“L’altra me. Bagliori in versi” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio

L’altra me. Bagliori in versi di Augusta Tomassini

Helicon, Arezzo, 2014

  

Recensione di Lorenzo Spurio

1466214_742932185755370_2479843325774574450_nIl nuovo libro della poetessa Augusta Tomassini si intitola L’altra me ed è stato pubblicato dai tipi di Helicon a fine 2014. Già dal titolo è possibile respirare una marcata idea di alterità e al contempo un desiderio dell’autrice si svelarsi.

La poesia è probabilmente il mezzo letterario che più spesso è stato impiegato per parlare di sé, della propria emotività, delle fasi della propria esistenza e di come percepiamo il nostro rapporto con gli altri. Forse in questa seconda opera, ancor più che nel primo libro, Augusta opera questa operazione meticolosa di “svelare” la propria personalità.

La poetessa già dal titolo ci immette in un canale interpretativo in cui la vita non è altro che vista come dimensione plurale, multiforme e variegata ne è testimonianza la possibilità di poter individuare sempre qualcosa di nuovo in noi e nell’ambiente, come è consacrato nell’utilizzo della parola “altra” nel titolo.

Non esistono toni monocromatici, fissità, unicità ed esclusività, ma una dimensione sociale e corale nella quale l’uomo è in grado non solo di aprirsi alla comunità e istaurare un legame con essa, ma è capace anche di auto-comprendersi, conoscersi.

Questo libro contiene una silloge, ossia una raccolta di poesie, molto personale ed intima; ce ne rendiamo conto anche da alcuni titoli delle singole poesie come ad esempio: “Amami”, “Voce d’amore”, “Le mie lacrime”, etc.

Come osserva Eleonora Marinelli nella postfazione al libro, con questa nuova esperienza poetica Augusta si incammina in un percorso di rinascita, una sorta di rigenerazione del sentimento che segue il primo libro, più desolato nelle immagini e nel quale si percepiva un assopimento dell’animo della nostra.

Questa rinascita o “nuova luce” di Augusta alla base di questo libro è ben evidente da alcuni versi in cui leggiamo:

 

Come il sole

nasce da notte buia

come aurora prende

i colori di un nuovo giorno,

la mia vita, lenta

rinasce. (31)

 

Per parlare di questo libro, infatti, è necessario parlare o per lo meno evocare qualcosa anche del precedente libro di Augusta. La prima silloge, Volo dell’anima, se da una parte apriva a una dimensionalità sospesa e aeriforme improntata alla ricerca di una tranquillità e di una pace interiore data da una fuga, da un librarsi e dall’osservare da fuori la propria esistenza, dall’altra si fondava su una serie di poesie con un’impalcatura semplice e slanciata nelle quali, tematicamente,  non era difficile scorgere un senso di tristezza e sfiducia. Lo stesso sottotitolo, Poesie dell’ombra, sottolineava il vivere immerso in quel mondo di buio, di assenza di tinte cromatiche, che oltre a limitare ad Augusta l’esperienza empirica della realtà, nella fisionomia del nero e dell’indistinto si caricava di sensazioni fastidiose quali il sentimento di solitudine, l’isolamento, la noia, la desolazione.

Con questa seconda silloge Augusta risale la china e con un metro poetico non dissimile dal suo primo libro che corrisponde a un verseggiare libero, pulito, senza l’orchestrazione e il ricorso a particolari figure retoriche con eccezione della sinestesia, ci parla della luce e del colore, riappropriandosi con sagacia di quell’espressività delle tinte e bandendo il mondo dei chiaro-scuri. Il sottotitolo del nuovo libro, infatti, è Bagliori in versi.

Il bagliore è una luce fulminea ed istantanea che percepiamo, velocemente, che appare a squarci per rischiarare e poi come un flash far ripiombare di nuovo tutto nel buio. Dalla depressione del nero, il sopraggiungere dei bagliori in grado di squarciare la cappa oscura, è di certo un passo avanti notevole che Augusta ha fatto nella sua poetica perché ha precedentemente fatto con consapevolezza e per mezzo della sua grande sensibilità nei confronti della vita.

 

Il nuovo libro si apre con due citazioni molto importanti che riassumono molto bene la finalità di questo libro.

La prima recita: “Non possiamo programmare il come, il quando ma solo vivere ogni emozione così come scaturisce dal cuore” (Augusta Tomassini).

