“L’anno della grande nevicata” di Gianni Lorenzi, recensione di Lorenzo Spurio

L’anno della grande nevicata

di Gianni Lorenzi

Il mio libro, 2012

Pagine: 208

Costo: 9,50 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

A quale “grande nevicata” si riferisce Gianni Lorenzi con il titolo del suo libro? Alla nevicata che riguardò Firenze nel  1985? O a quella più recente del Febbraio del 2012 che ha colpito tutta la Penisola in particolare le regioni centrali? Ovviamente non lo sapremo mai, per lo meno fino a che non decidiamo di aprire e leggere questo libro. Gianni Lorenzi non è toscano né tantomeno fiorentino ed anzi è nato a Lugano, motivo per il quale dobbiamo scartare subito la prima ipotesi che ci si è fatti sulla “grande nevicata”. Forse anche la seconda. Ma, prima di indagare qual è il riferimento cronachistico –se c’è, ovviamente, perché l’autore potrebbe anche aver inventato tutto- definiamo cos’è questo libro. Si tratta di un’elegante romanzo diviso in numerosi capitoletti interni di limitata lunghezza, ciascuno dotato di un suo titolo introduttivo ed esplicativo. E’ una spy story con una forte componente sentimentale e introspettiva.

La storia si apre con un’atmosfera chiaramente invernale in presenza di neve anche se, come sottolinea l’autore più volte, “non si può dire che la serata sia particolarmente fredda”; ognuno è occupato nelle sue mansioni quotidiane e la descrizione che viene fatta nell’incipit sembra rimandare quasi a una ambientazione corale del tessuto urbano che Lorenzi descrive. Tutto accade come in ogni giorno qualsiasi, senza grandi mutamenti e la neve è solo una cornice per quegli eventi che si ripetono da sempre, inalterati, nel corso della storia dell’umanità: “[l]aggiù nel grande edificio, non si sa dietro quale finestra, risuona un primo vagito; poco più in là un cuore rallenta fino all’ultimo battito: la ruota del ricambio generazionale continua a girare”. Nel complesso, l’idea che il lettore si fa è che si tratti di una dimensione ovattata, un poco sospesa dalla realtà, quasi dormiente silenziata appunto dalla coltre nevosa, macchiata solo da una melodia latina che fuoriesce da un bar. Un uomo, da solo e compostamente, sta consumando qualcosa all’interno di quel bar quasi che al lettore venga da immaginare una nota tela dell’artista Edward Hopper. Di lui ci viene data la descrizione fisica ma, forse, ciò che al lettore più interessa sapere è che “[l]a sua figura è appesantita da un’intera storia, il suo sguardo è carico di avvenimenti recenti, la sua fronte è segnata da lunghe giornate sofferte nell’attesa, nel dolore, nella follia”. E’ questo il punto dal quale inizia la vera storia.

Le pagine che seguono, infatti, sono costituite di brani ricchi di incontri, cene interrotte sul più bello, appuntamenti, momenti vissuti e altri solamente sperati e vagheggiati nella mente, analisi su quanto accade al protagonista e agli altri personaggi. Il narratore osserva: “Da sempre Stefano si vantava di non credere nelle coincidenze, nella predestinazione, nel karma, nello shivaismo e in altre credenze e relative pratiche più o meno à la page, non fosse stato per tutte quelle coincidenze”, ma in realtà accade il contrario e il protagonista è sempre alla ricerca di motivi reconditi dello svolgimento di qualcosa, cause, possibili coincidenze o fatalità. Le vicende che dipartono da questa constatazione fanno quadrato attorno all’analisi di come una storia d’amore nasce, si sviluppa e venga allo scoperto, silenziosamente e in maniera quasi inconsapevole tanto che lo stesso protagonista sulle prime trova difficile da concepire e accettare come possibilità. Il tutto si concentra sui capisaldi di una storia d’amore nata un po’ dal nulla misto a inconsapevolezza che ben presto troverà nemici dai piedi d’acciaio quali la timidezza, la gelosia, il troppo elaborare mentalmente e il poco agire concretamente. Il tutto si infittisce nella dinamica lavorativa, con un direttore spavaldo e che non sa una parola di inglese. Sopraggiungono ricatti, telefonate anonime, strani messaggi, giochi di potere e quant’altro. Un miscuglio di incontri, cene, colloqui e ricerche in anonimato. Love-story e detective-story in una cornice contemporanea, che non ha niente di particolareggiato. Lorenzi con il suo gusto smodato per il dettaglio, per la rievocazione a più livelli della cultura classica e della retorica, ci immette in un circolo vizioso di eventi che si intrecciano, si biforcano e il lettore non può che sentirsi spiazzato per più di metà del romanzo, sebbene il narratore intervenga più volte per guidarlo, esortarlo a seguire il percorso, invogliarlo con delle anticipazioni. Il lettore si perde e quando acquisisce un minimo di comprensione, è lì che si trova spaesato nuovamente. Ci si aspetta un qualcosa di catartico, un momento epifanico, un pivotal moment che possa far “risorgere” la storia, riscrivere gli eventi, dare una vera svolta, ma il lettore dovrà aspettare inesorabilmente sino alle ultimissime pagine del libro.

