“Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi” di Massimo Massa – Testo critico di Lorenzo Spurio

Testo critico di Lorenzo Spurio

Un’operazione editoriale senz’altro riuscita, tanto è ricca e avvincente, questa di Massimo Vito Massa, curiosa voce poetica nel panorama culturale italiano della nostra attualità che con l’etichetta editoriale da lui curata e diretta – Oceano Edizioni – ha dato alla luce il volume Nel tempo dell’assenza[1]. Si tratta di un’opera in qualche modo repertativa, come ben richiama il riferimento di “Opera omnia” nell’immagine di copertina e, in quanto tale, presenta testi poetici già pubblicati altrove, letti magari in circostanze che lo hanno visto partecipante di iniziative pubbliche o presentati a concorsi letterari, ambito questo che l’Autore barese ben frequenta da anni, con grandi meriti e ampie attribuzioni di riconoscimenti per la sua capacità ideativa, stesura formale e ricchezza contenutistica. Questo nulla toglie alla freschezza dell’opera che si presenta come fosse totalmente inedita, compatta nei tanti elaborati e contributi critici che, ben cadenzati, “a intervalli”, la arricchiscono e la strutturano in maniera assai congrua alle vere “opere totali” di autori più o meno classici. Se mi soffermo su questo aspetto – oltre al fatto che non è qualcosa in nessun modo trascurabile – è presto detto. Operazioni “antologiche” come questa che ho tra le mani presuppongono non solo una meticolosa operazione di scelta – e dunque di cernita – delle tante opere di produzione propria ma anche l’individuazione di un nesso – leitmotiv o fil rouge, come si preferisce – secondo il quale l’Autore intende presentarcele. Aspetti, questi, che possono sembrare laterali, e dunque non influenti in maniera incisiva, sull’opera intesa in senso complessivo e che, al contrario, hanno la loro valenza. Massa ha manifestato in maniera molto chiara che, dietro alla compilazione di Nel tempo dell’attesa, vi è stato un ampio (non so dire se lungo, questo sarebbe eventualmente da chiedere all’Autore) lavorio di organizzazione “mentale”, ben prima che “editoriale” che ha portato, appunto, alle scelte le cui pagine ben rendono edotti chi se ne appropria.

Pure non andrebbe dimenticato di dire che – di contro al titolo che ci parla di una assenza che, ad apertura del libro, dobbiamo ancor ben concettualizzare – il sottotitolo funge da apripista, da motivo propedeutico a quel che l’attento Autore (nelle vesti anche di curatore ed editore) si appresta a rivelarci di sé. Quelle contenute nel libro sono poesie – questo è chiaro – ma esse sono solo l’abito che, di volta in volta, l’io lirico veste per documentarci e trasmetterci quelli che sono i Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi. Addentrarsi a priori in un’appropriata significazione esegetica di questa perifrasi sarebbe senz’altro qualcosa di rischioso ma è un rischio che cercherò di limitare tentando un approccio di questo tipo non ora, ma in seguito.

Il volume si presenta ricchissimo, da ogni parte lo si voglia scrutare, da ogni angolazione ci si introduca. Ce ne rendiamo conto sin dalle prime pagine: citazioni in esergo (tra cui un’efficace chiosa sulla felicità di Romano Battaglia[2], praticamente uno dei grandi dimenticati), note di ringraziamenti, cenni bibliografici, didascalie, riferimenti puntualissimi a professioni, città d’origine o d’appartenenza dei tanti critici di cui sono presenti note, commenti, lusinghieri messaggi, attestati di stima e amicizia, squarci di recensioni e, in taluni casi, mini-saggi, approfondimenti o divagazioni di vario tipo. La meticolosità di Massa in veste di editore è tale che tutto appare dosato alla precisione: caratteri, grassetti, corsivi e rientri, organizzazione tipografica impeccabile, testo che s’interscambia – in un connubio di parola e immagine – con pagine a colori dove troviamo foto frappanti e incisive come pure fotogrammi dell’autore dai quali trasudano grande raffinatezza posturale, eleganza formale e piglio di un’espressione autentica.

Basterebbe fare i nomi di Hafez Haidar, grande promotore culturale, ex candidato al Premio Nobel per la pace e professore all’università di Pavia, e di Pasquale Panella, narratore e poeta ma soprattutto paroliere (celebre la sua collaborazione con Lucio Battisti), autore di brani immortali della canzone italiana (tra i quali “Vattene amore” di Amedeo Minghi, “Processo a me stessa” di Anna Oxa, “Giulietta” di Mango), a rivelare l’ampiezza e l’alta levatura del consenso critico riscosso da Massa nel tempo. Eppure – per onor di cronaca e per par condicio culturale – si dovrebbero fare i nomi di tutti coloro che – a vario titolo – hanno collaborato a questo volume, integrato le pagine con foto, traduzioni, inserti critici e altro ancora. Pur tuttavia nello spazio ristretto di tale recensione non mi è consentito ma il mio invito è fortemente rivolto a recuperare ben presto questo volume perché, oltre alla componente poetica di Massa, vi è un nutrito universo di luci e nastri colorati che lo contornano rappresentati da queste molteplici e variegate collaborazioni che fanno di Nel tempo dell’assenza – in aggiunta a un’opera autoriale e dunque letteraria – anche un’opera collettiva e dunque, a qualche altezza, di condivisione e partecipazione sociale.

