La risalita possibile: dal dramma della bulimia e dal tentato suicidio, a nuova vita. Lorenzo Spurio sul romanzo di Alessia Michelon

Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo di Alessia Michelon

 

 Commento di Lorenzo Spurio

 Nella vita, a volte, ci si trova ad affrontare uragani e tempeste, ma dopo, puntuale, ogni mattina sorge il sole. Anche dopo la più buia e tenebrosa delle notti, il cielo viene rischiarato dall’alba… un’alba chiara e luminosa, che aiuta a superare e a vincere la paura del buio (237).

 Un romanzo affascinante e oserei dire “trainante” questo di Alessia Michelon, scrittrice di origini vicentine che già in passato ha avuto modo di misurarsi nella sua narrativa con tematiche che affrontano il disagio giovanile. Non da ultimo il suo bel racconto “La crisalide spezzata” che ha meritatamente vinto il 1° premio per la narrativa al 2° Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella”, un racconto che forniva uno spaccato di una storia amara dove la protagonista veniva a conoscere i recessi della malvagità dell’uomo sulla terra soffrendo una serie di soprusi.[1] Probabilmente il racconto in oggetto ha svolto per la brava e pacata Alessia Michelon una sorta di “banco di prova” per la stesura di quelle tematiche e dinamiche difficili da sviluppare che ha riproposto, in maniera più ampia, documentata e romanzata, qui nel romanzo dal titolo Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo.

Il romanzo è “affascinante” nella misura in cui è in grado di mantenere la presa sul lettore che si scopre pian piano a fagocitare questo libro con la speranza di poter arrivare a un punto cruciale che ponga fine all’acme della tristezza e del dolore vissuto dalla protagonista. Non mi sembra il caso opportuno di svelare troppo sulla storia che la Michelon ha sagacemente costruito nella sua narrazione con una meticolosità di dettagli e di riferimenti che si legano al mondo medico-sanitario e quello più dichiaratamente psicologico di chi vive sulla sua pelle un disturbo alimentare gravissimo quale è l’anoressia e/o la bulimia. Conosciamo oggi quale sia l’eziologia dei disturbi, caratteristici per le loro manifestazioni visibili, ma subdolamente considerati dal punto di vista psicologico, come Alessia Michelon non manca di osservare più volte nel corso della sua narrazione: “Anoressia non significa solo mancanza di appetito, ma è più che altro fame e sete di serenità interiore e di amore” (113); “I problemi di fondo da curare sono molti altri e riguardano la bassa autostima, il senso di inadeguatezza, la depressione, l’ansia, la comunicazione interpersonale, spesso difficile per le persone che soffrono di disturbi alimentari” (185); “Le persone che soffrono di disturbi alimentari devono fare un lavoro molto complesso sulla loro personalità, per cercare di recuperare la fiducia nelle loro capacità, perché la loro tendenza è quella di mettersi sempre in discussione o di essere eccessivamente critici nei confronti di se stessi. La tendenza al pessimismo e la volontà di tenere tutto sotto controllo sono alcuni tra i principali atteggiamenti che accomunano le ragazze anoressiche” (190).

Nel romanzo assistiamo così alla vita sofferta e psicologicamente degradata di una ragazza “fragile e insicura, con una sensibilità a volte eccessiva” (6), Celeste, che vive in una famiglia dove non si sente amata e considerata (soprattutto dalla madre, mentre il padre è quasi sempre assente e lei nutre continuamente un duro sentimento di paragone con la sorella, avvenente ed emancipata) che motiva una grande sfiducia nella ragazza, già debole di suo e priva dell’autostima necessaria che le consentirebbe di farsi forza e di convincersi che lei, di contro alle altre ragazze (quelle della sua classe o sua sorella che sono poi gli elementi di paragone), non ha nulla di meno. Se la madre ha dunque “una preferenza vergognosa per [la sorella]” (34) ed è “fredda e oppressiva, egoista e egocentrica” (43) va anche detto che è lo specchio il primo nemico della ragazza (e di tutte quelle ragazze affascinate dalla magrezza di modelle, star e veline) con il quale inizierà una prima, dura e lunga battaglia. Lo specchio, che ha avuto un amplissimo utilizzo come figura e metafora nella letteratura italiana ed europea (soprattutto a partire dal secolo scorso)[2] diviene qui elemento di contrasto, emblema d’antagonismo, riflesso della propria sconfitta, immagine distorta dell’io: “L’adolescenza è una fase terribile della crescita e tre quarti delle ragazze si guardano allo specchio e si vedono troppo grasse, brutte e inadeguate” (9).