La seconda recita: “L’arte è esperienza di universalità.  Non può essere solo oggetto o mezzo. È parola primitiva: viene prima e sta al fondo d’ogni altra parola. È parola dell’origine che scruta, al di là dell’immediatezza e dell’esperienza, il senso primo e ultimo della vita.” (Karol Wojtyla)

Nella citazione di Augusta si sottolinea l’inesperienza umana, comune a tutti, dinanzi alla vita intesa come viaggio a tappe del quale non si conosce né svolgimento né la meta finale. Il fatto che l’uomo programmi la sua vita con orari, appuntamenti, date e scadenze è un suo vezzo per meglio organizzarsi nello spazio-tempo che gli è dato, ma non ha niente a che vedere con il percorso umano che Dio ha dato a ciascuno di noi dove, come dice Augusta, si deve essere disposti a vivere ogni istante con la massima intensità.

Nella citazione del Pontefice si dice una cosa estremamente valida ossia che l’arte è una esperienza di universalità, cioè che chi crede nell’arte tende all’universalità poiché i prodotti dell’arte (siano essi materiali come un libro o immateriali come una canzone) si conservano nel tempo con la stessa grandezza e splendore dato che in essi è contenuto il “senso primo e ultimo della vita”.

 

Tematiche della silloge: muovono tutto dal rapporto di Augusta con le sfere sensoriali:

  • Il mondo del silenzio, della mancanza di suoni e rumori, segno tangibile di una assenza, di una mancanza o della lontananza. Silenzio che spesso Augusta definisce rumoroso utilizzando un ossimoro per rimarcare quanto sia acuto e straziante.

La lontananza dal rumore, dalla vita della società, che lei percepisce attutita, smorzata nei toni, in lontananza come “vita ovattata

  • La potenza dell’elemento olfattivo in alcune poesie e in particolare in “Profumo di tigli”
  • Il mondo dei sogni in cui la Nostra spazia rievocando ricordi, rivedendosi protagonista e delle immagini che ricorrono e che crea nei suoi momenti di riflessione e contemplazione
  • Il tema dell’amore: l’amore verso i suoi cari, l’amore nei confronti della sua vita fatta di abitudini e piccoli rituali, l’amore per il mare, per le colline, per i gabbiani e le farfalle che sono gli animali-emblema della stessa poetessa, l’amore per la vita, l’amore di donare la sua esperienza agli altri.
  • La ricchezza cromatica, il mondo del colore, rimembrato e ricreato nella mente, la capacità di Augusta di saperlo rendere vivo attribuendolo agli elementi che la circondano e che nella realtà non riesce a percepire distintamente ma anche il colore del silenzio, il colore dell’attesa, il colore della scoperta e della contemplazione. I colori nella poesia di Augusta si caricano di significati molteplici: non è solo la caratterizzazione qualitativa-visiva del mondo ma sta a rappresentare anche la capacità di un dato evento/persona/ecc di toccare le corde dell’anima, dunque il colore inteso come vibrazione, come trasporto emotivo, come grado d’empatia.

 

 

 

Chi è l’autrice?

Augusta Tomassini  è nata a Fossombrone (PU) nel 1955; vive a Montefelcino (PU).

Dopo la progressiva perdita della vista a causa della Retinite Pigmentosa, è entrata a far parte dell’Unione Italiani Ciechi e Ipovedenti di Pesaro.

Nel 2000 è stata eletta consigliere dell’UICI della provincia di Pesaro-Urbino. Nel maggio dell’anno successivo è stata scelta per l’incarico di Presidente Regionale del Dipartimento delle Pari Opportunità della Regione Marche.

Ha pubblicato i libri di poesia Volo dell’anima. Poesie dell’ombra (2013, auto pubblicazione) e L’altra me. Bagliori in versi (Elicon, Forlì, 2014); entrambi sono stati presentati in varie tappe sul territorio regionale e nazionale.

Quando non è impegnata nelle attività sociali, si dedica alla famiglia ed alla sua passione di sempre, la poesia.

Ha ricevuto vari premi e segnalazioni in concorsi e premi letterari tra cui una targa di riconoscimento alla XXV edizione del Premio Letterario “Città di Porto Recanati” nel 2014.

 

“A sera” poesia di E. Marcuccio con un commento critico di Lorenzo Spurio

A sera

EMANUELE MARCUCCIO

 

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

 

 10888244_10205620875988365_1490895328_n

Commento di Lorenzo Spurio:

Due le matrici tematiche della recente lirica di Marcuccio che si concretizzano quali nuclei fondanti dell’animo introspettivo del poeta: l’osservazione del mondo e la sua percezione. L’immagine della sera ci introduce in uno scenario piuttosto torvo dove qualcosa di luminoso è in grado però di schiarire l’ambiente.

