Il recital “Idiomi poetici” della Ass. Culturale Euterpe alla Real Fonderia (Palermo) il 24 giugno

Sabato 24 giugno a partire dalle 17 presso la Real Fonderia Oretea a Palermo (alla Cala) si terrà il reading poetico “Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi” ideato e promosso dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN). L’evento, sostenuto moralmente dal Comune di Palermo e dalla Regione Siciliana, sarà impreziosito dagli interventi musicali del “Laboratorio Musica Insieme” del Liceo Musicale Regina Margherita di Palermo. Il detto istituto, assieme alla Libreria Spazio Cultura di Palermo hanno deciso di aderire quali enti che collaborano alla iniziativa poetica.

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L’esterno della Real Fonderia a Palermo

La serata poetica sarà introdotta e condotta dal dr. Lorenzo Spurio, poeta e critico letterario nonché Presidente della Associazione Culturale Euterpe, organizzatore assieme ai poeti Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio ed Emanuela Inglima nell’anno passato di un altro reading poetico tenutosi presso la Sala delle Carrozze di Villa Niscemi.

Parteciperanno i poeti: Angelo Abbate, Elvio Angeletti, Giuseppe Barcellona, Antonio Barracato, Angelica Camassa, Luigi Pio Carmina, Melchiorre Carrara, Maria Salvatrice Chiarello, Rosa Maria Chiarello, Annalena Cimino, Giuseppe D’Agrusa, Bartolomeo Errera, Pierangela Fleri, Salvatore Greco, Giuseppe La Rocca, Rosaria Lo Bono, Stefano Lo Cicero, Francesca Luzzio, Gabriella Maggio, Emanuele Marcuccio, Giovanni Mattaliano, Emilia Merenda, Maria Elena Mignosi Picone, Pietro Mistretta, Antonella Montalbano, Maria Rita Orlando, Franco Pastore, Guglielmo Peralta, Cinzia Pitingaro, Giovanna Pizzo, Luciana Raggi, Gianluigi Redaelli, Teresa Riccobono, Maria Antonietta Sansalone, Alfredo Sant’Angelo, Eleonora Scarpitta, Antonino Schiera, Lorenzo Spurio, Lucia Triolo, Marco Vaira.

L’incontro culturale è liberamente aperto al pubblico.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

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“Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi” Reading poetico a Palermo il 24 giugno: come partecipare

READING POETICO

“IDIOMI POETICI: VERSI DELL’ANIMA ED ECHI”

Organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe

      REAL FONDERIA ORETEA – Palermo,  24 Giugno 2017

(Scadenza invio partecipazione: 11 Giugno 2017)

 

Immagine.jpgL’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale del Comune di Palermo e della Regione Siciliana, come avvenuto negli anni passati per mezzo dell’omonima rivista di letteratura, organizza per la data di sabato 24 giugno alle ore 17:00 il reading poetico dal titolo “Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi”. L’evento si terrà a Palermo presso gli spazi della Real Fonderia Oretea alla Cala (Piazza Fonderia). Alla serata di letture poetiche potranno intervenire i soli poeti che avranno inviato la loro partecipazione secondo il regolamento che segue.

  • Si partecipa con un unico testo poetico inedito a tema libero.
  • È possibile partecipare con testi in lingua o in dialetto.
  • È richiesta la presenza fisica all’evento, momento nel quale la poesia sarà letta dal rispettivo autore o eventuale altro lettore nel caso l’autore non si senta di leggerlo lui/lei stesso.
  • L’organizzazione non accetterà deleghe di lettura di poeti fisicamente assenti.
  • La partecipazione è gratuita e la serata di letture, intervallata da brani musicali, sarà aperta al pubblico che potrà assistere in vesti di ascoltatore.

Per partecipare è richiesto l’invio a mezzo posta elettronica indicando quale oggetto “Reading poetico Palermo” all’indirizzo ass.culturale.euterpe@gmail.com entro e non oltre l’11 Giugno 2017 del seguente materiale:

La mancanza di uno dei due materiali richiesti comporterà l’esclusione dalla partecipazione del reading.

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Lo spazio della Fonderia Oretea (alla Cala) a Palermo

Seguirà eventuale elenco di poeti partecipanti e la richiesta di invio dell’autodichiarazione sui propri testi da consegnare all’Ufficio Siae competente.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

“Circus” di Santi Geraci, prefazione di Francesca Luzzio

Circus di Santi Geraci

Prefazione di Francesca Luzzio

circus-325506.gifLa silloge poetica Cirus di Santi Geraci (Genesi, Torino, 2016) si divide in tre sezioni che come tessere di mosaico si combinano insieme a definire la forma e il contenuto della nuova poesia dell’autore; nuova, non solo perché successiva alle due precedenti, ma soprattutto perché rispetto a queste ultime essa si distingue per la  lingua  e in parte per il contenuto. Relativamente alla lingua è da rilevare l’abbandono del dialetto siciliano e l’uso dell’italiano che ovviamente non avvalora la qualità artistica della sua poesia, ma segna semplicemente una scelta espressiva, indica il mutamento del contenitore di un’essenza tematica che in parte resta immutata, in parte tende ad esprimere un acutizzarsi di pessimismo esistenziale e storico-sociale, che, pur presente nelle sillogi precedenti, non sembrava tuttavia spegnere un alone di speranza.                                

