Emanuele Marcuccio intervista Lorenzo Spurio

Intervista a Lorenzo Spurio

a cura di Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?

LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?

LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?

LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

EM: Chi sono i lettori dei tuoi racconti, a quale o a quali generi letterari possono riferirsi i tuoi racconti?

LS: Credo che non ci siano limiti di età, sesso, religione, etnia etc. Sono trasversali e, dando immagini realistiche (a volte surreali) della realtà, credo che possano interessare tutti: dal ragazzo che può farne una lettura veloce, magari divertente e fine a se stessa, alla persona matura che, invece, dietro quelle che sembrano delle casualità o degli imprevisti, può leggere molto di più. Il libro non lo fa solo lo scrittore, ma anche il lettore. La mia interpretazione dei racconti che scrivo è una ma se qualcuno mi dice che, leggendolo, ne ha avuta una diversa allora non posso che essere contento. Il processo di scrittura deve essere fatto da entrambe le parti.

 EM: Come scrive Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»Preferisci scrivere a penna o al PC?

LS: Ho scritto raramente a mano, quando non avevo con me il PC ma è una cosa che cerco di evitare perché poi la ricopiatura può essere noiosa e può accadere che non riesca neppure a decifrare certe parole che ho scritto a mano velocemente a mo’ di scarabocchio. Il computer è un buon amico. Finché non sopraggiungono dei problemi e perdi tutti i dati, cosa che mi è capitata.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di scrittore, giornalista e critico letterario?

LS: La definizione di critico letterario è troppo grande e la lascerei ad altre persone che si dedicano con amore e attenzione alla letteratura sotto questo punto di vista. Ho scritto alcuni testi critici sulla letteratura, è vero, ma non sono un critico letterario. Come dicevo poc’anzi la nascita dell’amore per la letteratura è da localizzare con la mia primissima frequentazione dell’università. È stato quello il germe da cui sono partite varie idee, tentativi di scrittura, progetti e analisi prettamente letterarie.

EM: Lodevole la tua modestia ma, scusami, se scrivi testi critici di letteratura in fondo non fai il critico letterario? Cosa ti manca per esserlo davvero, forse i recensionisti scrivono testi critici di letteratura?

LS: I recensionisti si dedicano a recensire un’opera solitamente nel periodo coevo in cui questa è pubblicata. Se io scrivo un’analisi di Mrs. Dalloway quella non sarà una recensione ma avrà piuttosto la forma di un saggio o di un testo di critica letteraria. Modestia a parte, pur dedicandomi a questo tipo di scrittura con molta attenzione e piacere, devo confessare che non sono molto prolifico sotto questo punto di vista. Una profonda analisi letteraria richiede tempo e più letture, anche a distanza di tempo che ci consentano ogni volta di prediligere un punto di vista diverso.

EM: Capisco, non ritieni di essere un critico letterario perché hai scritto pochi saggi di tal genere. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

LS: Se parliamo dello scrivere i racconti allora non esistono delle fasi, dei modelli o dei percorsi che seguo perché mi piace scrivere di getto, senza stare troppo a pensare. Mi piace rielaborare idee e concetti che mi frullano in mente e assemblarli con alcuni episodi che magari ho vissuto direttamente, cambiandoli, stravolgendoli, mettendoci spesso anche dell’ironia. Se invece parliamo di testi critici letterari però il procedimento di scrittura è completamente diverso. In questo caso l’adozione di un metodo di analisi e di scrittura è necessario. L’inizio sta sicuramente nella lettura attenta del racconto o del romanzo che si analizza, fatta anche più volte e ricorrendo al testo in lingua originale. Poi si circoscrivono alcuni temi che sono fondamentali in quel testo e si comincia ad indagarli, riportando estratti del testo e allargando l’analisi al periodo socio-culturale, storico e letterario. La comparazione con altri testi coevi o che presentano temi analoghi trattati nella stessa maniera o stravolti rappresenta, per me, un contributo ulteriore. La lettura e la rilettura di quanto si scrive è necessaria e doverosa, anche a distanza di tempo. Scrivere un saggio è completamente diverso da scrivere un racconto, si è in un certo qual modo gessati, spersonalizzati. Ma mi piace scrivere entrambe le cose, forse perché con il saggio riesco a straniarmi e guardare il mondo dall’esterno mentre con il racconto mi mescolo con i personaggi e gli episodi.

EM: I tuoi racconti sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, ce ne puoi parlare?

LS: È proprio così. Nel momento in cui avevo messo da parte un consistente numero di racconti, di natura anche diversa, ho deciso che era il momento di farli leggere a qualcuno. A qualcuno interessato. A qualcuno competente. A tutti coloro che sarebbero stati contenti di farlo. Per cui è iniziata la ricerca on-line di varie riviste di letteratura e cultura. Ne ho trovate molte, alcune on-line, altre anche cartacee. Alcune prestigiose, altre sconosciute. Alcune tematiche, altre a tema libero. Ho cominciato a proporre alcuni miei testi. Il primo racconto pubblicato è stato “Le spade del conte” sulla rivista Il Leviatano, rivista attualmente chiusa e che ha cambiato nome. Molti racconti sono stati pubblicati su Parliamone, una rivista on-line diretta dal sig. Bartolomeo di Monaco, altri sulla rivista Segreti di Pulcinella diretta da Massimo Acciai e della quale sono redattore. Poi numerose altre tra cui Frigidaire, Aeolo, Il Grandevetro, Osservatorio Letterario, Kenavò, Inverso ed altre. È stata una grande soddisfazione per me essere pubblicato. È giusto però che riconosca che alcune riviste abbiano rigettato i miei lavori e rifiutato di pubblicarli perché non in linea con la veste editoriale o perché considerati non buoni. Come sempre i pareri possono essere diversissimi, ed è giusto che sia così.

EM: Perché hai scelto di scrivere racconti, hai mai provato a scrivere poesie o un romanzo?

LS: Devo confessare che la poesia come genere non mi è mai piaciuto molto. A scuola non le leggevo con particolare interesse e trovavo sempre più semplice ricordarne il contenuto se facevo la parafrasi. Non sarei bravo a scrivere poesie per cui non lo faccio. Quando mi metto a scrivere ho spesso bisogno di esprimere idee anche semplici ma per le quali necessito di molte parole e non sarei in grado di utilizzare un linguaggio conciso, metaforico e condensato per esprimere ciò che voglio dire. Non escludo però che in futuro non ne possa scrivere, anche se rimango molto scettico al riguardo. Ho scritto solo racconti, alcuni dei quali anche abbastanza lunghi tanto da poter essere considerati anche come romanzi brevi. Per ora non ho ancora scritto un romanzo propriamente detto ma è probabile che un progetto di questo tipo possa riguardami in futuro. Per ora trovo il genere del racconto più congeniale e adatto a me: mi consente di creare storie semplici, quotidiane o assurde, con pochi personaggi e di cambiare la storia svoltando con degli episodi epifanici. Con il romanzo credo che non potrei fare tutto ciò e dovrei trovare un modo per coniugare la mia scrittura a questo nuovo genere. Vedremo. Assieme alla signora Sandra Carresi ho scritto già dei racconti a quattro mani abbastanza lunghi che pubblicheremo singolarmente a mo’ di romanzo.

