La risalita possibile: dal dramma della bulimia e dal tentato suicidio, a nuova vita. Lorenzo Spurio sul romanzo di Alessia Michelon

Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo di Alessia Michelon

 

 Commento di Lorenzo Spurio

 Nella vita, a volte, ci si trova ad affrontare uragani e tempeste, ma dopo, puntuale, ogni mattina sorge il sole. Anche dopo la più buia e tenebrosa delle notti, il cielo viene rischiarato dall’alba… un’alba chiara e luminosa, che aiuta a superare e a vincere la paura del buio (237).

 Un romanzo affascinante e oserei dire “trainante” questo di Alessia Michelon, scrittrice di origini vicentine che già in passato ha avuto modo di misurarsi nella sua narrativa con tematiche che affrontano il disagio giovanile. Non da ultimo il suo bel racconto “La crisalide spezzata” che ha meritatamente vinto il 1° premio per la narrativa al 2° Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”, un racconto che forniva uno spaccato di una storia amara dove la protagonista veniva a conoscere i recessi della malvagità dell’uomo sulla terra soffrendo una serie di soprusi.[1] Probabilmente il racconto in oggetto ha svolto per la brava e pacata Alessia Michelon una sorta di “banco di prova” per la stesura di quelle tematiche e dinamiche difficili da sviluppare che ha riproposto, in maniera più ampia, documentata e romanzata, qui nel romanzo dal titolo Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo.

Il romanzo è “affascinante” nella misura in cui è in grado di mantenere la presa sul lettore che si scopre pian piano a fagocitare questo libro con la speranza di poter arrivare a un punto cruciale che ponga fine all’acme della tristezza e del dolore vissuto dalla protagonista. Non mi sembra il caso opportuno di svelare troppo sulla storia che la Michelon ha sagacemente costruito nella sua narrazione con una meticolosità di dettagli e di riferimenti che si legano al mondo medico-sanitario e quello più dichiaratamente psicologico di chi vive sulla sua pelle un disturbo alimentare gravissimo quale è l’anoressia e/o la bulimia. Conosciamo oggi quale sia l’eziologia dei disturbi, caratteristici per le loro manifestazioni visibili, ma subdolamente considerati dal punto di vista psicologico, come Alessia Michelon non manca di osservare più volte nel corso della sua narrazione: “Anoressia non significa solo mancanza di appetito, ma è più che altro fame e sete di serenità interiore e di amore” (113); “I problemi di fondo da curare sono molti altri e riguardano la bassa autostima, il senso di inadeguatezza, la depressione, l’ansia, la comunicazione interpersonale, spesso difficile per le persone che soffrono di disturbi alimentari” (185); “Le persone che soffrono di disturbi alimentari devono fare un lavoro molto complesso sulla loro personalità, per cercare di recuperare la fiducia nelle loro capacità, perché la loro tendenza è quella di mettersi sempre in discussione o di essere eccessivamente critici nei confronti di se stessi. La tendenza al pessimismo e la volontà di tenere tutto sotto controllo sono alcuni tra i principali atteggiamenti che accomunano le ragazze anoressiche” (190).

Nel romanzo assistiamo così alla vita sofferta e psicologicamente degradata di una ragazza “fragile e insicura, con una sensibilità a volte eccessiva” (6), Celeste, che vive in una famiglia dove non si sente amata e considerata (soprattutto dalla madre, mentre il padre è quasi sempre assente e lei nutre continuamente un duro sentimento di paragone con la sorella, avvenente ed emancipata) che motiva una grande sfiducia nella ragazza, già debole di suo e priva dell’autostima necessaria che le consentirebbe di farsi forza e di convincersi che lei, di contro alle altre ragazze (quelle della sua classe o sua sorella che sono poi gli elementi di paragone), non ha nulla di meno. Se la madre ha dunque “una preferenza vergognosa per [la sorella]” (34) ed è “fredda e oppressiva, egoista e egocentrica” (43) va anche detto che è lo specchio il primo nemico della ragazza (e di tutte quelle ragazze affascinate dalla magrezza di modelle, star e veline) con il quale inizierà una prima, dura e lunga battaglia. Lo specchio, che ha avuto un amplissimo utilizzo come figura e metafora nella letteratura italiana ed europea (soprattutto a partire dal secolo scorso)[2] diviene qui elemento di contrasto, emblema d’antagonismo, riflesso della propria sconfitta, immagine distorta dell’io: “L’adolescenza è una fase terribile della crescita e tre quarti delle ragazze si guardano allo specchio e si vedono troppo grasse, brutte e inadeguate” (9).

165095_127580717405169_700394789_nE così che l’ansia e le complicate capacità relazionali si associano al disturbo chiaramente alimentare che si esplicita nel fascino per il magro e che condurrà la ragazza a minacciare il suo corpo, quasi come una sfida all’ultimo duello, con reiterate orge alimentari e poi rigettamenti compulsivi che da una parte gratificano la ragazza perché praticamente il cibo ingerito non verrà metabolizzato (“Mangiare e vomitare le dava un senso di liberazione dallo stress e dalla tristezza”, 43), ma che dall’altro produce effetti medici preoccupanti quali la progressiva chiusura dello stomaco, la corrosione dentale, la denutrizione, il rallentamento delle normali funzioni biologiche e la cessazione del ciclo mestruale (quello che la Michelon definisce come “metabolismo basale […] notevolmente rallentato”, 36). Nel frattempo la famiglia, che dovrebbe essere la prima componente umana ad accorgersi di ciò e della gravità degli effetti che ha sul corpo della ragazza, sembra leggermente indifferente e, anche se cerca di incentivare la ragazza a mangiare (durante la sua fase d’anoressia), lo fa blandamente, senza convinzione e consapevolezza del pericolo verso il quale sta andando. E la narratrice ad un certo punto sembra quasi parlare tramite la voce di un medico e chiosa: “I disturbi alimentari colpiscono spesso ragazze e ragazzi con una difficile realtà familiare e con un basso livello di autostima” (44)[3]: in ciò la Michelon condensa il difficile rapporto (più che complicato è inesistente) che ha con entrambi i genitori: la madre[4] algida, sembrerebbe anaffettiva, distante, sempre pronta a elogiare l’altra figlia e il padre assente, disattento, silenzioso, assoggettato al ben più forte comportamento della moglie. C’è come una sorta di sicurezza da parte della famiglia di Celeste (e oserei dire di molte delle famiglie che scoprono un figlio affetto da questo disturbo) a minimizzare la questione e a credere che un precipitante dimagrimento e apatia per il cibo non siano nulla di grave e che vadano risolti semplicemente incentivando la voglia di mangiare. Non è così perché, come si vedrà nella seconda parte del romanzo, quando Celeste verrà ingressata in una clinica per combattere i disturbi alimentari e comincerà a riacquisire un certo comportamento verso il mangiare, questo non corrisponderà automaticamente alla guarigione dal disturbo che, come già detto, è prima e soprattutto di carattere psicologico.

Ad accompagnare il percorso psicologico della malattia (l’anoressia e la bulimia sono disturbi che hanno una loro importante componente psicologica che va studiata e isolata anche da quelli che sono gli effetti più visibili della malattia) vi è l’amicizia con altre ragazze che si sono affidate alla logica del “Dio Kilo” e che hanno svilito la loro vita nella tormentata ricerca di dimagrire sensibilmente passando poi per pericolosi casi di autolesionismo, tentativi di suicidio e quant’altro. E’ il caso di Giulia che sembra esser sprofondata nel disturbo alimentare a seguito di un abuso sessuale che la porterà poi a un vero e proprio processo di autodistruzione con il suicidio che sugellerà la sua breve vita. E in un certo senso, oltre alla disattenzione familiare e alla scarsa autostima, è l’abuso sessuale (pedofilico o incestuoso) a figurare tra le varie cause del successivo sviluppo del disturbo alimentare: lo vediamo qui nella storia per Giulia, poi anche per David e Miriam (di cui si parlerà più avanti) e Celeste stessa ha un episodio traumatico vissuto durante la festa di Halloween durante la quale un ragazzo finisce per masturbarsi davanti a lei, scioccandola e umiliandola.

