“L’impronta lorchiana nella poetica di Emanuele Marcuccio”. Saggio di Lorenzo Spurio

Nel periodo immediatamente successivo alla diffusione della notizia della fucilazione del poeta granadino Federico García Lorca, avvenuta nell’agosto del 1936 nella campagna sterrata tra Víznar ed Alfacar, un gran numero di intellettuali, soprattutto di nazionalità spagnola e che avevano avuto l’opportunità di averlo conosciuto di persona e non solo tramite i suoi scritti, come oggi è dato a noi posteri, scrissero e dedicarono liriche, più o meno intimiste, talora aggressive e sfiduciate verso l’abominio della guerra civile, tal altra incentrate sugli sprazzi di amicizia rievocati nella tragica occasione. Tra di loro Antonio Machado, celebre per le raccolte poetiche Campos de Castilla e Soledades nelle quali è possibile rintracciare una pagina vivida di alcune tra le più importanti tendenze di inizio secolo scorso: il novecentismo e il modernismo.

Antonio Machado, che apparteneva a una generazione precedente a quella di Lorca, e ad un ambiente regionale profondamente diverso dall’Andalusia torrida e fiera dei romances di Lorca, ossia quello della Castiglia autentica, di quello scenario castizo nel quale la tradizione ci dice che fu culla della lingua e della cultura castigliana prima e spagnola poi, dedicò al granadino scomparso la celebre poesia “El crimen fue en Granada” volendo intendere con Granada non tanto la città dove pure Lorca con la sua famiglia visse per vari anni ma, come si dice in spagnolo, el entorno, ossia la zona di provincia ad essa prossima dove, appunto, secondo le documentazioni più attestate, avrebbe trovato la morte. Il condizionale è d’obbligo perché dalla data della sua fucilazione, modalità dell’esecuzione sulla quale gran parte degli storici sono concordi quasi da descrivere una posizione unanime, sino ad oggi si è prodotta una grande quantità di testi improntati a una resa biografica delle vicende di Lorca e vere e proprie cronache documentarie fatte di investigazioni, repertazione di materiali e tanto altro per cercare di poter scrivere in maniera più verosimigliante alla realtà quanto di drammatico accadde.

La stampa spagnola ha llevado a cabo, ossia ha portato avanti, nel corso degli anni e in maniera sempre più attenta e scrupolosa in tempi a noi più vicini, un particolare interesse documentario verso gli ultimi istanti della vita dell’uomo, del luogo del suo assassinio (ancora dibattuto e non localizzato con certezza) e soprattutto del seppellimento. Persistono, infatti, considerazioni diverse in merito al luogo di sepoltura che negli ultimi anni alcuni gruppi ideologici che conservano la memoria del poeta sono giunti alla richiesta di scavo di alcune delle zone identificate con i materiali documentari per provvedere all’esumazione del corpo ed, eventualmente, ad esami del DNA. Ma tale direzione delle ricerche storiche, che debbono essere necessariamente condotte per poter far chiarezza e cancellare la possibilità della formulazione di piste revisioniste che ne infangherebbero la memoria, è stata ben presto sbarrata dalla famiglia García Lorca quando decise di non dare il consenso all’esumazione dei possibili resti del congiunto per motivazioni di carattere personale.

Alcuni studiosi hanno anche avanzato la possibilità che Federico García Lorca in effetti non si troverebbe sepolto in qualche recondito spazio della campagna andalusa dato che uno dei suoi ultimi amanti, l’uruguayo Enrique Amorim, grazie alle sue fornitissime possibilità economiche avrebbe provveduto alla traslazione (o al vero e proprio furto?) della salma fatta arrivare sino a Salto (Uruguay) dove oggi sarebbero conservate le sue ossa in una cassa murata all’interno del monumento in onore a Lorca. Posizione questa che ha avuto poca eco e che non è mai stata accreditata sebbene lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo abbia deciso di dedicare un intero volume, con documenti alla mano, a sostegno di questa tesi[1]. Senza ombra di dubbio restano documentati l’affetto e l’amore di Lorca per Amorim al quale dedicò pure dei bozzetti e con ampia probabilità una serie di poesie che hanno finito, poi, per costituire la raccolta di Poemas del amor oscuro, ma reputo azzardata (pur non avendo letto il volume di Roncagliolo) la sua posizione soprattutto alla luce di una impraticabilità dell’esumazione dei resti avvenuta in sordina dalla famiglia, dagli enti locali e dalla Spagna tutta.

Ma per ritornare ad Antonio Machado nella lirica citata ci troviamo dinanzi a una elegia che utilizza un tono indignato con parole dure, tese a fotografare l’attimo di dolore catturato nella viltà della fucilazione: Mataron a Federico / cuando la luz asomaba. / El pelotón de verdugos / no osó mirarle a la cara […] / Muerto cayó Federico / -sangre en la frente y plomo en las entrañas[2].