EM: Recentemente hai pubblicato con Lulu Edizioni un tuo saggio critico Jane Eyre, una rilettura contemporanea, ce ne puoi parlare?

LS: Ti ringrazio per darmi l’occasione di parlare di questa mia recentissima pubblicazione. Questa raccolta di saggi nasce dal mio grande interesse e dalla mia grande fascinazione per questo romanzo, capolavoro della Brontë e pietra miliare della letteratura vittoriana.  Il romanzo, al di là della storia della povera Jane a partire dalla sua infanzia fino alla maturità, presenta una serie di temi importanti che pervadono tutto il romanzo: il tema dell’orfano, il tema razziale e coloniale, il tema della moglie pazza, il tema religioso e così via. Si presta a una serie di letture molto eterogenee, tutte interessantissime. È quello che ho cercato di fare in questo libro in cui il metodo di analisi utilizzato è stato quello comparativo. Il romanzo della Brontë è stato studiato confrontandolo con prequel, sequel e riscritture che sono nate proprio da questo mother text. Ho parlato così de Il grande mare dei Sargassi, romanzo dell’anglo-caraibica Jean Rhys, La bambinaia francese, romanzo per ragazzi della sarda Bianca Pitzorno, Charlotte, l’ultimo viaggio di D.M. Thomas e Jane Slayre di Sherri Browning Erwin, riscrittura horror di Jane Eyre. Nel libro si fa inoltre riferimento a numerose altre riscritture recenti dell’antico romanzo vittoriano e si fornisce il testo completo di un’intervista da me fatta alla scrittrice americana Sherri Browning Erwin, autrice di Jane Slayre. Ciò che fuoriesce da questo libro non è altro che una lettura tutta contemporanea del romanzo della Brontë. Oggigiorno sono in pochi a leggere i classici della letteratura e ancor meno in numero coloro a cui piace soffermarsi nella lettura e nell’analisi, per cui spero vivamente che il mio libro riceva un buon accoglimento.

EM: Cosa ti ha spinto a pubblicare il tuo libro?

LS: Una volta aver terminato la stesura di questi saggi e di averli riletti attentamente ho deciso di proporne la lettura ad alcuni scrittori e poeti che ho conosciuto on-line, accomunati dal loro amore per la letteratura. La premessa intuitiva che mi sono fatto è che ogni amante della letteratura doveva per forza conoscere questo grande romanzo. La gran parte lo aveva letto o, comunque, anche se non aveva letto il libro aveva avuto modo di vedere il film e quindi sapeva di che cosa si trattava. Alcuni non l’avevano letto ma non si sono rifiutati di leggere la mia raccolta di saggi, anzi a conclusione della lettura mi hanno detto che avevo fatto nascere in loro il desiderio di leggere il romanzo. Ne sono stato contento. Con la signora Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, ho avuto l’occasione di conversare privatamente sulla grandezza del romanzo della Brontë e di scambiare considerazioni ed interpretazioni. Gentilmente ha letto il mio testo e mi ha detto che era interessante e ben costruito, si è limitata a fare un piccolo editing per il quale la ringrazio molto. Mi sono così deciso a pubblicare questa raccolta di saggi nella speranza che, qualcun altro, possa trovarne interessante non solo il contenuto ma l’approccio analitico impiegato.

EM: Personalmente, quando leggo un classico, il mio genere di lettura preferito, gli affianco un saggio sull’opera in lettura, cosa che non sempre mi è possibile. Non ho ancora letto Jane Eyre, anche se è presente nella mia libreria, anch’io lo conosco solo tramite il bel film di Zeffirelli e, sicuramente durante la lettura gli affiancherò il tuo saggio critico. Come ti sei trovato con Lulu Edizioni, perché l’hai scelta?

LS: Avrei preferito pubblicare il mio libro tramite un editore italiano (Lulu è un editore on-line e assegna ISBN americano) ma si sa quanto il panorama editoriale italiano sia inaccessibile soprattutto per un ragazzo che non ha intenzione di sborsare un euro per pubblicare il suo libro. Se poi il ragazzo non ha mai pubblicato niente in precedenza ed esordisce con una raccolta di saggi, gli editori sono ulteriormente scettici. Mi sono detto che non mi andava di aspettare un anno, magari due, prima di trovare un editore che avrebbe fatto il caso mio, così mi sono deciso a pubblicarlo tramite Lulu.com che è una piattaforma on-line molto precisa e ben curata, con spiegazioni accurate per ogni stadio di invio bozze, stampa, diffusione etc.

EM: Quali sono i tuoi autori preferiti, ce n’è uno in particolare?

LS: Ho numerosi scrittori che amo molto. Devo dire che sono anche molto diversi tra loro. Sicuramente devo citare il popolare e controverso Bukowski e l’inglese Ian McEwan, del quale ho letto tutta la produzione e sul quale ho scritto la mia tesi di laurea, John Irving, Jeffrey Eugenides, Philip Roth, Franz Kafka, Italo Svevo e soprattutto Virginia Woolf.

EM: Qual è la tua poesia preferita?

LS: Come ti dicevo sopra, non ho un buon rapporto con la poesia. Questo non significa però che non la legga. Mi piacciono le poesie “elettriche” della fase futurista di Aldo Palazzeschi e quelle crepuscolari di Gozzano, i Sonetti di Shakespeare, le poesie di Federico Garcia Lorca.
EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

LS: Ce ne sono molti e non riuscirei a metterne uno solo, per cui ti dico che tra i miei preferiti in assoluto ci sono Le metamorfosi di Kafka, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli indifferenti di Moravia, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Cuore di tenebra di Conrad, Il giardino di cemento di Ian McEwan, Riccardo II di Shakespeare, le raccolte di racconti di Millás e il suo romanzo La soledad era esto. Ma ce ne sono moltissimi altri.

EM: Mi stupisce la tua scelta di Riccardo II, cosa te lo fa preferire al più famoso Riccardo III?

