“Puglia, un amore eterno: l’opera poetica di Cristanziano Serricchio”

Aritcolo di STEFANO BARDI

In tutto lo scenario dei poeti pugliesi, quello che fu più legato alla sua terra fu senza dubbio il poeta e scrittore Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo, 1922-Manfredonia, 1 settembre 2012).

Il 1950 fu l’anno della sua raccolta Nubilo et sereno, opera che può essere considerata come un moderno cantico francescano in cui la Puglia ne è l’ambientazione e il personaggio principale. Una Puglia vista e concepita da Serricchio come una terra colma di speranza e giustizia, in cui ancora oggi si possono difendere e salvaguardare gli affetti familiari, come un luogo in cui il poeta rivive le reminiscenze della sua esistenza passata, attraverso frammenti memoriali, e sfoghi dell’Io.

Nel 1956 seguì L’ora del tempo in cui il lessema ora si riferisce, all’alba della campagne salentine, caratterizzata da una leggera e impercettibile foschia in cui si perdono le proprie origini. Poesia della dimenticanza, ma allo stesso anche delle gioie quotidiane e degli intimi affetti. 

serricchioDiciassette anni passarono prima di una nuova raccolta, L’estate degli ulivi, che uscì nel 1973. Ancora la Puglia come protagonista. Qui, però, a differenza della raccolta del 1950, si vivono più intensamente gli affetti familiari, letti come sentimenti veri e compassionevoli. Inoltre in questa raccolta la Puglia è rappresentata in tutte le sue mistiche e meravigliose ambientazioni paesaggistiche. La Puglia, e più in generale il Meridione, vengono concepiti come degli strumenti per indagare le loro spazio-temporalità, ormai ferme e immobili nella vita e nel tempo, che in queste modo non riescono a oltrepassare la normale esistenza. Solo attraverso il canto dei sui elementi naturali la Puglia potrà liberarsi dal suo secolare ed eterno patimento sociale. Il Sud è concepito da Serricchio come l’unico custode e protettore di un universo epico immensamente “calmo” e “affettuoso”, grazie anche a una spirituale sacralità colma di moralità e di dogmaticità.

Nel 1978 uscì la raccolta Stelle daunie dove ancora la Puglia è protagonista. Regione che quest’opera è analizzata da Serricchio nella profondità delle sue vetuste radici, attraverso l’esaminazione di alcune stele ritrovate nella Capitanata (distretto storico-culturale)[1], che rappresentano immagini proto-statiche.

Nel 1991 uscì Questi ragazzi, opera nella quale stranamente non è presente la Puglia ancestrale e magica, bensì quella intima e giornaliera, attraverso poesie che il Serricchio dedica ai suoi figli, nipoti e alle nuove generazioni totalmente immerse, nella cultura anglo-americana degli anni Novanta. 

Il 1997 è l’anno di pubblicazione della raccolta Polena-Riverberi di fine millennio in cui la Puglia è vista, come la via per un viaggio etico ed esistenziale, che rapporta il Serricchio con una terra nemica e oscura, che è composta da vite schizofreniche e da vetusti bagliori del passato.

Sempre nello stesso anno uscì la raccolta Lu curle che in italiano è traducibile come La trottola. Un’opera interamente scritta in dialetto che, per la precisione, è quello della sua Monte Sant’Angelo. Così l’autore ritorna al linguaggio delle sue radici ovvero al linguaggio della fanciullezza.  

STEFANO BARDI

 

L’autore della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere il naturale e unico proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

 

Bibliografia di Riferimento:

G. Bertone, Inchiesta sulla poesia. La poesia contemporanea nelle regioni d’Italia, Foggia, Bastogi, 1978.

G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Milano, Mursia, 1983.

M. Dell’Aquila, Puglia, Brescia, La Scuola, 1986.

M. Zizzi, A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, Faloppio, Lieto Colle, 2012.

 

 

[1] Capitanata: distretto che corrisponde all’antica Daunia e all’attuale provincia di Foggia, che comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano, e il Subappennino Dauno.

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“Frammenti” di Tina Ferreri Tiberio, recensione di Lorenzo Spurio

Tina Ferreri Tiberio, Frammenti in Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa, Aletti, Guidonia, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

download.jpgLa silloge Frammenti di Tina Ferreri Tiberio è contenuta nella raccolta poetica a più autori dal titolo Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (Aletti, 2017). Come ha osservato l’autrice in una recente dichiarazione, si tratta della sua prima raccolta di poesie che timidamente ha pubblicato, perché un po’ restia a estrinsecare i suoi pensieri.

L’elemento naturale e paesaggistico è spesso contenuto nelle composizioni della Nostra da divenire ingrediente speziato e radicato di quei brani lirici le cui tematiche riaffiorano nell’infanzia richiamando ricordi lontani che si rimembrano con letizia e un pizzico di nostalgia.

Il tono è pacato, il linguaggio rifugge virtuosismi di sorta per prediligere forme canoniche di una sintassi che trae dal linguaggio comune le terminologie. Poetica descrittiva e figurativa, cadenzata da tocchi di intimismo e di regressione a fasi del passato della donna vissute in completezza e concordia con l’amato e con l’ambiente che la circondava (“Come a vent’anni!”, 84).