Il titolo, Circus, è il nome con il quale Pablo Picasso titola una serie di quadri dedicati all’attività circense e tra questi il quadro riprodotto in copertina. Tale scelta non è occasionale poiché rileva il nucleo semantico di tutta l’opera:  il sentirsi acrobata,  funambolo nel percosso  della vita e, se per Montale vivere è camminare lungo “una muraglia/che ha in cima cocci acuti di bottiglia” (da “Mereggiare pallido e assorto”, in Ossi di seppia), per Santi Geraci, come si evince dalle numerose occorrenze sparse nelle poesie delle tre sezioni, è un camminare come gli acrobati lungo un filo su cui è difficile mantenere l’equilibrio e non cadere,  sicché , come nel poeta genovese, non solo i versi, ma anche il quadro di Picasso riprodotto in copertina, diventano “correlativi oggettivi” dell’impossibilità o difficoltà a mantenere l’equilibrio, a trovare una direzione, uno scopo che dia senso e certezza ai nostri giorni.

Nella prima sezione, Memoriale da Procida, l’IO sente la bellezza della vita, metaforicamente considerata “una pesca da mordere”, ma è consapevole anche che essa è come “una scala interminabile”(in “Anche oggi” ) e difficile da salire,  per le difficoltà che si possono incontrare nella ricerca della propria identità e le difficoltà possono diventare sofferenza al punto da indurlo a chiedere disperato aiuto: “Il mio cuore è colmo/di terra e di sale/Chi nutrirà/il suo silenzio, la sua vocazione/Chi berrà la sua meraviglia,/la sua mutazione?” (in “Il mio cuore è colmo”).

Il mare, il porto e soprattutto il bisogno di approdo sono le metaforiche realtà e il desiderio concreto che il poeta, novello Ulisse, esprime nei versi  e Procida, l’isola incantata che, grazie a Circe e alle Sirene,  genera un incanto naturale, è fautrice del suo “estro vagabondo”che “strappa flauti  al caos del mondo”  (in “Ode all’isola”), è l’ambiente che meglio  riesce a fargli poeticamente esprimere il suo bisogno di approdo, che possa consentirgli di vivere un simbiotico incontro dell’io con la natura e della natura con l’io: “ed il mio cuore di fuoco/si confonde senza pudore/col mare e col cosmo (in Unico eroe superstite). Questa unione purtroppo  onirica, ma panica con la natura per cui il poeta vibra della sua vita  e la natura della vita di lui,  fa sì che anche nella fusione fisica con la sua donna, questa veda nel poeta-amante il rivelatore dei misteri della natura: “Mi chiedi/un sorriso di mare maturo…/Mi chiedi/perché il vento spira/…se in porti sperduti/cantano ancora sirene/…, ma mentre il corpo del poeta “si è fuso/come pane e vino” con quello dell’amata  (in “Profondamente muto”), il suo cuore, la sua anima rimangono muti, rivelando con il loro silenzio l’amara consapevolezza dell’indecifrabile mistero della vita cosmica. La lirica “Il mare” esprime ulteriormente tale consapevolezza, infatti esso è cantato come un immenso incunabolo in cui storia ed umanità, nel positivo e nel negativo che li caratterizzano, vivono, naufragano e si perdono in una sorta di caos universale, quale il mare “enigma degli enigmi,/libro dei libri”, in effetti è.                                                        

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Santi Geraci, autore del libro

Per quanto riguarda lo stile il poeta adotta in genere una scrittura metaforica  e si offre al lettore ancora come un novello Ulisse che viaggia nei meandri della memoria,delle emozioni, delle personali convinzioni per offrirle al lettore travestiti da simboli in genere naturalistici (“Il mio cuore è colmo/di terra e di sale”, in Il mio cuore è colmo; La notte…. \ È la tempesta che squarcia/il fegato di un poeta maledetto,/…, in “La notte”) che vivono e palpitano dello stesso sentire dell’artista. Rilevante inoltre è la tendenza anaforica che induce il poeta  a riproporre come in una filastrocca o in una  canzone l’incipit identico di strofe o versi, quasi un martellante riproporsi di azioni, atteggiamenti, paragoni, etc. (“Voce che sembra/un’anfora …/Voce di terra invasa/Voce che ricorda/…/ Voce di grotta…, in “La tua voce”) in una crescente e diversificata metaforizzazione del sentire. Rime, anafore, ma anche epifore amplificano la musicalità  che nel fluttuare del ritmo dei versi di diversa lunghezza tendono a creare una variante sinfonia. Le stesse caratteristiche formali si rivelano anche nelle due altre sezioni,dove la metaforizzazione tende ad accentuarsi, sino a rendere  quasi ermetica, la semantica di qualche lirica, anche se il pathos dell’ispirazione emerge sempre e comunque.               

La seconda sezione, I luoghi della memoria, è  un flashback, un tuffo nel passato, più o meno remoto. Così con malinconia  il poeta torna “al prode sole ruggente sui nespoli, torna, torna sempre” (in “Torno”) alle sue radici “tra i limoni e il grano” dove ha trascorso i suoi primi  anni “udendo lungimiranti sinfonie d’usignoli e di sassi” (in “Radici”). Ma la memoria non è legata esclusivamente ai luoghi dell’infanzia, infatti espandendo l’orizzonte delle sue considerazioni  dall’ego all’humanitas, torna anche a ricordare la tragedia dei migranti a Lampedusa, torna a riconsiderare la vita di Alda Merini e a rilevare l’affinità della loro condizione di artisti incompresi, così come torna a riflettere sull’assenza di senso dell’essere e del vivere per cui siamo “come pesci che galleggiano nella storia” (in “Il destino dei pesci”); forse la condizione migliore la vivono i pazzi che nell’estraniarsi dal mondo reale vivono dimensioni altre: bevono l’infinito. Così il poeta vuole vivere la loro condizione e scende nel pozzo dei pozzi, dove i pazzi “disegnano le farfalle/ pregano le fate/dove gemono i pupazzi/dove pescano i pagliacci/…”( in “Il pozzo dei pozzi”). Come si evince dai pochi versi citati, il poeta quasi a rendere omologa la forma al contenuto (“tal contenuto, tal forma “, sosteneva  F. De Sanctis) gioca con le parole, creando una sorta di omofonia espressiva, attraverso ripetizioni, anafore, rime ed assonanze.                   