LS: Riccardo II è un re buono, un po’ sfortunato, vittima degli eventi che accadono senza che lui riesca a risorgere dal suo stato di afflitto. È un re debole, che viene detronizzato e che impazzisce (fantastica è la scena della rottura dello specchio nella quale in re non si riconosce più e si avvia a una celebre spersonalizzazione). È Bolingbroke a trionfare. Ancora una volta è il cattivo, il violento, il più forte, colui che poi diverrà Enrico IV. Mi piace come Shakespeare ha tratteggiato questo sovrano sottolineandone la doppia natura, quella regale, della sacralità del corpo e quella fisica, mortale, che lo rende uguale a ogni altra persona. Riccardo III, non è altro che l’ennesimo sovrano inglese violento, assetato di sangue e che non si ferma di fronte a niente. Di sicuro, Riccardo II è un re molto più umano, anche nella sua follia.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

LS: Credo che non è un bene avere idee pregiudiziali nei confronti di un determinato genere, come pure non è una bella cosa nei confronti di un preciso autore. Ripeto nuovamente che la poesia non mi attrae molto, leggo poco di teatro. Principalmente mi soffermo sui romanzi e le sillogi di racconti, ma non rifiuto niente. È sempre bene leggere tutto e cambiare genere può essere proficuo anche come fonte d’ispirazione. Ad esempio Il giardino dei ciliegi di Checov, un’opera teatrale, mi piace molto, così come i drammi storici di Shakespeare.

EM: Leggeresti proprio di tutto, anche romanzi rosa?

LS: Di certo non mi attrae molto la letteratura dei romanzi tascabili Harmony ma recentemente mi è capitato di recensire alcuni romanzi che potremmo definire romanzi rosa. Non che rispecchino il mio stile di scrittura e i miei interessi veri e propri, ma non ho disdegnato di farlo. In fondo, anche Jane Eyre è un romanzo rosa, se vogliamo. Ed è affascinante.

EM: Diciamo molto in fondo… Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla scrittura o, che ti ha allontanato per un periodo da essa?

LS: Ci sono dei momenti in cui ci si trova molto indaffarati per altre cose o semplicemente non si ha l’ispirazione necessaria per creare scrivendo. Non ho avuto dei veri e propri momenti di stasi o di momentaneo abbandono della scrittura sino ad ora.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

LS: Mi piace la regione nella quale vivo, è molto ricca sia da un punto di vista paesaggistico e culturale. Può sempre arrivare il momento in cui la vita di provincia ti va stretta e quindi decidi di cambiar aria. Mi piace molto viaggiare, soprattutto all’estero. Amo la Spagna, ci vivrei se potessi.

EM: Cosa pensi della prosa poetica, è presente nei tuoi racconti?

LS: Non saprei esattamente cosa risponderti. Non so cosa intendi con “prosa poetica”. Credo che vuoi intendere un tipo di scrittura narrativa che ha un significato condensato e criptico come spesso è quello della poesia, una sorta di prosa intimistica e personale. Se è quello che intendi devo dirti che non mi piace molto.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

LS: Sogni e desideri ce li abbiamo tutti, forse anche troppi, altrimenti non saremmo umani. La natura stessa dell’uomo è improntata a desiderare, a volere, ad anelare sempre a qualcosa. È una buona prospettiva per mettersi in gioco di continuo, progettare e darsi da fare. Ovvio che ho dei sogni, ma se la tua domanda successiva sarà “Quali?” allora dovrò risponderti poco elegantemente che i desideri, una volta svelati, non si verificano mai.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

LS: Confesso che non conosco molto dell’editoria italiana. Negli ultimi anni mi sono però trovato spesso a contattare editori per proporre i miei lavori. Credo che l’editoria a pagamento sia non solo un furto ma anche una grande offesa. Chiunque ha da parte dei soldi può pubblicare ciò che vuole anche una collezione di scontrini o di liste per la spesa, chi invece non dispone di denaro e, magari, ha scritto un’opera veramente meritevole, si vede marchiato ed emarginato. Ci sono numerose case editrici che pubblicano senza contributo, sono di piccole dimensioni, e la scelta dei testi, proprio perché pubblicano gratis, è molto selettiva ma, credo, che vale tentare. Ai giovani autori che non sanno chi contattare o come muoversi una volta completata la loro opera sconsiglio gli editori a pagamento, consigliando invece, qualora i loro testi non abbiano trovato buon accoglimento presso editori non a pagamento, di stampare la propria opera con editori online che forniscano il codice ISBN, indispensabile per le vendite. Non posso far pubblicità ma una semplice ricerca in rete provvederà a buoni risultati in tal senso.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

LS: L’attuale panorama culturale italiano è molto eterogeneo e interessante. Ovviamente per cultura non dobbiamo fermarci a considerare solo la letteratura ma parlare anche di teatro, musica, arti figurative e tant’altro. Per quanto concerne la letteratura italiana del momento credo che ci siano pochi nomi che godano di troppa pubblicità e tantissimi nomi, tra cui esordienti, che invece trovano difficoltà ad imporsi a causa del vertiginoso incremento, anno dopo anno, del numero degli scrittori. Credo che le case editrici, le riviste, i quotidiani, i centri di cultura e tutti coloro che si dedicano alla letteratura debbano incrementare le loro attività anche con congressi e convegni, facilitando l’introduzione e la sponsorizzazione di giovani scrittori o di esordienti che, altrimenti, abbandonati a se stessi finirebbero per vendere pochissime copie e rimanere sconosciuti.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

LS: Ho partecipato negli ultimi anni a vari premi e concorsi letterari, rigorosamente gratuiti, perché come dicevo non credo nella cultura a pagamento ma non sono mai stato segnalato né ho vinto niente. Appena ho del tempo e trovo bandi di concorso interessanti continuo a partecipare, non mi sono scoraggiato. Credo che sia un buon modo per emergere un po’ dall’attuale atmosfera culturale, farsi conoscere, oltre che sentirsi riconoscere come scrittore e valorizzare la propria opera.

 EM: Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

LS: Interessante l’articolo che citi. Mi trovo completamente d’accordo con l’idea di fondo in esso contenuta. Nella società a noi contemporanea il numero degli scrittori, ahimè, è maledettamente superiore al numero dei lettori. Se da una parte può sembrare che la popolazione si caratterizzi per un alto livello di cultura per i loro impegni di scrittura, dall’altra parte il fatto è abbastanza allarmante. È bene che ci siano tanti scrittori ma sono necessari i lettori. Sia lettori del libro inteso come oggetto di consumo che di lettori attenti, critici, recensionisti, che amano analizzarne i contenuti ed i temi a livello più profondo. In parte è quello che faccio attraverso il mio blog, recensendo sillogi di poesie, di racconti e romanzi scandagliando il messaggio di fondo dei libri. Se da una parta abbondano saggi e testi critici su Calvino (per fare un esempio) sono carenti studi su autori contemporanei. Sì, la critica letteraria è di sicuro in declino.

EM: Sì, diciamo che l’autore contemporaneo italiano vivente più trattato dalla critica letteraria è Umberto Eco e pochissimi altri. Cos’è per te la letteratura, come si riconosce un’opera letteraria?