A mitigare il senso di solitudine/isolamento (autoindotto), una sorta di piacere claustrofilico[5], nel quale Celeste vive arroccata, non è sufficiente il tardivo gesto di pentimento e di avvicinamento della madre, né la breve permanenza a casa dell’amorevole nonna paterna, ed anzi questa sensazione di nullità si amplifica a dismisura, diventando totalizzante, quando la sua amica Silvia, anch’essa affetta da tempo di bulimia, si scopre essere affetta da un cancro alla trachea a seguito del reiterato rigettamento di cibo e acidi gastrici che ne hanno corroso le pareti tessutali.

Questo è uno dei momenti nodali all’interno del romanzo (ce ne saranno poi altri e si vedrà in seguito quali sono e perché rappresentano avvenimenti cruciali all’interno della narrazione). Il momento della morte di Silvia è l’apripista di un aggravamento della salute fisica e morale della ragazza che da una parte vorrebbe morire e, quindi suicidarsi, per raggiungere l’amica e mettere fine ai suoi tormenti, ma dall’altra funziona anche in maniera opposta come un lento riaccendersi di quel naturale “istinto alla vita” di cui l’uomo è dotato dalla nascita. Ci sarà così spazio a un tentativo di suicidio, a un vero e proprio svenamento che verrà, però, monitorato per tempo e la ragazza, dopo un periodo ospedaliero verrà mandata in una clinica dedita alla cura dei disturbi alimentari. La morte dell’amica Silvia, dunque, è vissuta dalla ragazza con un misto di sentimenti contrastanti che talvolta l’avvicinano alla morte (il voler morire, l’autolesionismo, lo svenamento)[6], altre volte innesca un meccanismo psicologico che fa dire alla ragazza di rifiutare la morte. Il tentato suicidio è altro pivotal moment o momento cruciale della narrazione poiché esso apre le porte a un evidente episodio di pre-morte[7] (scienza e religione negli ultimi tempi stanno dibattendo anche su queste forme esperitive dell’altro mondo) nel quale la protagonista incontra l’amica deceduta con la quale vorrebbe stare ma quest’ultima l’avverte che per lei “non è ancora ora”. Questa esperienza eccezionale motiva ancora una volta la protagonista della necessità e importanza nella guarigione dal suo disturbo che man mano si fa forte in lei una volta nella clinica Villa Serena dove è stata mandata per risolvere il suo disturbo. Lì, dopo una titubante ansia per il nuovo ambiente, sembra reagire bene alle terapie individuali e di gruppo alle quali viene sottoposta e soprattutto lentamente va eliminando da sé gli strascichi autolesionistici quando si innamora di un ragazzo, alla clinica come lei perché affetto da anoressia nervosa. David la colpisce perché il suo aspetto rimanda a quello di tendenza emo dei Tokio Hotel che la ragazza ama e scoprirà dopo vari incontri con lui, l’accadimento traumatico che ha una genesi in un deviato rapporto sessuale[8] che ha originato il suo disturbo alimentare. E in un certo senso il tema scioccante della prima esperienza sessuale, scioccante perché è un rapporto distorto (o considerato tale), lo si ritrova anche nel pregresso di Miriam, la ragazza con la quale Celeste divide la stanza che anni prima, affascinata dall’avvenenza di una ragazza in palestra, tentò nei suoi confronti un approccio saffico, per risultare poi clamorosamente rifiutata, oltraggiata e schernita e da “quel rifiuto […] la [sua] bulimia peggiorò ulteriormente” (209).

E se è vero che Celeste sembra recuperare molto grazie soprattutto alla fiducia nelle nuove terapie e all’amica Miriam e all’amore verso David (che di fatto le consentono di sentirsi parte di una piccola comunità e quindi non più sola ed emarginata) è anche vero che la malattia della quale è affetta è subdola e agisce in sordina e proprio nel momento in cui ci si convince che “[l]a salute di Celeste era migliorata notevolmente” (202) ecco che il tarlo fastidiosissimo  della malattia continua a bucherellare i pochi successi sinora ottenuti con impegno e convinzione come una sorta di demone tentatore: “Per un attimo le venne un irrefrenabile istinto di conficcarsi quella piccola lama sulla mano, provando ancora una volta, soltanto una volta ancora, quel piacere sottile e perverso che la inebriava quando la osservava, eccitata e spaventata allo stesso momento, il suo sangue colare giù dalle ferite che si infliggeva. Non lo fece. Sospirò e rimise il temperino nel cassetto della scrivania” (211).

Ma con un serio controllo medico e soprattutto in un ambiente accogliente e sensibile diverso da quello della sua famiglia, in effetti la ragazza sembra stare meglio al punto che, quando è giunto il momento di ritornare a casa perché i medici considerano che il suo miglioramento è apprezzabile e che da quel momento in poi potrà continuare a seguire una certa dieta con consapevolezza in casa propria, la ragazza si sente sfiduciata e depressa: non vuole ritornare a casa tra l’indifferenza della madre, la freddezza del padre e l’eterno antagonismo con la sorella da lei vissuto dolorosamente. Soprattutto non vuole abbandonare David del quale ormai è completamente infatuata e che, a differenza di lei, sembra non voler e non poter guarire dalla malattia che lo ammorba. Ovviamente andrebbe detto molto di più di questa seconda parte del romanzo dove ancora una volta assistiamo a tentennamenti di Celeste tra euforia (data dal sentire al telefono o il vedere di nascosto il suo ragazzo) e lancinante depressione (data dalle prescrizioni materne, dalla sua insensibilità e dalla inadeguatezza della ragazza dovuta anche a una sorta di bullismo scolastico tutto al femminile). E’ però indiscussa la convinzione che, dopo la morte di due sue amiche e tutto ciò che ha passato, che “non doveva darla vinta alla Bestia ancora una volta” (225). Ed è così che il lettore non può che simpatizzare (e solidarizzare) con la “nuova Celeste” ossia quella persona che sta facendosi da sola, cercando di ergersi sulle sue debolezze e facendosi valere (per la prima volta nella sua vita) nei rapporti con gli altri; ne consegue che questa maturazione psicologica ha buoni frutti per l’instabile salute della ragazza,  dacché, dopo un apprendistato alla malattia che l’ha deturpata nell’anima e nel corpo, Celeste “stava imparando ad accettarsi e a volersi bene e quello era un notevole passo avanti” (228). Ma è una pace personale molto labile questa dato che nel clima familiare difficile nel quale è costretta a vivere (una sorta di anti-eden se per eden vogliamo metaforizzare la clinica Villa Serena) e nella dolorosa e scoraggiante lontananza da David, il ragazzo del quale si è innamorata follemente, riaffiora nella profonda solitudine e mestizia di quei pomeriggi vissuti (o meglio sopravvissuti) nella segretezza della sua camera “il malsano pensiero di desiderare ancora la morte” (243).

