazione temendo un arresto nel paese in cui approderà. La ciurma dei disperati è allo sbaraglio: se da una parte può trovare una leggera quiete dovuta all’assenza del criminale che li batteva o uccideva, dall’altra è orfana di un guida che possa traghettarli verso la terraferma. Si crea subbuglio e caos, non di rado tafferugli e violenze che esplodono tra gruppi interni o tra una e più persone.

Accade spesso che il barcone, nella lotta impari con le onde, s’incrini, si ribalti, imbarchi acqua e ben presto sprofondi nelle avverse acque.[2] Neppure i salvagente, già usati in precedenti deliri di spostamento, sono utili: essi sono per lo più rotti, inservibili e dunque vani.

Inizia così la lotta col mare. L’uomo che tenta di salvarsi dalle fredde acque in quel mare esteso, senza traccia d’aiuto se non un compatimento pressoché falso e tardivo che non è in grado di sciacquare il dolore.

Negli sparuti casi in cui la deriva o l’inabissamento dia possibilità agli sciagurati di salvarsi (quando il barcone, non più molto distante dalla costa viene avvistato e segnalato agli enti competenti) si mette in marcia quella serie di operazioni tese a limitare i danni. Il salvataggio dei migranti, che tendono le loro mani e s’aggrappano, si stringono e reclamano quelle dei soccorritori, sono immagini che tutti abbiamo bene configurate nella nostra mente perché viste e replicate indicibili volte. In questa fase in cui gli uomini vivono galleggianti sul vasto mare è come se acquisissero le peculiarità delle creature acquatiche: l’uomo è sardina, poi è un tonno come quando Grimaldi “racconta di migranti/ finiti con i barconi/ contro le gabbie per la pesca dei tonni,/ quelli che sono riusciti a salvarsi/ aggrappandosi alle reti,/ vengono ricordati come “gli uomini tonno”…” (43).

Chi si salva ed entra in terra occidentale, non direttamente avrà una vita felice e realizzata come quella che anelava anzi, più spesso, non l’avrà mai. Grimaldi, con la sua poesia sintetica dal tono serafico e impietoso traccia in maniera assai visiva le varie e tribolate fasi del percorso di questi derelitti continuamente soggiogati dal potere degli altri, usati e mossi come pedine in un gioco da tavola. Fuggono dalla dittatura e, per farlo, sono costretti ad affidarsi a un demonio in terra, un torturatore, che permette loro – a condizioni inenarrabili – di farli fuggire da quel mondo di sevizie e povertà. Arrivati all’altra sponda trovano un’accoglienza frugale a cui fa seguito una blanda considerazione degli enti amministrativi, indifferenza della gente, pregiudizio ed emarginazione che li ghettizza e li allontana ulteriormente da quel senso civico di cui la loro grande fame che li ha spinti ad evadere.

immigrazione

Siamo consci che il fenomeno dell’immigrazione sia complesso da trattare perché non dovrebbe esulare di prendere in considerazione l’altra metà della realtà che esso pone, quale ad esempio il tema della difficile integrazione, del fanatismo religioso che non di rado si presenta, l’arroganza e la non civile disciplina finanche gli episodi di criminalità diffusa che, secondo molti, sarebbero da ascrivere o comunque da legare a un’eccessiva immigrazione. Grimaldi non tocca tale argomento e si pone, con rispetto e vivida forza immedesimativa, nella realtà difficile di questi poveri Cristi, sbandati e derelitti, in fuga e abbandonati, che vivono nel tormento della nostalgia nonché di una dilaniante situazione psicologica e di frantumazione identitaria.

Le varie parti che compongono la silloge portano titoli apparentemente curiosi dove vengono richiamati degli animali che, invece, in maniera quanto mai concreta descrivono sinteticamente i vari stadi, le varie fasi metamorfiche dei migranti nel loro lungo e fosco percorso. Questa catalogazione è assai significativa: si passa da animali piccoli e in sé difesi descritti rinchiusi in un contesto stagnante e invivibile ad animali di più grande taglia sottolineando – come nel caso delle pecore marchiate – il difficile e mai completo raggiungimento della libertà.

