“Exiliados: racconti della diaspora”. Il progetto editoriale a sostegno della causa venezuelana con poesie di Hebe Muñoz

Articolo di Lorenzo Spurio

La poetessa italo-venezuelana Hebe Muñoz (italianizzato Hebe Munoz) che vive in Italia, a Parma, da vari anni, è una delle autrice che, mossa da un serio impegno umanitario nei confronti del suo paese natale che porta nel cuore, ha preso parte all’importante iniziativa di Exiliados: racconti della diaspora curata da Irene Nasoni.Si tratta di un avvincente (e necessario, per i motivi relativi alla difesa della memoria storica e dei propri atavici legami) progetto editoriale la cui elaborazione è legata alla modalità di autosostegno da tempo diffusasi nel nostro Paese nota come crowfunding. Viene richiesto, in questo caso, un acquisto preventivo di un totale di duecento esemplari del volume, per poter dar l’avvio al progetto, per far sì che esso materialmente si sviluppi e consenta alle opere ivi contenute di essere stampate, diffuse, lette, recepite da un pubblico che, ci auguriamo, sia ampio. Un post sulla piattaforma Facebook della pagina relativa al suddetto progetto in data 11 giugno u.s. riportava che si era raggiunto l’importante traguardo della prevendita della sessantesima copia. Chiaramente c’è molto altro da fare, si necessita un interesse più ampio tra amanti della scrittura e della causa venezuelana in oggetto, affinché si possa giungere allo sperato quorum che sigilli la natività del progetto. Siamo ora in una vigilia curiosa, in un’età sospesa alla quale tutti, ciascun per ciò che può, è invitato a collaborare al progetto che sposa una causa benefica forse poco nota ma non per questo di minor conto a dispetto delle tante che, sulla carta stampata o sulle reti televisive, forti di grandi marchi alle spalle, riescono ad avere un impatto più diretto ed efficace sull’opinione pubblica.

Exiliados è un volume – che si apre con la prefazione della stessa Hebe Muñoz – che raccoglie al suo interno una serie di foto e di interviste rivolte a circa venti persone che, nel corso degli anni e per motivi differenti, hanno lasciato il Venezuela. Come si legge nella descrizione del progetto, “Attraverso le loro storie si delinea il quadro di un paese ricchissimo di risorse e un tempo anche di benessere, ma oggi vittima di un terribile disastro umanitario”. Tra i vari interventi si segnalano delle poesie della poetessa venezuelana Hebe Muñoz e un acuto intervento della giornalista Rossana Miranda.

Hebe Muñoz (Porto Cabello, Venezuela, 1967), professoressa di Lingue e poetessa, vive a Parma. Sulla sua formazione letteraria ha inciso la presenza del prof. Jerónimo Alayón, docente all’Università Centrale del Venezuela. Per la poesia ha pubblicato Pegasa. Rinata dalle acque / Renacida de las aguas (2016, edizione bilingue), presentato presso il caffè letterario “Le Murate” di Firenze nel 2017 dalla poetessa e critico-recensionista Marzia Carocci ed ESCUDEROS de la Libertad (2018, edizione bilingue), dedicato al suo paese d’origine del quale ha letto alcune liriche al 24esimo Festival Internazionale di Poesia di Genova “Parole spalancate” nell’evento dedicato al Venezuela, assieme ai rinomati poeti Armando Rojas Guardia e José Pulido; il libro è stato poi presentato, sempre nel 2018, presso la Galleria D’Arte Immaginaria di Firenze. Sue poesie sono presenti in varie antologie poetiche tra cui Canto d’amore alla Luna (2015), Mi corazón y tu corazón (2017). Dal 2014 organizza eventi letterari, il primo dei quali, “Triplo senso” è stato elaborato con la collaborazione dell’artista Angelica Colombini e la scrittrice Ivana Grisanti[1]. Ha partecipato e partecipa a iniziative letterarie, incontri pubblici, reading, letture ed eventi multidisciplinari dove l’unica protagonista è la cultura. Recentemente ha preso parte al crowfunding per il progetto umanitario rivolto al Venezuela destinato alla pubblicazione del volume Exiliados. Racconti della diaspora, un libro con fotografie, testimonianze e interviste dove figurano alcune poesie della poetessa.

