Intervista a Ivan Pozzoni, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Ivan Pozzoni
Autore di “Mostri”
Limina mentis, Villasanta, 2009,
ISBN: 9788895881126

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

IP: Con Mostri cerco di dare soluzione concreta alle difficoltà esistenziali dell’artista, definendone il ruolo sociale e muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua (vagueness) di «mostruosità»: a] mostruosità terrorizzante (attività di creazione di dolore) da mostro/1 (attore di dolore), volta ad eternare i nessi di dominanza/ controllo esistenti, mediante discriminazione, e b] mostruosità terrorizzata (attività di sottomissione al dolore) da mostro/2 (vittima di dolore), destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza/ controllo, mediante «marginalizzazione». Ognuno di noi, in fondo, nel senso etimologico del termine (monere) è mostro, un «[…] avvertimento della volontà degli dei […]», come registra Festo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IP: Non esiste niente di non auto-biografico: tutto ciò che facciamo, e scrivere è un fare (poiein), è auto-biografia. Ogni forma di atto culturale / artistico ha, tra i suoi fondamenti, il contesto auto-biografico dell’autore dell’atto. Essendo autopsia, l’arte non riesce mai ad essere anti-auto-biografica.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IP: Ogni mio tentativo di «parossisticizzazione» della mass culture è attivato col mezzo formale, cinico, di un barocchismo decostruzionista, con un occhio rivolto a Luis de Góngora y Argote, fatto di calembour, ironie, facezie, cadute di stile, abbassamenti di registro, sulla stessa strada dell’insurrezionalismo scanzonato, mai aristocratico, di un Cecco Angiolieri, di un Burchiello, di un Villon, e dell’umorismo medioevale o novecentesco (riviste); al di là di anacronistici riferimenti a Marx e marxismi, miei riferimenti culturali, nell’ostinato tentativo di dare un senso, vivente, alla vuota nozione moderna di «democrazia», sono i francesi (Deleuze – Foucault – Lyotard – Derrida – Guattari – Artaud – Bataille – Barthes), Badiou e Debord, i sociologi (da Bauman a Sennet), oltre all’impianto metodologico della filosofia analitica americana.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IP: Leggo moltissimo: fisiologicamente sono costretto a dimenticare quasi tutto, trattenendo in me alcune influenze inconsce. Di norma, amo ciò che, al momento, sto studiando. Poi me ne dimentico, e amo altro. L’amore non ha confini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

IP: Non ho uno stile. Più che uno stile, ho uno stílo, con cui incido versi/frasi nelle carni e nella roccia.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

IP: La zattera della mia iniziativa artistica, intesa come «non-poesia» e come nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga sulle distese marine della «liquidità» tardo-moderna, muovendosi nei limiti di una weltanschauung artistica totalmente democratica e attenta a sollecitare, nella vita di ogni uomo / artista, la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune; l’atto stesso di scrivere versi sottende, in me, una cartografia razionale molto articolata, mai distaccata dalla ulteriore mia attività di storiografia filosofica e letteraria e basata sull’introduzione di una serie di tre cicli metodologici (poetica storiografica – poetica teoretica – poetica sociologica):

1] Poetica storiografica: a] Underground: storiografia in versi del romanticismo; b] Riserva Indiana: storiografia in versi del simbolismo; c] Versi Introversi: storiografia in versi dell’ermetismo; d] Mostri: storiografia in versi del realismo; e] Galata morente: storiografia in versi del post-modernismo.

2] Poetica teoretica: a] Lame da rasoi: teoresi della disintegrazione; b] Carmina non dant damen: teoresi della flessibilità; c] Scarti di magazzino (in uscita 2013): teoresi dell’emarginazione.

3] Poetica sociologica (antologie): a] Retroguardie: sociologia della sconfitta artistica; b] Demokratika: sociologia della democrazia lirica; c] Triumvirati: sociologia della costruzione di interazioni comunitarie;  d] Tutti tranne te!: sociologia dell’esclusione; e] Frammenti ossei: sociologia della frammentarietà; f] Labyrinthi (seriale): manuale sociografico su voci nuove e/o marginali.

La storia della filosofia, dell’etica e del diritto sono un’altra cosa, un’altra storia.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IP: Penso che sia estremamente difficile scrivere a quattro mani. Se avessi quattro mani, in ogni caso, con due scriverei, con le altre due avrei l’opportunità di grattarmi, esplorare oggetti, fare altre cose istruttive.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IP: Il lettore non esiste. Nessuno legge davvero «poesia», se non è costretto a farlo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IP: Litigo, con affetto.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IP: Odio ogni forma di concorrenza: la cultura è un processo collaborativo (coi morti), mai agonistico; detesto readings e premiazioni, mezzi consumistici costruiti ai fini di solleticare il narcisismo dell’autore tardo-moderno. L’artigiano non ha bisogno di corsi e concorsi: vive su corsi e ricorsi.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IP: È importante, sopratutto, mantenere rapporti con le altre autrici.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IP: Non ne ho idea. Difficilmente leggo «poesia». Mi annoia da morire.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

Intervista a Lorella Fanotti, autrice di “Racconti dietro l’angolo”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a LORELLA FANOTTI
Autore di RACCONTI DIETRO L’ANGOLO
EDITRICE DONCHISCIOTTE , SIENA, 2011
Isbn:978-88-88889-37-5

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

LF: Ho scelto il titolo Racconti dietro l’angolo per anticipare velatamente al lettore le mie intenzioni. Le storie che narro sono semplici, quotidiane; ho cercato di raccontare con l’occhio di chi osserva oltre l’apparenza, che va oltre l’angolo per capire quello che si cela dietro l’evidenza e che sfugge all’osservatore distratto.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

LF: Nel mio libro ci sono storie completamente autobiografiche e storie completamente inventate. Di sicuro in tutti i racconti ci sono io, c’è la mia sensibilità, il mio modo di rapportarmi con la  vita, con i sentimenti, con gli altri. Credo che la letteratura sia un modo non semplice ma efficace di mandare dei messaggi, raccontando quelle che possono sembrare semplici novelle hai la possibilità di far riflettere il lettore su un tema che ti sta a cuore. Spero di essere riuscita a dare ai miei lettori degli input di riflessione. Quello che spero di non aver fatto è “salire in cattedra”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

LF:Non ho fatto studi umanistici e questo credo che sia un  limite importante. Però sono curiosa e se sento parlare positivamente di un autore che non conosco cerco di rimediare. Non ho autori preferiti, mi piace leggere chi parla della gente e lo fa con il cuore. Non mi piace il fantasy, trovo che la vita di tutti i giorni abbia così tanto da raccontare che non vedo la necessità di andare “oltre”. Ho appena terminato Il piccolo naviglio di Tabucchi  e credo che riassuma quello che mi fa apprezzare un libro. Storie di gente comune dentro la Storia, un pizzico di follia e di fantasia, una scrittura particolare. Per la letteratura straniera mi sono imbattuta in alcune scrittrici albanesi contemporanee: Elvira Dones, Ornela Vorpsi, Anilda Ibrahimi che mi hanno conquistato. Scritture asciutte e dirette, storie che con l’incanto narrativo ci raccontano un mondo vicino e sconosciuto. Un’altra autrice straniera che mi piace  è Irene Nemirosky, un’ebrea russa morta molto giovane in un campo di concentramento.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

LF: Invece è facile, l’ho appena tirato fuori dallo scaffale per cercare di farlo leggere a mia figlia. La Storia di Elsa Morante.  Per tutto quello che ho detto prima.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

LF: Posso solo rispondere che ho sempre letto molto, non so dirti chi mi ha influenzato di più. Posso raccontarti che ho cominciato a scrivere per avere un pretesto per conoscere una scrittrice, Elena Gianini Belotti, di cui avevo letto da ragazzina Dalla parte delle bambine. Quando nel 2001 seppi che avrebbe tenuto un corso di scrittura creativa nel mio paese mi sono iscritta per conoscerla. Ho conosciuto Elena, ho frequentato il corso, e non ho più smesso di scrivere.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

LF: Ho pubblicato solo la raccolta Racconti dietro l’angolo. In Italia il racconto non è molto apprezzato, ma è invece un genere che si  adatta al mio modo di narrare e ai miei tempi accelerati. A volte mi capita di leggere dei romanzi che potrebbero stare benissimo in un racconto, dove le frasi vengono tirate come elastici, pur di arrivare a quel tot di battute. I miei racconti sono storie quotidiane a volte autobiografiche, a volte racconti che mi hanno fatto amici, addirittura un paio  sono nati dopo aver letto articoli di cronaca. La prima lezione del corso la Belotti ci disse che quando abbiamo vicino i nonni che potrebbero raccontarci storie incredibili, non ci interessano, siamo troppo giovani per apprezzare. Quando vorremmo  scoprire quelle storie e le nostre radici, non abbiamo più chi ci racconta.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

LF: Ho partecipato a un racconto a sei mani,  dove ogni partecipante scriveva il  punto di vista del suo personaggio. Devo dire che è stato divertente e stimolante, certamente occorre un buon feeling e capacità di accettare un confronto costruttivo.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

LF: Credo che sia adatta a tutti, anche a chi non è abituato a leggere. So che conoscenti non lettori si sono avvicinati al mio libro per curiosità e qualcuno poi mi ha detto “Sono come le ciliegie, ne leggi uno e non puoi fare a meno di leggerne un altro”.  Riuscire  a far leggere chi non ha mai comprato un libro è un bel successo no?