LS: Un’opera letteraria può avere numerose forme. Può essere una raccolta di poesie o di racconti, un romanzo, una raccolta di saggi, un testo teatrale, un testo critico, un diario, una raccolta di lettere. Quello che contraddistingue un’opera letteraria è il contenuto culturale, morale, didattico unito al diletto. Un libro di ricette non ha niente di morale. L’elenco telefonico non trasmette un sapere culturale. L’appartenenza dell’autore a un periodo storico, a una tendenza, a una fase letteraria ci consente di localizzarlo all’interno di una porzione della più ampia storia della letteratura.

EM: Quanto è importante per te il confronto con gli altri autori?

LS: Il confronto con altri autori è di capitale importanza per uno scrittore così come per ogni altro artista. Un regista, scrivendo la storia del suo film, avrà sicuramente in mente delle idee nate o influenzate da alcuni episodi o personaggi visti in altri film. La letteratura, allo stesso modo, è un modo per dire qualcosa di sé con parole degli altri. Quando scriviamo qualcosa non solo ci mettiamo qualcosa di noi stessi ma anche qualcosa degli altri. Degli altri scrittori che leggiamo o che ci affascinano e che, per osmosi, ci trasmettono qualcosa. La letteratura è un continuo processo di analisi, scrittura, riscrittura e rivisitazione di qualcosa. Certi testi non esisterebbero se non ne fossero esistiti altri in passato e, analogamente, non esisteranno mai certi libri se oggi non si scrivessero determinati tipi di libri. Il processo di confronto, comparazione e condivisione con altri autori (non solo vivi e del presente) è importantissimo e viene fatto di continuo anche senza che ce ne rendiamo conto.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura?

LS: No. Non ho ricevuto nessun consiglio né li ho chiesti nel momento in cui ho iniziato a scrivere. Per me è stata una cosa tutta mia, tutta personale. Credo che dovrebbe accadere qualcosa di analogo un po’ a tutti coloro che diventano scrittori. Non credo molto agli scrittori su commissione, ai quali viene detto “scrivi un pezzo su X” e loro lo fanno. La scrittura è un processo di creazione libero e spontaneo. Se uno si sente di scrivere lo fa, senza chiedere niente agli altri. Può far leggere agli altri i suoi testi ma consigli sull’inizio dell’attività di uno scrittore per me non ne esistono.  Anzi, troverei estremamente limitante e denigratorio che qualcuno, in virtù della sua esperienza, si offrisse di regalare consigli su come scrivere o cosa non scrivere, come farlo, cosa evitare o come cominciare. Per me le parole “cazzo” e “vaffanculo” possono star benissimo in un certo tipo di racconto e non ci trovo niente di volgare se paragonato alla banalità e alla violenza con la quale siamo abituati giorno dopo giorno. Nessuno deve trasmettere agli altri in maniera preventiva e anticipatoria sedicenti regolamenti su come diventare uno scrittore e cosa evitare. Se proprio un regolamento dello scrittore deve esistere, allora sarà lo scrittore stesso che, mano a mano, andrà creandoselo. Da solo.

EM: Sì, diciamo che quelle due parole servono in massima parte per una caratterizzazione del linguaggio che sia il più aderente alla vita di tutti i giorni. Totalmente diverso, a mio giudizio, è il caso della poesia, il cui linguaggio può anche essere quello di tutti i giorni ma che non necessita il trascendere in termini volgari, proprio perché la poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione e, quei vari termini e verbi indecorosi sono espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro tradendo la poca fantasia, la poca creatività del poeta. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Sono solo due le forme di espressione che non accetto in poesia: la volgarità e la bestemmia, termine esteso ad ogni credo religioso. Per te, quindi, le scuole di scrittura non dovrebbero esistere? Anch’io non credo nella scrittura su commissione, soprattutto riguardo alla poesia. Non daresti consigli neanche se te li richiedessero?

LS: Una scuola è sempre un centro di cultura e quindi non può che essere un elemento positivo. Non ho mai frequentato corsi di scrittura, anche se in giro ne esistono molti anche on-line (tutti rigorosamente a pagamento) e non so bene come si svolgono. Se, oltre a dare alcune dritte generali, il corso non preveda una vera e propria sudditanza di stili, di temi e di forme degli insegnanti ai loro studenti sono favorevole. Quando invece si cerca di ingabbiare la creatività di ognuno, perché poco originale o apparentemente volgare, allora sono contro.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
LS: Come sai mi occupo di recensioni di libri di esordienti che pubblico poi sul mio blog. Sono un po’ addietro in questo e ho vari libri da leggere, recensire e poi intervistarne gli autori ma riconoscendomi una persona precisa so che porterò a termine tutto. Mi dedicherò alla promozione della mia raccolta di saggi, Jane Eyre, una rilettura contemporanea e mi occuperò della pubblicazione della mia prima raccolta di racconti. Continuerò la collaborazione con alcuni scrittori con i quali ho portato avanti racconti a quattro mani tra cui Massimo Acciai, Anna Maria Folchini Stabile, Sandra Carresi e Monica Fantaci e continuerò la mia attività di collaborazione con le riviste di letteratura e cultura, la direzione della rivista Euterpe e le altre attività che a tutt’ora mi vedono impegnato.

 EM: Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore e critico letterario, scusami, ma in fondo lo sei!

LS: Sono io a ringraziarti per la tua interessante intervista. Spero di non essere stato troppo lungo con certe risposte e di aver centrato le tue richieste.

EM: Assolutamente, nelle interviste che sto curando non mi preoccupo affatto della lunghezza delle risposte, anzi, auspico che si tramutino in delle autentiche conversazioni tra letterati. Non sono un giornalista ma un autore e curatore editoriale che cerca di promuovere altri autori, come del resto fai anche tu con il tuo blog.

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                                                  

6 settembre 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella

E’ uscito il numero di Settembre della rivista Segreti di Pulcinella, diretta dal sign. Massimo Acciai. Il numero è molto ricco di contributi e si caratterizza per l’eterogeneità dei testi. Il tema del numero era “La pace” mentre il tema del prossimo numero sarà “Il tempo” (invio dei materiali scadenza 30-11-2011, vanno inviati a massimoacciai@alice.it)

Ci sono poesie di Massimo Acciai, Paolo Ragni e Anna Maria Folchini Stabile, recensioni di film e libri (tra cui testi di Sara Rota e Mauro Biancaniello), articoli sulle lingue e la segnalazione al nostro concorso “Esordi Amo”. Tra i vari testi segnalo i miei:

–       la recensione al film Amanda Knox, Murder on Trial in Italy (2011) basato sul delitto di Perugia;

–       recensione alla silloge di poesie New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari;

–       recensione al romanzo Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese;

–       recensione alla silloge di poesie Pensieri senza pretese di Christian Lezzi;

–       prefazione alla silloge di poesie Dalla vetrata incantata di Sandra Carresi;

–       la segnalazione “E’ nata la rivista Fucinando”;

–       il saggio “Il mito della nobiltà inglese in letteratura” per la sezione Letteratura per la storia;

–       l’articolo “Le lingue dei popoli dei ghiacci” per la sezione Lingue;

–       L’intervista a me fatta da Massimo Acciai;

–       l’articolo “La corrida è cultura?” per la sezione Tempi Moderni.


