Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016

Lucia Bonanni su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 3 di Emanuele Marcuccio[1]

a cura di Lucia Bonanni 

È questa corrispondenza il motore, il fulcro di questi particolari dittici, tra le diverse voci di due poeti, i quali non cercano di imitarsi a vicenda, ma rimangono fedeli, ognuno al proprio modo di poetare.  (Emanuele Marcuccio)

E alla poesia come a tutta l’arte si ricorre per sentire un accenno di umanità, di fraternità, di dolore, ma anche speranza e fede, comprensione e amore […].  (Michele Miano)

[G]li autori in dittico sembrano quasi tenersi leggiadramente per mano, scanzonati, […] per poi unirsi agli altri in un girotondo, che poi è il girotondo dell’Anima.  (Lorenzo Spurio)

In un tempo in cui l’incapacità di stare con noi stessi condiziona le scelte individuali e i valori in cui credere, l’arte creativa è necessità, attenzione, equilibrio interiore, sollievo e terapia. Ritrovarsi in un’unica ed armonica identità, stringere mani simbolicamente, applaudire, esultare, provare emozioni, abbracciare una policromia di voci è momento eccelso di interazione sociale in cui la comunicazione offre contatti privilegiati.

Dipthycha 3_original cover_front_900.jpgIn questa raccolta antologica, unica nel suo genere e nella sua valenza concettuale, sono confluite decine di liriche a confermare la validità del progetto ideato da Emanuele Marcuccio per rispondere a chi in tono distaccato e pessimista chiede se è ancora possibile la poesia. Anche per questo la lettura di ciascun dittico apre processi dinamici che fanno accedere alle emozioni di ciascun autore. Diversamente dai primi due, in questo terzo volume i poeti oltre a dialogare in simbiosi con Marcuccio, si ritrovano in “[a]ltre dittiche corrispondenze” proposte dal curatore e dalle voci poetiche dei partecipanti e non mancano le corrispondenze affini con grandi nomi della letteratura.

“Il poeta è l’uomo che vive di coraggio” scrive Salvatore Quasimodo e il coraggio dimostrato da Marcuccio si identifica con l’amore incondizionato che egli dimostra verso la poesia. Forte di una robusta preparazione culturale e dotato di grande onestà morale e intellettuale e animo disposto al bene e all’accoglienza, al pari di un “incantato pigmalione” e “grande demiurgo” Marcuccio individua e crea legami empatici, portando in superficie realtà inattese di “umanosentire”. A me che abito in terre medicee piace nominare Marcuccio quale Magnifico poeta, un mecenate che ama circondarsi di artisti per allacciare affinità elettive e donare soffi di anima a chi come lui ha fatto delle lettere ragione di vita.

«Anche la poesia costituisce un valore sociale: dovrebbe essere certo, ma valore poco tangibile, assai meno della pittura, del cinema, del romanzo. Una società come la nostra che volete che se ne faccia?» dichiara e ammonisce Mario Luzi (1914 – 2005). Quindi la sfida letteraria del curatore consiste proprio in questo suo voler andare incontro ad una realtà frammentaria e rendere alla poesia la giusta espressione di valenza sociale, trasportando il canto poetico in una dimensione collettiva e maggiormente umana, “il tutto amalgamato sapientemente da Marcuccio in un grande e ideale abbraccio fraterno nei confronti dell’umanità intera” (dalla prefazione di Michele Miano) e “l’operazione [da lui] svolta, democratica e ampia, si inserisce in un procedimento letterario assai onesto” (dalla postfazione di Lorenzo Spurio). E dato che, come tiene a sottolineare lo stesso Marcuccio, “il tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile”, mi sembra doveroso, se non opportuno, enunciare di volta in volta i vari nuclei tematici su cui si imperniano i diversi generi di poesia presentati poi in dittico da Marcuccio. I ricordi, gli affetti e l’amore, i poeti e la poesia, gli animali e l’ambiente, le profonde riflessioni e il silenzio, ed ancora le espressioni intimiste e quelle sociali pongono in evidenza i contenuti di questo manufatto tanto originale nella sua ideazione e proprio come in un dittico pittorico fanno da cerniera per quelle affinità empatiche tra i vari autori che nella maggior parte dei casi non si conoscono neppure di presenza.

Ti porto con me/ nel brio del vento,/ che tu possa restare/ per sempre nel tempo” è la dichiarazione d’amore di Teocleziano Degli Ugonotti che oltre alla persona amata, per una diversa interpretazione di senso, potrebbe essere rivolta anche alla Poesia. “Come gardenia/ All’occhiello…/ Ti portai con me” risponde in dittica presenza Giusy Tolomeo mentre in “poetica consanguineità” Aldo Occhipinti propone un “dittico a caldo” con il d’Annunzio de “La pioggia nel pineto”, esprimendo tutta la passione amorosa che avvince il suo animo, “Noi a null’altro dobbiamo pensare,/ adesso:/ a null’altro che Amare”. Ed ancora Daniela Ferraro e Marcuccio allietano con un “Canto d’amore” in cui il sentimento si intreccia con elementi dell’ambiente, facendo risaltare “labbra di velluto” e “sospirosi ardori”. E qui mi piace riprendere le «Quartine» di Omar Khayyâm (1073 – 1126) in cui il poeta persiano esprime non solo gioia e dolcezza, ma anche misticità e immediatezza lirica: «Quando sono sobrio, la Gioia mi è velata e nascosta/ quando sono ebbro, perde ogni coscienza la mente»[2] a dire che il sentimento d’amore come il vino annebbia i sensi e fa perdere coscienza di sé, quando la passione arde il cuore e la mente.

Riflettere su disagi e dilemmi porta a cercare conforto nelle varie espressioni del creato ed allora un filo d’erba, una piccola foglia, un animaletto, il brillio delle stelle mentre “ricolme d’anni/ passano/ le ore” (Marcuccio) e lacrime di commozione solcano il viso per un tramonto arrossato che di fuoco incendia il cielo e “[s]orsi di piena sera/ gocciano nenie” (Silvia Calzolari), il cuore trova dimora “[l]à dove un pianto diventa sorriso” (Rosalba Di Vona) e l’anima assetata di quiete raccoglie “colori e rugiada/ [in quel] dedalo che lacera/ l’ultimo spicchio di luna” (Maria Rita Massetti) e dinanzi a lei “[s]i apre tutto un mondo” (Marcuccio) di canti e di suoni.

Talvolta “rughe di pensieri” (Antonella Monti) si insinuano talmente nel tessuto dei giorni da far desiderare di lasciare tutto e fuggire lontano, anche da se stessi per ritrovarsi “a pochi giri dal sole” (Monti) e nel ceruleo di “quel varco di cielo/ [acquerellato di]/ un chiarore d’azzurro/ [che affanno e]/ il tedio estivo/ scolora” (Marcuccio).

Il viaggio e l’erranza, il bisogno di fuggire, l’evasione, il presagio, il ritorno, il distacco dal mondo e da se stessi sono i temi che da sempre hanno avvinto l’animo dei poeti, specialmente di quelli più “strambi e diversi” come ad esempio poteva essere Dino Campana il cui unico punto di riferimento era la poesia che forse è proprio quel “musico cuore” giusto come amava definirlo Sibilla “l’errante”, che lo amò di più.

