A Pesaro l’attesa presentazione dell’ “Omaggio in versi” all’unica regione plurale a cura di B. Mohorovich

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Nei mesi scorsi il poeta Bruno Mohorovich ha lanciato l’idea di raccogliere in un volume unico una serie di poesie scritte da autori diversi che, in qualche modo, parlassero, evocassero l’unica regione plurale, le Marche. L’iniziativa ha subito trovato il sostegno concreto di Bertoni Editore di Perugia che, proprio in questi giorni, l’ha data alle stampe.

L’obiettivo, come ha spiegato lo stesso curatore in una nota diffusa dalla casa editrice, è stato quello di “Restituire atmosfere antiche, arie di borghi e contrade con i loro profumi e le loro tradizioni e luoghi di ritrovo che il tempo ha cancellato, dissolto; far rivivere con lo sguardo  i verdeggianti colli e l’inquieto mare ed evocare attimi d’una vita, quando questa era fatta di semplici ed essenziali gesti: un incontro, un saluto, il ritrovarsi nella piazzetta o assolvere ad una comune preghiera”.

In questa maniera il poeta e critico letterario Mohorovich, ideatore e curatore del volume, ha chiamato a raccolta attorno a un ideale intento partecipativo i poeti che amano le Marche,  che qui vivono e lavorano o che l’hanno visitata e apprezzata. E’ nato, così, il nutrito volume (57 autori per l’esattezza) dell’antologia dal titolo Marche. Omaggio in versi, curato con la poetessa Elisa Piana.

L’ampia prefazione che introduce alle numerose voci, in lingua e in dialetto, di un gran numero di poeti nostrani sparsi nei vari territori di Marca, è firmata da Lorenzo Spurio, poeta e critico letterario jesino che da anni segue con entusiasmo e costanza l’universo poetico regionale mediante iniziative culturali, convegni e presentazioni di poeti. Nel 2016 Spurio, con un procedimento leggermente diverso da Mohorovich, produsse, dopo tre anni di lavoro, un’opera in due volumi presentata nei maggiori centri della Regione. Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) fu seguita poi da una sua raccolta di scritti critici su poeti e altri intelletuali marchigiani: Scritti marchigiani, appunto, che, nel sottotitolo recitava Istantanee e diapositive letterarie (Le Mezzelane, Santa Maria Nuova, 2017). Spurio, nella sua nota di prefazione all’antologia di Mohorovich, va rintracciando la genealogia di pubblicazioni simili nel corso dei decenni nella nostra Regione focalizzandosi poi su alcune tematiche o motivi topici che, nei vari testi poetici, ritornano. 

La prima presentazione dell’Omaggio in versi avrà luogo a Pesaro presso la Sala del Consiglio Comunale il prossimo 19 ottobre alle ore 17:30. All’iniziativa, patrocinata dal Comune di Pesaro, dalla Provincia di Pesaro-Urbino, dal Consiglio Regionale delle Marche, dalla Pro Loco di Candelara e dal Quartiere 3, interverranno  l’editore Jean Luc Bertoni, che consegnerà un Premio “alla carriera”  al Maestro Mario Logli , artista che si è eletto ambasciatore della civiltà urbinate nel mondo attraverso la sua poetica artistica; i curatori del volume Bruno Mohorovich ed Elisa Piana, il prefattore Lorenzo Spurio che nel suo testo critico a preambolo ha scritto  “un’antologia di brani che parlano delle Marche, vale a dire che abbiano da dire qualcosa sulla regione, da raccontarla, da individuarne alcun carattere distintivo. […] Questa non è una raccolta di poeti marchigiani strettamente intesa ma una raccolta di episodi, immagini, personaggi, colori, ricordi e tanto altro ancora relativo alle Marche. Omaggio alle Marche dunque: difatti varie poesie sono in forma di ringraziamento, altre esaltano i contesti urbani ai quali il poeta è particolarmente attaccato, altre ancora sono degli inni, odi di riconoscenza, canti meravigliati dinanzi a tanta beltà e ricchezza.” Alla presentazione prenderà parte anche Lorenzo Fattori, Presidente dell’AIIA (Accademia Internazionale Incisione Artistica) in rappresentanza dell’Accademia che ha collaborato al volume arrichendolo per mezzo delle loro opere e dell’artista Mara Pianosi.