L’intera dissertazione lirica gira attorno alla tematica del tempo, ricorrente con immagini e forme diverse ma sempre a sottolinearne il fulmineo tracciato e l’intransigenza del suo percorso, la Nostra parla, infatti di un “tempo caduco e crudele” (78) così impietoso da ricevere i connotati di violenza e brutalità: esso non conosce requie come nei Sonetti addolorati d’amore del Bardo inglese.

I frammenti della Nostra sono stralci di un vissuto che vengono ripescati e incastonati nella carta a eterna memoria e per un rinvigorimento continuo delle esperienze, difatti la stessa Poetessa rivela in una poesia che la sua volontà è quella di “rivivere/le storie” (78). Così i versi contengono una materia che ha a che fare col vissuto autentico della donna, vagliato dall’esperienza saggia di protagonista del mondo, al punto da poter descrivere i suoi brani come delle vere e proprie stesure di “vite narrate” (82).

Talora appaiono sporadiche tracce di criticità e insoddisfazione, oppure di perplessità che la porta a servirsi della confessione con la carta proprio per l’esternazione dei suoi pensieri che, a volte, rasentano quel “nulla fulmineo” (77) indescrivibile in quell’oscurità che può prendere forma anche se poi l’aurora non manca di succederle. Tina Ferreri Tiberio racconta in stille poetiche quelle che furono le gioie e le spensieratezze di un’età giovane e smaliziata: “Canto la giovinezza/ sognante e tenebrosa” (80): curiosa ma assai d’impatto questa costruzione ossimorica della giovinezza quale momento sognante, dunque dotato di stupore e meraviglia, ma anche tenebrosa, perché, forse, inconoscibile e dunque misteriosa.

L’introspezione, pur vagliata da una profonda conoscenza della storia, a volte assurge ad alti livelli come accade nella lirica “Dammi i colori, madre” dedicata al ricordo di Auschwitz (non contenuta nella silloge in oggetto), risultata vincitrice del 3° posto alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (2017) di cui la Commissione Giudicatrice così commentò il bel testo: “I versi semplici e puliti sono un sofferto inno d’amore e un richiamo accorato e sincero in cerca di aiuto e di amorevole sostegno. Gli orrori della prigionia ad Auschwitz divengono anche voce e ispirazione di una preghiera rivolta alla Madre Celeste, a testimoniare un affidamento e una devozione senza confini, ad alleviare la pena di un’esistenza che si avvicina al termine”.

La Poetessa – come ogni buon poeta – si interessa anche dei fatti del mondo non mancando di riferirsi alle “miserie umane” (91) e all’impassibilità dell’uomo (“Gli amici, indifferenti, vanno via”, 99) sebbene la centralità rimanga sempre attorno alla tematica del tempo, delle emozioni vissute, dei soavi ricordi che riaffiorano con piacevolezza mentre “la vita sussulta alla debole luce” (81). C’è un effluvio comunicativo anche con l’ambiente paesaggistico che contorna le vicende episodiche tratteggiate nei componimenti lirici come quando la Nostra osserva “Ho provato ad immaginare/ il vento senza la sua carezza” (85) e poi, in un’altra lirica, fa capolino una domanda impalpabile: “È possibile correre sotto/ lo stesso cielo?” (86).

Tina Ferreri Tiberio trae dall’esperienza personale la materia prima per impastare i versi delle sue liriche che si contraddistinguono per freschezza, gradevole fruibilità, carico espressionismo, rifuggendo forme arcane di stagno ermetismo o di virtuosismo performativo. Donna che appartiene alla terra e che, nella semplicità genuina dove risiede il senso di bellezza, “am[a] ascoltare il silenzio” (87); silenzio che fa pensare a versi dolci e pacificati di Giusi Verbaro o, meno efficaci all’istante, di Mario Luzi.

Così la donna ci affida le “molte avventure” (91) appartenute al suo tracciato esistenziale ferme nella convinzione che “amore è giovinezza” (92). Nell’età matura in cui la Poetessa scrive ci informa anche del suo “spossato corpo” (91), sintomo – forse – di una leggera stanchezza che non ha nulla dell’affanno ed è in linea con una più consapevole coscienza che “la vita fievolmente/ rotola” (99) verso il suo “interminabile peregrinare” (94). In tale vissuto esistenziale la Poetessa ha deciso di lasciarsi felicemente trasportare dall’emozione, valicando i continui “battiti del tempo” (94) che a volte ci pongono dinanzi a dei bivi, a delle decisioni, a delle stasi, a dei dolori invalicabili che si scoperchiano.

Con dignità e fermezza Tina Ferreri Tiberio “Ravvolg[e] i rimanenti battiti accartocciati;/ arranc[a]” (100) tra i banchi densi di “solitudin[e] e [di] indifferenza caliginosa” (103) con la virtù innata di un insegnamento morale che sa d’antico e di profonda spiritualità e che, invece, è motivo e fine del nostro ‘esserci’ al mondo: la traccia che lasciamo è estensione di noi stessi. Ecco perché “ammutoliti possiamo/ raccogliere e tessere i labili frammenti/ della nostra vita” (105).