«La luce del crepuscolo si attenua:/ inquieti spiriti sia dolce la tenebra»[3]. Uno dei temi ricorrenti nella poetica di Campana è la notte, la notte con i suoi silenzi cupi, le finestre rischiarate da “luci opache”, le voci smorzate, i respiri sommessi e “buio pesto/ [che] vapora/ nelle nebbie” (Marcuccio) e “[…] non attende/ necessariamente/ La notte/ Ma la luce attende/ ansiosamente” con le sue “Stelle sul mare” e i suoi “Giochi d’artificio” proprio come ci dicono i versi di Luigi Pio Carmina. Un altro tema ricorrente nella poetica del marradese è lo scorcio e il porticese Ciro Imperato nella lirica “Quei vicoli” sembra quasi ricalcare le immagini di Campana “le anime, tormentate bruciano/ e ingannandosi del ver non vero,/ lente sviano tra i vicoli notturni”. Alla solitudine dei vicoli fa eco uno “[…] sguardo smarrito/ [e un’]agire impedito” (Marcuccio) che guarda oltre la folla, la oltrepassa senza farsi notare e rimanendo invisibile in mezzo alla moltitudine.

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Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio ideatore e curatore diel progetto poetico-antologico “Dipthycha”

Il tema dell’acqua come quello dei colori ed anche della musica erano nuclei tematici assai cari a Federico García Lorca che ne faceva metafora di vissuti e accadimenti non sempre felici come ad esempio la morte per acqua. In questa raccolta il richiamo all’elemento liquido è contemplato in più componimenti. Nella lirica “Mare Innocente” Francesca Luzzio descrive il “destino infame” di tante povere ombre che “sulle creste delle onde/ […] lente sussurrano nomi”; sono i nomi di poveri migranti incatenati sotto la “coperta azzurra” di un “mare sereno e azzurro” che nella sua calma apparente sembra essere indifferente anche al gracchiare dei gabbiani. Il mare “fondo fondo” (Marcuccio) con i suoi orizzonti velati, le onde che si perdono sulla scogliera, tra “[…] le ruote dentate delle acque” (Lucia Bonanni) rapisce e ingoia flebili voci di bambini innocenti. “Nelle […] acque sparisce il tempo/ la speranza s’annida”, quella che Maria Rita Massetti rivolge al mare, è un’invocazione alla quiete, a frenare le onde selvagge per lasciare al salso respiro per respirare “sale e sole” -molto bello questo bisticcio fonico- e poter raccontare “di arcani mai dimenticati”. Giusy Tolomeo ci dice che il mare dialoga col fiume che alla foce giunge da lontano, che scava la roccia e attraversa monti e vallate. Qui il fiume è inteso nella sua immagine di vita che scorre e fluisce per perdersi “[…] dove le dolci acque diventano salmastre” (Di Vona), dove “[…] le onde si rincorrono/ […] e le luci si disperdono” (Marcuccio) [e] “la sabbia si fonde con il cielo” (Di Vona).

Molteplici gli argomenti e i rimandi agli archetipi che si allacciano in questa silloge di forti corrispondenze empatiche e dove “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé […][4]

Conoscere se stessi è impresa ardua ancor più che conoscere il mondo circostante in tutte le sue sfumature. Scendere nell’inferno di noi stessi per ritrovare l’Euridice del nostro essere, equivale al viaggio agli inferi intrapreso dagli eroi delle opere classiche. È sempre “[l]a corsa folle incontro alla vita” (Giovanni Nives Sinigaglia) che crea vuoti incolmabili per quelle ferite spesso procurate da un “grande immortale ruggir”(Marcuccio) che non permette di rinvenire il proprio sé negli altri. Ma per ritrovare se stessi “[q]uando il cuore pesa” (Sinigaglia) e le lacrime sciabordano dagli occhi, occorre “[l]ibrarsi, alzarsi” (Marcuccio) oltre le contingenze del vivere e con sguardo limpido guardare alla bellezza del Creato. Nelle liriche “Cuore” e “In volo” echeggiano i versi di Joyce Lussu (1912 – 1998) che esorta a riferirsi alle bellezze della Natura, quando il dolore si insinua e opprime l’animo.

Talvolta in “rugosi pensieri” (Ferraro) i ricordi aggallano alla mente e allora “[f]reme d’intorno un andare” (Marcuccio) mentre le ombre si dilatano nell’oscurità del dolore e “nel riposto cortile” (Ferraro) anche il tiglio perde la fragranza dei fiori. “Silenzio/ che ascolti il mio silenzio/ disturbato dai battiti del mio cuore/ e dal mio respiro” (Maria Chiarello), “Indietro non andar,/ rimani e odi il silenzio,/ che fugge via come il pensiero” (Marcuccio). Nei componimenti “Silenzio” e “Picchi di silenzio” i due poeti riflettono sulla necessità del silenzio allorché il pensiero si volge in parole e nel deserto dei giorni l’anima cerca oasi di speranza. Il silenzio è essere animato che grida, canta, piange, chiede perché e lascia che le lacrime possano finalmente trovare la libertà sperata.

«[I]l primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi [in cui il Poverello] loda Dio attraverso tutte le sue creature»[5] e come in Dipthycha 2 in cui era celebrato il barbagianni, anche in Dipthycha 3 non poteva mancare il riferimento agli animali anche nel rimando ideale alla predica agli uccelli da parte del santo Francesco. “Sopito il tuo volo/ al mio davanzale./ […] Pettirosso,/ impavido di voli impensabili” (Sinigaglia), “Nel silenzio/ ignaro d’esistenze/ […] Gli sguardi/ rappresi tesi/ d’indicibile” (Calzolari). Il Poverello era uomo dello spirito, un fondatore di comunità e non cercava la presenza di Dio ai margini del vivere, ma nel cuore stesso della vita tra amor benevolo e caritas profonda. “Tenendoci per mano, con le corrispondenze del cuore, se segnano itinerari che non si smarriscono, noi possiamo dare un sole all’altro sole”[6].

Giorgia Catalano esterna e canta tutto il suo afflato di madre per “[…] quegli adorati diamanti” che rendono preziosa la sua vita: “Se potessi…/ cambierei le carte/ della vita/ […] Insinuerei nel vostro cuore,/ il sorriso d’un vero amore”. Come donna e madre Giorgia dona luce solare ad altri soli e nel suo prodigarsi infinito si auspica che il cuore dei suoi figli sia sempre allietato dalla gioia che solo un amore vero sa portare.

Il tuo amare è aria del destino/ tenero germoglio di perdono/ avvolgente profumo di casa”. Nei versi di Grazia Tagliente la “Donna” è “artefice di vita” che moltiplica i propri frutti “con ventre e seno” e in ogni momento della vita devono sempre ricevere baci le sue mani “dure nelle fatiche, morbide nelle carezze”. L’autrice sembra esortare la donna, “zelante colonna” ad abbracciare il mondo, bisognoso di pensieri illuminati e carezzevoli abbracci perché “il tempo trasforma,/ abbraccia, racconta il mistero” (Massetti).

