“La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi, recensione di Lorenzo Spurio

La bambina con la farfalla sulla testa

di Dunia Sardi

prefazione di Gianni Cascone

postfazione di Giuliana Bonacchi Gazzarrini

Attucci Editore, Carmignano (PO)

ISBN: 9788897754008

Numero di pagine: 128

Costo: 13€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

In soli 128 pagine Dunia Sardi ci fa fare un viaggio nella storia dell’Italia contemporanea a partire dalla seconda guerra mondiale sino agli anni ’80. Questo libro, che potrebbe essere definito storico, ha solo alcune caratteristiche di questo genere: non ci sono date precise, riferimenti a battaglie, episodi politici, avvicendamenti al governo od altro, elementi che, invece, sono sempre trattati con attenzione in scritture di questo tipo. La storia ufficiale si mescola alla storia privata di Dunia Sardi a partire dalla sua infanzia, fino alla maturità in una serie di racconti in cui la scrittrice evidenzia l’attenzione verso il prossimo e l’importanza dei sentimenti. Quello che viene descritto, è un mondo che si è perso, una realtà che con il tempo è venuta a cambiare: le piccole realtà di provincia una volta dedite quasi completamente alla vita dei campi hanno visto la nascita delle prime fabbriche –soprattutto tessili nella zona pratese di cui Dunia ci parla- e questo, oltre che mutare l’ambiente fisico, ha costituito un cambiamento non di poco conto nella maniera che l’uomo ha di relazionarsi agli spazi.

Il racconto avviene in forma di flashback, si rievocano i ricordi, dei momenti che, pur lontani, sembrano ancora vivissimi nella mente dell’autrice. Si parte dal difficile periodo di guerra con riferimenti a bombardamenti, internamenti, rastrellamenti e l’Italia allo sbando nel 1943: “Poveri noi e povera Italia, ora c’è scappato anche il Re con tutta la famiglia!” (p. 14). La guerra è vista dagli occhi innocenti della giovane Dunia che non riesce a comprenderla del tutto e che vede in essa due elementi principali: la distanza del padre perché prigioniero degli inglesi e il dramma della nonna Morina che, assieme alle sue sorelle, si logorano nell’attesa del ritorno di un giovane nipote che, invece, catturato dai tedeschi, non farà più ritorno a casa.

Il secondo racconto, “La bambina con la farfalla sulla testa”, che dà il titolo all’intera raccolta, gioca appunto sull’immagine della farfalla, animale esile e particolarmente affascinante che vola e si libra nei cieli, come la libertà che la protagonista spera per suo padre e-intuiamo- del popolo in guerra. Ed è per questo che la foto di Dunia con la “farfalla in testa” una volta ricevuta dal padre al fronte viene assunta come segno vivo di speranza e di ottimismo: “Quel Natale era stato meno triste, per loro che erano lontani dalla famiglia: era bastata la fotografia di una bambina con una farfalla sulla testa, come presagio a riaccendere la speranza che certamente un giorno sarebbero usciti da quel campo di guerra per volare liberi come farfalle” (p. 20).

Il padre di Dunia riuscirà a salvarsi, ma se vogliamo dare uno sguardo più ampio sull’intera storia, dobbiamo dire che moltissimi uomini, prigionieri o al fronte, non furono altrettanto fortunati. Segue poi il racconto del ritorno a casa del babbo, la costruzione della nuova casa e l’arrivo dei fratelli. In tutto ciò è principalmente uno il personaggio su cui la Dunia pone grande interesse: la nonna Morina alla quale è dedicato l’intero libro. La nonna è una confidente e una consigliatrice e, sebbene Dunia ce l’abbia la madre, in fondo è Morina che sembra acquisire i connotati di madre e proprio per questo i genitori le vieteranno di passare troppo tempo con lei: “Il babbo non sopportava che preferissi stare insieme alla nonna Morina e andare in giro con lei invece di stare a casa con la mamma” (p. 62). La figura della madre resta un po’ nell’angolo e sbiadita. Morina, priva di cultura, era ricca però di sensibilità, come dice l’autrice, ed è per questo che la giovane Dunia amava tanto stare con lei, raccontatrice di favole e di storie, come una sorta di balia tardovittoriana.

Vari elementi nel testo che vengono richiamati come la nascita del movimento sindacale, il dualismo Coppi-Bartali, l’antagonismo De Gasperi-Togliatti o le prime vere “canzonette”, i balli nelle balere, ci immettono direttamente nel clima culturale degli anni ’50-’60. E’ un periodo in cui la morale è ancora ammorbata da tabù e pregiudizi che limitano grandemente le volontà dei giovani, pena il castigo familiare e l’etichettamento sociale: “faceva paura la maldicenza, rivolta specialmente verso le ragazze più corteggiate, come se veder parlare due ragazzi insieme passeggiando fosse già un peccato” (p. 82).

Questo libro è ricchissimo nei contenuti e credo che possa essere utilizzato con successo nella didattica della storia contemporanea, meglio di ogni altro manuale con date e lunghe descrizioni degli avvenimenti. Dunia Sardi inserisce la “sua” storia nella storia di tutti come quando narra dei soprusi nazisti, della fuga del re dall’Italia o del clima di rinascita del dopo guerra con la ripresa economica dovuta all’industrializzazione, ciò che nei libri viene definito come “boom economico” o “miracolo economico”: “Verso il 1960 la fabbrica stava andando a gonfie vele […] Il paese stava prosperando […] Il paese stava cambiando volto” (p. 79).

La lettura coinvolge e fa riflettere. Come è indicato nella nota di postfazione, non c’è nulla di inventato e la storia di Dunia può essere assunta come affidabile cronista della realtà, di un mondo che ha dovuto sopportare violenze, le lotte di affermazione della donna e la riconquista della dignità umana. E’ un libro ricchissimo, fortemente autobiografico che è anche un corposo diario di memorie, perché come osserva la narratrice: “Oltre la soglia della gioventù c’è il tempo che in un soffio si mangia il futuro, finché ti fermi a guardare indietro, cercando di ritrovare fra i ricordi, le immagini e i sentimenti di un tempo già passato, con nostalgia” (p. 88).

Il libro di Dunia è vivo, ogni elemento rimanda direttamente a un episodio vissuto ed esso a sua volta si iscrive in un tempo particolare che, come da lei, è stato vissuto da tantissime altre persone. Tutti negli anni di guerra hanno avuto almeno un morto nelle proprie famiglie, tutti hanno dovuto sottostare alla bigotta mania moralistica degli anni ’50-‘60, tutti hanno visto il proprio territorio cambiare: dalla campagna alla fabbrica fino, nei giorni più recenti, all’avanzata della manifattura cinese. Dunia Sardi è riuscita a metterlo sulla carta e a cristallizzare quei momenti che in questo modo mai saranno dimenticati. Rimarranno nel vento, a volteggiare imperscrutati, proprio come la farfalla che implorava libertà durante la guerra e il volo in deltaplano di cui leggiamo nell’ultimo racconto, ambientato negli anni ’80, dopo un’ampia ellissi.

a cura di Lorenzo Spurio

Soria, 21/10/2012

Chi è l’autrice?