Rossana Miranda (Caracas, 1982) si è laureata all’Universidad Central de Venezuela; ha lavorato presso il quotidiano El Nacional e la televisione pan-sudamericana Telesur. È divisa tra il Venezuela paterno, per il quale scrive su riviste e quotidiani, e l’Italia materna, dove frequenta un master in Sociologia alla Sapienza di Roma e lavora per il mensile Formiche. Sulla questione venezuelana ha pubblicato Hugo Chávez. Il caudillo pop (2017), scritto assieme a Luca Mastrantonio e, più recentemente, il volume La dissidenza 2.0. Resistenza dei blogger da Cuba alla Cina (2015)[2].

Exiliados è un progetto che ha come finalità quella di raccontare – in prima persona e dal vivo – il dramma umanitario del Venezuela, visto da chi, pur nato in quel Paese del sud-America, si trova ad esso distante, per scelta o per necessità. Il Venezuela, che conta una significativa presenza di italiani e di discendenti italiani (si stima circa 2.000.000 di persone) è una delle nazioni più ricche di risorse dell’intero Pianeta. Quando a scuola si studiavano quali erano i paesi maggiormente ricchi in quanto a fonti di energia, il Venezuela, assieme a vari paesi del Golfo Persico, veniva sempre richiamato per l’importante presenza di giacimenti di petrolio. Eppure, come in molti paesi “ricchi energeticamente” risultano poi poveri “economicamente” e instabili “socialmente”, come la storia insegna, il Venezuela ha, purtroppo, in sé questa antinomia che da decenni la caratterizza. Se negli anni Novanta del Secolo scorso il Venezuela poteva dirsi una sorta di Eden oggi, dopo la forte dominazione chavista (sulla quale per ovvi motivi non intendo esprimere giudizi di merito) dal 2002 al 2013, anno di morte del suo líder máximo e che si protrae sino ad oggi col successore Nicolás Maduro (con un altissimo tasso di recessione, delinquenza militarizzata diffusa, economia del narcotraffico dominante e corruzione diffusa a tutti i livelli), la situazione sociale – quella di un popolo inascoltato e offeso, sottomesso da una spavalda dittatura – è cambiata pesantemente (degenerando), radicalizzando negli ultimi anni le iniquità e le disparità sociali, portando ad aspre lotte intestine, casi di violenza, momenti di guerriglia e di grande confusione (oltre che di profondo impoverimento).

Come viene ricordato nelle pagine che presentano il progetto editoriale Exiliados in forma sinottica “I Venezuelani sono oggi un popolo in fuga dalla propria terra”. Ed è in questo interstizio di nostalgia per il proprio paese, di irrequietezza socio-economica e di profonda difficoltà che il Paese vive che il curatore ha partorito la doverosa idea di raccontare il Venezuela per mezzo dei ricordi della infanzia o dell’adolescenza di chi, nascendo e vivendo lì per un periodo consistente, oggi si trova in Italia (soprattutto in Toscana ma non solo) e guarda con melanconia e sofferenza all’attualità di Caracas, Maracaibo, Ciudad Bolivar, Maracay, Mérida e ai rispettivi barrios, sino alla più piccola vilas: “Per cercare di comprendere cosa si prova a lasciare alle spalle tutta la propria vite e la propria terra, “terra di grazia”, ho incontrato diversi di loro, che vivono tra Umbria, Emilia, Lazio e soprattutto Toscana. Le nuove case, il vecchio paese, un figlio lontano, un permesso di soggiorno sbiadito, un libro universitario, foto sparse sui cellulari. Chi fa vedere la propria laurea in Giurisprudenza, chi racconta di come era la propria casa a Caracas, chi ancora delle partite di calcio allo stadio. Racconti di paure, di speranze e di rinascite. Storie personali che si intrecciano con la storia di una nazione, da cui nessuno se ne sarebbe voluto andare, ma che per necessità, milioni di persone hanno dovuto abbandonare. Storie di migranti come tante: presenti, passate e future”.