La rivista può essere letta online o scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Buona lettura e diffondi la notizia.

LORENZO SPURIO

11-09-2011

Trattamento automatico del linguaggio e fantascienza

Trattamento automatico del linguaggio e fantascienza

Le macchine parlanti tra realtà e fantascienza: la conquista del pensiero e della parola

di MASSIMO ACCIAI

E’ un antico desiderio dell’uomo quello di far lavorare la macchina al suo posto; da qui la creazione, a partire da tempi remoti, di macchine a cui affidare compiti prima svolti manualmente. La fantascienza esprime bene questo desiderio. La fantascienza è essenzialmente immaginazione, ed è dall’immaginazione che nascono le nuove tecnologie e le nuove macchine: macchine sempre più simili all’uomo nella capacità di ragionamento. L’uomo cerca di costruire macchine in grado di “parlare” e quindi di “pensare” comprendendo le sottili meccaniche del linguaggio umano: la molto discussa A.I., “Artificial Intelligence”, ossia “Intelligenza artificiale”. La fantascienza rappresenta l’obiettivo a cui tende la “linguistica computazionale”, branca dell’A.I., e prefigura ciò che potrebbe essere domani: cinema e letteratura hanno spesso un forte valore profetico. Non è dunque un caso che il tema della “macchina pensante e parlante” sia così ricorrente nella narrativa e nel cinema fantascientifico, a partire dagli albori del genere (e si può dire quasi dagli albori del cinema): dai robot più o meno antropomorfi ai supercomputer, il tema si sviluppa attraverso tutto il secolo appena trascorso.

La conquista del pensiero e della parola da parte della macchina è ben esemplificata dal celebre HAL 9000 in 2001, Odissea nello spazio (romanzo e film sono entrambi del 1968). Il complesso computer superintelligente, con un alto concetto di sè, parla agli astronauti della missione verso Giove con una voce fluida e molto umana, anche se si avverte una certa affettazione, un’enfasi che la rende inevitabilmente artificiale. La macchina ragiona, comprende ciò che gli viene detto – non attraverso la tastiera o le schede perforate ma con comandi vocali – e risponde a tono. Ottimisticamente la “profezia” rimanda all’inizio del ventunesimo secolo, il 2001 appunto, la realizzazione di tale meraviglia cibernetica, obiettivo evidentemente ancora molto lontano; HAL riassume in modo efficace le speranze e gli obiettivi dei ricercatori sul trattamento automatico del linguaggio o TAL.

HAL ha avuto molti “discendenti” illustri nella fantascienza successiva, tutti dotati di parola; basti pensare all’inquietante “Mater” di Alien (1979) o a V’ger nel primo film tratto dalla saga di Star Trek, datato 1982.

Non possiamo dimenticare tuttavia gli androidi, robot dall’aspetto umano; ricordiamo il simpatico robot protocollare 3PO della saga di Guerre stellari (la saga è iniziata nel 1977), in grado di comprendere migliaia di lingue galattiche oltre ai suoni elettronici con cui si esprime la sua controparte C1-P8. 3PO parla con una voce meccanica ma estremamente umana, per certi aspetti più umana della voce di HAL. I celebri robot di Isaac Asimov, con i loro cervelli positronici, hanno fatto scuola in tal senso: è da notare che i robot hanno cominciato a “parlare” ben prima dei computer, ancora muti nella fantascienza degli anni ’50 e ’60, più o meno fino a 2001, Odissea nello spazio, anche se già nel 1951 Ray Bradbury, nelle sue Cronache Marziane, immaginava una vera e propria casa parlante, in cui un computer centrale riceve comandi vocali e dà informazioni a voce agli occupanti.

Se i computer parlanti e i robot intelligenti sono una realtà ormai acquisita e quotidiana nella fantascienza più recente, non meno lo sono i traduttori automatici simultanei, piccoli apparecchi portatili in grado di tradurre fedelmente un discorso da una lingua all’altra. Il traduttore automatico così descritto ricorre spesso nel cinema, soprattutto in una situazione propriamente fantascientifica quale l’incontro tra uomo e alieno. Potremo stilare una lunga lista, pensiamo almeno a Mars Attacks! (1996) e a Men In Black – MIB (1997). Si tratta di una branca specifica del più ampio argomento del trattamento automatico del linguaggio, area in cui sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi anni, basti pensare a PeTra, un software in grado di tradurre automaticamente un documento nella sua unità, comprendendo la relazione semantica e grammaticale tra le parole che lo compongono. Si tratta di un’evoluzione che ci avvicina di più all’ideale fissato (ancora) dalla fantascienza rispetto ai traduttori gratuiti online quali Babelfish (il programma di traduzione integrato nel noto motore di ricerca americano Altavista); a questo proposito è interessante notare che il nome “Babelfish” non è casuale; gli ideatori si sono ispirati al noto romanzo fantascientifico di Douglas Adams, La guida galattica per gli autostoppisti (1979) in cui persone e alieni riescono a comunicare tra loro grazie a un pesce traduttore (babelfish) inserito nell’orecchio: una storia che certo colpisce la fantasia del lettore.

I recenti sviluppi del trattamento automatico del linguaggio e della linguistica computazionale fanno ben sperare che un giorno la realtà colmi il divario oggi esistente con la fantascienza e che potremo un giorno parlare col nostro computer come parliamo con un amico.


MASSIMO ACCIAI

massimoacciai@alice.it 

SAGGIO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO SAGGIO  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE

Sempre ad Est, di Massimo Acciai

Sempre ad Est di Massimo Acciai

di prossima pubblicazione presso Faligi Editore

Recensione di Lorenzo Spurio[1]

Che cos’è un surypanta? E’ la prima domanda che il lettore del nuovo romanzo di Acciai si fa immergendosi nella lettura. Non ci sono particolareggiate descrizioni di questo tipo di animale, sappiamo che è di piccole dimensioni, che miagola e che trova particolare piacere nell’essere accarezzato sulla testa. Non è un gatto. E’ inutile indagare a quale animale possa avvicinarsi perché stiamo parlando di un romanzo fantastico, quindi in ciascun modo vi figurate questo animale, non avrete sbagliato.