Il pianto che parte da Granada, dal luogo del tragico misfatto, si fa nazionale, internazionale e cosmico abbracciando quanti hanno indefessamente difeso l’ideologia repubblicana (democratica) contro il franchismo (il totalitarismo). Il dolore è pungente, totalizzante e disarmante, privo di retorica e le descrizioni lapidarie di Machado sono altamente visive, tanto che riusciamo a veder scorrere sotto ai nostri occhi le immagini dell’abominio.

La seconda strofa del carme luttuoso che si intitola “El poeta y la muerte” è come un lento passaggio su uno stradello che ci incammina al camposanto. Il poeta ora non è più in compagnia del nemico, del torturatore, dell’annientatore delle libertà ma al contempo non è neppure solo: Machado trasmette qui un ultimo accorato tentativo dialogico di García Lorca; quasi non accettando la sua dipartita fa ancora parlare l’amico Federico in uno squarcio di conversazione profondamente lirica in cui il poeta appena deceduto si intrattiene con la Morte. Il crimine, come recita il titolo della poesia, accadde a Granada ma esso fu pianto in ogni angolo del mondo.

Pablo Neruda, con il quale García Lorca strinse una conoscenza piuttosto importante per entrambi durante gli anni di frequentazione della Residencia de Estudiantes a Madrid in una lirica a lui dedicata (prima della sua morte) lo definiva in maniera alquanto poetica con l’espressione sintetica di un naranjo enlutado[3] ravvisando nel Granadino sia la componente più primitiva, naturalistica e popolare caratterizzante la sua appartenenza all’Andalusia, terra di zagare e profumi speziati, sia una infelicità o una turbolenza di fondo nell’animo del poeta (forse dovuta dalla critica situazione politica venutasi a creare in Spagna con l’avvento della guerra civile e il fatto che venisse stigmatizzato dalla cultura ufficiale o ancora la sua condizione di omosessuale di certo non apprezzata né consentita dalla società ultra-moralizzatrice del periodo).

Queste sono solamente due delle testimonianze alla memoria di García Lorca che debbono necessariamente essere tenute da conto quando ci si avvicina alla sua poliedrica personalità come avviene in questo caso in cui l’amico e poeta palermitano Emanuele Marcuccio pone alla mia attenzione due liriche ispirate e dedicate al poeta granadino. Sono poesie già di mia conoscenza sia per averle apprezzate in lettura, sia per averle commentate in almeno una presentazione dei libri dell’autore ed anche per essermi occupato delle relative traduzioni in spagnolo.


Per uno come Emanuele Marcuccio che si è formato sui classici ed ha amato instancabilmente la poesia tradizionalista, si veda Leopardi, anima d’influenza notevole nella sua prima produzione e poi Pascoli e Carducci, aver posto l’attenzione nei riguardi di Federico García Lorca è cosa già di per sé notevole: sia per aver allargato lo sguardo verso una letteratura straniera, sebbene sia praticamente “sorella” di quella italiana, sia nello specifico per essersi interessato alla figura di un intellettuale come quello di García Lorca che ha al suo interno un universo di mondi tutt’altro che tradizionalisti e canonici. Di García Lorca in questi suoi due componimenti a Marcuccio non interessa tanto la sua produzione poetica (che dimostra, comunque, di conoscere per la scelta azzeccata e consona di alcune terminologie e simboli) né quella teatrale (García Lorca fu uno dei maggiori drammaturghi del secolo scorso, influenzato nel suo teatro da varie ispirazioni: dal surrealismo al comico-burlesco, sino alla serie dei drammi rurali, nonostante in Italia il suo nome venga richiamato spesso unicamente in relazione alla sua attività poetica), ma un evento determinante della stessa componente biografica dell’uomo: la sua morte.

García Lorca morì nel 1936, nell’anno che detta l’inizio di una dolorosissima guerra civile dove i repubblicani si scontrarono contro la frangia nazionalista dei militari appoggiati anche dai monarchici, dai carlisti e dalla Chiesa. Le tante battaglie che infuocarono il paese non furono solo dettate da una strenua difesa delle rispettive ideologie ma riguardarono per l’appunto anche la dimensione religiosa tanto che esponenti del bando repubblicano (socialisti, comunisti, anarchici, laici) provvidero anche a una serie di attacchi, saccheggi e distruzioni di luoghi religiosi con un gran numero di preti massacrati e giustiziati in processi sommari.