165095_127580717405169_700394789_nE così che l’ansia e le complicate capacità relazionali si associano al disturbo chiaramente alimentare che si esplicita nel fascino per il magro e che condurrà la ragazza a minacciare il suo corpo, quasi come una sfida all’ultimo duello, con reiterate orge alimentari e poi rigettamenti compulsivi che da una parte gratificano la ragazza perché praticamente il cibo ingerito non verrà metabolizzato (“Mangiare e vomitare le dava un senso di liberazione dallo stress e dalla tristezza”, 43), ma che dall’altro produce effetti medici preoccupanti quali la progressiva chiusura dello stomaco, la corrosione dentale, la denutrizione, il rallentamento delle normali funzioni biologiche e la cessazione del ciclo mestruale (quello che la Michelon definisce come “metabolismo basale […] notevolmente rallentato”, 36). Nel frattempo la famiglia, che dovrebbe essere la prima componente umana ad accorgersi di ciò e della gravità degli effetti che ha sul corpo della ragazza, sembra leggermente indifferente e, anche se cerca di incentivare la ragazza a mangiare (durante la sua fase d’anoressia), lo fa blandamente, senza convinzione e consapevolezza del pericolo verso il quale sta andando. E la narratrice ad un certo punto sembra quasi parlare tramite la voce di un medico e chiosa: “I disturbi alimentari colpiscono spesso ragazze e ragazzi con una difficile realtà familiare e con un basso livello di autostima” (44)[3]: in ciò la Michelon condensa il difficile rapporto (più che complicato è inesistente) che ha con entrambi i genitori: la madre[4] algida, sembrerebbe anaffettiva, distante, sempre pronta a elogiare l’altra figlia e il padre assente, disattento, silenzioso, assoggettato al ben più forte comportamento della moglie. C’è come una sorta di sicurezza da parte della famiglia di Celeste (e oserei dire di molte delle famiglie che scoprono un figlio affetto da questo disturbo) a minimizzare la questione e a credere che un precipitante dimagrimento e apatia per il cibo non siano nulla di grave e che vadano risolti semplicemente incentivando la voglia di mangiare. Non è così perché, come si vedrà nella seconda parte del romanzo, quando Celeste verrà ingressata in una clinica per combattere i disturbi alimentari e comincerà a riacquisire un certo comportamento verso il mangiare, questo non corrisponderà automaticamente alla guarigione dal disturbo che, come già detto, è prima e soprattutto di carattere psicologico.

Ad accompagnare il percorso psicologico della malattia (l’anoressia e la bulimia sono disturbi che hanno una loro importante componente psicologica che va studiata e isolata anche da quelli che sono gli effetti più visibili della malattia) vi è l’amicizia con altre ragazze che si sono affidate alla logica del “Dio Kilo” e che hanno svilito la loro vita nella tormentata ricerca di dimagrire sensibilmente passando poi per pericolosi casi di autolesionismo, tentativi di suicidio e quant’altro. E’ il caso di Giulia che sembra esser sprofondata nel disturbo alimentare a seguito di un abuso sessuale che la porterà poi a un vero e proprio processo di autodistruzione con il suicidio che sugellerà la sua breve vita. E in un certo senso, oltre alla disattenzione familiare e alla scarsa autostima, è l’abuso sessuale (pedofilico o incestuoso) a figurare tra le varie cause del successivo sviluppo del disturbo alimentare: lo vediamo qui nella storia per Giulia, poi anche per David e Miriam (di cui si parlerà più avanti) e Celeste stessa ha un episodio traumatico vissuto durante la festa di Halloween durante la quale un ragazzo finisce per masturbarsi davanti a lei, scioccandola e umiliandola.

A mitigare il senso di solitudine/isolamento (autoindotto), una sorta di piacere claustrofilico[5], nel quale Celeste vive arroccata, non è sufficiente il tardivo gesto di pentimento e di avvicinamento della madre, né la breve permanenza a casa dell’amorevole nonna paterna, ed anzi questa sensazione di nullità si amplifica a dismisura, diventando totalizzante, quando la sua amica Silvia, anch’essa affetta da tempo di bulimia, si scopre essere affetta da un cancro alla trachea a seguito del reiterato rigettamento di cibo e acidi gastrici che ne hanno corroso le pareti tessutali.