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

LF: Bella domanda! Penso che sia una giungla dove ti dibatti per trovare la strada più semplice e meno pericolosa.  Le grandi case editrici non ti leggono, le piccole ti chiedono soldi, e l’ingenuo esordiente non sa quasi mai se il suo libro vale la carta su cui è stampato. Quando ho deciso di pubblicare il libro non l’ho fatto  perché ero convinta di aver scritto un capolavoro, è rimasto quasi dieci anni  nel pc. L’ho fatto perché volevo che restasse qualcosa di tangibile ai miei  figli, un modo per lasciare qualcosa di me, quindi non ho pensato che una buona distribuzione fosse importante.  La casa editrice è stata estremamente onesta nel dirmi cosa avrebbe o non avrebbe fatto. Ora, con il senno del poi, punterei di più nella distribuzione.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

LF: Anche i premi sono un po’ un business, sinceramente non mi sembra molto corretto dover pagare decine di euro per partecipare a un concorso. Certo sono una maniera per misurarsi, uno stimolo anche alla scrittura, ma per ora ho preferito non entrare in questo meccanismo. Ho partecipato a un solo concorso e il risultato devo dire che è stato positivo. Lo stesso per i corsi di scrittura, ho letto di corsi  con quote di partecipazione molto elevate e che non prevedevano una selezione iniziale. Si può imparare a scrivere se non c’è una dote naturale?

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

LF: A me piace molto confrontarmi con gli altri, anche se ho notato che non è molto apprezzata la sincerità. Sovente ci si nasconde dietro manierismi e recensioni che sono riassunti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

LF: Posso comprenderlo se si tratta di satira, se l’intenzione è palesemente dichiarata, altrimenti non credo che sia utile alla letteratura. Certamente chi scrive deve documentarsi e leggerà testi che parlano di quell’argomento. Per esempio quando ho scritto il racconto “Il professore”, dove c’era un accenno alla guerra di Russia, ho letto Il sergente nella neve di Rigoni Stern, ma il lettore non deve accorgersene, altrimenti si chiama copiatura.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

Jesi, 16/07/2012

E’ uscita l’antologia del concorso “L’arte in versi” – Edizione 2012

L’antologia del Concorso Naz. Le di Poesia “L’arte in versi” 

organizzato da Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, Monica Fantaci, Marzia Carocci, Emanuele Marcuccio, Patrizia Poli, Iuri Lombardi, Annamaria Pecoraro, Luciano Somma, Martino Ciano e Sara Rota.

è stata pubblicata ed  è acquistabile qui: http://ww4.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19078&formato=8676

L’antologia è stata curata da Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, Monica Fantaci. Presenta una introduzione di Lorenzo Spurio, una prefazione a cura di Annamaria Pecoraro e una postfazione di Marzia Carocci.

“Scrivere non è semplice, è un’arte che coniuga versi con le emozioni del cuore. E’ forza espressiva di materializzare quello che sente e vede intorno. Spesso, c`è chi è più motivato e si spinge oltre, tentando di compiere, in pochi versi un volo ad alta quota. Donare quello che siamo, per come possiamo, è oggi un grande compito. C’è chi dice che la Poesia sia morta, ma cade in errore! Questa antologia né la tangibile prova. Le emozioni, animano il nostro essere e noi, animiamo le emozioni! Sicuramente le difficoltà del quotidiano, portano ad essere sballottati, e nella paura di essere sempre in un mare in tempesta, riuscire ad aggrapparsi, a navigare, a cavalcare l’onda giusta, è un cammino denso di esami di coscienza e di forza applicativa di reazione. Il pensiero che avvolge il nostro “Filosofare”, si perde nel Mistero, restando attoniti di fronte a quello che capita.”

(dalla Prefazione di Annamaria Pecoraro)

“Questa Antologia, raccoglie la “voce” interiore di donne e di uomini che attraverso la loro scrittura hanno dato vita a un canto ricco di sentimento, di sincerità dell’anima, un inno al movimento più vero, più eccelso che l’essere umano possa esprimere, il movimento poetico, quella conca sensibile priva di menzogne, di egoismi, di opportunismi, dove si riesce ancora ad essere veri, leali, obiettivi e produttori di pura essenza: l’essenza di una coscienza in evoluzione… ”

(dalla Postfazione di Marzia Carocci)

“Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie” di Ivan Pozzoni, recensione di Lorenzo Spurio

Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie
di Ivan Pozzoni
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2009
Collana: Ardeur
ISBN: 9788895881126
Numero di pagine: 112
Costo: 15,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 «Pozzoni non ci sta a questo gioco all’ipocrisia collettiva che va di moda nel nostro paese, dove si parla di: crisi non-crisi, poesia etica, poesia mitica, fine del realismo, poesia del quotidiano, autobiologia in poesia etc. e chi più ne ha più ne metta. Siamo nella confusione babelica di tutte le lingue e di tutte le maniere» (Giorgio Linguaglossa)

 

Ivan Pozzoni è un uomo che ha poesia nel cuore e che si dedica a questo genere da vari anni. Numerose le sue pubblicazioni di sillogi poetiche e le curatele ad altrettante antologie di poesia. Collaboratore instancabile di varie riviste letterarie e poetiche nazionali e internazionali, è anche Direttore Culturale della Limina Mentis Editore.  Sono qui oggi a parlare della sua silloge Mostri, edita dalla Limina Mentis nel 2009. La poesia non invecchia mai e quindi non ha senso dire che di norma si recensiscono le pubblicazioni più recenti, dato che ne sono seguite diverse dopo questa.

Mi sono trovato in difficoltà nell’articolare un discorso critico su questa ampia silloge di poesie che l’autore ha voluto dedicare ai “Mostri”; niente di supernaturale o di eroico, tutt’altro. I mostri che “zitti zitti/ s’avvicinano” (pp. 23-24) a cui fa riferimento Pozzoni, mi pare di capire, sono nella nostra contemporaneità, celati, dietro l’angolo e si concretizzano nelle paure, nelle ossessioni e nella spregiudicatezza dell’oggi dove le uniche religioni sono il narcisismo e il consumismo.

La poesia di Pozzoni è vivida, materica, viscerale. Rifugge la retorica, gli orpelli, per descrivere in maniera quanto mai metaforica e analogica una realtà preoccupante, spersonalizzante, che ha perduto ormai i valori. Ma è anche una poesia altamente evocativa e poliedrica: pessimista, utopica, delirante, grottesca, inconsueta. E’ tutto questo allo stesso tempo. Risiede proprio in ciò la ricchezza espressiva di Pozzoni e la sua continua capacità di rinnovarsi, di riscriversi, di osservare il mondo da un’altra prospettiva.

In “Per me, scrivo!” è chiarito il destinatario delle sue liriche: non il mondo esterno, non la natura, non la donna amata. Il poeta scrive per se stesso, egoisticamente: “Per me, scrivo/ immergendo/ i miei mille incubi/ nell’acido muriatico,/ dissodando sogni,/ scaricando rogne,/ disinnescandomi” (p. 26).

Evidente l’intento polemico e critico della poesia di Pozzoni, quasi “elettrica” come quella dei futuristi della prima stagione: rifugge il passatismo, il manierismo e la costumanza retorica e classica che anche i nuovi poeti continuano a esprimere con le loro liriche: “denuncio poetiche/ copiate su carta carbone,/ sempre uguali, mansuete,/ innocue, stampate in/ catena di montaggio/ dai nostri giovani letterati”(p. 27). Pozzoni sta dicendo che nella poesia contemporanea non c’è originalità, né sperimentazione e che i nuovi poeti (o quelli che si auto-nominano così), in fondo non sono che copie sbiadite di altri poeti che in altri tempi furono grandi ma la cui poetica, ormai, non è più attuale e conforme alle inclinazioni dell’uomo d’oggi. E’ una denuncia, è una critica, ma è anche una perorazione a cambiare, a svegliarsi,  a rinnovarsi, a crearsi un proprio stile. Ecco perché lui stesso osserva “Nei miei versi/ da coyote arrabbiato/ non dominano interessi/ a stili coerenti” (p. 27). E ancora, l’affondo di Pozzoni: “non me ne/ frega un cazzo” (in “Cinico e bastardo”, p. 33) dove a questi versi segue una lista di cose che al poeta non interessano più o che forse non l’hanno mai interessato. Il suo è un percorso caotico e convulso, un fuggire dalle semplici cose. C’è posto anche al ricordo in questa silloge: “Felice adolescenza,/ consumata in risate,/ scherzi e battute/ […] nelle notti insalubri/ di vodka e bestemmie” (in “Roaccutan”, p. 29)

Ma la poesia di Pozzoni è un panegirico d’analisi critica e polemica dei nostri tempi, imbevuta di un leggero drammatismo. Non c’è un modo particolare per accostarsi ad essa perché il poeta non ha una forma, né un genere “tipo” dal quale parte: la sua, in effetti, è una continua sperimentazione dalla quale nascono costruzioni atipiche e difficili da immaginare: “tasso/alcolico di nuvole” (p. 37), stridenti: “camminando scalzo/ tra rose, e carcasse/ di tonni” (p. 42), che hanno perduto un’identità: “iene senza coglioni” (p. 46) o addirittura che usa a suo modo l’isotopia del sessuale: “Cazzo,/ sabbia di luna/ sodomizzata/ dall’asta immota/ d’una bandiera” (p. 50) che ci obbligano a domandarci se, leggendo queste poesie, manteniamo ancora saldi i piedi su questa Terra. Pozzoni ci fornisce in alcuni tratti un’immagine dissacrante del mondo d’oggi, fondato sulla religione dell’egoismo e del consumismo: “la società del disimpegno/ tenuta insieme, tenuta a bada/ da litri e litri/ di crema abbronzante e di collagene” (p. 47). E’ una società narcisistica che si copre di una patina protettiva e che pure utilizza la medicina ricostruttiva per cercar di mantenere una certa parvenza e di rifuggire l’invecchiamento.

