“Inghiottite” e “Accoglili nella tua pace, Signore”, dittico poetico di M. Fantaci e E. Marcuccio

Inghiottite

Dalla lavagna del presente

si legge un inconveniente,

errori umani,

errori tecnici,

che provocano dolore alla gente,

che provocano dolore all’ambiente,

ma anche morti e feriti…

e quanti i dispersi!

Errori ripetuti,

non si fa attenzione,

navi inghiottite dall’acqua…

…per dissetarle?

No, per affogarle!

… disastro ambientale,

disastro cercato,

tutti in allerta,

tutti preoccupati,

fino a quando non giace l’indifferenza

come sempre, come in ogni evento,

i fatti si ripetono e cadono

nell’oblio della mente,

ma non lo sa la gente

che così queste cose continueranno

a ripetersi negli abissi del mare

come negli abissi della psiche…

che ci vuole…

basta poco…

siamo in molti

e si cambia con poco.

Monica Fantaci, 15/1/2012

Accoglili nella tua pace, Signore!

Accoglili nella tua pace, Signore!

Dona loro un porto

e un sicuro rifugio:

povere anime di due poveri pescatori,

affogati in una notte di tempesta:

nel gorgo profondo,

nelle tremende onde,

nei rivolgenti rivoli burrascosi,

che si richiusero su di loro.

Accoglili nella tua pace, Signore!

Il padre, prevenendo la tempesta,

volle avvisare gl’ignari figli:

una telefonata arrivata troppo tardi,

i loro corpi inanimati

ormai giacevano

sul fondo del mare:

quel mare che fu la mia terra natia,

che sempre rallegra

i miei ricordi infantili,

da cui nascevano stelle,

che esplodevano in cielo:

adesso, sono certo, due stelle

sono nate dal mare

e s’innalzano verso il cielo.

Accoglile nella tua pace, Signore!

© Emanuele Marcuccio, 5/5/2000

(Emanuele Marcuccio, Per una strada, pag. 94, SBC Edizioni, 2009, pp. 100)

(Entrambe le poesie sono protette dai diritti d’autore. Pubblicate ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori.

ENTRAMBI I TESTI VENGONO QUI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI.

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Natalia Di Bartolo

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Natalia Di Bartolo

Leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dei contenuti espressi dall’autore, ma anche nei confronti di se stessi.

Di fronte alla raccolta Pensieri minimi e massime (Photocity Edizioni, 2012), di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, classe 1974, è consigliabile avere avuto un approccio non solo con la sua prima silloge poetica Per una strada (SBC Edizioni, 2009), che cronologicamente la precede, ma possibilmente anche con i suoi “documenti biografici” personali, quelli che l’autore denomina “cronologia bio-bibliografica”.

Tale denominazione dimostra a chi si accosti successivamente alla lettura del suo secondo libro, come nell’opera letteraria in questione ci si trovi davanti comunque ad una sorta di agenda-diario, in cui la vita e lo scrivere si fondono e si integrano inscindibilmente ed il cui archetipo è plausibile che sia stato generato (piace immaginarne il seguito scritto a mano ancora oggi), nei tempi della prima adolescenza, giorno per giorno, avvenimento per avvenimento. Ogni più piccolo dato “cronologico bio-bibliografico”, infatti, è stato ed è ancora oggi curato e “repertato” privatamente dall’autore con la certosina pazienza dettata dalla costanza e dal perseguire coscienziosamente lo scrivere, che egli ha ritenuto essere la propria strada e che adesso si è concretizzato anche in questa seconda pubblicazione, corredata da una personale “Introduzione alla Poesia” a cura dell’autore stesso.

Tale costanza, alimentata dalla passione per la propria attività, ha contribuito a rendere la strada suddetta decisamente valida da percorrere e questa, sia pure “sentiero scosceso” (22), in salita come tutte le “strade artistiche”, è stata ed è supportata da documenti vergati con tale determinazione e puntiglio da far pensare che quello dell’autore sia un metodo ammirevole e potenzialmente vincente.

Ma, tornando all’opera letteraria di cui trattasi, occorre leggere i pensieri e le massime di Emanuele Marcuccio soprattutto tenendo conto della sua indole di Poeta. È un’indole innata, che si manifesta fin dal 1990, in giovanissima età, sui banchi di scuola, che si pone come impellente ed imprescindibile, facendo sì addirittura che il poeta scriva per la strada, per esempio, dove, non avendo altro supporto cartaceo, appunta i versi su uno scontrino, o si destreggi in piedi con carta e penna su un autobus affollato: la forza incontenibile dell’ispirazione.

