di Lorenzo Spurio
Nella vita, a volte, ci si trova ad affrontare uragani e tempeste, ma dopo, puntuale, ogni mattina sorge il sole. Anche dopo la più buia e tenebrosa delle notti, il cielo viene rischiarato dall’alba… un’alba chiara e luminosa, che aiuta a superare e a vincere la paura del buio (237).
E così che l’ansia e le complicate capacità relazionali si associano al disturbo chiaramente alimentare che si esplicita nel fascino per il magro e che condurrà la ragazza a minacciare il suo corpo, quasi come una sfida all’ultimo duello, con reiterate orge alimentari e poi rigettamenti compulsivi che da una parte gratificano la ragazza perché praticamente il cibo ingerito non verrà metabolizzato (“Mangiare e vomitare le dava un senso di liberazione dallo stress e dalla tristezza”, 43), ma che dall’altro produce effetti medici preoccupanti quali la progressiva chiusura dello stomaco, la corrosione dentale, la denutrizione, il rallentamento delle normali funzioni biologiche e la cessazione del ciclo mestruale (quello che la Michelon definisce come “metabolismo basale […] notevolmente rallentato”, 36). Nel frattempo la famiglia, che dovrebbe essere la prima componente umana ad accorgersi di ciò e della gravità degli effetti che ha sul corpo della ragazza, sembra leggermente indifferente e, anche se cerca di incentivare la ragazza a mangiare (durante la sua fase d’anoressia), lo fa blandamente, senza convinzione e consapevolezza del pericolo verso il quale sta andando. E la narratrice ad un certo punto sembra quasi parlare tramite la voce di un medico e chiosa: “I disturbi alimentari colpiscono spesso ragazze e ragazzi con una difficile realtà familiare e con un basso livello di autostima” (44)[3]: in ciò la Michelon condensa il difficile rapporto (più che complicato è inesistente) che ha con entrambi i genitori: la madre[4] algida, sembrerebbe anaffettiva, distante, sempre pronta a elogiare l’altra figlia e il padre assente, disattento, silenzioso, assoggettato al ben più forte comportamento della moglie. C’è come una sorta di sicurezza da parte della famiglia di Celeste (e oserei dire di molte delle famiglie che scoprono un figlio affetto da questo disturbo) a minimizzare la questione e a credere che un precipitante dimagrimento e apatia per il cibo non siano nulla di grave e che vadano risolti semplicemente incentivando la voglia di mangiare. Non è così perché, come si vedrà nella seconda parte del romanzo, quando Celeste verrà ingressata in una clinica per combattere i disturbi alimentari e comincerà a riacquisire un certo comportamento verso il mangiare, questo non corrisponderà automaticamente alla guarigione dal disturbo che, come già detto, è prima e soprattutto di carattere psicologico.
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Il calore del tuo sorriso Talos Edizioni, 2013 Recensione di IURI LOMBARDI
Il calore del tuo sorriso di Alessio De Luca non è un libro banale, come se ne trovano tanti a giro di questi tempi, è invece un’opera intelligente, ben fatta, che inchioda da subito il lettore a cominciare dall’incipit. E non avevo dubbi, conoscendo bene Alessio, avendo condiviso con lui tanto, del romanzo edito da Talos edizioni.
Allora, visto che non sono un critico, ma uno scrittore, come iniziare? Non è semplice, cercando di dare un giudizio oggettivo, parlare dell’opera di Alessio (consentitemi di poterlo chiamare per nome), perché lui stesso, se pur giovane e lontano dal mondo della letteratura, è un artista di straordinaria semplicità e complessità allo stesso tempo. Anzitutto dovremmo iniziare ad affermare che Alessio è un cantautore e la lezione cantautoriale, se pur apparentemente ma anche nella sostanza dei fatti,si fa sentire anche quando, vuoi per scherzo o per diletto, vuoi per esigenza di comunicazione, si cala nei panni di romanziere. E lo fa con maestria, portandosi dietro della attività di cantautore tutto un bagaglio epico, da intendersi come narrativo, che esprime architettando una storia ben intrecciata e con uno stile diretto e nell’eccezione più alta del termine popolare. Sì, Alessio può essere, ha tutte le carte in regola, da buon cantautore (figura a lui cara) popolare: nel senso che è un affabulatore di storie e tematiche alte, delicate, complesse (come quelle narrate nel suo romanzo), raccontate con semplicità e con stile e questo è tipico dei cantautori (i poeti per eccellenza del puro sentire). Vale a dire, saper affrontare tematiche complesse con una voce leggera, non pesante, priva di retorica, fresca, seduttrice, lontana dalla lingua del romanziere letterato (che il più delle volte corre il rischio di essere autoreferenziale e di non arrivare alla gente). Tutto questo a cominciare – mi si voglia perdonare se ometto la trama del libro- dai dialoghi che emergono dalla narrazione della storia. Dialoghi diretti ben costruiti, così simili al reale e talvolta – visto che il romanzo parla di giovani- calati nell’identità psicologica dei protagonisti, così veri che non sanno