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2018

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

II Concorso Internazionale di Poesia “Sentieri DiVersi” della Ass. Il Cigno Bianco di Bitetto (BA)

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Concorso Internazionale di Poesia

“ Sentieri DiVersi” – Seconda edizione 2017

Poesia a tema – I diritti dei bambini tra l’infanzia e l’adolescenza

Non c’è a questo mondo grande scoperta o progresso che tenga, fintanto che ci sarà anche un solo bambino triste.
(Albert Einstein)

 

Il Premio “Sentieri DiVersi” ha come incipit l’abbattimento delle barriere mentali,  diventate pilastri della nostra società: i suoi margini. Non arrendersi agli stereotipi è la nostra Mission; salvaguardare l’anima è il tentativo non utopistico che noi poeti possiamo afferrare con la poesia, dandole ali per spiegarsi in un cielo immenso: il Cambiamento.

 

REGOLAMENTO

1) PARTECIPAZIONE

Al concorso possono partecipare cittadini italiani o stranieri, secondo le modalità del presente regolamento. I componimenti potranno essere presentati in lingua italiana, dialettale o straniera. Nel caso di poesie scritte in lingua dialettale o straniera è obbligatorio allegare una traduzione in lingua italiana per ogni componimento inviato.
2) SCADENZA

Le opere dovranno pervenire entro e non oltre il 30.10.2017.
3) SEZIONI

Sezione A: Poesie edite o inedite sul tema “I diritti dei bambini tra l’infanzia e l’adolescenza”. Sezione riservata a tutti gli autori che abbiano un età superiore agli anni 18.

Sezione B: Poesie edite o inedite sul tema “I diritti dei bambini tra l’infanzia e l’adolescenza”. Sezione riservata agli studenti anche universitari.

Le opere presentate non verranno restituite.

4) LUNGHEZZA DELLE OPERE

Le opere non dovranno superare i 30 versi.

5) N° COPIE DA INVIARE E MODALITA’ DI INVIO

Si può partecipare con una poesia, riportata su file in formato word.

Le opere dovranno essere spedite al seguente indirizzo mail sentieridiversi2017@libero.it,  indicando nel corpo della lettera tutte le generalità dell’autore (nome, cognome, indirizzo completo di C.A.P, n° telefonico e di cellulare, eventuale indirizzo e-mail), la dichiarazione di paternità dell’opera e la liberatoria alla eventuale pubblicazione su un’antologia. Nell’oggetto della mail bisogna riportare la sezione per cui si partecipa e il titolo della poesia.

Gli studenti, oltre a tutte le altre generalità (nome, cognome, indirizzo completo di C.A.P, n° telefonico e di cellulare, eventuale indirizzo e-mail), dichiarazione di paternità dell’opera e liberatoria per la pubblicazione su un’antologia, dovranno indicare anche la scuola/università di appartenenza, il/la docente di riferimento e, se minorenni, il nome di almeno un genitore.

6) QUOTA DI ADESIONE

 Partecipazione gratuita.

7) PREMI

Sezione A:

Primo classificato 300,00 €;

Secondo classificato 200,00€;

Terzo classificato 100,00€.

Sezione B:

Primo classificato 300,00 €;

Secondo classificato 200,00€;

Terzo classificato 100,00€.

La Giuria potrà assegnare eventuali premi speciali e/o menzioni d’onore.

I premi in denaro devono essere ritirati di persona pena la decadenza dal premio.

 8) PREMIAZIONE

La cerimonia di premiazione si terrà a Bitetto, presumibilmente il 09.12.2017.
9) NOTIZIE SUI RISULTATI

Tutti i concorrenti finalisti saranno informati direttamente sull’esito del concorso e sulla data e luogo della premiazione. Inoltre, i risultati, saranno pubblicati sulla pagina facebook dedicata al concorso e sul sito concorsiletterari.it .

Resta, tuttavia, obbligo da parte dei concorrenti di tenersi informati sull’andamento del concorso.

10) GIURIA

I componenti della giuria, il cui giudizio è inappellabile ed insindacabile, coordinati dal Dott. Massimo Vito Massa – Scrittore e Presidente dell’Associazione “L’Oceano nell’Anima” e U.N.A.C.I., sono:

  1. Dott. Giacomo Balzano – Scrittore e Psicoanalista;
  2. Prof. Silvana Calaprice – Docente Universitaria e Vice Presidente Nazionale UNICEF;
  3. Dott.ssa Francesca De Giosa – Vice Presidente Nazionale Associazione Maestri Cattolici Italiani;
  4. Dott. Luca Lombardi – Membro del Consiglio Direttivo dell’Accademia Italiana di Studi Numismatici e Titolare Casa Editrice Biblionumis;
  5. Dott.ssa Maria Pina Santoro – Scrittrice e Dirigente Psichiatra Psicoterapeuta Centro Salute Mentale ASL/BA;
  6. Dott.ssa Marina Stancarone – Critica Letteraria;
  7. Dott. Gilberto Vergoni – Scrittore e Dirigente medico Neurochirurgo Presso Asl Cesena.