Ciò che mancava clamorosamente nel paese nativo (democrazia, libertà, sicurezza, speranza e futuro) manca, in effetti, anche nei paesi in cui si è attraccato anche se viene dato da credere che così non sia. Paesi che formalmente dichiarano la loro democrazia e uguaglianza dinanzi ai cittadini finendo, non di rado, per mostrarsi insensibili, sprezzanti e chiusi nei confronti di reali esigenze sociali.

Gazzella di Fabio Grimaldi non è un canto disperato e struggente come recentemente molta poesia è in relazione a dinamiche etico-civili, collegate o non con il dramma dell’immigrazione, ma un canto fine sulla vicenda esistenziale del migrante: uomo dello spazio, costretto ad abitare mondi incivili che lo espungono di continuo. Esistenze che perdono il legame con la terra e difficilmente ne instaurano uno nuovo nel contenitore geografico dove sono costretti a restare. Il poeta maceratese mostra rispetto verso una materia oggetto di una disputa continua nell’opinione pubblica e centrale all’interno del divaricante sistema ideologico e politico che dà più o meno importanza al tema, riconoscendo talora comprensione, tal altra armandosi di tabù e di forti negazionismi, connivente la grande madre Europa che preferisce attribuire fondi per l’assistenza che proporre una soluzione praticabile e migliore.

La confessione-proclama all’apertura del libro in cui un genitore – intuiamo ormai anziano – incita il figlio a lasciare quella terra, quella valle delle lacrime, per trovare significato altrove e realizzarsi, si chiude con un imperativo laconico “Vattene da qui!” (15) che poi non è nient’altro che l’atteggiamento con cui l’europeo finirà per accoglierlo.

Con garbo autentico e profonda sensibilità verso la materia, Grimaldi evoca problematiche assai ampie interconnesse col fenomeno da lui indagato da dentro, addirittura introiettato, quello dell’ “infanzi[a] violat[a]” (37) e quello dell’approdo in un non-luogo vissuto dagli oriundi come fastidioso e motivo di allarme sociale, ben riassunti nella perifrasi del “convulso dramma della ragione” (38), locuzione che sottolinea come il dramma sia insito in un “sonno” della coscienza che, come nell’opera di Francisco Goya, è così potente da generare mostri.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 27/09/2017

 

[1]Il deserto beve/ il corpo e la mente/ di ogni essere vivente” (25).

[2] Grimaldi definisce il mare “una bara” (48) e le acque e le sue profondità “loculi marini” (49).

XXVIII Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”/ Premio Speciale Renato Pigliacampo: il verbale

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Verbale di Giuria 

La Commissione di Giuria della XXVIII edizione del Concorso Internazionale di Poesia «Città di Porto Recanati», composta da Lorenzo Spurio (Presidente), Lella De Marchi, Rosanna Di Iorio, Emilio Mercatili e Rita Muscardin, dopo attenta operazione di lettura e valutazione delle 213 opere presentate a concorso, ha stabilito la graduatoria finale dei vincitori e dei premiati a vario titolo.

Inoltre, per ricordare degnamente il prof. Renato Pigliacampo, poeta e scrittore, fondatore del premio di poesia, si è conferito il “Premio Speciale Renato Pigliacampo” a un partecipante che si è particolarmente distinto con la sua poesia per tematiche, aspetti, elementi o rimandi all’opera e alla vita di Renato Pigliacampo. Contestualmente, vengono consegnati Diplomi Speciali “In memoria di Renato Pigliacampo” per opere poetiche significative su tematiche relative all’universo della sordità, delle minoranze sensoriali o dell’impegno civico.

