“Formica d’Italia”: sembianze del marchigiano in una lirica di Giorgio Umani (1898-1965)

“Formica d’Italia”: sembianze del marchigiano in una lirica di Giorgio Umani

a cura di Lorenzo Spurio 

Il dimenticato poeta e saggista Giorgio Umani nato a Cupramontana (AN), paese della Vallesina, nel 1898 e morto ad Ancona nel 1965, ha lasciato, all’interno della sua ampia produzione letteraria e scientifica, una poesia dal tono incalzante nella quale prende a pretesto alcune sfaccettature che denotano l’apatia e l’inettitudine del marchigiano nel farsi notare a livello nazionale. Umani, con alcune battute sagaci che dimostrano con chiarore una veridicità di contenuti in parte condivisibile anche oggi, si scaglia contro il marchigiano stesso incapace, per la sua natura silenziosa e refrattaria, di farsi valere unanimemente per essere dotato di distintive qualità creative, operoso nonché incompetente nella valorizzazione delle ricchezze che contraddistinguono il suo ambiente. Monologo furioso in cui l’indignazione si palpa in maniera netta, a evidenza di un temperamento umano e sociale al contempo che si è radicalizzato con tutte le sue significazioni meno positive a decretare un identikit assai scialbo e inconcludente, anomalo e abbruttito del marchigiano.

Giorgio Umani fu attratto sia dalla Scienza che dalle Lettere, ne è testimonianza la ricca bibliografia che di lui conserviamo tanto per studi, ricerche e saggi di carattere scientifico, e in maniera particolare rivolti allo studio degli insetti, che dinanzi a pubblicazioni di carattere filosofico, nonché poetico. Un intellettuale di ampio respiro e di tutto rispetto del quale, a più di cinquanta anni dal suo decesso, ormai si è perduto il ricordo[1], nonostante la sua polifonica trattazione di svariate branche del sapere, i suoi profondi ragionamenti estetici, l’importante apporto –in campo scientifico- di un innovativo metodo di conservazione delle specie, tecnica definita dei “preparati Ummo”.

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Il poeta Giorgio Umani

Per la poesia pubblicò i libri Parabole gnostiche (1926), Il canto delle lacrime (1926), Il volto nemico (1928), A segno di stella (1930), Il libro scarlatto (1933), Il Prometeo (1933), Umani 1937 (1938), L’ineffabile orgasmo (1953), Meraviglia d’essere (1954), L’arco teso (1956), Sporgersi degli adesso (1959), Dove s’incontrano le parallele (1960), L’incompiuta (1961), Quello che vedo è splendido (1961), L’ora degli ultimi (1962). Per la narrativa pubblicò il romanzo I nati per sempre (1935) e il racconto Atil (1938). Di carattere saggistico, estetico e filosofico i volumi Storia sacra della bellezza (1934), Storia sacra dell’arte (1937), Orizzonti di storia soprannaturale (1938), Abecedario universale (1942), Adamo si mette a capire (1953), Anatomia del mistero (1956),  Il Messia della Legione innocente (1958), Storia sacra dell’ ‘adesso’ (1965).

In maniera vivida e in forma assai incalzante Giorgio Umani diede un’immagine del regionale per mezzo della sua poesia “Marchigiano” contenuta in L’ineffabile orgasmo (1953) nella quale ne sottolineava la doppiezza caricaturale del soggetto: da una parte creativo, abile nelle arti e degno di rispetto dall’altro debole e sottomesso, incapace di valorizzare se stesso e il genio dei suoi compari corregionali. Ricco di contenuti e di potenzialità ma scarso nella promozione e nella difesa. Consapevolmente intellettuale ma troppo vulnerabile per l’autopromozione (“non saprai mai/vendere bene/la merce che hai”), per la dichiarazione netta e convinta del suo stato.

Ed è così, in questa altalenante realtà di ricchezza e remissione, di intelligenza e inettitudine, che Umani descrive il regionale come la “formica d’Italia”, esserino piccolo e apparentemente insignificante, vulnerabile e minuto tanto da non essere visto. Eppure c’è.

Il marchigiano è parsimonioso e modesto (“mangi per mezzo”), operoso al punto di ergersi sulla sua personale forza d’animo che rappresenta una autosufficienza esistenziale (“non tendi la mano”). Una persona che si accontenta e tace, che osserva e non dice, che non recrimina né condanna, che non si lamenta né piagnucola, un uomo vulnerabile che è più portato all’assoggettamento che all’autorevolezza. Che si adegua e muta con la necessità degli eventi, che non grida né ricerca gesti celebrativi né accusa mancanze e disagi mantenendo sempre e comunque la sua completa mite, semplice ed orgogliosa auto sussistenza alla vita.

Il marchigiano è un uomo semplice che viene dalla terra (“parente/ povero d’ogni vicino”) che non ha nel suo dna la propensione ad esuberanze e velleitarismi ma, secondo la disanima attenta e realistica di Umani, è poi anche quello che facilmente finisce gabbato, usato, sfruttato, semplicemente non considerato per le sue potenziali ricchezze e proprietà, per la sua bontà d’animo che risiede nella generosità, nella tacita confidenza, nella devota sincerità. Un popolo al quale è facile prendere e al contempo altrettanto facile è il non-dare, il non-riconoscere, a favore di un abbassamento se non un vezzeggiamento delle sue genetiche qualità.

La tempra del marchigiano è quella di un uomo saldo e vigoroso, che si è fatto e maturato sul lavoro pesante, sul lavoro nei campi ma anche nella partecipazione dignitosa a conflitti armati.