Ci si può chiedere, allora, come mai, quale seconda opera letteraria, il Marcuccio pubblichi un libro di pensieri e massime e non di altre poesie. Ad avviso di chi scrive, alla luce di quanto sopra rilevato a proposito del suo tenere in archivio ogni particolare della propria vita letteraria, il suo carattere è permeato anche da una positivamente pervicace volontà di “memoria esplicativa”, che serva a rendere pure più agevole il percorso della sua poetica, per il lettore e per se stesso. Il Poeta fa chiarezza, nei pensieri e nelle massime, perché ne sente la necessità, ma anche perché farlo è utile a chi legga ciò che ha già scritto in poesia e ciò che scriverà in futuro. Nulla è lasciato al caso, anche se aforismi e massime si rincorrono apparentemente senza ordine d’argomento.

S’inizia a trattare di Dolore: l’autore lo mette in prima linea, lo paragona al mare, con il fluire incessante dell’acqua, memore del bagaglio poetico degli studi umanistici, ma Uomo già abbastanza addentro alla vita per poter aver provato, come tutti, l’umanissimo, cocente sentore di sofferenza a cui si attribuisce l’ampia accezione di “dolore”, contro il quale, a suo dire, può solo l’Amore (8). E di nuovo campeggia tale Dolore, illuminato da un lampo di speranza (2). E dal dolore alla Musica (3), felice cambio di registro.

Poi, transitando per la Felicità (5), passa al Tempo (6); e dal Tempo, finalmente, alla Poesia, tema fondante dell’intera opera. Poesia che nasce dall’Ispirazione (10), punto nodale della poetica del Marcuccio.

Nell’Ispirazione egli ritiene che l’inconscio si possa addirittura perdere, come in una strada spoglia, senza fronde, senza appigli. Tenendo sempre quale fulcro la Poesia, scrive dell’Ispirazione in diversi aforismi, incrociandola con la Cultura, ritenendola madre della riflessione e della scrittura (22), entità breve, fuggitiva e svelta: ai poeti saperla afferrare e trattenere stretta al cuore (27), ma capricciosa padrona che spesso tarda a far loro visita (28); caos nel quale solo i poeti riescono a mettere ordine (53). E da qui si dipartono ancora riflessioni calzanti sulla Cultura, si ritorna alla Musica, ritenuta espressione superiore anche alla Poesia nell’essere capace di far intuire l’Universo (36) e si aprono ulteriori ma non secondarie digressioni sulla Lingua, sulla traduzione in lingua straniera dei testi poetici da effettuarsi senza esitazione possibilmente da parte dell’autore stesso (il Marcuccio è pure un ottimo traduttore in Inglese), perché, anche se “l’abito è cambiato”, permanga ugualmente il suo spirito (38); così come prima egli aveva posto l’accento sull’importanza del non rinnegare mai il proprio dialetto (20).

E ancora riflessioni sull’essere umano, sulla sua ipocrisia nella falsa amicizia (16), ma anche e soprattutto sul suo ruolo fondamentale di fruitore della Poesia, motivo per cui costui compare, a questo punto, tra gli aforismi e le massime. L’autore lo ritiene addirittura “creatore” del Poeta, che senza di lui e la sua trasmissibile emozione non esisterebbe (49) e si inoltra poi nell’ambito puramente tecnico-filologico di quella Lingua che egli ritiene adatta alla Poesia, dall’incipit all’explicit (55).

Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione, senza mediazioni né di metrica, né di rima: tutto questo è vera Poesia” secondo il Marcuccio (58), poeta “ribelle come il fuoco” (torna in mente Cecco Angiolieri) anche ai canoni della Prosa, così come un autentico poeta, a suo dire, deve essere (59).

Le pause in poesia ed in prosa (59 e 60), la punteggiatura, il bagaglio letterario in generale vengono presi in considerazione, così come si accennava precedentemente, in una volontà finalizzata anche all’esplicazione della tecnica poetica dell’Autore.

E dagli argomenti più specifici, ecco di nuovo dispiegarsi la concezione di Poesia del Marcuccio nel senso più ampio del termine. Egli, dopo gli aforismi riguardanti il proprio giudizio sui fruitori della Poesia , il “mercato”, i gusti dell’ “illetteratura” che imperano nel nostro mondo (70), si apre nuovamente alla ricerca di quella “definizione” di Poesia” che egli stesso sa introvabile, perché la Poesia non ha confini e quindi non può essere definita (73), “rende l’ordinario straordinario” (74), non è al sevizio di nessuno e “quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare” (76).