Vincitori assoluti

(Ricevono targa e premio in denaro: 1° premio: 500 ; 2° premio: 300 ; 3° premio: 200 )

 1° Premio: ALEXANDRA McMILLAN di Genova con la poesia “La pazienza delle rondini”

2° Premio: STEFANO BALDINU di S. Pietro in Casale (BO) con la poesia “Sull’orlo delle mie labbra”

3° Premio: ANNALENA CIMINO di Capri (NA) con la poesia “I muri della follia”

 Premiati con targa

4° Premio: COSIMO LAMANNA di Roma con la poesia “Mi racconterai”

5° Premio: MARCO VICHI di Firenze con la poesia “La voce di mia madre”

6° Premio: ROSANNA SPINA di Venturina Terme (LI) con la poesia “Che il cielo piova lacrime di gioia”

7° Premio: EGIZIA MALATESTA di Massa(?) con la poesia “Non un grido”

8° Premio: MANUELA MAGI di Tolentino (MC) con la poesia “Il sole dentro”

9° Premio: FRANCA DONA’ di Cigliano (VC) con la poesia “Fuori, il sole”

10° Premio: MICHELE IZZO di Montebelluna (TV) con la poesia “L’attesa”

Riconoscimenti con attestato

  • CESARINA CASTIGNANI PIAZZA di Monte S. Vito (AN) con la poesia “Cieco, sordo, muto”
  • GIOVANNI DE CRESCENZO di Ancona con la poesia “Migrante”
  • ALFREDO RIENZI di Torino con la poesia “La pietà e l’inverno”
  • ANGELA CACCIA di Crotone con la poesia “Se c’è una madre c’è un figlio”
  • VANES FERLINI di Imola (BO) con la poesia “Cellophane”
  • UMBERTO VICARETTI di Roma con la poesia “Exodus”

 

Premio Speciale “Renato Pigliacampo”

Premiato con targa

 FLAVIO PROVINI di Milano con la poesia “E ora, nel silenzio”

 

 Diplomi Speciali “In memoria di Renato Pigliacampo”

 FANTINO MINCONE di Torrevecchia Teatina (CH) con la poesia “Una vita di silenzi”

  • MIRCO BORTOLI di Mirandola (MO) con la poesia “Rami secchi”
  • MARIA ANTONIETTA D’ONOFRIO di Pisticci (MT) con la poesia “HandicArt”

Riconoscimento Speciale con Targa

Ai partecipanti al corso di poesia dell’Istituto Santo Stefano di Porto Potenza Picena (MC) rappresentati dalla coordinatrice FRANCA BERNABEI

Tutti i vincitori e i premiati a vario titolo sono invitati a partecipare alla Cerimonia di Premiazione che si terrà sabato 9 settembre 2017 alle ore 17:30 presso la Pinacoteca “Moroni” all’interno del Castello Svevo di Porto Recanati (Piazza Fratelli Brancondi).

Si evidenzia che i premi in denaro saranno consegnati solamente in presenza del vincitore o eventuale delegato e non saranno inviati a mezzo posta in un secondo momento. La delega dovrà pervenire a mezzo e-mail prima dell’evento di premiazione

Gli altri premi (targhe e attestati), qualora non vengano ritirati il giorno della premiazione, saranno spediti a mezzo posta solamente dopo pagamento delle relative spese di spedizione.

Si richiede una comunicazione di conferma sulla presenza alla cerimonia da parte del premiato o di eventuale delegato, che dovrà pervenire a mezzo e-mail entro il 5 settembre p.v. alla Segreteria del Premio: poesia.portorecanati@gmail.com

  

  Lorenzo Spurio                                          Marco Pigliacampo

Presidente di Giuria                                        Segretario del Premio

 

Porto Recanati (MC), 28 Agosto 2017

 

VIDEO-REPORTAGE DELLA PREMIAZIONE FATTO DA TVCENTRO MARCHE – EVENTI ITALIANI

“La multiforme impalcatura del Male, tra realtà e letteratura”, saggio di Lorenzo Spurio

La multiforme impalcatura del Male, tra realtà e letteratura (*)

a cura di Lorenzo Spurio

Le poesie che compongono questo libro (Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni, a cura di L. Spurio e I.T. Kostka, The Writer, 2017) girano tutte, a loro modo e con stili diversi, attorno a tematiche che hanno un’incidenza sociale, vale a dire che hanno a che fare con questioni che interessano tutti. L’iniziativa nata e sviluppata assieme alla poetessa Izabella Teresa Kostka è stata quella di aver voluto parlare del Male, nelle varie forme e concettualizzazioni. Non solo rappresentato dalla violenza sessuale che oggi, un po’ per la spasmodica ricorrenza di casi esecrabili, un po’ per una serie di campagne di informazione più incisive, sembra monopolizzare la cronaca. Abbiamo, cioè, voluto creare un progetto che fosse il più possibile ampio e aperto a varie testimonianze e dimostrazioni di come il Male possa potenzialmente intaccare tutti, proprio come il bene che la società civile ci indica di perseguire per evitare, condannare e allontanarsi da ogni concreta offesa alla civiltà.

