Ricordando chi si batté contro la mafia: l’indelebile figura di Don Giuseppe Diana

A cura di Stefano Bardi (*)

Quando in Italia si parla di Mafia e Mafie, ecco che si sentono risuonare, anzi riecheggiare nell’aria le potenti parole di un martire dell’antimafia, vissuto nel nostro lontano e vicino 1900, un secolo che ancora oggi è un tema di ampie discussioni, di qualsiasi tipo, da quelle storiche, a quelle sociali, fino ad arrivare a quelle giovanili. Il martire di cui sto parlando, è stato un uomo che ha indossato le semplici e umili vesti ecclesiastiche, e non quelle da magistrato come la coppia Falcone-Borsellino o quelle da giornalista come Giancarlo Siani o quelle da poeta e speaker radiofonico come Giuseppe Impastato, bensì la semplice veste nera da sacerdote. Non sto parlando di Don Pino Puglisi, ma del presbitero, scrittore e capo scout campano Don Giuseppe Diana, “Don Peppe”, al quale voglio dedicare questo articolo, partendo dalla sua biografia, per arrivare ai suoi insegnamenti.

downloadDon Giuseppe Diana nasce il 4 luglio del 1958 a Casal di Principe (NA). Nel 1968 si licenzia in Teologia Biblica nel Seminario di Aversa e si laurea in Filosofia all’Università Federico II di Napoli. Nel 1978 entra nell’Agesci divenendo capo scout di Aversa, e nel 1982 prende i voti da sacerdote. Insegna Letteratura presso il Seminario Francesco Caracciolo, Religione Cattolica presso l’Istituto Tecnico Industriale Statale “A. Volta” e all’Istituto Professionale Alberghiero di Aversa. Il 19 marzo 1994, nel giorno del suo compleanno, muore a Casal di Principe in un attentato di matrice mafiosa, per opera di Giuseppe Quadrano che gli sparò vari colpi in faccia, aiutato da Mario Santoro e Francesco Piacenti, sotto la commissione della famiglia camorristica dei De Falco, i quali per scagionarsi dall’omicidio cercarono di far cadere la colpa sulla famiglia camorristica degli Schiavone. La lotta che Don Giuseppe Diana condusse contro la Mafia, gli fece conquistare la medaglia d’oro al valore civile. Pur essendo lucidamente cosciente dei pericoli che correva, non rinunciava a esporsi pubblicamente contro la camorra, fino a cadere in un brutale omicidio nella sacrestia, mentre si preparava per celebrare la Messa.

Don Peppe, come lui stesso amava definirsi, è stato un semplice uomo di chiesa, e si inalberava fortemente con coloro che lo definivano un martire dell’antimafia . Sacerdote vicino ai giovani, anche e soprattutto alla sua attività nell’Agesci di Aversa al fianco degli Scout. Un sacerdote animato da una profonda umanità e compassione che andava oltre al sacro e che spingeva gli altri a cercare chi erano veramente e a cercare Dio.

La sua lotta alla Mafia è stata una lotta combattuta attraverso la Sacra Parola del Vangelo, la quale ci rende veramente liberi e capaci di saper scegliere, proprio come ci insegna il messaggio originale del Cristianesimo. Un Vangelo che ci insegna a non tacere davanti a nessuna illegalità e oscurità e che ci “obbliga” a seguire l’unica via possibile per la redenzione e la salvezza spirituale e carnale, che è quella dell’annunciare la parola del Vangelo liberatore in nome di Cristo.

Un altro strumento utilizzato da Don Giuseppe Diana nella lotta alla Mafia è stato quello dell’Oratorio Parrocchiale utilizzato anche da Don Pino Puglisi; per Don Giuseppe Diana questo ambiente doveva essere un luogo per eventi che andavano dallo sport allo spettacolo. Per questo sacerdote l’Oratorio era solo uno strumento di difesa contro la Mafia, ma niente di più. Don Giuseppe Diana ci lascia come eredità un bellissimo testo dal titolo Per amore del mio popolo che fu diffuso nelle chiesa di Casal di Principe e in tutte le chiese aversane nel Natale del 1991, che insieme alla sua firma è accompagnato anche dalle firme dei parroci della foranìa di Casal di Principe. Un testo che ci dice come l’uomo debba combattere la Mafia e le Mafie, ovvero, essere in primis noi stessi dei Profeti e come loro andare in giro per il mondo e diffondere un messaggio di Giustizia, di Legalità, e di Libertà. Un testo che merita di essere analizzato meglio.