L’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

Si è detto delle traduzioni: nel volume alcune poesie di Massa sono riproposte anche con l’utilizzo di un altro sistema linguistico; questo rende l’opera polifonica e internazionale, potenzialmente aperta a ogni possibile lettore e fruitore, dunque sorgiva e continua, atta ad aderire ad ambiti e contesti che esulano il domestico, il provinciale e il nazionale, per offrirsi a un oltre potenzialmente sconosciuto. Vi sono liriche tradotte in greco (Sofia Skeilda[3]), inglese (Tiziana Massa), polacco (Izabella Teresa Kostka), spagnolo (Patricia Vena), francese (Raymonde Simon Ferrier) e arabo (George Onsy).

Il volume si mostra articolato in tre sotto-sezioni e una coda conclusiva. Le tre sezioni, debitamente anticipate da alcune linee di presentazione di Massa in merito alle intenzioni di accorpamento di determinate liriche in quel gruppo – vale a dire le ragioni, le tematiche, le comunanze latenti o patenti – contengono ciascuna un consistente numero di brani poetici. Si parte con la sezione “L’assoluzione” anticipata da una dissertazione coinvolgente sul tema dell’assenza a firma del giornalista Duilio Paiano, nella quale troviamo liriche dal piglio riflessivo, sostenute da considerazioni di vario tipo che mettono in risalto le peculiarità osservative, interpretative e interiorizzatrici del poeta. Il tema ricorrente è quello dei gabbiani, con tutta la simbologia carica a questo animale e alle sue occorrenze nella letteratura, anche internazionale. In “Piove” leggiamo: «Credo ancora nei dettagli / delle prospettive, / nell’imperfezione / d’ogni figurabile / che s’avvolge in trame / come arbusti di tamerice / flagellate / ai venti di maestrale» (33). Credo che sia ben manifestato in questo estratto l’andamento – un adagio – di questa prima partizione dell’opera. Scenari prediletti sono le circostanze di solitudine e di riflessione, i momenti di pausa e di rincorsa ai pensieri, gli approfondimenti sulla vita e i suoi dilemmi, le esigenze di ascolto dell’interiorità. Ecco altri versi estratti da “Nell’attesa d’un istante”: «Passerà anche l’inverno / tra queste scie d’inchiostro / serrando nodi / nelle volute spire / di mancate assenze, / sulla pelle e nei pensieri / aspettando che marea discenda / a conciliare rena con il mare / tra le immutate sponde» (56) e da “Verrà il tempo del ritorno”: «Verrà il tempo del ritorno, / nuovi semi di accettate attese / nel cielo terso di febbraio / in quel tiepido maestrale / tra zolle arse / e l’istante delle piogge / nell’intricata geometria / del mio nulla / che fermenta prospettive» (61).

La seconda sotto-sezione del libro, “In ogni battito del mondo”, ci consegna al contesto internazionale: quello bellico delle lotte civili, delle guerre intestine, dei bombardamenti, delle violenze in genere e delle forme di sottomissione. Qui si evidenzia il piglio etico del Nostro che con poesie quali “Sotto il sole di Kabul” ha riportato numerosi premi letterari.

Troviamo liriche che affrontano problemi dei disturbi alimentari come l’anoressia (la poesia “Oltre…” dove il Nostro parla di «sguardi assenti / […] / greto informe» e della «irragionevole disarmonia / dell’esile corpo», 69), gravissime sindromi di carattere genetico («Chissà per quant’ancora / dovrò arginare ostacoli / raccogliendo cocci d’esistenza / nel perimetro di un corpo / che non s’arrende al tempo» (78) e liriche ispirate ai truci fatti di zone calde del pianeta: il Medio Oriente (la poesia “Scenderà sera sopra Gaza” dove leggiamo: «Quale guerra avrà mai le sue risposte / se non bugie vilmente sporche…/ […] // Qui si fermano per sempre / i sogni e le illusioni – / macchiate d’innocenza, / qui c’è carne da macello / su cui lasciare un fiore», 80), l’Iraq (la poesia “Sotto il sole di Kabul”: «una bandiera in terra ostile […] // […] tradita per amore a un giuramento», 87), compreso il nostro Paese con una poesia dal titolo “Quella linea in diagonale” dedicata alla nefanda strage di Capaci del 1992 nella quale morì il giudice Giovanni Falcone: «[P]rofanata speme nella terra di nessuno / che mi ha cucito addosso il tempo // […] [I]l vento disperde le parole / nell’ombra oltre il finire» (86). I contesti di violenza e di desolazione che animano il Nostro a mettere nero su bianco l’insofferenza verso tanta barbarie non punta alla denuncia ideologica né utilizza quel che sarebbe il facile tono della recriminazione o dell’imputazione della colpa. Al contrario consente un’autentica vicinanza e solidarietà verso i soggetti interessati da tanta indifferenza e devianza delle forme di potere. Difatti non di rado i componimenti di questa raccolta si chiudono – o comunque richiamano – un’attenzione generale su forme di appello e confessione nei riguardi della divinità cristiana.

