“Profumo di fascismo e sali del Mar Morto” di Vittorio Pavoncello, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Profumo di fascismo e Sali del Mar Morto è il titolo del nuovo romanzo dello scrittore e artista romano Vittorio Pavoncello, pubblicato da poco per i tipi di All Around edizioni nella collana Flipper. Un titolo che di certo non passa inosservato, tanto per la presenza della parola ingombrante di “fascismo” che richiama cupe pagine della Storia nazionale, quanto per l’ambigua congiunzione di piani sensoriali diversi (quello olfattivo, nella parola di “profumo” e quello del gusto dalla parola “Sali”) oltre che un’iterazione curiosissima dal punto di vista meramente geografico: dal contesto italiano, embrione e culla del fascismo stricto sensu, all’esotismo, invece, del medio Oriente nel riferimento al Mar Morto.

Va subito detto che è un romanzo sui generis, senz’altro molto particolare, non tanto nei contenuti – che traggono dalla storia e dall’esigenza della memoria il motivo trainante dell’opera – ma proprio nella diversificazione di stili impiegati. È lo stesso autore ad avvertirci, sin dalle prime pagine, che quel che il lettore ha tra le mani “non è un romanzo” poiché, chiarisce poco dopo, “sono parole costrette a farsi narrazione per esistere”. Vi sono piani temporali diversi che vengono richiamati, in un dialogo serrato e continuo tra la storia – tanto quella familiare che collettiva – e l’attualità. L’autore, infatti, ha dedicato le pagine di questo libro a suo nonno, Vittorio Emanuele Pavoncello, uomo che a causa dei deliri del regime totalitario, mai poté conoscere. Vittorio Emanuele Pavoncello era nato a Roma il 30 giugno 1893, venne arrestato nel 1944 e, dopo un periodo di detenzione in un carcere romano, venne smistato nel campo di Fossoli. Fu deportato in uno dei lager dell’infamia più noti, Auschwitz, dove giunse nel giugno del 1944 dopo quattro giorni di viaggio su un convoglio ferroviario. Morì, come ricorda la puntuale scheda biografica presente nel volume, appena tre mesi dopo. Vengono tracciate con linee sicure, cariche di mesto affetto verso una figura che si percepisce cara, pur non avendola mai potuta avvicinare fisicamente, alcuni degli aspetti cruciali della vita dell’uomo e della sua famiglia.

La narrazione si focalizza e si esplica dal di dentro e non dall’esterno come molta critica indifferenziatamente nel corso del tempo ha fatto, per narrare le tristi vicende di una famiglia ebrea, nel contesto della capitale italiana, nel periodo della firma delle schizofreniche e pericolose Leggi razziali. La narrazione si fa ora storia, ora canto, soprattutto ha la forma della denuncia convinta verso un mondo vetusto e illiberale che ha condotto a uno dei bagni di sangue più spaventosi di sempre e che ha tentato di relegare nel ghetto la popolazione e la cultura ebraica.

Un volume che è lucido testamento, ma anche ricerca storica tra i documenti dell’epoca, attento nelle descrizioni e al contempo mai pesante per il fruitore. Con l’espediente di un dialogo ultracorporeo, quasi in un rapporto medianico che non conosce limiti di spazio né tempo, l’autore intrattiene una fitta conversazione con suo nonno. Lo sente parlare, gli pone domande, c’è un confronto continuo che è, in altri termini, quello che l’autore forse avrebbe condotto se ne avesse avuto le possibilità. Il tutto è cadenzato da risposte che non sono mai evasive ma, al contrario, ricche di riferimenti, citazioni a opere, richiami di persone, tante dell’universo familiare che sociale, precetti e rituali tipici della cultura ebraica. Utilissimo risulta il glossario-lista dei nomi nella parte centrale del libro rivolto ad ambiti, costumi, pratiche e personalità del mondo ebraico, che aiutano la comprensione di alcune vicende e terminologie.

È un romanzo perché della fiction ha questa impalcatura espressamente ricercata e voluta dall’autore che gli consente di rapportarsi all’augusto progenitore, eppure è anche un’agile e mai semplicistica dissertazione storica, finanche un’analisi lucidissima su quanto l’impegno dell’uomo, il suo senso di consapevolezza e il suo monito di responsabilità siano delle piante vulnerabili, che la collettività deve curare, nutrire e far crescere e prosperare. Difatti viene chiarito sin dalle prime pagine l’intento del volume, che non è tanto meramente personale quanto corale o, ancor meglio, sociale: “Le pagine che seguono sono una vicenda di famiglia, la mia, e non solo la mia”.