DUNIA SARDI è nata a Agliana, in provincia di Pistoia, nel 1941. Da sempre ha coltivato la passione per la scrittura e dopo la pensione, vi si è dedicata. Dal 2006 scrive racconti e romanzi, con i quali, fra gli altri ha vinto il premio letterario “Pennacalamaio” di Savona (anno 2008) e si è classificata al secondo posto del premio “FENACOM” di Prato (anno 2007). Alcuni suoi racconti figurano nell’antologia del premio: “CITTA’ DI SAVONA Enrico Bonino” (anno 2008). I suoi racconti narrano, come in un novellare, l’ambiente e il tempo dell’infanzia, in un periodo segnato dalla guerra e dalla povertà, ma anche dalla ricchezza data dagli affetti delle persone care e da tante piccole cose semplici.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRLACI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Il nuovo saggio di critica letteraria “Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio recensito da Sara Grosoli

“FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese”

di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

 

Recensione di Sara Grosoli

 

  Una dimora patrizia nel cuore della verde Inghilterra, amori e dolori della giovane età ricordati nella saggezza dell’età matura, raffinati scenari e nobili passioni…Ma è tutto qui il segreto del successo di opere come “Espiazione” di Ian McEwan e “Ritorno a Brideshead” di Evelyn Waugh? La risposta, ça va sans dire, è negativa.

   Nel suo saggio critico “FLYTE & TALLIS. Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese” Lorenzo Spurio, giovane studioso e scrittore,  affronta con competenza un’analisi comparativa di questi celebri titoli della letteratura inglese contemporanea.

   Prestando grande attenzione agli aspetti testuali, Spurio ci induce a cogliere un nodo essenziale: anche se i testi narrativi di cui stiamo parlando sono divenuti nelle loro trasposizioni filmiche dei successi commerciali, non dobbiamo fare l’errore di considerarli puro materiale per l’intrattenimento. Non si tratta di frivolezze, qui si parla di guerra, di rimorso, di conversione spirituale! Nei personaggi della finzione romanzesca ritroviamo le nostre stesse debolezze di esseri umani che amano e falliscono per paura o per inesperienza. La guerra come distruttrice di un consolidato sistema di valori fa da cupo retroscena all’intreccio di relazioni personali e sociali affrescato con maestria sia dal caposcuola Waugh che dal ricettivo ed eclettico “erede” McEwan.

   L’indagine di Spurio evidenzia l’ampia quota di riferimenti letterari presenti nelle due opere, sottolineando la volontà degli autori di affiliare la propria creazione alla tradizione umanistica britannica.

   Completano il testo la prefazione di Marzia Carocci e un saggio critico, tradotto da Spurio, sull’analisi della funzione metanarrativa in “Espiazione” ad opera del professore della California State University Brian Finney  .

FLYTE & TALLIS” è lettura stimolante, un utile compendio per chi ha già letto questi romanzi e desidera avere maggiori informazioni sul percorso creativo dei loro autori e sul patrimonio letterario di cui sono eredi.

a cura di SARA GROSOLI

 

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E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Voce” di Elisabetta Bagli, recensione di Lorenzo Spurio

Voce

di Elisabetta Bagli

Ilmiolibro, 2011

Pagine: 64

Costo: 9€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Non ho più desideri,

non posso più amare,

non voglio più vivere.

(da “Anima perfetta”)

 

Elisabetta Bagli, italiana trapiantata nella capitale spagnola, esordisce nel mondo della scrittura con questa densa silloge poetica, sebbene il suo amore per la letteratura l’abbia sempre contraddistinta. E questa doppia appartenenza Italia-Spagna si evince da numerose liriche qui contenute; sono numerose le tracce spagnole a cominciare dalla lirica dedicata a Carmen Laforet (1921-2004), l’omaggio al capoluogo della regione Cantabria in “I fuochi di Santander” e i numerosi colori e odori di una natura florida e spontanea di tipo chiaramente mediterraneo. Dall’altra parte, invece, estremamente pittoresca è l’immagine di Trastevere in un momento di goliardia presente in “Festa de ‘noantri” mentre  in “Garbatella” la poetessa rievoca non senza nostalgia l’infanzia lì vissuta.

Le liriche scorrono veloci sotto i nostri occhi ma le sensazioni che la poetessa evoca –frutto di suoi momenti realmente vissuti- rimangono come sospesi nell’aria, a circondarci e a regalarci un mondo variopinto di stati emozionali comuni ad ogni mortale ma che Elisabetta Bagli ha steso sulla carta con maestria. Un senso di leggerezza pervade l’intero libro quasi che una leggera brezza lambisca le pagine mentre lo stiamo sfogliando, inoltrandoci nel cuore della silloge. E’ per questo, forse, che la poetessa ha scelto un’immagine edenica nella foto di copertina dove due angeli –uno maschio e uno femmina sembrerebbe, anche se gli angeli non hanno sesso- si abbracciano lievemente e si baciano, quasi a costituire un tutt’uno. Le ali dispiegate dei due che riusciamo a intravedere solo in parte “sollevano” lo spettatore verso l’alto con una chiara volontà di innalzare il testo qui contenuto a una ricchezza lirica degna d’analisi.

Del titolo, Voce, colpisce l’utilizzo del singolare che, però, è subito chiarito nella prima e omonima poesia: è la voce-anima taciuta della poetessa equiparata al lento e indistinto fluire di un corso d’acqua del quale con difficoltà si riesce a percepire il rumore che “mossa da un nuovo impeto,/  con vigore, / si rivela a tutti”.

In “Scrivere” Elisabetta Bagli affronta dal suo punto di vista il senso della poetica: “scrivere per comunicare […] scrivere per rappresentare la tua vita […] scrivere per dare un senso ai tuoi sogni […] scrivere per sfogare la tua rabbia […] scrivere anche quando non vuoi […] scrivere per toccare l’esistenza più alta della tua vita”. Il messaggio della poetessa è chiaro: la scrittura, in questo caso la poesia, è un’eterna amica che ci sostiene sempre e alla quale si deve ricorrere come sostegno, riparo e confidente anche nei momenti nei quali la rabbia, la disperazione o la noia ci assalgono.

Nella coloratissima “Chi sono” si respirano profumi variegati e la poetessa si ritrova e si riscopre parte della natura in un’atmosfera panica, circondata dalla Madre Terra di cui è parte che la porta a scrivere: “Sono l’odore della terra/ dopo il temporale, forte, acre”. Perché anche l’odore della terra può cambiare, ci insegna Elisabetta Bagli a seconda della temperatura o delle condizioni meteo. Ma più che questi fattori fisici credo che ciò che la poetessa intenda dire è che gli odori sono e non sono come li percepiamo, a seconda di come ci troviamo, di come ci rapportiamo e sperimentiamo il mondo. La natura è celebrata ampiamente in tutta la silloge come in “Neve”, “Luna piena” o in “8.46”, cronaca di un parto dove il senso di maternità e di forza generatrice riconducono direttamente alla più ampia accezione di natura.

Ci sono versi amari in “Bulimia” dove la poetessa annota “Una dopo l’altra,/ due dita penetrano nella mia gola/ si muovono, insistono sulla lingua,/ scendono ancora più giù./ Finalmente tutto esce,/ come cascata esce. / Mi libero soddisfatta”. Questa poesia non intristisce la raccolta che è pervasa, invece, da un animo profondamente vitale ma serve piuttosto a delineare anche le debolezze del corpo umano, i sistemi che attentano al naturale sviluppo dell’essere. Ciò che colpisce della lirica in questione è la consapevolezza della soddisfazione – oserei dire quasi gioia- dell’atto meccanico e malato che porta l’io poetante a un certo comportamento lesivo per se stessa. Nella lirica la bulimia viene connessa al desiderio di “morire magra” piuttosto a quello di vivere con un aspetto filiforme, ma non credo che la poetessa abbia voluto mandare un messaggio allarmistico. Dalla bulimia si può uscire, con convinzione però.

La poesia di Elisabetta Bagli è positiva, naturalistica, spontanea e molto piacevole. In essa si riscontra anche un invito all’attivismo, a guardare avanti perché alla fine di ogni percorso ce n’è sempre uno nuovo che ci aspetta: “Devo fare di più/ scoprire fin dove posso arrivare”, scrive in “Limiti”.