Sempre nella descrizione del progetto vengono forniti alcuni dati numerici che ben esemplificano la vastità del fenomeno migratorio che, dal Venezuela e verso tre direttive diverse (altri paesi dell’America Centrale, USA ed Europa), negli ultimi anni si è accentuato notevolmente: è la migrazione di un popolo in fuga dalla violenza, dalla mancanza di democrazia, dall’imposizione del silenzio e dell’istaurazione del partito unico che solo i paesi e le persone che hanno sperimentato sulla propria pelle un periodo di regime totalitario possono, forse, realmente comprendere. Si legge: “Nella recente crisi politica che si è creata in Venezuela, il parlamento venezuelano ha eletto un presidente ad Interim (Guaidò) che, naturalmente, non è stato riconosciuto dall’attuale presidente Maduro. Il nostro paese ha scelto la neutralità per motivi politici, pur di non prendere alcuna posizione. E i mezzi d’informazione italiani, dopo qualche breve articolo, hanno deciso che l’argomento non era poi così interessante, nonostante la previsione dell’Onu che entro la fine del 2019 saranno 5 i milioni di venezuelani in fuga dalla crisi che sta colpendo il paese e dalla dittatura: il 16% della popolazione, una migrazione pari se non superiore a quella dei rifugiati siriani”.

Non viene risparmiato un tono duro e indignato – finanche nella componente poetica – essendo così smisurato e pesante il dolore che, da esuli, si prova nell’assistere pietosi dinanzi allo scempio che quotidianamente si compie nel proprio paese d’origine, lì dove risiedono i ricordi più belli, lì dove si giovava e si è studiato, ora tutto così avvolto miserevolmente dalla polvere, dalla presenza militare, da un linguaggio d’odio e d’indifferenza sociale. Tra le poesie di Hebe Muñoz inserite nel volume figura “Che ne sai tu del coraggio” dove possiamo leggere: “Lasciate la mia infanzia/ fate marcia indietro/ ladri del futuro/ assassini del sole”.

Nella seconda opera poetica (bilingue spagnolo-italiano) di Hebe Muñoz, Escuderos (2018), interamente dedicata al suo popolo e alla sua nazione d’origine – la poetessa dà la voce agli artisti, professionisti, genitori, studenti, lavoratori e ai venezuelani tutti, dotati dei loro scudi colorati impegnati nella battaglia per la libertà del Venezuela. Il libro si apre ed è arricchito dalla lunga nota di prefazione a firma di Antonio José Ledezma Día (sindaco di Caracas dal 2008 al 2015) arrestato nel 2015 dal regime comunista costringendolo due anni dopo alla fuga in Colombia per raggiungere la Spagna, dove oggi vive, e continua a condurre – a distanza – la sua battaglia contro la tirannia di Maduro. I versi di Hebe Muñoz hanno la volontà di rappresentare un sentito omaggio e ringraziamento verso coloro che, con caparbietà e coraggio, combattono giornalmente tale lotta. Nella nota introduttiva del volume la poetessa ha inteso sottolineare in maniera vigorosa quanto ogni singolo combattente (resistente dovremmo dire) che oggi manifesta e s’impegna contro le vessazioni del regime di Maduro sia degno di stima e apprezzamento perché forse proprio da questa massa coesa contro il dominatore potrà nascere una nuova luce: “Escuderos. Gli anziani rimasti nel Paese da soli e con i soldi insufficienti di una pensione sempre più svalutata (che non consente di arrivare neanche alla metà del mese) sono Escuderos. Così come sono Escuderos i loro cari, gli amici, gli espatriati che fanno salti mortali per sostenerli segretamente dall’estero con denaro, medicine o addirittura beni di prima necessità come dentifrici, biancheria intima, detergenti”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 27/06/2020


[1] Una seconda edizione di questo progetto, in difesa dei Diritti del Bambino e dell’Adolescente, tenutosi con la collaborazione dell’artista e fotografa Angelica Colombini e della professoressa di pianoforte Renata Gorla, si è tenuta a Rivarolo Mantovano nel 2019.

