Intervista allo scultore ligneo jesino Leonardo Longhi

A cura di Lorenzo Spurio

Entrando dalla storica Porta Valle a Jesi e approssimandosi a risalire per le stradine che salgono al centro storico è doveroso il passaggio in Via Lucagnolo; al civico numero uno si trova la bottega-laboratorio dell’artista Leonardo Longhi, scultore sopraffino del legno di ulivo. Nella mia recente visita nella bottega occupata in maniera fitta e precisa delle sue preziose produzioni, ho deciso di rivolgergli qualche domanda per approfondire la conoscenza su questa scultura molto particolare che riguarda il legno, il suo rapporto con l’arte nonché le immagini maggiormente riprodotte nelle sue opere. Ma prima vediamo chi è lo scultore.

Leonardo Longhi è nato a Jesi (AN) nel 1973. Scultore, scrittore, poeta e libero pensatore pervaso dal pensiero unico del benessere collettivo e dall’amore olistico e funzionale in una società bistrattata e disattenta come la nostra. Dice di se stesso: “il cuore mi fa da piedistallo e la poesia da ponte per attraversare il fiume della semplicità”. Le sue opere sono state esposte in alcune mostre tra cui una tenutasi presso i Navigli di Milano, un’altra a Imstad (Germania) senza contare i tanti incontri e appuntamenti che hanno toccato tante città delle Marche, da Jesi a Recanati, da Macerata a Pesaro, da San Benedetto del Tronto a Chiaravalle e altre ancora. Articoli su di lui sono apparsi sul “Corriere Adriatico” e il locale “Jesi e la Sua Valle”. Nel 2016 lo scrittore Stefano Vignaroli ha proposto un progetto editoriale sulla sua attività scultorea da cui è nato un libro nel quale una serie di autori locali erano chiamati a creare racconti di propria invenzione a partire da alcune opere scelte del repertorio di Leonardo Longhi: Dalle immagini alle parole. Alcuni testi poetici di Leonardo Longhi sono inseriti nell’antologia curata dalla Ass. Euterpe di Jesi intitolata L’amore al tempo dell’integrazione (2016). L’artista Victoria Dragone lo ha inserito, assieme ad altri artisti, nella catalogo di arte contemporanea L’anima del dipinto 3 edito nel 2017.

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L.S.: Quando è nata la prima scultura in legno da te incisa?
L.L.: Ero più giovane. Con molta probabilità doveva essere il 1982. Il primo pezzo di legno che lavorai fu un pesce. Il pezzo alludeva già di per sé a quella forma ma io presi a lavorarlo, per rifinirlo e renderlo ancor meglio visibile e comprensibile. Si trattò di un lavoro artigianale fatto, così, senza ancora una vera conoscenza delle tecniche che, però, ricordo ancora con piacere. Scoprii, già dalla prima volta che mi apprestavo a lavorare il legno, che la mia volontà era quella di rispettare la materia, seguendo le linee a volte sinuose altre volte più irregolari caratteristiche di quel legno. Quando lavoro sul legno seguo le venature che il legno ha impresse, perché è come se ascoltassi l’anima di quel legno. È necessario rispettarla e ascoltarla. Con la mia attività non posso andare contro quelle venature e, anzi, nel tempo ho anche imparato a meglio valorizzarle nell’opera compiuta. Quest’arte, se così vogliamo definirla, è volta dalla necessità di ascoltare empaticamente il materiale sul quale sto lavorando, percependo l’anima interna dell’ulivo.

L.S.: Quali sono le principali caratteristiche del legno d’ulivo che hai imparato a conoscere nel tuo percorso?
L.L.: Il legno d’ulivo (di ulivo esistono molte razze, dall’ulivo marchigiano dalla conformazione molto ramificata, l’ulivo pugliese dalla struttura massiccia, l’ulivo greco, etc.) si caratterizza per essere un legno duro particolarmente difficile da lavorare perché si scalfisce facilmente e questo, nelle attività di scalpellatura, può significare una vera e propria problematica. Altri tipi di legno – che pure ho lavorato – appaiono molto diversi e più semplici da trattare: parlo di legni chiari come il tiglio (che è molto ben malleabile), del pioppo e del cirmolo nonché dei legni più scuri quali il noce, la quercia e l’abete. Ciascuno ha una sua anima ma quello che preferisco in assoluto è il legno d’ulivo proprio per la questione delle venature di cui parlavo poco fa.

L.S.: Come viene deciso il soggetto delle tue opere? Come prende forma l’idea che nella tua mente si produce?
L.L.: Singolare è il mio rapporto con il parto creativo. Quando inizio prendendo un pezzo di legno, posso anche avere un’idea di ciò che mi piacerebbe rappresentare ma poi, in base alle venature e da come il legno si mostra nelle sue peculiarità, quel progetto iniziale può anche essere abbandonato a favore dell’essenza stessa del legno. Seguo i suoi lineamenti, le linee sinuose o circonflesse che in esso sono impresse e mi lascio trasportare dall’esigenza di ascoltare la materia per com’è. La venatura non va spezzata perché la materia non va oltraggiata e l’anima non va offesa. S’instaura, infatti, tra me e il materiale un rapporto quasi simbiotico nel quale entrambi necessitano e reclamano libertà e giustizia.