La narrazione – e l’idea stessa del libro – parte da un episodio quanto mai preoccupante accaduto nel 2019 quando l’immagine della ministra alla Giustizia di Israele, Ayelet Shaked, venne diffusa in uno spot pubblicitario (quanto elettorale) mentre si spruzzava addosso il profumo “Fascism”; episodio, questo, che oltre a campeggiare sulla stampa mondiale, aprendo a commenti indignati, polemiche e originando prese di posizione durissime, ha esasperato lo stesso autore. Ed è il profumo di quella stessa ministra che Pavoncello richiama nel titolo del libro, dove pure può essere letto nei termini di uno spauracchio, di una presenza latente di quell’ideologia che spesso riaffiora con rigurgiti spaventosi e inaccettabili.

Il negazionismo – che è la peggiore forma di un revisionismo storico, sempre e comunque insostenibile perché fazioso – è il punto nodale di questa opera di Pavoncello nel corso della quale ben si percepisce l’animo mesto del Nostro, la riprovazione, lo sdegno, finanche la sfiducia verso una società tendenzialmente disattenta, improntata più a un lassismo diffuso (si veda il riferimento alla manifestazione di convinti assertori no-Covid) e alla facile persuasione per leader apparentemente carismatici. Tutto ciò che, nel secolo scorso, ha condotto il nostro Paese a vivere un ventennio di privazioni, violenze, negazioni della persona, che avrebbe condotto la Nazione a una grande ecatombe e rovina. “Profumo”, quello fascista, a suo modo assimilabile agli “olezzi” nazisti e agli “aromi” ingloriosi di ogni altra dittatura che la vecchia Europa ha vissuto, esportato anche quale supporto in guerre civili, come fu il caso della guerra in Spagna.

In questo percorso di recupero della memoria in relazione alla comunità ebrea Pavoncello richiama nomi importanti quali, ad esempio, Taché Gaje Stefano, il bambino di appena due anni che rimase vittima dell’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982 (ricordato recentemente in un discorso anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella), il rabbino capo della Sinagoga di Roma Elio Toaff e la scrittrice Lia Levi, autrice della Trilogia della memoria (2008) che raccoglie tre narrazioni che si dipanano nel contesto della promulgazione delle tristemente note leggi razziali.

Pavoncello con questo libro non solo tenta di ricostruire pagine fosche (e incancellabili) del passato della sua famiglia, attorno soprattutto alla figura del nonno, suo omonimo (con l’aggiunta del nome Emanuele; erano tempi, quelli di onomastiche sabaude) ma si spinge ben oltre. Difatti dà al suo avo voce. Gli consegna, pur se attraverso la parola scritta, una seconda vita. Lo fa parlare, ce lo narra in prima persona, tra sue tribolazioni e perplessità per il momento storico che visse, ne rintraccia comportamenti, dialogici, pensieri. “Molti sopravvissuti ai campi sono tornati e hanno parlato. Tu sei fra quelli che taceranno per sempre. Ho deciso, però, che questo leggero vento che agita le foglie sarà la tua voce. Io so tradurre il vento in voce e la voce in parole”. Ed è così che la narrazione s’adagia sulle forme invisibili di un passaggio – quello del vento – invisibile all’occhio, ma in grado di mutare l’ambiente in cui s’insinua. Piante che pendono, foglie che vibrano, passaggi d’aria che portano polvere, sono il filo conduttore di un colloquio intimo e amoroso con il proprio avo, sull’onda di un’aria che circola misteriosa, ma che può essere tradotta come l’autore ha fatto mirabilmente.

LORENZO SPURIO

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Esce l’antologia “Buchi neri e vuoti di memoria” a cura di Vittorio Pavoncello e Luciana Raggi

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

In questi giorni è stata pubblicata, per i tipi di Progetto Cultura di Roma, l’antologia Buchi neri e vuoti di memoria, curata da Vittorio Pavoncello e Luciana Raggi. Al suo interno figurano opere poetiche di Alessandra Carnovale, Simone Carunchio, Tiziana Colusso, Davide Cortese, Flaminia Cruciani, Laura De Luca, Angela Donatelli, Claudio Fiorentini, Marina Marchesiello, Emanuele Martinuzzi, Maurizio Mazzurco, Paolo Parisi Presicce, Luciana Raggi, Anna Santoliquido, Fabio Sebastiani, Fabio Strinati, Ornella Spagnulo e Michela Zanarella. Chiude l’opera un pregevole intermezzo dove figurano contributi grafici di Serena Maffia (opere su tela) e di Vittorio Pavoncello (disegni su carta).