Ma il Marcuccio non si definisce “Poeta”: la ritiene una parola troppo importante per attribuirsela da sé: “è sempre meglio essere chiamato poeta dai propri lettori” (78). E’ dal cuore che i poeti traggono tesori (83), ma cosa c’è fuori dal proprio cuore? “Che cos’è la folla se non apparenza?” (86) e gli uomini hanno “gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” perché si fermano alle apparenze (87). Allora forse è meglio stare lontani dal mondo, quando si può, e leggere, perché leggendo si riesce a frenare il tempo (12) e “si vivono innumerevoli vite sognando” (84). E, come si era constatato nell’aforisma quaranta, è proprio perdendosi nei sogni che, secondo il Marcuccio, si riesce ad ignorare la realtà, ovvero il crudo dolore di vivere, che pure serve per non annegare: ecco il ritorno all’inizio, all’acqua, al mare, “nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante” (1); aggancio assolutamente velato, all’apparenza, ma che contribuisce a donare coerenza all’intera raccolta.

In essa il Marcuccio, intendendo mettere nero su bianco i suoi pensieri più pregnanti, invece di farlo in quella prosa ampia e stilisticamente coercitiva che non sente propria, lo fa in “pensieri minimi e massime”, come schivando la sua avversione verso la letteratura in prosa, ma servendosene ugualmente, con assunti sintatticamente spesso semplici, ma mai banali nei contenuti.

È riuscire a leggere il libro con la massima attenzione fin dall’inizio che ne dà il vero senso: al primo impatto, se quest’ultimo è superficiale, risulta possibile che l’opera non venga colta nella interezza della propria profondità e della propria utilità, perché potrebbe risultare un insieme apparentemente indistinto di riflessioni su argomenti svariati in ordine sparso. Se sviscerata con l’intento di penetrarne il significato fin dal primo pensiero, viene fuori, invece, il suddetto filo conduttore, tutto ciò che veramente l’autore ha sentito di esprimere, mediando pure tra Fede Cristiana ed amore per la Poesia Classica, in particolare per quella Tragica Greca (39) e per quella di Shakespeare, che traspare lampante da alcuni aforismi (non solo nel sessantanove, dove si opera palesemente una parafrasi della celebre frase de La Tempesta: “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, che qui diventano “le stelle”, ma anche nel ventotto e poi nel settantasei, dove aleggia lieve la Queen Mab di Romeo and Juliet).

Quasi liberatorio, poi, appare l’aderire dell’autore alla celebre poetica del Pascoli, in quell’“obliato proprio sé fanciullo” (da un verso della sua poesia “Sé e gli altri”, tratto dal volume Per una strada), condividendola ed esprimendone la condivisione senza alcuna remora né riserbo, senza alcun timore di ripetersi né di ripetere.

Il Marcuccio conduce il lettore tra le pagine di questa breve raccolta proprio con i pensieri che più lo rappresentano, che maggiormente danno l’idea della sua condizione di poeta che, pur nella sede specifica non poetando, sa trasmettere anche in tale contesto la profondità del proprio sentire, per se stesso e per chi legga. Quindi, ritornando all’inizio del presente commento, chi scrive, dopo aver condiviso tanti pensieri, dopo aver letto tante massime che a volte, proprio nella loro costruzione, esse stesse appaiono illuminate da un bagliore poetico, torna, chiudendo il personalissimo circuito del proprio sentire, a riflettere come sia vero che “leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dell’autore, ma anche nei confronti di se stessi”.

 

Natalia Di Bartolo

(Scrittrice, Poetessa, Critico Letterario-recensionista)

 

Catania, 19 novembre 2012

 

 

 

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ uscito “La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci

LA RIVA IN MEZZO AL MARE

DI MONICA FANTACI

 

 Comunicato Stampa

 

La riva in mezzo al mare è l’opera d’esordio della poetessa palermitana Monica Fantaci, grande amante della cultura letteraria e curatrice di un suo spazio internet, dedicato interamente alla poesia.