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L.S.: Quali sono, in termini pratici, le fasi che contraddistinguono questo meticoloso lavoro di scavare il legno con lo scopo di dargli una forma distinguibile?
L.L.: Il grande dell’operazione che compio è dato dall’uso dello scalpello. Si parte con uno scalpello grande per passare via via, in maniera consecutiva, a scalpelli di dimensioni sempre più ridotti che possono provvedere all’elaborazione di tagli più precisi e ponderati. Si compiono poi le rifiniture – sempre molto importanti – per mezzo di un frullino pulitore. La lucidatura viene prevista mediante l’utilizzo di una gommalacca; talvolta reputo interessante dar una tinta distinta ad alcuni elementi della scultura e allora posso anche impiegare delle tinture per legno come ad esempio il rosso mogano.

L.S.: Ci avviciniamo ora a un’opera in particolare, quella che hai intitolato appropriatamente “Sognando la libertà”. Si tratta di una delle opere all’interno di questa bottega che hanno la dimensione maggiore e si snoda in una forma sinuosa che si estende all’esterno con alcune propaggini curiose che risultano difficilmente comprensibili a una prima vista. Puoi approfondire il significato di quest’opera?
L.L.: Si tratta di un’opera fatta nel 2015 in circa un mese e mezzo di tempo. È stata scavata a partire da un pezzo di legno che trovai abbandonato in una campagna di Tabano e il proprietario acconsentì a donarmela. Il significato ha a che vedere con la libertà agognata dalle genti e che non riescono a raggiungere. È anche un’opera che ho pensato come anelito di persone emarginate quali gli extracomunitari o altre persone che vivono in condizioni di sottomissione e di mancato ascolto. C’è alla base una mano aperta intagliata che è sormontata da una lunga e articolata proiezione mentale di foggia astratta. Secondo me quest’opera contiene e trasmette un messaggio non diverso da una preghiera.

L.S.: Qual è il tuo rapporto con la costruzione della forma?
L.L.: La gran parte delle opere possono essere definite figurative, vale a dire è possibile percepire, senza tante difficoltà o abbagli, quelli che sono i contorni che ci delineano oggetti di nostra conoscenza. Ci sono poi anche opere più astratte la cui fisionomia sfugge e che andrebbero interpretate personalmente. Quasi sempre, però, il figurativo e l’astratto confluiscono in una stessa opera.

IMG_20171107_172746.jpgL.S.: Restando nella componente figurativa delle opere quali sono i soggetti principali?
L.L.: C’è il mondo degli animali (cavalli, ali di imprecisati animali, lupi), ci sono volti e busti (soprattutto di figure femminili), forme di imprecisate persone come quella dell’opera intitolata “Re bizantino” in cui una donna in miniatura è ritratta al di sotto di questo sovrano orientale e sembra trattenerlo, forse per difenderlo o semplicemente perché fortemente innamorata di lui.

L.S.: Il busto di un personaggio costernato ricorda l’iconografia di San Sebastiano Martire. Come mai questa rappresentazione?
L.L.: Devo dire che si assomiglia molto a San Sebastiano, ma io non avevo questa idea di rappresentazione. Il titolo dell’opera è “Libero di buttarsi”. Ci sono anche altre opere che a ben guardare e a detta di molti hanno un rimando o rappresentano una chiara immagine di personaggi cristologici (Cristo, la Madonna, etc.) in realtà non era mia intenzione creare personaggi religiosi. Si tratta di opere che possono anche essere lette e interpretate in questa maniera, ma è una lettura indiretta e personale.

* * *

Sono stato ancora a parlare con Leonardo delle sue sculture e la conversazione è stata particolarmente piacevole. Leonardo mi ha spiegato che le sue sculture sono mosse sempre da una profonda spiritualità interiore, che non ha da essere confusa con la religiosità di cui, invece, si dice estraneo. Opere che riflettono sulla società e le difficoltà sulle quali sono imperniate (“L’urlo della madre terra” è esemplificativo di questo sfogo dinanzi a una contemporaneità desolante) ma anche fautrici di una dimensione spersonalizzata e alienante come lo sono gli orologi fusi e dalla conformazione a fiamma pendente che fanno ricordare l’inesattezza temporale e l’incongruità del reale espressa dal surrealista Dalì coi suoi orologi che praticamente si liquefanno.
Leonardo è proiettato a un’arte che sappia parlare a chi se ne appropria e sa contemplare l’esterno con criticità; la sua opera è tesa a raggiungere quel traguardo comune che dovrebbe essere il completamento dell’amore, l’ottenimento di un’autostima considerevole, da giungere a vivere il mondo non come contesto che accoglie le nostre azioni ma come anima pulsante della nostra stessa esistenza. Così – mi spiega – l’opera del pugno chiuso che si staglia dal basso verso l’alto non ha per niente a che fare con la forza, con un’energia distruttiva e pericolosa, ma è forma di presa di posizione, di scelta legittima ad esserci, un pugno saldo che racchiude con orgoglio una salda certezza individuale.
IMG_20171107_181725.jpgCome gli orologi che si squagliano nella bottega ci sono anche altre opere curiose come è il caso di quella intitolata “Noi stessi” che Leonardo mi consiglia su come è possibile vederla e concepirla. Opera unica che racchiude una triade di dimensioni: donna, uomo e bambino. Della donna il seno prominente, accentuato (un unico seno), dell’uomo, il muscolo ben tirato del petto, del bambino lo sguardo pacioso e ridanciano, quasi. Opera anfibia e in sé assai compatta che consacra l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme: dalla genitrice, al pater familias, all’infante. Ciclo di vita e rinascita che Leonardo Longhi sintetizza in un’opera di indubbia presa ed efficacia. Leonardo si dice d’accordo con me quando gli parlo di “sentimento di universalità” provato dinanzi a un’opera così complessa e onnicomprensiva nella quale il contenuto si fa contenitore e l’immagine dell’uno diventa contesto e proiezione dell’altro.
Anche gli animali divengono in parte irrazionali e non definibili a tutto tondo. Mi spiega Leonardo che, dove ho intravisto il becco di un pennuto o, ancora, un profilo di un coccodrillo, in realtà lui ha voluto scolpire altro. Trova curiosa questa pluri-forma che l’attento visitatore crea nelle sue opere che, in effetti, finiscono per avere le mille vite che le persone intendono dar loro. Tra le altre opere che destano interesse figurano “Cancro del mondo” (figurativamente la rappresentazione di un osso) e quello che – per la loro vicinanza di collocazione – ho definito “il trittico dei busti” composto dal pregevole “La donna col mantello” (dove la parte superiore della testa della donna è coperta da un velo rosso a significare un velo che copre e maschera le ipocrisie), “Il dio del tempo”, inteso dall’artista come una negazione del mostro dell’egoismo e l’impressionante “L’urlo della madre Terra” in cui la bocca spalancata della figura in un grido infinito e straziante, non solo metaforico, è emblema di uno sfogo lancinante contro i vari mali del mondo contemporaneo.

