Esce “Il sospiro di Medusa”. La nota performer maceratese Morena Oro destruttura il mito classico e denuncia l’ipocrisia

A cura di Lorenzo Spurio

Allora l’esser mostro mi consola, 

riabilita l’anima mia intoccabile

ormai da qualsiasi dissacrazione.

È uscito da poche settimane il nuovo libro di poesie della poetessa e performer maceratese Morena Oro, Il sospiro di Medusa, per i tipi di Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova (AN). Il titolo, evocativo nei suoi legami più classici al noto mito di Medusa, richiama da subito un universo altro e sospeso immergendoci in un’alterità mitologica dalla quale, però, la Nostra subito intende smarcarsi; difatti nella sinossi da lei scritta e diffusa sul sito della casa editrice leggiamo: «La Medusa di Morena Oro si ribella all’interpretazione stereotipata del mito che la riguarda, vuol prendere coscienza del proprio ruolo all’interno di quella mitologia e stravolgerlo, sovvertirlo, farlo avanzare verso l’infinitudine delle possibilità ancora sconosciute ai più […] Questa Medusa sospirante non è che il mostro che ha compassione di se stesso, che si ama profondamente accettando la propria condizione divenuta simulacro della negazione degli altri al cospetto delle proprie deformità interiori. […] In ogni donna uccisa, decollata nel sonno, urla il mostro arbitrariamente giustiziato di Medusa».

La storia del mito di Medusa, che è ben nota ai più, è bene a questo punto richiamarla per una ragione semplicissima, ovvero per poter comprendere come poi, col suo lavoro, Morena Oro abbia operato secondo un approccio de-costruttivista (Guy Debord decostruiva spazi, qui si decostruisce miti), riscrivendone le peculiarità di questo personaggio diabolico e misterioso al contempo. De-costruire, che è un atto automatico e rigenerativo, prevede una sperimentazione autentica che porta a una nuova “costruzione”: la Medusa di Morena Oro, pur avendo senso per essere ciò che è e che comunemente noi concepiamo richiamando la mitologia e i riferimenti classici è, però, anche altro, perché ricaricata di un significato che l’autrice stessa ha deciso di affidarle.

L’etimologia di “medusa” sembra essere dubbia al punto tale che vi sarebbero varie idee al riguardo. L’idea preponderante che viene comunemente presa come maggiormente valida è quella di vedere la parola quale derivato del nome proprio di Medea il cui significato ha a che vedere con la capacità attrattiva e seducente, dell’ammaliare. Medusa si contraddistingue per essere un mostro alato dalle sembianze femminili, creduta come la più orribile e l’unica delle tre Gorgoni a non essere immortale.[1] Dal nome di Medusa deriverebbero terminologie la cui comprensione è facilitata se si pensa al comportamento della divinità, che hanno scarso impiego nell’uso comune della lingua: “medusare” quale sinonimo di “ammaliare” e “meduseo” ad intendere qualcosa che abbia natura ambigua e sinistra: ammaliante e tremenda al contempo o che si riferisca a qualche peculiarità fisica della divinità (la capigliatura con serpenti o la prerogativa pietrificatrice). Risulta dunque utile ed elemento di contestualizzazione ricordare l’origine classica del mito di questa figura ammaliante e intimorente; ne Le Metamorfosi[2] di Ovidio la vicenda di Medusa è contenuta nei Libri IV e V:  figlia di Forco, di lei si parla della “potenza del mostro” (Libro IV, v. 745)[3] e come “orrenda Medusa” (Libro IV, v. 784) e delle sue peculiarità trasformative da animato a inanimato (in roccia, per l’esattezza): “Per aver guardato la Medusa, erano stati mutati in pietra, perdendo la loro natura” (Libro IV, vv. 781-782). Medusa è l’unica “delle sorelle [che] portasse i serpenti intrecciati ai capelli” (Libro IV, vv.792-793), essere malevolo la cui fine, forse, ripaga della malvagità della sua essenza capace, però, di una progenie buona, il poco noto Crisaore, capostipite di una schiera di giganti.

La prima presentazione del volume si terrà a Corridonia (MC) il prossimo 28 ottobre presso l’Officina delle Arti. Il volume sarà presentato dal Direttore Editoriale de Le Mezzelane Casa Editrice, Rita Angelelli assieme alla dottoressa Loredana Finicelli (storica dell’arte) e Lucia Nardi (poetessa e critico letterario). Durante l’evento, che avrà inizio alle ore 17:45, l’autrice farà la performance omonima Il sospiro di Medusa.

In precedenza a questo lavoro, Morena Oro ha pubblicato i libri di poesia Affetti collaterali (2011), Anima nuda (2009), Autopsia del mio demone (2013) e Memorie dell’acqua (2017). Tra le sue ultime performance poetico-danzanti vanno ricordate “I mondi fluttuanti”[4] (Treia, gennaio 2018; riproposta a Montecassiano nell’aprile dello stesso anno) e “Dea ex Machina” (Ancona, luglio 2018). Alla scelta oculata e avvincente dei testi proposti e recitati con particolare verve – a seconda delle esigenze comunicative – Morena Oro non ha mai celato il fatto che ciascuna cosa, secondo lei, abbia una veste esoterica e, pertanto, gli oggetti sono sia quel che rappresentano ma anche il loro ‘simulacro’ ovvero la loro elevazione immaterica.

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La camaleontica poetessa Morena Oro, autrice del libro “Il sospiro di Medusa” (Le Mezzelane Editore, 2018)

Come si evince da alcuni titoli risulta evidente l’elemento dell’acqua[5] nel percorso poetico dell’autrice ed è ella stessa a rivelare significati reconditi e simbologie, richiami evocativi e misterici che essa, quale elemento fluente, assomma a sé: «Quindi acqua come elemento di trasformazione, flusso, conoscenza, come simbolo di qualcosa che non è mai uguale a se stessa pur essendo la stessa.  […] Acqua come purificazione, come lavaggio, come ascesa nello spirito, acqua come elemento malleabile che prende la forma di quello che riempie, al tempo stesso forza dirompente in grado di scavare la roccia con infinita pazienza e tenacia, di spazzare via tutto in maniera incontenibile.  Elemento che dà la vita ma anche la morte. […] Tutto si muove sempre come in una danza trasformandosi in qualcosa d’altro».[6] 

Per ricondurre il discorso all’oggetto principe di questo articolo, ovvero il nuovo libro di Morena Oro, credo che non ci siano migliori parole che quelle della stessa che, pur che fornirci una chiave interpretativa – come troppo spesso vien fatto in testi anticipatori o a preambolo – volutamente rende il tutto più ingarbugliato, diremmo enigmatico, con uno scopo fondamentale: quello di procedere nella lettura con consapevolezza e ragionamento. Poesie che vanno percepite per quel che sono, certo, ma che abbisognano di una introspezione propria per poter percepirne le vere ragioni che in qualche modo le hanno originate. La bellezza[7], da canone estetico e motivo di diagnosi sofisticata, diviene condizione labile da accettare nel suo deterioramento, scantonando meccanismi ipocriti che mascherano la realtà[8] o in qualche modo la distorcono impedendone il fluire proprio. Ecco, allora, che, nella macro-forma del ‘mostro’ che da sempre intimorisce ma apre alla perplessità che Morena Oro dibatte con questo libro in cui Medusa non è solo creatura ferina ma anche emblema di lotta, divenendo espressione di una rinata coscienza che può riaffiorare, pur con difficoltà, a seguito di un dato percorso che consapevolmente si è imboccato e percorso. Così scrive l’autrice: «Nell’epoca in cui si rincorre la bellezza artificiosa elevando a status l’immagine effimera di se stessi, l’unica maniera di affrontare il mostro che alberga in noi […] è aggirarlo alle spalle, coglierlo nel sonno e decollarlo, cancellandone il volto, negare perciò quella identità che risiede nei tratti somatici che lo scorrere del tempo acuisce, svilisce, rende sempre più marcati […]. Tagliare la testa di Medusa vuol dire quindi rendere sopportabile il mostruoso, il diverso, esponendo solamente il suo simulacro, la sua icona, il suo trofeo».

Le considerazioni poste in questo suo testo, che meriterebbero davvero pagine e pagine di analisi e approfondimenti, mostrano già di per sé la natura profondamente riflessiva, profonda e investigativa dell’animo della Nostra, unita a una critica velata, eppure percepibile, dinanzi a tendenze diffuse o, si dovrebbe dire, a mode comuni e automatiche, riproposte in maniera sciatta e priva di fondamento razionale spinte dall’ottenimento di un risultato assurdo che, in parte si raggiunge, con i suoi strascichi di un’insoddisfazione crescente che si autoalimenta.