Il testo di Don Giuseppe Diana è incentrato sulla figura dei Profeta e come lui l’Uomo deve vedere l’illegalità, la deve denunciare, deve ricondurre l’uomo al disegno originario di Dio, deve ricordare il Passato, e farne uso nel Presente per non ricadere nell’Oscurità, deve suggerire la strada della vita, e lui medesimo deve consumare la fratellanza nel patimento. Come il Profeta, deve camminare sempre e per sempre sulla strada della Legalità e della Giustizia sociale e spirituale. Attraverso questo testo, Don Peppe ha cercato di salvare i ragazzi di Casal di Principe dalle oscure grinfie delle bande camorristiche locali. Subito dopo la sua morte si è cercato di infangare la sua figura attraverso articoli di giornale sui quali fu fatto passare come un frequentatore di prostitute e un pedofilo. Dichiarazioni infamanti e calunnie che caddero il 27 marzo 2003 quando ci fu la Sentenza di Appello che condannò Giuseppe Quadrano come esecutore del suo omicidio; in tal modo la figura di Don Peppe poté ritornare a risplendere di una luce buona e giusta, per la felicità della sua famiglia, dei suoi confratelli, e per la gioia di tutti i ragazzi e adolescenti che ancora oggi combattono la Mafia in suo nome.

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Non solo Per amore del mio popolo, ma anche altre parole vanno ricordate della sua lotta alla Mafia. Iniziamo con un suo intervento che fece nell’anno prima di diventare sacerdote, e più precisamente, ritorniamo al 19 marzo 1981, dove ci dice che dobbiamo incontrare Dio, rendendolo attuale ai tempi in cui viviamo. In noi stessi, come ci suggerisce Don Peppe, devono essere presenti la ricerca e la scoperta del Tu, che devono portarci e donarci la pace e la calma. Altre parole sono quelle contenute in un suo libello scritto in brutta dal nome Capo-Sacerdotale. Dimensione sacerdotale (Liturgia-Preghiera). Parola preghiera vita che dovrebbe risalire al 1987. Un testo che non è mai stato pubblicato, ma che è di vitale importanza, poiché si concentra sulla sfera sacerdotale del capo scout e dello scoutismo più in generale, il quale è concepito da Don Peppe, come il racconto morale del Regno Divino, poiché come il Padre Celeste, anche lo scoutismo contempla e valorizza le semplici e umili azioni giornaliere. Il capo scout, proprio come il prete e l’ecclesiastico, ha l’obiettivo e si pone il compito di mostrare Dio al Mondo, e di condurre il Mondo a incensarlo.

Fondamentale è anche l’intervista del 1992 rilasciata al Giornale locale Lo Spettro dal titolo “I preti anticamorra. La parola di Dio, spada a doppio taglio ”, in cui afferma che la Chiesa debba essere solo un mondo che s’impegni nel sociale, nell’aiuto dei poveri, e nell’aiuto agli emarginati, cioè una Chiesa di denuncia-annuncio. Un’ultima importante intervista è quella che rilasciò il 19 marzo 1992 dal titolo “Educare alla legalità”. Un’intervista che si concentra sul suo maggiore testo antimafia, che è il già citato Per amore del mio popolo, inteso dal suo stesso autore come un simbolo di rottura e contraddizione sociale a Casal di Principe, dal Natale del 1991 in poi. Inoltre ci dice anche che la lotta alla legalità è un qualcosa di profetico, ma non deve essere unicamente fermo allo stadio mentale, bensì deve essere un cammino pratico e “materiale”. Non solo attraverso queste interviste e attraverso il suo documento possiamo ricordarci di Don Giuseppe Diana, ma anche grazie al Comitato don Peppe Diana nato il 25 aprile 2006 a Casal di Principe, composto dall’Agesci Campania, dalla Scuola di Pace don Peppe Diana, dall’Associazione Jerry Essan Masslo, dal Progetto Continenti, dall’Omnia Onlus, dall’Associazione Legambiente circolo Ager, e dalla Cooperativa Sociale Solesud Onlus. Il Comitato don Peppe Diana dal 2003 cerca di costruire a Casal di Principe una Comunità Anticamorra. Anche la Scuola ricorda questo uomo di chiesa attraverso l’intestazione avvenuta il 21 aprile 2010 da parte dell’Istituto d’Istruzione Superiore di Morcone e attraverso l’intestazione dell’Istituto Comprensivo 3 di Portici. Anche la fiction televisiva (finalmente in maniera giusta), ci ha fatto ricordare la sua vita e il suo insegnamento, grazie alla fiction prodotta e trasmessa il 18 e il 19 marzo 2014, in onore del ventesimo anniversario della sua morte, dal titolo Per amore del mio popolo, con l’attore Alessandro Preziosi nei panni di Don Giuseppe Diana.