Jesi, 07-11-2017

 

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“Munnu crudili” di E. Marcuccio con un commento di L. Bonanni

MUNNU CRUDILI[1]

POESIA IN PALERMITANO DI EMANUELE MARCUCCIO

Arrusbigghiati munnu,

arrusbigghiati ventu;

lu ventu si scatina,

lu ventu è tirannu

e dintr’i casi trasi.

Lu munnu è crudili

lu munnu è malignu

e scampu nun lassa:

purtusu ppi ricoviru

d’a povira genti.

17 novembre 2010

MONDO CRUDELE

TRADUZIONE IN ITALIANO A CURA DELL’AUTORE

Svegliati mondo,

svegliati vento;

il vento si scatena,

il vento è tiranno

ed entr’addentro le case.[1]

Il mondo è crudele,

il mondo è maligno

e scampo non lascia:

pertugio per rifugio

della povera gente.

17 novembre 2010

NOTE

[1] Con il verso “ed entr’addentro le case.” ho cercato di creare un corrispettivo sonoro del quinto verso della versione originale in siciliano, quel “e dintr’i casi trasi.” che, letteralmente si sarebbe dovuto tradurre con “e dentro le case entra” ma, se ne sarebbe perso un corrispettivo sonoro. Non ho voluto fare una semplice traduzione letterale, che è sempre un tradimento della versione originale. [N.d.A.]

[1] Entrambe le versioni sono pubblicate a pag. 25, nell’antologia di autori vari, La biblioteca d’oro. Poesie in siciliano, Unibook, 2011.

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COMMENTO DI LUCIA BONANNI

Poesia molto concisa nella stesura, ma molto ampia nel significato. La parola chiave è “Ventu” (vento) che può essere inteso nella sua valenza plurima di figura retorica. Le anafore rafforzano molto il discorso, il verbo “arrusbigghiati” ripetuto nella sua forma di imperativo fa da introduzione esortativa e annunciativa al componimento; anche lʼarticolo “Lu” ripetuto in anafora per ben quattro volte rafforza lʼidea madre che ha dato vita alla lirica.

Lʼesortazione al mondo di svegliarsi sta a significare che è giunto il momento che il mondo inizi a guardarsi veramente intorno, che si dia finalmente una svegliata perché sono tanti e di diversa natura i mali che lo affliggono; il comando che non offre alternative, rivolto al vento è una specie di condanna per il mondo perché se non si deciderà a far cessare le brutture che lo investono, sarà il vento con la sua forza immane a portarlo lontano, avvolgendolo in un turbine di distruzione. Il vento è tiranno perché, girando per le strade, raccoglie tante brutture e, entrando dentro le case vi deposita sacchi di disagi. Questa personificazione del vento fa vedere di quante sofferenze sono investite le persone a causa di questo mondo tiranno che per la sua indole maligna obbliga alla sofferenza e non lascia scampo alcuno: ma il mondo con tutte le sue iniquità è soltanto un piccolo, minuscolo, microscopico nascondiglio dove può ripararsi la povera gente, la stessa povera gente che è costretta a subire la tirannide del mondo, esso stesso soggetto alla furia distruttrice del vento, assimilabile anche con la giustizia Divina.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 27 settembre 2015

“Deltaplano” di Michele Miano. Recensione di Lorenzo Spurio

Deltaplano
di Michele Miano
Introduzione di Davide Foschi
BastogiLibri, Roma, 2014
ISBN: 9788898457595
Pagine: 43
Costo: 8€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
 
Un oceano di silenzio è muro
di queste illusioni
cassa ridondante di echi ormai lontani. (14)
 

Se è vero che qua e là nella poetica di Miano si ravvisano immagini in qualche modo funeste, collegate a un cupo sentire il dolore e la morte, come avviene nella lirica “Primavera” in cui la nuova stagione che si caratterizza per la rinascita dell’ambiente è collegata a immagini dure quali i “morsi di gelo”, le “profonde solitudini” e il tagliente “filo di vento”, non è mai un dolore che deprime o che angoscia il Nostro né il lettore che ne sperimenta la lettura perché mitigato dall’esperienza e fautore della costruzione di immagini. Michele Miano è un maestro nel plasmare la materia; ed è così che l’infinità della volta celeste diventa un mare in cui le stelle finiscono per annegarsi, per perdersi, fluttuare un po’ difficilmente, prima di inabissarsi completamente in quel blu denso e fagocitante (“Verso sera”, p. 7)

Il vento nelle liriche del Nostro non è mai portatore di una forza distruttiva o di un soffiare imperterrito, ma piuttosto è un residuo di vento, una ventilazione languida come il “filo di vento” (8), “un alito di vento” (9), “l’aria tiepida” (9) che ne caratterizza la mitezza degli ambienti e descrive questo aerare come lieve, appena percettibile. Gli spazi vengono descritti sempre da chi li abita, ed ecco allora che si incontreranno colombi, farfalle, ma anche germogli che lentamente crescono, proprio come le strilla di un ragazzino che gioca.

