Esce l’antologia “Buchi neri e vuoti di memoria” a cura di Vittorio Pavoncello e Luciana Raggi

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

In questi giorni è stata pubblicata, per i tipi di Progetto Cultura di Roma, l’antologia Buchi neri e vuoti di memoria, curata da Vittorio Pavoncello e Luciana Raggi. Al suo interno figurano opere poetiche di Alessandra Carnovale, Simone Carunchio, Tiziana Colusso, Davide Cortese, Flaminia Cruciani, Laura De Luca, Angela Donatelli, Claudio Fiorentini, Marina Marchesiello, Emanuele Martinuzzi, Maurizio Mazzurco, Paolo Parisi Presicce, Luciana Raggi, Anna Santoliquido, Fabio Sebastiani, Fabio Strinati, Ornella Spagnulo e Michela Zanarella. Chiude l’opera un pregevole intermezzo dove figurano contributi grafici di Serena Maffia (opere su tela) e di Vittorio Pavoncello (disegni su carta).

Per poter parlare di quest’opera composita, null’altro di meglio è riferirsi agli apparati introduttivi e agli scritti critici d’apertura dove, tanto l’editore che i curatori, hanno inteso rimarcare gli intenti che hanno animato l’intero progetto. L’editore, Marco Limiti, parla di un progetto che in qualche modo si presenta come «utile» rintracciando l’utilità dell’opera in quella «fondamentale [volontà e capacità di] capire l’andamento della società, l’evolversi dello status quo».

I temi sono particolarmente ampi, viaggiano su dimensioni siderali, in una scala graduata che è impossibilitata a ricondurre a ciascun tipo di misura, dal momento che le divagazioni dei poeti qui raccolte rispondono all’esigenza dei curatori che, con la loro chiamata, hanno proposto di riferirsi tanto all’inconoscibilità (e con essa al timore ma anche alla curiosità) del buio, dell’abisso – visto in quei “buchi neri” di mancanza (Claudio Fiorentini sostiene che «il buco nero non è nero, semmai non è visibile. E poi non è un buco, ma un corpo celeste»), ma anche e soprattutto di sfida alla scienza e, dall’altra parte, a quell’universo di difficile recupero, di lastricati desolati della mente, di scavo interiore che vede nel non facile e continuativo recupero del passato il suo filo conduttore: l’instabilità (e la vulnerabilità) della memoria.

L’editore indaga, con giudizi di carattere estetico e agglutinante, quelle che sono (o potrebbero essere percepite) come alcune delle peculiarità delle voci poetiche ivi raccolte quali, ad esempio, il minimalismo di Davide Cortese o il futurismo di Tiziana Colusso. Sta di fatto che – come sempre in ogni antologia accade (o ci si spera possa avverarsi) – la buona fruibilità dell’opera e la consapevolezza del lettore dinanzi ai contenuti ivi investigati derivano dal groviglio di relazioni, rimandi, controcanti, echi e accostamenti che le opere singole – e i loro autori – instaurano nel complesso antologico, girotondo felice, tavola rotonda, dove nessuno primeggia e, seppur i toni e i messaggi non sempre s’allineano, si apprezza nella sua unità corale, nel senso collettivo che l’operazione crestomantica, appunto, incentiva. Ciò è tanto più vero anche per la simbiosi curiosa e originalissima che si crea tra testo e immagine. C’è un travaso di linguaggi che avviene in maniera spontanea e fluente, un ricambio continuo di sensazioni che il lettore vive beandosi della confluenza attenta tra un dire scritto e un raccontare per immagini. Pavoncello nel suo scritto d’apertura ci ricorda proprio la genesi dell’opera, nata da alcuni suoi schizzi a matita, poi maturata felicemente con l’importante incontro e condivisione con la poetessa e scrittrice Serena Maffia.

La poetessa forlivese Luciana Raggi – residente e operante nella Capitale da numerosi anni, recentemente uscita con la nuova opera poetica Variazioni minime – nella doverosa e appassionata prefazione, sotto il titolo di “La differenza è l’essenza dell’umanità”, che richiama un estratto del Premio Nobel per la letteratura 1998 John Hume, parla di questa antologia come progetto corale, di condivisione frutto di libertà personali ed espressive e di rispetto nella sua «grande ricchezza e varietà di linguaggi, stili, punti di vista e interpretazioni».

L’antologia favorisce un percorso tra quelli che la stessa Raggi ha definito «luoghi non visitabili», che potremmo intendere anche quali dimensioni di senso possibili in un’alterità oltre il puro scientismo, occasioni d’interrelazione tra l’uomo e un senso d’assoluto, un qualcosa di non completamente conoscibile, sperimentabile, affrontabile secondo principi e schemi antropici, dettati dalla ricerca e dalla razionalità che lo contraddistingue. Sono, in effetti, sacche per lo più recondite, che attengono alla dimensione sommersa e inconscia, la cui investigazione è difficoltosa, interpretabili sì ma senza dogmi di fondo. Viene in mente anche la celebre definizione del francese Marc Augé dei cosiddetti «non luoghi», ma il contesto in cui egli impiegava tale locuzione atteneva agli spazi tipici della post-modernità e del consumo che sono di mero passaggio, volti alla produzione, d’incontro fortuito tra esseri, più che d’incontro voluto o programmato (stazioni, aeroporti, ma anche la semplice strada). Spazi vissuti nel termine breve e friabile della consumazione di un’esigenza, durevole quanto banale, alle volte. I «non luoghi» di questa antologia, al contrario, hanno perso quella specificità e non hanno una costituzione fisica: sono radicati nella ricerca, nello studio, legati alle scoperte dell’astronomia e dell’astrofisica – i buchi neri – o abitano in una massa deperibile, che è quella cerebrale, tanto del singolo quanto della collettività. Luciana Raggi nel suo scritto fa riferimento al morbo dell’Alzheimer per sottolineare come – in relazione alla memoria – molti possano essere a livello patologico i casi di corruzione, minaccia, degradamento e annullamento della stessa (tanto di breve e lunga durata, s’intende).