Per poter parlare di quest’opera composita, null’altro di meglio è riferirsi agli apparati introduttivi e agli scritti critici d’apertura dove, tanto l’editore che i curatori, hanno inteso rimarcare gli intenti che hanno animato l’intero progetto. L’editore, Marco Limiti, parla di un progetto che in qualche modo si presenta come «utile» rintracciando l’utilità dell’opera in quella «fondamentale [volontà e capacità di] capire l’andamento della società, l’evolversi dello status quo».

I temi sono particolarmente ampi, viaggiano su dimensioni siderali, in una scala graduata che è impossibilitata a ricondurre a ciascun tipo di misura, dal momento che le divagazioni dei poeti qui raccolte rispondono all’esigenza dei curatori che, con la loro chiamata, hanno proposto di riferirsi tanto all’inconoscibilità (e con essa al timore ma anche alla curiosità) del buio, dell’abisso – visto in quei “buchi neri” di mancanza (Claudio Fiorentini sostiene che «il buco nero non è nero, semmai non è visibile. E poi non è un buco, ma un corpo celeste»), ma anche e soprattutto di sfida alla scienza e, dall’altra parte, a quell’universo di difficile recupero, di lastricati desolati della mente, di scavo interiore che vede nel non facile e continuativo recupero del passato il suo filo conduttore: l’instabilità (e la vulnerabilità) della memoria.

L’editore indaga, con giudizi di carattere estetico e agglutinante, quelle che sono (o potrebbero essere percepite) come alcune delle peculiarità delle voci poetiche ivi raccolte quali, ad esempio, il minimalismo di Davide Cortese o il futurismo di Tiziana Colusso. Sta di fatto che – come sempre in ogni antologia accade (o ci si spera possa avverarsi) – la buona fruibilità dell’opera e la consapevolezza del lettore dinanzi ai contenuti ivi investigati derivano dal groviglio di relazioni, rimandi, controcanti, echi e accostamenti che le opere singole – e i loro autori – instaurano nel complesso antologico, girotondo felice, tavola rotonda, dove nessuno primeggia e, seppur i toni e i messaggi non sempre s’allineano, si apprezza nella sua unità corale, nel senso collettivo che l’operazione crestomantica, appunto, incentiva. Ciò è tanto più vero anche per la simbiosi curiosa e originalissima che si crea tra testo e immagine. C’è un travaso di linguaggi che avviene in maniera spontanea e fluente, un ricambio continuo di sensazioni che il lettore vive beandosi della confluenza attenta tra un dire scritto e un raccontare per immagini. Pavoncello nel suo scritto d’apertura ci ricorda proprio la genesi dell’opera, nata da alcuni suoi schizzi a matita, poi maturata felicemente con l’importante incontro e condivisione con la poetessa e scrittrice Serena Maffia.

La poetessa forlivese Luciana Raggi – residente e operante nella Capitale da numerosi anni, recentemente uscita con la nuova opera poetica Variazioni minime – nella doverosa e appassionata prefazione, sotto il titolo di “La differenza è l’essenza dell’umanità”, che richiama un estratto del Premio Nobel per la letteratura 1998 John Hume, parla di questa antologia come progetto corale, di condivisione frutto di libertà personali ed espressive e di rispetto nella sua «grande ricchezza e varietà di linguaggi, stili, punti di vista e interpretazioni».