Parlando della nostra società, riflettendo adeguatamente su alcuni comportamenti diffusi che si realizzano, l’autrice così annota: «Ogni epoca, di fatti, ha i propri mostri da distruggere, da decapitare, da affrontare evitando di guardarli negli occhi per non sentirne il peso e la storia. Vogliamo […] uccidere la caducità, il sentimento di precarietà percepito come mostruoso, pauroso, inaccettabile […], attraverso la perdita sistematica della sfera umana legata alla sensibilità, al sentimento, alla dimensione imprescindibile dello spirito e dell’anima». Tale tentativo di uccisione, di sparizione coatta, di meschino travestimento e, dunque, di rifiuto del normale scorrere del tempo con la soppressione dell’istinto e della passionalità ricorda, per certi versi, il motto vanaglorioso dei futuristi che, in un manifesto, inneggiavano a un’azione tanto nefanda quanto illusoria, quella, appunto, dell’ “uccidere il chiaro di luna”. Parimenti, in questo manifesto scritto e pubblicato in francese nel 1909 e in seguito, nel 1911 in italiano, Marinetti inseriva, in una narrazione di guerra, il celebre motto che avrebbe impiegato in un discorso nella città di Venezia nel quale si scagliava contro il sentimento, che in ogni modo, doveva esser appiattito: «Quando gridammo “Uccidiamo il chiaro di luna!” noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo! Ma ora la voce nostra si amplifica, e soggiungiamo al alte note: “Liberiamo il mondo dalla tirannia dell’amore! Siamo sazi di avventure erotiche, di lussuria, di sentimentalismo e di nostalgia”!».

Il discorso sulla bellezza che Morena Oro anticipa nel testo d’apertura e al quale dà forma nelle liriche del volume sembra un continuum ragionato e una sorta di risposta a un serrato contraddittorio sulle potenzialità tremende di Medusa, donna malvagia e anfibia, vittima ella stessa del male e della dominazione e che, di contro al suo potere disumanizzante verso gli altri, non ha il dono dell’infinitudine, della conservazione illimitata, della perdurante esistenza contro qualsiasi limite imposto al regno dell’umano. Ovidio, per bocca di un imprecisato “straniero”, a conclusione del Libro IV così riporta in relazione a Medusa, donna affascinante e terribile al contempo: «La sua fu una bellezza eccezionale e motivo di speranza e di gelosia per molti pretendenti; ma in lei tutta non ci fu una parte più bella dei capelli; ho incontrato qualcuno che diceva di averli visti. Si narra che il signore del mare la stuprasse nel tempio di Minerva: la figlia di Giove si voltò indietro, coprendosi i casti occhi con l’egida; ma, perché questo crimine non rimanesse impunito, trasformò la chioma della Gorgone in serpenti ributtanti. Anche ora, per atterrire e sbigottire i nemici, la dea porta sullo scudo stretto al petto i serpenti che fece nascere».

In qualche modo è insita, seppur celata, una forma di debolezza arcaica in Medusa, la cui sevizia sessuale sofferta ha probabilmente deviato la sua propensione sociale verso l’alterità, decidendo di attuare, parimenti alle sorelle, in maniera spregiudicata, vendicativa e molesta contro gli altri. Ma «nessuna donna è mai tanto bella/ come quando può essere fragile,/ fragile come un grappolo»[9] come scrive Morena e, in effetti, Medusa è affascinante, attrattiva e seducente ma in lei è celato il pericolo. Si faccia, però, attenzione che Medusa non dà direttamente la morte: non uccide, non trafigge, non decapita né dissangua (sorte che capiterà a lei), semplicemente opera trasformando la materia, riducendo a uno stato di inabilità e di soppressione degli istinti vitali. Il prodotto finale del suo agire, pertanto, non è il dar la morte, ma il tramutare. Nell’omonima poesia dell’autrice che dà il titolo all’intera raccolta netta e perentoria è la condanna verso l’universo maschile, patriarcale, negletto, che si è arrogato il diritto di padroneggiare su tutto. L’episodio della violenza sessuale sofferto da Medusa da derivarne – possiamo ipotizzare – oltre a un’onta corrosiva e un trauma logorante, diviene urlo carico di sprezzo: «Siate voi maledetti, uomini e divinità,/ che avete brutalizzato la mia innocenza/ quando era un soffio di grazia ineffabile,/ inginocchiata nel tempio di Atena/ a render venerazione alla sua potenza,/ ero avvolta nel vapore setoso dei miei capelli d’oro/ e non intendevo ancor ragione del perché/ la bellezza scateni implacabili vendette».

La denuncia va ben oltre ed assume una carica ancor più dirompente: non è solo l’uomo, meschino e usurpatore, ad essere imputato del peccato commesso con l’uso della forza ma anche – cosa ben più grave e ingiuriosa – la stessa Atena, divinità della sapienza, che, nel tempio dove ha dimora e dove si è svolto il misfatto, non è intervenuta per proteggere Medusa né deplora l’accaduto. Qualcosa che fa pensare alla vicenda della giovane Tamar che, stuprata con l’inganno dal fratello Amnon, nel racconto biblico non viene difesa dal padre di entrambi, il re David, che preferisce non castigare il figlio né mostrarsi solidale con la figlia. Nella Bibbia, come nei testi mitologici, lo stupro e l’incesto sono all’ordine del giorno e sono resi ancor più dolenti perché la vittima è costretta a permanere nel contesto ambientale nei quali li ha subiti, senza che vi sia una compartecipazione concreta al dolore sperimentato. Così l’autrice denuncia veemente: «Atena non sia lodata per la sua sapienza/ ma si erga trionfante come casta protettrice/ del più incallito e secolare maschilismo,/ la dea guerriera che infierisce sulla vittima/ invece di scagliarsi contro lo stupratore».

C’è in Morena Oro un’attenzione continua verso l’universo femminile, di quelle donne in qualche modo ingiustamente silenziate o tenute ai margini, di quelle donne timide e taciturne, che si sentono vulnerabili e non capite, la cui identità è scissa e percepita come problematica, non conformiste, difficilmente catalogabili, estranee, spesso, in un corpo che non riconoscono completamente. Ecco alcuni versi, che reputo di alta intensità lirica e di pregnante corporeità, di precedenti lavori della poetessa che, in chiusura, vorrei richiamare: «Siamo fatti di ferite,/ paesaggi scomposti/ di croste aride/ e abrasioni fresche,/ piaghe che il tempo non asciuga,/ infezioni arrossate che le medicine/ non possono stroncare.// …/ Siamo un planetario/ dove localizzare le nostre esplosioni»[10] e, ancora, nell’affascinante “Kintsugi”, metafora di un mondo lacerato eppure ricco ed espressivo: «Preferisco le persone rotte./Accasciate. Rappezzate./ Tenute insieme col nastro adesivo./ Amo le persone resuscitate mille volte.// […]/ Sono uguale ai perdenti nati,/ che hanno paura di tutto/ ma non si spaventano con niente».[11]

Medusa: mostro aberrante o carne dilaniata? Ecco, forse, quale potrebbe essere l’ambizione massima del filosofare d’oggi: «dissotterrare la poesia/ laddove ci sono solo sequenze».[12] Questo, nel ricordo certo eppure slavato nei dettagli, di quelle “memorie d’acqua” in cui «l’acqua on pensa,/ riflette-/ il cielo si specchia»[13], alla maniera di una formula da fare propria, scevri da briglie strette perché, per dirla con Juan Ramón Gómez de La Serna, se «l’acqua non conserva la memoria [e] per questo è così pulita», navighiamo sempre in acque fosche e dense di pulviscolo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 17/10/2018

 

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NOTE

[1] Tale condizione è ricalcata dalla stessa autrice nella poesia che dà il titolo all’intero lavoro: «Io diversa lo fui da principio,/ di tre sorelle ero l’unica mortale,/ a me toccava, a lor differenza, d’invecchiare,/ di vivere col giogo del tempo intento/ a rosicchiare senza requie la mia beltà».