L’impiego nel lessico di una dimensione dicotomica o ossimorica è prevalente nella scrittura di Miano dove, come già detto, troviamo primavere di dolore, o “amaro miele” (11) ed ancora la sonnolenza di un’esistenza vissuta (s)regolatamente (“in bilico sul baratro”, 13) alla quale segue una nuova alba, fonte di un rinnovato auspicio e motivo di compiacimento con la natura tutta.

Non c’è nelle liriche di Miano la criticità che ci si aspetterebbe in un autore erudito che osserva il mondo e lo descrive vagliato dalla sperimentazione di certi sentimenti; ne consegue che non è propriamente esatto parlare di ermetismo della sua poetica perché non vi ravvedo il pessimismo di fondo; le immagini, laddove sono gravate di un sentimento esistenziale che potrebbe essere improntato alla desolazione, finiscono invece per essere impiegate come da contro-canto allo sviluppo della lirica e delle suggestioni sulle quali essa si regge.

La temporalità degli eventi nella poesia di Miano sembra essere sospesa e pare che l’autore l’abbia volutamente tale poiché non ci si sofferma mai con precisione e si configura come una sospensione del tempo; il Nostro è convinto che quando il ricordo è vivido e quando il sentimento è eternante, allora le categorie temporali non esistono e c’è un interscambio continuo ed efficace tra passato e presente: “E il giorno è come la notte/ la notte è come il giorno” (15).

Nel volume c’è anche spazio per un Miano indignato che denuncia le ambiguità del presente, le storture della vita contemporanea dove il Natale, emblema di pace, condivisione e speranza, ha una doppia natura: felice e agiato per i “ricchi e i grassi” e indecente e una giornata sventurata come tante per i “poveri e [i] reietti” (10). Il poeta è anche espressione del tempo in cui vive del quale non manca di osservare una certa delusione nei confronti della disagiata condizione sociale del presente, tanto morale quanto economica (parla di “clienti insolventi”, 20; di “paese di morti di fame”, 24; di “[persone] aggrovigliat[e] nella lotta per il boccone quotidiano”, 25). Non è sufficiente –sembra dirci Miano sussurrando all’orecchio- perseguire alacremente solo i propri interessi personali e fondare una ideologia del sé quando il mondo è società, senso di comunità e bisogno di condivisione. E’ così che dedica dei versi anche a tutti coloro che per mille ragioni non hanno voce –vuoi perché silenziati o censurati, vuoi perché perseguitati, massacrati od uccisi-: “Per frantumare il silenzio/ è necessario il coro degli angeli,/ grido senza voce dei condannati,/ gemito dei non nati./ Filastrocche mai cantate dagli uomini” (22).

Nella mente dell’io lirico c’è vita in tutto e per queste ragioni è possibile percepire la voce anche delle cose, dell’immateriale e dell’astratto, laddove siamo capaci di costruire un saldo legame con l’atto esperenziale e l’epifania del sentimento e vivificare in questa maniera immagini (illusorie) ed emozioni (evanescenti); il poeta è in grado di cogliere il “mormorio delle cose e dei ricordi” (18).

E’ così che Miano afferra e viviseziona il “nervo delle cose” (17) e istituisce quel necessario patto con il concreto, con la vita di tutti i giorni, fatta di intervalli di pace e delusioni che lui consacra sinteticamente nell’ “armistizio con la realtà” (26). Armistizio che è possibile solo laddove si abbia reale coscienza del proprio stato e una confidenza con se stessi che renda capaci di osservare il mondo che ci circonda con giustizia e curiosità nelle sue tante disparità e degenerazioni. Solo in questo modo è possibile, allora, scoprirsi uomini e donne completi che posseggono la fioca fiamma di una lanterna per svelare il difficile “sillogismo dell’esistenza” (17).

Un libro che offre validi spunti di riflessione e di autoanalisi, assieme a un insegnamento profondo che arricchisce la coscienza e la denuda nei confronti del reale: “Questa strada senza sole/ afflitta di nubi, dal frastuono della sera” (31) che è la vita, è il percorso che ci è stato dato e che dobbiamo onorare a chi ci ha voluti nel mondo, in questo “tempo balordo” (35) dal quale l’autore spera si risolleverà.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28.10.2014

“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

“La battaglia si vince solo intentandola”

Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Edizioni Agemina, Firenze, 2014

 

Caro Lorenzo,

 

ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di  una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.

Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.

Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi.  Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.

copertina-Lorenzo-Spurio-weQuesto piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.

Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.

Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…

In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.

Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate  in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…

Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare,  “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge  e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.

Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi  o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.

Davvero complimenti.