L’azione spregiudicata di persone che coscientemente inquinano un corso d’acqua con bitumi e altri prodotti residui dalle loro attività economiche è, a suo modo, una laida forma di violenza: una offesa nei confronti della natura che ci ospita, una maltrattamento contro gli altri umani che abitano la terra e, addirittura, un atto malevole e inquinante anche per la nostra stessa vita. Anche se un comportamento illegale come questo viene qui richiamato in maniera assai semplicistica, può servire, comunque, per riflettere due secondi su una sacrosanta verità, ossia che chi produce il Male lo fa sempre con consapevolezza nonché spesso con predeterminazione. Vale a dire che l’azione violenta o spregiudicata non è altro che l’acme di un progetto instabile già configurato nella mente che trova poi la sua applicazione concreta. Di sadismo, brutalità e menefreghismo si parla, ma anche di omertà e silenzio, di indifferenza e tacita approvazione di un delitto, di un abuso, di un caso di insubordinazione che non può in ogni modo essere accettato.

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La cover della antologia Non uccidere (The Writer, 2017) curata da L. Spurio e I.T. Kostka dove figura questo testo critico come prefazione.

Di tutto questo siamo puntualmente informati, avvisati, messi in guardia, tartassati e impauriti da quanto gli organi di informazione giornalmente ci somministrano notizie di episodi di disagio e marginalità, prevaricazione e sopruso, di inciviltà propriamente detta, di denigrazione ed emarginazione sociale. Rientrano in questo discorso, che è un infinito mare magnum di casi dove la violenza si mostra in maniera più esplicita, anche le sottomissioni e la sospensione dei diritti civili in tanti paesi del mondo. Vi sono, poi, una miriade di altre situazioni, svariate nelle dinamiche e nelle forme con le quali si manifestano, che rimangono nel silenzio, lontano dalla grancassa dell’informazione, volutamente tenute nell’ombra, lontane anni luce da un qualsiasi spiraglio che possa rompere il legame tremendo tra aguzzino e vittima. Storie domestiche che non vengono denunciate, popoli segregati con la forza, anziani che vivono nella più profonda indigenza, clochard che vengono derisi e arsi vivi, ragazzini che si gettano dal quarto piano perché sopraffatti dalle violenze verbali di maledetti coetanei che ne assuefanno la psiche semplicemente perché effeminato, di povere condizioni, grasso, o il miglior bersaglio da colpire, perché incapace di reagire.

Questa è la realtà. E la letteratura?

La letteratura, che è una delle tante proiezioni della realtà, con una buona dose di finzione frutto dell’ispirazione creativa e del genio di chi la produce, non è che l’attestazione concreta, in termini oggettivi, del vasto spettro del Male, della sua tentacolare diffusione, della sua ambiguità e polimorfismo, dell’incapacità spesso di individuarlo. Alcuni brevi cenni a opere possono servire, forse, ad ampliare una trattazione che è nevralgica nella nostra attualità e che deve essere percorsa affinché anche la letteratura, sia essa di finzione o di approfondimento, interagisca con queste forme endemiche e faccia sue le preoccupazioni di una società spesso distratta, incapace di comprendere il dramma prima che esso si manifesti in forma di tragedia, gravata da preoccupazioni economico-finanziarie pesanti che, non di rado, vengono a configurarsi anche come con-causa se non come motivo trainante dell’adozione di piani omicidiari, suicidiari, stragisti, volti all’annullamento di sé e degli altri.