Un altro scatto dell’autore del libro, il poeta barese Massimo Massa

L’ultima sotto-sezione porta il titolo “L’essenziale” ed è come la summa del percorso intrapreso; sembra di sperimentare con questo terzo “capitolo” il procedimento analitico d’evidenza di marca hegeliana contraddistinto da tesi-antitesi e sintesi. Qui, dopo lo scandaglio dell’interiorità nei suoi linguaggi spesso difficili da decifrare e dopo il verbo gridato della condanna delle aberrazioni, l’Autore annoda versi che sembrano vergati da una pacificazione maggiore, sembra quasi che la mano si sia allentata nel far seguire una parola all’altra. Qui si parla (o si cerca di avvicinarsi) all’essenziale, vale a dire a tutto ciò che non è accidentale o abituale. Al poeta, che opera di cesello con un’attitudine improntata allo scavo e alla linearità della forma, interessa esclusivamente la essentia, vale a dire la cosa in sé, quello che è, ciò che si manifesta. Senza ridondanze, abbellimenti, superfetazioni, ritocchi o magheggi di sorta. Il poeta sembra aver raggiunto un senso di benessere emotivo che gli deriva dal percepire la vita quale dono e come segno inesauribile di bellezza. Ciò gli è concesso non solo dal suo animo investigativo dei recessi interiori ma anche per mezzo di un sentimento d’amore e di condivisione con l’amata e, in senso generale, con una pluralità non meglio identificabile. Sono versi maturi che elaborano l’assenza, quella percezione di lontananza e disattenzione, di chiusura e mancata eco, in maniera diversa; ecco perché l’Autore qui ci parla dell’assenza nella forma delle sue scie. Sembrano dileguati l’ansia e il rovello esistenziale che, invece, ammorbavano pesantemente l’io lirico nella prima sezione.

In chiusura del volume c’è infine un lungo componimento bipartito, in realtà una serie di strofe con versi lunghi, disposte visivamente sulla pagina con una conformazione alternata, ad X, che vanno sotto il titolo di “Conseguenze logiche di geometriche invadenze” e – come da controcanto – di “Nell’incedere del tempo all’ora sesta”. È la giusta “coda” o explicit a tanto dire, argomentare, alludere, vagheggiare, trasporre delle liriche qui contenute e ha la forza di rappresentare, ben più che un’attestazione di poetica, una sorta di testamento umano.

Nel tempo dell’assenza è un libro che va letto e riflettuto. Credo che in questa maniera può realmente “arrivare” ed essere apprezzato come degnamente merita. Esso va a unirsi all’ampia produzione di Massimo Vito Massa – significativa e degna di menzione – contraddistinta dalle opere: Evanescenze. Dal diario dell’anima (REI, Cuneo, 2013), Geometrie d’infinito. Proiezioni e linee in divenire di concentriche spirali (Oceano, Bari, 2016) e All’ora sesta. Aspettando l’attimo che verrà (Dibuono, Villa d’Agri, 2017). Di notevole importanza per la diffusione della letteratura regionale sono i due volumi da lui curati per la serie Terre d’Italia ovvero: Poesie e dintorni di Capitanata (Oceano, Bari, 2019) e Poesie e dintorni delle terre di Bari (Oceano, Bari, 2019) oltre al corposo progetto d’impegno civile Le mani dei bambini (Oceano, Bari, 2019).

LORENZO SPURIO

La pubblicazione del presente testo, in forma integrale o di stralci, su qualsiasi supporto non è consentita senza l’espresso permesso da parte dell’autore.


[1] Una precedente edizione di Nel tempo dell’assenza è stata pubblicata da Edizioni Iod di Monterotondo (RM) nel 2020 quale opera risultata vincitrice al Premio Artistico Letterario Internazionale “Scriptura”, edizione 2020, organizzato da Anna Bruno. In questo caso si trattava della sola plaquette poetica senza inserti critici e grafici. Tutte le citazioni riportate dal testo sono tratte da Massimo Massa, Nel tempo dell’assenza. Tragitti casuali d’incomunicabili silenzi – Opera omnia, Oceano, Bari, 2020.

[2] La citazione di Battaglia riportata è la seguente: «La felicità a cui si anela / può soltanto essere sfiorata / come i gabbiani fanno con l’acqua» (4).

[3] Per ciascuna lingua indico tra parentesi il nome del traduttore.

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