L’ultima sezione ha un titolo originale, un neologismo, inventato dall’autore Ancoraria ,ossia ancora aria. Qui il metaforismo e il procedere anaforico è ancora più intenso e talvolta l’oscurità espressiva è davvero ermetica. Ciò è spesso legato all’acuirsi del pessimismo del poeta  che ormai è sfiduciato anche nei confronti della poesia e della parole, incapaci di esprimere ormai anche la vitale e consustanziale unità del poeta con la natura, pertanto rivolgendosi ad esse il poeta afferma che ormai camminano “a testa bassa/come manichini di neve” (In “Voi non dite più”), d’altronde non c’è più niente da cantare, non esistono più valori, sogni, fantasia, amore  e  pertanto “nessuno contava più le pecorelle/prima di andare a nanna/… nessuno faceva più l’inchino/ al passaggio di una donna/…, nessuno seguiva più il tragitto/ di una formica o di una gazza” (in “La festa di nessuno”), l’umanità è diventata ottusa, è incapace d’immaginare e di vedere, non sa più apprezzare il “richiamo dolce e seducente” del circo (in “Viva il circo”), non vuole più essere acrobata della vita, affrontando i rischi e le pene del vivere che anche l’impegno più costante non riesce ad evitare; l’uomo oggi  corre frenetico verso il successo , gli affari e non vive il tempo come andrebbe vissuto, pertanto al poeta non resta altro che pregare: “ Pregherò/perché i bimbi di tutto il mondo/brillino sempre come soli nella tenebra/… Perché l’amore espanda/gli immortali orizzonti dell’universo/…. Pregherò, pregherò…/non finirò mai di pregare (in “Pregherò”).

Francesca Luzzio

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016

Lucia Bonanni su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 3 di Emanuele Marcuccio[1]

a cura di Lucia Bonanni 

È questa corrispondenza il motore, il fulcro di questi particolari dittici, tra le diverse voci di due poeti, i quali non cercano di imitarsi a vicenda, ma rimangono fedeli, ognuno al proprio modo di poetare.  (Emanuele Marcuccio)

E alla poesia come a tutta l’arte si ricorre per sentire un accenno di umanità, di fraternità, di dolore, ma anche speranza e fede, comprensione e amore […].  (Michele Miano)

[G]li autori in dittico sembrano quasi tenersi leggiadramente per mano, scanzonati, […] per poi unirsi agli altri in un girotondo, che poi è il girotondo dell’Anima.  (Lorenzo Spurio)

In un tempo in cui l’incapacità di stare con noi stessi condiziona le scelte individuali e i valori in cui credere, l’arte creativa è necessità, attenzione, equilibrio interiore, sollievo e terapia. Ritrovarsi in un’unica ed armonica identità, stringere mani simbolicamente, applaudire, esultare, provare emozioni, abbracciare una policromia di voci è momento eccelso di interazione sociale in cui la comunicazione offre contatti privilegiati.

Dipthycha 3_original cover_front_900.jpgIn questa raccolta antologica, unica nel suo genere e nella sua valenza concettuale, sono confluite decine di liriche a confermare la validità del progetto ideato da Emanuele Marcuccio per rispondere a chi in tono distaccato e pessimista chiede se è ancora possibile la poesia. Anche per questo la lettura di ciascun dittico apre processi dinamici che fanno accedere alle emozioni di ciascun autore. Diversamente dai primi due, in questo terzo volume i poeti oltre a dialogare in simbiosi con Marcuccio, si ritrovano in “[a]ltre dittiche corrispondenze” proposte dal curatore e dalle voci poetiche dei partecipanti e non mancano le corrispondenze affini con grandi nomi della letteratura.

“Il poeta è l’uomo che vive di coraggio” scrive Salvatore Quasimodo e il coraggio dimostrato da Marcuccio si identifica con l’amore incondizionato che egli dimostra verso la poesia. Forte di una robusta preparazione culturale e dotato di grande onestà morale e intellettuale e animo disposto al bene e all’accoglienza, al pari di un “incantato pigmalione” e “grande demiurgo” Marcuccio individua e crea legami empatici, portando in superficie realtà inattese di “umanosentire”. A me che abito in terre medicee piace nominare Marcuccio quale Magnifico poeta, un mecenate che ama circondarsi di artisti per allacciare affinità elettive e donare soffi di anima a chi come lui ha fatto delle lettere ragione di vita.