Nella lunga poesia “Apocalisse” che chiude la seconda sezione della silloge dal titolo “Chimere”, incontriamo un Pozzoni irruento e sfiduciato, ma anche debole e privo di speranza che lancia una minaccia che allo stesso tempo è un desiderio: “Quando tutto sarà/ finito manderemo all’aria/ ‘sto mondo di merda,/ e tutti i bastardi/ che ci stanno dentro,/ con la nostra soddisfazione.” (p. 82). Vedremo se Pozzoni ha intuito correttamente quello che sarà il nostro ultimo destino.

 

 Chi è l’autore?

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico.

Collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2012 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente e Carmina non dant damen con Limina mentis, Lame da rasoi, con Joker.

Tra 2009 e 2012 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina mentis), Demokratika, (Limina mentis), Tutti tranne te! (Limina mentis), Frammenti ossei (Limina mentis) e Labyrinthi (Limina mentis) e nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina mentis), I Milesii (Limina mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina mentis), Benedetto Croce (Limina mentis), Voci dal Novecento I II III e IV (Limina mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); come monografie sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press, 2009), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina mentis, 2009) e Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche. I Presocratici (IF Press, 2012).

È direttore culturale della Limina mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Racconti dietro l’angolo” di Lorella Fanotti, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Racconti dietro l’angolo
di Lorella Fanotti                               
con prefazione di Marco Montori
Editrice Don Chisciotte, 2012   –  http://donchi.com/
ISBN: 978-88-88889-37-5
Numero di pagine: 118
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 Aveva preteso di continuare a dividere lo stesso letto
e la notte mi prendeva con cattiveria,
ero una cosa sua da usare e ci teneva a farmelo capire (p. 24).
 
L’hanno messa in un buco sottoterra,
il prete dice che poi l’anima si stacca e va in paradiso, con gli Angeli,
ma intanto l’hanno lasciata in quel buco buio.
Che farà ora la maestra Clelia? (p. 41).

E’ un’assodata realtà che la narrativa breve, nella forma del racconto, in Italia non sia mai stata considerata alla pari della poesia o del romanzo. Una sorta di pregiudizio tutto nostrano (della critica e, forse, dei letterati stessi) che considerano quello che gli americani chiamano short story come una produzione breve, leggera e che vede nella sua concisione proprio la mancanza d’invenzione, di sperimentazione. Una letteratura che almeno in Italia è sempre stata considerata come “seconda” alle altre forme di espressione letterarie. Completamente diversa la situazione in Inghilterra, basti pensare ad autrici come Virginia Woolf, Katherine Mansfield o alle americane Patricia Highsmith o Flannery O’Connor. Unica eccezione nel panorama italiano, forse, solamente Calvino.

Questo libro di Lorella Fanotti è uno dei tanti chiari esempi nella nostra contemporaneità che la supposta “inferiorità del racconto breve” sia un mero pregiudizio, una sorta di leggenda metropolitana che non risponde a verità. Inoltrandoci nella lettura di Racconti dietro l’angolo, l’autrice accompagna il lettore a braccetto in numerosi spaccati quotidiani, episodi del tutto normali ed estremamente variegati. Non c’è niente di fantastico, né di surreale. La scrittura completamente piana, per nulla “accademica” dell’autrice consente al lettore di assaporare le pagine del libro e le varie storie in maniera compulsiva. Concluso un racconto, il lettore è subito pronto ad inaugurane un altro e, quando è consapevole che è giunto all’ultimo, prova un leggero dispiacere.

Questo genere si mostra congeniale a una scrittrice come Lorella Fanotti che fa della sua scrittura un’attenta analisi della realtà umana, con problemi, vicissitudini poco felici, ansie, ripensamenti, dolori. L’autrice si mostra in questo libro come narratrice del quotidiano; lo sguardo, infatti, è sempre posato su quello che accade attorno a lei. L’autrice non dà molta rilevanza a quella che è la Storia ufficiale, fatta di date, episodi, guerre o momenti politici – tranne che in “Incontro a Garibaldi”- proprio per l’espressa volontà di dipingere delle storie che sono private, che appartengono al popolo.

La raccolta affronta molti temi, ma il tutto è sempre finalizzato a sottolineare l’importanza della famiglia intesa come nucleo originario d’amore e di stabilità e soprattutto la difficoltà che ha l’uomo contemporaneo di riconoscerci completamente tale (mariti ossessivi, uomini convinti dalla validità di una “pseudo-setta” religiosa per altro non riconosciuta dalla Chiesa ufficiale, un anziano professore cieco che deve sottostare ai diktat prepotenti della società, una lesbica prostituta).

Pur utilizzando un linguaggio che ha molto del parlato, come in “Il culo delle donne”, questo non risulta mai essere volgare ed anzi, in alcuni punti finisce per rubare al lettore un sorriso in questo cocktail incalzante di cronaca d’oggi che sottolinea debolezze, mancanze, vizi e degenerazioni a più livelli.

E’ una scrittura completamente attuale quella di Lorella Fanotti come lo è il suo frequente riferirsi a Internet che, come sappiamo, può essere un ottimo strumento se utilizzato bene e anche il mezzo d’incontro fortuito di due persone, ma che allo stesso tempo può rivelarsi in una famelica trappola per vittime deboli, inermi, giovani, confuse. E’ ciò che accade ad esempio in “Una mano per chi?”, racconto thriller dagli risvolti agrodolci ma nella dinamica del serial killer quanto mai verosimile e specchio di tragici avvenimenti che spesso sentiamo al telegiornale. Il sesso ne sta alla base. E’ un sesso malato che provoca perversione, stalking, minacce compulsive; un sesso che si realizza attraverso l’abbordaggio in internet e poi l’abbindolamento nella convinzione che  “la chat ogni tanto poteva essere un palliativo per esaudire quei desideri che nessuno avrebbe condiviso in un letto” (p. 78).

Se da una parte la silloge di racconti si manifesta come uno spaccato della società d’oggi, non mancano racconti d’impostazione verista che si riferiscono, invece, a un mondo andato, a una società prevalentemente agricola, a famiglie di campagna dedite al lavoro. Contadini, orfani, poveri, tessitrici, campi da lavoro, matrimoni contadineschi che ricordano quasi alcuni personaggi verghiani.

Complimenti a Lorella Fanotti per questa ricca e variegata silloge nella quale i toni e i temi crepuscolari (malattia, dolore, morte) non riescono a dominare del tutto perché osteggiati da elementi positivi che richiamano il ricordo, la memoria, il passato andato di un’età migliore. In questo percorso, però, la scrittrice mette in scena anche crimini, manie, devianze e stravaganze, perché il mondo è anche questo tanto che in un racconto osserva: “Il giornale era troppo tetro, voleva una rivista, un settimanale” (p.88). Meglio distrarsi e dimenticarsi per un attimo che il mondo è tanto crudele.

 

Chi è l’autrice?

Lorella Fanotti ha sempre trovato piacere nel leggere. La scrittura l’ha coinvolta invece in un secondo momento quando, a partire dal 2001, ha cominciato a partecipare a un laboratorio di scrittura tenuto da Elena Gianini Belotti. In quell’occasione sono nati i suoi primi racconti. Ha continuato poi a scrivere e, negli anni, i racconti si sono accumulati nel cassetto. Sono piccole storie a volte prese dall’esperienza quotidiana, altri esercizi di scrittura partendo da un incipit o da un titolo. Da questa raccolta è nato “Racconti dietro l‘angolo”.

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Pensieri minimi e massime”, collezione di aforismi del palermitano Emanuele Marcuccio. Recensione a cura di Marzia Carocci.

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Marzia Carocci

 

L’aforisma è l’immediatezza di un pensiero, di uno stato d’animo, di una constatazione che porta alla riflessione immediata  portando il lettore al senso compiuto di un’osservazione ricca di essenza. Emanuele Marcuccio, nella sua introduzione alla poesia, sottolinea proprio quanto sia importante questa forma letteraria che è la creazione di un’anima attenta, e da quanto tempo  la forma lirica abbia attirato l’uomo per bisogno di esternare e di celebrare le proprie interiorità.

Egli farà riferimento anche alle varie epoche e ai tanti poeti che ci hanno preceduto, al loro modo di esprimersi con quel desiderio di comunicare attraverso questa forma letteraria.

Gli aforismi di questo poeta ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile, ma ci saranno annotazioni sul dolore, sull’amore, sulla felicità, sulla morte: “Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta”.

Il poeta, in questo contenitore di emozioni, sembra a volte meditare nella ricerca continua di quesiti  a volte  senza risposte, altre con ferma certezza.

L’autore si sofferma su cosa sia il poeta, la poesia, l’espressione lirica, il valore dell’amore, la negazione dell’offesa, l’importanza dell’incipit come padrone dell’apertura poetica che si chiude con l’explicit nella chiusa del verso emozionando il lettore .

“Il poeta modella le parole, le forma e le trasforma, le trasla nel significato e le trasfonde nel significante”.

Marcuccio appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza  in massime per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere.

“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo”.

Il protagonista principale di questo viaggio, resta comunque la poesia, regina indiscussa di emozione e sentimento e il senso di questa, che Emanuele Marcuccio, esalta  attraverso la parola.

Un itinerario dove l’autore contrassegna con un numero i vari aforismi come per catalogare in “regole” quelle osservazioni ben delineate e portate in superficie per esaltare ed elogiare una delle forme letterarie più eccelse; attimi di riflessioni che allargano il campo  ad ampi ragionamenti su un argomento interessante: perché la poesia è presente fino a circa un millennio prima di Cristo, come giustamente annota nell’introduzione Marcuccio? Perché il bisogno di celebrare le proprie emozioni? Come si interpreta la poesia?

In questo libro di “Pensieri minimi e massime”, troverete vari spunti interessanti.

 

 

a cura di Marzia Carocci

21 luglio 2012

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELL’AUTRICE DELLA RECENSIONE. 