Il romanzo non è altro che la storia della ricerca difficile e disperata dei surypanta che sono stati rubati da un potente mago. L’intera narrazione ci informa delle varie peripezie che l’ “eroe” deve sopportare per riappropriarsi ciò che è suo e in questo andamento non è difficile scorgere il canonico schema proppiano della fiaba. Siamo in grado infatti di individuare almeno sei delle trentuno unità fondamentali dello schema compositivo proppiano[2]: 1. la situazione iniziale ( [i] ), 2. l’allontanamento (e), 3. la partenza (­), 4. la presenza del donatore o aiutante magico (D), 5. la lotta (L), 6. la vittoria (V). La conclusione del romanzo non è però affidata alle canoniche funzioni del ritorno dell’eroe nella sua terra (¯) o delle nozze finali (N), ma andiamo per gradi.

Il recente romanzo di Acciai, Sempre ad est, è una narrazione affascinante che ci fa viaggiare attraverso terre intricate ed oscure, ricche di mistero e sulle quali domina la magia nera di un potente mago noto come il Raccoglitore. Per sfidare questo potente wizard che con le sue doti oscure è riuscito a rubare tutti i surypanta della zona ci vengono narrate le gesta di Hynreck che, più che un valoroso guerriero, ci viene presentato come un viandante sfortunato, inetto e particolarmente istintivo, «una di quelle persone che si arrabbiano due volte la seconda per essersi arrabbiati» (53). Nella sua vorticosa ricerca del suo surypanta Saj, Hynreck è accompagnato dal cavallo Frumgar che, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, non è un cavallo parlante.

L’impresa particolarmente ardua prenderà una piega diversa nel momento in cui Hynreck incontrerà Sara, una ragazza che è stata appena depredata del suo esemplare di surypanta. L’iniziale divinazione del mago buono Sering e la conoscenza degli oracoli da parte di Sara permetterà alla coppia fortuita di trovare la fortezza dove risiede il potente mago Raccoglitore. Così Hynreck, Sara e Linda, un’altra donna che Hynreck inizialmente credeva implicata nel furto dei surypanta, si imbarcano su una grande nave diretta al piccolo porto di Ladymirail, dall’altra parte dell’oceano vivendo momenti di panico per le condizioni sfavorevoli del mare. Ma la storia non è aliena a colpi di scena: nella tormentata rotta in mare infatti Hynreck crede che il capitano sia il padre del ragazzino che ha precedentemente ucciso per legittima difesa. Così, nella notte i tre fuggono su di una scialuppa approdando all’isola di Falbroth.

L’isola ha una lunga storia alle spalle e si trova praticamente divisa in due parti che rispondono a due diverse dominazioni, ha due città-capoluogo, due porti, due popoli e la cosa curiosa è che ha anche una dimensione sotterranea, un mondo sommerso altrettanto vitale e attivo. L’altra parte dell’isola invece, che risponde alla città di Perio, si è sviluppata in maniera completamente opposta: ci sono dei palazzi molto alti come dei grattacieli che si stagliano verso l’alto, pensati per sopperire alla limitata superficie di quella metà dell’isola. Acciai è un maestro nel generare una sorta di spaesamento che deriva dal cambio improvviso degli spazi (città, bosco, osteria, nave, città sotterranea) e questo contribuisce ad accrescere un senso di claustrofobia che incrementa quella suspense che nella storia è sempre mantenuta. Dopo alterne vicende lo sfortunato trio riesce ad arrivare alla fortezza di metallo nella quale vive il mago Raccoglitore dove seguono una serie di duelli a spada. Inizialmente la sorte è sfavorevole a Hynreck che pure rimane ferito ma poi i tre riescono ad uccidere il potente mago e a mettere in salvo centinaia di surypanta, tra cui quelli loro.

Nella storia ci sono le premesse anche per la nascita di un amore che invece non si svilupperà e nell’epilogo del romanzo, Acciai sembra voler dare una nuova grande svolta alla storia parlandoci di navicelle spaziali e di colonizzazione della galassia, temi che non possono non farci pensare all’ampia produzione fantascientica di Asimov.

Se da una parte alcuni nomi dei protagonisti ci richiamano personaggi anglosassoni leggendari (Hynreck, Hykrion, Hydorn fanno pensare a Hygelac e a Hydg, rispettivamente re e regina dei Geati nel poema epico Beowulf) i nomi delle donne, Linda e Sara, richiamano invece direttamente un’origine tutta mediterranea. Gran parte dei toponimi sono anglicizzati pensati forse per darci l’idea di trovarci in territori leggendari scandinavi o tipicamente tolkieniani. Il toponimo di Gaweeck, città d’origine di Hynreck, fa pensare per assonanza a Gatwick, piccolissima città del Surrey e il nome di un importante aeroporto londinese. Il nome del cavallo, Frumgar, è un chiaro riferimento ad uno dei personaggi di Tolkien,  quarto Lord di Éothéod, nipote di Forthwini mentre il mago Sering fa molto pensare a un druido, al simpatico e sbadato Merlino e addirittura al celeberrimo Albus Silente della saga di Harry Potter. In ciascun caso è un mago buono che fornisce all’eroe gli strumenti necessari per vincere e per guarirsi nei momenti in cui viene ferito.

Acciai fonde sapientemente in questo romanzo gesta epiche, fantasiosi scenari folklorici nordici, ed elementi chiaramente favolistici che creano un’atmosfera affascinante e curiosa, così com’è nell’avventuroso e asfittico viaggio per mare di Hynreck, Linda e Sara. Sono molti e improvvisi i momenti epifanici che contribuiscono a sostenere l’intere gesta narrate e a rendere questo viaggio intricato e pericoloso un percorso surreale ma che vorremmo non finisse mai. Un percorso tutto indirizzato verso est.

LORENZO SPURIO

30-04-2011


[1] Recensione pubblicata sulla rivista Segreti di Pulcinella n° 34, Giugno 2011.

[2] cit. in Angelo Marchese, L’officina del racconto, Milano, Mondadori, 1990, pp. 14-19.

E’ uscito Segreti di Pulcinella n°34

E’ uscito oggi 6 Giugno 2011 il nuovo numero della rivista online Segreti di Pulcinella diretta dal sign. Massimo Acciai. Il numero 34 della rivista è dedicato a “L’Italia” in onore delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.

Il numero della rivista è particolarmente corposo ed eterogeneo. E’ possibile leggerlo collegandosi al sito ufficiale della rivista http://www.segretidipulcinella.it/ dove pure è possibile scaricarlo in formato pdf.

La copertina della rivista, come per ogni numero, è fatta da Andrea Cantucci mentre l’impaginazione in pdf è stata curata da me.

Nella rivista ci sono interessanti contributi: oltre a svariati racconti e poesie ci sono alcune recensioni di recenti film (Cappuccetto rosso sangue, Habemus Papam, Red, Thor, Una notte da leoni 2), articoli di musica, danza, disegno e quant’altro oltre ad alcune recensioni di alcuni libri tra cui la mia recensione al romanzo fantasy del direttore Massimo Acciai intitolato Sempre ad Est, di prossima uscita per la Faligi Editore.