[2] Il riferimento a Ovidio non ha da esser considerato come forzato o causale. Nell’opera poetica di Morena Oro, a più livelli ed espresso in forme varie, ricorre il tema del cambiamento e della metamorfosi. In un testo poetico amoroso così si legge: «Ogni ferita col tempo/ si trasforma/ in raffinatissimo ricamo» (MORENA ORO, Memorie d’acqua, Simple, Macerata, 2017, p. 132) e in altri ancora: «Qui tutto muta ritornando sempre se stesso./ Come una fontana, zampilla, crea giochi d’acqua,/ si mescola e ritorna a zampillare./ Sempre diversa. Sempre uguale.// Tutto scorre/ ma non lo sa./ È sempre uguale/ la grande fontana della vita» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 215); «Guardare gli alberi/ è l’arte di/ osservare il mutamento» (Memorie d’acqua, Op. Cit.., p. 231), «Continue rinascite,/ laboriose metamorfosi che trasmutano/ quello che non passa in cieca esultanza» (MORENA ORO, Il sospiro di Medusa, Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2018). Pochi versi più in là ci si riferisce ancora alla violenza quando l’autrice richiama l’estrema bellezza di Medusa e la carica di fascino che la sua sontuosa capigliatura trasmetteva agli altri: «Nel tempio di Atena fui concupita./ Gridai, mi negai e mi nascosi/ dietro la sua sacra effige ma quei miei capelli/ luminosi erano invitanti traditori».

[3] Tutte le citazioni da Le metamorfosi sono tratta da questa edizione: Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, testo a fronte, UTET, Milano, 2005.

[4] A questo importante comparto concettuale dell’autrice, magistralmente inscenato nella suddetta performance, possiamo ascrivere l’omonima lirica, “Il mondo fluttuante”, nella quale leggiamo: «Tutto ciò che scrivo,/ ormai, sopravvive/ solo pochi momenti./ […]/ E più questa forma mi si avvicina/ più brevemente sopravvive» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 150).

[5] Un aforisma dell’autrice così recita: «Sulla sponda/ del fiume, ascolto./ L’acqua canta» (Memorie d’acqua, Op. Cit.,  p. 79). Curioso osservare che Pegaso, uno dei due figli di Medusa nato dal suo sangue che sgorga una volta che viene decapitata da Perseo, sia collegato con l’elemento dell’acqua. Nella sua etimologia più accreditata, di origine greca, “pègaso” deriverebbe da “fonte, scaturigine” e “generare” adducendo come giustificazione del termine che egli è «nato presso le fonti dell’Oceano o, perché aveva, come narra la favola, fatto con un calcio scaturire sull’Eliconia il fonte Ippocrene […] le cui acque destavano l’estro poetico in chi lo beveva» (Dal Dizionario Etimologico Online, www.etimo.it) Dalla narrazione di Ovidio, in merito alla genesi di Pegaso, leggiamo: «Mentre un sonno profondo teneva avvinte le serpi e lei [Medusa] stessa, le [Perseo] troncò il capo dal collo: dal suo sangue erano nati il veloce Pegaso alato e il fratello» (Metamorfosi, Libro IV, vv. 784-786). Al personaggio di Perseo la poetessa ha dedicato una lirica dal titolo “Perseo e lo scudo” nella cui chiusa si legge: «Quando tutto urla così silenziosamente/ sembra che esista solo l’assenza» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 22) mentre nel nuovo libro si sottolinea la sua genesi dal fluire del suo sangue per scannamento: «Perseo, ti dono tutto il mio sangue/ dal quale Pegaso si leva in volo/ risorgendo dalla mia grazia violata» (Il sospiro di Medusa, Op. Cit.).

[6]  Estratti da una conversazione privata avuta con l’autrice nei mesi scorsi.

[7] Cito ancora dalla nota che descrive il nuovo volume: «L’ingiustizia della bellezza che sfiorisce, della vita che ci segna e ci condanna in modi e condizioni che non abbiamo scelto ma che dobbiamo subire […], trovano a volte riscatto illusorio nell’accanimento contro il mostro riflesso che eleviamo a unica degna rappresentazione delle nostre paure […]. Nessun essere umano potrà mai sottrarsi al gioco degli specchi. […] Siamo chiamati a trovare il coraggio di mostrare ciò che siamo davvero».

[8] Cito dalla poesia “De Profundis”: «Scegliti la maschera per oggi./  Possiamo fabbricarne a iosa./ Tutte sono vere./ Nessuna lo è.// In profondità tutto si distorce./ Non c’è chiarore./ Nessuna ferma definizione./ La verità ama nascondersi» (Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 122).

[9]  Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 232.

[10] Poesia “Fiabe sfatate” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 73.

[11] Poesia “Kintsugi” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 90.

[12] Poesia “La sezione aurea del detto” in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 116.

[13] Haiku contenuto in Memorie d’acqua, Op. Cit., p. 119.

 

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Il 14 settembre in Campidoglio il 4° Premio Italia Donna presieduto da Serena Maffia

Torna l’appuntamento con uno dei premi più attesi e significativi del mondo femminile. Anche quest’anno le donne premiano le donne che si sono distinte per il loro impegno nell’arte e nel lavoro. Venerdì 14 settembre 2018 alle ore 17 nella Sala Protomoteca in Campidoglio, a Roma, la cerimonia della quarta edizione del Premio Italia Donna, ideato e presieduto da Serena Maffia. Intervengono: Francesca Agostino, giornalista; Neria De Giovanni, critica letteraria; Iole Chessa Olivares, poetessa; Silvia d’Oro, scrittrice; Cristiana Lardo, docente di letteratura italiana all’Università Tor Vergata; Letizia Leone, poetessa e critica letteraria; Serena Maffia, scrittrice, regista e artista; Anna Manna, poetessa; Michela Zanarella, poetessa e critica letteraria Vicepresidente del Premio. Incontro con la fotografa Manuela Neri e le artiste Marina Santaniello, Daniela Troina. Intervengono inoltre: la poetessa Fabia Baldi, la poetessa Silvia Bove, la poetessa Fiorella Cappelli, la poetessa Flaminia Cruciani, la narratrice Marina Di Domenico, l’autrice Francesca Di Ruscio, la poetessa Angela Donatelli, la giornalista e autrice Silvia Guidi, la poetessa Jolanda La Carrubba, la poetessa Chiara Mutti, la poetessa Laura Corraducci di Pesaro, l’autrice Anita Napolitano, la poetessa Francesca Farina, la poetessa Luciana Raggi, la poetessa Antonella Rizzo, l’artista e poetessa Eugenia Serafini, la studiosa e critica letteraria Bianca Sorrentino. Le premiate di questa edizione: Linda D per la musica, Laura De Luca per il giornalismo, Arcangela Galluzzo per politica e legalità, Marisa Giuffrè per la narrativa, Nadia Kibout per il cinema, Claudia Melica per la ricerca antropologico filosofica. Michela Zanarella presenterà in anteprima il nuovo romanzo per ragazzi di Serena Maffia ‘I figli di Asac’ edito da Historica Edizioni, in libreria da settembre. Le letture saranno a cura dell’attrice Lucia Ceracchi e del grande attore Corrado Solari. L’evento è organizzato e sostenuto dal Centro Poesia Roma, dal CAS Centro Arte e Spettacolo, da e con il patrocinio della Presidenza dell’Assemblea Capitolina.

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“Dolore minimo” di Giovanna Cristina Vivinetto: presentazione il 29 giugno a Milano con il poeta Franco Buffoni

Un esordio poetico inedito sulla disforia di genere amato da Dacia Maraini, con presentazione venerdì 29 giugno a Milano con Franco Buffoni

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In occasione della Pride Square Milano, luogo di incontro e confronto che anticipa il Milano Pride, venerdì 29 giugno alle 18,30 nella piazza di Largo Bellintani la poetessa transessuale Giovanna Cristina Vivinetto presenterà e leggerà dalla sua raccolta d’esordio Dolore minimo (Interlinea Edizioni) nell’incontro LGBT e poesia. Con Giovanna Vivinetto vi sarà Franco Buffoni, autore di La linea del cielo (Garzanti Libri). I due poeti incontreranno il pubblico sul palco della piazza leggendo dalle loro opere con firma copie finale a cura di Libreria Antigone.

 

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Giovanna Cristina Vivinetto, siracusana studentessa alla Sapienza, è la prima poetessa a riversare in poesia la sua esperienza di transizione MtoF, con versi delicati e profondissimi che hanno fatto parlare Dacia Maraini e Alessandro Fo di caso letterario dell’anno. Il «dolore minimo» del titolo esprime la complessa condizione transessuale pronunciata con grande potenza poetica, volta a infrangere il muro del silenzioso tabù culturale.

Dolore minimo è pubblicato da Interlinea nella collana “Lyra giovani” diretta da Franco Buffoni.