11) PATROCINI

Patrocinato dall’UNICEF – sezione provinciale di Bari, dalla Regione Puglia, dall’Università di Bari “Aldo Moro”, dall’Associazione Arma Aeronautica-Sezione di Bari, dall’Associazione Maestri Cattolici Italiani – sezione di Bari, dalla Frates donatori di sangue, dalla Biblionumis Edizioni, dall’Associazione “Africa Solidarietà Onlus”,dall’Associazione Culturale Euterpe e dall’Associazione Culturale “L’Oceano nell’Anima”.

Eventuali sponsor saranno comunicati successivamente.

12) NOTE

La partecipazione al concorso internazionale di poesia “Sentieri DiVersi” – seconda edizione –  implica la totale conoscenza ed accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali, ai sensi della legge 675/96.

13) L’ANTOLOGIA

La prestigiosa CASA EDITRICE BIBLIONUMIS del Dott. Luca Lombardi, in collaborazione con la Giuria del Premio Internazionale di Poesia “Sentieri DiVersi”, selezionerà le opere migliori da poter inserire in un’Antologia schedata OPAC ( Catalogo Nazionale delle Biblioteche )

L’ANTOLOGIA FARÀ PARTE DI UNA COLLANA RIENTRANTE IN UN PROGETTO, raccogliendo i percorsi tematici del Premio. Gli autori verranno coinvolti un una successiva presentazione delle loro opere. L’invio della mail per la partecipazione al concorso costituisce a tutti gli effetti liberatoria per il consenso alla pubblicazione dei componimenti sull’eventuale Antologia, fatto salvo il diritto d’Autore che rimane in capo al concorrente. Non è previsto alcun obbligo di acquisto.

La partecipazione al Premio implica la tacita autorizzazione a pubblicare componimenti ed eventuali foto su tutti i mezzi di diffusione del Premio senza ulteriori formalità. Verranno spediti per mail gli attestati di partecipazione.

14) INFORMAZIONI

Tutte le informazioni relative al Premio saranno pubblicate sulla pagina facebook dedicata al Concorso o scrivendo all’indirizzo mail sentieridiversi2017@libero.it.

 

                                                                                                   Il Presidente del Premio

                                                                                                   Dott.ssa Maria Musicco

                                                                                                                                                                                                      

Lorenzo Spurio su “Oltre l’azzurro dei cieli” di Anna Alessandrino

Oltre l’azzurro dei cieli
Di Anna Alessandrino
Edizioni Agemina, Firenze, 2013
Pagine: 55
ISBN: 978-88-95555-68-3
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Eppure in quella melma
piano una ninfea si schiude
mentre al cielo
s’alza il riso di un bambino. (14)
 

copertina-web-Alessandrino_pa265sfx (1)Anna Alessandrino, poetessa della provincia di Bari, ha recentemente vinto il Primo Premio per la poesia inedita al Concorso Letterario Internazionale Pablo Neruda organizzato dalla casa editrice Agemina di Firenze. Non è un caso che il Premio sia intitolato al grande poeta cileno in quanto, tra le prerogative per poter partecipare a questo concorso, era necessario l’invio di almeno venti liriche di impronta civile. La poesia civile, che indaga cioè sui disagi, le storture, i drammi e le esigenze della società in un determinato luogo e tempo riveste una amplissima categoria della poesia che è sempre stata trattata nel corso della storia della letteratura con diverse intenzionalità: canti di sdegno, di denuncia, proclami di dissenso e quant’altro.

Sfogliando il volume di Anna Alessandrino, pubblicato dal concorso da lei vinto, che porta il titolo “Oltre l’azzurro dei cieli” ci rendiamo subito conto di trovarci di fronte a una poesia intensa, ben strutturata, frutto di una mente consapevole del tempo che ci è dato di vivere. La poetica di Anna Alessandrino gioca sulle pennellate di invidiabile liricità, con curiosi riferimenti al mondo classico e una vocazione portata al culto della parola. La forza espressiva delle liriche e in particolare la magia evocatrice che le contraddistingue è di certo il fiore all’occhiello di questa silloge che, per ritornare a quanto si è detto all’inizio di questo commento, è una poesia prettamente sociale, di riflesso di incongruenze della società; si legga ad esempio “La rabbia delle donne” e “Non più Penelope” che affrontano la difficile situazione dell’esser e conservarsi donna nel nostro presente. Poesie che fanno anche riflettere su un dramma caratteristico del nostro tempo ossia quello dell’incremento di forme di violenza sul sesso femminile.