L’intera narrazione avviene in terza persona con un narratore onnisciente (o “come Dio”) che appunto conosce tutto della storia e la racconta direttamente come se la vedesse scorrere davanti ai suoi occhi. Non solo. Come nell’ampia tradizione del romanzo, il narratore interviene spesso commentando sulla narrazione che sta facendo come quando dice: “Possiamo tuttavia anticipare che la vicenda che sta per essere narrata è cronologicamente anteriore a questa scena e sarà quindi necessario voltare indietro alcune pagine del calendario…”. Queste asserzioni, che hanno la volontà di mostrarsi come indicazioni del narratore al lettore per agevolare la comprensione del testo e aiutare la lettura, finiscono però per mostrarsi poco contemporanee, a volta superflue e ridondanti.  Sinceramente –è un mio personale giudizio- preferisco di più i personaggi che si raccontano direttamente tramite i dialoghi o i propri comportamenti che hanno, piuttosto che il narratore intervenga ogni tanto per tenere a bada il lettore e dirgli, sostanzialmente, “ora ti aiuto a capire/ti anticipo quello che sto per raccontare”. Si tratta ovviamente di due diversi modi di far letteratura, di scrivere un romanzo, con i quali possiamo sentirci più o meno in armonia. Sta di fatto che questa impalcatura trasmette al romanzo un modo di scrivere abbastanza antiquato nel nostro oggi, poco usuale, che sta troppo stretto al lettore, come pure ai personaggi stessi. Nel testo ci sono, inoltre, numerosi riferimenti alla cultura classica, iscrizioni in latino, estratti, modi di dire che, più che impreziosire la lettura, la affaticano rendendola meno agevole e spezzano di continuo la trama principale con evidenti elementi retorici. Una lettura che può essere consigliata, principalmente a coloro che amano il romanzo sperimentale, a quella commistione di generi e forme tutta contemporanea che nasce più come esperimento  che con una vera pretesa letteraria.

 

Lorenzo Spurio

(critico-recensionista)

 

 

Pamplona, 4 Ottobre 2012

 

 

Chi è l’autore?

Gianni Lorenzi nasce nel 1969 a Lugano, figlio di emigranti. La famiglia rientra in Italia in tempo perché cominci le scuole elementari. Dopo la maturità scientifica, una spiccata predisposizione alle humanae litterae e l’amore per il latino lo spingono alla facoltà di Lettere, dove si appassiona alla metrica, alla retorica e alla linguistica. Preparando l’esame di Letteratura Italiana scopre Carlo Emilio Gadda e ne resta folgorato. Si laurea in Stilistica e Metrica Italiana con il professore e poeta vicentino Fernando Bandini, con una tesi sulla metrica dell’Alcyone di D’Annunzio.

Da sempre incline verso gli interessi umanistici (proverbiali le sue performance nei compiti in classe di latino al liceo), ama leggere romanzi ed è interessato alla linguistica.

È un proficuo e veloce produttore di sonetti scherzosi ma metricamente ineccepibili, che sforna a ritmo di catena di montaggio per qualsiasi occasione. Appassionato di musica (jazz ma non solo) suona la chitarra da tutta la vita e si sta cimentando con la tromba.

È fermamente convinto che la letteratura debba evitare gli automatismi della produzione seriale e cercare sempre una qualche originalità, senza per questo dover essere di rottura o troppo sperimentale. Tra i suoi autori preferiti rientrano Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Abraham Yehoshua.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

9 commenti

  1. Non mi trovo d’accordo con la recensione di Lorenzo Spurio, credo che l’autore abbia fatto un’ ironica parodia del genere giallo, e non una Spy Story, trovo inoltre insensato cercare di dare una spiegazione sul titolo dell’opera che è, penso, puramente simbolico. Non è il caso di dilungarsi su, se corrisponde ad una nevicata storica e a quale. Ho amato questo libro dalle prime pagine, l’autore ha ottime capacità narrative e descrittive, apprezzando la voce narrante che accompagna il lettore con ironia colta e irriverente anche un po’ ruffiana, in senso buono ben inteso!