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona 08/10/2012

 

 

 

Chi è l’autrice?

Elisabetta Bagli, classe ‘70, è romana ma risiede a Madrid. Ascolta la sua voce poetica da poco più di due anni. Nonostante i suoi studi accademici di formazione economica-giuridica, ha sempre amato la letteratura, spaziando dai classici italiani e stranieri ai contemporanei e moderni.

La sua esperienza di vita, che l’ha portata a vivere lontano dalla sua terra natale, l’ha spinta a riflettere sulla sua condizione di donna che, in merito a scelte fatte in accordo alle proprie esigenze, ha perduto il contatto diretto con il suo mondo di origine. Ma lo ha portato dentro di sé. Vive la sua realtà aperta ad accogliere le novità della vita senza dimenticare mai che “è quel che è soprattutto perché è stata”.

Espansiva e cordiale con quanto la circonda, dopo aver cresciuto i suoi due figli fino all’età scolare, ha avuto più tempo per poter ascoltare la sua voce, per alimentare la sua analisi introspettiva, per poter descrivere le sue emozioni, i suoi dubbi, la sua identità mai perduta sui fogli bianchi di quel quaderno che, come una premonizione, le è stato regalato nel giorno della sua laurea. Ora ha deciso di farsi conoscere. Offre al pubblico la sua prima raccolta di poesie con la speranza di poter riuscire a prendere per mano i suoi lettori e portarli all’interno del suo mondo, fatto di vita, di amore, di sguardi.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Gianni Lorenzi, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Gianni Lorenzi

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

GL: Il piacere è mio. Sono un letterato per formazione e passione, laurea in Lettere con specializzazione in stilistica e metrica italiana. Nel corso dei miei studi ho approfondito la conoscenza della linguistica e della retorica e ho amato molto la letteratura latina. Dopo gli studi, molto tempo dopo averli terminati, ho cominciato a scrivere e mi sono appassionato al romanzo letterario, cioè alla letteratura non di genere.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

GL: Ritengo che lo scrittore in definitiva parli sempre di se stesso. Nel mio romanzo ci sono anche degli episodi e delle descrizioni che provengono direttamente dal mio vissuto, naturalmente nel testo compaiono filtrati dall’elaborazione letteraria. Quanto alla seconda domanda, no non sono di questa idea. Per me la letteratura, o meglio il romanzo letterario, è sì un modo (non necessariamente semplice) per raccontare storie, ma è soprattutto l’occasione per procurare delle riflessioni, degli stati d’animo, delle emozioni al lettore e per suggerire approfondimenti su qualsiasi cosa sia in relazione con la sua umanità.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

GL: Tra i miei autori preferiti cito Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Laurence Sterne, Jonathan Swift. Recentemente ho apprezzato anche alcuni scrittori americani come David Forster Wallace, Don De Lillo e Rick Moody. Le correnti e i generi letterari non mi interessano di per sé, in un autore cerco sempre gli aspetti individuali.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

GL: Con grande difficoltà scelgo “La cognizione del dolore” di Gadda. È un romanzo che fa commuovere, fa sorridere, fa ridere, fa pensare. È un testo che – come tutti i testi di Gadda – non ha paragoni in letteratura per modalità di scrittura, sapienza espressiva, capacità compositiva. In molti passaggi, per non dire in ogni pagina, la scrittura è pregna di genialità e turbamento.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

GL: Gli autori che preferisco sono quelli precedentemente elencati. Non so dire quali tra questi mi hanno influenzato e in quale misura. Mi sono però divertito ad inserire dei piccoli tributi ad alcuni di loro in forma nascosta nel romanzo, ma lascio al lettore il gusto di scoprirli.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

GL: Ho pubblicato finora soltanto il romanzo “L’anno della grande nevicata”. Si tratta di un’opera letteraria che intende proporre al lettore numerosi spunti di riflessione e qualche occasione di divertimento. Dietro la finta facciata del romanzo giallo (e dintorni) vuole proporre una parodia di tutto ciò che, nella scrittura come nella cultura e nella vita, segue dei dettami precostituiti. La trama, complicata e rocambolesca, oltre ad appartenere all’intento parodistico del testo, vuole anche fungere da propellente per il lettore moderno, ormai inesorabilmente abituato alla suspense. La scrittura, a volte veloce, a volte attorcigliata, a volte armoniosamente elaborata, conosce vari livelli stilistici e lessicali, al fine di proporre al palato del lettore (che sia dotato di papille gustative) vari momenti di godimento, contrapponendosi clamorosamente alla scrittura piatta, precisa e veloce che caratterizza ormai quasi tutte le produzioni attuali.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

GL: Ritengo che la scrittura sia un fatto personale e quindi individuale.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

GL: No.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

GL: A chi cerca nel romanzo il gusto per la lettura di ogni singola parola, della riflessione, dell’emozione. Non è adatta invece a chi nella lettura cerca l’ansia di scoprire il colpevole.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

GL: In termini generali non penso niente di buono. Credo che l’editoria faccia troppo pochi sforzi per accontentare i lettori esigenti e si accontenti di pubblicare opere rivolte alle masse che riposano sotto l’ombrellone. Credo però che la colpa non sia delle case editrici, ma di un meccanismo più complesso. Avendo pubblicato sotto la forma del self-publishing, non posso rispondere alla seconda domanda.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

GL: Credo di no, almeno secondo la mia idea di scrittore.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

GL: Può essere importante, se il confronto prevede delle affinità di intenti.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

GL: Penso che il fenomeno da te descritto sia una delle componenti ineludibili della scrittura letteraria, la quale, oltre a rapportarsi con il reale e la fantasia esperiti dall’autore, trae spesso grande beneficio dal rapportarsi a tutto ciò che è stato creato da altri autori.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

“Pensieri minimi e massime” di Marcuccio, una recensione tradotta in spagnolo

Tradotta in spagnolo la recensione di Michele Nigro a
Pensieri minimi e massime del poeta Emanuele Marcuccio

 

Sul numero di ottobre (anno 7, n. 86) della rivista on-line internazionale “Suroeste” (pp. 152-155) è stata pubblicata, con traduzione a fronte in lingua spagnola, la recensione del critico Michele Nigro a Pensieri minimi e massime, secondo libro del poeta palermitano Emanuele Marcuccio.

http://issuu.com/suroeste/docs/suroeste_n_86_octubre_2012/153

 

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini

Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti

Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Segue uno stralcio della traduzione pubblicata sulla rivista: «¿Qué función podrían desempeñar los aforismos en la cultura del siglo XXI? Nosotros, los habitantes de esta gran red, rápida e impaciente, llamada Internet, la mendicidad eterna de tiempo para hacer miles de cosas inútiles disfrazados de necesidad, en busca de información liofilizada y clara, hemos perdido el instinto al ocio creativo y a la reflexión edificante. En este contexto, el aforismo, del griego aphorismós, «definición», desempeña un papel importante en la preservación del patrimonio interior del hombre pensante bajo la forma de cortas secuencias de textos independientes y al mismo tiempo de la inseminación del inner space del lector: como una microscópica vida germinal, capturada y leída por el ojo de un hombre neurótico, sino sediento de pequeñas verdades, el aforismo provoca en el alma de aquel que lo recibe una reacción filosófica inesperada que toma fuerza del  poder de la brevedad. Entre una parada de metro y la siguiente, el tiempo necesario para leer, releer y saborear íntimamente un aforismo, está el secreto oculto de la salvación de nuestro pensamiento anestesiado.