Si arriva, però, a un nuovo punto cruciale della storia (che a mio modesto vedere è il più calzante all’interno delle dinamiche comportamentali che si creano in una famiglia che ha al suo interno un figlio affetto da disturbi alimentari) che è il litigio furioso dei due genitori in cui il tendenzialmente pacato e sottomesso Paolo (il padre) non riesce più ad accettare il comportamento egoistico, sprezzante e odioso della moglie nei confronti della madre (la nonna Teresa) e finisce per sbroccare tutto in una volta in una discussione accesissima nella quale non mancano porte sbattute, pianti e poi l’abbandono della moglie e del tetto coniugale. Sembrerebbe questo un episodio di poco conto nel tessuto doloroso degli eventi privati di Celeste che l’hanno condotta al suo grave disturbo, se non fosse che è Paolo che denuncia (in maniera però tardiva e oltretutto pretestuosa senonché vendicativa) che il disturbo di Celeste non è che conseguenza diretta dell’atteggiamento insensibile, poco materno ed egocentrico che ha sempre avuto nei suoi confronti: “[S]econdo me sei sempre stata tu, e soltanto tu, la causa principale dei problemi di salute di Celeste! L’hai fatta diventare anoressica e ha pure tentato di uccidersi…stronza! E’ tutta colpa tua, del tuo cinismo e della tua stupida preferenza per Eva… tu hai sempre considerato solo lei, Celeste viene sempre dopo” (252). Le accuse, spietate e infuocate, fanno tanto più male perché sono meritatamente vere, ma viene al lettore di chiedersi a questo punto perché, anche se Paolo è un uomo tendenzialmente silenzioso e appartato di carattere, non sia intervenuto prima, rompendo la falsa simbiosi con la moglie, per salvaguardare il benessere della figlia se questo era effettivamente minacciato dalla a-maternità affettiva della donna?

Ci incamminiamo a passi felpati verso il termine della storia dove non mancheranno altri elementi importanti per la riacquisizione dell’identità da parte di Celeste che la porterà a salvare la sua stima personale e pian piano a risolvere i suoi problemi con il cibo: primo fra tutti il riavvicinamento di un’amica che si era persa nel tempo a seguito di un episodio infelice, il colloquio e la vicinanza con la nonna, la saggia Teresa, l’unica all’interno del libro a parlare sempre con il cuore e non per convenienza o ipocrisia (come fa Lia, la madre di Celeste) con arroganza e superbia (come fa la sorella Eva) o come eco indistinta di ciò che gli altri dicono (come fa il padre). Ed è forse proprio il personaggio di Teresa, di una donna esemplare e retta, che ha apprezzato ad amare la vita anche dopo gravissime tragedie personali (la morte del marito, quella di sua figlia e la sua malattia mortale) che il romanzo –credo indirettamente- voglia celebrare di più, come donna emblema di moralità, metafora di amore e di costruzione (e sarà proprio lei, tramite il suo amore che non aveva mai fatto venir meno e che sua nuora aveva sempre snobbato e malinteso, a permettere la riunificazione della famiglia con la riscoperta dei buoni sentimenti, proprio in punto di morte).

Teresa è la capostipite di una famiglia che nel tempo assiste alla sua rottura in mille pezzi, tra odi, invidie, insoddisfazioni, incomprensioni, malignità e quant’altro, ma è anche quella che con la sua morte permette la rinascita della famiglia, come una sorta di immolazione personale per il benessere collettivo. Per questo, al di là della ricomparsa (o meglio, della nascita) dei buoni sentimenti nella livorosa Lia a cui poco riesco a credere (non perché sia un difetto della narrazione, ma perché per mia natura sono poco convinto dall’efficacia dei cambi repentini d’atteggiamento che fanno seguito a dubitabili pentimenti in-extremis[9]) e al di là del nuovo “ordine” familiare che viene a crearsi come un’edenica famiglia stereotipata l’indomani della colpa commessa, il messaggio più grande sta forse proprio nella profondità degli insegnamenti della cara nonna che Celeste non solo ha recepito, ma sembra aver fatto suoi per gettare le basi di quel cammino nuovo che si è scelta, che sembra avere tutti i prerequisiti per essere improntato alla felicità.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 25.04.2014

 

 

TITOLO: Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo

AUTRICE: Alessia Michelon

EDITORE: Youcanprint, 2013

ISBN: 978-88-91135-00-1

PAGINE: 330

COSTO: 16 €

[1] La Giuria del concorso motivò la sua decisione di conferirle il primo premio con questo commento: “Una storia di dolore, riflesso di tanti amari accadimenti del nostro triste oggi dove l’inconsapevolezza degli atti, la logica del potere e la soggiogazione della mente rappresentano dei pericolosi spauracchi. Una bambina che smette di essere tale solo per l’orrido gesto di un “uomo” che non merita tale appellativo, è forse una delle azioni più ignominiose e impossibile da commentare”.

[2] Per un approfondimento di questo argomento si legga il saggio di Rita Barbieri dal titolo “Disagio allo specchio tra riflessione e riflessi” contenuto in AA.VV., Disagio e Letteratura – Raccolta tematica reading Firenze, TraccePerLaMeta Edizioni, 2013, pp. 25-39.

[3] “Dopo quattro sedute di psicoterapia, era emerso che l’origine dei problemi di Celeste era il complicato rapporto che aveva sempre avuto con sua madre” (109).

[4] “Celeste avrebbe desiderato con tutto il cuore avere una mamma premurosa come lei” (56).

[5] “Sognava di essere intrappolata in una gabbia sospesa nel vuoto” (89); “avrebbe voluto chiudersi nella sua stanza e dormire indisturbata” (93).

[6] La scena del tentativo di suicidio è così descritta: “Chiuse gli occhi così forte che le fecero quasi male e premette la lama, fino a che un rivolo di sangue caldo e rosso vivo cominciò a colare dalla sua mano, imbrattando i pantaloni del pigiama e il parquet vicino ai suoi piedi. Sentì una sensazione di intenso bruciore e un formicolio diffuso, misto ad un familiare senso di torpore assoluto. In pochissimi minuti precipitò vorticosamente nell’oblio e nel nulla” (143-144).

[7][7] “Aveva vissuto un’esperienza straordinaria e sicuramente non si era trattato di un sogno” (146); “Entrai in un meraviglioso tunnel di luce” (189).

[8] “Il compagno di mia madre mi…mi…beh, ecco, mi molestava fin da quando ero poco più di un bambino […] [Il] lurido pedofilo […] continuò ad approfittarsi di me per molto tempo” (179).

[9] La stessa Celeste sembra riluttante a comprendere il perché e il come sua madre abbia fatto un cambio talmente lampante (complice sicuramente l’abbandono da parte del marito e il tentativo di espiare quella colpa costituita dall’odio e insofferenza verso la nuora che ha sempre avuto): “Celeste non avrebbe mai creduto che sua madre potesse cambiare così radicalmente, dalla notte al giorno, e soprattutto in modo così rapido” (319-320).

Il bando del 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”, che destinerà i suoi proventi alla Fondazione Meyer (FI)

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Bando di partecipazione

 

  1. L’Associazione Culturale Poetikanten in unione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi organizza il 1° Concorso Nazionale di Letteratura “Ponte Vecchio”.

 

2. Il concorso è articolato in due sezioni a tema libero (poesia e racconto) e una a tema imposto (articolo/saggio):

a)     Poesia in lingua italiano o in dialetto (accompagnata da relativo testo tradotto in italiano)

b)     Racconto breve in italiano o in dialetto (accompagnato da relativo testo tradotto in italiano)

c)     Articolo / Saggio breve in italiano su un autore/opera contemporaneo/a della letteratura italiana o straniera (Si considera contemporaneo in questo senso a partire dai primi del ‘900 ad oggi).

 

  1. I testi presentati al concorso potranno essere inediti o editi, ma non dovranno aver ottenuto un riconoscimento in un precedente concorso letterario.

 

  1. Per la sezione poesia, si potrà partecipare con un massimo di 3 poesie, rigorosamente non superiori ai 30 versi ciascuna.

Per la sezione narrativa si potrà partecipare con 1 solo racconto che rientri nella lunghezza massima di 4 cartelle (1800 battute spazi inclusi).

Per la sezione articolo/saggio breve si potrà partecipare con 1 solo testo che rientri nella lunghezza massima di 4 cartelle (1800 battute spazi inclusi).

 

  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di una tassa di 10€. E’ possibile partecipare a più sezioni corrispondendo per ciascuna sezione la relativa quota di partecipazione.

 

  1.  Per la corretta partecipazione, è richiesto di inviare entro e non oltre il 30 novembre 2014solo in forma digitale (in formato Word o Pdf) all’indirizzo internet premiopontevecchio@gmail.com i propri testi corredati della scheda di partecipazione compilata in ogni sua parte e la ricevuta del pagamento effettuato.