Già conoscevo la passione di Marcuccio per la musica classica e adesso dalle note biografiche leggo che Teocleziano Degli Ugonotti oltre che tenore leggero è anche studioso e cultore di Musica Antica e Barocca e che Giusy Tolomeo esprime la propria passione per la musica con lo studio del pianoforte e la collezione di dischi di musica jazz. Quindi in questa raccolta non potevano non essere presenti versi dedicati al canto e alla musica nonché ai personaggi creati dai grandi musicisti nelle loro partiture d’opera. “Drammatico è l’epilogo/ quando, nel gesto estremo,/ delle mura lo spalto offre unico/ trionfo d’amore risolto in una fine”. Maria Palumbo ci parla di Tosca, la protagonista femminile dell’opera di Giacomo Puccini (1858 – 1924) su libretto di Giacosa, che si getta dalle mura di Castel sant’Angelo dopo la fucilazione di Mario. Silvia Calzolari si chiede “Cosa resta di Tosca…”, però nel suo dire quel che resta dell’infelice donna sono soltanto “[…] mura lontane/ d’allaga(n)ti ricordi/ a sfioro di vicini schianti/ mano nella mano”.

Ad acquietare l’animo e sublimare la commozione dopo la lettura di questi versi, come scrive Giorgio Milanese, c’è l’immagine di una baita di montagna dove “[s]’illumina il focolare,/ [e] s’approntano le sedie,/ [mentre] il fuoco scoppietta allegro/ […] odor di muschio regna/ [e] la tavola imbandita,/ dà senso di calore”. Fuori fa freddo. Nevica. E la neve “[c]andida/ manti erbosi/ ricopre./ Soffice, pulita/ piove dal cielo,/ posa il suo viso/ leggera/ com’una carezza/ […] di sera” (Catalano).

Il poeta è un uomo né migliore né peggiore degli altri, che sa guardare la realtà con occhi diversi, che gioca con le parole, che coglie il mistero delle cose e sa emozionare.

«La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita»[7]. Senza ispirazione il componimento poetico risulta arido esercizio di stile in quanto l’ispirazione è quel fuoco che si alimenta di sogni e ricordi, di emozioni e fantasia.

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Collage grafico contenente le cover dei tre volumi del progetto “Dipthycha” curato da Emanuele Marcuccio di cui è in lavorazione il quarto volume

I poeti, incalliti sognatori,/ sempre con matasse di pensieri gitani” (Tagliente) tessono arazzi di sogni, “[…] seguendo le stagioni/ del cuore” (Tolomeo) ed è la poesia il loro sole, “un sole che ci illumina/ anche di notte” (Marcuccio) e “di seta/ [è] la parola/ [che] verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno” (Marcuccio) anche perché la poesia è sempre una “[m]etamorfosi tessuta a mani aperte/ [e la] [p]arola…/ [un] tessuto sfarfallato/ di illusioni e pensieri” (Bonanni). Ed è a F.G. Lorca, uno degli autori più grandi della letteratura, che Lorenzo Spurio dedica versi di intensità luminosa. “La storia si fermò senza dilungamenti/ quella dei libri è stantia e deforme”, scrive Spurio in “La luna si nasconde” in occasione del 79° anniversario dell’assassinio del poeta andaluso, fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola mentre “Nel secco degli aranci” (Bonanni) la luna con “la camicia inargentata/ appariva stizzita e si celava” per non vedere “gli occhi neroseppia” (Spurio) di Federico che “tra mute campane e l’esilio di chitarre” (Bonanni) perdeva per sempre la sua lucentezza. E presso Fuente Grande anche “il cielo taceva,/ [e] la luna/ […] di tristezza era piena/ […] non voleva neppure/ dormire/ [perché sapeva che]/ i sogni si sarebbero smarriti/ in una notte troppo scura” (Grazia Finocchiaro). La poesia di Lorca è spiritualità ed emozione pura, ma è anche riscatto per i tanti emarginati e per questo si connota nel genere della poesia etica e sociale. La poesia civile non mira soltanto a descrivere gli accadimenti per una successiva divulgazione, ama usare le parole per dare corpo ai pensieri quale valido strumento di protesta e denuncia e il poeta civile scrive versi per contrastare quelle dinamiche sociali che spesso producono vittime e inaspriscono contrasti.

Non credete di aver questo scettro/ di limitare una terra non vostra/ come vi pare/ [sappiate che] l’aria non può essere divisa/ e l’acqua non si separa,/ né nei fondali è spartita” (Spurio), “[t]agliate questo filo spinato,/ prendetene un pezzo/ un giorno, chissà potrete venderlo/ e ricavarne guadagni” (Tolomeo). Nei componimenti “Di scisse emozioni” e “Filo spinato” con versi netti e decisi, i due autori riportano vicende sociali che hanno imbarbarito i cuori e annientato la storia.

Le “[f]iumane di genti” in fuga verso confini sigillati con muri e filo spinato a limitare la libertà di chi si allontana da “spettri e cadaveri” (Spurio). “Ma quanti muri ancora/ dovrete costruire/ nel cuore della notte”, G. Tolomeo ripercorre tracciati storici e i suoi versi evocano immagini di morte e distruzione, richiamando “[…] la colpa [che] ancora pesa/ sul cuore dell’umanità”.

Ne “Il sogno spezzato” e “Ritornato sei” R. Di Vona e L. Spurio riprendono il tema della violenza di genere sulla donna. “[F]ragile e tremante” è la figura che ci mostra la poetessa, una giovane donna che “[s]ognava l’amore/ [e] desiderava un cuore per donare il suo”, ignara del triste destino che si nascondeva “[d]ietro la siepe”. Anche “[l]a luna pallida e vibrante […]” rischiarando le trame del buio, qui simbolo del male, voleva metterla in guardia contro “[…] il gioco vigliacco che si stava compiendo”, ma poi anche il vento con i suoi lamenti aveva coperto “[…] le urla che squarciavano il cielo” (Di Vona) mentre “[…] Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti/ [e] le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” (Spurio) a tanto scempio. Qui la Natura è testimone oculare di delitti efferati, causati da “[…] indomite pulsioni/ [di] luride esistenze […]” per quei “neuroni sfatti” (Spurio) che annientano ogni tipo di etica e di morale.

A chiusura dell’intera silloge “tre dittici con tre grandi voci della nostra letteratura: il poeta e critico letterario Aldo Occhipinti ci propone un dittico con l’eclettico Gabriele d’Annunzio e un altro con il profondissimo Eugenio Montale; mentre il sottoscritto ne propone uno alla poetessa Lucia Bonanni, con il funambolico Aldo Palazzeschi” (dalla nota di Introduzione di E. Marcuccio, pp. 7-8).

In “Un dittico a caldo”, proposto da Aldo Occhipinti, il poeta, come egli stesso scrive, non vuole “fare certo il verso allo scritto originale”, ma nella pienezza emotiva e passionale, esprimere tutta la sensualità dell’attimo d’amore, un momento che fa scaturire anche l’ispirazione poetica.

Nelle più dolci ore,/ pensieri terrestri/ mirabilmente si fanno divini/ […] come la pioggia e la terra fondiamoci” (Occhipinti). “E andiam di fratta in fratta,/ or congiunti or disciolti” (d’Annunzio).

Se il primo è un “dittico a caldo”, teso a rivelare la passione amorosa, quello con Montale è un “dittico a freddo” per la profonda speculazione filosofica che esamina i versi montaliani e ne fa sorgere altri. Quindi i due dittici risultano essere opposti per suggestioni e motivazione concettuale.