Oggi più che mai la voce e le parole di Don Giuseppe Diana riecheggiano forti e potenti, contro quell’Universo che Giuseppe Impastato definì come “una montagna di merda”, e che prende il nome di Mafia. La voce di Don Peppe, sarà per sempre una voce che riecheggerà nei nostri cuori, ogni volta che si parlerà di Mafia. Un Profeta che ha combattuto questi oscuri universi con il Vangelo. Ecco chi è stato Don Giuseppe Diana. Anche Noi dobbiamo seguire i suoi insegnamenti e diventare Profeti in quanto battezzati in nome di Cristo, e anche la nostra voce dovrà riecheggiare anno dopo anno, e secolo dopo secolo, contro la Mafia. Insegnamenti che oggi più che mai devono trovare spazio nella società odierna, come per esempio a Ostia dove vige omertà e paura nei confronti di clan mafiosi che comandano a piede libero, con atteggiamenti mafiosi e camorristici.

Insegnamenti che già da tempo a Chiaravalle, per esempio, sono messi in pratica dai ragazzi della Parrocchia di Santa Maria in Castagnola che ogni sabato nel Chiostro adiacente all’abbazia educano le nuove generazioni attraverso l’Oratorio; e li chiamerò con il nome di fantasia Legality Boys (Ragazzi della Legalità). Questi Ragazzi della Legalità usano come Don Peppe lo strumento dell’Oratorio per educare i nostri ragazzi al rispetto fra le persone, alla fratellanza, alla pace, all’amore, e alla contemplazione e diffusione della Parola del Vangelo e di Dio. Tutto questo lo fanno fondendo l’insegnamento di Don Peppe, con lo strumento usato da Don Pino Puglisi, ovvero il gioco inteso come uno strumento per la crescita sociale, civile ed etica, ovvero come qualcosa che può far diventare i nostri ragazzi, dei veri Cittadini del Mondo che non hanno paura di niente, perché illuminati dalla luce di Dio. Come disse Giovanni Paolo II, “non abbiate paura” e impegniamoci a contrastare la mafia, nelle sue forme più o meno grandi e luride.

STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

Don Giuseppe Diana, Per amore del mio popolo, Casal di Principe, 1991.

R. Giuè, Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, Roma, Edizioni Paoline, 2007.

 

(*) Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata, con il titolo “Vangelo vs Mafia: l’insegnamento di Don Giuseppe Diana” sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n°15, Marzo 2015. L’articolo viene qui riproposto dietro proposta e consenso dell’autore.

L’autore del presente articolo dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

 

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Un dittico poetico per ricordare la strage di Capaci

CON LA MEMORIA RITORNO[1] 

di LUCIA BONANNI 

nel XXIV anniversario della strage di Capaci

In quel soleggiare tremendo

sulla via di Capaci

la voragine di terra

spacca la storia.

A ridosso del mare

il Monte Pellegrino è ancora

carcere e dietro le sbarre

la Legge dei giusti

tiene prigioniera.

Nella terra delle agavi

mani incallite

la conca, che prima era dorata,

arrossano di cupi misfatti.

Vorrei gridare…

ma il pianto smarrito

ancora spezza la voce.

Con la memoria ritorno

ad un biglietto

in silenzio lasciato

sulla corteccia del tuo albero

che nel tempo conserva

fronde rinverdite

e della linfa si nutre

del tuo nome

che mai morrà.

 

Lucia Bonanni, 23 maggio 2016

 

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URLO[2]

di EMANUELE MARCUCCIO 

 

Dolore e aspro dolore

orrendo negl’occhi…

pietà, giustizia…

urla… uomini prostrati,

la rabbia nei cuori,

l’ira negl’occhi…

volti piagati

di sangue grondanti

e amaro lutto

nel cuore scosso, rimosso

dal silenzio.

 

Grida di sangue

risorgono

dalla città morente,

spirito di reazione

risorge…

e affrontiamo

e ricordiamo

i morti…

e i nostri cuori

colpiti, schiantati…

 

 

Un alito di speranza

il cuore, quasi ci squarcia…

luce d’amore

c’investi, c’innalzi, ci esalti…

 

Emanuele Marcuccio, 23 maggio 2016

 

NOTA:

Entrambi i testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei due autori e con la loro autorizzazione. 

 

 

[1] Ispirata dalla lettura di “Urlo” di Emanuele Marcuccio, gli propongo il dittico a due voci. [N.d.A.]

[2] Scritta il 23 maggio 1993, per il I anniversario della strage di Capaci, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista del 23 maggio 2016. [N.d.A.]