L’antologia favorisce un percorso tra quelli che la stessa Raggi ha definito «luoghi non visitabili», che potremmo intendere anche quali dimensioni di senso possibili in un’alterità oltre il puro scientismo, occasioni d’interrelazione tra l’uomo e un senso d’assoluto, un qualcosa di non completamente conoscibile, sperimentabile, affrontabile secondo principi e schemi antropici, dettati dalla ricerca e dalla razionalità che lo contraddistingue. Sono, in effetti, sacche per lo più recondite, che attengono alla dimensione sommersa e inconscia, la cui investigazione è difficoltosa, interpretabili sì ma senza dogmi di fondo. Viene in mente anche la celebre definizione del francese Marc Augé dei cosiddetti «non luoghi», ma il contesto in cui egli impiegava tale locuzione atteneva agli spazi tipici della post-modernità e del consumo che sono di mero passaggio, volti alla produzione, d’incontro fortuito tra esseri, più che d’incontro voluto o programmato (stazioni, aeroporti, ma anche la semplice strada). Spazi vissuti nel termine breve e friabile della consumazione di un’esigenza, durevole quanto banale, alle volte. I «non luoghi» di questa antologia, al contrario, hanno perso quella specificità e non hanno una costituzione fisica: sono radicati nella ricerca, nello studio, legati alle scoperte dell’astronomia e dell’astrofisica – i buchi neri – o abitano in una massa deperibile, che è quella cerebrale, tanto del singolo quanto della collettività. Luciana Raggi nel suo scritto fa riferimento al morbo dell’Alzheimer per sottolineare come – in relazione alla memoria – molti possano essere a livello patologico i casi di corruzione, minaccia, degradamento e annullamento della stessa (tanto di breve e lunga durata, s’intende).

Quest’ultimo è un argomento cruciale se pensiamo alle tante giornate “in ricordo” alle occasione di eventi ad memoriam, le celebrazioni, i memorial, che tanto in letteratura che in altre arti vengono portati avanti. Ricordo il fumoso pacto del olvido che i politici spagnoli, l’indomani della morte del dittatore Franco, stipularono per gettare le basi della nuova Spagna quale paese democratico. Un patto doloroso – quello del silenzio e, dunque, della negazione del dolore civile – e farlocco che nel tempo, in più occasioni, come la cronaca ha documentato in casi di nefando negazionismo, di revisionismo, di spauracchi ideologici che ritornano con foga e bieche azioni, non ha mancato di evidenziarne la scelleratezza e l’inapplicabilità. Credo che tale aspetto – quello della memoria storico-sociale in qualsiasi contesto storico-geografico – sia una componente che non possa essere sradicata in nessun modo da tutte le considerazioni che, appunto, si possono fare in relazione al concetto di memoria. Difatti parlare di essa necessita (e comporta) parlare del suo contrario che non solo può avere la forma della mancanza di memoria ma anche quella ben più spregevole della negazione della memoria.

Riferendosi al ricco apparato illustrato che si compone di opere grafiche di Pavoncello e di Serena Maffia, così si è espressa Luciana Raggi per meglio evidenziare questa conformità d’intenti che ha dato forma e costruzione a un progetto ricco e composito, completo e unitario pur nella complessa presenza di autori dalle poetiche differenti: «Il senso d’inquietudine che deriva dal confronto con qualcosa d’indefinito e terribile che avviene vicinissimo e lontanissimo da noi, i buchi neri che dal corpo arrivano alle profondità dell’anima nei dipinti di Maffia e gli eventi distruttivi fra i corpi celesti e nei meandri della mente nei disegni di Pavoncello».

Alcuni brevi note vanno necessariamente apportate anche in merito alla componente grafica del volume. Il critico d’arte Federica Fabrizi nel suo testo critico “Ogni luce ha la sua ombra” pone particolare attenzione alla componente sfumata dell’ombra, di quel circolo sfumato di colore che non definisce propriamente l’oggetto in sé ma la sua proiezione, vibrazione, comunione col contesto nel quale è irrelata: «ogni ombra è legata alla sua luce», annota. Claudio Fiorentini, che ha rappresentato il trait d’union fra la Galleria Art G.A.P. di Roma e il suo spazio espositivo Captaloona di Madrid, ha permesso la concretizzazione della libera e completa fruibilità delle opere qui raccolte in un contesto espositivo.

Serena Maffia è presente con i ritratti – line sfumate – di dieci donne rosse su carta e un uomo blu su tela. Qui i buchi neri – zone d’ombra che si sviluppano e allargano nella collocazione dell’apparato sessuale delle donne – rappresentano l’elemento centrale delle raffigurazioni; la figura femminile è tracciata per segni veloci e vaghi eppure in grado di trasmettere un sentimento d’ansia e di vulnerabilità delle stesse figure se rapportate a quell’unica presenza maschile, dai tratti più definiti, ripresa in una posa che sembra di rilassamento ma che ha anche una qualche prerogativa di comando (come l’esibizione sicura, quasi fiera, dei genitali).