del tipico artefizio del mentire romanzato ( “i poeti che strane creature/ogni volta che parlano è una truffa”[1]). Alessio non dissimula, non mente come fa di norma il poeta con la materia che tratta, e il suo non mentire (chi lo conosce come uomo sa quello che dico), la sua estrema verità e sensibilità espressiva non solo è tipica del cantautore, di chi è costretto a misurarsi con una scrittura simile alla poesia ma dissimile al contempo, ma di lui persona. Ma non voglio scendere in questi particolari e per due motivi: il primo perché appartengono al mio modo di vivermelo da amico e di sentirlo, in secondo perché in questa sede è giusto e meritevole parlare dell’artista e della sua opera. Artista poliedrico, affascinato dalle arti tutte, non di meno dal cinema, la cui lezione, come nel caso della canzone, subentra con prepotenza facendo di Alessio un narratore per immagini. Anche in questo caso con ottimi risultati. Le pagine che compongono il calore del tuo sorriso sono infatti non solo narrative ma cinematografiche. Scelta stilistica che si nota da subito, a partire dalla suddivisione in parti (in tutto tre) della storia, come fossero tempi filmici. In queste tre tempi, in cui la storia narrata è l’affresco dell’umanità più vera, De Luca, raccontando in terza persona, riesce a calarsi e a scegliere un punto di vista di come lui stesso vede e affronta la vita, attraverso un personaggio del romanzo senza avere la pesantezza della oggettivazione, tipica dei romanzieri post-moderni. In questo caso, lo fa con Gabriel, il vero eroe positivo e carico di valori umani e civili, in cui Alessio parla di sé in modo schietto e onesto. E questo (la scelta di un punto di vista espressa tramite una drammatis personae dell’opera) è tipicamente cinematografico. Il personaggio di Gabriel è infatti per certi versi controverso, ma con l’esuberanza giovanile, tanto da accogliere sulle proprie spalle colpe che non gli appartengono, che sono di altri, tirando le fila del compimento di un destino particolare. In lui, leggendo il libro, cioè in Gabriel ho potuto riconoscere a pieno il mio amico Alessio, il suo modo di essere vero, di saper leggere l’umanità senza disprezzo godardiano[2] (tipico di coloro che sono sopraffatti dalla noia e da un mostruoso ego). Lontano da intrecci nefasti, malsani. Anche in questa occasione, l’occhio puro del cantautore e dello appassionato di cinema esce allo scoperto attraverso un uso della lingua semplice e diretto, ma mai banale. Lingua e stile che ricordano echi di un lessico da romanzo noir e infatti la storia è anche un giallo, per certi aspetti. Espliciti in particolare in certi passaggi verbali e narrativi che se da una parte mantengono l’integrità identitaria dell’epico in musica e del cinefilo, dall’altra vanno ad aprire orizzonti meta-testuali, come nel caso in cui Alessio si cimenta in frammenti radiofonici e di cronaca per giustificare quanto racconta. Infine, del cinema ma anche del teatro ci si ricorda in quanto la storia consta di un prologo e di un epilogo, vale a dire di un prima e un dopo, di un a.s e di un p.s, in cui alla ribalta viene presentata Kia la protagonista, la povera ragazza vittima di un sistema inumano e criminale che la rende umile e indifesa. Ma ancora da dire c’è molto, soprattutto nel caso di Kia, in cui Alessio (che ha una cultura scientifica legata alla biotecnologia) descrive i fatti in cui dietro si nota questo bagaglio paramedico, o giù di lì, al punto in cui la narrazione diventa un ibrido riuscito (ecco l’altro punto di forza) in equilibrio tra la realtà e la finzione. E non solo dal punto di vista scenografico, vale a dire di ambientazione, ma per quanto concerne i tempi (e leggendo capirete) che sono i tempi visto da un medico o da una figura simile; tempi che diventano non più ontologici ma biologici. Tempo di un tempo tangibile, oggettivo. Un punto di forza che ha echi lontani ma credibili da ricordarmi la figura di Giovanni Rasori[3], il medico che dette avvio al dibattito letterario attorno al conciliatore[4] nei primi anni dell’ottocento, in cui il Rasori proponeva una letteratura realista nel senso più tangibile del termine. Oltre ad essere una delle figure più interessanti del nostro romanticismo. Figura che seppe intersecare le due discipline – medicina e letteratura- con grande merito stilistico e di contenuto. Con grande eleganza poetica, tanto da proporre al panorama italiano le poesia di Schiller da lui tradotte con tecnicismi di non poco conto. Per cui Alessio mi ricorda molto questa figura – che lascio al lettore approfondire qualora voglia farlo- e l’accostamento non lo vedo assolutamente fuori luogo. Come Giovanni (nome evocativo per eccellenza), Alessio partecipa con attenzione e grazia emotiva agli eventi storici, si batte per la giustizia, per le cose vere lasciandoci a noi lettori delle sue pagine un messaggio di umanità ed eleganza, di misurata indignazione verso i pregiudizi e le cattiverie (e il caso di dire da Ghibellin fuggiasco).