Intervista a Cristina Canovi, autrice di “Favole crudeli”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a CRISTINA CANOVI

Autrice di FAVOLE CRUDELI,

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2008

Isbn: 978-88-95881-03-04

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CC: Sono sempre stata affascinata dalla crudeltà implicita nelle favole. Sono cresciuta nella terra della Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, e un implacabile senso del magico, coniugato con dettagli macabri e con prepotenti minacce, hanno costituito il tessuto sul quale si è basata la mia educazione. Le fiabe dei fratelli Grimm, le favole di Fedro ed Esopo e una cronaca nera immaginaria, più che reale, mi hanno fatto buona (o forse cattiva) compagnia per molti anni. Ancora oggi continuo a stupirmi per certi metodi educativi non proprio “montessoriani” e per la spietata crudeltà presente in certa letteratura per ragazzi. Con i miei racconti, vorrei invitare a una riflessione sulla paura, lacerandone miti e contorni, per trasformare uno scomodo disagio in piacere: il piacere di avere paura. Io ci sono riuscita e vorrei condividere questa conquista e questo regalo con i miei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CC: Molte delle storie contenute in “Favole crudeli” sono assolutamente inventate. Altre, invece, come “Colloqui di lavoro”, sono grottescamente vere. Direi che il libro è autobiografico al 50%. Anche in quelli che possono sembrare meri esercizi di stile, come i viaggi allucinatori di “Conservo la tua memoria come un’ovvia polvere di mummia” e “Mesmerismo”, traspare qualcosa di me: una traccia delle letture che mi hanno influenzata, un’eco della mia identità. Sono profondamente affascinata dalla capacità curativa della letteratura. Pur avendo più che una simpatia per la prospettiva emergentista di Eric Kandel, credo nel potere della parola, nelle “Storie che curano”, facendo riferimento al testo di James Hillman (ma qui il discorso diventerebbe estremamente lungo, fino ad arrivare ai racconti terapeutici di Milton Erickson, che hanno rappresentato per me un’importante fonte di crescita). Sono d’accordo con te quando affermi che la letteratura è un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di se stessi. Penso che scrivere sia un modo costruttivo e appagante per contattare la propria natura più profonda, per mettersi in gioco e donarsi agli altri, possibilmente regalando loro qualche momento di svago e di riflessione. Quando leggo un libro che mi piace, istintivamente mi affeziono all’autore, sento per lui un grande affetto. Sarei davvero felice se qualcuno, leggendo i miei libri, ne fosse divertito (oltre che destabilizzato: non dimentichiamo che i miei testi sono molto “neri”) e mi volesse bene”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CC: Premesso che leggo un po’ di tutto (anche se in questi ultimi anni mi sono dedicata prevalentemente a testi di psicologia, ambito nel quale ho di recente conseguito la seconda laurea), in questi ultimi mesi sono stata piacevolmente “catturata” da Chuck Palahniuk. Lo trovo divertente, profondo, sconvolgente, appassionante. Non sono riuscita a smettere di leggere questo autore fino a quando non sono arrivata all’ultima pagina del suo ultimo libro. Adoro il suo stile: pulp, incalzante, irriverente, imprevedibile. Un altro autore che amo profondamente è Oscar Wilde: un innamoramento che ha radici nella mia adolescenza. E, tornando al pulp, mi piace moltissimo Lansdale, che propone un plot horror sempre molto sopra le righe. L’horror è il genere letterario che frequento con maggiore piacere, anche se è difficile trovare autori veramente meritevoli di essere letti. Ovviamente, la mia preferenza va a Stephen King che, nonostante le critiche feroci che lo rincorrono, ha un ritmo narrativo perfetto e una scrittura particolarmente originale (mi riferisco, nello specifico, alla saga western-fantasy della “Torre nera”, ma penso anche a “It” o “Duma Key”). Mi piacciono molto anche autori più “di nicchia”, come il Pennac “nerissimo” della saga dei Malaussène o come il Ray Bradbury della poetica e strana famiglia di “Ritornati dalla polvere”. Non seguo una vera e propria tendenza nelle mie letture. Preferisco accostarmi ad un autore e leggerne l’opera omnia. Posso dirti che non amo il fantasy, ma adoro ugualmente scrittori fantasy come Terry Pratchett e Neil Gaiman. Insomma: sono una lettrice vorace e un po’ atipica. Tra gli italiani, oltre ad autori ormai ritenuti classici, come Calvino e Buzzati, leggo con grande piacere i contemporanei Lucarelli, Ammaniti e Baldini. In tutti questi scrittori trovo sempre un brivido di fondo, una sfumatura noir che passa dal galante allo sfacciato. E adoro Stefano Benni, perché mi diverte in modo intelligente: è irresistibile!

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CC: Questa è davvero una domanda difficilissima! C’è un libro, in effetti, che rileggo ogni anno: è la raccolta di racconti di Roal Dahl “Storie impreviste e storie ancora più impreviste”. Di questo libro amo moltissimo lo stile: perfetto, dosato con perizia quasi chirurgica. La stesura di ogni racconto ha richiesto oltre otto mesi di lavoro. Sono storie davvero imprevedibili, caratterizzate da un umorismo nero assolutamente geniale. Dahl è un autore avvincente anche nella sua produzione per ragazzi: crudele, politicamente scorretto e, in fondo in fondo, anche moralista, come piace a me. A pari merito metterei (anche se, vista la mole, non è frequente oggetto di riletture) un libro completamente diverso: “La vita, istruzioni per l’uso”, di Georges Perec. Mi piace per la sua complessità, per gli spunti di riflessione che offre, per l’umorismo, per l’originalità dello stile e perché, ogni volta che lo prendo tra le mani, mi ci perdo. Per fortuna c’è una pianta della struttura proprio all’inizio del volume!

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CC: Per lo stile mi piace molto Dahl, con i suoi finali a sorpresa, “cattivissimi”, che lasciano spazio all’immaginazione: i racconti di “Favole crudeli” hanno tutti finali inconsueti. Devo ammettere che c’è anche un pizzico di Queneau, dal quale mi sento molto influenzata. Questi maestri mi sono rimasti nel cuore, oltre che nella penna, o meglio, nella tastiera del pc. Sono loro gli autori che amo di più. Insieme a Stephen King eccetera (dei quali ti ho già parlato) e insieme ad altri che non ho ancora ricordato, come Kundera e Poe.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CC: Per quanto riguarda la saggistica, ho pubblicato un testo, da tempo fuori commercio, sul teatro del Grand Guignol (l’horror continua ad essere la mia più grande passione) e, di recente, un saggio sull’intuizione, uscito nel volume collettivo “Intuito e intuizione”, a cura di Giacomo Gatti, edito da Limina Mentis. I titoli si commentano da soli… Per la stessa casa editrice ho pubblicato un romanzo intitolato “Sangue, sapone e camicie di forza”. E’ ambientato nel manicomio di Reggio Emilia, il San Lazzaro, e parla della sofferenza e della follia di una donna di nome Ardilia, che ebbe la sfortuna di incrociare la vita di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, una delle non infrequenti donne serial killer della storia. Mentre la cornice si attiene a fatti di cronaca realmente accaduti, ogni fatto attribuito alla protagonista è frutto della mia fantasia. Questo libro nasce da anni di ricerca e da lunghe e dolorose letture: oltre agli scritti di Alda Merini e ai volumi di medicina, ho consultato anche tanti altri testi realizzati da pazienti manicomiali. Il volume, al di là del titolo inelegante che ho voluto dargli, contiene, nelle mie intenzioni, una scrittura della sofferenza e un invito ruvido e maleducato a guardare dentro il dolore degli altri, a non dimenticarli. Anche qui ci sono spunti horror, che compaiono negli incubi e nei deliri della protagonista, ma c’è soprattutto un’introspezione profonda, anche volutamente fastidiosa a tratti, che intende mettere in luce la disperazione della follia, il dolore tremendo di un’identità che si sgretola. Nel libro ho incluso anche un’introduzione dedicata alla storia della pazzia: è molto breve e molto semplice, si tratta di una tesina che ho realizzato per l’esame di Psichiatria e che, pur essendo estremamente sintetica, contiene i punti chiave dell’argomento, senza annoiare il lettore (spero). Ovviamente, una trattazione estesa richiederebbe qualche migliaio di pagine, ma  esistono già molti testi di questo tipo. Nella post-fazione ho invece ricostruito le vicende giudiziarie della Cianciulli.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CC: Purtroppo non ho mai avuto modo di lavorare insieme ad altri scrittori, anche se mi piacerebbe moltissimo. Credo che sarebbe un’esperienza di scambio e di condivisione insostituibile. Mi è piaciuto tantissimo collaborare al volume di Giacomo Gatti “Intuito e intuizione”: il confronto con Giacomo è stato preziosissimo e molto divertente, anche se non si è trattato, purtroppo, di una scrittura a quattro mani. Trovo che questo tipo di produzione letteraria, quando abbina menti fertili, sia straordinaria. Penso, in particolare, alla coppia Preston-Child: mi piacciono molto i loro thriller! Sono davvero originali e avvincenti.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CC: Innanzitutto ad un pubblico di adulti. Forse il titolo “Favole crudeli” può trarre in inganno, ma il libro contiene testi difficili da “metabolizzare” per un pubblico di bambini. Credo, inoltre, che il mio lettore-tipo debba amare il noir, il brivido, l’inconsueto. Dovrebbe essere disposto ad aprire la mente, a pensare, lasciandosi coccolare e strapazzare, senza trattenere i sorrisi e le lacrime.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana?