Ritroviamo la parola, sicura/ di un’idea e della sua forma:/ che distingua e ridia di sé possesso/ all’individuo e all’arte la sua dea” (Occhipinti).

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe […]/e risplenda come un croco” (Montale).

Nella poesia di Montale e principalmente in «Ossi di seppia» il paesaggio-luogo è tra i nuclei tematici più cari al poeta ed esiste “da un lato l’immobilità come delirio”[8] che inchioda l’uomo e le cose al loro posto; dall’altro la speranza che ci sia “una maglia rotta nella rete dell’esistenza attraverso la quale qualcuno possa scappare”[9].

Nel proprio commento critico Occhipinti fa notare l’eredità letteraria che è stata lasciata in dote alle successive generazioni, chiamate a sublimare e redimere il crollo di fiducia e volontà per ritrovare nuovi perché in cui credere e idonei a ricostruire un pensiero che possa ritrovare la parola quale mezzo di comunicazione e costante ispirazione creativa.

E sull’onda anomala della creatività “[i]l poeta si diverte,/ pazzamente,/ smisuratamente!/ […] Cucù rurù,/ rurù cucù/ […] Non lo state a insolentire,/ lasciatelo divertire” (Palazzeschi). “Tra voli di fanfare/ [dove] un funambolo di fumo/ con stivali di velluto/ vende vento/ […] fru fru fru/ viva fifa/ vede verde” (Bonanni). Quello che propone Marcuccio è veramente un dittico funambolico, audace nella sua energia e curioso nel far vedere come si possa giocare e creare divertimento con le parole, libere nella loro libertà espressiva e compositiva.

E come scrive Michele Miano nella prefazione, parafrasando un autore a lui e a noi tutti molto caro, Umberto Saba, «“d’ogni male/ mi guarisce un bel verso”» per cui ai poeti “non resta che fare vera poesia” e a noi critici letterari “non resta che fare una critica onesta”.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 23 maggio 2016

Bibliografia di riferimento:

Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016.

Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012.

Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956.

Dino Campana, Canti Orfici, Einaudi, 2003.

Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991.

Note:

[1] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016, pp. 180.

[2] Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956, p. 82.

[3] Dino Campana, “Il canto della tenebra”, in Canti Orfici, Einaudi, 2003, p. 30.

[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012, n. 77,
p. 22.

[5] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 30.

[6] Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007, pp. 50-51.

[7] Emanuele Marcuccio, Op. cit., n. 28, p. 12.

[8] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991, p. VII.

[9] Ivi, p. 5.

Un dittico poetico per ricordare la strage di Capaci

CON LA MEMORIA RITORNO[1] 

di LUCIA BONANNI 

nel XXIV anniversario della strage di Capaci

In quel soleggiare tremendo

sulla via di Capaci

la voragine di terra

spacca la storia.

A ridosso del mare

il Monte Pellegrino è ancora

carcere e dietro le sbarre

la Legge dei giusti

tiene prigioniera.

Nella terra delle agavi

mani incallite

la conca, che prima era dorata,

arrossano di cupi misfatti.

Vorrei gridare…

ma il pianto smarrito

ancora spezza la voce.

Con la memoria ritorno

ad un biglietto

in silenzio lasciato

sulla corteccia del tuo albero

che nel tempo conserva

fronde rinverdite

e della linfa si nutre

del tuo nome

che mai morrà.

 

Lucia Bonanni, 23 maggio 2016

 

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URLO[2]

di EMANUELE MARCUCCIO 

 

Dolore e aspro dolore

orrendo negl’occhi…

pietà, giustizia…

urla… uomini prostrati,

la rabbia nei cuori,

l’ira negl’occhi…

volti piagati

di sangue grondanti

e amaro lutto

nel cuore scosso, rimosso

dal silenzio.

 

Grida di sangue

risorgono

dalla città morente,

spirito di reazione

risorge…

e affrontiamo

e ricordiamo

i morti…

e i nostri cuori

colpiti, schiantati…

 

 

Un alito di speranza

il cuore, quasi ci squarcia…

luce d’amore

c’investi, c’innalzi, ci esalti…

 

Emanuele Marcuccio, 23 maggio 2016

 

NOTA:

Entrambi i testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei due autori e con la loro autorizzazione. 

 

 

[1] Ispirata dalla lettura di “Urlo” di Emanuele Marcuccio, gli propongo il dittico a due voci. [N.d.A.]

[2] Scritta il 23 maggio 1993, per il I anniversario della strage di Capaci, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista del 23 maggio 2016. [N.d.A.]

“Munnu crudili” di E. Marcuccio con un commento di L. Bonanni

MUNNU CRUDILI[1]

POESIA IN PALERMITANO DI EMANUELE MARCUCCIO

Arrusbigghiati munnu,

arrusbigghiati ventu;

lu ventu si scatina,

lu ventu è tirannu

e dintr’i casi trasi.

Lu munnu è crudili

lu munnu è malignu

e scampu nun lassa:

purtusu ppi ricoviru

d’a povira genti.

17 novembre 2010

MONDO CRUDELE

TRADUZIONE IN ITALIANO A CURA DELL’AUTORE

Svegliati mondo,

svegliati vento;

il vento si scatena,

il vento è tiranno

ed entr’addentro le case.[1]

Il mondo è crudele,

il mondo è maligno

e scampo non lascia:

pertugio per rifugio

della povera gente.

17 novembre 2010

NOTE

[1] Con il verso “ed entr’addentro le case.” ho cercato di creare un corrispettivo sonoro del quinto verso della versione originale in siciliano, quel “e dintr’i casi trasi.” che, letteralmente si sarebbe dovuto tradurre con “e dentro le case entra” ma, se ne sarebbe perso un corrispettivo sonoro. Non ho voluto fare una semplice traduzione letterale, che è sempre un tradimento della versione originale. [N.d.A.]

[1] Entrambe le versioni sono pubblicate a pag. 25, nell’antologia di autori vari, La biblioteca d’oro. Poesie in siciliano, Unibook, 2011.

per_Munnu crudili_Grimshaw,_John_Atkinson_-_In_Peril_-_1879_1920

COMMENTO DI LUCIA BONANNI

Poesia molto concisa nella stesura, ma molto ampia nel significato. La parola chiave è “Ventu” (vento) che può essere inteso nella sua valenza plurima di figura retorica. Le anafore rafforzano molto il discorso, il verbo “arrusbigghiati” ripetuto nella sua forma di imperativo fa da introduzione esortativa e annunciativa al componimento; anche lʼarticolo “Lu” ripetuto in anafora per ben quattro volte rafforza lʼidea madre che ha dato vita alla lirica.