Segnalazione volumi: “Roma brucia” di Pietro Orsatti

ROMA BRUCIA  di Pietro Orsatti

prefazione di Marco Damilano
isbn: 978 88 6830 266 5
pp. 288 ­ € 16,50

Sinossi:

coverRomaBrucia (1)Dopo le inchieste sul sistema di Mafia Capitale, lo scioglimento per mafia del X Municipio e il parziale commissariamento del Campidoglio – negato, ma nei fatti è stata questa la scelta del governo – la città è in ginocchio. Tutti i servizi primari sono al collasso: dal trasporto pubblico fino alla gestione dei rifiuti, dalla manutenzione della città ai cantieri aperti e mai chiusi. Ed è al collasso la politica, alla sbarra nei processi e incapace di rinnovarsi.

Intanto le consorterie criminali si stanno riorganizzando, stringendo la città in una morsa, anche con la violenza. Ci sono tutte, dalla ’ndrangheta alla camorra, da Cosa nostra siciliana alle organizzazioni straniere. I Casamonica e quello che resta della Banda della Magliana,che non è mai morta. E poi la minaccia delle organizzazioni eversive di destra, di quei Nar a cui appartenevano Massimo Carminati e altri protagonisti di questi anni. Tornano le ombre di un passato, quello della strategia della tensione, dove mafia, eversione, massoneria coperta, pezzi della politica e apparati deviati dello Stato giocarono sulla pelle della Repubblica e della democrazia. Ci vorrebbe una Primavera di Roma, un movimento che metta insieme le energie migliori della società e della politica, della cultura e dell’arte, per affrontare la drammatica situazione della Capitale. Ma tracce di questa Primavera non se ne vedono.

Roma ha tremato per mesi. E ora è tentata dal colpo di spugna. Il processo avrà il suo corso, ma nella profondità del grande budello racchiuso nel raccordo anulare tutto sembra già dimenticato. Roma, e tutto ciò che rappresenta, prova a metterci ’na pezza, ancora una volta. Far passare la nottata, le inchieste, le retate, il Giubileo.  Roma brucia”.

Dalla prefazione di Marco Damilano

L’autore

Pietro Orsatti, nato a Ferrara, è cresciuto e ha trascorso gran parte della sua vita a Roma. Ha lavorato e collaborato con numerose testate giornalistiche fra cui «il manifesto», «Diario», «Liberazione», «Left/Avvenimenti», «Nuova Ecologia», «Terra», Radio Popolare, Rai, Arcoiris, ag Dire, «Micro Mega», «Antimafia Duemila» e «I Siciliani/giovani». Fra i primi in Italia a puntare sull’informazione aperta sul web e giornalismo partecipativo, ha realizzato e diretto più di venti documentari e ha scritto per il teatro e per progetti audiovisivi. Ha pubblicato A schiena dritta (2009), L’Italia cantata dal basso (2011), Segreto di Stato (2012), Grande Raccordo Criminale (con Floriana Bulfon, Imprimatur 2014) e alcuni ebook (Roma, L’Era Alemanna, Il Lampo verde, Utopia Brasil).

Segnalazione volumi: “Cattivo infinito” di Leandro Del Gaudio

CATTIVO INFINITO di LEANDRO DEL GAUDIO

CON PREFAZIONE DI ROBERTO SAVIANO
David and Matthaus Editore

Isbn 9788869840463

16.90€, pp. 170

Sinossi:

FRONTE La dama del castello di carte_Chinotti Rita

Napoli, 2013. Fabrizio rientra in Italia dopo una lunga latitanza in Francia. Ha trascorso anni a fuggire dalla giustizia italiana, quando scopre che non gli stanno dando più la caccia da tempo. Ma com’è possibile che un ex killer del clan Mariano, potente gruppo camorrista a capo della criminalità organizzata di Napoli, non sia più un ricercato?

Napoli, anni ’80. Fabrizio è un giovane attraente, ama le donne, il lusso, la bella vita. Uccide su comando di Ciro Mariano, in fondo la morte non lo ha mai spaventato, né la sua né quella degli altri. Vive la sua prima condanna per rapina a mano armata come un successo personale, da quel momento sa che il suo nome farà notizia. Da allora gli arresti, le fughe e la pena definitiva a 25 anni. È già a metà della condanna quando è convinto di avere chiuso i conti con la camorra e si sente pronto a una vita diversa: in carcere frequenta un corso di teatro e si innamora della sua professoressa. Ma non sa che i nemici di un tempo stanno tessendo una trama ben ordita alle sue spalle e sono pronti a ricordargli che un passato ingombrante come il suo non si può seppellire…

Estratto dal volume:
«Mi chiamo Fabrizio, faccio il killer. Anzi, ho fatto il killer. Storia semplice, storia comune da queste parti, no? Il fatto è che la
mia storia è vera e ve la racconto per un motivo: non possono farmi  più niente, non mi possono ammazzare, né mi possono arrestare, non c’è nessun giudice a condannarmi, né in giro ci sono pentiti pronti a raccontare qualcosa del mio passato. In un certo senso li ho fottuti tutti, anzi, in modo più diretto: vi ho fottuti tutti. Sì, ci siete anche voi che leggete storie di mafia e serial killer, che vi riempite la bocca di giustizia e camorra, eroi e mafiosi. Sto qua a fumare una
sigaretta, la cosa non mi diverte, ma mi è andata meglio di come è andata a quelli che ho incontrato sul mio cammino. Cammino cattivo e, come vedete, non ancora concluso: cammino cattivo e infinito».