Ben più ambigue le raffigurazioni di Pavoncello a metà tra un primitivismo accennato e un figurativismo informale, influenzato dalla stagione straniante dei surrealisti con comunanze evidenti del tessuto artistico di un Joan Miró. Punto di partenza di questo percorso grafico è l’elaborazione del punto dal quale si definisce, in una campitura chiara, il limite di divaricazione tra un’entità e un’alterità. Tra una presenza e una mancanza, tra una sospensione e un vuoto. Come ha chiarito l’autore nella breve nota alle sue opere visive nella presenza del buco è insita la volontà di richiamare, su motivi memorialistici e mnemonici, tanto razionali quanto di assimilazione istintiva e di associazione visiva, il mondo della memoria e la labile definizione della stessa. I semicerchi, gli andamenti a spirale, i vortici che primeggiano sull’ordito confuso, testimoniano questa difficile radiografia cerebrale, un’anamnesi del ricordo che non può essere descritta da una linea continua ma da picchi tra acmi e decadimenti.

LORENZO SPURIO

Jesi, 28/11/2020

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. 

Esce “Rumori di fondo” di Giorgio Fabretti e Vittorio Pavoncello

Esce in questi giorni, per i tipi di Aracne Editore di Roma, il libro “Rumori di fondo” di Giorgio Fabretti e Vittorio Pavoncello. Nella presentazione sinottica del volume si legge: “Che ne è dell’Homo così pressato da cambiamenti climatici che ne compromettono l’esistenza e dalla tecnologia, che attraverso robot computerizzati, minaccia la completa sostituzione del lavoro e di ogni altra attività del quotidiano? Saremo ancora capaci di riprodurci? Ogni argomento, frase, parola, presenti nel volume sono già inseriti in un nuovo mondo nel quale si è trasportati e nel quale si chiede al lettore di iniziare a vivere. Perché c’è un determinismo anche nella logica, la quale si muove nel tempo. E non capire i cambiamenti, non contrastarli o non evolversi con questi, vuol dire rimanere schiacciati. È un guardarsi in uno specchio che non riflette il proprio aspetto ma il DNA, per scoprire con sorpresa che dentro ci sono tutte le alterità, anche quella di un Homo che potrebbe ancora una volta decidere della propria sopravvivenza o della propria fine. Il problema è che non sappiamo se la scomparsa dell’Homo sarà notata nell’Universo o se qualcuno la piangerà. Le galassie non seppelliscono le proprie stelle”.

A continuazione la table of contents, l’indice del contenuti di questo ricco volume:

Indice

Introduzione generale

Parte I – Homo Stabilis. Come stabilizzare la specie umana?

Prologo

Capitolo I – Come stabilizzare la specie umana?

R. Fabretti ‘ponti-ficio’ traduttore tra passato e presente; Darwi­nismo logico; Mulinello (Whirlpool); Significato Esteso e Crono-logica; Mondo amore, parola o Natura?; Epigenetica Idealista Empirista Logica; Individuo/Specie, Pubblico/Privato; Biochimica e cultura epi-gen-etica; Natura/Umanità Massoneria/Religione; Democrazia o Scienza?; Puntualità Nuova Eco­nomia del Tempo; Giustezza non Giustizia; Potere complot­to Novus Ordo?; Socialismi est Barbarie; Dov’è l’Uomo? Io non lo vedo…; Biostoria delle forme capitalistiche; L’i­nutile vendetta del Capitale inutile; Finzioni e Ragioni, il Gioco dei Giochi: il finto Reale; Scegliamoci allo zoo; Funzionalismo Finalismo; DNA Natura facile; Virus sovranisti globali; Natura è Potere; Scienza è Bioetica.

Parte II – Un punto verde, un pianeta azzurro, in un campo di materia oscura

Parodo

Capitolo I – Colori

I colori; I Nuovi Principi; Il Lato B del potere; Greta Thunberg; L’arca di Noè tra specismo e antispecismo; La formica e il libro; Antropocene; Il messaggio di Greta e la guerra tra continenti; L’isola di plastica; La ciliegia d’inverno globalizzazione e daltonismo; Il Pianeta Terra e Dio; I persuasori occulti: il tempo e la lingua; Totalitarismi ed ecologia; Mangiare; Tempo è Natura; Buchi Neri; Empatia Zero; Virtuale e Natura; Fonda­mentalismo; Deepfake; Le nuove frontiere della guerra; Dove stiamo andando; Il Tempo in questione; Quinta Forza: Informazione.