Nella poesia “Missioni di pace?” sembra che la poetessa ci bisbigli all’orecchio una qualche domanda, che è poi quella contenuta nello stesso titolo della poesia. Esistono veramente delle missioni di pace, se queste vengono poi fatte con l’utilizzo delle armi? Anna Alessandrino non fornisce mai un vero e proprio giudizio sui fatti che osserva, descrive con sfiducia e praticamente “dipinge” nel momento stesso in cui noi leggiamo i suoi versi. Il tono di questa poesia è austero, mesto, opprimente e non potrebbe essere altrimenti; predominano la spietatezza di un’esistenza  che si “sacrifica” in nome di un progetto che però sarà fautore dei “sogni rubati” e causa dello “squarcio amaro/ di una giovinezza/ senza più sapore” (8).

Anna Alessandrino attinge dalla storia e dalla cronaca, ma struttura le sue poesie in una cornice che perde il senso di storicità per mostrare invece la componente universalistica, sempre attuale. E così, parlare della guerra di Bosnia nella poesia “Sarajevo 1992” è come intessere con sapienza e incredulità nei confronti di un mondo atroce, una metafora che è specchio del dramma che spesso, anzi sempre, purtroppo si rinnova, in ogni angolo del mondo:

 

Dove sono le stelle
In questa notte
Che non finisce mai? (5)

 

Non è sufficiente scorgere le stelle nella volta celeste in una sera d’estate e portare poi nei cuori l’indifferenza, l’odio, la prevaricazione e la ghettizzazione. Affinché quelle stelle possano splendere davvero, c’è bisogno che l’umanità si sollevi dal buio tenebroso nel quale è sprofondata.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.02.2014

Lorenzo Spurio su “Doppio cieco” della barese Chiara Abbatantuono

Doppio cieco
di Chiara Abbatantuono
Europa Edizioni, 2013
ISBN: 9788897956853
Pagine: 142
Costo: 13,90 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

Il linguaggio è solo una convinzione arida e bastarda (91)

 

Se non ci si ritaglia del tempo per comportarsi da folli, si finisce sempre col diventarlo davvero. (136)

 

Questo di Chiara Abbatantuono è un libro che va letto almeno due o tre volte prima di poter pensare di averlo capito, perché nei tanti temi che affronta, nelle forme di disagio, nelle profondità della coscienza, è un libro che interroga il lettore, lo punzecchia, lo infastidisce (nel senso proprio del termine, senza accezione di sorta), affinché maturi in lui una sorta di risposta, positiva o negativa che sia, un riscontro vagliato da un’attenta critica nei confronti di sé e del mondo[1] –di cui questo libro non è pieno, ma è traboccante- o una forma di protezione da quel mondo dove le mancanze, le storture, i difetti, le infelicità sembrano dominare:

 

La realtà è questa, quella delle battaglie private e delle guerre mondiali, degli stupri, delle puttane e degli omicidi. Il mondo giusto esiste solo nelle storie di fantasia e, probabilmente, sotto le lenzuola. (97).

 

downloadNon ci si sbaglierebbe, dunque, di molto nell’affermare che Doppio cieco è una sorta di post-modernizzazione del romanzo del flusso di coscienza, dove la protagonista (che non darà nessuna festa nella sua casa) è una sorta di Mrs. Dalloway[2] dei poveri, una donna che vive la sua quotidianità fatta di accadimenti insensati ed inezie, di pesi da sopportare che gravano su un animo tormentato, addirittura dissociato e in certi punti ossessivo. Chiara Abbatantuono si inserisce con questo suo libro in una fase letteraria nuova che fa dell’analisi della coscienza (non il culto di essa, ma piuttosto l’auto-critica per mezzo anche del paradosso) la chiave di volta nella rappresentazione di esistenze che possono sembrare marginali o attribuibili a persone strambe, fuori dalla pesante “normalità” della quale ci riempiamo la bocca senza sapere in che cosa, concretamente, consista. Perché poi, siamo noi, figli del secolo che tanto ha dato all’uomo in termini di scoperte, miglioramenti scientifici, tecnologici e di altra natura, ma anche custode del disinganno di una società debole, fondata sull’ego, sul denaro e sui rapporti dove meschina domina l’ipocrisia.

Con un linguaggio attento e meticoloso nei confronti di ciascun ambito della narrazione e con una mai pedissequa precisione nei confronti delle indicazioni che concernono la terminologia medico-farmaceutica[3], Chiara Abbatantuono descrive la realtà da dentro, come se in fondo sia lei stessa la protagonista delle due storie. La scrittrice, infatti, non sembra far difficoltà nello stendere sulla carta una trama ricca di curiosità, incongruenze che poi si risolvono, colpi di scena (non si immagini niente di romantico) e situazioni che rasentano il surreale. Tutto, però, è reso perfettamente all’interno di una cornice romanzata dalla forma impeccabile che invita il lettore, pagina dopo pagina, a fagocitare il libro con un’insaziabilità che non aveva mai provato prima.