Un secreto que Emanuele Marcuccio, autor de la colección titulada Pensieri minimi e massime, demuestra haber aprendido perfectamente, experimentando los efectos de esta antigua técnica de escritura en primera persona, en su propia vida como poeta y pensador…» continua

 

 

“L’anno della grande nevicata” di Gianni Lorenzi, recensione di Lorenzo Spurio

L’anno della grande nevicata

di Gianni Lorenzi

Il mio libro, 2012

Pagine: 208

Costo: 9,50 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

A quale “grande nevicata” si riferisce Gianni Lorenzi con il titolo del suo libro? Alla nevicata che riguardò Firenze nel  1985? O a quella più recente del Febbraio del 2012 che ha colpito tutta la Penisola in particolare le regioni centrali? Ovviamente non lo sapremo mai, per lo meno fino a che non decidiamo di aprire e leggere questo libro. Gianni Lorenzi non è toscano né tantomeno fiorentino ed anzi è nato a Lugano, motivo per il quale dobbiamo scartare subito la prima ipotesi che ci si è fatti sulla “grande nevicata”. Forse anche la seconda. Ma, prima di indagare qual è il riferimento cronachistico –se c’è, ovviamente, perché l’autore potrebbe anche aver inventato tutto- definiamo cos’è questo libro. Si tratta di un’elegante romanzo diviso in numerosi capitoletti interni di limitata lunghezza, ciascuno dotato di un suo titolo introduttivo ed esplicativo. E’ una spy story con una forte componente sentimentale e introspettiva.

La storia si apre con un’atmosfera chiaramente invernale in presenza di neve anche se, come sottolinea l’autore più volte, “non si può dire che la serata sia particolarmente fredda”; ognuno è occupato nelle sue mansioni quotidiane e la descrizione che viene fatta nell’incipit sembra rimandare quasi a una ambientazione corale del tessuto urbano che Lorenzi descrive. Tutto accade come in ogni giorno qualsiasi, senza grandi mutamenti e la neve è solo una cornice per quegli eventi che si ripetono da sempre, inalterati, nel corso della storia dell’umanità: “[l]aggiù nel grande edificio, non si sa dietro quale finestra, risuona un primo vagito; poco più in là un cuore rallenta fino all’ultimo battito: la ruota del ricambio generazionale continua a girare”. Nel complesso, l’idea che il lettore si fa è che si tratti di una dimensione ovattata, un poco sospesa dalla realtà, quasi dormiente silenziata appunto dalla coltre nevosa, macchiata solo da una melodia latina che fuoriesce da un bar. Un uomo, da solo e compostamente, sta consumando qualcosa all’interno di quel bar quasi che al lettore venga da immaginare una nota tela dell’artista Edward Hopper. Di lui ci viene data la descrizione fisica ma, forse, ciò che al lettore più interessa sapere è che “[l]a sua figura è appesantita da un’intera storia, il suo sguardo è carico di avvenimenti recenti, la sua fronte è segnata da lunghe giornate sofferte nell’attesa, nel dolore, nella follia”. E’ questo il punto dal quale inizia la vera storia.

Le pagine che seguono, infatti, sono costituite di brani ricchi di incontri, cene interrotte sul più bello, appuntamenti, momenti vissuti e altri solamente sperati e vagheggiati nella mente, analisi su quanto accade al protagonista e agli altri personaggi. Il narratore osserva: “Da sempre Stefano si vantava di non credere nelle coincidenze, nella predestinazione, nel karma, nello shivaismo e in altre credenze e relative pratiche più o meno à la page, non fosse stato per tutte quelle coincidenze”, ma in realtà accade il contrario e il protagonista è sempre alla ricerca di motivi reconditi dello svolgimento di qualcosa, cause, possibili coincidenze o fatalità. Le vicende che dipartono da questa constatazione fanno quadrato attorno all’analisi di come una storia d’amore nasce, si sviluppa e venga allo scoperto, silenziosamente e in maniera quasi inconsapevole tanto che lo stesso protagonista sulle prime trova difficile da concepire e accettare come possibilità. Il tutto si concentra sui capisaldi di una storia d’amore nata un po’ dal nulla misto a inconsapevolezza che ben presto troverà nemici dai piedi d’acciaio quali la timidezza, la gelosia, il troppo elaborare mentalmente e il poco agire concretamente. Il tutto si infittisce nella dinamica lavorativa, con un direttore spavaldo e che non sa una parola di inglese. Sopraggiungono ricatti, telefonate anonime, strani messaggi, giochi di potere e quant’altro. Un miscuglio di incontri, cene, colloqui e ricerche in anonimato. Love-story e detective-story in una cornice contemporanea, che non ha niente di particolareggiato. Lorenzi con il suo gusto smodato per il dettaglio, per la rievocazione a più livelli della cultura classica e della retorica, ci immette in un circolo vizioso di eventi che si intrecciano, si biforcano e il lettore non può che sentirsi spiazzato per più di metà del romanzo, sebbene il narratore intervenga più volte per guidarlo, esortarlo a seguire il percorso, invogliarlo con delle anticipazioni. Il lettore si perde e quando acquisisce un minimo di comprensione, è lì che si trova spaesato nuovamente. Ci si aspetta un qualcosa di catartico, un momento epifanico, un pivotal moment che possa far “risorgere” la storia, riscrivere gli eventi, dare una vera svolta, ma il lettore dovrà aspettare inesorabilmente sino alle ultimissime pagine del libro.

L’intera narrazione avviene in terza persona con un narratore onnisciente (o “come Dio”) che appunto conosce tutto della storia e la racconta direttamente come se la vedesse scorrere davanti ai suoi occhi. Non solo. Come nell’ampia tradizione del romanzo, il narratore interviene spesso commentando sulla narrazione che sta facendo come quando dice: “Possiamo tuttavia anticipare che la vicenda che sta per essere narrata è cronologicamente anteriore a questa scena e sarà quindi necessario voltare indietro alcune pagine del calendario…”. Queste asserzioni, che hanno la volontà di mostrarsi come indicazioni del narratore al lettore per agevolare la comprensione del testo e aiutare la lettura, finiscono però per mostrarsi poco contemporanee, a volta superflue e ridondanti.  Sinceramente –è un mio personale giudizio- preferisco di più i personaggi che si raccontano direttamente tramite i dialoghi o i propri comportamenti che hanno, piuttosto che il narratore intervenga ogni tanto per tenere a bada il lettore e dirgli, sostanzialmente, “ora ti aiuto a capire/ti anticipo quello che sto per raccontare”. Si tratta ovviamente di due diversi modi di far letteratura, di scrivere un romanzo, con i quali possiamo sentirci più o meno in armonia. Sta di fatto che questa impalcatura trasmette al romanzo un modo di scrivere abbastanza antiquato nel nostro oggi, poco usuale, che sta troppo stretto al lettore, come pure ai personaggi stessi. Nel testo ci sono, inoltre, numerosi riferimenti alla cultura classica, iscrizioni in latino, estratti, modi di dire che, più che impreziosire la lettura, la affaticano rendendola meno agevole e spezzano di continuo la trama principale con evidenti elementi retorici. Una lettura che può essere consigliata, principalmente a coloro che amano il romanzo sperimentale, a quella commistione di generi e forme tutta contemporanea che nasce più come esperimento  che con una vera pretesa letteraria.

 

Lorenzo Spurio

(critico-recensionista)

 

 

Pamplona, 4 Ottobre 2012

 

 

Chi è l’autore?

Gianni Lorenzi nasce nel 1969 a Lugano, figlio di emigranti. La famiglia rientra in Italia in tempo perché cominci le scuole elementari. Dopo la maturità scientifica, una spiccata predisposizione alle humanae litterae e l’amore per il latino lo spingono alla facoltà di Lettere, dove si appassiona alla metrica, alla retorica e alla linguistica. Preparando l’esame di Letteratura Italiana scopre Carlo Emilio Gadda e ne resta folgorato. Si laurea in Stilistica e Metrica Italiana con il professore e poeta vicentino Fernando Bandini, con una tesi sulla metrica dell’Alcyone di D’Annunzio.