Questo è uno dei momenti nodali all’interno del romanzo (ce ne saranno poi altri e si vedrà in seguito quali sono e perché rappresentano avvenimenti cruciali all’interno della narrazione). Il momento della morte di Silvia è l’apripista di un aggravamento della salute fisica e morale della ragazza che da una parte vorrebbe morire e, quindi suicidarsi, per raggiungere l’amica e mettere fine ai suoi tormenti, ma dall’altra funziona anche in maniera opposta come un lento riaccendersi di quel naturale “istinto alla vita” di cui l’uomo è dotato dalla nascita. Ci sarà così spazio a un tentativo di suicidio, a un vero e proprio svenamento che verrà, però, monitorato per tempo e la ragazza, dopo un periodo ospedaliero verrà mandata in una clinica dedita alla cura dei disturbi alimentari. La morte dell’amica Silvia, dunque, è vissuta dalla ragazza con un misto di sentimenti contrastanti che talvolta l’avvicinano alla morte (il voler morire, l’autolesionismo, lo svenamento)[6], altre volte innesca un meccanismo psicologico che fa dire alla ragazza di rifiutare la morte. Il tentato suicidio è altro pivotal moment o momento cruciale della narrazione poiché esso apre le porte a un evidente episodio di pre-morte[7] (scienza e religione negli ultimi tempi stanno dibattendo anche su queste forme esperitive dell’altro mondo) nel quale la protagonista incontra l’amica deceduta con la quale vorrebbe stare ma quest’ultima l’avverte che per lei “non è ancora ora”. Questa esperienza eccezionale motiva ancora una volta la protagonista della necessità e importanza nella guarigione dal suo disturbo che man mano si fa forte in lei una volta nella clinica Villa Serena dove è stata mandata per risolvere il suo disturbo. Lì, dopo una titubante ansia per il nuovo ambiente, sembra reagire bene alle terapie individuali e di gruppo alle quali viene sottoposta e soprattutto lentamente va eliminando da sé gli strascichi autolesionistici quando si innamora di un ragazzo, alla clinica come lei perché affetto da anoressia nervosa. David la colpisce perché il suo aspetto rimanda a quello di tendenza emo dei Tokio Hotel che la ragazza ama e scoprirà dopo vari incontri con lui, l’accadimento traumatico che ha una genesi in un deviato rapporto sessuale[8] che ha originato il suo disturbo alimentare. E in un certo senso il tema scioccante della prima esperienza sessuale, scioccante perché è un rapporto distorto (o considerato tale), lo si ritrova anche nel pregresso di Miriam, la ragazza con la quale Celeste divide la stanza che anni prima, affascinata dall’avvenenza di una ragazza in palestra, tentò nei suoi confronti un approccio saffico, per risultare poi clamorosamente rifiutata, oltraggiata e schernita e da “quel rifiuto […] la [sua] bulimia peggiorò ulteriormente” (209).

E se è vero che Celeste sembra recuperare molto grazie soprattutto alla fiducia nelle nuove terapie e all’amica Miriam e all’amore verso David (che di fatto le consentono di sentirsi parte di una piccola comunità e quindi non più sola ed emarginata) è anche vero che la malattia della quale è affetta è subdola e agisce in sordina e proprio nel momento in cui ci si convince che “[l]a salute di Celeste era migliorata notevolmente” (202) ecco che il tarlo fastidiosissimo  della malattia continua a bucherellare i pochi successi sinora ottenuti con impegno e convinzione come una sorta di demone tentatore: “Per un attimo le venne un irrefrenabile istinto di conficcarsi quella piccola lama sulla mano, provando ancora una volta, soltanto una volta ancora, quel piacere sottile e perverso che la inebriava quando la osservava, eccitata e spaventata allo stesso momento, il suo sangue colare giù dalle ferite che si infliggeva. Non lo fece. Sospirò e rimise il temperino nel cassetto della scrivania” (211).