Nella nota finale che accompagna questa ricca silloge di poesia osserva: «La poesia non è una serie di versi messi su carta dal nulla, ma è la consapevolezza che esisti, che hai fatto qualcosa per la tua vita e nella tua vita, un’incisione che rimarrà indelebile nei cuori, nelle menti della gente, perché tutti siamo una catena fatta di condivisione, di lotta, di apertura verso sé, verso gli altri».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale nata nel Gennaio 2012 e all’interno della quale Monica Fantaci è socia. L’opera, la prima della collana di poesia Indaco-Butterfly, è introdotta da una prefazione a cura di Lorenzo Spurio nella quale il critico osserva: «La poesia di Monica, difficilmente catalogabile in una corrente ben definita, è un elogio

della Vita, un continuo canto d’amore, una lode al Creato, una presa di coscienza della bellezza del

semplice, del comune, delle piccole cose. È una poesia viva e pulsante, ricca di sfumature, colorazioni e tonalità che consegna al lettore un universo quanto mai piacevole ed eterogeneo. Ma è

anche una poesia romantica».

Il libro può essere ordinato e acquistato da subito mediante e-mail alla casa editrice TraccePerLaMeta (info@tracceperlameta.org) e a partire dalle prossime settimane su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Librería Universitaria,..).

 

 

 SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: La riva in mezzo al mare

Autore: Monica Fantaci

Prefazione: a cura di Lorenzo Spurio

Quarta di copertina: a cura di Salvuccio Barravecchia

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2012

Collana: Indaco – Butterfly (poesia)

ISBN: 978-88-907190-2-8

Pagine: 49

Costo: 9 €

 

“Acrostico” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

ACROSTICO

di Emanuele Marcuccio

Elegante mi aggiro pensoso

mentre la luna in ciel compare,

avanzando per una strada,

non comprendo il mondo:

uno è il solo pensiero

e l’orizzonte mi rapisce

la mente turbando

e l’amore m’invita.

Marcando la terra

arrivo fino in fondo

riuscendo nell’impresa,

comprendo la vuota cultura

urbana imperante,

comprendo il flebile vento

che corre lungo vicoli antichi,

introducono i nostri passi

obliando i passati mali.

 

COMMENTO A CURA DI CINZIA TIANETTI

Si canta la poesia con i passi che si compiono. Essa, lunga strada del divenire, della voglia e della possibilità, nel compiersi, è lo strascico vergine di una sposa: ritma il cammino del poeta che al tramonto, seduto sull’ultimo crocicchio, saluta l’infinita eco, quale essa è, nell’esserci per qualcun altro, che ne sarà rapito.

Infinita nell’afflato votarsi ad altre vite e con esse ad altri viaggi; dal punto stesso in cui salutò con lunghi addii i predecessori ispirati autori.

Ecco le risonanze per ogni poesia di secolare poetare e sentire;

 L’incedere e la riflessione, l’amore e il turbamento. Quale crocicchio suggestivo conducente per la sola via, l’animo umano.

I sentimenti più comuni dilatano il tempo in una passeggiata intimistica quasi mistica: “e l’orizzonte mi rapisce / la mente turbando / e l’amore m’invita”, dice il poeta.

Dove si intravede attraverso la cortina dell’orizzonte la suggestione della Spes (ultima dea), il godimento di Psiche. Quando nel turbamento del poeta, che s’aggira elegante, si sostiene l’ispirazione; tra l’abbraccio di Psiche e Amore, in un bacio, come una strada (quella del poeta), che rilegge il mondo. Perché se l’amore può salvare, quell’amore che compare in cielo, come l’occhio benevolo di una primigenia madre, lo stesso amore che sembra ci colmi, può altresì rivelare, nel precipitare nel terreno del frivolo, la mancanza infelice in cui soccombiamo ogni giorno, senza la riflessione che feconda, nell’intimo percorrersi il cuore dell’uomo, nel solitario avanzare, uscendo dall’oblio per distinguersi nel mondo.

 L’inquietudine meditata di questi versi matura nella riflessione che oltre l’ondeggiare del sentire c’è l’agire; il paesaggio dell’animo è turbato dall’incomprensione che sprigiona un’interrogazione poetica del tutto naturale; ma il poeta non svela la camera in cui fermentano i dubbi, i malumori, fedele alla scena appena tratteggiata rivela il clima che ha generato nella descrizione di ciò che avviene: “marcando la terra / arrivo fino in fondo / riuscendo nell’impresa”; Marcare! L’opera più grandiosa di uomo. E come si diceva, dal sentire all’agire, in cui, il poeta, attraverso il cammino della propria vita e l’arte del suo pensiero, fattisi strumento, si impegna a comprendere. E invero  l’incomprensione diviene carne e ossa nella partecipazione viva in questa “vuota cultura / urbana imperante”, portando con sé il suo turbamento e l’atto amorevole di volere capire ma in un no imperante, del pensiero rivolto a se stesso, nel non volere esserne succube, in una tautologia che vorrebbe costruire speranze.