 

Manuela Marino

Marzia Carocci su “Neoplasie civili”, silloge poetica d’esordio di Lorenzo Spurio

“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Agemina Edizioni, Firenze, 2014

Recensione a cura di Marzia Carocci

copertina-Lorenzo-Spurio-weNessun titolo, poteva essere più indicativo di questo: “neoplasie civili”, tumori e metastasi di una civiltà malata, contorta, deviante.
Lorenzo Spurio, attraverso questo suo itinerario poetico, mette in evidenza l’osmosi di un tempo dove l’umano è fautore dell’errore, del male, dell’ingiustizia.
Ogni sua lirica ci indica quelle piaghe che rendono il nostro modo di vivere, cicatrici di egoismi e di soprusi, di illegalità e di crudeltà.
Spurio non si allontana mai da una verità che al lettore può far male perché vera e vissuta come spettatori di un tempo fuorviante dove non c’è spazio per l’onestà, per la solidarietà e per la comprensione.
L’uomo si inerpica da sempre per predominare e da sempre si concentra su l’ egocentrismo dove mai da spazio al sentimento se questo non fa parte del proprio io, anzi schiaccia il debole, il dimenticato, l’emarginato.
Lorenzo Spurio sottolinea con pathos di forte coinvolgimento, gli eventi del nostro tempo facendone cronache/poetiche dove la parola ben scelta, avvalora ed esalta le particolarità, sia che si tratti di razzismo, di guerra, d’immigrazione, di violenza, di pedofilia, di mala/politica; egli non abbassa mai il proprio rammarico, anzi, lo urla, lo intensifica, lo evidenzia attraverso un linguaggio poetico dove la metafora porta in alto l’essenza di un pensiero ben ancorato che piano piano, attraverso un’attenta lettura, entra nel nostro stesso corpo dove la rabbia, l’impotenza e la vergogna ci fanno partecipi e spettatori di un mondo che ci appartiene e che si ritorce contro noi stessi attraverso quella freddezza che è ormai diventata parte del nostro vivere quotidiano. Le poesie di questa silloge, parlano e rigettano quelle neoplasie che si estendono a macchia d’olio dove l’uomo ha ormai deciso di sopraffare e di stuprare ogni bene, ogni giustizia, ogni buona causa; cancri maligni che bruciano ogni cellula di costruzione, di pace, di condivisioni sociali dove il potente decide e l’ultimo, il diverso, l’umile, si piega .
Lorenzo Spurio, non è solo un buon narratore ed un ottimo critico letterario, ma un poeta che dell’idioma coglie l’importanza e ne fa mezzo d’informazione mantenendo comunque, l’emozione e la sensibilità che è parte di un cammino letterario/ poetico stesso.
Una lettura che si fa riflessione, analisi e ragionamento dove la poesia parla, informa e diventa forza e stimolo ad un cambiamento, ad una rivoluzione pacifica ma allo stesso tempo incitazione a una ribellione di pensiero, di metamorfosi affinché vi sia positivo cambiamento e che ciò diventi cura dell’uomo e dei suoi mali dove ogni neoplasia si sciolga e si disperda per sempre! 

Marzia Carocci

 

Firenze, 21-09.2014

“Rose d’amore” di Patrizia Pierandrei, recensione di Lorenzo Spurio

Rose d’amore
Di Patrizia Pierandrei
Editrice Pagine, Roma, 2014
ISBN: 978-88-6819-743-8
Pagine: 81
Costo: 23 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Non sappiamo capire i malcapitati,
che sono stati colpiti dalla sventura. (53)

immagineLa nuova silloge poetica della jesina Patrizia Pierandrei dal titolo “Rose d’amore” (Editrice Pagine, 2014) colpisce molto nella copertina dai colori molto forti e caldi dove ci sembra di scorgere un particolare di un quadro dove in primo piano si stagliano delle mele granate. Il fondo, a pennellate veloci e indistinte, è dominato invece da un miscuglio di tinte verdi-giallo-celesti che permettono all’acceso colore rosso dei frutti di risaltare ancor più vivamente. E il contenuto della silloge è in effetti un canto accorato alla natura della quale la Nostra si serve per rievocare momenti d’amore, affrescare momenti della giornata e partire per riflessioni a tratte amare ma realistiche sulla drammaticità dell’oggi. E’ una raccolta poetica nei suoi contenuti molto varia, che spazia da tematiche e suggestioni diverse, ma che riesce sempre a mantenere la presa nel lettore e conservare un grande filo-unicum nel quale le varie liriche si intrecciano. Molto interessante la lirica “La madre” dove la poetessa traccia le caratteristiche emblematiche di una donna-madre che costruisce giorno dopo giorno l’universo domestico, protettivo e identitario per il figlio, non mancando di sottolineare la laboriosità della donna e l’insieme delle mansioni che essa svolge ed è votata a svolgere per il benessere del nido familiare: “Cuore della casa è la madre” (17).

Molte liriche sono chiaramente pervase da un convincimento profondo nella validità degli insegnamenti della dottrina cristiana quali ad esempio l’importanza dell’amore indistinto verso l’altro, della comprensione, della ricerca continua di quel senso di unità nelle diversità sul quale possa costruirsi la società. La parola “insieme” e l’universo semantico ad esso collegato (quello dell’unione, della famiglia, della società) ricorre l’intera opera in modi e forme diverse come quando, nella lirica ispirata al viaggio in Inghilterra, emblema della convivenza multiculturale osserva: “Fra tutte le grandi isole [è] la più rinomata” (20). Lo è, come scopriamo nella poesia, non tanto per le sue bellezze paesaggistiche e patrimonio culturale, ma perché (come lo è forse ancor più negli USA) è il luogo dove la convivenza tra culture, religioni e razze diverse sembra essere meno complicata tanto da poter parlare del celebre melting pot, auspicabile invece in tante altre realtà (compresa l’Italia) dove di continuo si dibatte polemicamente su idee di separatismo, forme di razzismo e manifestazioni più o meno gravi di prepotenza tra diversi gruppi sociali.