Parte III –  Virus

Esodo

Capitolo I – COVID-19

Finis Hominis; La fine dell’antropocentrismo; Ca­pitalismi; Coronavirus: prove tecniche di sovranismi; Fermare il sole o resuscitare i morti: come usciremo dalla trappola del virus?; Un virus senza confini.

Capitolo II – Destinazione Lilliput

Biografie

Giuseppe Lorin esce con un approfondito saggio su Isabella Morra. Contributi di Dacia Maraini, Corrado Calabrò e Dante Maffia

dossier morra.jpgDall’11 aprile in libreria Il ritratto vero, appassionato, commovente e lancinante di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo

Dopo il successo di “Transtiberim. Trastevere, il mondo dell’oltretomba” Giuseppe Lorin torna in libreria da aprile con “Dossier Isabella Morra” edito da Bibliotheka Edizioni, il ritratto di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo. Gli scritti di Isabella Morra, riflettono il valore mediatico della Poesia stessa, che entra a far parte della linfa appartenente ad una natura troppo ricca, tanto da essere predestinata a causa del suo eccesso intatto e virginale, allo stupro e al saccheggio della sua essenza. Isabella confida che i posteri non la ricordino soltanto come fanciulla uccisa, pregandoli invece di non dimenticare i suoi lavori, le sue poesie scritte nella sofferenza di adolescente privata del padre, unico punto di riferimento in una terra amara. È nel primo sonetto, più che in altri, che si avverte la necessità di essere ricordata come poetessa, poiché, come sostiene, è la Poesia a mantenere in vita il poeta stesso. E, come sempre sostengo, si tratta di un riscatto di notorietà in forza della scrittura, ovvero della poesia, unico “ponte” tra il poeta e il lettore. Hanno contribuito per questo saggio storico di Giuseppe Lorin con loro poesie originali dedicate ad Isabella Morra: Dacia Maraini, Dante Maffia, Michela Zanarella, Corrado Calabrò, Marcella Continanza, Vittorio Pavoncello e Antonella Radogna.

Giuseppe Lorin è attore, poeta, regista, critico letterario, conduttore e giornalista, ha studiato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. Ha pubblicato: Manuale di dizione; Da Monteverde al mare; Tra le argille del tempo; Roma, i segreti degli antichi luoghi; Roma la verità violata; Transtiberim, Trastevere il mondo dell’oltretomba.

 

Calandrone, Bre, Pecora, Vivinetto e altri poeti al reading “Per un mondo senza muri” il 28 febbraio a Roma

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Il 28 febbraio 2019, alle ore 18,00, alla Galleria “La Nuova Pesa” di via del Corso 530 a Roma si terrà un reading di poesie “Per un mondo senza muri”, nell’ambito del movimento mondiale World Poetry Movement, a cura di Flaminia Cruciani e Michela Zanarella.

IL WPM è un movimento nato nel 2011 a Medellin, in Colombia, dove si svolge il più importante Festival di poesia del mondo, diretto da Fernando Rendon. È una iniziativa che nasce dalla fusione di diversi movimenti internazionali che hanno avvertito il bisogno di unirsi in un movimento dal respiro globale in cui la poesia è sentita come lo strumento di resistenza necessario per fondare un nuovo umanesimo, per salvaguardare la specie umana e per difenderla dai poteri alienanti e opprimenti.

A febbraio 2019 il World Poetry Movement ha organizzato un evento di risonanza mondiale “Per un mondo senza muri”, che prevede la realizzazione di circa 1000 eventi poetici che si terranno in tutto il mondo nel mese di febbraio, in cui i poeti alzeranno le loro voci coralmente contro ogni tipo di discriminazione.

Nel reading romano interverranno alcune fra le voci poetiche più significative del nostro Paese, che si intrecceranno alla voce di diversi giovani poeti. Le curatrici dell’evento hanno voluto dare spazio a un confronto generazionale significativo che sia in linea con l’abbandono di qualunque forma di discriminazione. I poeti partecipanti: Silvia Bre, Ilaria Caffio, Maria Grazia Calandrone, Fiorella Cappelli, Manuel Cohen, Davide Cortese, Renato Fiorito, Annamaria Ferramosca, Serena Maffia, Marina Marchesiello, Elio Pecora, Vittorio Pavoncello, Isabella Vincentini, Giovanna Cristina Vivinetto.

Gli accompagnamenti musicali sono a cura del giovane violinista Ivos Margoni.

Ingresso libero.