In un unico sguardo, vediamo l’ordinario precorrere sul vento dell’ovvietà e il poeta “marcare la terra per arrivare fino in fondo. Per quell’amore per il mondo che arriva fino in fondo, riuscendo a non lasciarlo andare, obliando i passati mali.

 Se si tengono presenti tutti i motivi intonati, in questi versi dall’alterno canto d’ogni voce (dal profilo acceso della luna, dal movimento del passo, dal volto che si può immaginare nell’espressione rivolta a sé del poeta, dalle linee sinuose, ora rigide, ora, immaginiamo, vanescenti, e infine certe, della strada, dal buio, e dalla sua compagna, ombra, in ogni cosa, dal mondo, dal vento), tutto è chiaro: un coro eloquente, nella costruzione scenica fatta di temi incarnati nell’uomo come sua essenza; tratte da inconsce primitive simbologie di ogni tempo, e di intervalli, tra un’immagine e l’altra che, chiamato spazio, traduce un dire che non è detto.

Dall’essere strumento di psiche e eros rapito tra i passi dei pensieri e lo sguardo acceso dell’amore preso nel cuore dall’orizzonte che spinge l’affanno umano all’oltre, a credere, ad avere fede, il poeta costruisce una strada, la sua, sul mondo, non in un passivo andare ma, costruttore degli eventi, egli chiede, giungendo nell’impresa, di essere qui e ora nella consapevolezza.

 E il poeta arriva ad incarnare il suo sentire poetico, incarna il suo dire in questi versi nelle iniziali del suo nome come a prendersene carico nella proiezione metafisica di quel che ognuno porta, col venire al mondo. Ecco forgiar le lettere, eccole danzare e marchiare di identità l’autore, che tutt’altro che rassegnato, forma il dettato del suo temperamento tra il pensiero costante, l’amore per l’amore e il voler vivere di questo mondo.

 Nella pacatezza di questa poesia si celano le forze incontrastate di Amore, che in questa poetica appare, nella Luna, romantico e di Speranza per un futuro, forte della memoria del nostro passato, che, come dice il poeta, annunciandosi con suono “che corre lungo vicoli antichi,  / introducono i  nostri passi”.

 

Cinzia Tianetti, 19 settembre 2012

PER LEGGERE IL COMMENTO A CURA DI LORENZO SPURIO A QUESTA STESSA POESIA, CLICCA QUI.

LA POESIA E IL COMMENTO CRITICO VENGONO PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE O RIPRODURRE I TESTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEGLI AUTORI.

 

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Michele Nigro

 

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner spacedel lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.

Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.

L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.

La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.

Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»

Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…

I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.

 

 

 

a cura di Michele Nigro

4 settembre 2012

 

 

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Le stagioni dell’anima”, poesia di Monica Fantaci

Le stagioni dell’anima

DI MONICA FANTACI

Gli stati d’animo
stagioni dell’anima
che nel suo ciclo di emozioni
si mescola,
cade,
riappare
con i piccoli granelli di fiato nel vento,
poi con le lacrime della nuvola,
per colorarsi con le sette note
delle sette tinte
nei sette giorni
e rigenerarsi
in fruscii che si elevano dal terriccio,
non più invernale,
suonato dagli archi del sole
per dare vigore
alla radice del fiore
che gira attorno
e che cammina lungo
il corso imbevuto
dalle catene d’acqua.

Monica Fantaci

Palermo 5 settembre 2012   

 

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE. 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E/O RIPRODUZIONE DI QUESTO TESTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

“Per chi lavora con amore”, poesia di Monica Fantaci

Per chi lavora con amore

Precari…vittime legate
e prese a cinghiate,
grido di dolore
per chi lavora con amore,

precari picchiati,
umiliati, sterminati,
i loro passi fanno un rumore
che dà il segno del loro orrore,

precari… gettati nel torrente
per aver messo in pratica cuore e mente,
voci e avanzamenti
dei precari combattenti.

…dedicata a tutti i precari che, nonostante tutto, lavorano con amore e, ancor di più, a quelli che, oltre a lavorare con amore, lottano ogni giorno per la libertà di lavorare!