«Anche la poesia costituisce un valore sociale: dovrebbe essere certo, ma valore poco tangibile, assai meno della pittura, del cinema, del romanzo. Una società come la nostra che volete che se ne faccia?» dichiara e ammonisce Mario Luzi (1914 – 2005). Quindi la sfida letteraria del curatore consiste proprio in questo suo voler andare incontro ad una realtà frammentaria e rendere alla poesia la giusta espressione di valenza sociale, trasportando il canto poetico in una dimensione collettiva e maggiormente umana, “il tutto amalgamato sapientemente da Marcuccio in un grande e ideale abbraccio fraterno nei confronti dell’umanità intera” (dalla prefazione di Michele Miano) e “l’operazione [da lui] svolta, democratica e ampia, si inserisce in un procedimento letterario assai onesto” (dalla postfazione di Lorenzo Spurio). E dato che, come tiene a sottolineare lo stesso Marcuccio, “il tema comune, da solo, non fa un dittico a due voci, ci vuole altro, sarebbe troppo facile”, mi sembra doveroso, se non opportuno, enunciare di volta in volta i vari nuclei tematici su cui si imperniano i diversi generi di poesia presentati poi in dittico da Marcuccio. I ricordi, gli affetti e l’amore, i poeti e la poesia, gli animali e l’ambiente, le profonde riflessioni e il silenzio, ed ancora le espressioni intimiste e quelle sociali pongono in evidenza i contenuti di questo manufatto tanto originale nella sua ideazione e proprio come in un dittico pittorico fanno da cerniera per quelle affinità empatiche tra i vari autori che nella maggior parte dei casi non si conoscono neppure di presenza.

Ti porto con me/ nel brio del vento,/ che tu possa restare/ per sempre nel tempo” è la dichiarazione d’amore di Teocleziano Degli Ugonotti che oltre alla persona amata, per una diversa interpretazione di senso, potrebbe essere rivolta anche alla Poesia. “Come gardenia/ All’occhiello…/ Ti portai con me” risponde in dittica presenza Giusy Tolomeo mentre in “poetica consanguineità” Aldo Occhipinti propone un “dittico a caldo” con il d’Annunzio de “La pioggia nel pineto”, esprimendo tutta la passione amorosa che avvince il suo animo, “Noi a null’altro dobbiamo pensare,/ adesso:/ a null’altro che Amare”. Ed ancora Daniela Ferraro e Marcuccio allietano con un “Canto d’amore” in cui il sentimento si intreccia con elementi dell’ambiente, facendo risaltare “labbra di velluto” e “sospirosi ardori”. E qui mi piace riprendere le «Quartine» di Omar Khayyâm (1073 – 1126) in cui il poeta persiano esprime non solo gioia e dolcezza, ma anche misticità e immediatezza lirica: «Quando sono sobrio, la Gioia mi è velata e nascosta/ quando sono ebbro, perde ogni coscienza la mente»[2] a dire che il sentimento d’amore come il vino annebbia i sensi e fa perdere coscienza di sé, quando la passione arde il cuore e la mente.

Riflettere su disagi e dilemmi porta a cercare conforto nelle varie espressioni del creato ed allora un filo d’erba, una piccola foglia, un animaletto, il brillio delle stelle mentre “ricolme d’anni/ passano/ le ore” (Marcuccio) e lacrime di commozione solcano il viso per un tramonto arrossato che di fuoco incendia il cielo e “[s]orsi di piena sera/ gocciano nenie” (Silvia Calzolari), il cuore trova dimora “[l]à dove un pianto diventa sorriso” (Rosalba Di Vona) e l’anima assetata di quiete raccoglie “colori e rugiada/ [in quel] dedalo che lacera/ l’ultimo spicchio di luna” (Maria Rita Massetti) e dinanzi a lei “[s]i apre tutto un mondo” (Marcuccio) di canti e di suoni.

Talvolta “rughe di pensieri” (Antonella Monti) si insinuano talmente nel tessuto dei giorni da far desiderare di lasciare tutto e fuggire lontano, anche da se stessi per ritrovarsi “a pochi giri dal sole” (Monti) e nel ceruleo di “quel varco di cielo/ [acquerellato di]/ un chiarore d’azzurro/ [che affanno e]/ il tedio estivo/ scolora” (Marcuccio).

Il viaggio e l’erranza, il bisogno di fuggire, l’evasione, il presagio, il ritorno, il distacco dal mondo e da se stessi sono i temi che da sempre hanno avvinto l’animo dei poeti, specialmente di quelli più “strambi e diversi” come ad esempio poteva essere Dino Campana il cui unico punto di riferimento era la poesia che forse è proprio quel “musico cuore” giusto come amava definirlo Sibilla “l’errante”, che lo amò di più.

«La luce del crepuscolo si attenua:/ inquieti spiriti sia dolce la tenebra»[3]. Uno dei temi ricorrenti nella poetica di Campana è la notte, la notte con i suoi silenzi cupi, le finestre rischiarate da “luci opache”, le voci smorzate, i respiri sommessi e “buio pesto/ [che] vapora/ nelle nebbie” (Marcuccio) e “[…] non attende/ necessariamente/ La notte/ Ma la luce attende/ ansiosamente” con le sue “Stelle sul mare” e i suoi “Giochi d’artificio” proprio come ci dicono i versi di Luigi Pio Carmina. Un altro tema ricorrente nella poetica del marradese è lo scorcio e il porticese Ciro Imperato nella lirica “Quei vicoli” sembra quasi ricalcare le immagini di Campana “le anime, tormentate bruciano/ e ingannandosi del ver non vero,/ lente sviano tra i vicoli notturni”. Alla solitudine dei vicoli fa eco uno “[…] sguardo smarrito/ [e un’]agire impedito” (Marcuccio) che guarda oltre la folla, la oltrepassa senza farsi notare e rimanendo invisibile in mezzo alla moltitudine.