Chi conosce l’universo poetico di García Lorca sa che esiste nella sua visione del mondo una dimensione religiosa, un Dio, spesso insito nell’ambiente che lo circonda sebbene eviti di appellarsi a lui, di invocarlo o di pregarlo in una maniera che ci consentirebbe di definirlo una persona animata da un sentimento cattolico. Sappiamo anche che dal punto di vista ideologico e per il suo serio impegno nel sociale che lo portava sempre a schierarsi in prima linea per la difesa e la tutela dell’emarginato, il poeta si collocava all’interno della dimensione anti-militare, anti-nazionale. I nazionalisti, strenui difensori di un concetto di moralità intoccato e devoti al potere dell’onore, si scaglieranno duramente contro García Lorca ritenuto un rojo pericoloso perché persona con un grande seguito e portavoce di ideali repubblicani, democratici.

Ed è così che poco dopo le attività del teatro itinerante “La Barraca” ideato assieme ad Eduardo Ugarte sono stroncate e messe a tacere del tutto perché Lorca viene a rappresentare per i nazionalisti una spia comunista, un acerrimo nemico, profondamente temuto proprio per le grandi masse che lo apprezzano e lo seguono. Qualcosa di simile avverrà con la messa in scena dell’opera teatrale Yerma nella quale Lorca mette in scena la storia di una donna che, a causa della sua infertilità e della anaffettività e trascuratezza del marito, finirà per perdere la testa e rendersi colpevole di uxoricidio. Nell’opera, al di là del tragico epilogo, la finalità era quella di diffondere e inscenare un universo domestico in cui la donna (che nella visione dei nazionalisti deve essere assoggettata all’uomo, l’unico padrone, perché ad egli è inferiore) non solo non accetta i divieti coniugali che le impongono di essere relegata in casa e di non intrattenere conversazioni con nessuno, ma addirittura si arma della propria forza fino ad allora repressa ed affronta, con violenza, il marito, fino a vincerlo e ucciderlo. Sono contenuti, questi, estremamente pericolosi che mettono in scena un ribaltamento sconveniente per i nazionalisti nel modo di intendere la famiglia spagnola: non più il patriarca o padre-padrone che comanda e la donna che esegue, ma la donna che, stanca e sfiduciata, razionalmente portatrice di una visione ugualitaria, cerca ed ottiene l’equiparazione dei sessi, smitizzando i pilastri della società retrograda.

Perché García Lorca viene assassinato? È presto detto: perché è una persona temuta e fastidiosa per il neonato regime totalitario, perché è portavoce di ideali repubblicani nutriti dalla difesa della democrazia e dal rispetto delle libertà, perché è un intellettuale di spicco con una grande presa sulla società, perché con la sua letteratura (il teatro itinerante “La Barraca” e la trilogia drammatica) è portavoce di una società provinciale retrograda e dispotica in cui la donna è considerata inferiore, perché sfida lo stringente concetto di onore di impronta settecentesca, lo minaccia, lo de-costruisce e ne mette in luce le idiosincrasie nel suo periodo; perché è omosessuale e in quanto tale portatore di una stravaganza di fondo che non collima con la rettitudine e l’austerità del pensiero anti-liberale dei nazionalisti difensori dell’idea del “sesso forte”.

Ma non è solo questo, infatti in tempi a noi più recenti alcuni studiosi hanno voluto leggere nell’omicidio di Lorca non il motivo ideologico-politico ben noto a tutti, quanto, invece, un terribile episodio di vendetta, un regolamento di conti tra esponenti di famiglie storicamente avversarie nella Vega[4] granadina. In particolare è Miguel Caballero Pérez il difensore di questa tesi che viene esposta in maniera documentata nel suo recente libro nel quale non manca di portare episodi concreti di animosità e vere e proprie lotte familiari per il controllo e il prestigio nella zona.[5] Questo per dovere di cronaca per quanti vorranno effettuare maggiori letture ed analisi in tale direzione ben tenendo in considerazione, comunque, che a tutt’oggi la pista più creduta e credibile, data per ufficiale, sia quella che vide Lorca assassinato per ragioni ideologiche (la sua adozione alla Repubblica) e per oscenità/discredito della morale (la sua omosessualità).

Per tornare ai componimenti di Emanuele Marcuccio è necessario osservare come il linguaggio tendenzialmente rilassato del poeta si faccia in queste liriche fortemente spietato, condensato nelle immagini e pregno di desolazione. In “Assassinio: Terzo omaggio a García Lorca”[6] (poesia scritta il 18 dicembre 1997):

Putrida vena,

d’un orizzonte disseccato.

I nardi esplorano

il loro chiacchiericcio inconsueto,

e nuvole di fango inondano

coi loro piombi infuocati.

Un’alba azzurra

si stende solitaria

su ambiguo crocevia,

e un riverbero di verde luna

si accende, su occhi di fumo.