Colpisce la struttura dei versi quanto mai atipica, minimalista e oserei aggiungere anche privativa, ci chiediamo infatti a cosa sia da legare il secondo verso, a quale correlativo oggettivo (se presente nella lirica sia da attribuirne la qualificazione del soggetto); d’altra parte non mancano sistemi anaforici come la chiusa della prima strofa che ritorna a conclusione della lirica e ancora il “lente” che si sussegue in due versi a volerne marcare ancor più questo andamento pacato, quasi inavvertibile, di un mondo assopito e spasmodicamente incongruente poi con le ore che passano.

Non privi di attenzioni sono i sistemi musicali che la lirica porta con sé con allitterazioni e sonorità che richiamano un suono cadenzato, soprattutto nella vibrante erre di “ricami/ricolmi”.

Marcuccio nebulizza ancora una volta la concettualità di fondo in versi serrati, mono-vocabolo, di appena tre sillabe, dal linguaggio semplice con terminologie di dominio pubblico con le quali affresca più che un paesaggio esterno, un quid emozionale, uno stato dell’anima.

Gli anni sono visti quali il prodotto continuo e quasi inavvertibile di momenti, una rincorsa continua di secondi che si sostituiscono l’uno all’altro. Nella realtà consuetudinaria della vita giornaliera notiamo lo scorrere delle ore, entità inesistenti di creazione umana pensate per una sua migliore organizzazione nel mondo e quando queste si sommano tra loro, si duplicano, vengono a confluire in un tempo passato più lungo, quasi in-arginabile quale un fiume prossimo all’esondazione, di anni che se ne sono andati.

Una riflessione sul tempo giocata su termini singoli che descrivono un mondo.

Al lettore il compito di indagare collegamenti tra nuclei concettuali e individuarne priorità semiologiche.

 

Jesi, 27-12-2014

 

Lorenzo Spurio su “Lanterne per riconoscermi” di Maria Luisa Mazzarini

Lanterne per riconoscermi
di Maria Luisa Mazzarini
Edizioni Divinafollia, 2014
ISBN: 978-88-98486-27-4
Pagine: 75
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
  
 
Attoniti
in notturno silenzio,
occhi ricordano la luna.
 
Sulla panchina vuota
il sogno suo d’argento. (65) 

9788898486274La nuova pubblicazione di Maria Luisa Mazzarini si intitola “Lanterne per riconoscermi” e reputo che questo sia un titolo non solo evocativo, ma che rispetta completamente il contenuto della silloge poetica dove, come si vedrà, l’elemento della luce, l’attenzione per il bagliore e soprattutto per la presenza della luminosità lunare, sono elementi che ricorrono spesso e che stanno quasi a testimoniare dei “punti fermi” della poetica della Nostra. Non è un caso a questo punto che nell’immagine della cover possiamo intravedere delle lanterne giapponesi accese, quegli oggetti molto affascinanti il cui utilizzo ha preso piede anche nella nostra cultura nell’occasione di determinate feste e ricorrenze. Questo fa da apripista a una serie di liriche dal tono per lo più asciutto e che non amano gli orpelli e che sfidano –ma con rispetto- la metrica dove la Nostra esprime il suo canto dell’anima e trasmette al lettore la simbiosi che giornalmente nutre con l’elemento terra.

Sono, infatti, numerosissimi gli scenari paesaggistici, gli scorci, gli elementi naturalistici che ci consentono di inserire la poetica della Mazzarini all’interno di un canto di meraviglia per il Creato, a una seduzione quasi mistica nei confronti dell’esperienza, un elogio al saper vivere e riconoscersi in un mondo dove tutto sembra, invece, improntato all’indifferenza. E, ancora una volta, non mi sembra poi così scontato che la lirica che apra il volume porti il titolo di “Non ti scordar di me” che evoca sia il minuto fiore dalla tonalità blu molto comune nei prati sia una celebre ballata popolare molto conosciuta e dove, in entrambi i casi, è il senso di stupore verso il mondo e il sentimento d’amore a dominare in questa realtà che la Mazzarini descrive come qualcosa di indefinito e indefinibile, come un’entità anfibia: “sacro mistero/ illuminato di magia” (15).