Accanto al ricordo Rasoriano del il calore del tuo sorriso, in questo affresco di grande umanità, nella figura di Jessica è facile riscontrare il Cesare Pavese del Il compagno, romanzo degli anni quaranta dello scrittore piemontese, con il quale sembrano esserci delle forti similitudini tematiche. Parallelismi di ambientazione a tratti ricordanti il Giovanni Testori di una certa Milano noir, dall’altra un Emilio Tadini ultimo, nello specifico riguardo al romanzo eccetera.
Insomma, si tratta sicuramente, e lo affermo senza ombra di retorica, di un romanzo profondo e universale nel senso che tocca le corde della sensibilità comune, nel quale emerge la figura di Alessio De Luca nella sua parte migliore, in cui affiora tutta la sua sensibilità di cantautore e scrittore, di uomo e amico, di artista e di cittadino del mondo, dotato di estrema sensibilità e senso civico. Un senso civico maturo lanciato tramite un messaggio emozionante e sincero, degno di una partecipazione da parte del lettore altrettanto sincera ed autentica che fa dell’autore del il calore del tuo sorriso: un messaggero delle emozioni.
Iuri Lombardi
Il concorso letterario nazionale per scrittori emergenti il Racconto nel cassetto –Premio città di Villaricca, nato in sordina nel 2003, avanza a passi da gigante nel panorama culturale italiano, proponendosi come uno dei più prestigiosi premi a cui, grazie anche alle nuove tecnologie telematiche, si affianca l’interesse di una vasta platea internazionale. Organizzato dall’ALI ONLUS (Associazione libera italiana) il concorso è diventato un appuntamento fisso per centinaia di aspiranti scrittori provenienti da tutt’Italia e anche oltre i confini nazionali. Il suo scopo è incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, con ogni probabilità, non avrebbero gli strumenti necessari per emergere e farsi conoscere dal grande pubblico.
Il premio letterario ha tagliato nel 2013 il traguardo della X Edizione, attestandosi come uno dei premi letterari per scrittori esordienti più importanti del panorama letterario italiano. E sempre per il 2013 è partita l’XI edizione, il cui bando è stato pubblicato ed è disponibile sul sito dell’Associazione Libera Italiana ONLUS organizzatrice del concorso.
Il bando è disponibile a questo link: http://www.assoali.com/bando.pdf
Il Concorso si propone di incentivare la diffusione dell’arte della scrittura, favorendo gli autori meritevoli che non hanno ancora conosciuto la notorietà presso il grande pubblico. L’iniziativa ha, inoltre, lo scopo di stimolare e promuovere la conoscenza della cultura, delle tradizioni e delle bellezze paesaggistiche, architettoniche e monumentali dell’area a Nord di Napoli e di Villaricca, cui l’ALI fa riferimento. “Il concorso è nato con un duplice scopo – ha spiegato Pietro Valente, presidente dell’Ali e patron dell’iniziativa -. Da un lato abbiamo voluto incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, pur non avendo nulla da invidiare ad autori noti, non hanno la possibilità di rendersi ‘visibili’ al grande pubblico. Dall’altro, ci siamo proposti di promuovere il territorio Giuglianese, riuscendo nell’intento di cancellare quello che era lo stereotipo malavitoso di una zona che è stata oltraggiata, ma che ha voglia di rinascere”.
Il concorso è a tema libero e prevede due sezioni: Racconti e Fiabe e storie per bambini. Ogni opera non dovrà superare la lunghezza massima di 20 cartelle giornalistiche (30 righe per 60 battute, pari a circa 1800 caratteri, spazi inclusi, per pagina), stampata su un solo lato. La data di scadenza è fissata tassativamente per le ore 24 del 31 gennaio 2014. I racconti dovranno pervenire in busta chiusa all’indirizzo dell’Associazione ALI e in due copie; per diritti di segreteria è previsto il pagamento di una quota di Euro 20.