Dalla Prefazione di Roberto Saviano:
«Cattivo infinito_ è la storia vera, anche se molti preferirebbero non lo fosse, dei tanti Caino cui non siamo disposti a dedicare tempo, che preferiremmo sapere dietro le sbarre, assicurati a una giustizia ingiusta che non riabilita, che non prevede alcun reinserimento, che dimentica. Cattivo infinito è la Napoli che crediamo dall’altra parte, che speriamo di poter escludere dalle nostre vite stringendo gli occhi e facendoli diventare fessure sottili. Cattivo infinito è il cammino dei protagonisti che la cronaca giudiziaria ha prestato alla letteratura. Cattivo infinito, se non ci decidiamo a guardare le cose
come stanno, sarà per sempre anche il nostro cammino. Un cammino, come dice Del Gaudio, cattivo e infinito».

L’autore

LEANDRO DEL GAUDIO (Napoli, 1970) è giornalista per Il Mattino, dove si occupa di cronaca giudiziaria e cronaca nera. È autore e conduttore del programma televisivo “Verità Imperfette”, dedicato ai retroscena inediti di inchieste a Napoli, e conduce “Cold case”, rubrica sulla web tv del Mattino che indaga i rapporti tra politica e camorra e le zone d’ombra nelle indagini su delitti. Nel 2011 una giuria formata da esponenti del Consiglio Regionale, dai vertici campani dell’Ordine dei Giornalisti e dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli gli riconosce il Premio Giornalismo Anticamorra.
Dal 2014 è impegnato nel progetto di formazione nelle scuole di Napoli“Emergenza ambientale e etica della scrittura”, patrocinato dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione e dal Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni a una maggiore responsabilità etica e morale nei confronti dell’ambiente e della cittadinanza. Sempre nel 2014 pubblica insieme al collega Gerardo Ausiello il libro inchiesta Dentro la terra dei fuochi, distribuito in allegato con Il Mattino. Cattivo Infinito è il suo primo romanzo.

Lucia Bonanni sull’antologia che la rivista di letteratura “Euterpe” ha dedicato a Leonardo Sciascia

LEONARDO SCIASCIA, Cronista di scomode realtà.

Raccolta antologica a cura di Martino Ciano

PoetiKanten Edizioni, 2015

Recensione di Lucia Bonanni

  

«Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini  dagli occhi azzurri. (Come io non sono) un settentrionale. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia- Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva ereditato da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo” e per indicare un’amicizia strettissima si parla di “due teste in una stessa sciascia”. Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale. Imparò a leggere e scrivere e fino a qualche anno fa molti lo ricordavano per le sue  collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. “Tu sei Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta».

(in Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora).

 

La copertina dell'antologia
La copertina dell’antologia “Stile Euterpe vol. 1 – Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” curata da Martino Ciano e pubblicata da PoetiKanten Edizioni (2015)

La figura del nonno, quell’onestà, “gran virtù soffocata di molti siciliani”, il rifiuto a scendere a patti con  la criminalità organizzata sono punti fermi nel racconto “Nient’altro” in cui “eroe d’altri tempi” per gli uomini onesti è un uomo stanco e solo, un anziano con “radi capelli canuti, lisci” che si considera “un niente mischiato con nessuno”, ma che in realtà è un personaggio di spicco nella trama del racconto e persona degna di gran rispetto nella realtà vissuta.