Ed è per tutto ciò che si sta dicendo che, forse, la componente principale della poetica della Pierandrei è proprio il suo ordito sociale e solidale, ossia solidaristico, d’amore per tutti indistintamente, che è emblema di un animo aperto, profondo che è improntato sempre a far risaltare il bene sul male. Questa attenzione capillare verso l’altro non si esplica solamente nei confronti dell’uomo, ma travalica anche all’elemento naturale, forestale, con liriche dove la donna esalta l’importanza dell’albero (di qualsiasi specie esso sia) perché elemento che consente all’uomo la vita tanto da tramutarsi in una vera e propria “poetessa degli alberi” come quando in “Natura” sagacemente osserva: “felice è colui che rispetta la sua indole,/ che non fa a nessuno alcun male” (21. L’interesse ecologico e per la salvaguardia dell’ambiente è uno dei motivi preliminari della donna che, proprio partendo dalla vista dell’albero, “essere prezioso” va anche a toccare pieghe di carattere etico-civile quali il disboscamento e la logica smodata della costruzione edilizia su spazi sottratti ad aree verdi (“Il cemento duro gli ha rubato la terra/ […]/ le tante distruzioni,/ dovute alle troppo costrette urbanizzazioni”, 22).

A completare la ricchezza tematica di questa silloge ci sono poesie che più chiaramente si riallacciano a un passato personale ed intimo dove la donna rievoca vecchi amori, amicizie ed episodi che hanno poi marcato la sua vita come la poesia “Giochi” che ci trascina al tempo dell’infanzia o alla poesia “Cortesia” nella quale la donna, invece, come stesse commentando una vecchia lirica medievale, tratteggia come il concetto di cortesia sia poi cambiato nel tempo, fagocitato sempre più dal dilagante e sorpassante dominio del bisogno di libertà.

Mi hanno colpito, in ultima battuta, le poesie nelle quali la donna smette momentaneamente di guardare dentro di sé per attestare ciò che accade intorno a lei dove la donna non può che stupirsi difronte agli insanabili divari tra ricchezza e povertà, tra lusso e inadeguatezza sociale, rappresentati dicotomicamente dalle vetrine luminose e fascinose segno di un progresso sfrenato e di un commercio che va avanti imperturbabile e dall’altra da barboni che si trascinano il cartone o bambini poveri che chiedono pietosamente l’elemosina. Ciò che desta preoccupazione non è la disparità economica di questi due gruppi di persone (ricchi e poveri sono sempre esistiti, in ogni secolo), ma l’indifferenza con la quale i primi si rendono praticamente insensibili, inutili e sprezzanti nei confronti di chi invece si potrebbe aiutare con poco. Patrizia Pierandrei tratteggia con le sue liriche un mondo contemporaneo dove l’azione distruttiva dell’uomo contribuisce a minacciare la natura e mette a serio rischio e pericolo la vita degli alberi che sono come “il miglior amico” (55), dove la terra è inquinata (53) e come una vivida notizia della cronaca giornaliera denuncia la durezza del cuore degli uomini ricchi o economicamente agiati che vivono nella loro dimensione senza concepire che nel mondo, nella loro città, nella loro strada, ci siano anche persone che non hanno nulla: “Ma la gente non si preoccupa dei poveri,/ […]/ non gli importa come stanno gli altri” (45). Ma a questa mancanza di solidarietà la Pierandrei fa far capolino a una sorta di minaccia redentrice che grava dall’alto e che poi, una volta nell’aldilà, forse ci sarà la giusta pena per tutti per quanto hanno fatto/non fatto sulla Terra nei confronti degli altri: “così per [i ricchi] va sempre tutto liscio,/ fino a che non si scatena un bel rovescio” (45).

L’inquinamento, la contaminazione della quale la Pierandrei parla non è solo di carattere atmosferico, ecologico, ma fa riferimento a livello più alto all’endemicità del morbo dell’indifferenza, all’esasperante incomprensione, alla pietrificazione dei cuori, all’acceso narcisismo che degrada giorno dopo giorno quella che dovrebbe essere la felice vita di una società in unione, che si fortifica sui rapporti che intrattiene al suo interno. A tutto ciò la Nostra sembra combattere con l’abbattimento del pregiudizio, la strenua difesa delle libertà personali, la comprensione e l’avvicinamento al diverso e al disagiato, la fede in Dio e una forte speranza che, nel tempo, le coscienze inquinate possano ravvedersi e le cose possano evolvere in meglio:

 La vita cerca sempre un nuovo lume,
che ci porti a ritrovare
la gioia di un leggere barlume
per poter ancora continuare. (23)
 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 22.05.2014

Lorenzo Spurio sulla raccolta poetica “Articolo 1. Una Repubblica AFfondata sul lavoro”

Articolo 1 – Una Repubblica AFfondata sul lavoro: un’amara indagine poetica della situazione occupazionale in Europa

 

A cura di LORENZO SPURIO

 

COP_500La radice del lessema “lavoro” (una delle parole che per ovvie ragioni ha la più alta incidenza di utilizzo nelle conversazioni e nei rapporti interpersonali da sempre) è di origine latina e ha la sua genesi in labor, termine che ci ricorda la celebre regola programmatica dei benedettini, ora et labora, i cui capisaldi della filosofia morale erano intessuti prevalentemente sull’impegno in una fervida preghiera e contemplazione, affiancata da una regolare applicazione di mansioni differenziate a seconda dei propri ambiti di interesse. C’era in effetti all’interno dell’universo monastico chi si dedicava all’orto e alla vendita dei prodotti, chi invece si occupava dei capi di allevamento, chi ancora si dedicava ai servizi connessi alla biblioteca e così via. Questo per dire che il concetto di lavoro è sempre stato connotato nella sua definizione quale campo esteso dalla strutturazione variegata di compiti e di competenze.