Esistenze frustrate, dissociate, problematiche, piene di manie e tendenti alla paranoia sono i personaggi di questo libro, di un mondo alienato e represso dove la psiche viene tradita e si ricorre talvolta alla medicina, senza molto successo, tal altra ad atteggiamenti personali, privati, anche strambi che vanno a determinare i personaggi per condotte e comportamenti sui generis. Con abilità Chiara Abbatantuono descrive la vita di chi “[non ha] nessuna novità [e vede] intorno [a lui che tutto è] perfettamente ordinato. Tutto, ad eccezione dei [suoi] pensieri”. (65). Ma i personaggi, che vengono più e più volte equiparati a degli psicopatici, hanno sempre i loro momenti di lucidità: Ester tenta il suicidio, sì, ma ingerendo un flaconcino intero di mentine, fatto che denuncia un’intenzione egocentrica di indubbia rilevanza; Chris, tra i tanti pensieri e azioni bislacche che lo contraddistinguono, a volte è anche in grado di fermarsi, come se venisse messo in Pause, e di osservare lo scorrere degli eventi da fuori, senza la sua implicazione: “proprio allora mi resi conto di aver perso davvero il senso della misura” (82), una sorta di “voce” interna che lo fa ragionare e, come uno sprizzo di sana consapevolezza, gli fa vedere le cose per quello che realmente sono, senza esser influenzate dalle sue manie, deformazioni e parossismi.

L’apatia e il senso di noia che sembrerebbe caratterizzare Imma per lo meno nella prima parte del racconto, lascia poi il posto a una consapevolezza diversa (non saprei dire se maggiore o no) che la porterà a prendere delle decisioni importanti: licenziarsi e ingaggiare un rapporto con un ragazzo, tra la probabile insicurezza di lui e la celata voglia di lei. Si parla anche di alcolismo e si accenna a disturbi psichiatrici descritti dal DSM, che pure viene citato da Chiara Abbatantuono, a confermare ancora una volta il suo profondo interesse e padronanza di tematiche che navigano tra la psicoterapia e la psichiatria. La scrittrice pone attenzione anche nei confronti della possibile eziologia di comportamenti e traumi e la loro genesi azzardando a volte considerazioni che hanno riferimento diretto in traumi maturati a causa della famiglia (“Non sorprende che le mie relazioni in famiglia fossero sempre state morbose, frustranti, viziose e viziate”, 68). Continui e pertinenti i richiami al desiderio di togliersi la vita, idee che maturano nella mente di Imma, ma che non vengono mai prese troppo in considerazione (“Sarei tornata volentieri a casa solo per farla finita. E’ buffo pensare a quante volte ci abbia seriamente pensato in quell’atmosfera squallida quanto funerea”, 112) e il tema del suicidio ritorna nella figura di due persone che vengono citate: Seneca e Kurt Cobain che, con intenzioni e in tempi diversi, decisero di ammazzarsi.

Chris, nella seconda storia, ha 42 anni ma sembra essere molto più giovane della sua età, sia fisicamente (ed è questo il commento che fanno gli altri su di lui), sia per il suo animo inquieto che ci fa pensare a un ragazzo scontento della vita. E’ continuamente perplesso sulla sua esistenza, insoddisfatto dell’inefficacia di una terapia comportamentale prescritta dal suo analista in sedute collettive e private. Quando il medico gli diminuisce la quantità di psicofarmaci in vista di una riduzione progressiva nel tempo fino a farglieli sospendere, il personaggio si sente ulteriormente dislocato da sé e prova paura:

 

Spesso guardo fuori dal finestrino della metro e penso che la mia condotta sia arrivata al capolinea. Poi rivolgo l’attenzione ai passeggeri. So che loro vivono immersi nei loro problemi, eppure stanno meglio di me. (60)

 

Anche gli spazi che la Nostra tratteggia sembrano avere i connotati del degrado e trasmettere una dimensione psicotica, ai limiti della realtà, quasi sospesa, come fossero delle città all’interno della città che hanno vita propria, un può fuori dalla convenzionalità, dove la vita sembra scorrere in maniera diversa: non stupirà, dunque, sapere che la camera di Imma in realtà non è che un attico claustrofobico e che la città viene da lei vista come “alienante e oscenamente bucolica” (67) in un mix speziato di contraddizione che nutre la nostra fantasia e contorna la narrazione in una cornice che è quella del nostro hic et nuc, ma che può anche non esserlo.

Ad ispessire il contenuto psicologico del libro è il significato stesso del titolo, apparentemente enigmatico e che, invece, ha molto di filosofico.[4] Filosofia che si ritrova in varie citazioni in esergo come quella del celebre esistenzialista Kierkegaard che, saggiamente e al contempo lapalissianamente, recita: “Alle volte da cause enormi e poderose viene un effetto minuscolo e senza importanza, alle volte addirittura nulla; alle volte una piccola causa produce un effetto colossale” (27) che racchiude un po’, se vogliamo, la filosofia o forse si dovrebbe dire per essere più precisi l’ontologia, dell’intero libro. Il principio di causa-effetto e di consequenzialità da sempre studiato dalla filosofia viene qui reso da Abbatantuono nella quotidianità degli accadimenti dove mai si parla di casualità o sorte (secondo una interpretazione fatalista) né di ricompensa, condanna o provvidenza (com’è nel pensiero cristiano). Ogni evento (pur piccolo), produce una conseguenza (pur insignificante o invisibile) dalla quale, però, può scaturire un effetto devastante, spropositato o impensabile.