Sono alcune scelte tipografiche quale il corsivo, il maiuscolo e il ricorso anche a caratteri differenti a permettere di localizzare visivamente sulla pagina concetti e contenuti che la Nostra ha voluto sottolineare con particolare vigore, quasi a voler facilitare il lettore nell’approdo interpretativo, veicolando alcune delle parole-chiavi da cui partire. Interessante e foriera di spunti la lirica che porta il titolo “Pei tuoi sentieri” dove la Mazzarini ha optato per una forma prepositiva obsoleta contraendo “per” e l’articolo plurale. La lirica è un canto esortativo alla Musa Poesia a far intravedere alla Nostra (e ai poeti tutti) il sentiero della conoscenza e quello della ispirazione creativa affinché anche nel gesto più semplice (vivo e sentito) possa ritrovarsi quel senso poetico nella sua etimologia primordiale di “far qualcosa”, di “costruire”: “Guidami, Poesia,/ pei tuoi sentieri/ ardui,/ mi soffermerò/ a raccoglierne/ fiori,/ e non sarà tempo/ perduto” (18). A tessere la chiusa di una lirica dolce e leggiadra è il verso conclusivo in cui la Mazzarini annota “Amore e Fiaba” (18) ossia un distillato di dolcezza e sogno, di espressività e scoperta, di ricchezza interiore e mistero.

Ed è giusto a questo punto evidenziare che la poetica della Mazzarini rintracciabile in questa nuova silloge poetica fornisce uno sguardo estasiato e compiaciuto verso la natura che diviene nelle varie descrizioni compartecipe delle emozioni, degli stati d’animo della donna. A dominare è spesso la Luna (parola che ricorre quasi in tutte le poesie) con accezioni e accostamenti diversi. Il significato generale che possiamo attribuire alla luna è tendenzialmente ampio e addirittura paradossale all’interno dei suoi tanti legami, ma nella poesia in particolare mi sento di osservare che diventa elemento di una visione dolce ma nostalgica, di un animo meditabondo, con pensieri tanto concreti quanto visionari (a dar manifestazione di questo è l’importante concetto sintattico del sogno che pure si ritrova in molte liriche e che più che come espressione di latenza del reale è elemento creativo, a tratti utopistico e dirompente). La luna è descritta con la sua colorazione argentea che le attribuisce un fascino particolare e una dimensione quasi magica e da fiaba come avviene in “Oro e argento” (22); ma essa diviene anche proiezione umana e dunque componente emotiva dell’inconscio della Nostra se non addirittura un essere vivente in se stesso dotato di una sua particolare soggettività come quando la poetessa in “Di divina bellezza e fiori” parla di “anima di luna” (27). Se il sole con il suo colore abbaiante, le sue sfumature indefinite e rossastre e il suo calore ardente possiamo equipararlo a un essere inanimato che sorride, la luna, che è padrona delle notte, è sempre stata vista con un po’ di mestizia, mistero e con una dolcezza amara; ecco forse perché la poetessa in una lirica non può che attestare una certa desolazione in lei: “Sola piange/ sorella luna” (31).

A completare l’alto valore contenutistico di questa silloge poetica sono costruzioni nominali molto ricercate capaci di evocare un mondo variegato nel quale è ancora possibile stupirsi di fronte alle semplici forme del Creato (“il sorriso dei fiori”, 40) e alle altrettanto congegnose costruzioni dell’uomo che sembrano sfidare il Cielo e le leggi della fisica, proprio come gli immaginifici “aquiloni di follia”  (34) di cui la nostra parla.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

“Le identità del cielo” di Michela Zanarella, recensione di Lorenzo Spurio

Le identità del cielo
di Michela Zanarella
Lepisma Edizioni, Roma, 2013
Pagine: 50
ISBN: 978-88-7537-203-3
Costo: 13 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

1395770_611477918910384_172609660_nNelle precedenti sillogi che ho avuto l’occasione di leggere, Michela Zanarella parlava dell’amore sotto le più varie sfumature e caratterizzazioni; i destinatari dell’amore erano l’amato, l’amico, il vicino, il mondo e la Natura. Una certa predisposizione a calare le sue intenzioni, credenze e vedute all’interno di una dimensione prettamente naturale si ravvisa qui in questa nuova raccolta dove ho notato che la parola “terra” ricorre continuamente quasi che queste liriche vengano a rappresentare un vero e proprio inno alla carica dirompente della natura. Tuttavia le liriche non hanno questa forma d’encomio o di celebrazione che potrebbe addirsi a una poetica di stampo naturalista o simbolico, ma vanno oltre. Continui e pertinenti anche i riferimenti alla luce e al sole che con le varie fasi luminose determinano i giorni, i mesi e tutto quello che è una schematizzazione temporale creata dall’uomo.