INFO:

Luca Bertoni Editore – Perugia

Tel. (+39) 329-8881111 – info@bertonieditore.com 

 

ALCUNE FOTO DELL’EVENTO

 

 

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Sabato 24 marzo a Fabriano incontro con il poeta Antonio Cerquarelli

La poesia sul mare con Cerquarelli

Articolo di SANDRO TIBERI

Sabato 24 marzo alle ore 18, presso l’Oratorio del Gonfalone di Fabriano, il poeta sassoferratese Antonio Cerquarelli, accoglierà i presenti in un incontro di emozioni incentrato sull’ascolto, sulla riflessione, sulla bellezza che il mare poeticamente dona. Nell’ambito della mostra fotografica “Mare nostro” di Roberto Breccia, che avrà termine domenica 25 marzo, ascolteremo con una appassionata interpretazione di Antonio,  la voce del mare i suoi fremiti, i suoi lamenti, espressi in tutte le quattro stagioni. Possiamo dire che nel corso dei secoli poeti, scrittori, artisti, ognuno a modo proprio hanno inneggiato, si sono ispirati al fascino, al mistero dell’immensità del mare. Anche il celebre poeta marchigiano Giacomo Leopardi nella poesia “Infinito” scrisse: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare”.  Nella mitologia, nei poemi Omerici e nell’Illiade di Virgilio si parla molto del mare, di Ulisse, di Poseidone dio del mare. Nei racconti biblici il mare è stato grande protagonista ed interprete dei sogni e dei bisogni dell’uomo. Nella Genesi la Bibbia ci racconta che il Signore il secondo giorno creò il cielo e il mare. Nell’antico testamento Mosè stendendo il suo bastone, separò le acque del mar Rosso per permettere al suo popolo di mettersi in salvo. Nel tempo in cui viviamo non possiamo dimenticare il dramma dei profughi e dei naufraghi che, nel cercare di raggiungere le nostre coste, hanno perso la vita nel Mediterraneo. Cerquarelli ha voluto essere presente all’interno della mostra “Mare nostro” portando la sua testimonianza sul mistero, la bellezza, l’immensità del mare che è fonte di ispirazione, di serenità per il suo animo. Vi invitiamo a partecipare per trascorrere un pomeriggio da sogno.

SANDRO TIBERI

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Il poeta Antonio Cerquarelli nel suo discorso di membro di Giuria del 1° Premio Nazionale “Novella Torregiani” la cui premiazione si è svolta a Porto Recanati a Maggio 2017.

 

Chi è Antonio Cerquarelli?

Antonio Cerquarelli (Sassoferrato, 1944) per la poesia ha pubblicato Poesie, Prefazione di Jacques Dereidt e Mario Gabrielli, Illustrazioni di Salvatore Cavallo, Lalli, Poggibonsi, 1979, Rhapsodie a duex,  Prefazione di Eugenio Mattiato, Illustrazioni di Salvatore Cavallo e Fabio Lupini, Thalia, Liegi, 1982, Myricae, Prefazione di Antonio Coppola, Illustrazioni di Salvatore Cavallo, Lo Faro, Roma, 1984, Il canto del mare, Prefazione di Giuseppe De Gregorio, Illustrazioni di Salvatore Cavallo e Fabio Lupini, Sped.im, Roma, 1986, Tre stelle e una chitarra, Prefazione di Franco Musarra e Postfazione di Maria Burzacca-Bazzoli, Illustrazioni di Floriana Cerquarelli e Fabio Lupini, Istituto Internazionale di Studi Piceni, Sassoferrato,1998, Sottovoce, Prefazione di Vitaliano Ragni e presentazione di Stefano Trojani, Illustrazioni Fabio Lupini, Il Sanguerone, Sassoferrato, 2006, Un fremito di Verdeluna, Prefazione di Fabio Maria Serpilli, presentazione di Stefano Trojani e postfazione di Donatella Galli, Il Sanguerone, Sassoferrato, 2013. Alcune sue liriche sono state tradotte in lingua francese dal poeta Remo Tito Pozzetti, altre musicate da David Gluckman. Pluriaccademico, ha ottenuto vari primi premi, in Italia, Belgio, Svizzera, Germania, Svezia, ecc. Insignito dell’Ambrogino del Comune di Milano nel 1979, gli sono stati attribuiti dall’Accademia Internazionale di Boretto (RE), l’Oscar Europeo e l’Oscar Mondiale per la Poesia, rispettivamente negli anni 1979 e 1981.

(Profilo tratto da AA.VV., Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana, a cura di Lorenzo Spurio, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, vol. 1, p. 172).

La terra che trema è sempre la mia terra. La poesia di Gianni Palazzesi nell’opera d’esordio “Frammenti d’incertezza”

a cura di Lorenzo Spurio 

La poesia di Gianni Palazzesi è intrisa di terra e ci parla di emozioni dolci, di preoccupazioni e di aneliti di speranza. La terra è presente nelle sue varie sfaccettature, a partire dalla sua realtà geografica, vale a dire dall’ambiente in cui è radicato, ai legami familiari tra antecedenti e discendenti, seguendo con amore e orgoglio le radici genealogiche. Cari che il nostro ricorda con affetto e nostalgia, come la figura paterna, al centro di numerose liriche di questa sua opera prima, ma anche la madre, ormai anziana e chiusa in un mondo tutto suo che osserva, al di là della finestra, il giorno che nasce e che muore. Versi la cui semplicità delle immagini consente di enfatizzare il carico sensoriale del poeta, trasmettendo in maniera efficace al lettore il forte rapporto che lo lega alla sua famiglia, come pure al contesto ambientale della Provincia maceratese. Le poesie non difettano, infatti, di elementi che permettono di circoscrivere l’ambiente prettamente di campagna di cui la terra è mezzo primario ma Palazzesi non disdegna neppure l’immagine archetipica dell’acqua: le onde del mare che si frangono sugli scogli ma anche la neve, acqua nella sua forma cristallina, che il poeta invoca come felice immagine dell’infanzia e motivo di stupore.