GUARDA IL VIDEO su YouTube: 
https://youtu.be/UgbhQjqqzBk

 Scheda del libro: http://www.interlinea.com/schedenovita/Vivinetto,Doloreminimo.htm


Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo

Interlinea, pp. 148, euro 12, isbn 978-88-6857-165-8

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CANCELLAMI

III Concorso di poesia/narrativa “La pelle non dimentica” (contro la violenza di genere)

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III CONCORSO DI POESIA-NARRATIVA “LA PELLE NON DIMENTICA”

CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

 

Art. 1 – PROMOTORI –  Le Mezzelane Casa Editrice in collaborazione con l’associazione Artemisia di Firenze e l’associazione culturale Euterpe di Jesi  indicono il III concorso “La pelle non dimentica” per sensibilizzare la popolazione verso un problema che affligge i nostri giorni: la violenza sulle donne, lo stupro e il femminicidio.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età

Art. 3 – QUOTA D’ISCRIZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 4 – ELABORATI –  I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito, seguendo le regole delle categorie contenute  nell’articolo 4 bis.

Art. 4 bis – CATEGORIE – Gli elaborati, che avranno come argomento principale la violenza sulle donne, potranno essere basati sia su una storia vera sia inventata; potranno anche essere presentati elaborati a tema libero.

A) Poesie inedite a tema libero: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

B) Poesie inedite a tema violenza di genere: dovranno essere 5 (cinque)  poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

C) Racconto a tema libero inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

D) Racconto a tema violenza di genere inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

E) Silloge poetica inedita: la silloge dovrà essere inedita, scritta con carattere Times New Roman corpo 12

F) Silloge poetica edita: la silloge dovrà essere inviata in formato pdf, completa di copertina in jpg alta risoluzione

G) Romanzo inedito a tema violenza di genere: la lunghezza del romanzo dovrà essere compreso tra le 150.000 e le 200.000 battute compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

H) Romanzo edito a tema violenza di genere: il romanzo dovrà essere inviato in formato pdf. completo di copertina in jpg alta risoluzione

I) Fotografia a tema violenza di genere: l’immagine in alta risoluzione dovrà essere inviata in formato jpg e pdf (no immagini di nudo)

L) Corto: il video dovrà essere inviato in formato AVI, durata massima 18 minuti

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testi delle sezioni A/B/C/D/E/G dell’articolo 4/bis dovranno essere prodotti in forma anonima su file word in formato *.doc o *.docx  o odt. Ogni partecipante potrà inviare un elaborato per una o più categorie tra quelle proposte dagli organizzatori. Ogni partecipante dovrà attenersi alle specifiche richieste, ovvero la lunghezza del racconto, il numero e la lunghezza delle poesie, il formato richiesto. Nel file non dovrà esser scritto alcun nome. Nella mail dovrà essere allegata la liberatoria compilata (che trovate qui) con i propri dati, messa a disposizione in formato scaricabile dall’organizzatore. Tutti gli altri elaborati dovranno essere prodotti seguendo le indicazioni date in ogni categoria. Gli elaborati pervenuti in maniera diversa da quello indicato verranno immediatamente scartati.

Art. 6 – SCADENZA – L’elaborato dovrà essere spedito tramite mail al seguente indirizzo: concorsi@concorsi.lemezzelane.eu entro e non oltre le ore 23.59 del giorno 31 ottobre 2018. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione. In oggetto dovrà essere specificato “concorso La pelle non dimentica” e la sezione alla quale si partecipa.

Art. 7 – VALUTAZIONE – Tutti i lavori (tranne le sillogi e i romanzi editi) saranno inviati in forma anonima  a una giuria designata dagli organizzatori. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica e umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva, delle emozioni suscitate, delle immagini e delle riprese video. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. I vincitori saranno informati secondo le modalità indicate da ciascun partecipante nel modulo di partecipazione.

Art. 8 – PREMIAZIONE – I primi venti delle sezioni A/B/C/D  verranno inseriti in una antologia a cura di Le Mezzelane casa editrice. I primi tre autori di ogni sezione verranno premiati con una proposta editoriale della casa editrice Le Mezzelane, con un diploma con la menzione della giuria, con una copia dell’antologia e altri premi messi in palio a cura dell’organizzatore. La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo, molto probabilmente, in una località della riviera adriatica che indicheremo prima della scadenza del concorso.

Art. 9 – DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito da Le Mezzelane Casa Editrice. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Art. 10 – PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso le pagine dedicate al concorso, sul sito dell’editore e sul sito delle associazioni.

Art. 11 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

 

“Paesaggio con ossa” di Lella De Marchi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

9788899429287_0_0_0_75.jpgApprocciandomi a “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017) devo riconoscere la precisione del verso: nelle righe che si susseguono trovo perizia e necessità di dire, in alcuni tratti addirittura uno sfogo o una lamentazione. La struttura lievemente procedente nel verso della prosa è la forma unica che possa in effetti possa plasmarsi alle necessità di quel che s’ha/si vuole dire. Il linguaggio è chiaramente asciutto – e non potrebbe essere diversamente – perché per descrivere la miseria e il dolore, la nefandezza e il sonno della mente, non s’abbisogna di fronzoli né di linguismi ricercati. La caratura tipica della penna della De Marchi è quella di forgiare versi a volte argomentativi altre volte ipnotici, fortemente visuali, che scorrono per diapositive continue, anche slegate tra loro. Ciò in alcuni contesti genera, oltre allo scoramento dinanzi a quanto vien detto, anche un attimo di vertigine che spesso si risolve nei finali laceranti che tolgono dubbi e, spesso, anche le poche possibili certezze. 

Mi rimangono nettamente in mente versi come “Il corpo disteso dimentica di essere stato già vivo” o “mi trovo più spesso/ dove non sono” e, ancora, “si fatica a produrre silenzi, siamo qui per mangiare/ i nostri tormenti“. Se è vero che le immagini che spesso vengono a delinearsi tra i versi – non di rado in forma antitetica – danno una sensazione di negativo e di desolazione,  d’altro canto si crea anche un contorno di illeggibile enigmaticità che può esser utile e fruttuoso in chi, più che cercare facili risposte e versi limpidi, ricerca la realtà che può sviscerarsi dal tormento e dal viluppo di pensieri. Le immagini – ritorno a dirlo – sono in prevalenza fosche e di disagio, di allontanamento da quel quieto e parco vivere della mediocrità borghese o comunque popolana d’oggi. Tra di queste senz’altro è la siringa che esordisce in un brano poetico nel quale vien mantenuto per tutto il corso il procedimento di assunzione all’interno di una realtà liquida per iniezione (“forse non eri in vena“); ecco che gli scenari – mai un accenno al tempo atmosferico, neppure un riferimento toponomastico, neppure vago e i “paesaggi” sono così d’ossa, pregni d’assenza e derelizione, invalicabili e che generano tormento, condizioni d’asfissia e di sospensione temporale dove ciò che accade s’iscrive in maniera invisibile fagocitati da un detto roboante che è illusorio e coprente di tanto inespresso e taciuto. Ecco, dunque, una poesia molto venosa – piena di sistole che pulsano – percorsa da canali dove la vita pullula e rifluisce, un dire che si costruisce ‘plasticamente’ all’atto di pronunciarlo, vera e tormentata, dettata dal ritmo dell’ansia e del delirio comunicativo.

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Lella De Marchi 

Nei meandri di una questione sociale degradata nella quale si pone con volontà il dito nella piaga con l’intenzione di esacerbare barbarismi quotidiani, insolenze diffuse e marginalità vergognose, la Poetessa alza la visiera dell’ampio cappello e con sguardo nitido e ferino osserva il mondo, l’inabitabile stanza che ci attornia, nella penuria di compassione e di rassicurazione. C’è paura nei versi, ma non solo, c’è il riconoscere la paura che è già qualcosa d’altro dalla paura propriamente detta. La convinzione ( termine che nella poetica della Nostra ha da esser preso con vari paia di pinze) che sembra in qualche modo risaltare è che il tempo che si vive ha la forma di una condanna maturatasi al singolo non si sa in seguito a quale episodio. Si tratta di un tempo che si spezza e si lacera, che annulla e deprime o, più spesso, come nelle truci immagini dello stupro, che si ferma per restare sospeso, ingestibile, come una piuma che continua a volare cadenzando in alti e bassi senza mai toccare terra né raggiungere una posizione apicale invisibile all’occhio.