Ma con un serio controllo medico e soprattutto in un ambiente accogliente e sensibile diverso da quello della sua famiglia, in effetti la ragazza sembra stare meglio al punto che, quando è giunto il momento di ritornare a casa perché i medici considerano che il suo miglioramento è apprezzabile e che da quel momento in poi potrà continuare a seguire una certa dieta con consapevolezza in casa propria, la ragazza si sente sfiduciata e depressa: non vuole ritornare a casa tra l’indifferenza della madre, la freddezza del padre e l’eterno antagonismo con la sorella da lei vissuto dolorosamente. Soprattutto non vuole abbandonare David del quale ormai è completamente infatuata e che, a differenza di lei, sembra non voler e non poter guarire dalla malattia che lo ammorba. Ovviamente andrebbe detto molto di più di questa seconda parte del romanzo dove ancora una volta assistiamo a tentennamenti di Celeste tra euforia (data dal sentire al telefono o il vedere di nascosto il suo ragazzo) e lancinante depressione (data dalle prescrizioni materne, dalla sua insensibilità e dalla inadeguatezza della ragazza dovuta anche a una sorta di bullismo scolastico tutto al femminile). E’ però indiscussa la convinzione che, dopo la morte di due sue amiche e tutto ciò che ha passato, che “non doveva darla vinta alla Bestia ancora una volta” (225). Ed è così che il lettore non può che simpatizzare (e solidarizzare) con la “nuova Celeste” ossia quella persona che sta facendosi da sola, cercando di ergersi sulle sue debolezze e facendosi valere (per la prima volta nella sua vita) nei rapporti con gli altri; ne consegue che questa maturazione psicologica ha buoni frutti per l’instabile salute della ragazza,  dacché, dopo un apprendistato alla malattia che l’ha deturpata nell’anima e nel corpo, Celeste “stava imparando ad accettarsi e a volersi bene e quello era un notevole passo avanti” (228). Ma è una pace personale molto labile questa dato che nel clima familiare difficile nel quale è costretta a vivere (una sorta di anti-eden se per eden vogliamo metaforizzare la clinica Villa Serena) e nella dolorosa e scoraggiante lontananza da David, il ragazzo del quale si è innamorata follemente, riaffiora nella profonda solitudine e mestizia di quei pomeriggi vissuti (o meglio sopravvissuti) nella segretezza della sua camera “il malsano pensiero di desiderare ancora la morte” (243).

Si arriva, però, a un nuovo punto cruciale della storia (che a mio modesto vedere è il più calzante all’interno delle dinamiche comportamentali che si creano in una famiglia che ha al suo interno un figlio affetto da disturbi alimentari) che è il litigio furioso dei due genitori in cui il tendenzialmente pacato e sottomesso Paolo (il padre) non riesce più ad accettare il comportamento egoistico, sprezzante e odioso della moglie nei confronti della madre (la nonna Teresa) e finisce per sbroccare tutto in una volta in una discussione accesissima nella quale non mancano porte sbattute, pianti e poi l’abbandono della moglie e del tetto coniugale. Sembrerebbe questo un episodio di poco conto nel tessuto doloroso degli eventi privati di Celeste che l’hanno condotta al suo grave disturbo, se non fosse che è Paolo che denuncia (in maniera però tardiva e oltretutto pretestuosa senonché vendicativa) che il disturbo di Celeste non è che conseguenza diretta dell’atteggiamento insensibile, poco materno ed egocentrico che ha sempre avuto nei suoi confronti: “[S]econdo me sei sempre stata tu, e soltanto tu, la causa principale dei problemi di salute di Celeste! L’hai fatta diventare anoressica e ha pure tentato di uccidersi…stronza! E’ tutta colpa tua, del tuo cinismo e della tua stupida preferenza per Eva… tu hai sempre considerato solo lei, Celeste viene sempre dopo” (252). Le accuse, spietate e infuocate, fanno tanto più male perché sono meritatamente vere, ma viene al lettore di chiedersi a questo punto perché, anche se Paolo è un uomo tendenzialmente silenzioso e appartato di carattere, non sia intervenuto prima, rompendo la falsa simbiosi con la moglie, per salvaguardare il benessere della figlia se questo era effettivamente minacciato dalla a-maternità affettiva della donna?

Ci incamminiamo a passi felpati verso il termine della storia dove non mancheranno altri elementi importanti per la riacquisizione dell’identità da parte di Celeste che la porterà a salvare la sua stima personale e pian piano a risolvere i suoi problemi con il cibo: primo fra tutti il riavvicinamento di un’amica che si era persa nel tempo a seguito di un episodio infelice, il colloquio e la vicinanza con la nonna, la saggia Teresa, l’unica all’interno del libro a parlare sempre con il cuore e non per convenienza o ipocrisia (come fa Lia, la madre di Celeste) con arroganza e superbia (come fa la sorella Eva) o come eco indistinta di ciò che gli altri dicono (come fa il padre). Ed è forse proprio il personaggio di Teresa, di una donna esemplare e retta, che ha apprezzato ad amare la vita anche dopo gravissime tragedie personali (la morte del marito, quella di sua figlia e la sua malattia mortale) che il romanzo –credo indirettamente- voglia celebrare di più, come donna emblema di moralità, metafora di amore e di costruzione (e sarà proprio lei, tramite il suo amore che non aveva mai fatto venir meno e che sua nuora aveva sempre snobbato e malinteso, a permettere la riunificazione della famiglia con la riscoperta dei buoni sentimenti, proprio in punto di morte).