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Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio ideatore e curatore diel progetto poetico-antologico “Dipthycha”

Il tema dell’acqua come quello dei colori ed anche della musica erano nuclei tematici assai cari a Federico García Lorca che ne faceva metafora di vissuti e accadimenti non sempre felici come ad esempio la morte per acqua. In questa raccolta il richiamo all’elemento liquido è contemplato in più componimenti. Nella lirica “Mare Innocente” Francesca Luzzio descrive il “destino infame” di tante povere ombre che “sulle creste delle onde/ […] lente sussurrano nomi”; sono i nomi di poveri migranti incatenati sotto la “coperta azzurra” di un “mare sereno e azzurro” che nella sua calma apparente sembra essere indifferente anche al gracchiare dei gabbiani. Il mare “fondo fondo” (Marcuccio) con i suoi orizzonti velati, le onde che si perdono sulla scogliera, tra “[…] le ruote dentate delle acque” (Lucia Bonanni) rapisce e ingoia flebili voci di bambini innocenti. “Nelle […] acque sparisce il tempo/ la speranza s’annida”, quella che Maria Rita Massetti rivolge al mare, è un’invocazione alla quiete, a frenare le onde selvagge per lasciare al salso respiro per respirare “sale e sole” -molto bello questo bisticcio fonico- e poter raccontare “di arcani mai dimenticati”. Giusy Tolomeo ci dice che il mare dialoga col fiume che alla foce giunge da lontano, che scava la roccia e attraversa monti e vallate. Qui il fiume è inteso nella sua immagine di vita che scorre e fluisce per perdersi “[…] dove le dolci acque diventano salmastre” (Di Vona), dove “[…] le onde si rincorrono/ […] e le luci si disperdono” (Marcuccio) [e] “la sabbia si fonde con il cielo” (Di Vona).

Molteplici gli argomenti e i rimandi agli archetipi che si allacciano in questa silloge di forti corrispondenze empatiche e dove “[o]gnuno, per sua natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé […][4]

Conoscere se stessi è impresa ardua ancor più che conoscere il mondo circostante in tutte le sue sfumature. Scendere nell’inferno di noi stessi per ritrovare l’Euridice del nostro essere, equivale al viaggio agli inferi intrapreso dagli eroi delle opere classiche. È sempre “[l]a corsa folle incontro alla vita” (Giovanni Nives Sinigaglia) che crea vuoti incolmabili per quelle ferite spesso procurate da un “grande immortale ruggir”(Marcuccio) che non permette di rinvenire il proprio sé negli altri. Ma per ritrovare se stessi “[q]uando il cuore pesa” (Sinigaglia) e le lacrime sciabordano dagli occhi, occorre “[l]ibrarsi, alzarsi” (Marcuccio) oltre le contingenze del vivere e con sguardo limpido guardare alla bellezza del Creato. Nelle liriche “Cuore” e “In volo” echeggiano i versi di Joyce Lussu (1912 – 1998) che esorta a riferirsi alle bellezze della Natura, quando il dolore si insinua e opprime l’animo.

Talvolta in “rugosi pensieri” (Ferraro) i ricordi aggallano alla mente e allora “[f]reme d’intorno un andare” (Marcuccio) mentre le ombre si dilatano nell’oscurità del dolore e “nel riposto cortile” (Ferraro) anche il tiglio perde la fragranza dei fiori. “Silenzio/ che ascolti il mio silenzio/ disturbato dai battiti del mio cuore/ e dal mio respiro” (Maria Chiarello), “Indietro non andar,/ rimani e odi il silenzio,/ che fugge via come il pensiero” (Marcuccio). Nei componimenti “Silenzio” e “Picchi di silenzio” i due poeti riflettono sulla necessità del silenzio allorché il pensiero si volge in parole e nel deserto dei giorni l’anima cerca oasi di speranza. Il silenzio è essere animato che grida, canta, piange, chiede perché e lascia che le lacrime possano finalmente trovare la libertà sperata.

«[I]l primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi [in cui il Poverello] loda Dio attraverso tutte le sue creature»[5] e come in Dipthycha 2 in cui era celebrato il barbagianni, anche in Dipthycha 3 non poteva mancare il riferimento agli animali anche nel rimando ideale alla predica agli uccelli da parte del santo Francesco. “Sopito il tuo volo/ al mio davanzale./ […] Pettirosso,/ impavido di voli impensabili” (Sinigaglia), “Nel silenzio/ ignaro d’esistenze/ […] Gli sguardi/ rappresi tesi/ d’indicibile” (Calzolari). Il Poverello era uomo dello spirito, un fondatore di comunità e non cercava la presenza di Dio ai margini del vivere, ma nel cuore stesso della vita tra amor benevolo e caritas profonda. “Tenendoci per mano, con le corrispondenze del cuore, se segnano itinerari che non si smarriscono, noi possiamo dare un sole all’altro sole”[6].

Giorgia Catalano esterna e canta tutto il suo afflato di madre per “[…] quegli adorati diamanti” che rendono preziosa la sua vita: “Se potessi…/ cambierei le carte/ della vita/ […] Insinuerei nel vostro cuore,/ il sorriso d’un vero amore”. Come donna e madre Giorgia dona luce solare ad altri soli e nel suo prodigarsi infinito si auspica che il cuore dei suoi figli sia sempre allietato dalla gioia che solo un amore vero sa portare.