Palermo, 6 agosto 2011

 

Monica Fantaci

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DEL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Monica è musica”, acrostico di Monica Fantaci con un commento di Lorenzo Spurio

Monica è musica

(Acrostico)

 di MONICA FANTACI

 

Mano che si muove

organza di gesti

nuovi sempre

inizio di brindisi d’amore

casereccio e antico

al profumo di olio che

 è al momento

maneggiato vicino

ulivi ricchi di un caldo

sapore siciliano

insediato e apprezzato da

culture diverse

amanti del paesaggio.

 

Palermo 25 agosto 2012

Monica Fantaci

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Monica Fantaci, giovanissima poetessa palermitana, ha sempre espresso con le sue liriche una simbiosi di poesia e musica donando al lettore immagini armoniose, colorate e molto positive. In questo acrostico la poetessa si scopre agli occhi dell’attento lettore, come Musa incantatrice, emblema di Musica. Vari elementi in questo testo trasmettono l’ambientazione tipicamente quotidiana del suo poetare “brindisi d’amore/casareccio”, per sottolineare forse che è proprio nella semplicità, nei costumi e nella tradizione che si preservano ancor meglio i grandi valori, come l’amicizia appunto. Il brindisi è tradizionalmente un momento conviviale d’allegria, ma anche di affetto dato e ricambiato. L’impostazione modernista, la fascinazione per la cultura popolare e per la terra natia (“sapore siciliano”) è ben evidente in questa lirica che è sorretta, appunto, dalle lettere iniziali di ciascun verso che, presi tutti assieme, rendono il titolo della poesia: “Monica è musica”. E’ una poesia colorata e profumata, ricca e variegata, ma anche solidale, ottimistica e fraterna. Finché ci saranno persone con un animo talmente prelibato da scrivere poesie come questa e lettori attenti, critici ma costruttivamente, il compito della Cultura verrà portato a termine poiché le “culture diverse” non debbono essere pretesto per motivi di scontro, violenza, vendetta o recriminazione storica, ma solamente una realtà unanimamente riconosciuta come ricchezza.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE I TESTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

Emanuele Marcuccio aforista. Recensione a cura di Santina Russo a “Pensieri minimi e massime”

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €

Recensione a cura di Santina Russo

Non si può leggere una raccolta di aforismi in un solo attimo, né in un solo giorno. Nella loro caratteristica brevità, gli aforismi necessitano di un certo periodo di tempo per essere accolti dalla mente del lettore e fatti propri, condivisi o smentiti. Così, Pensieri minimi e massime di Emanuele Marcuccio è una raccolta di aforismi che si presta a una lettura nel tempo, costante e quotidiana. Basterebbe ogni mattina aprire il libro e soffermarsi a leggere uno degli aforismi, magari mentre si sorseggia un caffè, per poi memorizzare quelle poche parole e ripeterle a sé stessi durante il giorno, esaminarle, provare a identificarsi in essi oppure, al contrario, sentirsene in qualche modo distanti. L’aforisma di Emanuele Marcuccio ha una caratteristica che lo contraddistingue dagli altri: lo definirei un aforisma poetico e non solo perché in molti di essi il concetto essenziale è la poesia, ma anche e soprattutto per la forma elegante, melodiosa di esprimere una pensiero contornandolo di lirismo. Negli ultimi anni la linea di demarcazione tra poesia e prosa diventa sempre meno netta, la prosa lirica e la poesia prosastica sono ormai tendenze in continua evoluzione ma gli scritti di Emanuele Marcuccio sono sempre propensi verso la classica melodiosità del verso lirico, siano essi poesie o pensieri in prosa. Emanuele Marcuccio è un poeta e, come tale, il suo pensiero non poteva non essere più volte rivolto alla poesia, alla figura del poeta e dell’artista, spesso in conflitto tra di loro con conseguenze disastrose per il bene della poesia stessa (N.67 Tra poeti, scrittori, drammaturghi, artisti in genere, è bene che si instauri un rapporto di rispetto e di stima reciproca, mai di concorrenza e senza nessuna presunzione di possedere la verità, purtroppo, oggigiorno è quasi un’utopia). Il poeta è colui che offre il suo sentire al prossimo, che dona agli altri i suoi versi e non esiste poeta se non attraverso i suoi lettori, così come una poesia rimane muta se non può parlare al cuore dell’uomo (N.49 Sono i suoi lettori che creano l’autore e, in particolare, il poeta; un poeta non esiste senza i suoi lettori, che si servono della sua poesia per emozionarsi ed emozionare altri lettori). “Pensieri minimi e massime” è un libro che non può mancare a chiunque si interroga ogni giorno sul significato della vita, sul valore dell’arte, sulla funzione sociale e culturale della letteratura. Dall’imprenditore all’artigiano, dall’impiegato alla casalinga, dallo studente allo sportivo tutti troveranno in questi pensieri uno spunto per una riflessione personale giornaliera, nutrendosi di arte e di saggezza. Un ultima osservazione: non è un libro da riporre sui vani polverosi di una libreria, ma un volume da tenere sempre a portata di mano per poter accogliere i pensieri dell’autore nei momenti più imprevedibili e impensabili della giornata di ognuno.