 

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Bollettino postale:  CC  n° 001014268401 

INTESTAZIONE: Iuri Lombardi – CAUSALE: 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”

Bonifico bancario:  IBAN: IT33A0760102800001014268401 

INTESTAZIONE: Iuri Lombardi – CAUSALE: 1° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”

La ricevuta del pagamento dovrà essere inviata insieme ai propri testi e al modulo di partecipazione.

 

  1. Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. La Commissione di giuria è composta da poeti, scrittori, critici ed esponenti del panorama culturale e letterario:

Sez. Poesia: Sandra Carresi, Annamaria Pecoraro, Grazia Finocchiaro, Cristina Biolcati, Michela Zanarella.

Sez. Racconto: Luisa Bolleri, Susanna Polimanti, Iuri Lombardi, Martino Ciano, Giuseppe Bonaccorso.

Sez. Articolo/Saggio: Jacopo Chiostri, Rita Barbieri, Francesco Martillotto, Fabio Fratini.

 

10. Verranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€.

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria.

La Giuria si riserva di non assegnare i tre premi consecutivi per le sezioni che non avranno avuto una soddisfacente partecipazione quantitativa.

La Giuria inoltre procederà a nominare dei selezionati e dei menzionati speciali per la buona qualità delle loro opere ed ulteriori premi potranno essere attribuiti a discrezione del giudizio della Giuria.

 11. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dagli enti organizzatori per future edizioni del Premio.

 12.Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà presentato nel corso della premiazione.

 13. La cerimonia di premiazione si terrà a Firenze in un fine settimana di Marzo 2015. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 14. Parte dei proventi derivanti dalla vendita dell’antologia del premio saranno destinati a finanziare la ricerca scientifica e verranno donati alla Fondazione dell’Ospedale Meyer di Firenze.

 15. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando. Il partecipante acconsente all’autorizzazione al trattamento dei dati personali; si garantisce che questi saranno utilizzati esclusivamente ai fini del concorso e nell’ambito delle iniziative promosse dalla Ass. Poetikanten per la legge 675 del 31/12/96 e D.L. 196/03

Marzia Carocci – Presidente del Premio

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

                                                                             

1° PREMIO DI LETTERATURA “PONTE VECCHIO”  

Scheda di Partecipazione 

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura e il tutto va inviato a premiopontevecchio@gmail.com  entro e non oltre il 30-11-2014.

Nome/Cognome ______________________________________________________

Nato/a ________________________________ il _______________________ 

Residente in via ___________________________Città____________________ 

Cap __________________ Provincia _________________Stato_____________ 

Tel. __________________________Cell._______________________________

E-mail ________________________Sito internet: _______________________

 

Partecipo alla sezione: 
□ A –Poesia

□ B – Racconto breve

□ C – Articolo / Saggio breve

con il/i testo/i dal titolo/i__________________________________________________ 
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Firma____________________________ Data __________________________

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto. 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo. 

Firma____________________________ Data __________________________

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza. Iuri Lombardi su Alessio De Luca

De Luca e il calore del tuo sorriso: il coraggio della purezza

Il messaggero delle emozioni

                                 

 Il calore del tuo sorriso
Talos Edizioni, 2013
Recensione di IURI LOMBARDI

 

downloadIl calore del tuo sorriso di Alessio De Luca non è un libro banale, come se ne trovano tanti a giro di questi tempi, è invece un’opera intelligente, ben fatta, che inchioda da subito il lettore a cominciare dall’incipit. E non avevo dubbi, conoscendo bene Alessio, avendo condiviso con lui tanto, del romanzo edito da Talos edizioni.

Allora, visto che non sono un critico, ma uno scrittore, come iniziare? Non è semplice, cercando di dare un giudizio oggettivo, parlare dell’opera di Alessio (consentitemi di poterlo chiamare per nome), perché lui stesso, se pur giovane e lontano dal mondo della letteratura, è un artista di straordinaria semplicità e complessità allo stesso tempo. Anzitutto dovremmo iniziare ad affermare che Alessio è un cantautore e la lezione cantautoriale, se pur apparentemente ma anche nella sostanza dei fatti,si fa sentire anche quando, vuoi per scherzo o per diletto, vuoi per esigenza di comunicazione, si cala nei panni di romanziere. E lo fa con maestria, portandosi dietro della attività di cantautore tutto un bagaglio epico, da intendersi come narrativo, che esprime architettando una storia ben intrecciata e con uno stile diretto e nell’eccezione più alta del termine popolare. Sì, Alessio può essere, ha tutte le carte in regola, da buon cantautore (figura a lui cara) popolare: nel senso che è un affabulatore di storie e tematiche alte, delicate, complesse (come quelle narrate nel suo romanzo), raccontate con semplicità e con stile e questo è tipico dei cantautori (i poeti per eccellenza del puro sentire).  Vale a dire, saper affrontare tematiche complesse con una voce leggera, non pesante, priva di retorica, fresca, seduttrice, lontana dalla lingua del romanziere letterato (che il più delle volte corre il rischio di essere autoreferenziale e di non arrivare alla gente). Tutto questo a cominciare – mi si voglia perdonare se ometto la trama del libro- dai dialoghi che emergono dalla narrazione della storia. Dialoghi diretti ben costruiti, così simili al reale e talvolta – visto che il romanzo parla di giovani- calati nell’identità psicologica dei protagonisti, così veri che non sanno del tipico artefizio del mentire romanzato ( “i poeti che strane creature/ogni volta che parlano è una truffa”[1]). Alessio non dissimula, non mente come fa di norma il poeta con la materia che tratta, e il suo non mentire (chi lo conosce come uomo sa quello che dico), la sua estrema verità e sensibilità espressiva non solo è tipica del cantautore, di chi è costretto a misurarsi con una scrittura simile alla poesia ma dissimile al contempo, ma di lui persona. Ma non voglio scendere in questi particolari e per due motivi: il primo perché  appartengono al mio modo di vivermelo da amico e di sentirlo, in secondo perché in questa sede è giusto e meritevole parlare dell’artista e della sua opera. Artista poliedrico, affascinato dalle arti tutte, non di meno dal cinema, la cui lezione, come nel caso della canzone, subentra con prepotenza facendo di Alessio un narratore per immagini. Anche in questo caso con ottimi risultati. Le pagine che compongono il calore del tuo sorriso sono infatti non solo narrative ma cinematografiche. Scelta stilistica che si nota da subito, a partire dalla suddivisione in parti (in tutto tre) della storia, come fossero tempi filmici. In queste tre tempi, in cui la storia narrata è l’affresco dell’umanità più vera, De Luca, raccontando in terza persona, riesce a calarsi e a scegliere un punto di vista di come lui stesso vede e affronta la vita, attraverso un personaggio del romanzo  senza avere la pesantezza della oggettivazione, tipica dei romanzieri post-moderni. In questo caso, lo fa con Gabriel, il vero eroe positivo e carico di valori umani e civili, in cui Alessio parla di sé in modo schietto e onesto. E questo (la scelta di un punto di vista espressa  tramite una drammatis personae dell’opera) è tipicamente cinematografico. Il personaggio di Gabriel è infatti per certi versi controverso, ma con l’esuberanza giovanile, tanto da accogliere sulle proprie spalle colpe che non gli appartengono, che sono di altri, tirando le fila del compimento di un destino particolare. In lui, leggendo il libro, cioè in Gabriel ho potuto riconoscere a pieno il mio amico Alessio, il suo modo di essere vero, di saper leggere l’umanità senza disprezzo godardiano[2] (tipico di coloro che sono sopraffatti dalla noia e da un mostruoso ego). Lontano da intrecci nefasti, malsani. Anche in questa occasione, l’occhio puro del cantautore e dello appassionato di cinema esce allo scoperto attraverso un uso della lingua semplice e diretto, ma mai banale. Lingua e stile che ricordano echi di un lessico da romanzo noir e infatti la storia è anche un giallo, per certi aspetti. Espliciti in particolare in certi passaggi verbali e narrativi che se da una parte mantengono l’integrità identitaria dell’epico in musica e del cinefilo, dall’altra vanno ad aprire orizzonti meta-testuali, come nel caso in cui Alessio si cimenta in frammenti radiofonici e di cronaca per giustificare quanto racconta. Infine, del cinema ma anche del teatro ci si ricorda in quanto la storia consta di un prologo e di un epilogo, vale a dire di un prima e un dopo, di un a.s e di un p.s, in cui alla ribalta viene presentata Kia la protagonista, la povera ragazza vittima di un sistema inumano e criminale che la rende umile e indifesa. Ma ancora da dire c’è molto, soprattutto nel caso di Kia, in cui Alessio (che ha una cultura scientifica legata alla biotecnologia) descrive i fatti in cui dietro si nota questo bagaglio paramedico, o giù di lì, al punto in cui la narrazione diventa un ibrido riuscito (ecco l’altro punto di forza) in equilibrio tra la realtà e la finzione. E non solo dal punto di vista scenografico, vale a dire di ambientazione, ma per quanto concerne i tempi (e leggendo capirete) che sono i tempi visto da un medico o da una figura simile; tempi che diventano non più ontologici ma biologici. Tempo di un tempo tangibile, oggettivo. Un punto di forza che ha echi lontani ma credibili da ricordarmi la figura di Giovanni Rasori[3], il medico che dette avvio al dibattito letterario attorno al conciliatore[4] nei primi anni dell’ottocento, in cui il Rasori proponeva una letteratura realista nel senso più tangibile del termine. Oltre ad essere una delle figure più interessanti del nostro romanticismo. Figura che seppe intersecare le due discipline – medicina e letteratura- con grande merito stilistico e di contenuto. Con grande eleganza poetica, tanto da proporre al panorama italiano le poesia di Schiller da lui tradotte con tecnicismi di non poco conto.  Per cui Alessio mi ricorda molto questa figura – che lascio al lettore approfondire qualora voglia farlo- e l’accostamento non lo vedo assolutamente fuori luogo. Come Giovanni (nome evocativo per eccellenza), Alessio partecipa con attenzione e grazia emotiva agli eventi storici, si batte per la giustizia, per le cose vere lasciandoci a noi lettori delle sue pagine un messaggio di umanità ed eleganza, di misurata indignazione verso i pregiudizi e le cattiverie (e il caso di dire da Ghibellin fuggiasco).