CC: Penso che sia un mondo eccessivamente soggetto alla moda. Quando viene pubblicato un libro che mi piace lo acquisto subito, anche se non ho tempo per leggerlo al momento, perché so che può uscire presto dalla produzione e diventare irreperibile. Infatti, se per qualche motivo il successo dell’autore si esaurisce, i suoi libri divengono introvabili. Penso ai libri di Borges, prima che Adelphi li ristampasse: per anni non è stato proprio possibile reperirli. Ritengo, inoltre, che i libri in Italia siano eccessivamente costosi. Come lettrice-feticista, difficilmente prendo i libri in prestito in biblioteca, e acquistare un volume mi impegna un po’ troppo economicamente.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

CC: Sì, penso che i corsi di scrittura creativa possano essere preziosi per perfezionare la tecnica e che offrano ottimi spunti anche per inventare una trama e trovare uno stile personale. Per quanto riguarda premi e concorsi letterari, trovo che siano molto stimolanti e che siano un’eccellente vetrina per gli autori esordienti.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CC: Il confronto con gli altri autori per me è molto importante e anche molto impegnativo, visto che i miei modelli di riferimento sono scrittori affermati, autentici geni della letteratura. Per farti un esempio, per quanto mi dedichi con passione alla scrittura, so che non diventerò mai “brava” come Carlo Lucarelli: la sua tecnica, il suo ritmo sono assolutamente inarrivabili. E’ proprio leggendo che ho provato il desiderio di scrivere. Purtroppo, al momento, non ho rapporti con scrittori in carne e ossa, quindi devo accontentarmi di amici cartacei con i quali confrontarmi.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

CC: Credo che sia inevitabile portare l’impronta di altri scrittori, essere influenzati dagli autori che abbiamo amato: entrano nella nostra memoria e nella nostra storia personale, riscrivono la nostra identità. Quando la citazione non scade nel plagio, risulta lusinghiera per il lettore più attento (pensa a Dylan Dog…). Soprattutto in certi generi letterari molto rigidi e stereotipati, come l’horror o come la fiaba, è impossibile evitare di riscrivere una trama già nota. L’originalità del testo è costituita dallo stile, dall’intreccio e dalla ricombinazione di moduli fissi. Penso anche alla chick lit, che si muove seguendo volutamente i sentieri tracciati da Jane Austen: l’esperienza della lettura può risultare piacevole proprio per l’abbinamento di un intreccio classico con temi della quotidianità, che sfociano in situazioni tragicomiche, con la promessa di un lieto fine, implicito nel genere stesso.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Favole crudeli” di Cristina Canovi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Favole crudeli
di Cristina Canovi
con presentazione a cura di Roberto Baldini
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2008
Collana: Rêverie
ISBN: 978-88-95881-03-04
Numero di pagine: 100
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore

  

La paura è l’attimo in cui perdi te stesso. Il panico è più della paura. E’ la paura della paura. (p. 60)

 Conservo la lucida coscienza della morte imminente: non solo la morte fisica, orrenda, per soffocamento (la più temuta), una lenta agonia, dolore come acido nelle vene, brucia da morire. No, non solo soffocare, ma disintegrarmi: la mia identità non esiste più; rimane solo la coscienza del dolore, la paura, l’assurdità del morire ora. (p. 79)

 

Nella breve nota introduttiva a cura di Roberto Baldini, è chiarito subito il significato di questo titolo “atipico”: il mondo che ci circonda è –anche se non sempre ci si rende conto- pieno di crudeltà. Non solo piccole cattiverie ed egoismi dell’uomo contemporaneo, ma come afferma lo stesso Baldini, “C’è una sottile crudeltà nell’esistenza quotidiana” (p. 5). Il poeta futurista Aldo Palazzeschi, dedicando una poesia ai fiori, non potette fare a meno di sottolineare come anche nella natura floreale e multicolore si celi la perversione, il vizio, la cattiveria. E’ un’impostazione questa che credo Cristina Canovi abbracci con questa ampia silloge di racconti, pensieri e quant’altro. Il libro contiene così una serie di favole “smitizzate”, riviste, ricollocate nella quotidianità spersonalizzante e logorante: ci sono così sogni amari che si tramutano in veri e propri incubi, paure, nevrosi e manie, ma anche desideri e deliri. Il tutto può essere visto quindi all’interno di un’attenta analisi psicologica tra le pieghe dell’io, un campo di ricerca a metà tra l’utopia e la paranoia. Baldini nell’introduzione aggiunge: “Favole crudeli, storie surreali a metà fra immaginazione e realtà, brevi irruzioni dell’assurdo nel mondo reale o del reale nel mondo dei sogni” (p. 5).

Il cantante romano Max Gazzè in una sua recente canzone dal titolo “Storie crudeli” – a suo modo- ha dato voce a questa stessa realtà: le piccole e grandi ingiustizie, prepotenze, cattiverie e crudeltà che ci circondano tanto che anche le favole – territorio sacro all’infanzia- risentono di questa cattiveria dilagante. Il rimedio che propone Gazzè è ottimistico e influenzato da una certa anima lirica che pervade i testi della sua produzione: “non c’è ragione per raccontare storie crudeli/ sulle cattiverie di orchi e fattucchiere/ io racconterei un volo verso il sole/ di fiori bagnati/ quando i ruscelli dissetano i prati”.

Il lettore incontrerà personaggi ambigui, strani, maniaci che e farà quasi difficoltà a non considerarli “pazzi” o “psicolabili” come il bambino di Piedin Faina che –pur essendo molto piccolo – è in grado di essere veramente cattivo nelle azioni, ma soprattutto nei pensieri: “[Al Berselli] piacevamo io e mamma: mamma perché aveva tette giunoniche, io perché facevo cacche e puzze record e alle battutacce grevi ridevo con la cattiveria compiaciuta della mia prima infanzia” (p. 10). L’infanzia del ragazzo è traumatica perché vissuta all’ombra di paure, minacce, e favole tenebrose raccontate dalla nonna per calmarlo e tutto questo funziona negativamente sulla sua psiche rendendolo cattivo, vendicativo e un pericoloso piromane: “La tata diceva che ero un mosto e che prima o poi Piedin Faina mi avrebbe mangiato le dita dei piedi. Mamma, invece, riteneva che fossi un bambino curioso e che, come tutti i bambini, dovevo semplicemente fare le mie esperienze. Smontare gli animali, pestarli, strozzarli, picchiarli era il mio modo di esprimere la creatività tipicamente infantile” (p. 14). Nel racconto è evidente anche un chiaro mal comportamento della madre nei confronti del figlio, sempre pronta a scusarlo o a proteggerlo, anche di fronte alle sue azioni più preoccupanti, mentre il padre è distante e ha paura di suo figlio, che è un mostro. Che la Canovi abbia voluto dire che il complesso di Edipo, l’attaccamento morboso del figlio maschio verso la madre esposto da Freud, possa portare a siffatte situazioni? Mi pare di intuire che è così.

La serie dei personaggi che incontrerete leggendo è multicolore ed eterogenea: un anziano ossessionato con l’allevamento e la cottura di tentacolati, ragazzi che tirano avanti con gli “eroi chimici” (p.53), una vicina “strana” dalla quale stare in guardia che però la protagonista non riesce mai a incontrare (è una prostituta? è una criminale? è una matta? o è semplicemente una persona normale? Non ci è dato di sapere, come neppure alla protagonista stessa), un’arcigna nonna-strega che terrorizza la nipote con orrori, minacce e strane storie.

C’è molto sangue, vomito e puzze varie tra le pagine di questo libro, immagini poco edificanti che, unite a molte altre, ci consegnano una visione amara e un po’ degradante della società dell’oggi, perché si sofferma appunto nel sottolineare le mancanze, le devianze, le debolezze e gli errori dell’uomo. La Canovi ha fatto una scelta personalissima nel dare al lettore riflessioni, pensieri e raccontini che, pur partendo da immagini e situazioni forti (a volte addirittura al limite), hanno la forza di far riflettere e di interrogarsi.

Questa opera è preziosa perché apre di continuo le porte dell’immaginifico, proiettandoci con un piede nel surreale e l’irrealtà, facendoci rimanere, però, con l’altro piede nel mondo reale. I protagonisti, e lo stesso lettore, non sanno se lasciarsi completamente andare a varcare quella soglia o se, invece, forte della sua componente razionale, rimanere con i piedi saldi nel mondo reale, conoscibile, dell’oggi.

Grazie a Cristina Canovi per questo percorso tra vie traverse, tra universi distanti, presenti contemporaneamente per ciascuna persona che sia capace di non prendersi troppo sul serio e lasciarsi andare –almeno per il tempo della lettura del libro- a varcare le porte dell’immaginario.

 

 

Chi è l’autrice?