Un romanzo[5] sull’oggi, ma anche su un tempo che cambia come ogni epoca. Se ci si soffermasse sullo studio del tempo della storia di questo libro, però, dovremmo osservare che le temporalità che Chiara Abbatantuono descrive sono due, diverse tra loro: il 1993 (nella prima storia ambientata Treviso) e il 2002 (nella seconda storia ambientata a Roma). Due date che, pur non troppo lontane tra loro, la scrittrice tiene molto a riportare in ogni capitolo del libro dove i due racconti sono sezionati in porzioni che si incastrano alternativamente tra loro.

Ma il libro si può leggere anche in un altro modo: prima ci si dedica alla lettura dei vari capitoli della prima storia e, solamente una volta completato il primo racconto, si passa all’altro. Ed è questo il modo in cui ho letto il libro per la terza volta, riuscendo a capire cose che, invece, nelle altre letture, a intervalli, mi erano sfuggiti. Ma un libro, si sa, è un amico e questi può essere un fedele compagno oppure un semplice conoscente, sicché sta a noi decidere quale tipo di rapporto instaurare con esso, come conoscerlo, come padroneggiarlo. Devo confessare che io mi sono letteralmente e letterariamente innamorato di questo libro, perché in fondo, oltre a configurarsi come un tipo di lettura di quelle che a me piacciono, ha una serie di peculiarità che lo rendono intrigante, a tratti incomprensibile e che richiedono una seria compartecipazione da parte dell’autore.

Un libro da leggere e da rifletterci su, da domandarsi, ma anche un libro di studio e di ricerca perché mi ha fornito molti elementi legati al disagio da investigare e approfondire.

L’ho letto e riletto per tre volte. L’ho fatto mio.

Non so neppure se questa possa definirsi una recensione, ma so benissimo che io e Doppio cieco siamo diventati grandi amici.

 

LORENZO SPURIO

 

Jesi, 22-01-2014

 


[1] Il riferimento al mondo del lavoro è continuo nel corso della narrazione. Si legga ad esempio questo estratto: “In una realtà in cui tutti si ergono a maestri di vita e speculatori senza poi riuscire nemmeno a guardarsi allo specchio, c’è qualcosa che non va” (84).

[2] Citare Mrs. Dalloway non mi sembra inappropriato dato che il suo nome viene fatto dalla stessa autrice nel racconto di Imma quando, stanca di Dan, il suo pseudo-ragazzo che la vorrebbe diversa e secondo lei più bella, cita il personaggio woolfiano come espressione della donna borghese educata, piacevole, seria e pragmatica.

[3] Non a caso è la prima volta che in un libro trovo una citazione di Paracelso che, insieme a Galeno, viene considerato uno dei padri della medicina naturale.

[4] Esso è indicato in apertura al libro e la descrizione della definizione Doppio cieco è tratta direttamente da Wikipedia. In essa leggiamo: “Un esperimento in cieco o doppio cieco è in termini figurativi un modo per definire un esperimento scientifico dove viene impedito ad alcune persone coinvolte di conoscere informazioni che potrebbero portare a pregiudizi consci o inconsci, così da invalidarne i risultati”.

[5] Le due storie proposte nel libro, seppur indipendenti, finiscono per proiettarsi l’una nell’altra tanto che è possibile per il lettore considerarle come una materia narrativa unica giocata su due plot differenti, intrecciati tra loro, amalgamati e costruiti volutamente con una chiara intenzione di rimando e riflessione tra le due storie. In questo senso il libro può essere concepito come un romanzo.

“Bisbigli nella notte” di Giovannangelo Salvemini, recensione di Lorenzo Spurio

Bisbigli nella notte
di Giovannangelo Salvemini
WIP Edizioni, Bari, 2013
ISBN: 978-88-8459-244-6
Pagine: 78
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

L’amore
è un nome
che non si chiama
e vive nel silenzio.
(in “I grandi dell’amore”, p. 33)

 