Il montepremi complessivo è di 10000 Euro, divisi fra i tre finalisti delle due sezioni. Le opere che partecipano al Concorso devono essere inedite, pena l’esclusione. Il premio ha, nel corso degli anni, riscosso un lusinghiero successo per numero di partecipanti, provenienti da tutte le regioni e anche dall’estero, e per la qualità dei lavori proposti. Si è passati, infatti, dai 600 partecipanti della prima edizione, fino agli oltre seimila in totale, nel corso delle successive.
“Il Racconto nel cassetto è un’idea che funziona – ha sottolineato ancora Valente -. Negli anni, da questa iniziativa stanno emergendo scrittori che via via si stanno affermando nel panorama culturale nazionale. Ma non solo. Il premio svolge anche un ruolo pedagogico nel riavvicinare i giovani alla lettura, troppo snobbata e bistrattata negli ultimi anni”.
Il Racconto nel cassetto, che è considerato dagli addetti del settore uno dei concorsi letterari più autorevoli, si distingue nettamente da tanti altri premi che si svolgono in Italia, molti dei quali istituiti al solo scopo di lucrare sulle aspettative di tanti aspiranti scrittori. In primo luogo perché i vincitori si suddividono un montepremi di diecimila euro; inoltre, perché i loro lavori vengono pubblicati e distribuiti sul territorio nazionale dalla editrice Cento Autori, senza alcuna spesa a carico dell’autore stesso.
Per le iscrizioni, la consultazione del bando e per approfondimenti visitare:
La sua fuga, forse, aveva il significato di una ricerca. (56)
Teresa Gammauta nella sua nuova pubblicazione ci affida la storia di una donna di mezza età, inquieta nel suo percorso di sviluppo e che ha appena chiuso una lunga ed importante relazione affettiva con l’uomo che è stato suo marito per tanti anni. Per non soccombere a quel senso di oppressione e d’incertezza che la protagonista sembra imboccare come un fosco vicolo senza via d’uscita, la donna reputerà necessaria una vacanza per “staccare la spina” e ricaricare le pile. L’allontanamento dalla sua casa, dalla sua città e dalla consuetudine della vita di tutti i giorni, la porterà su un’isola, che la scrittrice non nomina per tutto il corso della narrazione, ma che intuiamo essere una qualche piccola isola di un arcipelago nostrano o comunque mediterraneo.
Ma a volte gli eventi corrono più del normale e quella che è stata pensata come una fuga dalla realtà, come una pausa dal vivere abituale diviene ben presto una nuova avventura nel percorso della donna. L’incontro fortuito con un uomo si trasformerà ben presto da semplice interesse e curiosità in un vero e proprio desiderio fisico che esploderà nel corso della narrazione. Non vi sono grandi colpi di scena in questa narrazione della Gammauta dove, in effetti, l’impalcatura stessa delle vicende, che seguono un percorso logico e consequenziale, è abbastanza semplice e intuibile.
Quello che, però, va osservato è che non ci troviamo dinanzi a una mera narrazione rosa dove un matrimonio lungo e imploso su se stesso passa alla frustrazione della donna che ricerca nuove avventure amorose e di inaugurare una nuova vita. Siamo di fronte a un incontro puramente accidentale (che pure la donna non si lascia perdere) nel quale si butta a capofitto, istintivamente, senza pensare, quasi come una ventenne per scoprire ben presto che, in realtà, non è propriamente quello che desidera.
Un romanzo che si interroga sui limiti dell’amore, sul tormento che può nascere in noi quando la storia nella quale abbiamo sempre creduto e che abbiamo eretto come nostra abitualità, improvvisamente si rompe. Il bello di riscoprirsi giovani e mettersi in discussione. Tutto questo, però, porterà la protagonista del romanzo a una più ampia e seria riflessione sulla natura del suo dolore che, nel tempo, proprio come l’isola nella quale è andata in vacanza, l’ha portata a chiudersi nel suo micro-cosmo.
Come sempre, è il Tempo a far da sovrano sulla storia descrivendo in maniera veloce un prima (lunghissimo temporalmente) del quale poco ci viene detto e un “mentre” (breve temporalmente) ma che viene dilatato con intenzione dalla nostra per focalizzarsi proprio sulla potenzialità dell’attimo fulgente che in un certo senso cambia la nostra esistenza.
Se in meglio o in peggio, non è dato sapere.
Jesi, 14 gennaio 2014
Sinossi:
Veronica si trasferisce da Grosseto a Bologna per iniziare una nuova vita. Assieme a sua zia Clelia e sua cugina Alessandra scopre quanto può essere piacevole avere una vita normale senza i problemi che si è lasciata alle spalle. Ma grazie alla sua grande passione, il canto, Veronica riesce a recuperare se stessa e la sua giovinezza, inserendosi tra le allieve della DAMS.
In accademia incontrerà Andrea, un ragazzo affascinante e particolare fidanzato con Amelia.