Non è un caso che la temporalità, espressa sotto varie forme, faccia capolino ora qui ora là attraverso queste poesie che sembrano adagiarsi in una dimensione sospesa, aerea, quasi illusoria, ma che illusoria non è. Le nuvole che padroneggiano in copertina, spumose e bianche inamidate, sono a testimonianza di un fotogramma che tenta di bloccare l’attimo, ma senza riuscirci. Se soffermiamo l’occhio su queste nuvole per alcuni secondi, infatti, abbiamo quasi l’impressione che esse si muovano, che scivolino via, danzando leggere per lasciare il posto, forse, a un cielo mite. La conformazione filamentosa e irregolare della nuvola può divenire nella poetica di Michela Zanarella un’immagine di quel contenitore fumoso e indistinto dell’animo umano. Ci si domanda, allora, perché il cielo abbia tante identità e non una sola, e questo quesito è interpretabile da varie angolazioni. Con “cielo” è evidente che la poetessa non intenda Dio o per lo meno non sempre, difatti in varie liriche si traccia anche un campo di possibilità futuribile e casuale dominato da quello che è il concetto di destino (termine presente dodici volte). La compresenza delle due entità, però, non è che una innocua commistione di riferimenti a quel cielo di possibilità che è la vita. Cielo che va letto, interpretato e vissuto; esso non solo è trasposizione del nostro animo, ma anche testamento dell’umanità: “Mi rattrista il silenzio/ dell’umanità tutta” (28).

La nuova poesia di Michela Zanarella è materica, nel senso che impiega una sintassi che fa riferimento a forme di materia ed è terrigna, perché nelle divagazioni la poetessa non può che istituire rapporti tra quel che fu, l’origine e la nascita, e quel che sarà, il tutto dominato sempre da una sovrastante in-conoscibilità dei fatti. Come un vate del silenzio, Michela Zanarella fonde nel canto più alto pensieri di palingenesi e costruzioni cosmologiche rapportate nella dimensione dell’uomo qualunque, portato a vivere “un’esistenza che si ripete” (7).

Il destino non ha corporeità propria, ma si dipana come ombra immaginiamo su un muro ed è la polvere a dare testimonianza di un passato che fu, quale elemento residuale di qualcosa che si è perso. Ma la polvere è anche origine e la fine dell’uomo, venendo dunque a rappresentare nella poetica di Michela Zanarella quasi un postmoderno arché del vivere e del saper interagire con la mente. Di contro a questa concretezza degli oggetti, dei luoghi e delle costruzioni, la poetessa sottolinea l’immaterialità e l’evanescenza del pensiero in “astratte sculture della mente” (15).

Non da ultimo va sottolineata l’ampia carica intertestuale del libro in oggetto dove non possiamo che complimentarci con l’autrice per la poesia in memoria ad Alda Merini, gli squarci paesaggistici del quartiere Monteverde di Pasolini, il “mondo antico” (7) immagine di quel “pianto antico” Carducciano, l’espressività del verde di marca lorchiana, il verso asciutto ed evocativo sino a una vera e propria critica sociale “Nel rapido inganno del potere/ mai nidifica chiarore” (42).

Michela Zanarella con questa silloge esprime la fenomenologia della polvere, per rintracciare sensi e significati in quelle nuvole alte che ci sovrastano e che giorno dopo giorno vivono con noi. Esse vorticano e spaziano tranquille, ma come ci insegna la poetessa, possono pure morire e per questo è necessario colloquiare con la Luna che, carica di mistero e sublime all’apparenza, resta l’unico punto fermo dal quale poter partire:

 

Ho capito perché la luna

è immobile.

Ci guarda inseguire

un tempo indimenticabile. (36)

 

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 26-12-2013

“L’essenziale curvatura del cielo” di Adriana Gloria Marigo, recensione di Lorenzo Spurio

L’essenziale curvatura del cielo

di Adriana Gloria Marigo

postfazione di Eros Olivotto

La Vita Felice Editrice, Milano, 2012

ISBN: 9788877994615

Pagine: 72

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Del dicembre conosco le lune

il ritorno lento della luce

dentro il cristallo dell’aria

(Da “21 Dicembre 2010, p.30)

 