L’abbassamento del marchigiano, questo continuo sminuire, deprivare le reali ricchezze che lo contraddistinguono è un fenomeno comune ispessitosi dal fatto che è lui stesso il primo a non adoperarsi per evitarlo. La smodata parsimonia, il riserbo connaturato, il silenzio, il temperamento sottaciuto, il rigetto di magniloquenze o estremismi, lo fanno debole ed emarginato, isolato e vulnerabile, pacioso di una bonarietà retrattile e perniciosa. Di questo “ingegno sottile”, della palese talentuosità del regionale, Umani richiama alcune delle potenze espressive maggiori, da Gentile a Raffaello, da Gigli al Bramante, passando per Spontini e Rossini non mancando di citare il Poeta per antonomasia, modello di riferimento instancabile, il locale Giacomo Leopardi. In una composta e fruttuosa elencazione dei talenti più incisivi a rappresentare le varie arti, Umani condensa una ricchezza che non è solo orgoglio marchigiano, ma patrimonio culturale dell’umanità tutta.

Dinanzi al chiasso e all’ostentazione il regionale preferisce il riserbo e la compostezza pagando un prezzo che sa di essere assai alto: il silenzio e l’inattività, la tacita presenza che, di contro, favoriscono l’affermazione di chi, diverso da lui, ha mezzi più eclatanti e rumorosi che, però, producono effetto: “Tu dove gli altri/ si fanno avanti/ a furia di gomiti/ a furia di spinte,/ sai solo l’arte di farti da parte,/ sai solo il modo/ di star tra le quinte,/ tu sempre pronto/ a cedere il passo,/ sempre disposto/ a coprire di fiori/ i padreterni/ che vengon di fuori”.

Minimizzazione, reticenza e incapacità, inettitudine e mancanza di scaltrezza, fuga dagli antagonismi e dai ribellismi, mancanza di una forte autodeterminazione improntata alla difesa identitaria e delle proprie ricchezze. In tutto ciò domina, forse, una non radicata autostima, un senso di vulnerabilità e timore, un’ossessione reverenziale verso l’altro piuttosto che il sacrosanto ascolto di sé stessi: “Pare/ che chiedi scusa/ di respirare”, annota Umani, a significazione evidente di questo atteggiamento quasi insano del regionale che è sintomatico e artefice di un processo di negazione identitaria, preoccupante e, invero, di carattere paurosamente genetica.

Ecco poi che dalla genialità artistica di alcuni marchigiani eccellenti il poeta passa all’elencazione di alcuni ambiti naturalistici che arricchiscono la Regione (il Conero, il Furlo, Frasassi, etc.) lasciando intendere, anche in questa circostanza, la sua tendenza a non sapersi autopromuovere, a farsi conoscere, a celebrare il bello che ha in casa sua. Predominano, ancora, nell’approssimazione che si sta facendo al temperamento regionale, i toni grigi di reticenza e inabilità, nonché una forma enigmatica e pesante di rassegnazione vittimistica.

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La conclusione dell’Umani, perentoria e assai aspra, ha la forma di una autocondanna pressante da portare: “tu sarai sempre/ il Marchiano/ quello che tira il carretto,/ […]/ quello che porta il peso/ e non se ne dà per inteso,/ quello per cui non c’è posto,/ non c’è né fumo né arrosto”. Il monito che lancia è però evidente: se il regionale non si arma di orgoglio e di volontà e non fa nulla per cambiare, allora rimarrà l’ultimo ad aver voce, sarà dimenticato e bistrattato e, cosa ben più grave ancora, sarà lui stesso colpevole per non aver permesso di mettere al bando lo svilimento della sua immagine.

Il marchigiano è un uomo di atteggiamenti distinti e netti, privo di gradazioni intermedie: retto e austero, ironico e beffardo (“pio e strafottente”) capace di grandi cose ma dall’animo tendenzialmente mesto ed appiattito (“buono a far tutto/ e pago con niente”), incline a una profonda nostalgia, ingrigito da uno stato di noia, da un’indecisione di fondo che risiede proprio nella sua mancanza di esuberanza e attivismo.

Umani chiama in causa anche lo spauracchio nero dell’invidia che spesso può riguardare chi non riesce ad esprimere un lecito e fisiologico stato di felicità dinanzi all’affermazione motivata di un suo compaesano, di un suo regionale, preferendo, in maniera masochistica, trovare il modo –anche il più abbietto- per affossarlo con l’intento di infangare il talento che dovrebbe, invece, ingenerare in lui felicità e condivisione (“tu che dovresti/ dargli una mano,/ sei sempre il primo/ che l’ha da colpire,/ sei sempre quello/ che gli ha da far guerra/ e sotto ai piedi/ gli scava la terra”).

La chiusura della lunga lirica ritorna sull’immagine della formica da Umani scelto a rappresentare questo popolo semplice e taciturno, pieno di ricchezze, che custodisce gelosamente quasi con il desiderio di preservare quella coralità provinciale chiusa in se stessa. Nell’auto-denigrazione di sé stesso, nel processo di impoverimento e riduzione che il marchigiano intuitivamente è portato ad attuare risiede al contempo causa e conseguenza del suo male: l’incapacità di crescere o di sognare godendo del riconoscimento del proprio lavoro e della propria operosità nella difesa della propria terra e della promozione delle eccellenze.

Lorenzo Spurio 

Note

[1] Nel 2005, nell’occasione dei cinquanta anni dalla sua morte, a Cupramontana, sua città natale, si è tenuta una giornata di studi in sua memoria nella quale sono intervenuti il prof. Giancarlo Galeazzi (Università di Urbino), il prof. Guido Garufi (Università di Macerata) e il prof. Carlo Francalancia (Università di Camerino). Gli atti della giornata sono contenuti nel volume Testimone del ‘900. Atti della giornata di studio, 3 dicembre 2005, a cura di Riccardo Ceccarelli, Cupramontana, 2006.

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