Accanto al ricordo Rasoriano del il calore del tuo sorriso, in questo affresco di grande umanità, nella figura di Jessica è facile riscontrare il Cesare Pavese del Il compagno, romanzo degli anni quaranta dello scrittore piemontese, con il quale sembrano esserci delle forti similitudini tematiche. Parallelismi di ambientazione a tratti ricordanti il Giovanni Testori di una certa Milano noir, dall’altra un Emilio Tadini ultimo, nello specifico riguardo al romanzo eccetera.

Insomma, si tratta sicuramente, e lo affermo senza ombra di retorica, di un romanzo profondo e universale nel senso che tocca le corde della sensibilità comune, nel quale emerge la figura di Alessio De Luca nella sua parte migliore, in cui affiora tutta la sua sensibilità di cantautore e scrittore, di uomo e amico, di artista e di cittadino del mondo,  dotato di estrema sensibilità e senso civico.  Un senso civico maturo lanciato tramite un messaggio emozionante e sincero, degno di una partecipazione da parte del lettore altrettanto sincera ed autentica che fa dell’autore del il calore del tuo sorriso: un messaggero delle emozioni.

 

                                                                             Iuri Lombardi


[1]     F. De Gregori, Le storie di ieri, in De André, Vol VIII, Ricordi, 1975

[2]     G.L.Godard, il disprezzo

[3]     G. Rasori, medico e scrittore (Parma 1766- Milano 1837)

[4]     Il Conciliatore, giornale dei romantici italiani, edito dal 1816 al 1819.

XI Concorso “Il racconto nel cassetto” – Premio Città di Villaricca

“Il Racconto nel cassetto”  XI edizione, concorso letterario  nazionale per scrittori emergenti

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Il concorso letterario nazionale per scrittori emergenti il Racconto nel cassetto Premio città di Villaricca, nato in sordina nel 2003, avanza a passi da gigante nel panorama culturale italiano, proponendosi come uno dei più prestigiosi premi a cui, grazie anche alle nuove tecnologie telematiche, si affianca l’interesse di una vasta platea internazionale. Organizzato dall’ALI ONLUS (Associazione libera italiana)  il concorso è diventato un appuntamento fisso per centinaia di aspiranti scrittori provenienti da tutt’Italia e anche oltre i confini nazionali. Il suo scopo è incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, con ogni probabilità, non avrebbero gli strumenti necessari per emergere e farsi conoscere dal grande pubblico.

 

Il premio letterario ha tagliato nel 2013 il traguardo della X Edizione, attestandosi come uno dei premi letterari per scrittori esordienti più importanti del panorama letterario italiano. E sempre per il 2013 è partita l’XI edizione, il cui bando è stato pubblicato ed è disponibile sul sito dell’Associazione Libera Italiana ONLUS organizzatrice del concorso.

Il bando è disponibile a questo link: http://www.assoali.com/bando.pdf

 

Il Concorso si propone di incentivare la diffusione dell’arte della scrittura, favorendo gli autori meritevoli che non hanno ancora conosciuto la notorietà presso il grande pubblico. L’iniziativa ha, inoltre, lo scopo di stimolare e promuovere la conoscenza della cultura, delle tradizioni e delle bellezze paesaggistiche, architettoniche e monumentali dell’area a Nord di Napoli e di Villaricca, cui l’ALI fa riferimento.  “Il concorso è nato con un duplice scopo – ha spiegato Pietro Valente, presidente dell’Ali e patron dell’iniziativa -. Da un lato abbiamo voluto incentivare la diffusione della letteratura, promuovendo nuovi talenti che, pur non avendo nulla da invidiare ad autori noti, non hanno la possibilità di rendersi ‘visibili’ al grande pubblico. Dall’altro, ci siamo proposti di promuovere il territorio Giuglianese, riuscendo nell’intento di cancellare quello che era lo stereotipo malavitoso di una zona che è stata oltraggiata, ma che ha voglia di rinascere”.

 

Il concorso è a tema libero e prevede due sezioni: Racconti e Fiabe e storie per bambini. Ogni opera non dovrà superare la lunghezza massima di 20 cartelle giornalistiche (30 righe per 60 battute, pari a circa 1800 caratteri, spazi inclusi, per pagina), stampata su un solo lato. La data di scadenza è fissata tassativamente per le ore 24 del 31 gennaio 2014. I racconti dovranno pervenire in busta chiusa all’indirizzo dell’Associazione ALI e in due copie; per diritti di segreteria è previsto il pagamento di una quota di Euro 20.

Il montepremi complessivo è di 10000 Euro, divisi fra i tre finalisti delle due sezioni. Le opere che partecipano al Concorso devono essere inedite, pena l’esclusione. Il premio ha, nel corso degli anni, riscosso un lusinghiero successo per numero di partecipanti, provenienti da tutte le regioni e anche dall’estero, e per la qualità dei lavori proposti. Si è passati, infatti, dai 600 partecipanti della prima edizione, fino agli oltre seimila in totale, nel corso delle successive.

 

“Il Racconto nel cassetto è un’idea che funziona – ha sottolineato ancora Valente -. Negli anni, da questa iniziativa stanno emergendo scrittori che via via si stanno affermando nel panorama culturale nazionale. Ma non solo. Il premio svolge anche un ruolo pedagogico nel riavvicinare i giovani alla lettura, troppo snobbata e bistrattata negli ultimi anni”.