“Mio nonno dice che a vossia dovrebbero fare il monumento; io lo metterei al centro  di questa piazza… ma perché mio nonno dice che vossia è stato un eroe di altri tempi?”. Una moltitudine di ricordi agitò la mente di zi Ni mentre un’immagine si mescolava ad altre immagini in un crescendo di pathos emozionale. La promessa fatta al ragazzo s fece idea avvolgente dei suoi pensieri. “Cosa gli racconto?”, pensò l’anziano, “a me sembra di essere nato ieri o di non essere nato affatto” E forse era vero! La sue vicissitudini di uomo e di libero cittadino potevano essere raccontata con poche parole. Quello della sua vita era un racconto breve. Una narrazione con pochi personaggi e fatti scarnificati come parole messe ad essiccare nelle saline dei pensieri nel “paese del sale/che frana/dall’altipiano a una valle di crete”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese) Alla luce degli accadimenti  non c’era “Nient’altro” da raccontare, se non che dopo mezzo secolo di detenzione era tornato in libertà , una libertà duramente conquistata e che onorava  suo nonno, ucciso per non aver voluto cedere a nessun tipo di ricatto. “Nell’inventar storie vere” è qualità innata di Sciascia ed egli ricerca, insegna, investiga, partecipa attivamente alla vita culturale e sociale italiana e soprattutto scrive libri di denuncia, mostrando il “baratro della storia”. “A ciascuno il suo”, titolo in cui è palese quella figura retorica, detta ellissi, nell’avere di ciascuno “traspare un dolore sommerso”.

“I bambini poveri si raccolgono silenziosi/sui gradini della scuola/addentano il pane nero/gli altri se ne stanno chiusi/ nel bozzolo caldo delle sciarpe” (L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). E se il sale “diventa morte,/ pianto di donne nere nelle strade,/fame negli occhi dei bambini?”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). Povertà, disuguaglianze di classe, abusi di potere, corruzione, marginalità, omicidi, rapine, attività lecite e illecite si consumano e si reiterano, come scriverà il giudice Giovanni Falcone come “Non frutto abnorme del solo sotto- sviluppo, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo”. E nel corso del tempo e nel ripetersi degli eventi “quella piovra/dal giorno della civetta/alla scomparsa di Majorana” continua, come scrive Bufalino, nella logica della “liturgia scenica (e) fra le sue mille maschere, possiede anche l’alleanza  simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra” e “uocchiu d’e gghenti”, l’occhio della gente, è anche l’occhio della civetta, animale dallo “sguardo scintillante”, dal grido acuto e stridulo ed anche simbolo di denaro. I glauks erano le monete ateniesi e la civetta di Minerva, dea della sapienza, è simbolo della conoscenza e della saggezza; gli occhi e il becco ricordano la lettera dell’alfabeto greco “fi”, ma è anche immagine controversa e contraddittoria perché, essendo un uccello notturno, richiama l’idea di morte, isolamento, solitudine, oscurità, come di miseria, di malefici, disgrazie e cattivi presagi.

Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia

“Ridono gli altri uccelli tra le fronde/per la strana presenza del rapace/notturno in pieno giorno”, ossimorica presenza, antitesi tra buio e luce, contrasto tra suono e silenzio in una perifrasi narrativa che rimanda all’omicidio del sindacalista ad opera della mafia. Ma nel “giorno che irrompe ciarliero” gli uomini vanno verso i campi, obliando tutte le facoltà dei sensi e “con scarse propensioni di dignità” si chiudono nel più aspro silenzio. Intanto “i morti vanno, dentro il nero carro/incrostato di funebre oro, col passo lento dei cavalli” (L. Sciasci, I morti) mentre le donne  al loro passaggio chiudono le imposte e i negozianti lasciano appena aperto uno spiraglio per poter spiare il dolore dei parenti. “Le cose dei morti, i pupi, la frutta di pasta di mandorle che i bambini la mattina del due novembre cercano e trovano in qualche angolo della  casa . I morti che portavano i doni; i vivi che tra loro, a catena si ammazzavano” (L. Sciascia, Novembre a Palermo).Qua e là nei versi degli autori presenti in antologia, echeggiano i versi di Quasimodo “ride la gazza, nera sugli aranci”, “tra muschi grami, a supplizio/splende la pietra livida”, “dove mi hai posto/amaro pane a rompere”, come echeggiano quelli di Sciascia, “il silenzio è vorace sulle cose./S’incrina, se flauto di canna/ tenta vena di suono, e una fonda paura dirama” ma echeggiano anche quelli di Pavese “sei la terra e la morte./La tua stagione è il buio/ e il silenzio”. Il silenzio… parlare a cenni è arte che i siciliani inventarono a seguito della proibizione fatta da Jerone che, temendo qualche congiura, vietò ai siracusani di parlare fra loro. “Il parlar co’ cenni, con un moto del capo, della bocca, delle spalle, e soprattutto delle mani, è arte propria dei Siciliani che senza profferir parole, anche a notabil distanza, con un sol cenno spiegano i concetti della mente” scrive A. Mongitore in “Parlare a cenni”, “Il signor padre tutto fici per farti parlari portandoti cu iddu perfino alla Vicaria che ti giovava lo scantu ma non parlasti perché sei una testa di balata, non hai volontà…” dice D. Maraini in “Il silenzio di Marianna”. E di queste cose io stessa mi meravigliai, quando ancor bimbetta per volere del destino, passai dalle mie montagne innevate all’isola “arsa dal sol fecondo”. Fu allora che iniziai a respirare aria siciliana, che nacque la mia predilezione per le piante grasse, che imparai a sbucciare i frutti dei fichi d’India, che volli gustare ‘a manciata ‘i ricotta, la colazione di ricotta, che  ascoltai quei “suoni greci arabi  latini”e ancora adesso mi piace acquistare gli agrumi con le foglie e tenerli nel paniere di castagno come usano intrecciare in terra di Mugello.” Ci vuol coraggio a sbucciarli (i fichi d’India), rischiando di ferirsi con le spine”. Ricordo che gli uomini passavano intabarrati nei loro mantelli neri, con la coppola tirata sugli occhi, salutavano con un cenno del capo e i loro cavalli lasciavano impronte sulle trazzere assetate e nei vigneti . Spesso sentivo raccontare di brigantaggio e morti ammazzati e soltanto negli anni della mia autoformazione imparai il significato del termine “separatismo” e seppi della “rivolta del pane”, della tragedia dei carusi, “giovani fiori gialli tra pietre vendute ai padroni”, e dei fatti di Portella della Ginestra. Anni dopo i media mi mostrarono immagini crude e mi sentii derubata dall’usura del tempo lineare e dallo scempio del tempo ciclico. Sentivo la libertà quale elemento fondante di ciascun  uomo;  per questo anch’io volli contare i miei 100 passi e scrivere versi di pace mentre in  via Notarbartolo  lasciai un biglietto insieme ad altri biglietti su quell’albero, emblema di legalità e voglia di cambiamento. Ma di cosa è fatta quella “sicilitudine” di cui parla Sciascia  in una realtà storica dove popoli diversi, non dissimili dai rapaci che volano “Sotto le rocce di Tindari”, si spartirono le bellezze dell’isola e la paura “storica” divenne paura “esistenziale”. Certo la posizione geografica dell’isola al centro del Mediterraneo è un punto strategico che la rende aperta ad ogni azione di conquista e come scrive ancora Sciascia “lo sbarco degli eserciti anglo-americani nell’isola, il 10 luglio del 1943, avveniva in condizioni quasi identiche a quelle dello sbarco degli arabi il 6 giugno dell’827 con l’isola come sempre sguarnita di difese, lo spirito pubblico prostrato da un’amministrazione rapace e corrotta”. E, se è vero che “a furca è fatta p’o poviru”, la forca è fatta per il povero, è anche vero che l’isola è chiusa nel guscio di se stessa e si lascia travolgere da idee che non affermano nessuna verità ed è sempre più assetata di certezze, sempre più affascinata dalle contraddizioni e dalla sofferenza come dalla simulazione e dalla maschera. Le fonti della sua passione intellettuale sono da ricercarsi in Demetra, Core e Aretusa, in Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, nella pietra lavica del maestoso Etna, nei mosaici di Monreale e nel mito della roba  come nelle “grotte aride (dove a volte) vengono rinvenuti corpi privi di anima”.

Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)
Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)

“Già. Le due donne hanno reagito. Non sanno che da queste parti non si scherza…” perché in questa terra “più si fa finta di non sapere e meno si rischia la pelle” come è successo al notaio Manni, alla maestra Livato e a Michele che è tornato a casa , interrato in un vaso di fiori. “ma lo sguardo di Sciascia andava oltre” così tanto oltre da scrivere che “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma”. In quelle “Isole nell’isola” esiste una radice di tristezza e quel senso tragico della vita che talvolta sfocia nel sentimento di solitudine che fa sentire stranieri in patria. “Diciam dunque che l’isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze… e vengono da tutte le parti i viaggiatori e ad una voce la esaltano” (Edrisi, Della Sicilia) e en esaltano ance la fiera bellezza delle donne,  ne lodano il ruolo in seno alla famiglia, ne ammirano la posizione centrale nelle responsabilità sociali, donne che osano parlare con voce rude e misurarsi con gli uomini nel dramma popolare delle faide tra famiglie, del  delitto passionale e gli amori impossibili, amori incarnati nel verismo di Alfio e Mena, di Gesualdo e Diodata.

Tuttavia c’è anche da dire, come ebbe a scrivere Gramsci, che “la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale e questa si rivela più spontanea e forte nel suo teatro (che) è vita, è realtà, è linguaggio che coglie tutti gli aspetti dell’attività sociale, che mette in rilievo un carattere di vitalità.

Della “questione” meridionale si continua ad avere l’impressione di una carte-souvenir e a prenderne nota a margine della pagina della partecipazione sociale.