Il tuo amare è aria del destino/ tenero germoglio di perdono/ avvolgente profumo di casa”. Nei versi di Grazia Tagliente la “Donna” è “artefice di vita” che moltiplica i propri frutti “con ventre e seno” e in ogni momento della vita devono sempre ricevere baci le sue mani “dure nelle fatiche, morbide nelle carezze”. L’autrice sembra esortare la donna, “zelante colonna” ad abbracciare il mondo, bisognoso di pensieri illuminati e carezzevoli abbracci perché “il tempo trasforma,/ abbraccia, racconta il mistero” (Massetti).

Già conoscevo la passione di Marcuccio per la musica classica e adesso dalle note biografiche leggo che Teocleziano Degli Ugonotti oltre che tenore leggero è anche studioso e cultore di Musica Antica e Barocca e che Giusy Tolomeo esprime la propria passione per la musica con lo studio del pianoforte e la collezione di dischi di musica jazz. Quindi in questa raccolta non potevano non essere presenti versi dedicati al canto e alla musica nonché ai personaggi creati dai grandi musicisti nelle loro partiture d’opera. “Drammatico è l’epilogo/ quando, nel gesto estremo,/ delle mura lo spalto offre unico/ trionfo d’amore risolto in una fine”. Maria Palumbo ci parla di Tosca, la protagonista femminile dell’opera di Giacomo Puccini (1858 – 1924) su libretto di Giacosa, che si getta dalle mura di Castel sant’Angelo dopo la fucilazione di Mario. Silvia Calzolari si chiede “Cosa resta di Tosca…”, però nel suo dire quel che resta dell’infelice donna sono soltanto “[…] mura lontane/ d’allaga(n)ti ricordi/ a sfioro di vicini schianti/ mano nella mano”.

Ad acquietare l’animo e sublimare la commozione dopo la lettura di questi versi, come scrive Giorgio Milanese, c’è l’immagine di una baita di montagna dove “[s]’illumina il focolare,/ [e] s’approntano le sedie,/ [mentre] il fuoco scoppietta allegro/ […] odor di muschio regna/ [e] la tavola imbandita,/ dà senso di calore”. Fuori fa freddo. Nevica. E la neve “[c]andida/ manti erbosi/ ricopre./ Soffice, pulita/ piove dal cielo,/ posa il suo viso/ leggera/ com’una carezza/ […] di sera” (Catalano).

Il poeta è un uomo né migliore né peggiore degli altri, che sa guardare la realtà con occhi diversi, che gioca con le parole, che coglie il mistero delle cose e sa emozionare.

«La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita»[7]. Senza ispirazione il componimento poetico risulta arido esercizio di stile in quanto l’ispirazione è quel fuoco che si alimenta di sogni e ricordi, di emozioni e fantasia.

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Collage grafico contenente le cover dei tre volumi del progetto “Dipthycha” curato da Emanuele Marcuccio di cui è in lavorazione il quarto volume

I poeti, incalliti sognatori,/ sempre con matasse di pensieri gitani” (Tagliente) tessono arazzi di sogni, “[…] seguendo le stagioni/ del cuore” (Tolomeo) ed è la poesia il loro sole, “un sole che ci illumina/ anche di notte” (Marcuccio) e “di seta/ [è] la parola/ [che] verga/ veloce il rigo/ leggero// pieno” (Marcuccio) anche perché la poesia è sempre una “[m]etamorfosi tessuta a mani aperte/ [e la] [p]arola…/ [un] tessuto sfarfallato/ di illusioni e pensieri” (Bonanni). Ed è a F.G. Lorca, uno degli autori più grandi della letteratura, che Lorenzo Spurio dedica versi di intensità luminosa. “La storia si fermò senza dilungamenti/ quella dei libri è stantia e deforme”, scrive Spurio in “La luna si nasconde” in occasione del 79° anniversario dell’assassinio del poeta andaluso, fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola mentre “Nel secco degli aranci” (Bonanni) la luna con “la camicia inargentata/ appariva stizzita e si celava” per non vedere “gli occhi neroseppia” (Spurio) di Federico che “tra mute campane e l’esilio di chitarre” (Bonanni) perdeva per sempre la sua lucentezza. E presso Fuente Grande anche “il cielo taceva,/ [e] la luna/ […] di tristezza era piena/ […] non voleva neppure/ dormire/ [perché sapeva che]/ i sogni si sarebbero smarriti/ in una notte troppo scura” (Grazia Finocchiaro). La poesia di Lorca è spiritualità ed emozione pura, ma è anche riscatto per i tanti emarginati e per questo si connota nel genere della poesia etica e sociale. La poesia civile non mira soltanto a descrivere gli accadimenti per una successiva divulgazione, ama usare le parole per dare corpo ai pensieri quale valido strumento di protesta e denuncia e il poeta civile scrive versi per contrastare quelle dinamiche sociali che spesso producono vittime e inaspriscono contrasti.

Non credete di aver questo scettro/ di limitare una terra non vostra/ come vi pare/ [sappiate che] l’aria non può essere divisa/ e l’acqua non si separa,/ né nei fondali è spartita” (Spurio), “[t]agliate questo filo spinato,/ prendetene un pezzo/ un giorno, chissà potrete venderlo/ e ricavarne guadagni” (Tolomeo). Nei componimenti “Di scisse emozioni” e “Filo spinato” con versi netti e decisi, i due autori riportano vicende sociali che hanno imbarbarito i cuori e annientato la storia.