Il prossimo numero, la cui data di scadenza per l’invio dei materiali è fissata per il 31 Agosto prossimo, avrà come tema “La pace”.

I testi dovranno essere inviati per e-mail al direttore: massimoacciai@alice.it

o alla redazione:  segretidipulcinella@hotmail.it  

Buona lettura.


LORENZO SPURIO

06-05-2011

L’universo delle lingue: Alla scoperta del walser

Questo articolo scritto da Massimo Acciai è stato già pubblicato sulla rivista Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it), nr. 32, Dicembre 2010 e viene qui riproposto su concessione dell’autore.

Abbiamo parlato, un precedente approfondimento sulle lingue minoritarie presenti sul territorio italiano, del “sappadino”; vediamo adesso un altro idioma (anzi, un insieme di varianti) riconducibile all’antica lingua germanica: il walser…

Parlato in ben cinque nazioni europee (Italia, Svizzera, Francia, Austria e Liechtenstein), nel nostro paese è presente in due regioni: il Piemonte (lo abbiamo nominato parlando del piemontese) e la Valle d’Aosta, per un totale di circa 3500 parlanti. Ricordiamo anche che il walser è tutelato in Italia dalla legge 482 del 1999.
Vediamo innanzitutto l’origine di questo nome un po’ curioso, che nulla ha a che vedere con la nota danza in tempo ternario; “walser” viene da “walliser”, ossia “vallesano”; luogo di partenza delle migrazioni, avvenute a partire dal ‘200, è infatti il cantone Vallese, in Svizzera. La cultura walser si è quindi diffusa nel medioevo portando con sé le tipiche pittoresche costruzioni, i costumi, le tradizioni e naturalmente la lingua (nelle sue varianti).

Come tutte le lingue rimaste a lungo isolate (nel caso del walser, nelle vallate alpine rese impraticabili dai ghiacci per buona parte dell’anno) sono molti i caratteri arcaici e la differenziazione in molte varianti locali (pare che quella più “pura” sia quella di Gressoney); tutte le varianti sono molto simili, com’è logico aspettarsi, allo svizzero tedesco più arcaico.
Tramandato per molto tempo esclusivamente per via orale, ha trovato una prima forma scritta solo nel ‘700, soprattutto grazie alla chiesa cattolica (tra i primi documenti in questa lingua vi sono i manoscritti dei parroci; ricordiamo anche un piccolo catechismo stampato nel 1839); la tradizione orale è rimasta comunque viva.
Per chi fosse interessato ad apprendere la lingua, o comunque a saperne di più, rimandiamo ad un link alla fine di questo articolo; molti sono i progetti di recupero e valorizzazione del walser (ormai sono pochi i giovani in grado di parlarlo, dal momento che non è lingua usata nelle scuole), e naturalmente non mancano dizionari e grammatiche rivolte a grandi e piccini. 

Libri sui walser: http://www.walseritaliani.it/volumi/libri%20gen.htm 


MASSIMO ACCIAI

Chi è davvero uno scrittore? Considerazioni di Massimo Acciai sulla difficile definizione di ‘scrittore’

Il seguente articolo è dello scrittore Massimo Acciai, che ha gentilmente concesso la pubblicazione dello stesso su questo spazio.  

Cito dalla Treccani: “Scrittore: chi si dedica all’attività artistica, chi compone e scrive opere con un intento artistico”. Eccolo là lo scrittore; né più né meno!

Per essere definito, o definirsi, “scrittore” non occorre altro. Non occorre un attestato, una “patente”, un permesso, un riconoscimento ufficiale. Non occorre aver mai pubblicato un libro. Non occorre nemmeno, secondo la definizione data, aver mai fatto leggere a qualcuno le proprie opere. Ne consegue che in Italia il numero degli scrittori è imprecisabile e forse molto alto; qualcuno potrebbe aggiungere “magari più alto di quello (altrettanto imprecisabile) dei lettori”; quest’ultima affermazione calzerebbe per la poesia, ma non credo possa dirsi anche per la prosa (curiosamente la maggior parte di coloro che scrivono versi non leggono poi i versi altrui, mentre non ho ancora conosciuto un autore di racconti o romanzi che non sia a sua volta un forte lettore).

Una domanda interessante potrebbe essere questa: perché se “scrittore” è soltanto “colui che scrive con intento artistico” allora spesso nel linguaggio comune si intende “colui che vive di scrittura”? Com’è che si tratta la scrittura alla stregua di un mestiere qualunque?

Chiaro, se non mi guadagno da vivere con la scrittura e qualcuno mi chiede che lavoro faccio, non risponderei “lo scrittore”. Lui mi ha chiesto che lavoro faccio. Il punto è che fare lo scrittore non è necessariamente un lavoro. Non è un vanto. Non è un pretesto per farsi dire “bravo” o un modo per far soldi. Lo scrittore, quello vero (ma esistono scrittori “falsi”?), è semplicemente quello che sente la necessità di scrivere e, anziché reprimerla, dà libero sfogo ad essa attraverso l’azione di prendere un foglio (di carta o elettronico) e riempirlo di parole finché ne vengono assieme alle idee (che possono precedere la scrittura o anche essere simultanee ad essa), e poi magari tornarci su, limare, aggiungere, togliere, finché non sente di aver detto ciò che voleva dire nel miglior modo possibile. Lo scrittore non è nient’altro che questo.

Certo. Ci sono quelli che si guadagnano da vivere con la scrittura. È un sottoinsieme, questo sì quantificabile e molto ridotto, di coloro che credono nella pubblicazione. Ci sono anche scrittori che non hanno la minima intenzione di pubblicare le loro cose; magari hanno scritto capolavori che tengono nei loro cassetti e che si perderanno dopo la loro morte (o anche prima). Se si parla di “purezza” dell’intento artistico, loro sono i più puri di tutti, ma io tralascerei la questione frivola della purezza. Ci sono poi quelli che vorrebbero pubblicare ma non hanno l’anima del “venditore” (perché, diciamo le cose come stanno, questo è chiamato ad essere oggigiorno lo scrittore “pagato”; un “venditore di se stesso”, senza offesa per i venditori) o comunque non intendono farsi prendere per il… portafoglio da pseudo editori che promettono gloria imperitura e chiedono denaro per fornirla attraverso un semplice lavoro da tipografo (salvo poi fornire soltanto le copie stampate e pagate dall’autore, che dovrà poi comunque essere “venditore” per sbarazzarsene… o più verosimilmente regalarle a parenti e amici). Far leva sul narcisismo dello scrittore è una tattica vecchia ma sempre attuale, e perder tempo e denaro è la giusta punizione. C’è chi ci casca ed è felice di cascarci. Contento lui…

Un sacco di soldi girano intorno alla scrittura; servizi per lo scrittore (agenzie letterarie, correttori di bozze a pagamento, editor, consulenti, ecc… senza contare l’ambigua SIAE) tutti a pagamento ovviamente; e ci sono diciamo “servizi” per il lettore (la pubblicazione di un libro che incontri il suo gusto), anche questo “servizio” a pagamento ma a carico del lettore (ma può essere anche gratuito…). La smania di pubblicare nasce proprio dalla falsa idea che solo ciò che è pubblicato (soprattutto se da una casa editrice importante) è degno di essere letto, mentre – per fortuna – non è così. C’è tutto un mercato insomma centrato sulla scrittura (che si divide, come scriveva Umberto Eco, in case editrici rivolte al lettore e case editrici rivolte allo scrittore – quelle che possono giungere all’aberrazione di pubblicare storie della letteratura contemporanea in cui più uno paga e più parole si spendono su di lui…), ma vorrei qui fare un’ipotesi, degna magari di un racconto di fantascienza.