[2] Un’interessante intervista a Rossana Miranda sulla questione venezuelana le è stata rivolta a Gennaio 2019 ed è possibile leggerla in rete per meglio comprendere l’intera vicenda e lo stato attuale del Paese: https://www.open.online/2019/01/24/il-venezuela-ha-bisogno-del-sostegno-internazionale-lintervista-di-open-a-rossana-miranda/

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“Almond. Il fiore dei mondi paralleli” di Liliana Manetti e Selina Giomarelli, prefazione di L. Spurio

Almond. Il fiore dei mondi paralleli

di Liliana Manetti e Selina Giomarelli

 

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

giomarelli-e-manetti-almond-il-fiore-dei-mondi-paralleliQuesto libro è in grado di soddisfare gusti letterari differenti perché intreccia vari generi: il fantastico e il romantico. Ci sono, inoltre, passi che fanno riferimento al gotico, al thriller e che terranno i lettori inquieti prima di giungere ai passi centrali in cui la storia letteralmente si dipana, prendendo pieghe che mai ci saremmo aspettati.

Questa esperienza di scrittura a quattro mani di Liliana Manetti, che ha pubblicato recentemente la silloge di poesie “La mia arpa” (Aletti Editore, 2012), e di Selina Giomarelli è un tentativo interessante di scrittura dove è evidente la fascinazione delle due autrici per gli scenari onirici e dichiaratamente fantastici. Non mancano, però, vicende più difficili e tormentate che sfoceranno in agnizioni, periodi di lotta, sequestri, vendette e tanto altro. La forza motrice delle varie vicende è il sentimento e la ricerca della bontà. La narrazione si gioca, infatti, su di una continua lotta tra Bene e Male, condotta da personaggi umanizzati dotati di ali. La cornice che tiene saldi i capi del romanzo è quella di un sogno che sostituisce la realtà sovvertendo come ciascun incursione nell’onirico, le normali leggi fisiche, spaziali, temporali che, invece, governano il nostro essere creature terrestri.

Gli elementi canonici della struttura favolistica descritta e categorizzata dal russo Propp sono presenti, sebbene rivisti e trasposti in questa narrazione dove niente è scontato. Il lettore si scopre coinvolto nella storia quasi da sentirsi partecipe in duelli, inseguimenti e conversazioni spietate. In tutto ciò c’è spazio per l’amore: per la nascita di una storia d’attrazione e di vero sentimento che, però, dovrà passare varie peripezie. In alcuni punti la narrazione è volutamente condensata utilizzando la tecnica della sintesi mentre in altre scene le due autrici si sono lasciate conquistare dal dettaglio, dalla descrizione attenta e meticolosa di quegli attimi.

La lotta tra il Bene e il Male non sarà semplice, come nessuna lotta lo è.

Ci saranno momenti di paura e desolazione, altri di tristezza e di speranza, per poi affondare nel dolore e nel disprezzo. Ma le tenebre esistono solo perché esiste la luce. E così la storia e i personaggi imboccheranno la strada della salvazione che li condurrà a raggiungere la felicità.

Ma siccome le autrici al termine del libro hanno riportato la dicitura “e la storia continua” con abbondanti punti sospensivi, c’è da supporre che i tormenti e i problemi non siano del tutto finiti.

Per il momento, sì. Godetevi questo romanzo, dunque.

 

Lorenzo Spurio

 

02-02-2013

“Il grande bluff” di Iuri Lombardi, recensione di Lorenzo Spurio

Il grande bluff
di Iuri Lombardi
Lettere Animate Editore, Martina Franca (TA), 2013
Pagine: 121
ISBN: 9-788897-801887
Costo: 10€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

untitledConosco Iuri Lombardi da almeno un paio di anni e con lui ho dato vita ad una serie di eventi letterari quali presentazioni di libri a Firenze e ci collaboro anche per mezzo della rivista di letteratura “Euterpe” che dirigo, dove Iuri partecipa sempre con entusiasmo e serietà. Conosco anche tutta la sua produzione più recente, a partire da “La sensualità dell’erba” (Biondi Editore, 2009) passando per “Iuri dei Miracoli” (Photocity Edizioni, 2013 per il quali scrissi la prefazione e curai l’edizione) e “La camicia di Sardanapalo” che è una raccolta di racconti a tutt’ora inedita per la quale ho curato la prefazione e che uscirà nel 2014. Ma dopo “Iuri dei Miracoli”, è uscito un suo nuovo libro di racconti dal titolo “Il grande bluff” (Lettere Animate, 2013) che ho appena terminato di leggere e del quale intendo parlare qui in questa recensione.