Lʼesortazione al mondo di svegliarsi sta a significare che è giunto il momento che il mondo inizi a guardarsi veramente intorno, che si dia finalmente una svegliata perché sono tanti e di diversa natura i mali che lo affliggono; il comando che non offre alternative, rivolto al vento è una specie di condanna per il mondo perché se non si deciderà a far cessare le brutture che lo investono, sarà il vento con la sua forza immane a portarlo lontano, avvolgendolo in un turbine di distruzione. Il vento è tiranno perché, girando per le strade, raccoglie tante brutture e, entrando dentro le case vi deposita sacchi di disagi. Questa personificazione del vento fa vedere di quante sofferenze sono investite le persone a causa di questo mondo tiranno che per la sua indole maligna obbliga alla sofferenza e non lascia scampo alcuno: ma il mondo con tutte le sue iniquità è soltanto un piccolo, minuscolo, microscopico nascondiglio dove può ripararsi la povera gente, la stessa povera gente che è costretta a subire la tirannide del mondo, esso stesso soggetto alla furia distruttrice del vento, assimilabile anche con la giustizia Divina.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 27 settembre 2015

“L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta” a cura di Lucia Bonanni

L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta

Lettura critica del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge  Anima di Poesia (2014)

Soffi leggeri di quel vento
di poesia… pervade e abbraccia
l’anima nel più profondo.
                    Emanuele Marcuccio
Mi rapisce
l’alta armonia, suprema riecheggia
immenso amor;
arte: felicità soave
che per l’ampio calle mi commuovi.
[E]roico canto, risuona!
                         Emanuele Marcuccio
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono e che non sanno ancora di conoscere. Il senso della letteratura è il senso del lavoro di un uomo  che si esprime con carta e penna. Scrivere è trasmettere sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. <Scavare un pozzo con l’ago> è un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall’uomo nella ricerca di se stesso” (Orhan Pamuk, La valigia di mio padre).
Nella segreta geometria della vita Emanuele Marcuccio è esempio di scrittore che lavora con pazienza, gioia e perseveranza, sviluppando un mondo suo personale. Egli scrive per la necessità innata di scrivere, per abitudine e per passione, scrive per trasformare la realtà, non essere dimenticato e riuscire ad essere felice. “Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura” (O. Pamuk, op. cit.) e Marcuccio ogni giorno si lascia avvolgere dalle consolazioni che gli derivano dalla pratica letteraria. La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. In questo suo percorso Marcuccio è come un Robinson  Crusoe che si perde in un’isola poetica e come un Don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento, ma si fa portavoce di libertà interiore. Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera. E parla della forza immaginaria di un’anima racchiusa dentro una cornice di versi.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

mi sembra di sognare…

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare…[1]

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900In questi versi il poeta esprime amore e trasporto emotivo verso l’arte poetica, si lascia abbracciare, si lascia vezzeggiare e ninnare dalla Musa tanto che gli sembra di vivere un sogno talmente bello che non vuol svegliarsi, ma tenere intatta la magia del momento. È una lirica pervasa di quiete, illuminata da luce soffusa e dalla “limpida meraviglia/ di un delirante fermento” e come Ungaretti anche Marcuccio scava nel proprio silenzio per trovare la parola giusta e affinare il verso.
Cultore e appassionato di musica classica, nei grandi compositori trova “riflessi di cose calme (e) una luce nasce nel suo petto” e come per Federico García Lorca, al quale ha dedicato ben quattro poesie,  le musiche di Debussy sono per lui motivo di ispirazione poetica. Nei suoi versi “Gli odori della notte/ si disperdono nell’oscurità/ [e] si assottigliano nell’immensità” oppure, come nella lirica “Bach”, le note si rincorrono a formare un’ “Architettura perfetta/ [di] armonia infinita”. Nella lirica “Gli odori della notte” le forme verbali, ben calibrate e centrate nel verso, “si disperdono”,  “si assottigliano”, “si  dileguano” sono  legate alle  forme lessicali dei complementi di luogo “nell’immensità”, “nell’oscurità”, “nell’oblio”  e fanno risaltare l’andamento musicale della lirica e danno maggior rilievo alla scelta non casuale degli aggettivi più che una partitura di parole che si muovono sul pentagramma della pagina di scrittura. Da notare in questa lirica la finezza espressiva che mette in relazione i concetti espressi dai verbi e dal lessico e che sono complementari e contrari. L’oscurità dà senso di vuoto, è dispersiva e attutisce i rumori, l’immensità dà senso d’infinito e in essa le cose divengono sempre più sottili e invisibili man mano che percorrono lo spazio cosmico.
Nella lirica “Eternità” scritta per omaggiare il poeta Nazim Ikmet, l’avverbio di luogo “oltre” è ripetuto in anafora per ben  cinque volte per dare forza al discorso poetico e rafforzare l’idea che  la poesia è comunicazione che rende più consapevoli e responsabili gli uni verso gli altri e fa scoprire umanità. La vicenda del poeta turco avvince e rammarica al contempo; i periodi di prigionia non affievoliscono la sua vena poetica, anche se gli viene negato il lapis e un pezzo di carta ed egli è costretto a trasmettere a mente i suo versi a chi si reca a fargli visita. “La mia vita si disperde in me e si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo per sempre”. Così “Oltre quel fumo,/ […] quella porta,/ […] il mare immenso,/ […] l’orizzonte sconfinato” Marcuccio pianta l’olivo della Pace e traghetta il poeta verso un nuovo domani. Il filo rosso che lega le liriche “Io sole”, “Girasoli” e “Torna l’estate” è una gamma cromatica variegata e fulgente; qui il sole assume carattere di creatura composita, è “riflessivo e meditativo” e si mostra figura dialogante mentre l’io lirico del poeta fa da narratore interno e ricorda alla luna  che lei è “sovrana/ […] nell’ampia notte” e la sua “ombra d’argento/ sovrasta la terra” mentre “il giorno è il [suo] regno” e i suoi raggi “corrono lungo/ il tempo e lo spazio”. C’è una nota di malinconia in questa trasposizione scenica in cui l’esistenza è fugace e la corsa inesausta del sole ricorda che “il tempo fugge”  e “la terra brucia” nel suo moto di rivoluzione intorno a quel dio pagano, venerato e amato fin dall’antichità.
Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato dal salino” scrive Montale e Marcuccio nei girasoli trova “bionde trasparenze” e rinviene la luce della Poesia che “ci fa poeti” e “ci illumina anche di notte”. I “riposi enormi” dell’estate sono per Marcuccio motivo di tedio e stanchezza per l’ “incessante cicaleccio” che si perde per le vie, noncurante di quel “raggio accecante” che fa delle fronde “arbusti accesi”. Ma nella stagione che addensa il clima, l’autore troverà “quel varco di cielo” e “un chiarore d’azzurro” (riprendo la felice espressione di una sua recente poesia) che sapranno mitigare il senso di calma noia che si insinua nel  suo animo e gli porta il desiderio di volare lontano e restare sereno in “altri lidi”. Le belle immagini del “raggio accecante” e degli “arbusti accesi” sono speculari e simmetriche; alla luce forte dell’uno corrisponde il fuoco cromatico dell’altro; immagini nitide per esposizione luminosa, ma per certi versi angoscianti per quel senso di solitudine evocato e che fa pensare alle distese assolate della terra siciliana. Come per i grandi musicisti Marcuccio dedica e si ispira agli scrittori che hanno fatto grande la letteratura e dalle sue letture emergono dediche ai personaggi a lui più cari. La lettura di Manzoni lo porta a scrivere versi di ammirazione per la delicata figura di Lucia Mondella e la casta bellezza della ragazza è descritta nei “capelli neri e vergognosi” e negli “occhi tremanti”; neppure i “vaghi rai fulminei” che di luce inondano la casa natale riescono a scalfire la sua purezza. Il poeta vorrebbe, e qui la voce lirica è quella di Renzo, “naufragare nell’incanto” e nel “soffio dorato del […] sorriso” di Lucia.
Jesi-14-11-2015 (1)È strabiliante vedere la capacità immedesimativa e di trasposizione empatica che Marcuccio mostra nei propri lavori e la sua poetica, che ad una prima lettura potrebbe  apparire come semplice sfogo e soltanto di genere intimista, parola per parola denota e si connota nella poesia civile per la costante  attenzione che il poeta pone al mondo circostante. Da  ciascuno dei suoi componimenti, si evince, sì, la nota intimista, ma è proprio questa il motore di tutta l’impalcatura poetica e che fa scaturire menzione oltre il sé psichico. Ecco allora che la parola si fa di seta e il verso volge la prua verso le vicende umane, gli affetti, gli amici, la bellezza della Natura e la vita nella sua realtà logica e cronologica.
Di una tenerezza infinita la dedica che apre la silloge: “Alla cara memoria di mio padre”, una memoria sacra, indelebile, cadenzata nel cuore e, impressa nell’anima. Una memoria invitta e invincibile che il poeta elabora nella lirica “Caro papà”, mettendo  a nudo la tenerezza del sentimento filiale. Sembrano quasi una nenia questi versi espressivi e concisi in cui dondola il ricordo di quell’uomo “piccolo e indifeso/ in quel letto d’ospedale”. La chiave di lettura di questo componimento sta nei due aggettivi piccolo e indifeso del primo verso e in quello che chiude la lirica “poi l’ultima… basta…!”. Proprio come un bambino piccolo l’uomo dal respiro affannato  e la mano al tatto fredda e assente, invoca la mamma a chiedere aiuto per quell’imperativo categorico che non lascia scampo. Altamente evocativo e coinvolgente il vocabolo “basta” che non necessita di altre spiegazioni perché da solo basta a lasciar intuire il significato, l’epilogo e il commiato.
Gli affetti per Marcuccio sono punto forte di riferimento del proprio vissuto e il sentimento di amicizia è per lui parte fondante delle relazioni sociali e artistiche. Non manca perciò di elaborare versi per gli amici e “Telepresenza”, “Anima di poesia”, “Supersonica”, “Il viaggio”, “Muro, che ti discosti…”, “Pensieri”, “Vento di poesia” sono i componimenti dedicati agli amici e agli autori con cui intrattiene affinità elettive, affinità che trovano accoglimento nel progetto di “Dipthycha”, ideato e curato dallo stesso Marcuccio e che quest’anno giunge al suo terzo volume. L’idea creativa del curatore dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del primo dittico realizzato nel 2010, con il suo componimento  “Telepresenza” e con “Vita parallela” della Calzolari. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “telepresenza/ frapposta da un foglio di vetro” (Marcuccio) in cui “sensazionintese di parole unite/ costituiscono mondi di umanosentire” (Calzolari). Nel teatro del web lo spettatore non ha davanti a sé la cavea, ma “un foglio di vetro impazzito” (M) e una tastiera “in realtà autentiche” (C) in cui l’individuo vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi; contenuti ascrivibili alle uguaglianze e differenze  di ciascuno e collegati fra loro da un filo rosso che li lega in circolarità empatica
La tecnica compositiva spesso usata da Marcuccio è quella del contrasto e dell’antitesi mediante la quale mette a confronto immagini, emozioni, vicende e accadimenti. Nella lirica “Punte” elabora una sinossi iconica tra la punta di un albero, probabilmente una conifera, e la punta di un iceberg. Dai rami verdi si sprigiona profumo intenso che inebria il buio della notte; al contrario un ammasso glaciale può procurare solo bufere. Ma l’espressione “la punta di in iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere// all’aurora” è da intendersi in senso metaforico, infatti fa pensare ad un dissidio interiore che scatena malessere e bufere verso una speranza nascente ovvero una circostanza non piacevole che va a scalfire idee già organizzate nella mente. Talvolta il senso di solitudine pervade l’animo del poeta che “nelle luci opache” si immagina distante e smarrito e quasi invisibile in mezzo alla gente e per mitigare il suo “agire impedito” traguarda la folla, va oltre, al di là di certi “ammassi/ informi”. “Carpe” è voce latina perentoria del suo animo che lo induce a cogliere il respiro della Musa per ritrovare in se stesso “vasti spazi di possibile” e riempire le mani di compassione e pietà per chi “espia colpa” a causa del furore di eventi nefasti. “Sibila lontano la guerra/ e giunge/ distruttiva…” (“Muro, che ti discosti…”), “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti/ che si perdono […]/ che si annullano […]/ nella rovina,/ nel pianto,/ nell’abbandono./ [E] a tutti chiedono aiuto!” (“Per i terremotati d’Abruzzo”).