Il poeta sembra calarsi quale narratore onnisciente, esimendosi di prendere parte attiva sulla scena preferendo, invece, situarsi in un cantuccio per osservare meglio, a distanza e non visto, ciò che accade. Non si tratta di un voyeuristico origliare, piuttosto di un’esigenza di guardare oltre: non solo ciò che prende forma, ma ciò che esso trasmette e significa. Proprio come l’immagine del padre affaticato per l’età o, più verosimilmente, per il duro lavoro nei campi: “guardo mio padre falciare/ grondante di sudore”. Risalta la figura dell’uomo laborioso, del contadino operoso e attento, scaltro nel suo lavoro, taciturno e perseverante con il quale la critica ha tratteggiato la tempra del marchigiano, del saldo uomo di provincia, amante della sua terra e di essa depositario e custode. Le immagini così fulgide di vedute del padre nella sua attività agricola danno modo di pensare e di sperare a occhi aperti che possa tornare a rivederlo: “Cammino da solo… rassegnato/ […] credo ancora/ di incontrare mio padre, di trovare fiori”. La malinconia che il poeta sente nei confronti del padre ormai lontano dal tempo dei fiori (della felicità, della completezza) sono resi con una terminologia piana, senza retoricismi né bovarismi di sorta: l’effetto che il poeta produce è forte e indiscutibile. Dolore per l’assenza della figura del padre, una sensazione di stordimento e incomprensione: lo scenario agreste, quella terra ricca e rigogliosa a seconda dei cicli di crescita e raccolta, non è la stessa di quando il padre ne era parte integrante e operativa. Se la mancanza è percepita in maniera pressante e costante, d’altro canto il poeta sembra convivere con una certezza, consolatoria se non del tutto pacificante, di una qualche interazione – pur indiretta – da parte del padre: “Ascolti ancora/ i miei silenzi/ padre oltre la fine”.

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Il poeta Gianni Palazzesi

Nativo di Treia e residente ad Appignano dal 1964, il poeta si configura territorialmente e identitariamente con la provincia maceratese, spazio localizzato nel centro della Regione dove, secondo gli studiosi, dal punto di vista linguistico (dialettale) sarebbe da ascrivere la natura più propria e distintiva di un ideale vernacolo marchigiano. Definizione, questa, assai ampia e pertanto imprecisa essendo la nostra terra plurima per influssi, caratteri e tendenze e dunque anche dal punto di vista linguistico. Non è interesse diretto del poeta quello del dialetto ma senz’altro verso l’amore per la sua terra che, anche nei componimenti che hanno un destinatario palesemente amoroso per una donna, non manca di essere definita, allusa, abbozzata. Il “picchio scrupoloso” è immagine di questa terra mediana in cui proprio tale pennuto è identificativo della regione, un tempo definita Picenum, da picus, appunto, che significa ‘picchio’.[1] Alcuni stralci paesaggistici, uniti a un approfondimento esistenziale, possono essere rintracciati in maniera chiarificatrice nella poesia “Antica terra mia” (una delle tre datate 1976):

La mia terra,

come un intreccio d’edera

un amore, la mia vita

la mia esistenza, il mio avvenire

tutto nella mia amata terra.

C’è poi la terra nel suo subbuglio, nelle onde telluriche che sconvolgono le placche, fanno sussultare persone, cadere case, inquinare di tormento l’anima dei fanciulli. La nostra regione – purtroppo – non è affatto nuova a episodi sismici: nel 1997 forti scosse interessarono le zone di confine tra Marche ed Umbria nei pressi di Colfiorito-Gualdo-Foligno[2] e, più recentemente, nel 2016 il tremendo terremoto che colpì l’alto reatino (Accumuli, Amatrice, Illica, etc.) diede vita a un lungo sciame sismico (ad oggi ancora attivo) che ha interessato in maniera assai significativa le Marche meridionali con particolare attenzione ad alcune aree del Maceratese. La poesia “Non scapperanno” è proprio dedicata ai terribili momenti che hanno interessato il nostro territorio e che ha distrutto interi centri quali Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, a poche decine di km dai luoghi abitati dal nostro.