 

Il Racconto nel cassetto, che è considerato dagli addetti del settore uno dei concorsi letterari più autorevoli, si distingue nettamente da tanti altri premi che si svolgono in Italia, molti dei quali istituiti al solo scopo di lucrare sulle aspettative di tanti aspiranti scrittori. In primo luogo perché i vincitori si suddividono un montepremi di diecimila euro; inoltre, perché i loro lavori vengono pubblicati e distribuiti sul territorio nazionale dalla editrice Cento Autori, senza alcuna spesa a carico dell’autore stesso.

 

Per le iscrizioni, la consultazione del bando e per approfondimenti visitare:

http://www.centoautori.com/concorsi-letterari/

“Isole” di Teresa Gammauta, recensione di Lorenzo Spurio

Isole
di Teresa Gammauta
Milena Edizioni, 2013
ISBN: 9788898377039
Pagine: 133
Costo: 10 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La sua fuga, forse, aveva il significato di una ricerca. (56)

 

 1Teresa Gammauta nella sua nuova pubblicazione ci affida la storia di una donna di mezza età, inquieta nel suo percorso di sviluppo e che ha appena chiuso una lunga ed importante relazione affettiva con l’uomo che è stato suo marito per tanti anni. Per non soccombere a quel senso di oppressione e d’incertezza che la protagonista sembra imboccare come un fosco vicolo senza via d’uscita, la donna reputerà necessaria una vacanza per “staccare la spina” e ricaricare le pile. L’allontanamento dalla sua casa, dalla sua città e dalla consuetudine della vita di tutti i giorni, la porterà  su un’isola, che la scrittrice non nomina per tutto il corso della narrazione, ma che intuiamo essere una qualche piccola isola di un arcipelago nostrano o comunque mediterraneo.

Ma a volte gli eventi corrono più del normale e quella che è stata pensata come una fuga dalla realtà, come una pausa dal vivere abituale diviene ben presto una nuova avventura nel percorso della donna. L’incontro fortuito con un uomo si trasformerà ben presto da semplice interesse e curiosità in un vero e proprio desiderio fisico che esploderà nel corso della narrazione. Non vi sono grandi colpi di scena in questa narrazione della Gammauta dove, in effetti, l’impalcatura stessa delle vicende, che seguono un percorso logico e consequenziale, è abbastanza semplice e intuibile.

Quello che, però, va osservato è che non ci troviamo dinanzi a una mera narrazione rosa dove un matrimonio lungo e imploso su se stesso passa alla frustrazione della donna che ricerca nuove avventure amorose e di inaugurare una nuova vita. Siamo di fronte a un incontro puramente accidentale (che pure la donna non si lascia perdere) nel quale si butta a capofitto, istintivamente, senza pensare, quasi come una ventenne per scoprire ben presto che, in realtà, non è propriamente quello che desidera.

Un romanzo che si interroga sui limiti dell’amore, sul tormento che può nascere in noi quando la storia nella quale abbiamo sempre creduto e che abbiamo eretto come nostra abitualità, improvvisamente si rompe. Il bello di riscoprirsi giovani e mettersi in discussione. Tutto questo, però, porterà la protagonista del romanzo a una più ampia e seria riflessione sulla natura del suo dolore che, nel tempo, proprio come l’isola nella quale è andata in vacanza, l’ha portata a chiudersi nel suo micro-cosmo.

Come sempre, è il Tempo a far da sovrano sulla storia descrivendo in maniera veloce un prima (lunghissimo temporalmente) del quale poco ci viene detto e un “mentre” (breve temporalmente) ma che viene dilatato con intenzione dalla nostra per focalizzarsi proprio sulla potenzialità dell’attimo fulgente che in un certo senso cambia la nostra esistenza.

Se in meglio o in peggio, non è dato sapere.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 14 gennaio 2014

 

 

 

E’ uscito “Resta ancora un po’” di Federico Lorenzi

Resta ancora un po’
di Federico Lorenzi
You can print, 2013
Pagine: 160
Costo: €11

imageSinossi:
Veronica si trasferisce da Grosseto a Bologna per iniziare una nuova vita. Assieme a sua zia Clelia e sua cugina Alessandra scopre quanto può essere piacevole avere una vita normale senza i problemi che si è lasciata alle spalle. Ma grazie alla sua grande passione, il canto, Veronica riesce a recuperare se stessa e la sua giovinezza, inserendosi tra le allieve della DAMS.
In accademia incontrerà Andrea, un ragazzo affascinante e particolare fidanzato con  Amelia.
Tra amori, lezioni, e vita di scuola, Veronica si troverà a fare i conti con il proprio passato: tornare a Grosseto o restare a Bologna?
“Resta ancora un po’” è un romanzo accattivante che racconta le passioni dei giovani d’oggi viste attraverso gli occhi di Veronica.

Federico Lorenzi è nato a Grosseto il 21 luglio 1990. Attualmente collabora con “Sololibri.net”  e Fantasy Magazine, scrivendo recensioni online. Ha partecipato al corso di scrittura creativa presso la sede RAI di Roma.
 Tra i suoi autori preferiti spiccano C.R. Zafòn, e G. Musso.
Facebook: Federico Lorenzi – Autore (https://www.facebook.com/pages/Federico-
Lorenzi-Autore/246934308793516).

Federico Moccia ha scritto della storia: Veronica è una ragazza speciale, la sua energia è contagiosa, fa bene a tutti. Questo romanzo è come uno schiaffo inaspettato, uno di quelli che non si dimentica facilmente.

Emilio Mercatili su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
Di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2013
 
Recensione di Emilio Mercatili –poeta e recensionista-
 

cover_frontTengo a precisare che non sono un critico letterario, non lo sono mai stato, né penso di diventarlo nell’immediato futuro, il mio mestiere attualmente è ben altro, … mi ritengo solo un piccolo divoratore incallito a “part-time” di libri; diciamo che leggo di tutto, spazio dai classici della letteratura, ai quelli moderni underground, dal Capitale di Marx alle gesta di Tex Willer, dalle Confessioni di Sant’Agostino a Topolino, dagli scontrini fiscali fino agli annunci mortuari. Pertanto, non faccio recensioni su comando o su commissione, soprattutto non faccio recensioni a libri o raccolte di poemi che non mi attirano o non mi appassionano,…però in questo caso, l’eccezione diviene mera realtà, come è nel contenuto del libro dell’amico Lorenzo Spurio dal titolo “La cucina arancione”. Questo non lo dico per piaggeria nei confronti dell’autore medesimo o per onere intellettuale, lo affermo perché appena ho incominciato a leggere il libro in questione, mi trovavo in treno alle 6 e 45 come ogni mattina a San Benedetto del Tronto,…. talmente mi sono lasciato prendere dall’arcipelago della curiosità, che mi sono ritrovato alla stazione ferroviaria di Falconara Marittima, peccato che la mia tratta quotidiana avrebbe dovuto fermarsi due stazioni prima…bensì nel capoluogo di regione e cioè Ancona.

“La cucina arancione” è composta da ventiquattro racconti di media lunghezza, gli stessi si suddividono in episodi molteplici ed eterogenei, oserei dire uno spaccato a 360 gradi di reazioni psichiche ed umane vicissitudini quasi al limite del paradosso, ma che paradosso non è. La caratteristica saliente, “vulnus” del contendere, è la sintomatologia di ciò che è nascosto nell’animo delle persone; in sostanza aspetti di lucida verità che poi diviene parte integrante della nostra società e del nostro vivere. Tutto questo viene individuato, a mio modesto parere, laddove il cervello vede ed osserva e non gli occhi; verità inconfessabili, che cercano sempre attivamente di trovare un senso a tutto ciò che vive intorno, ascoltando Vasco Rossi mi viene spontaneo dire: “Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha.”