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità[2]

A “Mare della Tranquillità” mi sono ispirata per scrivere “Anche l’oceano”. Nella lirica l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.
Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche”>, liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali.
Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura mentre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[3], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La poesia di Emanuele Marcuccio è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura.
È un respiro ampio di vita che “[…] ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[4].
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI), 29 novembre 2015
[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 27.
[2] Ivi, p. 38.
[3] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

Lucia Bonanni a fondo nella poetica del palermitano E. Marcuccio

TRE POESIE DI EMANUELE MARCUCCIO

Una lettura a cura di Lucia Bonanni

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900Le poesie di Emanuele Marcuccio “Mare della Tranquillità”, “Di seta” e “Per una strada” per il loro costrutto e i loro contenuti necessitano di una lettura accurata e di uno studio approfondito. Sintetiche ed essenziali nella forma come nella sintassi, sono dense di significati nascosti che occorre ricercare nello stile come nelle diverse possibilità di senso che si offrono all’analisi testuale. In tali componimenti si denotano continui richiami e rimandi ad altre liriche dell’autore in una circolarità espressiva che lega i versi, letti ed elaborati in maniera del tutto originale. Volendo stilare un’analisi comparata, c’è da dire che l’impalcatura di tali componimenti poggia su riferimenti culturali ben precisi, quelli della cultura classica secondo la quale lo stesso autore con destrezza e disinvoltura fa uso tanto degli aggettivi sostantivati e le licenze poetiche quanto delle figure retoriche, compresi gli spazi bianchi, che delle mappe concettuali e dei campi semantici. Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono «liriche “cosmiche”», liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali. Efficaci i verbi di movimento che conferiscono alla scrittura dinamismo espressivo, modalità che va a creare connessioni logiche con aggettivi e sostantivi che danno il senso dell’ampiezza e di superficie mentre altre forme portano al componimento levità, grazia e leggerezza. La matrice concettuale su cui si snodano i versi, è quella dei contrari, dell’ossimoro, della sineddoche e della metonimia in accezione quantitativa e qualitativa senza dimenticare l’apocope e le licenze poetiche. Luogo caro al poeta è la strada; la strada con le sue moltitudini e le sue solitudini, i suoi passi svelti e il suo andare silenzioso, la vucciria[1] affollata dei mercati e le voci disperse, i bordi multicolori e le fronde sfiorite. È per strada che l’autore maggiormente si sofferma ad osservare, a riflettere, a trarre ispirazione, a fermare la scintilla creativa su uno scontrino della spesa oppure in piedi su un autobus di città. “Sul selciato profondo”, “Perché la tue strade stridono luttuose”, “Per una strada d’un’alba d’autunno”, “Vecchie strade”, “Per una strada”, ma io direi anche “investe il verso” che dà quasi l’idea che il verso sia un pedone investito dalle parole in corsa, “verga/ veloce il rigo” in cui sembra vedere un passante trafelato che corre verso chissà quale meta.