Mi viene in mente, allora, la vicenda dei fratelli Tamar e Amnon descritta nella Bibbia in cui la giovane donna, Tamar, viene sedotta con la forza da Amnon con uno stratagemma infido riuscendo a violentarla. Il comune padre, il re David, non condanna l’accaduto né solidarizza con Tamar ma un ulteriore fratello, Assalonne, vendicherà la violenza subita dalla sorella uccidendo Amnon in una duello. L’episodio, ripreso anche dal poeta spagnolo Federico García Lorca che gli dedicò una poesia, è significativo del fatto che la violenza sessuale, addirittura dalle nervature incestuose come è questo il caso, sia connaturata nella storia dell’uomo, dalla notte dei tempi. Nel testo più importante per la religione cristiana sono contenuti molti altri esempi di prevaricazione dell’uomo, di violenza, di ignoranza sociale e di sperequazione tra i sessi.

Facendo un bel balzo in avanti nella letteratura contemporanea, tre sono i riferimenti che, a primo acchito mi sento di richiamare dove il tema della violenza si fa palese e preponderante da segnare in maniera ineluttabilmente tragica i destini delle persone coinvolte nelle tre narrazioni.

In Cuore di tenebra (1899) di Jospeh Conrad il confronto in terra d’Africa che si ha tra Marlowe e Kurtz, entrambi di origini inglesi, è sconvolgente. Marlowe rappresenta il bianco, l’esploratore coscienzioso che ha bisogno di intraprendere un viaggio per vedere e conoscere, saldo in un patrimonio di valori che si basano sulla giustizia e la libertà dell’uomo. Kurtz, invece, è rappresentante di un’altra parte d’Occidente, quella più crudele e insensibile, ovvero del conquistatore, del depredatore di spazi e persone. In quell’angolo di Africa si è autonominato capo e ha asservito quelle povere genti ai suoi voleri diventando un despota sanguinario. Conrad sottolinea, con una descrizione disgustosa e spietata, le cattive azioni protratte da Kurtz, la potenza di un Male che può intaccare l’uomo dotato di vanagloria e animato da spinte di superomismo, invincibilità e supremazia sul genere umano.

Ne Il signore delle mosche (1954) di William Golding si realizza qualcosa di simile: cambia l’ambientazione, che non è quella africana ma quella di un’imprecisata isola del Pacifico e cambiano le dinamiche relazionali. Non più il bianco colonizzatore, sprezzante razzista che schiavizza l’indigeno, ma una gruppo di adolescenti che devono cercare di coabitare sul piccolo spazio dove si trovano e provvedere autonomamente al cibo per sfamarsi, non essendovi adulti con loro. Lì, per cercare di darsi delle regole per la comune convivenza e per emulare il mondo degli adulti, danno vita a un sistema di auto-governo fondato su elementi democratici e plurali: la convocazione dell’Assemblea e la rotazione della conchiglia tra i suoi membri, a rappresentare una sfera decisionale nel gruppo che varia di volta in volta, appunto a rotazione. Il sistema, però, non funziona. Non perché siano bambini o perché non sia un buon sistema, semplicemente perché viene prima sospeso, poi decretato inefficace e, infine, asservito a una logica personalistica. S’instaura così, nel gruppo dei ragazzini, una sorta di dittatura retta da Jack Merridew che di tutta prima risulta essere ben seguita da un ampio gruppo di ragazzi che intravvedono nel capo carismatico i caratteri di forza, autorità e prestigio. Un’esigua componente di ragazzi osteggia la neonata soppressione dei diritti e fa gruppo a parte continuando a richiamare l’importanza della convocazione assembleare. La situazione sfugge di mano e la fazione autodichiaratasi l’unica fonte di governo commette sevizie, atti ignominiosi sino ad arrivare all’assassinio di Piggy, uno dei ragazzi. La democrazia è rotta per sempre, il Male, nella forma viscida della fascinazione per il potere, ha prodotto vittime a seguito della degenerazione di un piano politico che è impazzito e ha prevaricato il diritto alla libertà di espressione.