 “Sto a far camorra sulle cose, seduto/ al sole d’aprile che in me torna/a un suo azzardo di sentimenti e di inganni/Il paese, non lontano,  sembra affondare/ nel verde: di là di questo gioco/pieno di voci, è solo un paese di silenzio” (L. Sciascia, Aprile). Scrive Lorenzo Spurio a riguardo delle “Favole della dittatura”: “Simile attestazione alle “favole” sciasciane secondo me vale di più di ciascun saggio, libro, studio, o guida di lettura sul testo in questione in quanto Pasolini con strepitosa chiaroveggenza e una disarmante predisposizione ermeneutica ne affresca il contenuto con onestà, connotandone anche la forma… Pasolini gioca con le parole “favole” e “dittatura” chiamando il lettore alla riflessione”, “Ecco allora che la scrittura rafforza l’amore per la democrazia, se pur ammalata  da sistemi corrotti e devianti e non di ordine piramidale bensì di natura reticolare (in) un carnevale di maschere che dividono quell’esserci ontologico tra il subire e il fare, tra protagonismo e antagonismo”, conclude Iuri Lombardi  nel suo saggio antologico mentre per Martino Ciano,  curatore del volume,  “c’è chi costruisce progetti che magari non finiranno sui tavoli dei baroni ma che danno testimonianza ai posteri che c’è altro.”

“Leonardo Sciascia. Cronista di scomode realtà”, sono convinta che si è sempre cronisti di scomode realtà allorché si coltivano idee di libertà, giustizia e uguaglianza e il potere della scrittura si fa denuncia; quando si dà  ampio respiro a idee di vera fraternità, non si seguono mode  e si diventa voci fuori dal coro; quando si ha paura e non si cede a vessazioni e ricatti; quando si è in stretto contatto con la nostra solitudine di Uomini reclusi nel gorgo dell’indifferenza; quando i nostri ideali sono macigni sul cuore per chi cuore non ha  e le speranze fino allora coltivate sembrano svanire; quando si è lasciati soli nel presente; quando si è ben consapevoli che per la  fede di onestà anche altri prima di noi sono stati lasciati soli e altri dopo di noi lo saranno  ancora perché “la verità è (sempre) ai margini dove pochi la cercano”. 

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, 3 giugno 2015

23 Maggio 1992

Per non dimenticare. L’assassinio di Falcone ad opera della mafia.

I Giorni e le Lune


Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione.
Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.

(Giovanni Falcone)


Ricordando Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta – Capaci, 23 Maggio 1992 –


falcon

(immagine dal web)

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A Bagheria (PA) la presentazione dell’antologia su Sciascia promossa dalla rivista “Euterpe”

Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà

Curatore: Martino Ciano

Prefazione: Nazario Pardini

Postfazione: Antonio Spagnuolo 

Editore: PoetiKanten Edizioni

Anno: 2015

Pagine: 122

ISBN: 9788894038859

Costo: 10,00 €

 

stile euterpe_cover frontSinossi: La presente antologia, primo volume dell’iniziativa lanciata dalla rivista di letteratura “Euterpe” per una nuova cultura, volta a dedicare ogni anno una edizione collettanea a un dato autore, è stata dedicata a Leonardo Sciascia e porta quale sottotitolo “cronista di scomode realtà”. Il volume si apre con una nota di Martino Ciano (redattore di “Euterpe” e curatore del volume) alla quale segue la prefazione del poeta e scrittore Nazario Pardini.

Nella sezione poesia sono raccolti testi di Emanuele Marcuccio, Daniele Barbisan, Giorgina Busca Gernetti, Lucia Rita Carfagno, Osvaldo Crotti, Michela Zanarella, Sebastiano Impalà, Valentina Sensi, Maria Antonietta Filippini, Leonardo D’Amico, Catello Di Somma, Davide Lucarelli; nella sezione racconto sono presenti testi di Pasquale Faseli, Samuele Mazzotti, Corrado Calabrò, Sebastiano Plutino, Francesco Paolo Catanzaro, Luisa Bolleri, Nicola Giannini, Enrica Santoni, Giuseppe Barcellona; per la sezione saggistica interventi di Luca Rachetta, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi.

Il volume si chiude con una preziosa nota critica del poeta e scrittore Antonio Spagnuolo.

Domenica 19 aprile 2015 a Bagheria (PA) presso Palazzo Cutò, ospiti della Associazione Bagnera, si presenterà il volume antologico dedicato a Leonardo Sciascia. L’evento è libero al pubblico che è caldamente invitato a partecipare e intervenire. Durante la serata sarà possibile acquistare il summenzionato volume.

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FOTO DELLA PRESENTAZIONE (scatti di Enzo Lo Coco)