Cristina Canovi è nata a Reggio Emilia e vive tra Reggio e Cesena. Laureata in Lettere Moderne presso l’università di Bologna (110 e lode!), attualmente insegna italiano, storia e geografia nelle scuole medie. Possiede, al posto di un conto in banca, una biblioteca di oltre tremila volumi e una cineteca personale composta da quasi mille titoli, la metà dei quali horror, genere del quale l’autrice è una grande appassionata. Tra i suoi scrittori preferiti: Roal Dahl, Richard Matheson, Joe R. Raymond, Philip Dick, Rod Sterling, Milan Kundera, Stephen King, Raymond Queneau, Georges Perec, Daniel Pennac, Oscar Wilde, Ray Bradbury, Dino Buzzati, Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini. Tra i registi più amati: Tim Burton, Quentin Tarantino, Woody Allen, Sam Raimi, Peter Jackson.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Edoardo Monti, autore di “Vangelo del cavolo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Edoardo Monti

Autore di Vangelo del cavolo

I libri di Emil, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: C’è bisogno di fare una premessa un po’ dotta. Anche se in genere, in questo paese, si viene educati alla fede cristiana, pochi sanno che nei primi secoli del Cristianesimo il “vangelo” era una specie di genere letterario. Esistevano diversi vangeli (non parlo solo dei famosi apocrifi), ma di essi tutti conoscono soltanto i quattro testi che furono scelti dalla Chiesa, e dunque “canonizzati”. Partendo da tale presupposto, ho voluto scrivere il mio “vangelo”: il quale, essendo mio – e parlando di gente ordinaria, debole, mediocre –, non può che essere “del cavolo”.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Rispetto a chi nega una valenza autobiografica ai propri testi, io faccio esattamente il contrario. Dirò anzi che mi “duplico” in quasi tutti i miei personaggi, nel senso che in ognuno c’è un aspetto della mia personalità. Alla fine, per far questo, la scrittura non è solo un mezzo semplice ed efficace… ma direi piuttosto che è l’unico. Siamo sinceri: in quale altro ambito possiamo esprimere pensieri meschini – o magari anche spregevoli – e affermare: “Non sono io, è il personaggio che lo dice!”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Perché, esistono ancora i generi letterari? Oggi va molto la tipologia del “libro di denuncia”… Ma quando tu, per dire, scrivi un libro contro la camorra, e poi entri a far parte della grande “mafia” italiana – non meno pericolosa – di politologi e intellettuali, non sei molto credibile; o almeno, è ciò che penso io. Quanto al Noir, ci sono autori che leggo e che stimo molto: ma sarebbe anche il caso, da parte degli editori, di spaziare in altri territori, introducendo qualche novità. Questa ossessione per il “nero” inizia a essere noiosa!

Quanto agli autori che prediligo, dato che sono parecchi, mi limiterò ai nomi che in questo momento mi vengono in mente: Pirandello, Cechov, Updike, McBain, Dostoevskij, McInerney, Scerbanenco, Leopardi… Quanto agli autori italiani di oggi, ci metterei senz’altro Ammaniti, la Parrella, e anche Loriano Macchiavelli.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Ne posso dire due? Uno solo è davvero troppo! Sicuramente la Recherche di Proust e Il Principe di Machiavelli. Perché? Il primo è un capolavoro di scrittura e di profondità, il secondo è l’analisi più terribile – e veritiera – mai scritta sul genere umano.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sicuramente alcuni scrittori avranno avuto maggiore influenza, ma in qualche modo preferisco non esserne consapevole, lasciando semmai al lettore il compito di “scovarli”!

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Di norma ascolto tutti i consigli di chi legge i miei manoscritti, ma una scrittura a quattro mani non l’ho ancora mai sperimentata.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: A tutti coloro cui ogni tanto, durante la giornata, viene il sospetto che la nostra vita – con i suoi riti e le sue convenzioni – sia una gigantesca presa in giro (non so se comica o drammatica). Chi mi legge, per un’oretta deve abbandonare i sentimentalismi, e in compenso saper ridere con sana cattiveria…

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Giorni fa, su un quotidiano, stavo leggendo la rubrica delle lettere tenuta da un notissimo scrittore. Rispondendo sull’argomento “piccola editoria” (di cui faccio parte anch’io), confrontandola con quella “grande”, egli affermava che per essere pubblicati dai grossi editori non c’è altra via che quella di esser “segnalati” da qualcuno; una persona, insomma, che conosca il direttore editoriale e che gli dica: “Ci sarebbe questo manoscritto…”. Ovviamente, è chiaro che il manoscritto deve poi piacergli: ma se non segue quest’itinerario, è impossibile che venga letto. Considerando che lo scrittore che tiene quella rubrica viene pubblicato da Mondadori, c’è da credergli sulla parola. Senza dubbio, il piccolo editore non ti fa seguire quell’iter. Ma in compenso, devi poi pubblicizzarti da solo, dal momento che non dispone dei mezzi che hanno i “grandi”.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Quanto ai premi, a esser sincero, ancora non l’ho capito. Per quanto riguarda i corsi di scrittura, io non ne ho mai frequentati, ma ho conosciuto – piuttosto – alcune persone che li tenevano, e devo che la loro mentalità non mi piaceva affatto. Con ciò, non voglio dire che gli insegnanti son tutti così. Ma la cosa quantomeno mi ha dato da pensare.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Lo scrittore è tendenzialmente un essere narcisista, molto geloso di ciò che scrive e sospettoso verso i “colleghi”. Anche se ciò risulta antipatico, è inutile far finta che le cose non stiano così. Non dico che tra scrittori sia impossibile confrontarsi: dico solo che è difficile bucare la loro corazza.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: C’è chi ha detto che in realtà ogni singolo scrittore dà il suo contributo alla stesura di “un unico grande libro”. Chi scrive ha la necessità principale di farsi capire, e quando un’immagine della letteratura del passato è conosciuta più o meno da tutti (ad esempio, l’insetto di Kafka), re-interpretarla – o anche parodiarla – può rivelarsi molto efficace. Specialmente se non è solo un divertissement intellettualistico, come accade nei libri di certi ‘baroni’ ormai affermati.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La metafora del giardino in letteratura”, testo di critica letteraria di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, recensione a cura di Marzia Carocci

“La metafora del giardino in letteratura”
di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai
prefazione a cura di Paolo Ragni
Faligi Editore, 2011
Genere: Saggistica/Critica letteraria
ISBN: 978-88-574-1703-5
Costo: 20 €
 
Recensione a cura di Marzia Carocci
 

Come definire questo libro?

Un itinerario fra i giardini nelle varie epoche, attraverso visioni  di scrittori diversi?

Un atlante istruttivo e dettagliato d’analisi e concentrati di scrupolose notizie?

Un incanto attraverso tante meravigliose menti che hanno descritto luoghi fatati, paurosi, curiosi, tetri, allegri, bui o pieni di luce?

Questo libro è tutto questo.

Un volume, scritto da due giovani e preparati autori; Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, che passo dopo passo, attraverso i loro modi di vedere, ci regalano le loro impressioni in una sorta di commenti ben elaborati ed estremamente delineati da un ottica attenta e critica,  riuscendo a creare veri e propri saggi sull’argomento, saggi che arricchiscono la curiosità nel lettore, proponendo alcune pagine di  testi letterari scritti da autori di opere fantasy e altri testi  scritti da autori di contenuti classici.

Autori come Lewis Carroll, C.S. Lewis, Borges, Dino Buzzati, Anton Cechov ecc..

Sarà un viaggio attraverso i giardini in decadenza, giardini poveri di alberi, di fiori e di verde, giardini sfarzosi e incredibilmente vasti, giardini sterili e di cemento, giardini rigogliosi e prosperi.

Di ogni giardino, ne verrà data visione  attraverso alcuni  passi tratti da romanzi, opere e poesie e analizzata in maniera encomiabile da Spurio e Acciai che identificheranno con precisione e accuratezza,   il simbolismo, l’essenza, il periodo storico, di queste aree verdi dove da sempre sono luogo di amori, nascondigli, estasi, o cupi anfratti, tetre boscaglie o confini per alcuni.

Una lettura che appassiona, che coinvolge e che regala il piacere di saperne di più, perché la metafora del giardino non è altro che la simbiosi fra l’uomo e la natura, la materia e lo spirito, giardini dove, come nell’uomo, si nasconde un dualismo fatto di bene e male, di gioia e peccato.

Vi saranno le descrizioni sugli stili dei vari giardini a secondo delle località e del periodo storico, e quindi riferimenti ai giardini barocchi, inglesi, rinascimentali e non mancheranno  le descrizioni ai giardini paradisiaci come il giardino dell’Eden che nella sua bellezza, nasconde il mistero e  la paura.

Il giardino, che attraverso gli occhi degli autori è sicuramente sinonimo di vita, di germoglio, di percorso, dove a volte vi sono fiori, altre volte recinti, altre ancora fontane; giardini come metafore alla vita e alla sua emozionalità, vite aride come giardini cementati, vite felici come i giardini rigogliosi, esistenze misteriose come i giardini fantastici, bui come l’angoscia, aridi come la solitudine.

Simbolismi e similitudini, in un girotondo di continua morte/vita come lo è la vita di una pianta/fiore o la speranza della vita stessa dopo la morte terrena.

Il giardino emblema di un luogo caro, cercato, costruito e desiderato fin  dall’antichità  come scelta dell’uomo nella funzione di oasi di qualcosa oltre la materia, un luogo dove sognare e sperare, ma anche piangere e chiudersi in solitudine.

Un libro che può dare mille risposte, a secondo di cosa un lettore cerca: conoscenza?, curiosità?, riflessione?.

Senza dubbio Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, ci aprono una finestra nella visione totale di un pensiero e a tante considerazioni che , forse, senza questo libro, non ci avrebbero  neppure sfiorato!.

 

Marzia Carocci

 

Firenze, 11 Luglio 2012

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“Fantasmi” di Matteo Dondi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Fantasmi
di Matteo Dondi
con prefazione a cura di Luca Milasi
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010
Collana: Ardeur
ISBN: 978-88-95881-24-9
Numero di pagine: 58
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 

Così sono gli uomini

E così sono i sogni

Se non son veri

Sono solo fantasmi.

(“Fantasmi”, p. 45)

 

Dopo una prima silloge dal titolo Naos, pubblicata dalla casa editrice romana Il Filo, Matteo Dondi torna con una nuova pubblicazione dal titolo Fantasmi. Il libro che andrete a leggere – libricino, in realtà dato che conta di appena cinquantotto pagine- contrariamente al titolo non ha niente di fantastico, gotico o di ectoplasmatico. Il significato e il senso dell’intera silloge va forse ritrovato in una delle liriche iniziali dal titolo “Déjà vu” dove Matteo Dondi descrive il genere umano attorniato da un velo inconsistente e indistinto, una pellicola di vapore,  un’ombra che vive “nei paraggi delle nostre vite”. E’ in questa simbiosi di materia e di alone immateriale che si realizza l’esistenza umana tra il corporeo e l’aereo, tra il materiale e l’aldilà. “Nell’estasi eterna di un dèjà vu/ Nell’odore acre di desideri bruciati/ Ridendo a crepapelle/ Troviamo la nostra fine” (p.25), conclude Dondi.