Da sempre incline verso gli interessi umanistici (proverbiali le sue performance nei compiti in classe di latino al liceo), ama leggere romanzi ed è interessato alla linguistica.

È un proficuo e veloce produttore di sonetti scherzosi ma metricamente ineccepibili, che sforna a ritmo di catena di montaggio per qualsiasi occasione. Appassionato di musica (jazz ma non solo) suona la chitarra da tutta la vita e si sta cimentando con la tromba.

È fermamente convinto che la letteratura debba evitare gli automatismi della produzione seriale e cercare sempre una qualche originalità, senza per questo dover essere di rottura o troppo sperimentale. Tra i suoi autori preferiti rientrano Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Abraham Yehoshua.

 

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“Il nascondiglio dell’anima” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Anna Scarpetta

Il nascondiglio dell’anima

di Anna Maria Folchini Stabile

Libreria Editrice Urso (2012)

 

Recensione di Anna Scarpetta

 

“II nascondiglio dell’anima”, è la raccolta di poesie di Anna Maria Folchini Stabile. Una poetessa con uno stile molto raffinato, si nota subito nell’esposizione delle sue belle immagini che, dal suo profondo sentire, lei, riesce a elaborare con straordinaria razionalità e analisi, trascrivendo sulla carta versi emblematici, ricchi di pura bellezza.

Non deve trarre in inganno il titolo, anzi, tutt’altro. Ella, difatti, riesce a tirare fuori dal suo nascondiglio, appunto, l’anima, una poetica molto significativa, di notevole freschezza, con una limpidità di un’acqua cristallina, simile a un piccolo torrente. Difatti, nella poesia: II nascondiglio dell’anima, afferma: “Nascondiglio dell’anima /rifugio del cuore,/oasi nel deserto della quotidianità/bolla/ dove respiro l’ultima boccata d’aria…” (pag.7), sono presente notevoli caratteristiche.

Anna Maria, ci parla di un suo rifugio segreto, da dove attinge, si concentra, rielabora. La memoria è la tematica centrale, prevalentemente, così ricorrente, come il fluire costante dei versi scaturiti dai bei ricordi vivi e nitidi. Invero, la memoria, calda roccia, somigliante ad una fucina accesa, rappresenta, senza dubbio, il punto chiave reale, della raccolta di liriche, così dinamica, piacevole, come risultato finale.

Un vero laboratorio immaginario, aggiungerei, paragonabile, appunto, al nascondiglio dell’anima, dove la poetessa affina il suo verso duttile, arricchito della sua schiva personalità, complessa, ma ricca sempre di nuove belle idee, così straordinarie, in linea coi nostri tempi.

Versi, significativi, che sanno salire pian piano i gradini del mondo, per scalfire meglio intensi valori e riportarli alla luce con la preziosità del suo animo gentile, così attento e riverso negli occhi della magnifica luce, che generosa s’irradia nel mondo. Un mondo, che le riesce meglio a guardarlo, sotto i riflettori della realtà, con le sue dure contraddizioni, coi suoi soffusi mali, assopiti nella notte, con la sua meravigliosa bellezza, che s’apre alla vita, libera, come gentili ali di laboriose farfalle.

In verità, nella poesia “Ulivo”, dai versi molto descrittivi, traspare subito l’immediata acutezza e l’attenta osservazione nella minuziosa figura di quest’albero, mettendo in forte risalto la sua robusta crescita, di foglie che si stagliano verso il ciclo, proprio come se fossero nodose braccia. Ella, quindi, attraverso i suoi versi valorizza l’importanza del frutto dell’olivo, risaltando la grande, instancabile, fatica e sudore dell’uomo; nonché la sua reale ricchezza essenziale come vera fonte di guadagno. La poetessa rafforza meglio questi concetti, nei suoi stupendi versi, dicendo, appunto:”Braccia nodose/vestite di un sussurro verde argento/accarezzano il ciclo senza tempo./Lo stormire delle foglie/racconta/degli uomini,/della fatica, del lavoro/mentre fili di perle ondeggiano al vento,/ricca promessa/di oro verde” (pag.12).

In effetti, grazie alla fervida creatività d’immaginazione, Anna Maria, riesce a sprigionare tante vere, calde, emozioni, dai suoi pensieri, particolarmente, costruttivi nella varietà dei suoi contenuti inestimabili; riportando alla luce il grande attaccamento e il lavoro impareggiabile dell’uomo. Anticamente, già esisteva un rapporto così strettamente affettivo tra uomo-terra ai tempi dei nostri avi, direi ancora oggi questo legame è così presente in distese aree agricole del nostro paese. Una terra sempre più amata e coltivata con instancabile passione, vivo ardore e tanto sudore, per ricavarne, non solo dei sostanziosi frutti per la comunità di mercato, come lavoro reale, ma, anche, come prevalente utilità quotidiana per il sostentamento della famiglia.

Ancora più autentica, si riscopre l’anima vera, di una valida poetessa, quando si confida ai versi, dicendo, nella bella poesia: “La Storia”: “Scriverò il libro,/per raccontare la storia/di tutto ciò che mi hai dato,/della vita vissuta./Avrei iniziato oggi/mentre la sabbia leviga/i margini del tempo …” (pag.19). E’ vero, l’artista, è disposta a scrivere la storia, sa che deve farlo. Nel suo nascondiglio dell’anima c’è anche questa priorità, quella di volere scrivere un libro per raccontare, poi, la sua storia. Ella, desidera farlo, è preparata a questo e, più ci pensa e più si accorge, che la sabbia leviga i margini del tempo. Dunque, intuisce la sottile patina di precarietà che caratterizza il nostro tempo, che non da mai tregua. Anzi, continua a scandire, flemmatico, con le sue ore interminabili, quel reale senso assoluto, di forte usura, nella sua corsa inarrestabile che, poi, lascia indietro ogni cosa.

Nei versi di “L’Acero Rosso” e “L’Albero di ciliegio”, si riscopre una poetessa perdutamente amante della serenità e tranquillità, sempre alla ricerca di uno spazio davvero irrinunciabile, quanto unico e magico, però essenziale, per chi scrive poesie. Anna Maria, lo sa perfettamente, per questi motivi va in cerca dei suoi angoli preferiti, li adora, li scova, per respirarne l’essenza e immergere tutta se stessa, nel profondo della vita e della libertà, per ammirare un ciclo stellato, oppure restare muta, dinanzi ad una donna, distante non troppo per riuscire a vederla, intenta a tagliare tranquillamente il pane sulla sua tavola, con la bontà laboriosa della brava massaia.

Orbene, tutte queste belle osservazioni, sono veri spunti per un modo speciale di intendere e di esprimere una nuova poetica, vera espressione di occhi realistici di un mondo che rimane, costantemente, osservato e descritto nel suo insieme. Nei versi: “L’Albero di ciliegio”, appunto, dice: “Nel giardino/dei cuori/incantati/non entrerò./Mai./ Resterò fuori/in attesa,/spiando/chi solo d’amore/sa vibrare./Io vivo nell’orto tranquillo/dietro la casa/ col ciliegio in fiore”, (pag.27). Ecco dunque l’angolo preferito di Anna Maria Folchini Stabile, che sa descriverlo molto attentamente, con lieve sfumature di autentica, straordinaria, bellezza.

Molto più significati e concreti, direi di notevole interesse, sono invece i versi di: “Pensando a Darwin”, in cui afferma: “Dalla notte del tempo/è custodito gelosamente il segreto/degli uomini/che siamo./Niente è scontato o casuale…. /Netta si staglia la grandezza dell’uomo/che sa riconoscerla.” (pag.31). Invero, la grandezza dell’uomo oggi la si può benissimo scorgere in Darwin geologo, grande studioso, grazie all’avventuroso e coraggioso viaggio intorno al mondo.