Palazzesi non chiama l’origine dello sfacelo col suo nome, ce lo descrive, invece, mediante il suo dato sonoro e tramite i gravosi effetti che esso ha prodotto: “un boato lo annuncia/ sotto una nuvola di polvere/ tutto è crollato”. Dalla visuale sull’ambiente urbano sprofondato su se stesso, il grandangolo si concentra sulle disagiate condizione delle genti, miracolosamente illese, che, pur private di ogni cosa – forti nella loro spartana semplicità e austera dignità – non lasceranno la loro terra, le proprie origini, i loro monti, le strade, quell’ambiente che li ha visti nascere e crescere: “persone ancorate alla terra natia/ alle macerie/ fondamenta per il nuovo domani”. La terra – che immaginiamo colorata e in pace con sé stessa – è ormai sostituita da rottami di cemento e altri materiali, ferri torti, travi scheggiate, materiali che in sé trasmettono il segno e la gravità dell’accaduto ma che – nella necessaria speranza che s’intravvede – sarà materiale di risulta per una ricostruzione degli spazi, delle case, del centro abitato, della vita sociale. Apprezzabile e non per nulla scontato questo messaggio di fioca luce che è necessario per poter risalire la china di una depressione delle genti a seguito delle scosse che li ha privati delle proprie case, quando non della propria vita o di quella dei propri cari.

Questo mostro tumultuoso che tutto scrolla ritorna anche in altre liriche, scritte nel lontano 1976, nelle quali Palazzesi, allora in servizio militare a Pordenone, avvertì distintamente le scosse del terremoto del Friuli (prima scossa maggio 1976 e recidive nel settembre dello stesso anno per un totale di 900 morti circa); nella poesia “Li ho visti” il ricordo indelebile dei soccorritori che nella frenesia del momento diedero anche la loro vita al servizio degli altri: “Ho sentito la terra tremare ancora/ e dal loro lavoro… solo macerie”. Angoscia che il poeta ha rivissuto recentemente e che ha tratteggiato in “Attimi infiniti”, poesia il cui sottotitolo recita “Sei tornato”. Quasi un rapporto confidenziale con qualcuno che si è conosciuto già (a Gemona, per l’appunto) e che ora, di soppiatto fa capolino nuovamente gettando nell’angoscia e alimentando quell’incredulità di esserci nel domani. “Sei tornato ancora/ spaventoso e devastante” al punto da rimembrare la traumatica esperienza vissuta in Friuli: “Sei tornato/ a fine estate/ come allora,/ come nel ’76 a Gemona/ aprendomi ferite mai guarite”. L’avvento della forza della terra è capace di rivitalizzare e rinvigorire un dolore passato e, forse, mai del tutto metabolizzato. Lo scuotere della terra, delle fondamenta della propria casa, e l’insicurezza che, come un velo gelato, ammanta il poeta e le sue genti rattrappendone gli arti e ostacolandone le funzioni vitali. Sospensione e angoscia in cui la minaccia della magnitudo e delle scosse di assestamento non consentono di riprendere quella parte della propria esistenza, dei propri desideri e di sé stessi che prima dell’evento infausto rappresentavano la normalità. Palazzesi, anche negli istanti più dolorosi e nevralgici, mantiene un tono contenuto nel quale non si percepisce mai più di una desolazione disarmante; la stizza e lo sconforto – pure possibili e concreti in tali circostanze – non prendono mai il sopravvento. Il verso tiepido e improntato alla resa di immagini desolanti che ben conosciamo vive nell’intenzione mai doma di omaggiare e baciare quella terra mitica e arcaica che fu dei suoi avi e delle sue genti e che, “come un intreccio d’edera” non ha da essere sgrovigliato né divelto. 

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Uno scorcio suggestivo della campagna maceratese  al tramonto.

La doverosa attenzione va anche posta sul titolo di questa raccolta che costituisce – al di là di varie singole poesie pubblicate in antologie e riviste – la prima pubblicazione organica. La parola ‘frammenti’ sembrerebbe richiamare quella tendenza poetica inaugurata agli inizi del secolo scorso e definita per l’appunto “tecnica del frammento”; si trattava di un genere destrutturato e innovativo di comunicare concetti in cui non era ben definibile una demarcazione netta tra la poesia propriamente detta e ciò che in seguito sarebbe stata definita prosa poetica. La poesia di Palazzesi, che non ha nessun carattere proprio della prosa, viene proposta quale summa di frammenti, vale a dire di appunti, di schegge, un mosaico fatto da elementi che si caratterizzano per la loro esiguità e frammentarietà. Frammenti che, uniti in un contesto concettuale com’è proprio quello della raccolta (il tema della terra, come detto) si connotano ancor meglio nella loro compatta consequenzialità e legame. Una raccolta di idee e disegni lirici, di brandelli emozionali, di tessere di uno schema ben più ampio e complesso. La buona poesia, in fondo, dovrebbe sempre essere sotto forma di un frammento, auspicando la trattazione di determinati momenti, episodi o stati emotivi concepiti nel loro tempo/spazio nei quali si sono originati, sviluppati e diffusi. Il fatto che questi ‘frammenti’ siano collegati alla ‘incredulità’ costituisce, invece, un assioma curioso, ben difficile da sviscerare direttamente. Incredulo è colui che è refrattario a fidarsi o a credere; sulle ragioni che possono determinare tale situazione non è possibile mappare il vasto spettro delle possibilità ma basterà dire che una incredulità può derivare da una debole auto-stima, da una mancata comprensione del mondo o dell’altro, da un temperamento inflessibile con sé stessi o, ancor più, dalla mancanza effettiva di quegli arnesi conoscitivi atti a porre l’individuo nelle condizioni propizie per maturare una responsabile sicurezza e convinzione. Qui, nell’opera di Palazzesi, sembrerebbe che quell’incredulità ha più a che vedere con un misto di stupore per la natura e di scoramento per gli sconvolgimenti sismici che tanto spesso hanno lambito l’esistenza del nostro, in luoghi ed età diverse. Incredulità quale forma di meraviglia e gaudio ma anche come incapacità di convincersi dell’impossibilità di rivivere i momenti felici del passato. Occhi bagnati da lacrime che sono amare per il senso di nostalgia e mancanza ma anche di commozione e pienezza per il presente che è foriero e scrigno di gioie e ricchezze emotive.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 17-11-2017