Dopo la fortunata e introspettiva silloge di poesie Un biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011), Adriana Gloria Marigo torna con un nuovo lavoro dal titolo quasi criptico, L’essenziale curvatura del cielo, edito dalla casa editrice milanese La Vita Felice. L’attenzione che la poetessa padovana pone nei confronti del cielo –richiamato anche nell’esergo, una citazione di Pierluigi Cappello- come elemento fisico e simbolico era già stata evidenziata nella mia recensione al suo precedente libro dove avevo avuto modo di sottolineare come l’elemento “celestiale” era sempre connesso a qualcosa di meraviglioso, ma al tempo stesso di non completamente raggiungibile, un qualcosa cioè di sfumato e sfuggente. La centralità del suo poetare si localizza nell’isotopia della luce, del colore, dei bagliori e di un universo che già ebbi a definire come “un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera”. E di quel “biancore” evocato nella prima silloge si ritrovano tracce anche in questo nuovo libro in quel “silenzio bianco” (p. 36) e nel “gioco di chiaro” (p. 35) della bianca luce lunare anche se in una lirica il bianco, l’assenza di tinta, viene sopraffatto dal colore: “Del bianco non seppi/ poiché m’insidiò il blu” (p. 54).

Dalla presa di coscienza di un tempo che giunge all’anticipo della fine, l’autunno, nella lirica d’apertura dal titolo “Tutto si consuma nell’autunno” si passa a una serie di liriche dolci, sussurrate, quasi che il lettore sia chiamato a leggerle facendo delle lunghe pause tra un verso e l’altro per riuscire ad assaporarne il vero contenuto: “Non seppi dirti novella/ neppure accennare a un’aria di/ adagio o l’ovvia domanda,/ trapassata io a stalattite” in “3-4 Gennaio 2011” (p.11). In “Quando la materia della luce” (p. 13) Adriana Gloria Marigo ci consegna una sorta di soffice inno all’operosità e al tempo stesso alla ciclicità della natura che sempre si ripete nel suo “contrasto apparente del rigore”. E questo panismo lirico lo si ritrova in numerose altre liriche in cui la poetessa si abbiglia direttamente con gli elementi naturali, “m’assesto i pensieri/ come un cappello di fiori” (p.15); “pampini vestivano/ la tua nudità ammirata” (p.22); “il roseto in fiamme/ del mio pensiero” (p. 48). In “Rimbalzi specchiati” (p. 14) la poetessa sottolinea una realtà che è concretezza nella vita dello scrittore: chi scrive è anche un gran lettore e chi legge spesso ama anche scrivere perché le due cose, pur coinvolgendo due attività tra loro diverse, sono strettamente connesse quasi come un rimando di riflessi allo specchio.

La poesia di Adriana Gloria Marigo potrebbe sembrare criptica e a tratti addirittura ermetica perché attribuisce alle parole un valore, un significato, più ampio -perché interiorizzato- di quello che noi nella vita di tutti i giorni siamo soliti dargli. E’ una poesia riccamente elaborata che utilizza molti elementi della natura per “agghindarsi” e risplendere così come ci viene offerta. La luce, il sole, l’ombra o la mancanza di luce sono, oltre che caratterizzazioni visibili e temporali, fasi di un’anima sensibile stese sulla carta, momenti, sensazioni, colorazioni di episodi vissuti: “Se amore si fa quarto/ come la Luna, d’uno sguardo/ abbracci l’ombra e nel/ gioco di chiaro, di scuro/ avvampa il cambiamento” (p. 35).

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

11/11/2012

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Ha pubblicato L’essenziale curvatura del cielo (La Vita Felice Editrice, 2012) e Quel biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011).

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Il valzer delle ombre al lume della lanterna” di Giuseppe Guddemi, recensione di Lorenzo Spurio

Il valzer delle ombre al lume della lanterna

di Giuseppe Guddemi

con introduzione di Margherita Ingoglia e prefazione di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villsanta (MB), 2011 – Collana: Ardeur

ISBN: 978-88-95881-41-6

Numero di pagine: 45

Costo: 10 €

Recensione a cura di Lorenzo Spurio – Collaboratore di Limina Mentis Editore

                                                                                                                                                                                

Accediamo a questo libricino di liriche in maniera soave, trovandoci catapultati di punto in bianco in un mondo difficile da comprendere nella sua interezza. E’ evidente l’apporto di una componente onirica che permette a Giuseppe Guddemi di spaziare tra i temi che sono presenti nella silloge. Il tutto è reso ulteriormente piacevole da una serie di immagini che corredano la silloge. In alcuni casi sono foto che richiamano la lirica alla quale sono appaiate, come in “Naufrago” dove vediamo un mare dove si disegnano cerchi concentrici segno, forse, che qualcosa è caduto nell’acqua, in altri casi la relazione foto-testo la trovo più difficile da spiegare come ad esempio in “Sulla soglia sdrucciolevole di un istante nichilista” dove nella foto, che utilizza una scala monocromatica del blu, vediamo la parte bassa di un volto di donna che tiene la mano –nella quale figura un crocefisso- appoggiata al mento.  Forse il collegamento andrebbe visto in quelle “languide carezze […] si consacrano alle ombre della notte” (p. 25).