Tra amori, lezioni, e vita di scuola, Veronica si troverà a fare i conti con il proprio passato: tornare a Grosseto o restare a Bologna?
“Resta ancora un po’” è un romanzo accattivante che racconta le passioni dei giovani d’oggi viste attraverso gli occhi di Veronica.
Federico Lorenzi è nato a Grosseto il 21 luglio 1990. Attualmente collabora con “Sololibri.net” e Fantasy Magazine, scrivendo recensioni online. Ha partecipato al corso di scrittura creativa presso la sede RAI di Roma.
Tra i suoi autori preferiti spiccano C.R. Zafòn, e G. Musso.
Facebook: Federico Lorenzi – Autore (https://www.facebook.com/pages/Federico-
Lorenzi-Autore/246934308793516).
Federico Moccia ha scritto della storia: Veronica è una ragazza speciale, la sua energia è contagiosa, fa bene a tutti. Questo romanzo è come uno schiaffo inaspettato, uno di quelli che non si dimentica facilmente.
Tengo a precisare che non sono un critico letterario, non lo sono mai stato, né penso di diventarlo nell’immediato futuro, il mio mestiere attualmente è ben altro, … mi ritengo solo un piccolo divoratore incallito a “part-time” di libri; diciamo che leggo di tutto, spazio dai classici della letteratura, ai quelli moderni underground, dal Capitale di Marx alle gesta di Tex Willer, dalle Confessioni di Sant’Agostino a Topolino, dagli scontrini fiscali fino agli annunci mortuari. Pertanto, non faccio recensioni su comando o su commissione, soprattutto non faccio recensioni a libri o raccolte di poemi che non mi attirano o non mi appassionano,…però in questo caso, l’eccezione diviene mera realtà, come è nel contenuto del libro dell’amico Lorenzo Spurio dal titolo “La cucina arancione”. Questo non lo dico per piaggeria nei confronti dell’autore medesimo o per onere intellettuale, lo affermo perché appena ho incominciato a leggere il libro in questione, mi trovavo in treno alle 6 e 45 come ogni mattina a San Benedetto del Tronto,…. talmente mi sono lasciato prendere dall’arcipelago della curiosità, che mi sono ritrovato alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima, peccato che la mia tratta quotidiana avrebbe dovuto fermarsi due stazioni prima…bensì nel capoluogo di regione e cioè Ancona.
“La cucina arancione” è composta da ventiquattro racconti di media lunghezza, gli stessi si suddividono in episodi molteplici ed eterogenei, oserei dire uno spaccato a 360 gradi di reazioni psichiche ed umane vicissitudini quasi al limite del paradosso, ma che paradosso non è. La caratteristica saliente, “vulnus” del contendere, è la sintomatologia di ciò che è nascosto nell’animo delle persone; in sostanza aspetti di lucida verità che poi diviene parte integrante della nostra società e del nostro vivere. Tutto questo viene individuato, a mio modesto parere, laddove il cervello vede ed osserva e non gli occhi; verità inconfessabili, che cercano sempre attivamente di trovare un senso a tutto ciò che vive intorno, ascoltando Vasco Rossi mi viene spontaneo dire: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.”
Lorenzo rompe uno spazio e un equilibrio ipotetico di scrittura, uno schema letterario a volte anticonvenzionale, a volte perbenista, a volte ironico, a volte spregiudicato ma sempre vivo, acuto, lucido, lineare; alimentato e dettato da una minuziosa attenzione alle parole e ai fatti sia esogeni che endogeni del nostro quotidiano vivere. Un filo conduttore per ogni singolo episodio che collega il malessere e le contraddizioni, talvolta borderline, talvolta perniciose dell’ego mentale e del comportamento consequenziale dell’essere umano.
Turbamento e disagio hanno condizionato quasi da insidiare da sempre ogni scelta umana, nelle relazioni dei soggetti con il mondo, con gli altri soggetti, con l’insieme sociale. Il Versiliese Mario Tobino, noto Psichiatra e Scrittore contemporaneo diceva: “La letteratura ha sempre cercato di dar voce al dolore, all’infelicità, alla deviazione, alla rottura, all’assenza, all’impossibilità; ha sempre interrogato il senso del malessere psichico, anche in quelle forme estreme dalla nevrosi alla follia, che sono state oggetto di cura da parte della psichiatria moderna.” Ma la storia dei giorni nostri ha altresì dimostrato che le mutazioni o cambiamenti sociali e culturali hanno incorporato concetti e schemi di normalità rispetto a quello che prima fosse ritenuto folle.