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    • Gentile Cinzia Rolich,
      la mia lettura è personale e si può condividere o meno. Esistono per questo pareri differenti.
      Io ho dato un giudizio critico e se Lei crede che il titolo per un libro non sia significativo, bhè, questo a mio vedere è un grave errore.
      Comunque la saluto

      LS

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      • Visto che tutto si riduce a un titolo, che io ho liquidato in simbolico, per non polemizzare,le rispondo: per me ( non certo per lei ) il titolo di un libro puo’ essere più o meno significativo, nel caso in questione e’ molto significativo e rappresenta la distanza tra la dimensione infinitesimale del singolo ( della sua vicenda non restera’ nella storia se non il ricordo di una nevicata ) nel romanzo rappresentata, oltre che dalla nevicata, anche dalla scena iniziale
        ” a volo d’ uccello ” e, verso meta’ libro, nella scena davanti al Duomo di Milano. Quindi direi un titolo estremamente significativo in un libro che non parla di eventi meteorologici !
        La saluto e le auguro Buon pomeriggio

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      • Salve, è chiaro che il titolo non fa riferimento (credo) principalmente ad eventi metereologici ma a quant’altro e per me resta comunque significativo.. è il filo conduttore dell’intero romanzo che appunto si apre e si chiude così.
        La sua opinione, come pure la mia, è semplicemente una delle tante per cui accettabile e possibile.
        Auguro a Lei un buon pomeriggio

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  2. A mio modestissimo avviso di lettrice che si è sorpresa sin dalle prime pagine della peculiare originalità dello stile con cui è condotta la danza lieve di questo libro, proprio nella maestria nel condurre pian piano il lettore per mano a scoprire quello che poi sarà il finale rivelatore della storia atraverso gli incontri, le supposizioni del protagonista, i suoi incontri fortuiti e quelli cercati, trovo una delle note belle e persuasive di questo libro. Il fascino della lettura sgorga anche dalla minuzia descrittiva dei pensieri e delle parole che non vengono dette, quel minimale andamento musicale della narrazione che solo alle ultime pagine scioglie e dipana dubbi ed incertezze. Quasi in un labirinto di note (ora un sottofondo jazz, ora un più malinconico blues, ora la struggente triste dolcezza di una milonga) ci si incammina con il protagonista verso passi forse davvero già “scritti” e predestinati ed inconsapevolmente seguiti. L’ironia e l’eleganza nel fornirci via via la chiave di lettura di episodi che potrebbero sembrare di per sé slegati ha una sua forza persuasiva. La psicologia di Stefano, che fa delle sue elucubrazioni una specie di corazza per non “intervenire” pienamente nella realtà (ed illudersi di poterla cerebralmente controllare e pianificare) e condurla, invece che affidarsi ad essa, e preferisce una solitaria veste di osservatore della propria vita invece che di protagonista è ben delineata e si attaglia molto bene, sempre a mio modesto parere, a molti uomini d’oggi che spesso esitano sulla soglia di una qualche decisione troppo passionale e coinvolgente, mentre attorno a loro girano figure di donne che magari sbagliano e soffrono ma si gettano a capofitto in una carriera o in un amore.
    . Personalmente nella lievità quasi immateriale dei fiocchi di neve che aprono e chiudono il libro ho visto una simbolica consonanza con una vita, per dirla alla Mogol “Ma che sapore ha una vita mal spesa?…” non pienamente realizzata, che crede di poter giocare le sue carte ed invece resta giocata dal destino e che non ha saputo cogliere l’occasione, per mancanza di leggerezza, che forse le avrebbe ridato “sapore e colore”.

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  3. Romanzo di lettura piacevole, garbato e raffinato, per quel che ne ho potuto vedere. Vi si trova una vivace, profonda ed umoristica descrizione del mondo del lavoro e della mentalità del protagonista. Un acuto spirito d’osservazione trasferisce sulla pagina compagni d’ufficio, direttori generali, donne in carriera e non.
    Una volta iniziata la lettura, non si riesce quasi a staccarsene e questo è un requisito che pochi romanzi possono vantare. Il tutto ottenuto senza indulgere ad eccessi, violenza, horror, ma con la sola potenza evocativa, elegante e scorrevole dello stile. Con riferimenti alla cultura classica e un umorismo inglese e surreale, per di più.

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    • Cara Sabel,
      sono Gianni Lorenzi, l’autore del romanzo. Mi incuriosisce questo tuo commento. Potresti spiegarti meglio? Ritieni che la mia scrittura abbia dei punti di contatto con Carpentier? La cosa mi interesserebbe molto.

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  4. Questo libro vale la pena di leggerlo per intero, si capisce così che non è propriamente un libro giallo/thriller/noir, ma una sottile parodia di questi generi. L’autore sembra non darsi pace del fatto che oggi si possano leggere soltanto storie di omicidi, cadaveri, complotti, misteri, così come non si dà pace del fatto che si debba scrivere secondo delle regole, delle modalità dettate dalla moda. Finge di conoscere queste modalità e di volerle rispettare, ma poi le disattende platealmente. Il bello di questo libro, secondo il mio modesto avviso, è immergersi in questa scrittura e lasciarsi trasportare e divertire.

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