Lorenzo rompe uno spazio e un equilibrio ipotetico di scrittura, uno schema letterario a volte anticonvenzionale, a volte perbenista, a volte ironico, a volte spregiudicato ma sempre vivo, acuto, lucido, lineare; alimentato e dettato da una minuziosa attenzione alle parole e ai fatti sia esogeni che endogeni del nostro quotidiano vivere. Un filo conduttore per ogni singolo episodio che collega il malessere e le contraddizioni, talvolta borderline, talvolta perniciose dell’ego mentale e del comportamento consequenziale dell’essere umano.

Turbamento e disagio hanno condizionato quasi da insidiare da sempre ogni scelta umana, nelle relazioni dei soggetti con il mondo, con gli altri soggetti, con l’insieme sociale. Il Versiliese Mario Tobino, noto Psichiatra e Scrittore contemporaneo diceva: “La letteratura ha sempre cercato di dar voce al dolore, all’infelicità, alla deviazione, alla rottura, all’assenza, all’impossibilità; ha sempre interrogato il senso del malessere psichico, anche in quelle forme estreme dalla nevrosi alla follia, che sono state oggetto di cura da parte della psichiatria moderna.”  Ma la storia dei giorni nostri ha altresì dimostrato che le mutazioni o cambiamenti sociali e culturali hanno incorporato concetti e schemi di normalità rispetto a quello che prima fosse ritenuto folle.

L’esperienza della “normale follia” – così l’ho anarchicamente definita senza vincoli di retorica – è vissuta da Lorenzo come esperienza creativa, come soggetto di ispirazione letteraria, come forma di vita estetica, come sorgente di fascinazione senza fine. In ogni caso, sono pensieri che non incrinano l’etica umana, e descrivono, quali valori, i significati anche creativi che si nascondano nella normale follia, e di quanto amore abbiano bisogno poi.

I “pazienti” di Lorenzo, conoscono il dolore della “normale follia”; sigillata sempre da una tenue fragilità e gentilezza: quella che rende poi la vita degna di essere vissuta anche nel dolore e nell’angoscia. I personaggi del libro, sono soprattutto persone normali, che vivono una normalità e questa normalità definita “anomala” è insita tra una realtà oggettiva e libera di forti emozioni privandoli di tutti i preconcetti lasciando spazio a pensieri al limite del grottesco, ma che mai sfiorano la deviazione nel senso lato della parola stessa. Le vicende narrate sono quasi sempre introdotte da brevi aforismi, da citazioni o riflessioni che fanno un po’ da apripista, facendo capire immediatamente al lettore quale sarà il tema trattato.

Molto divertenti e toccanti alcuni racconti, ne cito due per motivi di tempo, uno è l’episodio denominato GUTRON, che ci mostra con semplicità estrema come sia facile lasciarsi andare a luoghi comuni, ad esempio del divario tra Nord e Sud, in particolare nella funzionalità –“mutatis mutandis”- degli ospedali, dalla professionalità dei medici locali, dall’efficienza organizzativa burocratica…e così via. Tra l’altro, questo aspetto di dualismo tra nord e sud, lo si evince anche sui nomi degli ospedali, infatti troviamo: Policlinico, Ospedale Civile, Centro sanitario, Istituto di cura, Residenza sanitaria….mentre scendendo al sud troviamo l’elenco infinito dell’eletta schiera dei Santi o Beati quali: San Camillo, Giovanni XXII, San Gerardo, Sant’Orsola, Sant’Omero, Sant’Anna fino alla Casa della sofferenza di S. Pio.

L’altro capitolo, che prende il titolo omonimo del libro e cioè “La cucina arancione”, è interessante il modo descrittivo, quasi “NOIR”, che descrive la morte nei panni di una donna avvenente, una sorta di linguaggio intrigante, che ho apprezzato, in quanto in alcuni tratti mi ha ricordato uno dei poeti a me preferiti, Charles Bukowski, laddove Lorenzo scrive a pagina 117:

 

“Pensavo che la morte mi stesse corteggiando dolcemente per alleviare la mia fine. Poi mi raccontò di com’era giunta in America e della sua vita negli ultimi anni. Dai suoi discorsi capii che era una donna molto sola e incompresa. Per un attimo pensai che avrei dovuto aiutarla o diventare suo amico, ma poi l’idea che lei fosse l’incarnazione della morte mi metteva addosso una grande inquietudine. Era una donna inquietante e sola. Aveva un bel portamento e, soprattutto, aveva un bellissimo culo”.

 

Trasgressivo, ironico, lezioso, incompreso, rokkettaro, emotivo, erotico, bluesman, sessista; ed ancora: sensibile, umile, creativo, arrogante, new age, classista,…. insomma di tutto e di più, ma ciò che stupisce è la straordinaria “normalità” che Lorenzo riesce ad amalgamare nella più variegata intelligenza nel modellare pensieri e parole, merce assai rara in questo contesto culturale e editoriale, laddove il “ciarpame di scribacchini”, a volte, sovrasta “i migliori autori”, non a caso, giorni fa un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma dello scrittore Paolo Di Stefano, lo stesso affermava “tout court”: “E nel mercato si sa, la moneta cattiva scaccia quella buona, specie se la si vorrebbe far passare per moneta eccellente. Quando si dice che in Italia si pubblicano troppi libri, ci si dimentica dell’aggettivo brutti. Non che i belli e gli ottimi non escano, anzi, ma è come se non uscissero, travolti dalla moneta leggera”. Con minor enfasi potrei affermare che: ”Il talento non è qualcosa di dato, bensì è qualcosa che si conquista”.

Tutto questo, penso, che in qualsiasi altro libro potrebbe tra virgolette “disturbare”, qui invece sembra elargire il contrario perché questa è la normalità dell’essere umano, e tutto ciò traspare dalle pagine dell’opera di Lorenzo Spurio: “La cucina arancione”, sono pagine che si leggono quasi senza prendere fiato. Storie e situazioni intense ed impegnative, al cui termine non ci si può che complimentare con l’autore per il coraggio dimostrato nel raccontarsi così, senza veli, augurandogli di continuare a scrivere i questo modo poiché la sua scrittura rende, ad ogni dettaglio o routine della giornata, la giustizia di essere raccontata, di essere raccontata con il calore e il sentimento della sua penna che tende ad introdurci nell’onirico complesso, come diceva Lucio Battisti, della “mente e dei suoi tarli“.

 

Emilio Mercatili

 

23-11-2013

“Cosa vuoi fare da grande” di Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio

Angelo Orlando Meloni – Ivan Baio  

Cosa vuoi fare da grande

Un romanzo tragicomico sul futuro dell’istruzione italiana. Un ritratto grottesco della scuola e dei suoi fallimenti affrontato con un sorriso che ci lascia più di una speranza per le nuove generazioni.

in libreria dal 19 NOVEMBRE 2013

cop-cosavuoifaredagrande_bigGuido Pennisi e Gianni Serra sono due bambini strani; nessuno sembra accorgersi di loro nella Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Figuriamoci il giorno più atteso dell’anno, il giorno in cui l’anonimo istituto si prepara ad accogliere il più famoso e ricco inventore di sempre, colui che ha dato alla luce il “futurometro”, una macchina destinata a cambiare il futuro dei ragazzi e il sistema dell’istruzione italiana. È tutto pronto nella palestra: festoni appesi, mamme in ghingheri, autorità tirate a lucido. Un’Italia da sempre provinciale è accalcata in quello stanzone, un Paese di adulti mancati pronti a lavarsi le mani del futuro dei loro pargoli con la benedizione della tecnica. La sfida finale alle fantasie infantili è cominciata, ma, forse, gli adulti non hanno fatto i conti con i terribili gemelli Smargotti della III F. Cosa vuoi fare da grande è un romanzo divertente e avventuroso in cui i sentimenti umani sono trattati con delicatezza e verità. Una storia che semina ironia e malinconia e spalanca il cuore degli uomini, lasciandoci alla fine di fronte alla domanda che non dobbiamo smettere di porci: “Cosa vuoi fare da grande?”.