L’esperienza della “normale follia” – così l’ho anarchicamente definita senza vincoli di retorica – è vissuta da Lorenzo come esperienza creativa, come soggetto di ispirazione letteraria, come forma di vita estetica, come sorgente di fascinazione senza fine. In ogni caso, sono pensieri che non incrinano l’etica umana, e descrivono, quali valori, i significati anche creativi che si nascondano nella normale follia, e di quanto amore abbiano bisogno poi.
I “pazienti” di Lorenzo, conoscono il dolore della “normale follia”; sigillata sempre da una tenue fragilità e gentilezza: quella che rende poi la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nell’angoscia. I personaggi del libro, sono soprattutto persone normali, che vivono una normalità e questa normalità definita “anomala” è insita tra una realtà oggettiva e libera di forti emozioni privandoli di tutti i preconcetti lasciando spazio a pensieri al limite del grottesco, ma che mai sfiorano la deviazione nel senso lato della parola stessa. Le vicende narrate sono quasi sempre introdotte da brevi aforismi, da citazioni o riflessioni che fanno un po’ da apripista, facendo capire immediatamente al lettore quale sarà il tema trattato.
Molto divertenti e toccanti alcuni racconti, ne cito due per motivi di tempo, uno è l’episodio denominato GUTRON, che ci mostra con semplicità estrema come sia facile lasciarsi andare a luoghi comuni, ad esempio del divario tra Nord e Sud, in particolare nella funzionalità –“mutatis mutandis”- degli ospedali, dalla professionalità dei medici locali, dall’efficienza organizzativa burocratica…e così via. Tra l’altro, questo aspetto di dualismo tra nord e sud, lo si evince anche sui nomi degli ospedali, infatti troviamo: Policlinico, Ospedale Civile, Centro sanitario, Istituto di cura, Residenza sanitaria….mentre scendendo al sud troviamo l’elenco infinito dell’eletta schiera dei Santi o Beati quali: San Camillo, Giovanni XXII, San Gerardo, Sant’Orsola, Sant’Omero, Sant’Anna fino alla Casa della sofferenza di S. Pio.
L’altro capitolo, che prende il titolo omonimo del libro e cioè “La cucina arancione”, è interessante il modo descrittivo, quasi “NOIR”, che descrive la morte nei panni di una donna avvenente, una sorta di linguaggio intrigante, che ho apprezzato, in quanto in alcuni tratti mi ha ricordato uno dei poeti a me preferiti, Charles Bukowski, laddove Lorenzo scrive a pagina 117:
“Pensavo che la morte mi stesse corteggiando dolcemente per alleviare la mia fine. Poi mi raccontò di com’era giunta in America e della sua vita negli ultimi anni. Dai suoi discorsi capii che era una donna molto sola e incompresa. Per un attimo pensai che avrei dovuto aiutarla o diventare suo amico, ma poi l’idea che lei fosse l’incarnazione della morte mi metteva addosso una grande inquietudine. Era una donna inquietante e sola. Aveva un bel portamento e, soprattutto, aveva un bellissimo culo”.
Trasgressivo, ironico, lezioso, incompreso, rokkettaro, emotivo, erotico, bluesman, sessista; ed ancora: sensibile, umile, creativo, arrogante, new age, classista,…. insomma di tutto e di più, ma ciò che stupisce è la straordinaria “normalità” che Lorenzo riesce ad amalgamare nella più variegata intelligenza nel modellare pensieri e parole, merce assai rara in questo contesto culturale e editoriale, laddove il “ciarpame di scribacchini”, a volte, sovrasta “i migliori autori”, non a caso, giorni fa un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dello scrittore Paolo Di Stefano, lo stesso affermava “tout court”: “E nel mercato si sa, la moneta cattiva scaccia quella buona, specie se la si vorrebbe far passare per moneta eccellente. Quando si dice che in Italia si pubblicano troppi libri, ci si dimentica dell’aggettivo brutti. Non che i belli e gli ottimi non escano, anzi, ma è come se non uscissero, travolti dalla moneta leggera”. Con minor enfasi potrei affermare che: ”Il talento non è qualcosa di dato, bensì è qualcosa che si conquista”.
Tutto questo, penso, che in qualsiasi altro libro potrebbe tra virgolette “disturbare”, qui invece sembra elargire il contrario perché questa è la normalità dell’essere umano, e tutto ciò traspare dalle pagine dell’opera di Lorenzo Spurio: “La cucina arancione”, sono pagine che si leggono quasi senza prendere fiato. Storie e situazioni intense ed impegnative, al cui termine non ci si può che complimentare con l’autore per il coraggio dimostrato nel raccontarsi così, senza veli, augurandogli di continuare a scrivere i questo modo poiché la sua scrittura rende, ad ogni dettaglio o routine della giornata, la giustizia di essere raccontata, di essere raccontata con il calore e il sentimento della sua penna che tende ad introdurci nell’onirico complesso, come diceva Lucio Battisti, della “mente e dei suoi tarli“.