 

[1] I piceni storicamente furono stanziati tra il IX e il III secolo a.C. in un’ampia fascia di terra rispecchiante sull’Adriatico compresa grosso modo tra il corso dei fiumi Foglia (che nasce in Toscana sul Monte Sovara e poi attraversa Pesaro sfociando nel suo mare) e il fiume Aterno (che nasce dal monte della Laga, passa nell’Aquilano unendosi poi al Pescara e sfociando nel mare dinanzi al capoluogo abruzzese). I piceni avevano conquistato dunque un ampio territorio che comprendeva le Marche e parte dell’Abruzzo. Al nord delle Marche, invece, erano stanziati i Galli.

[2] La scossa più distinta fu il 26 settembre 1997 in una frazione di Foligno. Ad essa ne seguirono numerose altre e lo sciame sismico durò per circa un anno. Il numero complessivo delle vittime fu di circa dieci vittime ma produsse circa lo sfollamento di 80.000 case. La navata principale della Basilica di San Francesco ad Assisi crollò uccidendo alcune persone.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Scritti marchigiani” di Lorenzo Spurio alla Biblioteca “R. Sassi” di Fabriano sabato 20 maggio

Dopo gli appuntamenti svoltisi a Pesaro (Alexander Musueum Palace Hotel, il 28 aprile u.s.) e Marzocca di Senigallia (Biblioteca Comunale “Luca Orciari”, il 7 maggio u.s.) il poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio presenterà il suo nuovo lavoro, “Scritti marchigiani. Istantanee e diapositive letterarie” (Le Mezzelane, 2017) presso  la Sala “D. Pilati” della Biblioteca Multimediale “Romualdo Sassi” di Fabriano (AN). L’appuntamento si terrà sabato 20 maggio alle ore 16:45, organizzato dalla Biblioteca in collaborazione con la Associazione Culturale Euterpe di Jesi e la casa editrice Le Mezzelane di Santa Maria Nuova.

Spurio presenterà al pubblico questa nuova composita opera nella quale ha raccolto il frutto di anni di scritture critiche, tra saggi, recensioni e note di lettura ad opere di poeti e scrittori marchigiani, sia morti che tutt’ora viventi. Il compendio è arricchito da una nota critica di Guido Garufi e da un apparato fotografico costituito da trentadue scatti che lo stesso Spurio ha eseguito nel corso degli anni in suggestive località della Regione.

L’autore terrà un discorso ricordando il critico letterario ed editore anconetano Carlo Antognini (1937-1977) a quaranta anni dalla sua morte, sottolineando l’importanza della sua figura e della sua intensa attività negli studi relativi alla poesia marchigiana.

A completamento della serata si terrà un recital poetico nel quale interverranno i poeti Antonio Cerquarelli (Sassoferrato), Cristiano Dellabella (Cupramontana), Nadia Enrica Maria Ghidetti (Fabriano), Assunta De Maglie (Cingoli), Alessandro Pietropaoli (Sassoferrato), Flavia Buldrini (Esanatoglia), Teseo Tesei (Fabriano), Michela Tombi (Pesaro), Franco Patonico (Senigallia), Patrizia Pierandrei (Jesi), Piero Talevi (Novilara), Giovanni Foresta (Esanatoglia),  Alessandro Moscè (Fabriano), Stefano Sorcinelli (Fano), Vincenzo Prediletto (Senigallia). La professoressa Luciana Corvi leggerà alcuni inediti della zia, la poetessa fabrianese Anna Malfaiera.