Teresa è la capostipite di una famiglia che nel tempo assiste alla sua rottura in mille pezzi, tra odi, invidie, insoddisfazioni, incomprensioni, malignità e quant’altro, ma è anche quella che con la sua morte permette la rinascita della famiglia, come una sorta di immolazione personale per il benessere collettivo. Per questo, al di là della ricomparsa (o meglio, della nascita) dei buoni sentimenti nella livorosa Lia a cui poco riesco a credere (non perché sia un difetto della narrazione, ma perché per mia natura sono poco convinto dall’efficacia dei cambi repentini d’atteggiamento che fanno seguito a dubitabili pentimenti in-extremis[9]) e al di là del nuovo “ordine” familiare che viene a crearsi come un’edenica famiglia stereotipata l’indomani della colpa commessa, il messaggio più grande sta forse proprio nella profondità degli insegnamenti della cara nonna che Celeste non solo ha recepito, ma sembra aver fatto suoi per gettare le basi di quel cammino nuovo che si è scelta, che sembra avere tutti i prerequisiti per essere improntato alla felicità.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 25.04.2014

 

 

TITOLO: Celeste, la farfalla dalle ali di cristallo

AUTRICE: Alessia Michelon

EDITORE: Youcanprint, 2013

ISBN: 978-88-91135-00-1

PAGINE: 330

COSTO: 16 €

[1] La Giuria del concorso motivò la sua decisione di conferirle il primo premio con questo commento: “Una storia di dolore, riflesso di tanti amari accadimenti del nostro triste oggi dove l’inconsapevolezza degli atti, la logica del potere e la soggiogazione della mente rappresentano dei pericolosi spauracchi. Una bambina che smette di essere tale solo per l’orrido gesto di un “uomo” che non merita tale appellativo, è forse una delle azioni più ignominiose e impossibile da commentare”.

[2] Per un approfondimento di questo argomento si legga il saggio di Rita Barbieri dal titolo “Disagio allo specchio tra riflessione e riflessi” contenuto in AA.VV., Disagio e Letteratura – Raccolta tematica reading Firenze, TraccePerLaMeta Edizioni, 2013, pp. 25-39.

[3] “Dopo quattro sedute di psicoterapia, era emerso che l’origine dei problemi di Celeste era il complicato rapporto che aveva sempre avuto con sua madre” (109).

[4] “Celeste avrebbe desiderato con tutto il cuore avere una mamma premurosa come lei” (56).

[5] “Sognava di essere intrappolata in una gabbia sospesa nel vuoto” (89); “avrebbe voluto chiudersi nella sua stanza e dormire indisturbata” (93).

[6] La scena del tentativo di suicidio è così descritta: “Chiuse gli occhi così forte che le fecero quasi male e premette la lama, fino a che un rivolo di sangue caldo e rosso vivo cominciò a colare dalla sua mano, imbrattando i pantaloni del pigiama e il parquet vicino ai suoi piedi. Sentì una sensazione di intenso bruciore e un formicolio diffuso, misto ad un familiare senso di torpore assoluto. In pochissimi minuti precipitò vorticosamente nell’oblio e nel nulla” (143-144).

[7][7] “Aveva vissuto un’esperienza straordinaria e sicuramente non si era trattato di un sogno” (146); “Entrai in un meraviglioso tunnel di luce” (189).

[8] “Il compagno di mia madre mi…mi…beh, ecco, mi molestava fin da quando ero poco più di un bambino […] [Il] lurido pedofilo […] continuò ad approfittarsi di me per molto tempo” (179).

[9] La stessa Celeste sembra riluttante a comprendere il perché e il come sua madre abbia fatto un cambio talmente lampante (complice sicuramente l’abbandono da parte del marito e il tentativo di espiare quella colpa costituita dall’odio e insofferenza verso la nuora che ha sempre avuto): “Celeste non avrebbe mai creduto che sua madre potesse cambiare così radicalmente, dalla notte al giorno, e soprattutto in modo così rapido” (319-320).

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