Un lungo viaggio, che durò quasi cinque anni, sul brigantino Beagle, in veste di naturalista, toccando le isole Canarie, isole di Capo Verde, Bahia San Salvador e le isole di Galàpagos, poi, ancora, La Nuova Zelanda, Australia, Capo di Buona Speranza e isola di Sant’Elena. Durante queste tappe di viaggio raccolse un’innumerevole varietà inestimabile di campioni, per meglio rafforzare le teorie dei suoi straordinari studi. Egli ebbe modo, così, di conoscere nuova vegetazione, sparsa in distese terre umide, molto stagnanti, dove la vegetazione, unica al mondo, era allora, pressoché sconosciuta; per affermare così la teoria dell’evoluzione, detta anche “Teoria dell’evoluzionista”, come elemento comune, ovvero quel sottile filo conduttore della diversità della vita. I suoi studi e le sue teorie furono confrontati nei grandi, disparati, musei del mondo, oggi sono ancora custoditi e apprezzati, ci danno un’immagine straordinaria, davvero luminosa, di questo noto studioso naturalista.

Di notevole valenza e altrettanto fascino trovo unica la bella poesia “Sciamana”, in cui dice: Comprendere ciclo e terra,/ sospesa a mezzo tra/ aria e oceano,/vestita di colori del sogno/ponte vivo che vola/tra Uomo e Dio…” (pag. 10) .

Va comunque detto che la prima Sciamana è la sibcriana Nadia Stepanova, nata a Burjatija una regione lungo il lago Bajkal, considerato il mare sacro, oggi repubblica della federazione russa. Ci sono poi le sciamane di Tuva, un’antica terra della Siberia, centro meridionale, estesa lungo il confine con la Mongolia. Queste sciamane sono in grado di mettersi in contatto con gli spiriti dell’aldilà e sanno fornire risposte adeguate ad enigmi o sciogliere dubbi che assillano la mente umana. Esse sono dotate di particolari caratteristiche sensitive e innata sensibilità che va oltre alla normale comprensione umana. In alcuni periodi dell’anno si rispettano e si praticano riti particolari per richiamare la protezione degli dei sui raccolti annuali o per invocare pioggia, in casi di siccità. Queste credenze sciamamene, per il bene della collettività, sono tutt’oggi molto diffuse, seguite e praticate presso le comunità di molti popoli.

Orbene, nella poesia “Sciamana” della poetessa è da intendere colei, ovvero se stessa, che con vivo desiderio vorrebbe assurgere a sé tutte quelle grandezze e facoltà necessarie, per arrivare ad un preciso fine o immediato obiettivo come quello di comprendere ciclo e terra, di vestirsi di colori per volare sopra le straordinarie distese tra aria e oceano. Lei vestita di colori da sogno, planando adagio con la sua generosa anima per arrivare lassù nei cicli, oltre l’immaginario, dove risiede Dio.

A mio dire, chi desidera leggere le poesie di Anna Maria Folchini Stabile, dovrà farlo, prefiggendosi, un’attenta, vera analisi delle poesie. In quanto, una rapida o scorrevole lettura, senza soffermarsi per capire, davvero l’anima della poetessa, è sconsigliabile. Altre liriche, di notevole interesse, sono senza alcun dubbio: “L’Età delle regine”, “L’aquilone”, “Via”, “Notte stellata”, “La vita insieme”, “Eventi”, “II mondo in uno sguardo”, “Come eri”, “Pensieri gelati”, “II cuore del poeta”, “Tempi”.

Infine, in cuore marinaio si scorge l’altra faccia di un’autrice introspettiva, che si interroga pensierosa, così tanto desiderosa di scoprire meglio chi sia lei veramente, e, con altrettanta inquietudine, afferma, in “Cuore marinaio”: “L’anima mia/naviga a vista/in un limbo si silenzi/tra scogli di sicurezze/e gorghi di possibilità/ So che ci sei/mio Doppio/mio Angelo mio Altro me,/quando la certezza viene meno/quando nel dubbio/rinunciare è la scelta….” (pag.30). Ecco, un’altra particolarità di un modo di sentire, così avvincente, che risalta fortemente, dentro di sé, la figura del dualismo, che comunque fa parte, nell’insieme, della profonda percezione dell’animo di un poeta. Lei lo avverte, come soltanto veri poeti sanno percepire, intimamente, per poter donare agli altri altre magnifiche poesie, ricche di autentico amore e forte intuito per la libertà, in senso assoluto.

In conclusione, versi plasmati tutti all’insegna d’intense gioie della vita quotidiana, rinnovate altresì da tante belle speranze ancora forti e preziosi sentimenti che sanno vibrano al cuore, lentamente, nuove calde emozioni.

 

 ANNA SCARPETTA

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

Intervista ad Alessandra Paoloni, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Alessandra Paoloni

Autrice di “La stirpe di Agortos”

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

AP: Il piacere è tutto mio Lorenzo e ti ringrazio molto per questa tua intervista. Su di me c’è poco in realtà da dire, tranne che sono una ragazza alla quale piace molto scrivere e che lo fa da quando è bambina. Parole che bene o male tutti gli scrittori ti avranno detto, ma che è una sacrosanta verità universale. Io ho conseguito la maturità classica ed è stato proprio dopo aver finito il liceo che ho iniziato a pubblicare poesie e racconti su giornali e riviste locali. Il “salto” come lo chiamavo, cioè quello di dare alle stampe ciò che la mia mente partoriva, è stato un bisogno che ho avvertito in modo urgente. Non potevo più tenermi dentro la fantasia e le emozioni che provavo scrivendo, ma dovevo condividerla con qualcuno. Resto tutt’oggi una ragazza sognatrice con tanti sogni nel cassetto e tante opere ancora da voler scrivere e perché no, pubblicare.

  