Le “[f]iumane di genti” in fuga verso confini sigillati con muri e filo spinato a limitare la libertà di chi si allontana da “spettri e cadaveri” (Spurio). “Ma quanti muri ancora/ dovrete costruire/ nel cuore della notte”, G. Tolomeo ripercorre tracciati storici e i suoi versi evocano immagini di morte e distruzione, richiamando “[…] la colpa [che] ancora pesa/ sul cuore dell’umanità”.

Ne “Il sogno spezzato” e “Ritornato sei” R. Di Vona e L. Spurio riprendono il tema della violenza di genere sulla donna. “[F]ragile e tremante” è la figura che ci mostra la poetessa, una giovane donna che “[s]ognava l’amore/ [e] desiderava un cuore per donare il suo”, ignara del triste destino che si nascondeva “[d]ietro la siepe”. Anche “[l]a luna pallida e vibrante […]” rischiarando le trame del buio, qui simbolo del male, voleva metterla in guardia contro “[…] il gioco vigliacco che si stava compiendo”, ma poi anche il vento con i suoi lamenti aveva coperto “[…] le urla che squarciavano il cielo” (Di Vona) mentre “[…] Dio piangeva a fiumi,/ genuflesso sui carboni ardenti/ [e] le fronde assistevano/ attonite, mute per la vergogna” (Spurio) a tanto scempio. Qui la Natura è testimone oculare di delitti efferati, causati da “[…] indomite pulsioni/ [di] luride esistenze […]” per quei “neuroni sfatti” (Spurio) che annientano ogni tipo di etica e di morale.

A chiusura dell’intera silloge “tre dittici con tre grandi voci della nostra letteratura: il poeta e critico letterario Aldo Occhipinti ci propone un dittico con l’eclettico Gabriele d’Annunzio e un altro con il profondissimo Eugenio Montale; mentre il sottoscritto ne propone uno alla poetessa Lucia Bonanni, con il funambolico Aldo Palazzeschi” (dalla nota di Introduzione di E. Marcuccio, pp. 7-8).

In “Un dittico a caldo”, proposto da Aldo Occhipinti, il poeta, come egli stesso scrive, non vuole “fare certo il verso allo scritto originale”, ma nella pienezza emotiva e passionale, esprimere tutta la sensualità dell’attimo d’amore, un momento che fa scaturire anche l’ispirazione poetica.

Nelle più dolci ore,/ pensieri terrestri/ mirabilmente si fanno divini/ […] come la pioggia e la terra fondiamoci” (Occhipinti). “E andiam di fratta in fratta,/ or congiunti or disciolti” (d’Annunzio).

Se il primo è un “dittico a caldo”, teso a rivelare la passione amorosa, quello con Montale è un “dittico a freddo” per la profonda speculazione filosofica che esamina i versi montaliani e ne fa sorgere altri. Quindi i due dittici risultano essere opposti per suggestioni e motivazione concettuale.

Ritroviamo la parola, sicura/ di un’idea e della sua forma:/ che distingua e ridia di sé possesso/ all’individuo e all’arte la sua dea” (Occhipinti).

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe […]/e risplenda come un croco” (Montale).

Nella poesia di Montale e principalmente in «Ossi di seppia» il paesaggio-luogo è tra i nuclei tematici più cari al poeta ed esiste “da un lato l’immobilità come delirio”[8] che inchioda l’uomo e le cose al loro posto; dall’altro la speranza che ci sia “una maglia rotta nella rete dell’esistenza attraverso la quale qualcuno possa scappare”[9].

Nel proprio commento critico Occhipinti fa notare l’eredità letteraria che è stata lasciata in dote alle successive generazioni, chiamate a sublimare e redimere il crollo di fiducia e volontà per ritrovare nuovi perché in cui credere e idonei a ricostruire un pensiero che possa ritrovare la parola quale mezzo di comunicazione e costante ispirazione creativa.

E sull’onda anomala della creatività “[i]l poeta si diverte,/ pazzamente,/ smisuratamente!/ […] Cucù rurù,/ rurù cucù/ […] Non lo state a insolentire,/ lasciatelo divertire” (Palazzeschi). “Tra voli di fanfare/ [dove] un funambolo di fumo/ con stivali di velluto/ vende vento/ […] fru fru fru/ viva fifa/ vede verde” (Bonanni). Quello che propone Marcuccio è veramente un dittico funambolico, audace nella sua energia e curioso nel far vedere come si possa giocare e creare divertimento con le parole, libere nella loro libertà espressiva e compositiva.

E come scrive Michele Miano nella prefazione, parafrasando un autore a lui e a noi tutti molto caro, Umberto Saba, «“d’ogni male/ mi guarisce un bel verso”» per cui ai poeti “non resta che fare vera poesia” e a noi critici letterari “non resta che fare una critica onesta”.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 23 maggio 2016

Bibliografia di riferimento:

Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016.

Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012.

Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956.

Dino Campana, Canti Orfici, Einaudi, 2003.

Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991.

Note:

[1] Emanuele Marcuccio (a cura di), Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito…, PoetiKanten, 2016, pp. 180.

[2] Omar Khayyâm, Quartine, trad. Alessandro Bausani, Einaudi, 1956, p. 82.

[3] Dino Campana, “Il canto della tenebra”, in Canti Orfici, Einaudi, 2003, p. 30.

[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity, 2012, n. 77,
p. 22.

[5] Emanuele Marcuccio, Introduzione alla poesia, in Op. cit., p. 30.

[6] Ermes Ronchi, I baci non dati, Paoline, 2007, pp. 50-51.