I “Momenti” (prima silloge del volume) che Lella De Marchi descrive sono episodi di lotta interiore, di assassinio delle interiorità e di bieca de-responsabilizzazione umana. La chiusa di questa silloge è di una resa indescrivibilmente forte e da toglier il fiato “mi mostra sicuro il luogo/ nascosto dove il tempo risiede senza/ far rumore“. Ci sono spazi che non sono abitati dal suono eppure il tempo scorre anche lì. Luoghi resi inospitali, non dall’ecosistema arido, ma dall’incivile azione dell’uomo che, sprezzante di tutto, bistratta il suo simile, cosifica l’altro, lo brutalizza e lo nientifica alla cieca ricerca di una banale quanto illusoria imposizione.

Le “Astuzie” che la De Marchi mette in gioco nella parte centrale del volume sono senz’altro degne di essere rimarcate. Con il groppo nella gola delle immagini di profonda sofferenza e silenzio che il lettore ha ormai incamerato delle precedenti poesie dedicate alla giovane Malina, qui il lettore trova una poesia in qualche modo ben più energica e invettiva, sagace e irruenta, risoluta e di una più marcata volontà d’azione. La lirica che apre la silloge chiarifica anche il sentimento altruistico che  s’esplica nella necessità di un impegno attivo e congruo atto al rinnovamento: “forse sapevo/ di cielo e non di terra forse siamo capaci di cambiare/ la nostra sostanza“. Considerazione questa non da poco che nella terminologia di ‘sostanza’ fa venire alla mente i vari stati di materia e, ancora, in un non ricercato cameo, un richiamo al precedente volume di poesie “Stati d’amnesia” (LietoCollo, 2013). 

Il linguaggio della poetessa, finora assai materico e così ben adatto a creare immagini nell’interlocutore, si fa qui leggermente più filosofico ed elucubrativo (si noti i non radi casi in cui viene utilizzata la parola ‘teorema’ che, oltre al richiamo pasoliniano, fa riferimento a una terminologia scientifica dove, data per assodata la validità di alcuni assiomi, si procede alla formulazione di un teorema che ne raggruppa le varianti di formulazione) e, ancora, alla prassi (dal greco praxi, l’attività pratica a presupposto o completamento d’un’ideologia). La De Marchi sostiene “l’amore dimora nella prassi“. 

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 Lella De Marchi  

La ricerca di un messaggio univoco quando ci si approssima a letture poetiche che tanto hanno di personale e di vissuto può risultare un trabocchetto se non vestire i panni di clamorosi abbagli o rotte non praticabili, eppure alcuni versi della Poetessa debbono senz’altro esser prelevati – così, come si distilla il liquore più prezioso – dai brani nei quali sono contenuti; pongo attenzione a un verso che così dice: “insegnami il luogo della sfumatura dove dura ciò che non dura“, metafora che fa uso di tautologia, inversione, antitesi e che fa vorticare la testa. La fa girare velocemente, ci fa chiudere gli occhi, reclamare pace attorno a noi. Se riapriamo gli occhi dopo un po’ di quel vorticare sommesso, ci sembra di avere una realtà nuova, ottenuta con sforzo, che non siamo però in grado di rilevare o attuare. Ci ha illuminato e rinvigorito, sostenuto e fortificato. Sono queste le potenzialità delle liriche della De Marchi: versi che scuotono, che ti serrano la gola e poi di colpo ti lasciano, frasi che ti mesmerizzano, altre che t’impongono di rifletterti allo specchio per vedere chi sei, altre, ancora, che ti obbligano a sederti per non farti male, o a stenderti addirittura. Ciò che in maniera ben più nefanda subisce Malina nella violenza fisica e nel disagio nei quali è immersa: “non si alza non si alza/ […]/ adesso cade adesso cade, invece lei si regge/ […]/il suo corpo che non esiste/,la forma dell’aria/ […] in controluce le macchie sul suo corpo“.

Ritorna – ma in effetti non ci si era mai slegati da ciò – la privante condizione sociale, abitativa e solitaria di Malina dalla Poetessa definita senza se e senza ma con termini netti che non necessitano di amplificazioni critiche: “sei stata creata emblema/ vivente dell’umana sciagura“. Sorta di capro espiatorio, di Madonna degli oppressi, di martire dell’umana tragedia. La poetessa – dinanzi alla desolazione alla perversa inanità dovuta dal raccapricciante ‘spettacolo’ – opera una trasfigurazione immaginando la cara Malina altro da sé e in altre circostanze a lei meno avverse con un’operazione metamorfica nella quale è palese la volontà di risoluzione a quel dramma: “Se appartenessi al mio paesaggio saresti un lichene,/ saresti un fiore che sopravvive alle avversità./ nel nostro deserto di sole ossa“. Il tema di Malina è il tema del corpo, di quella materialità dolente, di quella prevaricazione continua, di quello stupro lacerante che nella società contemporanea è merce diffusa. Esso è una copertura, una pelle che copre i sensi d’intimità, passione e sentimento, un contenitore che viene leso producendo danni palpabili e altri, insondabili all’occhio, ben peggiori e inscalfibili. “Il corpo è un rifugio solo se nudo nel sole, nel breve/ spazio tra un albero e l’altro, solo se ha forma/ di abisso, nel breve spazio tra un osso ed un altro“. 

In “Deliri” si pone il tema dell’appartenenza al proprio locus. Tema da sempre nevralgico in tutta la letteratura e divenuto elemento principe in quegli autori esuli che, per vari motivi, hanno finito per eleggere una patria diversa da quella natale. In poesia, poi, tale questione è stata spesso letta e interpretata alla luce delle considerazioni dell’intellettuale in merito alla propria collocazione in quanto tale, in maniera ben più estesa, dunque, alla mera localizzazione geografica. Il tema posto dalla De Marchi non ha nulla a che fare con intendimenti volti a ricercare una definizione spaziale, si tratta più di una necessità di concepire se stessi in relazione a un contesto – pur mentale – piuttosto che sperimentare la marginalità, la desolazione, l’abbandono, l’allontanamento, la sevizia. “Non basta ipotizzare un’assenza di vento o/ di vibrazione, non è sufficiente“, scrive la Poetessa ponendo in chiusura la questione di una reificazione dal paesaggio. Anche in questo caso, come d’altronde accade per l’intero lavoro, la chiusa della silloge è dedicata al pensiero di Malina non quale entità universale nella totalità delle sue definizioni ma nella forma concreta, tangibile, esperibile della sua macerata fisicità: “il tuo corpo nudo e disteso nella roulotte non è/ un corpo vero, fuori di qui non esiste nemmeno./ di lui, mi fido“. La fase di ricerca di un rapporto con una proiezione di contesto dà luogo all’annullamento della forma, alla sua riduzione totale a possibilità non più percorribile. Quel corpo che non esiste – e che poche pagine prima era così presente e implorante, tra ecchimosi e denutrizione – non fa più parte di un immaginario reale perché l’accumulo di sofferenza che il procedimento poetico ha arrecato nell’elaborazione delle immagini, ha portato all’esigenza della sua rottamazione. Si tratta di una distruzione irreale, che si realizza man mano della ripresa di Malina,ma che è pur sempre una forma di nascondimento motivata da un oblio che si anela con foga.

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Lella De Marchi 

Infine il corpo ritorna ad essere centrale nella sezione “Gesti”, una delle più struggenti ed evocative, più plasmatiche e vorticose dell’intero libro. Trovano posto liriche ispirate e dedicate a donne che hanno lasciato il segno non solo nel mondo della cultura ma in termini di impegno sociale. Artiste performative e fotografe italiane e straniere che hanno messo al centro dei loro happening e performance il corpo umano studiandolo e offrendolo alla comprensione del pubblico sotto vari luci. Da Ketty La Rocca (1938-1976) nota per le “Craniologie” (1973), serie di radiografie al cervello con cui nella fase finale della sua vita si spogliò senza timidezza del male fisico che l’ammorbava a Gina Pane (1939-1990) di cui la Poetessa scrive “ogni/ gesto si muove nella carne./ ogni gesto tocca la carne/ la incide ogni gesto provoca una ferita lascia/ sul corpo una traccia sentimentale“. La Pane, icona indiscussa della performance art degli anni ’70 con particolare attenzione alla body-art, rimane nota – tra le varie istallazioni in giro per il mondo – per la performance nella quale si auto-infliggeva dolore, una sorta di martirio spettacolare al quale lo scioccato pubblico prendeva parte con curiosità o riprovazione. La stessa ebbe a dire (fonte: Wikipedia) “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo sia la propria debolezza, sia la tragica e impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze”. Una disanima, quella della Pane, pur dalle connotazioni voyeuristiche e inclini alla spettacolarizzazione mediante situazioni-limite e ready-make fatti col proprio corpo. Omaggio anche a Cindy Sherman (n. 1954) che – devo confessarlo – non conoscevo e che sono andato a scoprire proprio grazie al volume di Lella di Marchi. Nella poesia a lei dedicata si parla del corpo in relazione a forme di mutabilità, di cambiamento e trasformazione per mezzo di un processo di travestimento (l’incipit, invadente e risolutivo, già anticipa: “il corpo non abita il genere“).