Matteo Dondi sintetizza nelle liriche presenti in questa raccolta le sue vedute –principalmente di carattere filosofico e religioso- in una serie di poesie dall’andatura lenta, cadenzata e ritmata. L’intera raccolta si fonda su alcuni temi centrali che poi ritornano in maniere e forme diverse per tutto il libro: il tempo che scorre, il dubbio sull’aldilà, la morte. Non mancano, però, anche riferimenti più concreti al suo vissuto di uomo-scrittore, riscontrabile nei tanti ricordi, episodi di un passato lontano che però restano vividi nella mente del poeta come avviene in “Adolescenza” dove Matteo Dondi imprime: “Beata l’adolescenza/ che tutto accoglie/ e con la piega spavalda/ agli angoli della bocca/ ogni avversità affronta” (p. 46).

Come sottolinea Luca Milasi nella lunga nota introduttiva, la poetica di Matteo Dondi si basa su una pluralità di stili letterari ed è per questo corposa, plurimaterica, difficilmente catalogabile in un genere o in una corrente. Prevalgono i toni mesti e crepuscolari per l’esplicita volontà del poeta di richiamare quell’ “assente sempre presente” che è la Morte e che, dal giorno della nostra nascita, in qualche modo ci avvolge e ci riguarda. E’ forse compito del poeta, acuto esegeta del mondo che gli è toccato di vivere, domandarsi su di essa, forse per esorcizzarla o per tentare di conoscerla meglio e allontanarla da sé. Matteo Dondi utilizza metafore, analogie e costruzioni verbali per far continuo riferimento ad essa: a volte è un’ombra, a volte è l’imbrunire della sera, altre volte un fantasma, altre volte ancora il tutto si semplifica in versi come “In attesa del peggio” (p. 30). Il manifesto della “signora oscura” è forse presente nella lirica intitolata “Gravità= M2” dove quella “m” elevata alla seconda potenza ha una forza doppiamente maggiore. La “m” richiama la malattia, stato patologico dell’uomo che nei casi peggiori o insanabili conduce alla morte, l’altra parola a cui la “m” si riferisce. Ma la cosa più grave, sembra suggerire il poeta, non è la morte in se stessa, ma l’oblio che da essa deriva, la cancellazione dei ricordi, dei momenti, del passato, la dimenticanza, il fare tabula rasa di una persona, della sua esistenza. Nella lirica, infatti, conclude: “Morte, dolore, ancora morte/ Poi oblio” (p. 43).

La silloge, però, rifugge la morbosità e non condivide a pieno una prospettiva completamente pessimista o addirittura allarmista: segnali di positività, di speranza ci sono ed essi sono soprattutto presenti nelle invocazioni a Dio: “Dio fatti presente” (p. 28) o nei ringraziamenti: “Grazie a te o Dio” (p. 48).

 

 

Chi è l’autore?

Matteo Dondi è nato nel 1978. Si è laureato ad DAMS di Bologna con una tesi sul compositore Alessandro Peroni di cui ha curato il catalogo delle opere. Musicista e autore, ha pubblicato varie produzioni discografiche, fondato e militato in numerose band; nel 2003, con il videoclip “She’s still rockin’”, da lui scritto, suonato, diretto e interpretato è giunto in finale al “Premio Videoclip Italiano” (MEI, Faenza). Come critico e giornalista collabora con alcune riviste. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesia Naos (Il Filo Editore, Roma). E’ presente come autore nella raccolta poetica DemoKratika (Limina Mentis Editore, Villasanta).

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Emanuele Marcuccio, poeta e aforista palermitano, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Emanuele Marcuccio

Autore di Per una strada

Sbc Edizioni, 2009

 

a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo del tuo primo libro, Per una strada?

EM: Questo titolo ha un’origine davvero curiosa, ogni volta che lo racconto, sembra un aneddoto, e invece è tutto vero. Era il novembre del 1998 quando scrissi l’omonima poesia, “Per una strada”, mi trovavo per strada, era un pomeriggio e il tempo preannunciava un temporale, d’improvviso mi raggiunge l’ispirazione e io, avendo come unico foglio di carta su cui appuntarla solo il retro di uno spiegazzato scontrino della spesa, la appunto proprio lì:

Per una strada

 

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, la misi da parte, sfuggiva anche a me il suo significato profondo, in seguito capii che, quell’apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l’essenza della mia stessa ispirazione, perché, la mia ispirazione è furtiva e svelta, passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia. Cito un passo della mia introduzione alla poesia, recentemente edita in appendice al mio secondo libro Pensieri minimi e massime: «[…] affinché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci sarà necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione del proprio sentire».

Poi, ho intitolato la mia raccolta Per una strada, proprio perché l’ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull’autobus, etc.

E perché proprio quell’articolo indeterminativo?

Avrei potuto toglierlo e intitolarla semplicemente “Per strada”. Quell’articolo rappresenta la semplicità, l’indeterminatezza, il poter trovare la poesia in tutto, anche nelle cose più semplici e quotidiane, poiché, a mio avviso, una sola è la strada che ci porterà alla poesia e alla sua voce più profonda, quella della spontaneità e della semplicità. Citando un mio aforisma, sempre dal succitato libro, “Ritroviamo e ricerchiamo sempre l’obliato proprio sé fanciullo, perché, solo con gli occhi dell’anima di un bambino si può davvero essere  se stessi e volare alto, anche se camminiamo per una strada spesso irta di ostacoli, problemi e preoccupazioni”. E questo vuole la poesia, uno sguardo semplice ma attento, molto attento e sempre pieno di stupore e di meraviglia.

Infine, c’è un’ultima motivazione o, forse si tratta della motivazione ultima?

Proprio per la presenza di quel “senza fronde” nella poesia “Per una strada”, che ha un significato proprio e metaforico al contempo; con quel “senza fronde” ho cercato di riassumere il sentimento di straniamento e di smarrimento dell’uomo contemporaneo, che si ritrova privo di valori e di qualcosa in cui credere, simile a un albero in autunno, spogliato delle sue foglie. Sorge quindi il bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a Qualcuno in cui credere, prima che anche le radici vengano strappate via dalla tempesta dell’inverno.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Ma io non lo nego, anzi, in ogni mia poesia si può rintracciare un riferimento autobiografico, anche minimo, anche nella più insospettabile, la scrittura in fondo è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto. E la letteratura può essere un modo semplice ed efficace per narrare storie di se stessi e degli altri, pensiamo ad esempio al famoso racconto “La metamorfosi” di Franz Kafka, il segreto è trasfigurare bene il tutto. Scrive, infatti, Marcel Proust nella Rechérche: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso». E, citando anche un mio aforisma, sempre dal secondo libro, “Scriviamo di una realtà come trasfigurata e, nel contempo, cerchiamo di porgere al lettore una speciale lente d’ingrandimento, che trasfiguri e ingrandisca allo stesso tempo”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Il mio genere letterario preferito è sicuramente la poesia, soprattutto come scrittura, gli altri generi preferisco leggerli. La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a emozionare, etimologicamente parlando, riesce a portare allo scoperto (l’anima), parafrasando la mia poesia “Sé e gli altri” da Per una strada, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri.

Leopardi è il mio poeta preferito, per l’infinita e meravigliosa musicalità dei suoi versi. Da lui ho appreso la musicalità e la fluidità del verso, senza fare uso della rima; su più di centotrenta sono meno di cinque le poesie che ho scritto interamente in rima. Quanto mi ha ispirato la musica dei suoi versi e, “L’infinito” è la poesia che preferisco più di tutte, non solo per i suoi versi infinitamente pieni di musicalità, ma, perché vedo questa poesia come un’oasi di speranza lungo il deserto del suo pessimismo cosmico: «Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare.».

Indubbiamente, è il romanticismo la corrente letteraria che mi ha sempre affascinato di più, per quel suo tendere all’infinito, all’assoluto e, il motivo si può ben capire dalla concezione che io ho della poesia.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Per i motivi espressi in precedenza, l’opera poetica di Leopardi, appunto, la raccolta Canti. Come prosa, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, proprio perché ho scritto anche una poesia, ispiratami dalla figura di Lucia (scritta successivamente alla stesura di Per una strada), una poesia molto introspettiva e che non ha nulla di celebrativo, come si potrebbe immaginare. E soprattutto perché, durante la sua lettura, precisamente nel corso del capitolo XXIV, mi sono commosso fino alle lacrime, cosa mai capitatami leggendo un libro, di solito è più facile commuoversi con un film.

Un capolavoro, una delle più grandi creazioni della letteratura universale e, senza dubbio, il più grande romanzo della letteratura italiana.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sono tanti gli autori, soprattutto i poeti, che hanno contribuito a formare il mio stile. Ho iniziato a scrivere poesie nel 1990 e, all’inizio sono stato molto influenzato principalmente da Foscolo, Leopardi e gli stilnovisti, avevo bisogno di modelli da cui partire, queste influenze sono però riconducibili ai vocaboli utilizzati, non all’imitazione del loro stile. I miei poeti preferiti sono: Leopardi, sopratutti, poi Pascoli, soprattutto per la poetica del fanciullino, il fanciullo che c’è in ognuno di noi, e Montale, perché la sua poesia mi affascina e conquista ad ogni rilettura, quasi in una vertigine per i suoi abissi di profondità. Poi, sono rimasto affascinato dalle poesie di Federico Garcia Lorca, lette soltanto nella sua traduzione italiana, a questo proposito, nel ’96, dopo averne letto un’ampia antologia, tra il ’97 e il 2000 scrissi quattro omaggi a Garcia Lorca, in cui ho cercato di imitarne in maniera personale lo stile, e si possono leggere in Per una strada.