[7] Emanuele Marcuccio, Op. cit., n. 28, p. 12.

[8] Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, 1991, p. VII.

[9] Ivi, p. 5.

Un dittico poetico per ricordare la strage di Capaci

CON LA MEMORIA RITORNO[1] 

di LUCIA BONANNI 

nel XXIV anniversario della strage di Capaci

In quel soleggiare tremendo

sulla via di Capaci

la voragine di terra

spacca la storia.

A ridosso del mare

il Monte Pellegrino è ancora

carcere e dietro le sbarre

la Legge dei giusti

tiene prigioniera.

Nella terra delle agavi

mani incallite

la conca, che prima era dorata,

arrossano di cupi misfatti.

Vorrei gridare…

ma il pianto smarrito

ancora spezza la voce.

Con la memoria ritorno

ad un biglietto

in silenzio lasciato

sulla corteccia del tuo albero

che nel tempo conserva

fronde rinverdite

e della linfa si nutre

del tuo nome

che mai morrà.

 

Lucia Bonanni, 23 maggio 2016

 

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URLO[2]

di EMANUELE MARCUCCIO 

 

Dolore e aspro dolore

orrendo negl’occhi…

pietà, giustizia…

urla… uomini prostrati,

la rabbia nei cuori,

l’ira negl’occhi…

volti piagati

di sangue grondanti

e amaro lutto

nel cuore scosso, rimosso

dal silenzio.

 

Grida di sangue

risorgono

dalla città morente,

spirito di reazione

risorge…

e affrontiamo

e ricordiamo

i morti…

e i nostri cuori

colpiti, schiantati…

 

 

Un alito di speranza

il cuore, quasi ci squarcia…

luce d’amore

c’investi, c’innalzi, ci esalti…

 

Emanuele Marcuccio, 23 maggio 2016

 

NOTA:

Entrambi i testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei due autori e con la loro autorizzazione. 

 

 

[1] Ispirata dalla lettura di “Urlo” di Emanuele Marcuccio, gli propongo il dittico a due voci. [N.d.A.]

[2] Scritta il 23 maggio 1993, per il I anniversario della strage di Capaci, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista del 23 maggio 2016. [N.d.A.]

“Munnu crudili” di E. Marcuccio con un commento di L. Bonanni

MUNNU CRUDILI[1]

POESIA IN PALERMITANO DI EMANUELE MARCUCCIO

Arrusbigghiati munnu,

arrusbigghiati ventu;

lu ventu si scatina,

lu ventu è tirannu

e dintr’i casi trasi.

Lu munnu è crudili

lu munnu è malignu

e scampu nun lassa:

purtusu ppi ricoviru

d’a povira genti.

17 novembre 2010

MONDO CRUDELE

TRADUZIONE IN ITALIANO A CURA DELL’AUTORE

Svegliati mondo,

svegliati vento;

il vento si scatena,

il vento è tiranno

ed entr’addentro le case.[1]

Il mondo è crudele,

il mondo è maligno

e scampo non lascia:

pertugio per rifugio

della povera gente.

17 novembre 2010

NOTE

[1] Con il verso “ed entr’addentro le case.” ho cercato di creare un corrispettivo sonoro del quinto verso della versione originale in siciliano, quel “e dintr’i casi trasi.” che, letteralmente si sarebbe dovuto tradurre con “e dentro le case entra” ma, se ne sarebbe perso un corrispettivo sonoro. Non ho voluto fare una semplice traduzione letterale, che è sempre un tradimento della versione originale. [N.d.A.]

[1] Entrambe le versioni sono pubblicate a pag. 25, nell’antologia di autori vari, La biblioteca d’oro. Poesie in siciliano, Unibook, 2011.

per_Munnu crudili_Grimshaw,_John_Atkinson_-_In_Peril_-_1879_1920

COMMENTO DI LUCIA BONANNI

Poesia molto concisa nella stesura, ma molto ampia nel significato. La parola chiave è “Ventu” (vento) che può essere inteso nella sua valenza plurima di figura retorica. Le anafore rafforzano molto il discorso, il verbo “arrusbigghiati” ripetuto nella sua forma di imperativo fa da introduzione esortativa e annunciativa al componimento; anche lʼarticolo “Lu” ripetuto in anafora per ben quattro volte rafforza lʼidea madre che ha dato vita alla lirica.

Lʼesortazione al mondo di svegliarsi sta a significare che è giunto il momento che il mondo inizi a guardarsi veramente intorno, che si dia finalmente una svegliata perché sono tanti e di diversa natura i mali che lo affliggono; il comando che non offre alternative, rivolto al vento è una specie di condanna per il mondo perché se non si deciderà a far cessare le brutture che lo investono, sarà il vento con la sua forza immane a portarlo lontano, avvolgendolo in un turbine di distruzione. Il vento è tiranno perché, girando per le strade, raccoglie tante brutture e, entrando dentro le case vi deposita sacchi di disagi. Questa personificazione del vento fa vedere di quante sofferenze sono investite le persone a causa di questo mondo tiranno che per la sua indole maligna obbliga alla sofferenza e non lascia scampo alcuno: ma il mondo con tutte le sue iniquità è soltanto un piccolo, minuscolo, microscopico nascondiglio dove può ripararsi la povera gente, la stessa povera gente che è costretta a subire la tirannide del mondo, esso stesso soggetto alla furia distruttrice del vento, assimilabile anche con la giustizia Divina.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 27 settembre 2015