Ricerca e studio del corpo e delle sue ambivalenze, soprattutto nelle forme di contatto e relazione con un pubblico sconosciuto, una massa spesso piena di tabù e di inconfessati desideri. Nell’istallazione “Sex pictures” (1989) la Sherman introdurrà anche l’elemento-immagine del manichino, poi proposto in smembramenti inconsueti e in scene piccanti o atte a risvegliare pensieri sepolti. La De Marchi omaggia sapientemente e con profondo rispetto anche Francesca Woodman (1958-1981), fotografa statunitense che si specializzò nel nudo femminile in bianco e nero, artista morta all’età di ventidue anni; nella lunga poesia che ha lei come dedicataria la De Marchi annota verso la chiusura “tutte cose che sono in me quanto le vedo tutte le cose che/ non possono essere me perché suono fuori di me./ il mio corpo è in tutte le cose che vedo ma non tutto/ intero, a pezzi, un po’ qua e un po’ là, in modo vago” che richiama anche “Tutte le cose sono uno” (Prospettiva, 2015), titolo di una recente pubblicazione di narrativa breve della De Marchi. 

Altrettante liriche sono dedicate alla performer francese Sophie Calle (n. 1953) alla quale scrive di “quanto sia impossibile/ penetrare nel fondo di ognuno di esse” e di “quanto sia necessario/ avvicinare ogni corpo, un corpo alla volta, quanto sia/ necessario chiedere ad ogni corpo di lasciarci una/ testimonianza ulteriore di sé“. In questo gineceo di presenze femmine da ricordare che hanno segnato distintamente l’arte concettuale e performativa delle ultime decadi non mancano neppure la fotografa americana Nancy Goldin (n. 1953) portavoce e difensore di un messaggio di sincretismo autentico tra arte e vita, nota anche per l'”Autoritratto un mese dopo esser stata picchiata” ben presto divenuto manifesto contro la violenza di genere e, ancora, le ben più note Marina Abramovic (n. 1946) definita “la nonna della performance art” e Vanessa Beecroft (n. 1969), artiste e performer di fama mondiale che hanno affrontato in modi diversi il tema della corporeità: dalla sperimentazione del dolore in Abramovic e il rapporto con il pubblico quale sconosciuta alterità, al tableau vivant di nudo della Beecroft. Autrici complesse e mai scontate che lanciano messaggi chiari – spesso di denuncia – o di riprovazione verso un mondo in cui la massificazione dei commerci, la molteplicità delle comunicazioni, il mancato dialogo e l’indifferenza generale fanno dell’uomo un essere spesso distaccato e incompreso, corazza di dolore a coprire uno stato di disagio. 

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 Uno scatto di una performance dell’artista Vanessa Beecroft tenutasi nel 2009. 

In chiusura una lirica densa, dove le immagini si ricorrono e si affastellano, dove il verso lungo non dà requie al respiro e trascina in maniera concentrica verso una spirale di materia, di carne viva, che arde e si spolpa distaccandosi dall’osso. Si tratta della concretizzazione completa di quell’allucinante stato di delirio che ha anticipato la distorsione della frivola quotidianità e del cosiddetto normativismo: “è un immenso paesaggio con ossa, vita che vive senza ornamenti di necessari ornamenti“.

Non è affatto un caso che sia dedicata a una delle voci più distinte della poesia italiana del secolo scorso, autrice di “Variazioni belliche” (1964) e di “La libellula” (1985). Il percorso della De Marchi si chiude con un mesto e al contempo vigoroso ossequio e tocco amicale verso Amelia Rosselli della quale pure ci si riferisce alla “caduta” e alla sua disposizione “in fondo alle scale” che, di certo, non può non rimandare all’immagine scomposta del suo corpo ai piedi della rampa dove si suicidò. La Rosselli – via Lella De Marchi – pronuncia frasi livide che racchiudono tormento e instabilità ma anche esigenza di cambiamento: “l’aria ha una forma che fa paura che non è astratta se vista da/ noi“. Mi è venuto intuitivo pensare a una poesia che scrissi mesi fa e che dedicai alla stessa Rosselli, dal titolo “Hai dominato l’aria”, nella quale sono presenti alcune fosche considerazioni sulla incongetturabile esistenza e sulla vorticosità degli accadimenti che hanno capacità di generare lesioni interne di vario tipo. Nella stessa scrivo “Il muro respira tensioni/ tra stinti capelli arcuati/ soppesi il balzo dell’aria/ quando il cumulo pesa/ e torce idee di sospensione/ […]/ Arcigna è quella rampa/ che ti ha dato la vita;/ […]/ Hai scorso di colpo il percorso/ il foglio che centrifuga il mondo/ non l’hai lasciato vuoto“. 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 03-01-2018

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

Cinzia Demi, Neria De Giovanni ed Enrica Miceli tra i riconoscimenti del “Premio Italia Donna” (2017)

Premio Italia Donna e Premio Tredici 2017: la premiazione in Campidoglio

Anche quest’anno le donne premiano le donne che si sono distinte per il loro impegno nell’arte e nel lavoro. Venerdì 24 novembre alle ore 16,30 ai Musei Capitolini in Piazza del Campidoglio a Roma si terrà la cerimonia di premiazione del Premio Italia Donna 2017 giunto alla terza edizione. La Giuria composta da: Serena Maffia (scrittrice e presidente del Premio), Francesca Agostino (giornalista), Iole Chessa Olivares (poetessa), Silvia d’Oro (autrice), Daniela Fabrizi (poetessa), Cristiana Lardo (docente di letteratura italiana all’Università di Roma Tor Vergata), Mirna La Vigna (project manager), Sabrina Lembo (poetessa), Letizia Leone (poetessa e critica letteraria), Anna Manna (poetessa), Raffaella Salato (giornalista), Michela Zanarella (poetessa e critica letteraria) si è così espressa:

per la Recitazione Raffaella Azim
per la Regia Lucilla Colonna
per la Saggistica Neria De Giovanni
per la Poesia Cinzia Demi
per l’Impegno sociale Enrica Miceli

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Raffaella Azim è un’attrice che fa della tecnica il centro della propria prova. Si è formata nella scuola del Piccolo Teatro di Milano, ha lavorato come protagonista con i più grandi registi italiani e internazionali: Jonathan Miller, Lina Wertmüller, Luca Ronconi, per citarne alcuni. Ha debuttato al Salone Pier Lombardo, oggi Teatro Franco Parenti con Testori, grandissimo drammaturgo, per la regia di Andrée Ruth Shammah. Ha recitato con i più grandi attori italiani come Gabriele Lavia e Carlo Cecchi. Ultimante si è occupata di testi sulle donne come “Creatura di sabbia” di Taar Ben Jelloun, di poetesse come Marina Ivanovna Cvetaeva. Recentemente ha lavorato ne “La lunga vita di Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini a Roma, accolta con un grandissimo successo.