Se si effettua un’analisi di carattere più marcatamente filologico del termine in oggetto e prendiamo in considerazione le lingue “sorelle” dell’italiano, ossia le lingue romanze, si può vedere come nell’evoluzione delle lingue neolatine ci sia stato uno sdoppiamento lessicale a partire dal concetto di lavoro (cosa per nulla anomala in quanto fu un procedimento abbastanza comune e che si ebbe per numerosi altri termini). Il latino, infatti, contemplava due diverse forme per intendere il lavoro, con due accezioni leggermente differenti, ossia labor (con il senso di ‘fatica’) e tripalium (con il senso di ‘tortura’, ossia un lavoro visto e vissuto come forma di soggiogamento). Con l’evoluzione delle lingue neolatine i lessemi esprimenti il concetto di lavoro che si sono imposti e diffusi nelle varie aree geografiche sono stati differenti: in italiano si è deciso di partire dal lessema originario labor per derivare la parola “lavoro”, mentre nell’area franco-iberica si è data discendenza al vocabolo tripalium: travail (francese), trabajo (spagnolo); traball (catalano), traballo (galiziano) e travalho (portoghese).

Questa breve introduzione di carattere meramente epistemologico sulla tradizione di sviluppo della parola “lavoro” è funzionale per introdurre il tema di fondo che ha motivato la nascita di questo sapiente libro, un’antologia poetica organizzata dalla Rome’s Revolutionary Poets Brigade pubblicata da Albeggi Edizioni. Il volume, che porta il titolo di Articolo 1, fa immediatamente riferimento al punto primo della carta costituzionale italiana, che tutti ben dovrebbero conoscere, e che recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Intitolare un libro con Articolo 1 presuppone necessariamente e doverosamente il riferimento diretto al contenuto dell’articolo e non è questo un qualcosa di banale, perché nel libro in oggetto, che è specchio diretto del clima di inquietudini e mancanza di speranze del nostro oggi, non è che una chiara attestazione di più voci della gravosa situazione politico-economica nella quale il nostro paese e l’Europa in generale è affondata da almeno cinque o sei anni. Compongono il libro una serie di poesie che parlano del lavoro, ma che lo fanno in maniera acuminata, fredda, dura e disperata e non potrebbe essere diversamente nel nostro hic et nuc dove tutte le statistiche decretano che il nostro Paese ha un tasso di disoccupazione pari al 12,7% e che quello giovanile arriva addirittura al deprimente 42,7%.

In questo libro si parla di lavoro o forse sarebbe meglio dire della mancanza di lavoro, della sua incertezza e difficoltà, della durezza e illeceità del lavoro (laddove le leggi impediscono una facile acquisizione del lavoro da parte del cittadino è chiaro che la sfiducia, l’insoddisfazione e la voglia di andar avanti motivino e incentivino forme di lavoro non legalizzate, che appartengono al mondo sommerso, che minacciano il lavoro legalmente riconosciuto).

Non c’è solo amarezza tra i versi che compongono questo libro, c’è vera e propria disperazione che motiva in certi punti un odio (che ci auguriamo resti sulla carta e non sia motivo di veicolo di programmi eversivi perché l’utilizzo della violenza va sempre rigettato) contro le istituzioni, contro chi, ricco perché i suoi commerci vanno bene, non riesce più a reprimere quel livore che giorno dopo giorno lo distrugge.

Ed ecco allora spiegato il senso di quel motto che una ragazza porta scritto sulla fronte nella foto in bianco e nero che troviamo nella cover, “Mortacci”, un chiaro atto d’indignazione verso il potere e le sue forme, contro la casta politica che è asettica ai problemi veri della gente, una blasfemia di popolo che giustamente rivendica i propri diritti (quelli per l’appunto dell’articolo 1) e che si dice indisposta a continuare nella logica del soggiogamento imposta dai padroni, “assassini che continuano/ a pisciare sui […] diritti negati/ sulle […] tombe dimenticate” (scrive Marco Cinque in “Morti bianche su orizzonti neri”, 21). Questo libro è un atto d’accusa, è un frullato di notizie di cronaca dove non mancano suicidi per licenziamento, depressione per la precarietà, insoddisfazione per il non vedersi riconosciuto il valore morale e culturale che ognuno di noi costituisce, è una preghiera laica che non solo intende smuovere le coscienze (cosa per altro abbastanza difficile nel mondo egocentrico e capitalistico dell’oggi votato al culto della personalità e del potere), ma denuncia senza mezzi termini, con forza e coraggio, le ingiustizie provate e perpetuate sulla propria pelle in un paese come il nostro dove regnano indiscussi il nepotismo, il collaborazionismo, il ricatto, il favoritismo, l’attaccamento alla poltrona, l’insensibilità, la spietatezza dei cuori e tutto ciò che possiamo circoscrivere all’interno di una logica antidemocratica, mafiosa e del malaffare.