imagesBisbigli nella notte è l’opera prima di Giovannangelo Salvemini, giovane pugliese che con questo testo ha voluto raccogliere poesie e aforismi completamente inediti scritti negli ultimi anni. Il lettore si approssima alla lettura di questo libro manifestando grande curiosità e voglia di capire cosa si celi dietro a quei “bisbigli” e se questa sia una espressione volutamente caricata a livello metaforico e che sta, dunque, a delineare dell’altro. Ma nelle primissime pagine è l’autore stesso, in una nota di introduzione a svelarci il mistero: questi “bisbigli” sono conversazioni segrete, strozzate e quasi mute con cui il poeta s’intrattiene nella notte, conversando con i suoi sé, le varie sfaccettature delle molteplici componenti inconsce della sua persona. Sono parole mormorate, strascicate e, pertanto, labili e ventose, dei monologhi sibilati, quasi sospirati, che avvengono solo al calar della notte e che gli permettono di “ascolt[are] il silenzio” (p. 44). Si ricordi quanto il tema della notte sia importante nei poeti considerati “classici” della nostra tradizione letteraria quale momento di pausa, meditazione e allo stesso tempo di analisi dell’esistenza. Ed è di notte che Salvemini riflette, medita e concretizza le sue divagazioni, sogna ad occhi aperti e considera la vita da prospettive che di giorno non gli sarebbero possibili. Di notte la gente dorme e forse sogna di uccidere draghi o di vincere al superenalotto, mentre Salvemini vive, assorbe e respira versi ricchi di creatività e di voglia di esser espressi. I bisbigli che il poeta descrive in questo libro, però, finiscono per aver la forza di testi urlati, il vigore di versi totalizzanti che proprio per la loro energia vanno taciuti e smorzati di notte per conservare il quieto vivere: “Bisbigliando di notte, mi accorgo che le stesse parole non posso urlarle nel silenzio della città. Non mi è permesso per rispetto delle regole imposte dalla società per il vivere civile” (p. 22). La società, dunque, che è comunemente l’incunabolo delle manifestazioni di cultura e progresso, è vista come limitante e quelle “regole imposte” sono dei duri limiti da rispettare, ma ai quali è obbligatorio e necessario assoggettarsi. In questa interpretazione di notte-giorno, libertà-oppressione e creazione-sterilità credo debba esser letta questa silloge di poesie.

La lirica d’apertura, “Piove” non può che echeggiare la celeberrima “La pioggia nel pineto” di D’Annunzio soprattutto in quel verso che dice “e par ch’io pianga” (un simile verso era stato utilizzato dal poeta abruzzese per riferirsi all’amata Ermione), se non fosse che qui lo scenario è diverso: non ci troviamo in una pineta, ma in vari ambienti: il bosco, il lago, il mare, quasi che il poeta intendesse dare una sguardo aereo su diversi ecosistemi investiti dalla pioggia. Il cameo dannunziano ritorna nella successiva “Taci” dove la reiterata intimazione del tacere alla donna, ricorda ancora una volta il poeta nel suo riferirsi ad Ermione, affinché nella pineta si respirino solo i rumori della natura.

In “Vorrei sognare” la struttura poetica è ripetuta in sette diverse strofe che hanno come contenuto quello del sogno visto come trampolino di lancio verso il futuro, la vita e l’amore; la lirica si manifesta come un giovanile manifesto sull’utopia. Tutto quello che non si può avere, sembra dire il poeta, può essere sognato, e allora non ci intristiamo e pensiamo a quello che ci piace.

L’immagine ricorrente di queste liriche è quella della natura con i suoi vari scenari (spesso incontriamo il mare con i suoi gabbiani) alla quale addirittura il poeta s’inginocchia chiedendo scusa “per aver[la] messa in movimento” (p. 36), quasi fosse il poeta che con la forza dei suoi versi azioni la grande macchina razionale dettata dal principio di causa-effetto.

Salvemini affonda il bisturi nell’intricata natura psicologica dell’uomo e nell’incapacità di separare la normalità dall’anormalità, espressioni di atteggiamenti che solo mediante un sistema di pensiero e delle costrizioni sociali (create esse stesse dall’uomo) è in grado di definirsi. Ma l’uomo sbaglia nei suoi intenti di definizione, nella sua volontà di catalogare o di discriminare: “Mi chiamano falso/ e dopo vero,/ minacciano d’ammazzarmi/ e dopo salvato./ Che follia/ che è l’uomo” (p. 40). C’è del comico misto a uno sdegno pacato in “Folli siam tutti”, dove si respirano gli echi di un Palazzeschi irreverente, in cui il poeta accusa la normalità di essere anormale e solleva quella che comunemente è considerata stravaganza e follia al podio della normalità:

 

Normale,
tu?
Eccolo
il primo folle.
 
Tu, pazzo scrittore,
io un normale lettore.
Voi non riflettere,
così io scrivo e voi leggete.

 

Il poeta ci regala anche un omaggio alla città di Firenze con una poesia dal titolo “San Miniato al Monte” che sembra essere un’istantanea: il poeta non è affascinato dalle comuni attrazioni del capoluogo fiorentino, ma medita tra tombe rovinate e il canto dei monaci sul “monte” che sovrasta Firenze.

In “Chiedo scusa alla morte”, dopo una curiosa elencazione di destinatari del suo messaggio, a tratti sofferente a tratti difficile da sviscerare, il poeta chiede scusa “a chi [lo] definisce/poeta” (p. 36).

Accettiamo queste scuse, ma le rigettiamo.

Salvemini non deve discolparsi di nulla, perché lui è davvero un poeta.

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

Jesi, 05-03-2013

 

Chi è l’autore?

Giovannangelo Salvemini (Molfetta, 1990) è laureando magistrale in Giurisprudenza nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. E’ appassionato di fotografia, ma soprattutto di scrittura. Bisbigli nella notte è la sua prima raccolta poetica ed è il frutto delle passioni e dei pensieri raccolti negli ultimi anni e trasformati in versi.

 

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