Lucilla Colonna è giornalista pubblicista dal 1990 e laureata in Economia, Lucilla Colonna ha collaborato con varie redazioni, fra cui l’Agenzia Giornalistica Globalpress, Avvenimenti e NoiDonne. E’ stata direttrice responsabile del mensile Donna Oltre ed è attualmente caporedattrice di Taxidrivers Magazine. Ha studiato sceneggiatura, critica cinematografica e regia alla Scuola Holden di Torino e alla Libreria del Cinema di Roma. Il suo romanzo Effetto morphing (2005, Bibli Editrice) ha vinto il Premio Letterario Nazionale Orient Express. Nel 2011 ha esordito alla regia con il cortometraggio Tre che ha ricevuto il premio Fabulae Atellanae ed è stato presentato in numerosi festival internazionali, dal RIFF di Roma al Portobello Film Festival di Londra. Nel 2017 è uscito in sala il suo primo lungometraggio, Festina lente (Affrettati lentamente), che era stato selezionato in molti festival internazionali tra cui Wild Rose Film Fest, Tracce Cinematografiche, Ischia Film Festival, Capri.Hollywood, vincendo 8 premi fra Stati Uniti, Spagna e Italia, anche come Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Migliori costumi.

downloadNeria De Giovanni è Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, ONG dell’UNESCO, con sede a Parigi (primo italiano e prima donna a ricoprire tale incarico). Presidente e legale rappresentante dell’Associazione di promozione sociale SALPARE. Ha insegnato per otto anni Letteratura italiana presso la Facoltà di lettere dell’Università di Sassari. E’ stata Presidente del Cda del Consorzio del parco Grazia Deledda. Presidente di Giuria del Galtellì’ Literary Prize. Giornalista pubblicista, dal 1998 al 2010 ha diretto il periodico di cultura SALPARE. Dirige il magazine http://www.portaleletterario.net del circuito nazionale cittanet. Direttore editoriale della Nemapress editrice con sede ad Alghero e a Roma. Ha pubblicato 40 volumi di saggistica soprattutto sulla poesia contemporanea e sulla letteratura delle donne tra cui “E dicono che siamo poche, scrittrici italiane del secondo novecento” (2002) pubblicato dalla Commissione nazionale di parità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e Carta di donna – Narratrici italiane del novecento” (SEI, Torino, 1996) adottato in numerose università straniere. E’ tra le maggiori esperte di Grazia Deledda sulla quale ha pubblicato quattordici volumi, tra i quali Come la nube sopra il mare-vita di Grazia Deledda, (2006) è stampato dal Poligrafico e Zecca dello Stato e Maschere sotto la luna (2006) dal Comitato nazionale minoranze etnico-linguistiche del Ministero dei Beni culturali, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Cinzia_2.jpgCinzia Demi è nata a Piombino (LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige le Collane di Poesia per le Case Editrici Pendragon (Bologna), Il Foglio (Piombino), Minerva (Bologna) e cura per il sito culturale francese Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Per l’Università di Bologna collabora con il Centro di Poesia Contemporanea, la Festa della Storia, il Dipartimento di Italianistica. È inserita nell’Atlante della poesia contemporanea online “Ossigeno nascente” curata dall’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna e da Giancarlo Pontiggia, Alberto Bertoni, Marco Marangoni e Gian Mario Anselmi. Ha pubblicato diversi libri. E’ organizzatrice e curatrice di diversi eventi culturali. Tra i più recenti: “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri tematici con autori di poesia contemporanea, presso il Cafè Marinetti dell’Hotel Majestic “già Baglioni” di Bologna, “La cultura partenopea degli anni Duemila. Poesia e musica profeti e testimoni del nostro tempo”, lo spettacolo “Maria e Gabriele” recital dall’omonimo libro con interventi musicali, “Poesia e Musica della Prima Guerra Mondiale” rivolto ai ragazzi delle scuole medie superiori del bacino bolognese, (tutti realizzati presso il Circolo Ufficiali di Bologna), “Il femminile sommerso. Archetipi del riconoscimento”, ciclo di incontri culturali sulle tessitrici d’amore tradito, progetto promosso dal Comune di Bologna, Quartiere S. Stefano. E’ presidente dell’Associazione Culturale “Estroversi”.

Enrica Miceli è la Segretaria Generale dell’Associazione Prospettive Mediterranee, che coordina la segreteria organizzativa della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo RIDE-APS/ Fondazione Anna Lindh. Dopo la laurea in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna ed un corso di specializzazione in cooperazione allo sviluppo, ha svolto un periodo di internship presso il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme nel 2010. Si è trasferita per oltre 2 anni in India, dove ha lavorato come volontaria prima per il servizio civile internazionale con un progetto dedicato all’emancipazione delle donne degli slums di Mumbai, e poi per un progetto di servizio volontario europeo dedicato alla tutela di bambini orfani, abbandonati e vittime di violenza e delle ragazze madri, in Kerala. Nel 2015 ha vinto il Premio del Volontariato Internazionale 2015, per la sezione giovani, della FOCSIV.

Durante l’evento verrà assegnato anche Il Premio Tredici, giunto alla V Edizione. La Giuria composta da: Ennio Calabria, Rino Caputo, Carmine Chiodo, Claudio Damiani, Andrea Gareffi, Dante Maffia, Giuseppe Mannino, Serena Maffia (Presidente del Premio), Dario Nanni, Claudio Orlandi, Elio Pecora, Gabriella Sica, Davide Rondoni, assegna il premio al poeta Paolo Corradini.
Presenta la serata Serena Maffia. Expo opere fotografiche di Giacomo Mearelli e Fabio Pentassuglia, installazione luminosa di Paolo Torella. L’evento è organizzato e sostenuto dal Centro Poesia Roma, da Olio Lembo, dal CAS Centro Arte e Spettacolo, da e con il patrocinio di Roma Capitale.

Intervista allo scultore ligneo jesino Leonardo Longhi

A cura di Lorenzo Spurio

Entrando dalla storica Porta Valle a Jesi e approssimandosi a risalire per le stradine che salgono al centro storico è doveroso il passaggio in Via Lucagnolo; al civico numero uno si trova la bottega-laboratorio dell’artista Leonardo Longhi, scultore sopraffino del legno di ulivo. Nella mia recente visita nella bottega occupata in maniera fitta e precisa delle sue preziose produzioni, ho deciso di rivolgergli qualche domanda per approfondire la conoscenza su questa scultura molto particolare che riguarda il legno, il suo rapporto con l’arte nonché le immagini maggiormente riprodotte nelle sue opere. Ma prima vediamo chi è lo scultore.

Leonardo Longhi è nato a Jesi (AN) nel 1973. Scultore, scrittore, poeta e libero pensatore pervaso dal pensiero unico del benessere collettivo e dall’amore olistico e funzionale in una società bistrattata e disattenta come la nostra. Dice di se stesso: “il cuore mi fa da piedistallo e la poesia da ponte per attraversare il fiume della semplicità”. Le sue opere sono state esposte in alcune mostre tra cui una tenutasi presso i Navigli di Milano, un’altra a Imstad (Germania) senza contare i tanti incontri e appuntamenti che hanno toccato tante città delle Marche, da Jesi a Recanati, da Macerata a Pesaro, da San Benedetto del Tronto a Chiaravalle e altre ancora. Articoli su di lui sono apparsi sul “Corriere Adriatico” e il locale “Jesi e la Sua Valle”. Nel 2016 lo scrittore Stefano Vignaroli ha proposto un progetto editoriale sulla sua attività scultorea da cui è nato un libro nel quale una serie di autori locali erano chiamati a creare racconti di propria invenzione a partire da alcune opere scelte del repertorio di Leonardo Longhi: Dalle immagini alle parole. Alcuni testi poetici di Leonardo Longhi sono inseriti nell’antologia curata dalla Ass. Euterpe di Jesi intitolata L’amore al tempo dell’integrazione (2016). L’artista Victoria Dragone lo ha inserito, assieme ad altri artisti, nella catalogo di arte contemporanea L’anima del dipinto 3 edito nel 2017.

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L.S.: Quando è nata la prima scultura in legno da te incisa?
L.L.: Ero più giovane. Con molta probabilità doveva essere il 1982. Il primo pezzo di legno che lavorai fu un pesce. Il pezzo alludeva già di per sé a quella forma ma io presi a lavorarlo, per rifinirlo e renderlo ancor meglio visibile e comprensibile. Si trattò di un lavoro artigianale fatto, così, senza ancora una vera conoscenza delle tecniche che, però, ricordo ancora con piacere. Scoprii, già dalla prima volta che mi apprestavo a lavorare il legno, che la mia volontà era quella di rispettare la materia, seguendo le linee a volte sinuose altre volte più irregolari caratteristiche di quel legno. Quando lavoro sul legno seguo le venature che il legno ha impresse, perché è come se ascoltassi l’anima di quel legno. È necessario rispettarla e ascoltarla. Con la mia attività non posso andare contro quelle venature e, anzi, nel tempo ho anche imparato a meglio valorizzarle nell’opera compiuta. Quest’arte, se così vogliamo definirla, è volta dalla necessità di ascoltare empaticamente il materiale sul quale sto lavorando, percependo l’anima interna dell’ulivo.