LS: Ho visto nella tua nota bibliografica che hai recentemente pubblicato una silloge di aforismi. Quale pensi sia o dovrebbe essere la funzione di un aforisma nella società d’oggi? Perché hai impiegato questo mezzo espressivo?

EM: Sì, si tratta del mio secondo libro Pensieri minimi e massime, una raccolta di ottantotto aforismi e pensieri vari, edita con Photocity Edizioni, scritti dal 1991 al 2012 (per la precisione c’è stata un’interruzione dal 2000 al 2008 ca.). Quarantotto dei quali hanno per tema la poesia e, con un’appendice, una mia introduzione alla poesia.

Allora, perché, oltre a scrivere poesie, scrivo anche aforismi?

Ti rispondo con un aforisma scritto successivamente alla stesura di questo secondo libro: «L’aforisma è la sintetica risposta della prosa alla poesia». Ecco cos’è per me un aforisma, la prosa non è nelle mie corde di scrittura, preferisco leggerla, e l’anima dell’aforisma è la sintesi, così come lo è per la poesia ma in modi e caratteristiche differenti. L’aforisma induce alla riflessione e all’interrogarsi, ecco quale dovrebbe essere la funzione di un aforisma oggigiorno, infatti, i miei aforismi non prediligono la battuta di spirito o il semplice gusto per il calembour.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: No, non ho mai scritto a quattro mani, ma non escludo a priori una mia esperienza futura di questo tipo di scrittura nel campo poetico.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: Certo, non ai lettori che prediligono un certo tipo di poesia, in cui “amore” fa sempre rima con “cuore” ed altre superficialità simili, ma a chi ama la letteratura, soprattutto i classici e, citando dalla recensione curata dal poeta e critico letterario, Nazario Pardini, “[…] il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l’uso anche di un lessico arcaico in particolari nessi letterari, esonda tutto se stesso”. La poesia amorosa c’è in Per una strada (in numero minore) ma non certo quella della citata rima.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Non molto bene, l’unica cosa positiva che ho notato è che il libro è abbastanza distribuito nella librerie on-line, da quest’anno e, a distanza di quasi tre anni dalla pubblicazione, Per una strada è disponibile anche su “amazon.it”.

Penso che sono ben poche le case editrici che promuovono i nuovi autori (precisamente quelli che non sono raccomandati dal politico di turno), sono perlopiù piccole case editrici e sconosciute al grande pubblico. Io dal 2010 faccio anche il curatore editoriale, non certo di SBC Edizioni, ho curato prefazioni a sillogi poetiche curando la pubblicazione di tre raccolte di poesie, la casa editrice è una di quelle medio-piccole, ma molto attenta nei confronti dei nuovi autori, dotati di talento.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Posso parlare secondo la mia esperienza di scrittura di poesie, iniziata nel 1990, penso che poeta non si diventi ma si nasca, quello del poeta non è un mestiere e non si può quindi apprendere in nessun corso di scrittura, la poesia è una passione che si scopre e si coltiva sempre più nel corso degli anni. Un corso di scrittura poetica dovrebbe avere la funzione di mettere in discussione e di confrontarsi direttamente con altri poeti, ma non potrà mai insegnare a scrivere poesie partendo da zero. I corsi di scrittura creativa devono essere considerati dei laboratori per chi già scrive e non per chi vorrebbe farlo.

I premi letterari e concorsi, se organizzati in maniera onesta, come ho avuto modo recentemente di “toccare con mano”, grazie alla mia prima esperienza di membro di giuria, possono contribuire a dare una certa fama presso i critici, ma non sono una bacchetta magica presso i lettori, in alcuni casi, neanche il Nobel per la letteratura lo è.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Per me è molto importante il confronto con altri autori, specialmente quando trovo dei punti di contatto con il mio modo di scrivere e di poetare al punto che, citando un mio aforisma, sempre da Pensieri minimi e massime, “Tra poeti, scrittori, drammaturghi, artisti in genere, è bene che si instauri un rapporto di rispetto e di stima reciproca, mai di concorrenza e senza nessuna presunzione di possedere la verità, purtroppo, oggigiorno è quasi un’utopia.”.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: Come ho detto prima, all’inizio del mio percorso poetico sono stato molto influenzato dai grandi poeti del passato, avevo bisogno di modelli da cui partire. Faccio alcuni esempi da Per una strada: nella giovanile poesia “Il viandante”, del 1990, al verso “E come odo stormir le fronde,” possiamo notare una reminiscenza di un passaggio de “L’infinito” di Leopardi, precisamente, “E come il vento/ odo stormir tra queste piante,”, poi, in un’altra poesia giovanile, il titolo è proprio “Poesia”, del 1991, alla chiusa, si può notare un mio tentativo di imitazione della meravigliosa chiusa de “L’infinito”, quella meraviglia immensa di “Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare.”, che io maldestramente ho tentato di imitarne il suono con “Così, tra questi versi immensi/ gioisce l’animo mio,/ e l’ondeggiar/ mi molce e m’accarezza”. Andando avanti, nel 1994 scrivo “Amor”, scritta in due giorni, mentre mi preparavo agli esami di maturità classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, come per un bisogno fisiologico. Scritta interamente in rima libera, e non si tratta certo di rima baciata, ma di un tipo particolare di rima, la rima incatenata o terza rima, in cui il primo verso rima con il terzo della prima terzina e il secondo verso rima con il primo della seconda terzina e così di seguito, come gli anelli di una catena e il linguaggio che ho utilizzato è quello dell’italiano antico, precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista.

Come si può immaginare, la rivisitazione classica è una componente abbastanza presente nella mia produzione poetica, specialmente fino al 1996 ca., poi, è andata sempre più scemando, fino a ripresentarsi inaspettatamente nel 2006 in “Dolcemente i suoi capelli…”, un mio modesto omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati, scritta interamente in rima, ispirandomi allo sfuggente viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.

LS: Ho recentemente avuto il piacere di curare la prefazione al tuo poema epico-drammatico ambientato in Islanda, un lavoro lungo e faticoso che, tuttora, non hai concluso. Puoi raccontarci come è nata l’idea di adoperarti con un genere letterario così complicato? A che tipo di lettori si rivolge questo testo?

EM: Sì, una magnifica prefazione, grazie infinite!

L’idea è nata dalla visione di una brochure ricca di meravigliosi paesaggi dell’Islanda, una brochure turistica inglese regalatami nel 1989 e che conservo gelosamente. Mi sono documentato su questo paese e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. Ovviamente, c’è anche il desiderio di visitare l’Islanda, è un sogno che ancora non ho potuto realizzare ma, chi m’impedisce di farlo con un mio scritto?

Narrando una storia, servendomi dell’amata poesia, infatti, il dramma è in versi, davvero arduo e impegnativo e lungo quasi un ventennio, proprio perché c’è stata un’interruzione dal 2001 al 2005. Sono quasi al termine della scrittura del quinto e ultimo atto e un amico compositore dal 2010 sta scrivendo le musiche di scena per questo poema, musiche di scena in senso proprio, non un’opera lirica.

Ma perché proprio un dramma in versi?

La poesia fa parte del mio essere, la prosa, come ho già detto, non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un dramma in versi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in genere preferisco leggerla e non scriverla, però, anche in questa possiamo trovare della poesia. La poesia, nella sua accezione più ampia, non è solo quella legata ai versi ma, alla prosa, alla musica e all’arte in genere. Quanta poesia possiamo scorgere ad esempio ne I promessi sposi di Manzoni o, quanta in una canzone di Battisti, come “I giardini di marzo” o, quanta in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo trovare ad esempio nella “Gioconda” di Leonardo o nella “Pietà” di Michelangelo!

Con la scrittura di questo dramma ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Non a caso ho inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, sulla scorta dei grandi poemi epici non ho potuto proprio farne a meno, infatti, il dramma è di argomento storico-fantastico, con alcuni riferimenti all’epica germanica.

Come scrivo in un mio aforisma di Pensieri minimi e massime, “Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.”. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché, così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è questo dramma epico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica possibile. E certamente i lettori di quest’opera dovranno essere dei grandi amanti della letteratura, di miti e di leggende.

 

LS: Recentemente hai pubblicato una raccolta di aforismi dove, con molto piacere, hai inserito una mia nota critica a mo’ di postfazione. Uno dei temi principali di questi aforismi è proprio la poesia, come mai? Dall’altra parte ho trovato degli aforismi a tematica sociale, “impegnati”, se vogliamo. Come possono convivere in una unica raccolta due ambiti tra loro tanto distanti: la letteratura e lo spirito lirico e la società con i suoi problemi e i suoi drammi?

EM: Come mai?

Non poteva essere altrimenti che la maggior parte di questi aforismi (quarantotto degli ottantotto) abbiano per tema la poesia, dal momento che scrivo poesie, mi sono molto interrogato sul senso della poesia e dell’essere poeta scrivendo questi aforismi. Sono stato ben felice di far inserire la tua ottima postfazione e, quanto al politematismo, non c’è da stupirsi, anche Per una strada è una raccolta politematica, non amo il monotematismo, del resto, anche la vita è politematica o, quantomeno, facciamo di tutto affinché lo sia.

Del resto, sforzandoci di fare letteratura cerchiamo di dare voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori e alle sue speranze e, citando Cesare Pavese “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”. La mia aspirazione più grande, infatti, è fare letteratura con i miei scritti, e la letteratura non è mai monotematica.

Grazie Lorenzo per aver letto e attentamente recensito il mio Per una strada e per la proposta di questa intervista!

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

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