Va subito detto che Iuri è portavoce di una nuova letteratura e dal punto di vista contenutistico e dal punto di vista formale e che si configura secondo la mia interpretazione come uno degli autori del nostro panorama culturale più vicini e incalzanti nei confronti dei sistemi di avanguardia letteraria (da non intendere secondo un profilo di critica testuale), perché i racconti di Iuri, pur predisponendo come base una buon bagaglio di elementi biografici, ossia legati al suo reale vissuto, mostrano subito l’elaborazione attenta, la mistificazione e la destrutturazione dei canoni tipici del racconto inteso come genere in sé chiuso e definito. I racconti di Iuri mancano di una conclusività che li rendono di fatto singoli e separati dal tutto (non si travisi quanto si sta dicendo, ogni storia è in sé chiusa), ma ad ogni modo le tematiche che il Nostro propone si intrecciano e si legano in maniera convulsa e inscindibile tanto da creare dei pezzi che hanno un loro significato anche e soprattutto perché relazionati alla silloge. La parte fa il tutto ed ogni parte è necessaria per la costruzione del tutto.

Anche in questa raccolta restano cari all’autore gli episodi di una vita vissuta di notte o di nascosto, tra relazioni amorose svelte, forse deviate e poco razionali, dove è sempre il sesso –quale dio assoluto- a primeggiare nelle sue varie vesti: i rapporti sessuali sono spesso veloci, a volte insoddisfacenti e si realizzano nel momento meno opportuno, ma sono allo stesso tempo dei momenti cruciali, quasi epifanici, per lo svolgimento stesso della storia. Si prenda in considerazione ad esempio il secondo racconto della raccolta dedicato a una pornostar arrivata ai cinquanta anni soffre un momento di debolezza, tanto che finirà per assumere una decisione spietata i cui effetti verranno presentati al lettore con gratuità e un pizzico di cinismo.

Le storie di Iuri sono molto teatrali e, soprattutto, caricaturali e non è un caso che lo stesso autore utilizzi un linguaggio “da scena” come quando parla di ‘atto’, ‘pagliaccio’, ‘palcoscenico’, ‘dramatis personae’ e tanto altro. La vita, nei sui eccessi e nelle sue irrazionalità, è manifestazione di casi umani che Iuri tratteggia con abilità e consapevolezza quali comparse in una tragedia, piuttosto che ombre di una commedia melensa. La teatralizzazione del mondo fatta da Iuri è sempre di carattere per lo più tragico, nefasto: sembra non esserci spazio alla speranza, all’espiazione, alla concessione e tutto precipita spesso nel baratro: morti improvvise, suicidi con barbiturici, tendenze assassine e quanto altro.

E sono prevalentemente tre le anime del “far letteratura” di Iuri che possono essere così esplicitate: 1) la drammaticità/teatralità –si legga a proposito quanto si è testé detto; 2) la religiosità (si badi bene che Iuri utilizza spesso un linguaggio preso in prestito alla religione cattolica e di questo ne è esempio chiarificatore il romanzo-manifesto “Iuri dei miracoli”, ma Iuri protagonista-autore è un uomo non solo laico, ma anche piuttosto irriverente nei confronti di sistemi di pensiero rigidi e dal progetto divino volto alla salvazione, come pure il cristianesimo è. Della religione Iuri si appropria del linguaggio, degli stilemi, per riscriverli e ri-adattarli nella sua narrativa in cui la religione è spogliata di ogni significazione; si noti che le uniche forme di religioni nella prosa lombardiana sono l’edonismo, il dongiovannismo e il ribellismo); 3) la sessualità: il sesso rappresenta il motore dei racconti di Iuri e non potrebbe essere diversamente: l’uomo costruisce i rapporti umani e sociali in base al suo modo di rapportarsi sessualmente con gli altri descrivendo, così, fenomeni di dominio/servilismo, di agonismo e contrasto, di indifferenza e spregiudicatezza. L’unione del maschile e del femminile (ma spesso del maschile col maschile) è visto da Iuri come fondamento dell’esistere anche quando esso non sia volto alla procreazione.