«Angelo Orlando Meloni è riuscito a raccontare la vita e perfino le sue miserie attraverso uno strumento molto complesso: la comicità.»

la Repubblica

 

«Con ironia e leggerezza, l’io narrante strappa sorrisi amari e risate, guidando il lettore in un viaggio tra orizzonti di mediocrità.»

Stilos

 

«Frequentare l’ironia così bene da farla diventare comicità, mantenendo fermo l’assillo della parola, non mortificando il tempio della letteratura,

per giunta facendone parte a buon diritto.» 

La Sicilia

 

Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa. Ha scritto la raccolta di racconti Ciao campione e il romanzo Io non ci volevo venire qui(Del Vecchio Editore, 2010). Aggiorna saltuariamente un blog di colore verde come la speranza, la benzina e l’ecologia.

Ivan Baio Ivan Baio viveva a Milano che ha lasciato per Roma che ha lasciato per Berlino ma è nato a Siracusa. Oggi inventa macchine fantastiche su Doppiozero, scrive quattro nuovi romanzi e lavora al social network definitivo.

Intervista a Susanna Polimanti, a cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A SUSANNA POLIMANTI

autrice del romanzo “Penne d’aquila”

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

LS: In questo libro si ripercorrono le vicende della protagonista Virginia a partire dalla sua infanzia fino alla maturità soffermandosi in maniera particolare sulla psicologia del personaggio. C’è sempre una grande attenzione alla componente psicologica, intimista, di Virginia, e si evince la tua volontà di dirci in maniera esatta in che maniera il personaggio ha vissuto/sperimentato determinate esperienze. In questo –ma posso sbagliare- ho intuito un’ampia volontà di auto-rappresentazione, quasi come una sorta di diario trasfigurato in fiction. E’ così o sono sulla strada sbagliata?

SP: Hai colto nel segno, Lorenzo. Questo romanzo è una biografia romanzata. Affidare la narrazione ad una terza persona, la protagonista Virginia per l’appunto, è stata volutamente una mia scelta. Ritengo che Virginia possa rappresentare ogni donna, in ogni fase del suo vissuto. In realtà la vita di Virginia è semplice e complicata, esattamente come la vita di tutti noi. Il vero messaggio, l’essenziale è nascosto dietro ogni evento, in particolare “come” e “cosa” determinati avvenimenti generano nell’interiorità di ogni individuo.

  

LS: Il viaggio, inteso come momento di pausa e come intrattenimento, o come esperienza universitaria vissuta fuori di casa, o come trasferta lavorativa o, ancora, -e forse più importante di tutti- come ritorno alla città natale, sono espressioni di graduali momenti di ricerca e al contempo di forme di esperienza che consentono la crescita e l’acquisizione di una più concreta conoscenza del mondo. Quanto sono effettivamente importanti i viaggi per Virginia? E quanto lo sono per Susanna?

SP: I viaggi sono molto importanti per la protagonista Virginia, l’immaginazione si ferma laddove una valigia si posa, perché toccare le altrui realtà vuol dire divenire “consapevole” dell’esistenza di un intero universo che non si limita all’orticello di casa nostra. Io Susanna, ho sempre viaggiato molto e spero di poterlo ancora fare in futuro.

 

LS: La tua città natale, Foligno, nel romanzo è volutamente non nominata con il suo nome, ma nel riferimento al suo fiume Topino è facilmente individuabile. Conosco abbastanza bene la città dato che quando studiavo a Perugia ho spesso perso la coincidenza del treno ed ho così avuto occasione di visitarla, passeggiarci e rimanere incuriosito dal dialetto del luogo. Quanto sei legata alla tua città natale? Vivendo da molti anni nel sud delle Marche, ti senti più umbra o marchigiana?

SP: È molto difficile rispondere a questa domanda, perché le mie origini sono sia umbre che marchigiane. Mia madre è umbra e mio padre era marchigiano, eppure, senza ombra di dubbio più di una metà del mio cuore appartiene all’Umbria. Vivo nelle Marche ormai da anni, ad essere sincera di questa regione amo il suo mare e i tanti paesini dell’entroterra, in particolare il paese natio di mio padre.

 

imagesLS: Il finale del romanzo, chiaramente aperto e possibile alle interpretazioni, lascia il lettore con un velato senso di incompletezza, nel senso che si auspica un suo seguito o una sorta di chiarimento di quel paragrafo finale che –credo- hai espressamente voluto caricare di ambiguità. Parlando della metamorfosi nel temperamento avvenuta nel corso degli anni e dei vari avvenimenti vissuti da Virginia, nel romanzo concludi con un animo pacificato: “Qualcuno stava traghettando la sua zattera del labirinto della mente a quei luoghi appartati della sua anima per mostrare il coraggio, la saggezza, la consapevolezza e ogni altra risorsa interiore per superare qualunque sfida”. Mi sono arrovellato su quel “qualcuno”: esso è da intendere con Dio, con una ritrovata forza interiore o, invece, è personificato ed è rappresentato da un nuovo “ingresso” nella vita della protagonista?

SP: Quel “qualcuno” è unicamente la presenza divina nel quotidiano di Virginia, il nostro stesso io spirituale, che s’identifica con tale presenza. Dietro una finta realtà oggettiva esiste molto di più, Virginia arriva a comprendere il valore del suo vissuto complicato, si affida e continua il suo viaggio terreno, in attesa di raggiungere l’evoluzione finale che, con l’aiuto della sua fede riuscirà ad elevarla e condurla verso l’unica vera vita, dove solo il cuore e la sua anima si sentiranno finalmente liberi.

  

LS: Nella nota introduttiva al romanzo viene sostanzialmente spiegato il significato dell’aquila che hai voluto nel titolo, quale espressione di un animale maestoso ed intelligente che nelle varie culture ha avuto le più ampie accezioni. Un primo richiamo al volo è presente a pagina 23 quando Virginia afferma “ero sicura di aver volato già”. Questo “volo” io l’ho inteso anche nel tipo di prospettiva utilizzata nel tipo di scrittura che hai adottato: da una parte sembrerebbe esserci una tecnica modernista con una grande attenzione ai sentimenti e agli stati d’animo, dall’altra, invece, ho intuito una esplicita componente descrittiva, paesaggistica, ritrattistica (di città, paesi) come se la narrazione avvenisse dall’esterno e addirittura dall’alto. Aerea, insomma. Che cosa ne pensi?

SP: È esattamente come tu stesso hai interpretato: Virginia si evolve giorno dopo giorno, scopre di avere un dono che le permette di guardare ogni realtà intorno a lei dall’alto, con gli occhi della sua anima e non più con il solo sguardo umano. L’incontro con il suo più intimo io le permette di valutare gli eventi, le persone e ogni paesaggio intorno, dall’esterno. Virginia riesce a far tacere la mente affidandosi unicamente alle sue percezioni e cercando la risposta ad ogni perché, solo dentro il suo cuore. Siamo tutti troppo abituati a credere che il nostro cervello sia la chiave di tutto ma l’essere umano non è costituito di solo cervello, l’anima e lo spirito sono le parti più antiche, è lì che risiede la vera conoscenza.

  

LS: Quali progetti legati al mondo della letteratura attualmente ti vedono coinvolta? Stai lavorando a una nuova pubblicazione? E se sì, puoi gentilmente anticiparci qualcosa?

SP: Ci sto lavorando, purtroppo, vari impegni lavorativi e familiari mi concedono poco tempo per dedicarmi alla stesura del mio prossimo romanzo. Posso soltanto anticipare che si tratterà di un romanzo ambientato in un castello. Non abbandono mai la scrittura anche se finora ho soltanto scritto e terminato racconti vari. Ho molto materiale da parte e troverò senz’altro il modo di organizzarmi in futuro. 

Sono parte attiva di varie associazioni culturali e, leggendo molto, mi dedico volentieri a recensioni di vari autori. M’interessa tutto ciò che ha a che fare con cultura e tradizioni.

 

 

Grazie per avermi concesso l’intervista.

Lorenzo Spurio

06-06-2013

 

 

 

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