Emilio Mercatili
23-11-2013
Un romanzo tragicomico sul futuro dell’istruzione italiana. Un ritratto grottesco della scuola e dei suoi fallimenti affrontato con un sorriso che ci lascia più di una speranza per le nuove generazioni.
in libreria dal 19 NOVEMBRE 2013
Guido Pennisi e Gianni Serra sono due bambini strani; nessuno sembra accorgersi di loro nella Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Figuriamoci il giorno più atteso dell’anno, il giorno in cui l’anonimo istituto si prepara ad accogliere il più famoso e ricco inventore di sempre, colui che ha dato alla luce il “futurometro”, una macchina destinata a cambiare il futuro dei ragazzi e il sistema dell’istruzione italiana. È tutto pronto nella palestra: festoni appesi, mamme in ghingheri, autorità tirate a lucido. Un’Italia da sempre provinciale è accalcata in quello stanzone, un Paese di adulti mancati pronti a lavarsi le mani del futuro dei loro pargoli con la benedizione della tecnica. La sfida finale alle fantasie infantili è cominciata, ma, forse, gli adulti non hanno fatto i conti con i terribili gemelli Smargotti della III F. Cosa vuoi fare da grande è un romanzo divertente e avventuroso in cui i sentimenti umani sono trattati con delicatezza e verità. Una storia che semina ironia e malinconia e spalanca il cuore degli uomini, lasciandoci alla fine di fronte alla domanda che non dobbiamo smettere di porci: “Cosa vuoi fare da grande?”.
«Angelo Orlando Meloni è riuscito a raccontare la vita e perfino le sue miserie attraverso uno strumento molto complesso: la comicità.»
la Repubblica
«Con ironia e leggerezza, l’io narrante strappa sorrisi amari e risate, guidando il lettore in un viaggio tra orizzonti di mediocrità.»
Stilos
«Frequentare l’ironia così bene da farla diventare comicità, mantenendo fermo l’assillo della parola, non mortificando il tempio della letteratura,
per giunta facendone parte a buon diritto.»
La Sicilia
Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa. Ha scritto la raccolta di racconti Ciao campione e il romanzo Io non ci volevo venire qui(Del Vecchio Editore, 2010). Aggiorna saltuariamente un blog di colore verde come la speranza, la benzina e l’ecologia.
Ivan Baio Ivan Baio viveva a Milano che ha lasciato per Roma che ha lasciato per Berlino ma è nato a Siracusa. Oggi inventa macchine fantastiche su Doppiozero, scrive quattro nuovi romanzi e lavora al social network definitivo.
LS: In questo libro si ripercorrono le vicende della protagonista Virginia a partire dalla sua infanzia fino alla maturità soffermandosi in maniera particolare sulla psicologia del personaggio. C’è sempre una grande attenzione alla componente psicologica, intimista, di Virginia, e si evince la tua volontà di dirci in maniera esatta in che maniera il personaggio ha vissuto/sperimentato determinate esperienze. In questo –ma posso sbagliare- ho intuito un’ampia volontà di auto-rappresentazione, quasi come una sorta di diario trasfigurato in fiction. E’ così o sono sulla strada sbagliata?
SP: Hai colto nel segno, Lorenzo. Questo romanzo è una biografia romanzata. Affidare la narrazione ad una terza persona, la protagonista Virginia per l’appunto, è stata volutamente una mia scelta. Ritengo che Virginia possa rappresentare ogni donna, in ogni fase del suo vissuto. In realtà la vita di Virginia è semplice e complicata, esattamente come la vita di tutti noi. Il vero messaggio, l’essenziale è nascosto dietro ogni evento, in particolare “come” e “cosa” determinati avvenimenti generano nell’interiorità di ogni individuo.
LS: Il viaggio, inteso come momento di pausa e come intrattenimento, o come esperienza universitaria vissuta fuori di casa, o come trasferta lavorativa o, ancora, -e forse più importante di tutti- come ritorno alla città natale, sono espressioni di graduali momenti di ricerca e al contempo di forme di esperienza che consentono la crescita e l’acquisizione di una più concreta conoscenza del mondo. Quanto sono effettivamente importanti i viaggi per Virginia? E quanto lo sono per Susanna?
SP: I viaggi sono molto importanti per la protagonista Virginia, l’immaginazione si ferma laddove una valigia si posa, perché toccare le altrui realtà vuol dire divenire “consapevole” dell’esistenza di un intero universo che non si limita all’orticello di casa nostra. Io Susanna, ho sempre viaggiato molto e spero di poterlo ancora fare in futuro.