Poniamo che nessuno compri più libri. Nessun editore li pubblicherebbe più. L’editoria crollerebbe. Lo scrittore… smetterebbe di scrivere?

È proprio questa la domanda per comprendere cosa distingue davvero un ragioniere (o un idraulico, o un avvocato…) da uno scrittore di professione. Entrambi traggono sostentamento dai rispettivi mestieri. Entrambi devono soddisfare in primo luogo qualcuno diverso da se stessi (il ragioniere, il cliente o il datore di lavoro; lo scrittore di professione, l’editore ed indirettamente i lettori paganti). Se per assurdo nessuno fosse più disposto a pagare un ragioniere, o un idraulico, o un avvocato, questi non verrebbero certamente a fornire gratuitamente i loro servizi così, perché sentono prepotente in loro il desiderio di far conti o aggiustare un rubinetto o difendere un disgraziato da una qualche accusa… semplicemente cercherebbero un altro lavoro e getterebbero via i loro strumenti. Uno scrittore no. Continuerebbe a scrivere, magari solo (e finalmente!) per se stesso o per pochi amici. Perché scrivere è sostanzialmente qualcosa che nasce dal profondo e che preme per uscir fuori, indipendentemente se qualcun altro apprezza il risultato dello sforzo o addirittura è disposto pagare. Anche un musicista si comporterebbe in maniera analoga. Anche uno scultore o un pittore. Così qualsiasi artista.

Come si può definire chi è davvero uno scrittore, si potrebbe definire per analogia anche chi non lo è: colui che non scrive! Se un autore a caso di best seller non ricevesse più un soldo dai suoi libri e di conseguenza smettesse di scrivere, per assurdo, quello un vero scrittore non lo sarebbe mai stato. Certo, è risaputo che molti autori famosi si servono di “scrittori fantasma” ed anche in quel caso, quando il libro sia opera esclusiva dello scrittore nell’ombra, a quest’ultimo andrebbe il nome di scrittore e non più al primo.

Come definire poi un “buon scrittore”, quella è un’altra questione.

Tornando alla definizione iniziale presa dalla Treccani, tornando alla lingua italiana. Per quanto autorevole possa essere un’enciclopedia, è la lingua corrente quella che conta, e nella lingua corrente “scrittore” è quello che si guadagna da vivere scrivendo. Non lo si può negare, ma qualche contraddizione rimane. Italo Svevo, che quand’era in vita ha pubblicato a proprie spese tutti i suoi romanzi, secondo la lingua corrente non sarebbe stato uno scrittore. Infatti si guadagnava da vivere come commerciante di vernici per sommergibili. Sull’enciclopedia però vado a cercare “Italo Svevo” e non ci trovo “commerciante”; ci trovo “scrittore”. Su questa definizione sarebbe però d’accordo anche l’uomo comunque, quello che accetta il termine di scrittore solo se applicato a chi ne fa un mestiere. Mah…

Personalmente non credo che uno scrittore sia per forza un tizio che fa di tutto per farsi conoscere ed apprezzare e quindi vivere della sua attività artistica (in un mondo perfetto ogni artista avrebbe la possibilità di dedicarsi in pace all’arte senza preoccupazioni economiche). Sono semmai propenso a pensare che un libro sia una sorta di dono, gratuito quindi, che liberamente l’autore può decidere di fare al lettore, per comunicargli qualcosa che gli sta a cuore, senza nemmeno la pretesa o la presunzione che la stessa cosa stia a cuore anche al lettore, il quale ha tra i suoi diritti sacrosanti pure quello di non leggere.

Un ringraziamento ed un saluto ad Andrea Mucciolo per avermi dato lo spunto col suo interessantissimo articolo “Essere scrittori oggi”

MASSIMO ACCIAI 


MASSIMO ACCIAI, laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sulla comunicazione nella fantascienza, ha fondato nel 2003 la rivista culturale online Segreti di Pulcinella insieme a Francesco Felici. Dal 2007 al 2008 collabora con il musicista siciliano Paolo Filippi, per il quale ha scritto circa 140 testi di canzoni, ed altri artisti tra cui Matteo Nicodemo. Nel 2009 appare il suo primo e-book, edito da Faligi, in esperanto e in italiano, La sola absolvita / L’unico assolto. Presso tale casa editrice uscirà a breve il romanzo fantasy Sempre ad est. È redattore della rivista letteraria “L’area di Broca” dal 2006. E’ anche autore di video.

 massimoacciai@alice.it 

http://www.segretidipulcinella.it/

E’ uscito Segreti di Pulcinella n° 33

E’ uscito oggi il nuovo numero della Rivista online Segreti di Pulcinella, diretta dal sign. Massimo Acciai.

Questo numero è dedicato al tema dell’amore. Sono presenti interessanti contributi di prosa e poesia, recensioni di film recentemente usciti, articoli legati alla storia e alle lingue, interviste, rubriche di arte e fumetti. La rivista è molto eterogenea e molto ricca.

Sono presenti tra i vari materiali, alcuni miei contributi:

– Il racconto “Mi hanno schedato” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il racconto “Il tema più lungo” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il saggio “Letteratura e Logica Fantastica in Lewis Carroll” alla sezione Articoli

-Il saggio-articolo “Las generaciones como etapas de la literatura española” alla sezione Letteratura per la storia

La rivista può essere letta online all’indirizzo: http://www.segretidipulcinella.it/

dove pure può essere scaricata in formato pdf:

http://www.segretidipulcinella.it/sdp33/images/sdp33.pdf

Con questo numero la rivista festeggia i suoi primi otto anni d’attività.

Il prossimo numero della rivista, avrà come tema L’Unità d’Italia. I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 31 Maggio 2011 a uno dei seguenti indirizzi:

Massimo Acciai, Direttore della Rivista:          massimoacciai@alice.it

Redazione della Rivista:           segretidipulcinella@hotmail.it

Grazie

LORENZO SPURIO

07-03-2011

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