Quest’ultimo è un argomento cruciale se pensiamo alle tante giornate “in ricordo” alle occasione di eventi ad memoriam, le celebrazioni, i memorial, che tanto in letteratura che in altre arti vengono portati avanti. Ricordo il fumoso pacto del olvido che i politici spagnoli, l’indomani della morte del dittatore Franco, stipularono per gettare le basi della nuova Spagna quale paese democratico. Un patto doloroso – quello del silenzio e, dunque, della negazione del dolore civile – e farlocco che nel tempo, in più occasioni, come la cronaca ha documentato in casi di nefando negazionismo, di revisionismo, di spauracchi ideologici che ritornano con foga e bieche azioni, non ha mancato di evidenziarne la scelleratezza e l’inapplicabilità. Credo che tale aspetto – quello della memoria storico-sociale in qualsiasi contesto storico-geografico – sia una componente che non possa essere sradicata in nessun modo da tutte le considerazioni che, appunto, si possono fare in relazione al concetto di memoria. Difatti parlare di essa necessita (e comporta) parlare del suo contrario che non solo può avere la forma della mancanza di memoria ma anche quella ben più spregevole della negazione della memoria.

Riferendosi al ricco apparato illustrato che si compone di opere grafiche di Pavoncello e di Serena Maffia, così si è espressa Luciana Raggi per meglio evidenziare questa conformità d’intenti che ha dato forma e costruzione a un progetto ricco e composito, completo e unitario pur nella complessa presenza di autori dalle poetiche differenti: «Il senso d’inquietudine che deriva dal confronto con qualcosa d’indefinito e terribile che avviene vicinissimo e lontanissimo da noi, i buchi neri che dal corpo arrivano alle profondità dell’anima nei dipinti di Maffia e gli eventi distruttivi fra i corpi celesti e nei meandri della mente nei disegni di Pavoncello».

Alcuni brevi note vanno necessariamente apportate anche in merito alla componente grafica del volume. Il critico d’arte Federica Fabrizi nel suo testo critico “Ogni luce ha la sua ombra” pone particolare attenzione alla componente sfumata dell’ombra, di quel circolo sfumato di colore che non definisce propriamente l’oggetto in sé ma la sua proiezione, vibrazione, comunione col contesto nel quale è irrelata: «ogni ombra è legata alla sua luce», annota. Claudio Fiorentini, che ha rappresentato il trait d’union fra la Galleria Art G.A.P. di Roma e il suo spazio espositivo Captaloona di Madrid, ha permesso la concretizzazione della libera e completa fruibilità delle opere qui raccolte in un contesto espositivo.

Serena Maffia è presente con i ritratti – line sfumate – di dieci donne rosse su carta e un uomo blu su tela. Qui i buchi neri – zone d’ombra che si sviluppano e allargano nella collocazione dell’apparato sessuale delle donne – rappresentano l’elemento centrale delle raffigurazioni; la figura femminile è tracciata per segni veloci e vaghi eppure in grado di trasmettere un sentimento d’ansia e di vulnerabilità delle stesse figure se rapportate a quell’unica presenza maschile, dai tratti più definiti, ripresa in una posa che sembra di rilassamento ma che ha anche una qualche prerogativa di comando (come l’esibizione sicura, quasi fiera, dei genitali).

Ben più ambigue le raffigurazioni di Pavoncello a metà tra un primitivismo accennato e un figurativismo informale, influenzato dalla stagione straniante dei surrealisti con comunanze evidenti del tessuto artistico di un Joan Miró. Punto di partenza di questo percorso grafico è l’elaborazione del punto dal quale si definisce, in una campitura chiara, il limite di divaricazione tra un’entità e un’alterità. Tra una presenza e una mancanza, tra una sospensione e un vuoto. Come ha chiarito l’autore nella breve nota alle sue opere visive nella presenza del buco è insita la volontà di richiamare, su motivi memorialistici e mnemonici, tanto razionali quanto di assimilazione istintiva e di associazione visiva, il mondo della memoria e la labile definizione della stessa. I semicerchi, gli andamenti a spirale, i vortici che primeggiano sull’ordito confuso, testimoniano questa difficile radiografia cerebrale, un’anamnesi del ricordo che non può essere descritta da una linea continua ma da picchi tra acmi e decadimenti.

LORENZO SPURIO

Jesi, 28/11/2020

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