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità

In “Mare della Tranquillità”[2] l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

di seta

la parola

 

di poesia

l’anima mia

 

investe il verso

e para

i colpi

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

pieno

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio
Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio

Ad apertura della lirica “Di seta” originale e ben calibrato il complemento di materia che nel dipanarsi dei versi va a confluire in quello “di poesia” in modo che la parola sia così lieve e leggera da essere di serica essenza mentre l’anima si eleva e si libra, divenendo di poesia. Ma alla stregua di un tessuto di seta la parola sa essere forte e tenace e nella sua corsa sulla pagina bianca crea il verso e riesce a parare i colpi che giungono dall’esterno. Così, onde evitare che l’ispirazione possa svanire nella modulazione dell’attimo, riempie veloce il rigo che è al contempo “leggero e pieno”; leggero perché l’anima ne è rasserenata e pieno perché le sillabe danno corpo ad ogni singolo verso. Qui la parola rigo, parte per il tutto, sta ad indicare anche il foglio bianco che talvolta incute timore mentre il verbo vergare può essere assimilato col verbo arare ed è un’azione forte, decisa, veloce, ma ferma, quella che compie la mano nel riempire il rigo di sillabe e suoni. I due aggettivi leggero e pieno, intercalati dallo spazio bianco, sembrano formare una scia spumeggiante mentre i riverberi di luce guizzano e saltellano tra uno spazio e l’altro. Con i due distici, le due terzine, e il verso formato da una sola parola, il tutto separato dalla pausa, il componimento sembra essere un sonetto caudato, rivisitato in chiave moderna. L’uso del verso isolato e formato da una sola parola, è abilità di Marcuccio che sa forgiare neologismi assonanti fino “all’invero limite” della prassi poetica anche con l’uso sapiente della lingua latina.

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l'Arno.
La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l’Arno.

Determinante nel componimento “Per una strada”[3] è l’articolo indeterminativo “un” anteposto alla parola strada. Come ho già avuto modo di scrivere, se Marcuccio avesse usato l’articolo determinativo, l’intero componimento avrebbe perso quell’aura di mistero e indeterminatezza che lo distingue e lo rende enigmatico per cui il lettore è portato perciò a domandarsi di quale strada possa trattarsi e in quale luogo la stessa strada sia collocata. Potrebbe trattarsi di una strada cittadina come di una strada di campagna, di un tratturo di montagna o di un percorso della via Francigena. Anche le fronde, come la strada, sono elemento ricorrente nella poetica di Marcuccio e in certi casi assumono una connotazione diversa dal significato intrinseco della parola. La strada è luogo privilegiato nei versi del poeta e prende le sembianze di luogo dell’anima, di spazio interiore, di topos emotivo, di cellula di identità, un sito di memorie in cui l’inconscio si muove a passo svelto, guardingo, timoroso persino di essere scoperto. Pertanto non staziona, non si adagia, non si ferma, ma continua la propria corsa verso qualcosa di indefinito e di infinito, simile ad un Kairos fuggente che neppure Cronos riesce a fermare. Dal canto suo l’autore non può far altro che prendere coscienza di questo stato aereo che sfugge e sguscia via, lontano dalla penna che vorrebbe trattenerlo sul rigo e spesso non lascia traccia del suo passaggio e alla fine “non si sa dove mai sia”. Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura metre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[4], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire, fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La sua poesia è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura. È un respiro ampio di vita che “ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[5].

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 24 settembre 2015

[1] In siciliano, confusione, baccano; dal cui termine prende nome il famoso mercato palermitano.

[2] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 38.

[3] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 77.

[4] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.

[5] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

E’ uscita l’antologia “I poeti e la crisi” a cura di Giovanni Dino

I poeti e la crisi

a cura di Giovanni Dino – Introduzione di Rita Cedrini

Fondazione Thule Cultura, Palermo, 2015

Lettera di GIOVANNI DINO

COP_poeti_crisi SETTEMBRE 2015-page-001La poesia in quanto arte può contribuire a fare qualcosa contro la crisi economica?  I poeti, come comuni mortali ma anche come uomini dotati di estro e di particolare sensibilità, possono fare qualcosa contro la crisi?    Questi sono le domande che mi pongo da alcuni anni e che solo da alcuni mesi mi hanno spinto a proporre una nuova antologia d’impegno civile.    Credo che mai come adesso sia il momento di dare la parola all’anima dei poeti perché esprimano, al riguardo, la propria visione.    Da tempo è in corso, in lentissimo e quasi invisibile stillicidio, un processo inteso a svuotarci di quegli elementi di certezza ai quali fino, fino ad ora, avevamo fatto sicuro riferimento, a principiare dal posto di lavoro a da quella, anche piccola, sicurezza economia che ne deriva e che ogni singola persona o le famiglie avevano avuto modo di procurarsi. Lo stillicidio è stato così perfettamente studiato e con raffinato acume che risulta quasi difficile credere che tutto sia stato teorizzato più di 30 anni fa da  menti diaboliche, con dottrine truccate di virtù, trovando terreno fertile in Europa e in certe politiche comunitarie. Alcuni studiosi (filosofi, economisti e ricercatori vari) dispongono di  dati e di nomi di fautori di questo piano, ma anche di nomi di politici che hanno segretamente appoggiato questa colossale truffa.    Mentre solo ora, a distanza di quasi venti anni dall’avvento dell’Euro,  è agli occhi di tutti che si siano scesi parecchi gradini all’indietro, che non se ne sia avvantaggiata la dignità dell’uomo,  che sia stato favorito l’impoverimento economico sia individuale che familiare. Fino a pochi anni fa appariva difficile accorgersi del percorso a passo di gambero che era iniziato e che ancora continua, verso lo svuotamento e l’impoverimento. Oggi è tutto leggibile da chiunque: è  vita quotidiana. Nessuno deve spiegarci che le grandi schiere di lavoratori e di pensionati, le masse  popolari, le braccia che spingono la ruota della grande macchina economica, i settori primari e secondari delle attività produttive, si trovano in ginocchio e non certo per pregare. Solo oggi ci si accorge che  un lavoratore con il suo normalissimo stipendio (di bidello, di guardia giurata, di poliziotto, di operaio edile o di fabbrica etc.),  che  fino a metà degli anni ’90 riusciva a mantenere dignitosamente la propria famiglia (con affitto o mutuo da pagare e tutto quello che potesse occorrere per il fabbisogno di una casa), oggi non riesce ad arrivare a fine mese, vivendo con la febbricitante angoscia di non farcela.     Può immaginarsi quale possa essere la situazione di quelle famiglie in cui non esiste un reddito sicuro, come uno stipendio. Si pensi ai cassintegrati, in mobilità, che stanno “come foglie in autunno sull’albero”,  pronti a perdere lavoro, buonuscite, liquidazioni. Quante sono in Italia le famiglie che vivono al limite della povertà? Mi riferisco a quelle persone e famiglie che non sono state mai povere, perché hanno potuto avvalersi di un lavoro col quale dignitosamente gestire il proprio bilancio familiare; queste, fino a meno di quindici anni fa, non avevano alcun problema poiché su quel lavoro era puntata la loro esistenza, mentre ora fanno parte del lungo elenco degli impoveriti. Quante sono in Italia le persone che vivono nello squallore più terribile percependo  modesti sussidi di povertà?    Forse non è compito del poeta occuparsi di crisi, essendo piuttosto il politico  deputato ad essere garante, portavoce e intermediario dei bisogni del popolo. Ma se il politico sonnecchia o segretamente porta al suo mulino chiare  fresche dolci acque, gli intellettuali che fanno? Forse le problematiche della crisi vanno combattute con le grida della contestazione, con petizioni  o con i ragionamenti filosofici o con i colori, con la musica, con il cinema, con i quali si riesce meglio a coinvolgere e istruire meglio le masse. Se nessuno fa qualcosa di concreto contro la crisi è meglio per il poeta tacere o intervenire? E allora è meglio “esprimersi e morire, vivere o rimanere inespressi” (prendo in prestito una famosa frase di Pier Paolo Pasolini). Di sicuro non  sarà la poesia a debellare la corruzione, il ladrocinio cannibale dei nostri politici ed amministratori o a fermare le grandi potenze internazionali che hanno stravolto e corrotto gli equilibri dell’economia mondiale e della nostra Nazione,  ma è certo che la voce del poeta,  attraverso il suo intervento anche di  pochi versi,  non sarà del tutto inutile.    Concepisco quest’antologia d’impegno civile come un implicito manifesto di protesta, ma anche e soprattutto come un messaggio di speranza per il cambiamento Una lotta  fatta con una pacifica e democratica ribellione, un documento di denuncia, una coraggiosa testimonianza di civiltà, di  democrazia e di cultura, in cui vengono rivendicati i diritti  a una vita vivibile  a misura umana, secondo categoria d’appartenenza e delle leggi della democrazia e del buon vivere.  Un’operazione culturale per poeti desti e coraggiosi, che possa intervenire significativamente, con l’incisività dell’espressione artistica, per suggerire possibili soluzioni ai così gravi  problemi del presente.