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nei mie libri e nei miei personaggi ci sono io. Nelle mie opere posso dire di essermi scissa, di aver cioè suddiviso le mie emozioni e i miei pensieri e di averli affidati a una certa poesia o a un certo romanzo. Sicuramente l’opera nella quale ho messo di più la mia anima sono I brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I Morti). Quest’opera uscita nel 2008 è una raccolta di poesie monologhi, e lì ho riversato molti dei miei pensieri, e molte delle mie riflessioni personali sull’uomo e sulla realtà in cui vive. E non mi vergogno a dirlo poiché in tutto ciò che scrivo ci sono io o storie che mi sono state raccontate, vissuti di persone a me vicine nei quali sono rimasta coinvolta in prima persona. Pensiamo ad esempio alle due protagoniste del libro “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)”: Anika e Airen mi rispecchiano entrambe perché la prima rappresenta ciò che vorrei essere, ovvero una ragazza risoluta e sicura di sé; la seconda invece è ciò che sono, ovvero la ragazza piena di dubbi e incertezze sul da farsi. Anche qui ho preso alcune mie caratteristiche e le ho “travasate” in loro. La letteratura è un mezzo potentissimo in tal senso: attraverso di essa possiamo addirittura scoprire cose di noi che nemmeno conoscevamo. Mi è capitato spesso che alcuni lettori mi facessero notare cose nei miei libri che mi rispecchiavano, ma per le quali non avevo prestato troppa attenzione. Le storie e la Storia sopravvivono attraverso la letteratura. E’ uno dei modi che l’uomo utilizza per ingannare la morte e divenire immortale.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Ti farò ora dei nomi che poco c’entrano l’uno con l’altro: Emily Bronte, Lovecraft, Tolkien, King, Wilbur Smith, Coelho, Jeanne Kalogridis, Alessandro Baricco (tralasciamo magari i poeti inglesi dell’ottocento che ho sempre adorato). Ciascuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Da come si può evincere da alcuni di questi nomi il mio genere preferito è il fantasy o il fantasy gotico, che poi sono i generi nei quali mi cimento nella scrittura. Attraverso le cornici fantastiche che ricreo mi risulta facile descrivere alcune azioni umane e alcuni particolari comportamenti. E trovo che scrivere fantastico non sia affatto semplice come si può pensare, perché si utilizza prettamente un linguaggio metaforico che non è sempre facile da strutturare.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
AP:
In realtà questa per me è una domanda molto semplice. Il libro che amo e del quale sarei voluta esserne addirittura l’autrice è senz’altro Cime Tempestose della Bronte. Per il linguaggio utilizzato, per i personaggi tormentati, per l’ambientazione. E per quel tocco di gotico e soprannaturale che poi mi ha spinta a imitarlo in tanti miei scritti. I protagonisti lì diventano gli antieroi di se stessi e sono vittime delle loro stesse passioni e dei loro stessi sbagli. E sono dei personaggi per questo immortali. Quando arriverò a scrivere un libro simile allora potrò dire di aver superato me stessa e di aver raggiunto i miei obiettivi.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Di quelli sopra citati è difficile dire chi amo di più, ma posso dire che King mi ha fatta innamorare del gotico e dell’horror. Mentre Tolkien del fantasy. Lo stile di quest’ultimo cerco di adottarlo nei libri della Stirpe di Agortos. Adottarlo non imitarlo, in quanto sarebbe difficile e quasi impossibile. King invece suggerisce uno stile più diretto ma allo stesso tempo attento alle descrizioni, soprattutto quelle psicologiche. Ma confesso che vorrei saper scrivere racconti come quelli di Lovecraft, magari utilizzando uno stile meno pomposo ma comunque visivamente d’effetto.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
AP:
Ho esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I morti)”. Oggi questa raccolta di poesie- monologhi si può trovare su lulu.com. Nel 2009 è uscito il mio romanzo “Un solo destino (Prima Generazione)” e l’anno seguente è stata la volta di “Heliaca, la pietra di luce (Seconda Generazione)”. Il 2011 è stato l’anno in cui la mia attività letteraria si è fermata, e nel 2012 sono tornata all’editoria con “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)” che non è altro che la revisione e la correzione di Un solo destino. Ed è con questo libro che ho utilizzato il nome Elisabeth Gravestone perché ricominciando a pubblicare i romanzi delle generazioni, cambiando quindi editore, grafica ecc ho dovuto anche adottare uno pseudonimo. Scelta della quale non mi pento. Posso annunciare che nel 2013 uscirà il mio nuovo romanzo paranormal fantasy, che sarà edito dalla Butterfly Edizioni, e del quale però non posso ancora svelare nulla.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Sto scrivendo delle Fan Fiction assieme a una mia carissima amica, Elisabetta Baldan, che è anche la mia grafica ufficiale; sua infatti è la stupenda copertina de La Stirpe di Agortos.  Scrivere a quattro mani comporta un lavoro psicologico diverso, perché è qualcosa che condividi non solo con il lettore ma anche con l’altro scrittore. Vi è un approccio diverso in questo caso. Quando scrivo un romanzo mi chiudo nella mia camera e mi isolo dal mondo, sviscerando me stessa. Quando collaboro con qualcuno il lavoro è diverso, in quel caso ci si divide il compito, a volte anche le azioni e i personaggi. Lo schema di scrittura è differente, ci si raffronta di continuo sul testo. Parallelamente alla mia scrittura vorrei continuare quella delle fan fiction. Se consiglio agli scrittori di provare a scrivere un testo a quattro mani? Perché no…basta solo trovare la persona giusta e la sintonia giusta. Il resto viene da sé.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

AP: Internet è uno strumento essenziale oggi per diffondere i propri scritti, e come molti altri scrittori mi sono ricreata uno spazietto tutto mio, un blog. Mi potete trovare qui: http://paolonialessandra.blogspot.it/ .

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?
AP:
A lettori che amano soprattutto spaziare con la fantasia, e che amano come me ricercare nei testi dei messaggi nascosti. Non c’è una fascia d’età alla quale le mie opere sono indirizzate. In genere i personaggi che descrivo, anche se inseriti in un contesto fantastico, mantengono la loro umanità e non sono eroi dai poteri particolari, ma persone come noi nelle quali il lettore potrà facilmente riconoscersi.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
AP:
L’universo dell’editoria è mutato rispetto a qualche anno fa e continuerà a mutare. Basti pensare al boom degli ebook e a quello dell’auto-pubblicazione. Oggi un autore, anche se si vede rifiutato da una casa editrice, può sempre ricorrere al “fai da te”. Ci sono molti siti che lo permettono. Pubblicare adesso è molto più semplice di come si faceva un tempo. Il problema resta quello della diffusione. Internet aiuta, ma in questo caso serve anche qualcuno che ci dia una mano e per questo penso sempre che un editore, piccolo o medio- piccolo che sia ma che lavori bene, serva sempre. Un editore dovrebbe sostenere i suoi autori e aiutarli nella diffusione, cercare per loro riviste giornali blog e quanto altro. Fino ad ora ho lavorato con tre case editrici differenti, piccole e medio piccole. Con le grandi, devo essere sincera, non ho mai provato. Credo che per lavorare con nomi come Mondadori o Longanesi si debba avere un colpo di fortuna, ma da come l’esperienza mi ha insegnato in questi anni la fortuna un uomo se la crea anche da solo. Sto facendo gavetta e mi sto divertendo un mondo. C’è un gruppetto di persone che mi segue, organizzo presentazioni a modo mio e contatto blog e siti. Sono soddisfatta comunque di come stanno andando le cose.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
AP:
Non ho mai partecipato a corsi di scrittura ma mi piacerebbe molto per confrontarmi e misurarmi non solo con gli altri ma anche con me stessa. Fino ad ora ho sempre fatto tutto da sola, scrivendo tra le quattro mura della mia stanza, senza nessun supervisore. Mi piacerebbe però apprendere delle nozioni di scrittura magari da parte di scrittori già noti e in questo modo crescere. Mentre i concorsi a mio avviso sono importanti soprattutto per mettersi alla prova. Io stessa partecipo a parecchi concorsi online di racconti e poesie, e mi cimento anche in generi diversi esclusivamente per esercitarmi. Perché poi dall’idea di un racconto breve può nascere quella di un romanzo, chissà…

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
AP:
E’ importante raccontarsi a vicenda i propri trascorsi soprattutto in campo editoriale. Conosco molti autori emergenti ed esordienti, ma più che parlare di stile e linguaggio nei quali ciascuno lavora ancora per trovare una propria dimensione, ci confrontiamo sulle esperienze avute con le differenti case editrici. O sulla scelta di auto-pubblicarsi. Leggo anche molti autori emergenti ed esordienti perché è bene mantenersi al passo e conoscere chi come me coltiva lo stesso sogno.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: E’ difficile scrivere qualcosa che non sia stata già raccontata prima. L’originalità, da me sempre ricercata, è difficile da ritrovare. Credo che lo scrittore odierno debba distinguersi per il fatto di saper riprendere un espediente, un personaggio ecc della tradizione in maniera però originale, in modo da fare sua questa materia nota e celebre. L’arguzia di un bravo narratore sta proprio qui: saper stupire utilizzando materia letteraria già nota. Mescolare le carte come se fosse la prima volta che uno scrittore affronta quel tema. E’ difficile ma non impossibile. 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E RIPRODURRE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Un fiorentino a Sappada” di Massimo Acciai

E’ uscito presso la casa editrice Lettere Animate il libro di racconti fantastici dal titolo “Un fiorentino a Sappada” di Massimo Acciai, poeta, scrittore e animatore culturale.