a cura di Santina Russo, 20 luglio 2012

 

Chi è l’autore?
EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Scrive poesie dal 1990, nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli ‘47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 è uscita la sua raccolta di poesie Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010 Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Nel 2010 ha accettato la proposta di collaborare con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a far pubblicare tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012.
Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato membro di giuria nella prima edizione del concorso nazionale di poesia “L’arte in versi” (2012).
È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie.

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELL’AUTRICE DELLA RECENSIONE.

“Acrostico” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Lorenzo Spurio

EMANUELE MARCUCCIO

(ACROSTICO)

 

 

Elegante mi aggiro pensoso

mentre la luna in ciel compare,

avanzando per una strada,

non comprendo il mondo:

uno è il solo pensiero

e l’orizzonte mi rapisce

la mente turbando

e l’amore m’invita.

Marcando la terra

arrivo fino in fondo

riuscendo nell’impresa,

comprendo la vuota cultura

urbana imperante,

comprendo il flebile vento

che corre lungo vicoli antichi,

introducono i nostri passi

obliando i passati mali.

 

(20/1/2010)

Commento di LUCIANO DOMENIGHINI

Diciassette versi, undici indicativi presenti (tutti al singolare, al plurale, di terza, solo l’ultimo al 16°), e ben cinque gerundi, a tessere e siglare questo acrostico in due sorsate ma di un solo respiro. Come detto, il tempo gerundio lega e cuce la composizione ma la prima persona presente “comprendo” è reiterata tre volte (versi 4°, 12°, 14°) in linea con il gusto per l’anafora del poeta palermitano. Nato come gioco enigmistico, è in realtà un autoritratto poetico di bell’acqua, che rimarca la vaghezza, l’indeterminatezza, il ruolo insieme storico e metastorico del poeta, quasi fosse la sua vita una quotidiana, perdurante consacrazione, a un tempo vocazione e progetto, volontà e destino.

 Luciano Domenighini

Travagliato (Bs), 20 agosto 2012

COMMENTO DI LORENZO SPURIO 

Nell’acrostico qui presente del poeta palermitano Emanuele Marcuccio scritto nel 2010 ma solo ora “tolto dal cassetto”, si respira un senso di sfiducia e di criticità nei confronti della società contemporanea di cui il poeta ci fornisce uno squarcio mentre si trova “per strada”. E’ questa una visuale particolare e molto cara all’autore il quale ha dedicato una intera silloge di poesie nel 2009 raccogliendole appunto sotto il titolo di Per una strada. Non solo. In varie interviste Marcuccio ha avuto modo di parlare dell’ispirazione come qualcosa di fuggevole, impetuoso, che necessita di esser messo subito sulla carta per evitare di perdere quell’analisi del mondo. L’impressione che ho avuto con questa lirica è stata proprio questa: di un uomo in giro per strada che analizza il mondo con un occhio forse un po’ stanco e illanguidito, nostalgico del passato che fu, tanto diverso a quel presente narcisista e morboso che gli è toccato vivere. Ecco perché predominano nella lirica aggettivi che fanno riferimento a un poeta nel suo stato di creazione “pensoso”, quasi a meditare in maniera onnisciente ciò che sfila davanti ai suoi occhi. Il messaggio è chiaro: l’uomo è alla continua ricerca di un senso, di un significato ontologico ed epistemologico che però gli sfugge continuamente: “non comprendo il mondo”. Il senso di desolazione e di aridità che la lirica trasmette deriva direttamente dalla vuotezza e dalla mancanza di cultura che il poeta marca come elemento di caratterizzazione dell’oggi: “la vuota cultura/ urbana imperante”. La poesia, però, può anche essere letta come una sorta di esortazione, un vivido invito all’uomo d’oggi  a rimboccarsi le maniche e a far a meno di vizi e vanità per riscoprire il vero senso delle cose.