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Gli “Scritti marchigiani” di Lorenzo Spurio all’Alexander Museum di Pesaro il 28 aprile

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Venerdì 28 aprile alle ore 19, ospite del Conte Alessandro Nani Marcucci Pinoli, il poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio presenterà presso la sontuosa location dell’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro il suo nuovo saggio, “Scritti marchigiani”, edito da Le Mezzelane Editore di Santa Maria Nuova. Il volume, arricchito da numerosi scatti dello stesso autore fatti in vari luoghi suggestivi delle Marche, contiene scritti critici di Spurio tra cui saggi, recensioni e prefazioni ad autori marchigiani. Prosegue così il suo serio e intenso impegno nei confronti della letteratura locale, un lavoro che viene pubblicato un anno dopo dalla nota opera antologica “Convivio in versi” (PoetiKanten Edizioni, 2016) che Spurio ha presentato ampiamente nei maggiori centri della Regione. Durante la serata interverrà il Conte Alessandro Nani Marcucci Pinoli e, a seguire, Rita Angelelli, Direttore editoriale delle Mezzelane Editore. A completamento della serata si terrà un recital poetico durante in quale interverranno i poeti Elvio Angeletti, Franco Patonico, Piero Talevi, Michela Tombi, Stefano Sorcinelli, Raffaele Rovinelli, Oscar Sartarelli, Franco Duranti, Valtero Curzi, Vincenzo Prediletto, Laura Corraducci e Germana Duca Ruggeri. L’evento, organizzato dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi di cui Spurio è presidente, vedrà anche una interessante esposizione di sculturee lignee, opere d’arte dello jesino Leonardo Longhi. Con lui anche Stefano Vignaroli, autore del romanzo “L’ombra del campanile” che ha curato “Dalle immagini alle parole”, una antologia in cui ciascun opera scultorea di Leonardo Longhi ha ispirato dei racconti scritti da autori jesini.

Info:

http://www.associazioneeuterpe.comass.culturale.euterpe@gmail.com 

“Formica d’Italia”: sembianze del marchigiano in una lirica di Giorgio Umani (1898-1965)

“Formica d’Italia”: sembianze del marchigiano in una lirica di Giorgio Umani

a cura di Lorenzo Spurio 

Il dimenticato poeta e saggista Giorgio Umani nato a Cupramontana (AN), paese della Vallesina, nel 1898 e morto ad Ancona nel 1965, ha lasciato, all’interno della sua ampia produzione letteraria e scientifica, una poesia dal tono incalzante nella quale prende a pretesto alcune sfaccettature che denotano l’apatia e l’inettitudine del marchigiano nel farsi notare a livello nazionale. Umani, con alcune battute sagaci che dimostrano con chiarore una veridicità di contenuti in parte condivisibile anche oggi, si scaglia contro il marchigiano stesso incapace, per la sua natura silenziosa e refrattaria, di farsi valere unanimemente per essere dotato di distintive qualità creative, operoso nonché incompetente nella valorizzazione delle ricchezze che contraddistinguono il suo ambiente. Monologo furioso in cui l’indignazione si palpa in maniera netta, a evidenza di un temperamento umano e sociale al contempo che si è radicalizzato con tutte le sue significazioni meno positive a decretare un identikit assai scialbo e inconcludente, anomalo e abbruttito del marchigiano.

Giorgio Umani fu attratto sia dalla Scienza che dalle Lettere, ne è testimonianza la ricca bibliografia che di lui conserviamo tanto per studi, ricerche e saggi di carattere scientifico, e in maniera particolare rivolti allo studio degli insetti, che dinanzi a pubblicazioni di carattere filosofico, nonché poetico. Un intellettuale di ampio respiro e di tutto rispetto del quale, a più di cinquanta anni dal suo decesso, ormai si è perduto il ricordo[1], nonostante la sua polifonica trattazione di svariate branche del sapere, i suoi profondi ragionamenti estetici, l’importante apporto –in campo scientifico- di un innovativo metodo di conservazione delle specie, tecnica definita dei “preparati Ummo”.

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Il poeta Giorgio Umani

Per la poesia pubblicò i libri Parabole gnostiche (1926), Il canto delle lacrime (1926), Il volto nemico (1928), A segno di stella (1930), Il libro scarlatto (1933), Il Prometeo (1933), Umani 1937 (1938), L’ineffabile orgasmo (1953), Meraviglia d’essere (1954), L’arco teso (1956), Sporgersi degli adesso (1959), Dove s’incontrano le parallele (1960), L’incompiuta (1961), Quello che vedo è splendido (1961), L’ora degli ultimi (1962). Per la narrativa pubblicò il romanzo I nati per sempre (1935) e il racconto Atil (1938). Di carattere saggistico, estetico e filosofico i volumi Storia sacra della bellezza (1934), Storia sacra dell’arte (1937), Orizzonti di storia soprannaturale (1938), Abecedario universale (1942), Adamo si mette a capire (1953), Anatomia del mistero (1956),  Il Messia della Legione innocente (1958), Storia sacra dell’ ‘adesso’ (1965).