Si ravvisa in questa nuova raccolta anche una più precisa attenzione nei confronti delle realtà paesaggistiche e toponomastiche dei luoghi abitati dai protagonisti (quasi sempre Firenze, con qualche incursione nello spezino e nel casertano) spesso legata anche a una più seria apprensione nei confronti di fatti della cronaca quale ad esempio il pericolo di un disastro ambientale che si teme nel racconto di una nave portatrice di container di carburanti che si è inabissata non lontano dal porto. Nella nuova raccolta di racconti di Iuri dal titolo “La camicia di Sardanapalo” che uscirà probabilmente nel 2014 questo percorso nelle pieghe del sociale, dell’attenzione del free-lance o semplicemente dell’occhio attento dell’uomo sconfortato dall’oggi nei confronti delle sue stesse azioni, con un intenzione leggermente polemica, è ulteriormente sviluppato.

I personaggi principali ancora una volta sembrano essere animati da una mancanza di vera affettività e perseguono i loro scopi in maniera spregiudicata non mancando, però, di conoscere essi stessi momenti di debolezza e di sofferenza, come avviene al protagonista del racconto “Ho incontrato me stesso” che si trova dinnanzi alla scoraggiante presa di coscienza della perdita della propria identità. Il tema teatrale, infatti, porta chiaramenente con sé anche quello della difficile definizione della propria coscienza, della mancanza di una identità unitaria definita. Iuri sembra suggerire che i rapporti con gli altri e con il mondo –che è spietato, perché abitato dagli uomini- abbiano il potere di mutare le attitudini personali; la pornostar che ha lavorato per tanti anni, facendo moltissimi film e risultando una delle più note per le sue valide capacità erotiche, finisce per avere un attimo di sbandamento interiore che la porterà al suicidio. Nessuno è al sicuro. Il prepotente è alle porte, ma dobbiamo saperci difendere.

Il mondo è duro e necessita un comportamento temprato che dobbiamo essere pronti a sviluppare. La società si costruisce sul rispetto e l’ordine, ma anche sulla capacità dell’uomo di farsi valere e rispettare e in questo il sesso mostra ancora una volta una posizione preminente.

I racconti di Iuri sono duri e spietati proprio per questo: danno il tragico risvolto di una realtà sociale che è la nostra e che, sottoposta alle tortuose pieghe della mente, può trovare degli inceppamenti. Iuri vanifica qualsiasi intento allarmistico nel nostro vivere, ma in maniera chirurgica ci indica quali sono le derive che possono interessare la mente umana quando l’uomo resta solo, soffre un dolore o un torto. Ma il lettore non deve prendere il libro troppo seriamente e, anzi, deve ricordarsi che Iuri è un grande camuffatore e che, come un cabarettista impareggiabile, è sempre pronto ad aprire e chiudere sipari per presentarci nuove persone e nuove storie, lì, proprio sul palcoscenico del reale e del grottesco che è la vita dura e a tratti infima dell’uomo. Il lettore, cioè, non dovrebbe dimenticare che, come il titolo dice, è tutto un “grande bluff”.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 20 Agosto 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Mai più violenza”, poesia di Monica Fantaci

Mai più violenza

DI MONICA FANTACI

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Con le unghia
ti graffia la carne
lacerandoti il cuore,
una fiamma si accende,
è il fuoco del dolore
che ti punisce
e sembra che non finisce…

dimmi questa parola
che consola,
una parola che cancelli
le urla che sembrano coltelli
puntati anche alla testa
che pensa a quanto
questo l’affetto calpesta

e i respiri che si esauriscono
fino a quei battiti che patiscono,
una parola che abita in te e mai ti molla
può fermare e tagliare
quelle unghia ancora lì a strisciare
su quella pelle torturata,
gelida e dissanguata.

Una parola mite
che ti lava per toglier le ferite
che colano dal sangue
delle narici tue,
una parola che si vive
ed è l’amore che ogni giorno si scrive.

Monica Fantaci

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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