Lorenzo Spurio

Jesi, 24 agosto 2012

(Nella foto una delle famose “Piazze d’Italia” di Giorgio De Chirico).

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEGLI AUTORI.

“Un continuo principio”, poesia di Monica Fantaci, con un commento di Lorenzo Spurio

Un continuo principio

di MONICA FANTACI

 

 

La musica attraversa il tempo
e lo ferma nell’amore
in un’eterna simbiosi
di palpiti di scale
e ritmi cardiaci
mossi dalle arterie
di un vino buono
bevuto vicino
agli stessi rampicanti di uva
che lo hanno generato.

Palermo, 23 agosto 2012

Monica Fantaci

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

 

La palermitana Monica Fantaci, com’è nella sua poetica asciutta e tipicamente descrittiva, ci consegna con “Un continuo principio” dei versi che sono da leggere tutti d’un fiato per non perdere il senso di vigore –e insieme di freschezza- che li caratterizzano.

La musica e la poesia sono ambiti della cultura umana, espressioni artistiche e manifestazioni del genio umano che la poetessa spesso utilizza contemporaneamente nelle sue liriche perché in fondo la poesia non è altro che una musica leggera che ci accompagna e che lambisce i nostri sentimenti, come pure la musica è una lirica pregna di drammatismo, emozioni e tant’altro.

Questa lirica – della quale si potrebbe sottolineare la componente “elettrica”, quasi futurista in quei “palpiti di scale/ e ritmi cardiaci/ mossi dalle arterie” – è senz’atro espressione di un dinamismo sempre presente, di una meccanicità che si rinnova in maniera continuativa, senza per questo denotare semplicità, banalità o ridondanza.

Il senso della Vita sta proprio nelle piccole cose che troppo spesso gli occhi umani –sempre mossi dalle grandi filosofie/morali utilitaristiche dell’oggi- non vedono. I tralci di uva, fini, rigogliosi, arricciati e protesi ad aggrapparsi ad un qualcosa per poter meglio sostenersi e dar vita all’irrobustimento della pianta, ne sono un chiaro esempio.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O PUBBLICARE IL TESTO DELLA POESIA E IL COMMENTO SENZA IL PERMESSO DEI RISPETTIVI AUTORI. IL TESTO DELLA POESIA VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Antonio Colosimo

Questa recensione è stata già pubblicata nella rivista on-line internazionale italo-venezuelana “Suroeste”, agosto-settembre 2012, pp. 64-65

 

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Antonio Colosimo

 

Aprendo a caso la raccolta di aforismi del nostro Autore, ciò che più colpisce è lo svelamento dell’interiorità di un poeta sensibile proteso a esaminare, con occhio critico ma benevolo, tutte le sfaccettature dell’animo umano. Tutti gli aspetti della vita, perciò, sono trattati con uguale delicatezza in questa breve opera. Ma al centro di tutto Emanuele Marcuccio pone lei, la poesia.
N. 63: “La poesia è anima che si fa parola.”.
Ecco, credo che in questo pensiero si racchiuda l’origine e lo scopo essenziale di questo libro. L’autore cerca di indagare da dove proviene quel lampo della mente e del cuore che poi, espresso a parole si trasforma in versi e s’indirizza ad altre anime e cuori pronti ad accoglierli con identica passione, assimilando e facendo proprie immagini e metafore, con l’unico scopo di godere del prezioso frutto della condivisione tra anime elette.
Il volume è composto di ottantotto pensieri da leggere anche senza un ordine preciso, perché ognuno di essi ha bisogno di un particolare raccoglimento per assimilare fino in fondo il vero pensiero che l’ha generato ed entrare in sintonia col poeta e conoscerlo non solo dal punto di vista artistico ma anche umano.
Appunto per questo, a mio parere, sintetizza molto bene tutta l’opera di Marcuccio il pensiero N.65: “La poesia è voce nel silenzio e visione nel buio.”.

 

a cura di Antonio Colosimo

19 luglio 2012

Chi è l’autore?

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974.  Scrive poesie dal 1990, nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli ‘47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie. Nel marzo 2009 è uscita la sua raccolta di poesie Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci. Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010 Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma. Nel 2010 ha accettato la proposta di collaborare con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a far pubblicare tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate. Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico. Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato membro di giuria nella prima edizione del concorso nazionale di poesia “L’arte in versi” (2012). È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E PER GENTILE CONCESSIONE DI APHORISM.IT

 

Un sito WordPress.com.

Su ↑