L.S.: Quali sono le principali caratteristiche del legno d’ulivo che hai imparato a conoscere nel tuo percorso?
L.L.: Il legno d’ulivo (di ulivo esistono molte razze, dall’ulivo marchigiano dalla conformazione molto ramificata, l’ulivo pugliese dalla struttura massiccia, l’ulivo greco, etc.) si caratterizza per essere un legno duro particolarmente difficile da lavorare perché si scalfisce facilmente e questo, nelle attività di scalpellatura, può significare una vera e propria problematica. Altri tipi di legno – che pure ho lavorato – appaiono molto diversi e più semplici da trattare: parlo di legni chiari come il tiglio (che è molto ben malleabile), del pioppo e del cirmolo nonché dei legni più scuri quali il noce, la quercia e l’abete. Ciascuno ha una sua anima ma quello che preferisco in assoluto è il legno d’ulivo proprio per la questione delle venature di cui parlavo poco fa.

L.S.: Come viene deciso il soggetto delle tue opere? Come prende forma l’idea che nella tua mente si produce?
L.L.: Singolare è il mio rapporto con il parto creativo. Quando inizio prendendo un pezzo di legno, posso anche avere un’idea di ciò che mi piacerebbe rappresentare ma poi, in base alle venature e da come il legno si mostra nelle sue peculiarità, quel progetto iniziale può anche essere abbandonato a favore dell’essenza stessa del legno. Seguo i suoi lineamenti, le linee sinuose o circonflesse che in esso sono impresse e mi lascio trasportare dall’esigenza di ascoltare la materia per com’è. La venatura non va spezzata perché la materia non va oltraggiata e l’anima non va offesa. S’instaura, infatti, tra me e il materiale un rapporto quasi simbiotico nel quale entrambi necessitano e reclamano libertà e giustizia.

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L.S.: Quali sono, in termini pratici, le fasi che contraddistinguono questo meticoloso lavoro di scavare il legno con lo scopo di dargli una forma distinguibile?
L.L.: Il grande dell’operazione che compio è dato dall’uso dello scalpello. Si parte con uno scalpello grande per passare via via, in maniera consecutiva, a scalpelli di dimensioni sempre più ridotti che possono provvedere all’elaborazione di tagli più precisi e ponderati. Si compiono poi le rifiniture – sempre molto importanti – per mezzo di un frullino pulitore. La lucidatura viene prevista mediante l’utilizzo di una gommalacca; talvolta reputo interessante dar una tinta distinta ad alcuni elementi della scultura e allora posso anche impiegare delle tinture per legno come ad esempio il rosso mogano.

L.S.: Ci avviciniamo ora a un’opera in particolare, quella che hai intitolato appropriatamente “Sognando la libertà”. Si tratta di una delle opere all’interno di questa bottega che hanno la dimensione maggiore e si snoda in una forma sinuosa che si estende all’esterno con alcune propaggini curiose che risultano difficilmente comprensibili a una prima vista. Puoi approfondire il significato di quest’opera?
L.L.: Si tratta di un’opera fatta nel 2015 in circa un mese e mezzo di tempo. È stata scavata a partire da un pezzo di legno che trovai abbandonato in una campagna di Tabano e il proprietario acconsentì a donarmela. Il significato ha a che vedere con la libertà agognata dalle genti e che non riescono a raggiungere. È anche un’opera che ho pensato come anelito di persone emarginate quali gli extracomunitari o altre persone che vivono in condizioni di sottomissione e di mancato ascolto. C’è alla base una mano aperta intagliata che è sormontata da una lunga e articolata proiezione mentale di foggia astratta. Secondo me quest’opera contiene e trasmette un messaggio non diverso da una preghiera.

L.S.: Qual è il tuo rapporto con la costruzione della forma?
L.L.: La gran parte delle opere possono essere definite figurative, vale a dire è possibile percepire, senza tante difficoltà o abbagli, quelli che sono i contorni che ci delineano oggetti di nostra conoscenza. Ci sono poi anche opere più astratte la cui fisionomia sfugge e che andrebbero interpretate personalmente. Quasi sempre, però, il figurativo e l’astratto confluiscono in una stessa opera.

IMG_20171107_172746.jpgL.S.: Restando nella componente figurativa delle opere quali sono i soggetti principali?
L.L.: C’è il mondo degli animali (cavalli, ali di imprecisati animali, lupi), ci sono volti e busti (soprattutto di figure femminili), forme di imprecisate persone come quella dell’opera intitolata “Re bizantino” in cui una donna in miniatura è ritratta al di sotto di questo sovrano orientale e sembra trattenerlo, forse per difenderlo o semplicemente perché fortemente innamorata di lui.

L.S.: Il busto di un personaggio costernato ricorda l’iconografia di San Sebastiano Martire. Come mai questa rappresentazione?
L.L.: Devo dire che si assomiglia molto a San Sebastiano, ma io non avevo questa idea di rappresentazione. Il titolo dell’opera è “Libero di buttarsi”. Ci sono anche altre opere che a ben guardare e a detta di molti hanno un rimando o rappresentano una chiara immagine di personaggi cristologici (Cristo, la Madonna, etc.) in realtà non era mia intenzione creare personaggi religiosi. Si tratta di opere che possono anche essere lette e interpretate in questa maniera, ma è una lettura indiretta e personale.

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Sono stato ancora a parlare con Leonardo delle sue sculture e la conversazione è stata particolarmente piacevole. Leonardo mi ha spiegato che le sue sculture sono mosse sempre da una profonda spiritualità interiore, che non ha da essere confusa con la religiosità di cui, invece, si dice estraneo. Opere che riflettono sulla società e le difficoltà sulle quali sono imperniate (“L’urlo della madre terra” è esemplificativo di questo sfogo dinanzi a una contemporaneità desolante) ma anche fautrici di una dimensione spersonalizzata e alienante come lo sono gli orologi fusi e dalla conformazione a fiamma pendente che fanno ricordare l’inesattezza temporale e l’incongruità del reale espressa dal surrealista Dalì coi suoi orologi che praticamente si liquefanno.
Leonardo è proiettato a un’arte che sappia parlare a chi se ne appropria e sa contemplare l’esterno con criticità; la sua opera è tesa a raggiungere quel traguardo comune che dovrebbe essere il completamento dell’amore, l’ottenimento di un’autostima considerevole, da giungere a vivere il mondo non come contesto che accoglie le nostre azioni ma come anima pulsante della nostra stessa esistenza. Così – mi spiega – l’opera del pugno chiuso che si staglia dal basso verso l’alto non ha per niente a che fare con la forza, con un’energia distruttiva e pericolosa, ma è forma di presa di posizione, di scelta legittima ad esserci, un pugno saldo che racchiude con orgoglio una salda certezza individuale.
IMG_20171107_181725.jpgCome gli orologi che si squagliano nella bottega ci sono anche altre opere curiose come è il caso di quella intitolata “Noi stessi” che Leonardo mi consiglia su come è possibile vederla e concepirla. Opera unica che racchiude una triade di dimensioni: donna, uomo e bambino. Della donna il seno prominente, accentuato (un unico seno), dell’uomo, il muscolo ben tirato del petto, del bambino lo sguardo pacioso e ridanciano, quasi. Opera anfibia e in sé assai compatta che consacra l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme: dalla genitrice, al pater familias, all’infante. Ciclo di vita e rinascita che Leonardo Longhi sintetizza in un’opera di indubbia presa ed efficacia. Leonardo si dice d’accordo con me quando gli parlo di “sentimento di universalità” provato dinanzi a un’opera così complessa e onnicomprensiva nella quale il contenuto si fa contenitore e l’immagine dell’uno diventa contesto e proiezione dell’altro.
Anche gli animali divengono in parte irrazionali e non definibili a tutto tondo. Mi spiega Leonardo che, dove ho intravisto il becco di un pennuto o, ancora, un profilo di un coccodrillo, in realtà lui ha voluto scolpire altro. Trova curiosa questa pluri-forma che l’attento visitatore crea nelle sue opere che, in effetti, finiscono per avere le mille vite che le persone intendono dar loro. Tra le altre opere che destano interesse figurano “Cancro del mondo” (figurativamente la rappresentazione di un osso) e quello che – per la loro vicinanza di collocazione – ho definito “il trittico dei busti” composto dal pregevole “La donna col mantello” (dove la parte superiore della testa della donna è coperta da un velo rosso a significare un velo che copre e maschera le ipocrisie), “Il dio del tempo”, inteso dall’artista come una negazione del mostro dell’egoismo e l’impressionante “L’urlo della madre Terra” in cui la bocca spalancata della figura in un grido infinito e straziante, non solo metaforico, è emblema di uno sfogo lancinante contro i vari mali del mondo contemporaneo.

Jesi, 07-11-2017

 

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