In maniera vivida e in forma assai incalzante Giorgio Umani diede un’immagine del regionale per mezzo della sua poesia “Marchigiano” contenuta in L’ineffabile orgasmo (1953) nella quale ne sottolineava la doppiezza caricaturale del soggetto: da una parte creativo, abile nelle arti e degno di rispetto dall’altro debole e sottomesso, incapace di valorizzare se stesso e il genio dei suoi compari corregionali. Ricco di contenuti e di potenzialità ma scarso nella promozione e nella difesa. Consapevolmente intellettuale ma troppo vulnerabile per l’autopromozione (“non saprai mai/vendere bene/la merce che hai”), per la dichiarazione netta e convinta del suo stato.

Ed è così, in questa altalenante realtà di ricchezza e remissione, di intelligenza e inettitudine, che Umani descrive il regionale come la “formica d’Italia”, esserino piccolo e apparentemente insignificante, vulnerabile e minuto tanto da non essere visto. Eppure c’è.

Il marchigiano è parsimonioso e modesto (“mangi per mezzo”), operoso al punto di ergersi sulla sua personale forza d’animo che rappresenta una autosufficienza esistenziale (“non tendi la mano”). Una persona che si accontenta e tace, che osserva e non dice, che non recrimina né condanna, che non si lamenta né piagnucola, un uomo vulnerabile che è più portato all’assoggettamento che all’autorevolezza. Che si adegua e muta con la necessità degli eventi, che non grida né ricerca gesti celebrativi né accusa mancanze e disagi mantenendo sempre e comunque la sua completa mite, semplice ed orgogliosa auto sussistenza alla vita.

Il marchigiano è un uomo semplice che viene dalla terra (“parente/ povero d’ogni vicino”) che non ha nel suo dna la propensione ad esuberanze e velleitarismi ma, secondo la disanima attenta e realistica di Umani, è poi anche quello che facilmente finisce gabbato, usato, sfruttato, semplicemente non considerato per le sue potenziali ricchezze e proprietà, per la sua bontà d’animo che risiede nella generosità, nella tacita confidenza, nella devota sincerità. Un popolo al quale è facile prendere e al contempo altrettanto facile è il non-dare, il non-riconoscere, a favore di un abbassamento se non un vezzeggiamento delle sue genetiche qualità.

La tempra del marchigiano è quella di un uomo saldo e vigoroso, che si è fatto e maturato sul lavoro pesante, sul lavoro nei campi ma anche nella partecipazione dignitosa a conflitti armati.

L’abbassamento del marchigiano, questo continuo sminuire, deprivare le reali ricchezze che lo contraddistinguono è un fenomeno comune ispessitosi dal fatto che è lui stesso il primo a non adoperarsi per evitarlo. La smodata parsimonia, il riserbo connaturato, il silenzio, il temperamento sottaciuto, il rigetto di magniloquenze o estremismi, lo fanno debole ed emarginato, isolato e vulnerabile, pacioso di una bonarietà retrattile e perniciosa. Di questo “ingegno sottile”, della palese talentuosità del regionale, Umani richiama alcune delle potenze espressive maggiori, da Gentile a Raffaello, da Gigli al Bramante, passando per Spontini e Rossini non mancando di citare il Poeta per antonomasia, modello di riferimento instancabile, il locale Giacomo Leopardi. In una composta e fruttuosa elencazione dei talenti più incisivi a rappresentare le varie arti, Umani condensa una ricchezza che non è solo orgoglio marchigiano, ma patrimonio culturale dell’umanità tutta.

Dinanzi al chiasso e all’ostentazione il regionale preferisce il riserbo e la compostezza pagando un prezzo che sa di essere assai alto: il silenzio e l’inattività, la tacita presenza che, di contro, favoriscono l’affermazione di chi, diverso da lui, ha mezzi più eclatanti e rumorosi che, però, producono effetto: “Tu dove gli altri/ si fanno avanti/ a furia di gomiti/ a furia di spinte,/ sai solo l’arte di farti da parte,/ sai solo il modo/ di star tra le quinte,/ tu sempre pronto/ a cedere il passo,/ sempre disposto/ a coprire di fiori/ i padreterni/ che vengon di fuori”.

Minimizzazione, reticenza e incapacità, inettitudine e mancanza di scaltrezza, fuga dagli antagonismi e dai ribellismi, mancanza di una forte autodeterminazione improntata alla difesa identitaria e delle proprie ricchezze. In tutto ciò domina, forse, una non radicata autostima, un senso di vulnerabilità e timore, un’ossessione reverenziale verso l’altro piuttosto che il sacrosanto ascolto di sé stessi: “Pare/ che chiedi scusa/ di respirare”, annota Umani, a significazione evidente di questo atteggiamento quasi insano del regionale che è sintomatico e artefice di un processo di negazione identitaria, preoccupante e, invero, di carattere paurosamente genetica.