Infine propongo una riflessione su Il giardino delle Vergini suicide (1999) del greco-statunitense Jeffrey Eugenides, meglio noto per essere l’autore del romanzo Middlesex (2002). Esso contiene la vicenda familiare dei coniugi Lisbon con le loro cinque figlie adolescenti che vengono fatte crescere in un clima di stagnante asfissia, di claustrofilia indotta, per rispondere alle prescrizioni maniacali e repressive della madre e la subordinazione del padre nei confronti della madre che decreta la sua inefficacia nel rapporto con le figlie. Il narratore sottolinea con particolari enfasi dei semplici momenti di apertura della famiglia Lisbon verso il mondo di fuori marcando l’interesse su quanto per la madre, ed i coniugi in genere, sia difficile e insostenibile accettare che le figlie possano andare al ballo della scuola con un com- pagno, piuttosto che uscire e ritrovarsi con le proprie amiche. Nella severità di una casa dove l’imposizione materna sgretola sogni e fa ardere progetti, desideri nonché annichilire l’esistenza delle giovani matura, in quel mix pericoloso di noia, sofferenza e impossibilità di fuga, lo stratagemma per l’acquisizione della libertà. Ecco allora che si chiarisce in quale circostanza ha preso piede il suicidio della prima ragazza, descritto velocemente in apertura del romanzo, dipinta come adolescente “strana” quando in realtà era semplicemente l’asfittico contesto familiare a non farla respirare né a permetterle di espri- mersi. Se la ribellione di Adela nell’opera teatrale La casa di Bernarda Alba (1936) del summenzionato Federico García Lorca (diversi gli scenari, diverse le ambientazioni, è vero) era possibile sulla base di un temperamento istintivo e combattivo contro l’autorità della madre, qui per le quattro ragazze che mai diventeranno donne, non c’è scampo. L’appuntamento finale sarà per un banchetto amaro, quello di una festa della morte dove ciascuna ragazza opterà per la soluzione finale pensata come più diretta e infallibile, tutte particolarmente spiazzanti. La sequela di suicidi che si realizzano in contemporanea, di cui la città mai avrà completa comprensione, viene in un certo modo occultata dal trasferimento dei coniugi Lisbon, ormai drammaticamente soli, mentre la loro casa invecchia e viene riappropriata dalla natura.

Il Male qui si configura in uno stato di lanciante sofferenza e desolazione interiore, in uno spiazzamento totalizzante che provoca assenza di autostima, annullamento della propria identità, l’adozione di un’esistenza fatta di rituali e imposizioni, arsura d’emozione, carenza di ascolto, mancanza di condivisione, tacita soppressione delle esigenze personali. Ecco, allora, che la via suicidiaria sembra dare scampo a un dolore che è possibile espiare solo con un volo pericoloso, verso un baratro inconoscibile, gesto che fa rabbrividire ma che, forse, neppure abbiamo il diritto di condannare del tutto. Giovani che eterizzano la loro beltà e che pongono un profondo ricatto morale ai genitori, agli adulti, al mondo disattento, a chi crede che un bambino non ha motivo per essere infelice.

Lorenzo Spurio

Jesi, 19-01-2017

 

(*) Questo saggio è stato utilizzato come prefazione per il volume antologico AA.VV., Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni, The Writer Edizioni, 2017, curato da Lorenzo Spurio assieme a Izabella Teresa Kostka. 

“Ragnatele cremisi” di Claudia Piccinno, recensione di Lorenzo Spurio

Claudia Piccinno, Ragnatele cremisi, Il cuscino di stelle edizioni, Pereto, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

 

Una delle caratteristiche che denotano la poesia di Claudia Piccinno, assieme allo spiccato interesse verso il sociale, è l’anamnesi del mondo circostante che fuoriesce da uno piglio descrittivo attento e da un’osservazione partecipata, premurosa verso le forme, le dinamiche e i rapporti che legano l’essere in quanto tale al vasto contenitore di cui è parte, il popolo.