LS: La tua città natale, Foligno, nel romanzo è volutamente non nominata con il suo nome, ma nel riferimento al suo fiume Topino è facilmente individuabile. Conosco abbastanza bene la città dato che quando studiavo a Perugia ho spesso perso la coincidenza del treno ed ho così avuto occasione di visitarla, passeggiarci e rimanere incuriosito dal dialetto del luogo. Quanto sei legata alla tua città natale? Vivendo da molti anni nel sud delle Marche, ti senti più umbra o marchigiana?
SP: È molto difficile rispondere a questa domanda, perché le mie origini sono sia umbre che marchigiane. Mia madre è umbra e mio padre era marchigiano, eppure, senza ombra di dubbio più di una metà del mio cuore appartiene all’Umbria. Vivo nelle Marche ormai da anni, ad essere sincera di questa regione amo il suo mare e i tanti paesini dell’entroterra, in particolare il paese natio di mio padre.
LS: Il finale del romanzo, chiaramente aperto e possibile alle interpretazioni, lascia il lettore con un velato senso di incompletezza, nel senso che si auspica un suo seguito o una sorta di chiarimento di quel paragrafo finale che –credo- hai espressamente voluto caricare di ambiguità. Parlando della metamorfosi nel temperamento avvenuta nel corso degli anni e dei vari avvenimenti vissuti da Virginia, nel romanzo concludi con un animo pacificato: “Qualcuno stava traghettando la sua zattera del labirinto della mente a quei luoghi appartati della sua anima per mostrare il coraggio, la saggezza, la consapevolezza e ogni altra risorsa interiore per superare qualunque sfida”. Mi sono arrovellato su quel “qualcuno”: esso è da intendere con Dio, con una ritrovata forza interiore o, invece, è personificato ed è rappresentato da un nuovo “ingresso” nella vita della protagonista?
SP: Quel “qualcuno” è unicamente la presenza divina nel quotidiano di Virginia, il nostro stesso io spirituale, che s’identifica con tale presenza. Dietro una finta realtà oggettiva esiste molto di più, Virginia arriva a comprendere il valore del suo vissuto complicato, si affida e continua il suo viaggio terreno, in attesa di raggiungere l’evoluzione finale che, con l’aiuto della sua fede riuscirà ad elevarla e condurla verso l’unica vera vita, dove solo il cuore e la sua anima si sentiranno finalmente liberi.
LS: Nella nota introduttiva al romanzo viene sostanzialmente spiegato il significato dell’aquila che hai voluto nel titolo, quale espressione di un animale maestoso ed intelligente che nelle varie culture ha avuto le più ampie accezioni. Un primo richiamo al volo è presente a pagina 23 quando Virginia afferma “ero sicura di aver volato già”. Questo “volo” io l’ho inteso anche nel tipo di prospettiva utilizzata nel tipo di scrittura che hai adottato: da una parte sembrerebbe esserci una tecnica modernista con una grande attenzione ai sentimenti e agli stati d’animo, dall’altra, invece, ho intuito una esplicita componente descrittiva, paesaggistica, ritrattistica (di città, paesi) come se la narrazione avvenisse dall’esterno e addirittura dall’alto. Aerea, insomma. Che cosa ne pensi?
SP: È esattamente come tu stesso hai interpretato: Virginia si evolve giorno dopo giorno, scopre di avere un dono che le permette di guardare ogni realtà intorno a lei dall’alto, con gli occhi della sua anima e non più con il solo sguardo umano. L’incontro con il suo più intimo io le permette di valutare gli eventi, le persone e ogni paesaggio intorno, dall’esterno. Virginia riesce a far tacere la mente affidandosi unicamente alle sue percezioni e cercando la risposta ad ogni perché, solo dentro il suo cuore. Siamo tutti troppo abituati a credere che il nostro cervello sia la chiave di tutto ma l’essere umano non è costituito di solo cervello, l’anima e lo spirito sono le parti più antiche, è lì che risiede la vera conoscenza.
LS: Quali progetti legati al mondo della letteratura attualmente ti vedono coinvolta? Stai lavorando a una nuova pubblicazione? E se sì, puoi gentilmente anticiparci qualcosa?
SP: Ci sto lavorando, purtroppo, vari impegni lavorativi e familiari mi concedono poco tempo per dedicarmi alla stesura del mio prossimo romanzo. Posso soltanto anticipare che si tratterà di un romanzo ambientato in un castello. Non abbandono mai la scrittura anche se finora ho soltanto scritto e terminato racconti vari. Ho molto materiale da parte e troverò senz’altro il modo di organizzarmi in futuro.
Sono parte attiva di varie associazioni culturali e, leggendo molto, mi dedico volentieri a recensioni di vari autori. M’interessa tutto ciò che ha a che fare con cultura e tradizioni.
Grazie per avermi concesso l’intervista.
Lorenzo Spurio
06-06-2013