La poesia di Guddemi non è di impianto realista e, pur caratterizzandosi per una concreta materialità (c’è una continua attenzione per i materiali), scivola via in ambiti più propriamente intimistici quali l’esistenzialismo o addirittura l’ontologia, la ricerca sul sé. Ma come ricorda Margherita Ingoglia nell’interessante introduzione al libro, “la magia della poesia è guardare oltre il significato apparente della parole” (p. 7). Ed è questo che Guddemi fa, in maniera spontanea, quasi inconsapevole. Quello che potrebbe sembrare a una prima vista una meticolosa ricerca delle parole, della strutturazione dei versi,  quasi da sfiorare il rigorismo, in realtà è espressione libera e irrazionale del poeta.

E’ un percorso interessante il suo nel quale il lettore scopre pagina dopo pagina, suggestioni e considerazioni sempre diverse. E’ una poesia imprevedibile e sfuggente, è una poesia “elettrica” per la ricca aggettivizzazione, ma è anche una poesia cupa e critica.

Centrale è nella silloge il tema della luce o del buio e nella poesia di apertura, “Dissolvenze”, l’uomo è investito da una serie di atteggiamenti (inseguire, dissolvere, sfuggire, raggiungere) che richiamano appunto i movimenti solari. Fra i vari componimenti fanno capolino tematiche chiaramente autobiografiche come il “ricordo crudele di lame affilate” (p.19), manifestazione di una memoria difficile che ancora nel presente causa dolore, la continua ricerca di un senso nel nostro vivere (“tenendo tra le mani/ punti vuoti di domanda”, p. 23), l’antinomia tra corporeo e incorporeo, tra reale e aldilà: “Dentro il mio cono d’ombra persi la consistenza. Non ebbi corpo. Non ebbi nome” (p. 31), l’atavico dilemma sul destino dell’uomo –sintomo, forse, della grande coscienza della finitezza del genere umano e anche una paura della morte-: “E adesso che il passato è già passato/ mi chiedo se domani sarà un giorno che è già stato/ mi chiedo se il cammino è stato preso/ o se dovrò percorrerlo all’indietro” (p. 35). Questi versi ci fanno pensare alle considerazioni di Sant’Agostino sul tempo, il quale concludeva, dopo una lunga dissertazione filosofica, che esiste un unico tempo: «Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (in Le Confessioni, Libro XI).

La lirica che chiude la raccolta, la stessa che dà il titolo al libro è pervasa di un gioco di fioche luci, “al lume della lanterna” appunto imbevuta di un’atmosfera cupa e addirittura surreale in quegli “orologi gotici sciolti” (p. 44) che tanto ricordano gli orologi deformati di Salvador Dalí.

 

 

Chi è l’autore?

Giuseppe Guddemi è nato a Palermo nel 1986, città che rimarrà a lui molto cara. Nel 2005 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Sperimentale Statale “F. Crispi” di Ribera (AG). Durante il periodo liceale ha partecipato al progetto scolastico “immaginario” (2005) che dà concretamente avvio “all’avvincente ricerca di un sé qualunque come un viandante verso l’oltre”, attraverso la scrittura. Tra le altre partecipazioni letterarie si ricorda la pubblicazione della lirica “Nel sogno” nell’Antologia “Poesia onirica” (2010), Estro-Verso Edizioni. Attualmente segue gli studi di Giurisprudenza presso l’università Statale degli Studi di Palermo, ove vive.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

09/08/2012

 

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“Alla luce di un’unica stella” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Alla luce di un’unica stella