Poeti antologizzati: Ennio Abate, Massimo Acciai, Nino Agnello,  Domenico Alvino, Filippo  Amadei,  Giovanni Amodio, Brandisio  Andolfi,  Amedeo  Anelli,  Sandro  Angelucci, Cristina  Annino,  Lucianna  Argentino, Vincenzo  Arnone,   Andrea   Barbazza,  Antonella   Barina,  Arnaldo  Baroffio,   Maurizio Barracano,  Mariella Bettarini,  Gabriella  Bianchi,  Donatella Bisutti,  Rino Bizzarro, Silvana  Blandino,  Paola  Bonetti,  Anna Maria Bonfiglio, Marisa Brecciaroli, Lia  Bronzi,   Ferruccio Brugnaro,  Luigi Bufalino, Franco  Campegiani,  Caterina   Camporesi,  Maria  Cannarella,  Domenico Cara,   Maria Licia Cardillo in Di Prima,  Mariella Caruso, Franco Casadei,  Maria Gisella  Catuogno,   Augusto  Cavadi,  Viviane   Ciampi,  Grazia  Cianetti, Domenico  Cipriano,   Pietro Civitareale,  Carmelo Consoli,  Anna Maria  Curci,   Salvatore D’Ambrosio,   Antonio  De Marchi Gherini, Jole  de Pinto, Luigi De Rosa,  Marco Ignazio de Santis,  Adele  Desideri,   Rosaria  Di Donato,  Felice  Di Giacomo,    Carmelo Di Stefano,  Emilio  Diedo,  Giovanni Dino, Angela  Donna, Antonella Doria,  Gianfranco  Draghi,  Germana Duca, Pasquale Emanuele,  Gio  Ferri,  Giovanni  Fighera,   Luigi Fioravanti,  Zaccaria  Gallo,  Sonia  Gardini,  Serenella Gatti Linares, Daniele  Giancane,  Mariateresa Giani, Eugenio Giannone, Filippo Giordano, Agnese  Girlanda, Elio Giunta, Enza Giurdanella, Grazia  Godio,   Eugenio  Grandinetti, Maria Luisa  Gravina,   Francesco Graziano, Diego Guadagnino, Gianni  Ianuale   Alfio  Inserra,   Carmine   Iossa,   Gianfranco Isetta, Giuseppe  La Delfa, Stefania La Via,  Giuliano Ladolfi,   Alessio  Laterza,  Enrico Mario  Lazzarin,  Maria Grazia Lenisa, Maria Lenti, Aldino  Leoni,  Giacomo Leronni,  Salvatore Li Bassi, Nicola  Licciardello,  Stefano Lo Cicero, Gianmario Lucini,  Francesca  Luzzio,  Mauro  Macario,  Annalisa  Macchia, Marco Giovanni Mario  Maggi, Roberto Maggiani,  Gabriella  Maleti,  Angelo  Manitta,  Nunzio  Marotti,  Sara  Martello,  Viviana  Mattiussi, Vito Mauro, Senzio Mazza,  Anita Menegozzo, Alda Merini, Giancarlo Micheli, Alena Milesi, Ester  Monachino,  Marina  Montagnini, Ardea Montebelli, Alberto Mori, Maria Pia Moschini, Lorenzo Mullon, Antonio  Nesci, Clara Nistri,  Sergio Notario, Guido Oldani, Claudio Pagelli,  Giacomo Panicucci, Nazario  Pardini, Ezio Partesana,  Guido Passini, Edoardo Penoncini, Guglielmo Peralta, Rosanna Perozzo, Mariacristina Pianta,  Andrea Piccinelli, Laura Pierdicchi, Domenico Pisana, Marina Pizzi, Giorgia Pollastri, Paolo Polvani, Davide  Puccini,  Paolo Ragni, Alessandro Ramberti, Enzo Rega, Gianni Rescigno,  Flora Restivo, Alain Rivière, Nicola Romano, Mario Rondi, Angelo Rosato, Ottavio Rossani, Ciro Rossi, Pietro Roversi, Stefano Rovinetti Brazzi, Marcella Saggese, Anna Santoliquido, Loredana Savelli, Marco Scalabrino, Maria Teresa Santalucia Scibona, Antonio Scommegna, Liliana Semilia, Giancarlo Serafino, Luciano Somma, Italo Spada,  Antonio Spagnuolo, Santino Spartà, Marzia Spinelli, Lorenzo Spurio, Fausta Squatriti, Gian Piero Stefanoni, Anna Maria Tamburini, Luigi Tribaudino, Carmela Tuccari, Luca Tumminello, Adam Vaccaro, Mario Varesi, Anna Ventura,  Emanuele Verdura, Anna  Vincitorio, Ciro Vitiello,  Fabrizio Zaccarini, Carla Zancanaro, Adalgisa Zanotto,  Guido Zavanone,  Lucio Zinna

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