E’ il popolo a farne le spese. A soffrire in silenzio, a riunirsi in piazza, a decretare l’insostenibilità della situazione. Questa contenuta nel libro è proprio la voce del popolo, urlata e che non vuol più essere messa a tacere, di quella gente che si incazza e che ha il coraggio di dirlo e di spiegarne il motivo. E’ una contestazione poetica per lo più pacifica, senz’altro argomentata e costruttiva, che reclama risposte che non siano parole di circostanza ma mettano in moto procedimenti concreti nel breve termine.

Nella poesia “Apocalypse Now” di Alessandra Bava dove allude al complesso industriale ILVA di Taranto, “il mostro [che] soffia aliti di morte” (9), si sottolinea proprio questo: l’esigenza che il cambiamento avvenga in tempi ragionevolmente brevi perché la situazione è oramai divenuta insostenibile. Alessandra Bava scrive “Di lavoro si muore” ed è questo un fatto che i mezzi di comunicazione giornalmente non fanno altro che attestare di continuo con una cruda e spietata veridicità: si muore sul lavoro per la mancanza di sistemi di protezione efficaci e a norma (soprattutto in quel lavoro in nero di cui si diceva dove l’uomo è costretto a rifugiarsi per guadagnare un minimo per garantire la sopravvivenza a se stesso e ai suoi cari a rischio della propria vita), si muore per il lavoro per l’aver maneggiato/respirato per anni sostanze inquinanti che decretano poi la comparsa di tumori e altre malattie inguaribili, si muore per la mancanza di lavoro, per l’angoscia che si nutre l’indomani del licenziamento, del fallimento della propria ditta, dell’incapacità economica di portar avanti un’impresa ammorbata da debiti che ne marciscono la speranza.

Il lavoro, che dovrebbe nobilitare l’uomo, renderlo fiero, dargli una sicurezza economica e morale nel mondo, è invece lì pronto per tormentarlo, fagocitarlo, deriderlo, minacciarlo, svilirlo e incitarlo al delirio, all’autolesionismo, a farla finita. E nei versi in cui Alessandra Bava scrive “l’orrore, l’orrore!” (9) non può non venir in mente le parole che Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad, opera denuncia del colonialismo inglese, pronuncia in punto di morte. Quell’orrore sul quale la critica tanto ha dibattuto non è altro che il male che il personaggio (alter ego della classe dominante inglese di quegli anni) ha procurato sul popolo indigeno in Africa, sfruttandolo e denigrandone la dignità. Sembra che Alessandra Bava con questo cameo letterario voglia in un certo senso sottolineare la gravità e la disperazione del povero uomo disoccupato o di colui che si ammala gravemente per aver lavorato tanti anni a contatto con uno spazio inquinato mentre “lo Stato sta a guardare” (10). Una denuncia della politica nazionale e locale che, letta alla luce della citazione di Conrad in cui si condanna in extremis i mali dell’imperialismo, si inserisce nella critica al sistema economico di tipo capitalista votato alla sovrapproduzione al costo della salvaguardia della salute e della qualità della vita dell’uomo.

In “Dust Bowls” Alessandra Bava mitiga leggermente la speranza parlando di un tema attualissimo quale è l’emigrazione nei paesi dell’Ovest (gli USA ma soprattutto l’Australia e la Nuova Zelanda in testa metaforizzate quali “Californie lontane”, 12) dove sembra che le opportunità di lavoro siano senz’altro maggiori rispetto alla Vecchia Europa: “Si viaggia verso/ Ovest alla ricerca del lavoro/ come cercatori d’oro,/ in mano setacci/ di speranza” (11). La speranza oramai è qualcosa di utopico che si setaccia finemente e pazientemente alla ricerca fortuita, proprio come quella dell’oro in fiumi torbidi tanto improbabili quanto impossibili.

Ed è così che l’esistenza dell’uomo in questo presente di crisi, privazioni e disagi non è che un momento nel quale si preferirebbe chiudere gli occhi, serrarli e non riaprirli più dato che il mondo non offre altro che “[una] merda di futuro atipico” (Marco Cinque da “Morti bianche su orizzonti neri”, 21), concetto reso in maniera più ricercata da Marco Lupo nella poesia “Liquirizie” quando annota “facevo domande al futuro/ ma non trovavo posto nel sonno” (49). C’è da chiedersi allora perché ci sia tanta ingiustizia nel mondo e perché le leggi che i nostri padri costituenti e i legislatori continuano ad apportare per legittimare la società finiscano poi per essere inattuabili e tanto distanti dai reali bisogni della società e perché, sia nel lavoro che in ogni altro sistema di approvvigionamento (del cibo, del sapere, delle informazioni, delle possibilità, della garanzia delle libertà) ci siano squilibri schifosi e ingiustificabili che possiamo evocare con dei versi lapalissiani di Angelo Zabaglio & Andrea Coffami che nella lirica “Branzino” osservano: “tra sarte licenziate e attori direttori di fotografia strapagati mentre i produttori leccano i culi, ma sono i buchi dei culi sbagliati” (67).

Nessuna irriverenza, ma tanto odio dentro, che la poesia da arte suprema è in grado di tramandare con acmi d’intensità ineguagliabili per denunciare l’insolubile sopportazione.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 01.05.2014

 

Titolo: Articolo 1
Sottotitolo: Una Repubblica AFfondata sul lavoro
Autore: AA.VV.
Curatori: Alessandra Bava e Marco Cinque
Prefazione: Agneta Falk
Editore: Albeggi Edizioni, 2014
ISBN: 9788898795031
Pagine: 74
Costo: 10 €