di Paola Surano

con prefazione a cura di Claudio Fantozzi

Ibiskos Editrice, 2000

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

E’ sempre molto piacevole quando tra poeti e scrittori, incontrandosi, ci si scambia le proprie opere che non necessariamente debbono essere le più recenti, le più fresche di stampa. Ho avuto il piacere di conoscere Paola di persona solo recentemente sebbene già negli ultimi mesi ci siamo sentiti ampiamente per una serie di attività che, assieme ad altre persone, stiamo promovendo. In quell’occasione Paola mi ha fatto dono di questo suo libro pubblicato nel 2000 e con una sorta di bozzetto a carboncino in copertina, opera di un certo Mihu Vulcanescu. L’immagine, che evidenzia uno scenario difficilmente comprensibile e quasi onirico (un muro altissimo al di là del quale si staglia un cielo nero e una mano di grandi dimensioni e piccolo, in basso, in posizione centrale un uomo, probabilmente un pompiere dotato di scala) è in linea però con il titolo: la luce che Paola Surano richiama nell’opera non è una luce abbacinante, totalizzante ma una luce unica, che proviene da un’unica stella.. una luce diversa da quella di un’infinità di stelle e per questo particolare e significativa in quanto tale. Difficilmente riusciamo a immaginare un cielo con una sola stella anche se a volte – causa le condizioni meteo ed altri fattori – in realtà all’occhio umano non è dato vedere con attenzione la volta celeste, se non di soffermarsi su alcuni punti qua e là che, invece, hanno una luminosità particolare. Partendo da questa analisi l’intento di Paola Surano potrebbe essere dunque quello di sviscerare la sua volontà di osservare il mondo esterno in maniera clinica, attenta, partendo dal particolare, scegliendo di selezionare le cose da osservare con più attenzione. Un cielo sovrastato di stelle in una serata d’estate è causa di meraviglia e motivo d’osservazione attenta in noi..ma cosa provoca, invece, in noi una notte buia, coperta con un solo lumino splendente nel cielo?

La poesia di Paola Surano è un invito a riscoprire quell’ambiente domestico troppo spesso oltraggiato o dimenticato, a rivalutare le piccole cose e quelle luci (materiali e figurate) che illuminano la nostra esistenza da sempre senza che noi gli diamo la giusta importanza. Parlando di stelle, di “luci dei lampioni appena velate” (pag. 9) è evidente che la poetessa ha deciso di descrivere momenti che fanno riferimento alla notte, al buio, forse momento cruciale della giornata capace di donarci la giusta calma e introspezione. In “Natale” però abbiamo una scena completamente luminosa – complice il clima festivo e allegro del momento religioso –  con “le luci a intermittenza” di un presepe che diventano “stelle luminose” (pag. 26). Artificiali, è vero, ma capaci allo stesso modo di infondere un bagliore nel nostro animo.

E così la presenza o meno di luci e bagliori si equivale allo scandire lento del tempo che sovrasta la nostra esistenza e questo dà motivo alla poetessa di rievocare momenti del passato e di mostrare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più nel qui ed ora presente e fisico ma che rimane costante e immutabile nel nostro cuore. Ma il tempo è beffardo perché gioca con la nostra esistenza: sa velocizzare i momenti che vorremmo al rallentatore, non è possibile replicare certi momenti come con la moviola e a volte – come nel caso di una gravissima perdita, per di più in tenera età – “il tempo passa troppo lentamente” (pag. 35).

Ma c’è spazio anche per liriche più chiaramente paesaggistiche, di stampo naturalistico, che sottolineano ancora una volta l’attenzione della poetessa nei confronti degli usuali atteggiamenti e comportamenti del genere animale– il volteggiare di un uccello, il latrato di un cane -. E’ comunque in “Umbria” che si respira il più grande omaggio a una terra geografica; la conoscenza e l’amore di Paola Surano della regione più centrale d’Italia si esprime sulla carta attraverso una serie di immagini vivide e cariche dal punto di vista aggettivale: “Qui respiri quest’aria trasparente”; “la campagna/azzurra nella sera” (pag. 12) ed è un invito a riscoprire la purezza dell’incontaminato e i cicli rigenerativi di rinascita di cui pure c’è un riferimento in “E ancora verrà primavera”.

Leggiamo con freschezza e velocità le varie liriche che compongono la raccolta e queste ci trasmettono un senso di leggerezza, come se venissimo sfiorati di volta in volta da un leggero soffio di vento. Ci accarezzano, ci sfiorano e ci regalano l’espressione più autentica e sensibile di una donna d’oggi. E in quei versi che ritornano come un ritornello in “Ritrovarsi” che recitano “La strada è lunga e tutta in salita/ per giungere a casa tua” (pag. 15) dobbiamo forse leggere un velato riferimento alla nostra società, quella che la Surano definisce “casa tua” che poi, in fondo, non è altro che la casa di tutti. Il percorso di vita è spesso difficile e accidentato – ancor più oggi con la stagnante crisi economica – (sebbene le liriche siano state scritte più di dieci anni fa) ma bisogna darsi da fare affinché sia possibile raggiungere la nostra meta, nonostante “la strada è lunga e tutta in salita”.

a cura di Lorenzo Spurio

 

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