Il punto d’analisi è quello di una donna matura dotata di prodigalità e fiducia verso il bene e forte di credenze, punte di diamante che svolgono, per mezzo dell’opera poetica, anche una curiosa funziona pedagogica o comunque di monito alla riflessione. Nella poesia “Al davanzale di Dio”, sorretta da un rapporto ben più materico di quanto si possa intendere con la divinità, la Nostra così scrive: “Esitante e guardinga/ nell’incedere randagio/ solco i mari della memoria”. Basterebbero questi pochi versi, dalla struttura lineare e dall’adozione di una sintassi semplice e al contempo ricca di significati, per rendere in maniera concreta il procedimento visivo e attuativo della poetessa: come vede e come si comporta o, in sintesi, chi è. Mi sento di dire, proprio per questo motivo, che, al di là dei rimandi a vicende di cronaca o della buia attualità che riguardano noi tutti, nelle sue poesie fuoriesce distintamente, al di là dell’empatia col narrato, la vera inclinazione emotiva, sensoriale, affettiva, di una donna che non ha a cuore il semplice bene personale, l’effimero o il ristretto mondo che la concerne, ma l’universo tutto.

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La poetessa Claudia Piccinno

L’incedere non è sempre retto e privo di falle, ma è di varia natura, a seconda delle realtà con le quali viene a confidenza; il deambulare apparentemente vago od ondivago non si ascrive a un randagismo conoscitivo, vale a dire di sbandamento o di perdita di consapevolezza, piuttosto sembra essere l’unica andatura realmente possibile, in uno scenario sì complesso e vorticoso di vicende collettive che non solo chiamano all’enunciazione ma necessitano una vera condanna.

Tra le varie liriche, spesso dal ridotto numero di versi, sfilano immagini di un passato felice che si ricorda con piacevolezza nonché momenti amorosi e di condivisione, resi sempre mediante la scelta di un lessico comune e un ricorso oculato a immagini-simbolo che possono avere una plurima lettura.

L’esperienza sensoriale umana è tracciata da Claudia Piccinno in modo puntuale a rendere molte sfumature e derivazioni dell’amore, del tormento, del dolore per la perdita di qualcuno, non celando neppure la realtà della debolezza umana o la persistenza di episodi di violenza e dell’abuso (“Non aveva peso/ il suo corpo”) con una singolare fascinazione a sprazzi per l’elemento cromatico che ritorna nelle sue tonalità e negli scontri o sbalzi cromatici.

AAA CECERE LIBRO.jpgVarie poesie hanno come retroterra ispirativo quello del conflitto armato, momento di cruciale violenza tra razze e popoli capace di rompere anche l’ordine naturale: “tra morte e distruzione/ di un giorno che non nasce”. Dinanzi all’obbrobrio della crudeltà umana il cielo è come se non volesse comparire, impossibilitato a farlo, per non dar luce a quel palcoscenico di morte. Il sipario sulla strage ha da restare chiuso, privo di luci della ribalta, lontano da presenze e minacce, ma ciò è pura utopia e l’inciviltà dilaga nelle immagini apocalittiche dei “resti scomposti” dei bambini siriani così come negli occhi neri delle giovani spose-bambine, ormai divenuti inani e inespressivi “schegge d’ebano”.

L’inquietudine si affievolisce e, dunque, come scrive la nostra, “trova pace” solo mediante un’azione decisa e consapevole, “senza se e senza ma” dacché, per usare altri versi particolarmente significativi, “il coraggio si sperimenta”. Rarità nei costumi di oggi dove è più facile mostrare l’intenzione al coraggio che è patina di una vigliaccheria senza pari.

Una poesia dai toni agrodolci, sicuramente molto riflessiva, che non conosce la scontatezza delle immagini che pullulano in tanta poesia d’oggi dove la ricercatezza espressiva, anche dinanzi a materie non sempre lievi, risulta rimarchevole al punto da invitare lo stesso lettore a carpire o a domandarsi più argutamente sui velati significati dei testi, qualora essi non siano palesemente fruibili. Identità e coscienza collettiva, memoria e ricerca di sé, confessione e radiografia sentimentale consegnano al lettore avido di circospezioni poematiche e contenuti consistenti, un volume che non ha nulla di bellettristico e che s’iscrive a pieno nei fasti della poesia contemporanea che s’interroga e sa comunicare anche quando non dice: “Linfa nuova/ porta il mattino/ e rimescola le ansie/ dell’insonnia”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-06-2017