Ecco poi che dalla genialità artistica di alcuni marchigiani eccellenti il poeta passa all’elencazione di alcuni ambiti naturalistici che arricchiscono la Regione (il Conero, il Furlo, Frasassi, etc.) lasciando intendere, anche in questa circostanza, la sua tendenza a non sapersi autopromuovere, a farsi conoscere, a celebrare il bello che ha in casa sua. Predominano, ancora, nell’approssimazione che si sta facendo al temperamento regionale, i toni grigi di reticenza e inabilità, nonché una forma enigmatica e pesante di rassegnazione vittimistica.

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La conclusione dell’Umani, perentoria e assai aspra, ha la forma di una autocondanna pressante da portare: “tu sarai sempre/ il Marchiano/ quello che tira il carretto,/ […]/ quello che porta il peso/ e non se ne dà per inteso,/ quello per cui non c’è posto,/ non c’è né fumo né arrosto”. Il monito che lancia è però evidente: se il regionale non si arma di orgoglio e di volontà e non fa nulla per cambiare, allora rimarrà l’ultimo ad aver voce, sarà dimenticato e bistrattato e, cosa ben più grave ancora, sarà lui stesso colpevole per non aver permesso di mettere al bando lo svilimento della sua immagine.

Il marchigiano è un uomo di atteggiamenti distinti e netti, privo di gradazioni intermedie: retto e austero, ironico e beffardo (“pio e strafottente”) capace di grandi cose ma dall’animo tendenzialmente mesto ed appiattito (“buono a far tutto/ e pago con niente”), incline a una profonda nostalgia, ingrigito da uno stato di noia, da un’indecisione di fondo che risiede proprio nella sua mancanza di esuberanza e attivismo.

Umani chiama in causa anche lo spauracchio nero dell’invidia che spesso può riguardare chi non riesce ad esprimere un lecito e fisiologico stato di felicità dinanzi all’affermazione motivata di un suo compaesano, di un suo regionale, preferendo, in maniera masochistica, trovare il modo –anche il più abbietto- per affossarlo con l’intento di infangare il talento che dovrebbe, invece, ingenerare in lui felicità e condivisione (“tu che dovresti/ dargli una mano,/ sei sempre il primo/ che l’ha da colpire,/ sei sempre quello/ che gli ha da far guerra/ e sotto ai piedi/ gli scava la terra”).

La chiusura della lunga lirica ritorna sull’immagine della formica da Umani scelto a rappresentare questo popolo semplice e taciturno, pieno di ricchezze, che custodisce gelosamente quasi con il desiderio di preservare quella coralità provinciale chiusa in se stessa. Nell’auto-denigrazione di sé stesso, nel processo di impoverimento e riduzione che il marchigiano intuitivamente è portato ad attuare risiede al contempo causa e conseguenza del suo male: l’incapacità di crescere o di sognare godendo del riconoscimento del proprio lavoro e della propria operosità nella difesa della propria terra e della promozione delle eccellenze.

Lorenzo Spurio 

Note

[1] Nel 2005, nell’occasione dei cinquanta anni dalla sua morte, a Cupramontana, sua città natale, si è tenuta una giornata di studi in sua memoria nella quale sono intervenuti il prof. Giancarlo Galeazzi (Università di Urbino), il prof. Guido Garufi (Università di Macerata) e il prof. Carlo Francalancia (Università di Camerino). Gli atti della giornata sono contenuti nel volume Testimone del ‘900. Atti della giornata di studio, 3 dicembre 2005, a cura di Riccardo Ceccarelli, Cupramontana, 2006.

Ad Agugliano il “Convivio in versi” con reading di poeti locali

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Si terrà venerdì 28 ottobre presso la Biblioteca Comunale di Agugliano (AN) la presentazione della antologia di poesia marchigiana “Convivio in versi” curata dal critico letterario e poeta jesino Lorenzo Spurio che -dopo numerosi incontri pubblici su tutto il territorio Regionale per far conoscere questa ampia antologia poetica- si approssima a chiudere il tour di presentazioni. L’evento, inserito all’interno del programma di iniziative del “Festival della Cultura” promosso dalla Associazione La Guglia di Agugliano, sarà una buona occasione per parlare di poesia marchigiana, di alcuni poeti che hanno marcato, tanto in lingua quanto in dialetto, il percorso culturale della letteratura locale giungendo -in taluni casi- anche a inserirsi in quella nazionale.

L’evento inizierà alle 21:30 e sarà presentato dalla scrittrice Alessandra Montali. A seguire interverranno una serie di poeti che daranno lettura a loro componimenti: Elvio Angeletti, Andrea Ansevini, Maria Luisa D’Amico, Renata Morbidelli, Ilaria Romiti, Laura Molinelli, Nadia Diotallevi, Umberto Emili, Massimo Fabrizi, Massimi Grilli, Asmae Dachan, Stefano Sorcinelli, Lucio Cammerucci, Gianni Palazzesi. 

Durante la stessa serata (ore 21:00) verrà inaugurata la mostra di opere fotografiche dal titolo “I lavori de ‘na ‘olta” del Maestro Giorgio Marinelli.

Info: info@associazionelaguglia.it 

 

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