Il libro si apre con una prefazione scritta da Lorenzo Spurio. 

 

Descrizione del libro: 

FORMATO : 15X21

ISBN : 978-88-97801-34-4

PAGINE : 100

GENERE : NARRATIVA /FANTASY

DISPONIBILE ANCHE IN EBOOK : lafeltrinelli.it

I nove racconti contenuti in questo libro sono ambientati e scritti a Sappada tra il 2006 e il 2012, durante le vacanze estive dell’autore, ospite di un amico. Si tratta di storie fantastiche, in qualche caso specificatamente horror o di fantascienza: l’elemento che le accomuna è la fusione di uno scenario reale – il paese di Sappada, sulle Dolomiti bellunesi – e del fantastico, del soprannaturale, del futuribile. Il libro vuole essere un omaggio ad un luogo alpino incantato che non può non ispirare la scrittura in chi già la pratica da diversi anni: un luogo che solletica il sogno e la fantasticheria, con le sue montagne antiche e maestose, le case e la gente che sembra venire direttamente da un passato remoto che però si è bene integrata col presente. Così Sappada ospita, nella fantasia, paradossi spazio temporali, inquietanti apparizioni, e può essere addirittura trasportata su un altro pianeta sconosciuto.

 

Per acquistare l’opera clicca qui: http://www.lettereanimate.com/eshop/index.php?route=product/product&product_id=72

E’ uscito il nuovo numero della rivista Euterpe dal tema “Potere e povertà”

Buonanasera,
comunichiamo che il nuovo numero della rivista è appena uscito (entro pochissimo sarà caricato il pdf sul sito, http://www.rivista-euterpe.blogspot.com).

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, Monica Fantaci, Giuseppina Azzena, Gilbert Paraschiva, Damiano Maccarrone, Dunia Sardi, Emanuele Marcuccio, Massimo Acciai, Monica Minnucci, Sunshine Faggio, Ivan Pozzoni, Paolo Annibali, Antonio Chisari, Alessandro Dantonio, Flavio Scaloni, Monica Fantaci, Anna Alessandrino, Mauro Biancaniello, Antonella Santoro, Angela Crucitti, Gennaro Tedesco, Mario Di Nicola, Paolo D’Arpini, Patrizia Chini, Fiorella Carcereri, Cristina Lania, Mariapia Statile, Dario Ramponi, Nadia Marra, Martino Ciano, Elisabetta Polatti.
Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “L’intercultura”. I materiali dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@virgilio.it entro e non oltre il 10 Gennaio 2013.

Link diretto per accedere al pdf scaricabile contenente il numero della rivista: http://www.segretidipulcinella.it/euterpe5.pdf 

“Flyte & Tallis”, il nuovo saggio di critica letteraria di Lorenzo Spurio

Famiglia, religione e guerra. Un’analisi comparativa di due grandi romanzi inglesi a cura di Lorenzo Spurio

(COMUNICATO STAMPA)

 

Lorenzo Spurio non è nuovo a pubblicazioni che pongono al centro dell’interesse testi della letteratura inglese unanimamente riconosciuti come magistrali: in Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011) analizzava la storia della povera Jane scritta da Charlotte Brontë in chiave comparativistica offrendo una serie eterogenea di vedute sulla storia che si sono raccolte nel corso del tempo per mezzo dei numerosi prequels, sequels e rivisitazioni. In La metafora del giardino in letteratura (Faligi Editore, 2011 – scritto con Massimo Acciai), l’autore rifletteva, invece, sull’immagine, sul topos e sulla metafora del giardino in una grande carrellata di testi della letteratura italiana e straniera. Con questa nuova pubblicazione, Flyte & Tallis, Spurio fornisce al lettore un ampio commento critico su due grandi romanzi della letteratura inglese: Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh ed Espiazione di Ian McEwan ponendo particolare attenzione a una gamma di tematiche che l’autore va ricercando e analizzando parallelamente tra i due romanzi.

Marzia Carocci nella sua prefazione osserva: “Lorenzo Spurio ripercorre fedelmente i vari passaggi dei due romanzi riuscendo a identificare il senso, le particolarità, i caratteri e i contorni dei personaggi e dei luoghi. Nella descrizione l’autore imprime il proprio pensiero senza mai evadere i concetti e le astrazioni che i due libri esprimono”.

L’autore fornisce, inoltre, un’adeguata spiegazione della trama dei due romanzi, una parte dedicata ai rimandi letterari ad altre opere, un apparato bio-bibliografico dei due autori e una traduzione di un saggio su Espiazione scritto da Brian Finney, docente universitario statunitense.

“Spurio quindi analizza, smembra, spiega e fa riferimenti ai fatti con una precisione che regala al lettore la sensazione di assistere in prima persona al “filmato” di parole che egli, attraverso una scrittura fluida e mai astrusa o complicata, riesce a esprimere”, annota la Carocci nella sua prefazione al libro.

 

  

SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: Flyte & Tallis

Sottotitolo: Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione: Marzia Carocci

Genere: Critica letteraria

Editore: Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1

Numero di pagine: 143

Costo: 10 €

Link diretto per l’acquisto: http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

E’ uscito il nuovo numero della Rivista “Segreti di Pulcinella” (n°39)

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella, avente come tema “La crisi”. Il numero, particolarmente corposo nella quantità dei materiali, è composto da racconti, poesie in italiano e in lingua, recensioni di film e di libri, rubriche di arti figurative e filosofia e si apre con due editoriali, uno firmato da Alessandro Rizzo, vice-direttore della rivista e l’altro firmato da Andrea Cantucci, redattore della rivista.

 

Nella rivista sono presenti testi di:  Massimo Acciai, Lorenzo Spurio, Andrea Cantucci, Alessandro Rizzo, Marco Bazzato, Giuseppe C. Budetta, Luisa Bolleri, Niccolò Maccapan, Fiorella Carcereri, Iuri Lombardi, Monica Fantaci, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Simona Marchini, Luca Mori, Gilbert Paraschiva, Nazario Pardini, Ivan Pozzoni, Dunia Sardi, Francesco Vico, Mihela Zanarella, Pierangela Castagnetta, Aurelian Sorin Dumitrescu, Codruta Dragotescu, Lucia Dragotescu, Marius Viorel Girada, Manuela Léa Orita, Ioana Livia Stefan, Sandra Carresi, Sara Rota, Flavia Pacini, Antonella Pedicelli, Mario Gardini, Gennaro Tedesco, Paolo D’Arpini, Apostolos Apostolou, Vito Tripi.

 

Si ricorda che il prossimo anno la rivista compirà i suoi primi 10 anni di attività letteraria e che per celebrare questa ricorrenza è stato organizzato il Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella” di cui in rivista si può leggere il bando. Per chi fosse interessato a scaricare il solo bando comprensivo di scheda di partecipazione in formato pdf, il link di riferimento è questo:http://www.segretidipulcinella.it/concorso.pdf

La prossima primavera a Firenze si organizzerà la festa dei dieci anni della rivista dove –speriamo- avremo il piacere di incontrarci (vice-direttori, redattori, collaboratori) e in quello stesso momento si premieranno i vincitori del Concorso.

 Il nuovo numero della rivista – come tutti gli arretrati- può essere letto e scaricato in formato pdf collegandosi al sito: www.segretidipulcinella.it

Il prossimo numero della rivista sarà dedicato al tema “Istruzione” e i materiali dovranno pervenire entro e non oltre il 31-12-2012.

 

LA FOTO CHE E’ LA COPERTINA DI QUESTO NUMERO DELLA RIVISTA E’ UNA PRODUZIONE DI ANDREA CANTUCCI, REDATTORE DELLA RIVISTA SDP.

 

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