Marcuccio esordisce con un verso forte dal quale traspare vivida una suggestione olfattiva nauseante collegata da subito al tema della corporeità e del sangue (una delle immagini-simbolo nella produzione di García Lorca): “putrida vena”. Il Nostro però sembra volersi interessare qui, più che al fermo immagine di una scena di guerra in cui la morte è fagocitata dal processo di decomposizione del corpo che produce un olezzo “putrid[o]” alla definizione del paesaggio, cioè al tratteggiamento del locus che ospita la nefanda azione umana. È quello di uno scenario abbandonato, stepposo, arido e apparentemente privo di presenze umane; quell’ “orizzonte disseccato” è uno spazio-trappola nel quale il Sole, unico indiscusso sovrano e il silenzio dei campi sembrano eludere ogni altra presenza che, invece, si farà viva e in maniera alquanto sadica nel corso della lirica.

L’occhio del Marcuccio si posa con meticolosità negli “angoli” di quella campagna che apparentemente è una campagna comune e che non ha nulla di particolarmente rilevante se non fosse che i nardi (fiori che pullulano di vita nelle poesie lorchiane[7]) vengono colti nel loro “chiacchiericcio inconsueto”. Sono i primi testimoni del massacro, la natura è pavidamente spettatrice dell’abominio che di lì a poco si consumerà dinanzi ai propri occhi, impotente e addolorata essa stessa. Le “nuvole di fango”, se si eccettua il verso d’apertura, è la prima immagine perturbante che interviene nella lirica a descrivere un cielo coperto e minaccioso, ben diverso da quel sole accecante che il lettore ha potuto cogliere, non nominato, nei precedenti versi che descrivevano un “orizzonte disseccato”.

Inizia in questo modo la parabola degradante della poesia: Marcuccio costruisce in primis con soverchia attenzione il setting dell’azione passando poi a connotarne con particolarità alcuni degli elementi che lo compongono sino a che il cielo sembra abbuiarsi di colpo e farsi di “fango”, indistinto, melmoso, viscido e pesante; il grigiore vacuo del cielo lascia ben presto il posto a quello ben più doloroso delle munizioni d’artiglieria colte nel momento del fuoco.

Il silenzio della campagna, prima armonizzato dalla presenza di un lieve “chiacchiericcio” dei nardi, ora è rotto per sempre in maniera irreparabile. I “piombi infuocati” sono stati azionati e hanno colpito i bersagli[8]. È il momento della morte fisica del poeta, della sua caduta scomposta a terra, faccia sull’erba secca, della fine delle speranze e al contempo un ammutinamento della natura che, indifesa e oltraggiata, non è capace di osservare il sangue che cola a terra.

La poesia è sapientemente costruita tenendo in considerazione un’ampia realizzazione temporale che si delinea in un prima della fucilazione e in un dopo. Il post-mortem lorchiano è investito da una “alba azzurra” che ha perso, però, la coralità autentica della natura e il conforto del cantore del popolo e infatti essa appare “solitaria” quasi da stonare con quella scena di morte che si è consumata nelle ore precedenti sotto di essa.

Tutto a questo punto resta galleggiante nell’indefinitezza, nell’impossibilità di caratterizzazione, ora che è morto il poeta che più di ogni altro aveva cantato la Terra: l’alba è “solitaria” e anche il crocevia nei pressi dei luoghi della tragedia è “ambiguo”. Sia perché, come detto sopra, il luogo dell’esecuzione di Lorca non venne mai identificato con indubbia certezza e permangono ancor oggi posizioni discordanti in merito, sia perché è inutile dinanzi alla Morte che esacerba dolori e sconfigge il tempo utilizzare un metro toponomastico: non ha senso identificare quale sia il crocevia della Morte perché in ogni spazio ora si rammenta il lutto e ci si strugge.

Marcuccio mostra di aver letto con profondità le liriche del Nostro e di conoscerle con doviziosità, soprattutto nel momento in cui mostra interesse verso la componente cromatica degli elementi, aspetto che costituisce uno dei nerbi costitutivi della liricità lorchiana. Ed ecco che dopo il giallo accecante dei campi “disseccat[i]”, il grigio scuro delle nuvole, l’argento pesante del piombo fuso, il rosso dell’incandescenza dei colpi d’arma da fuoco e del sangue, sopraggiunge prima l’azzurro a rischiarare l’ambiente come una sorta di purificazione e ancora, la luna nel suo “riverbero di verde”. La luna quale simbolo nella “mitologia” lorchiana è sempre sintomo o sinonimo di morte così come lo è il verde: si pensi ad Adela in La casa de Bernarda Alba che, contro il parere della madre che la obbliga a vestire il lutto per la morte del padre, decide d’indossare l’abito verde e deroga a una serie di atteggiamenti che le sono stati imposti tanto da divenire una delle “ribelli” lorchiane più note. Chi conosce il dramma sa anche che a dispetto di tanto vitalismo ed energia (altro significato del verde visto nel cambiamento e nella fertilità) al termine la ragazza troverà la morte in una delle scene più commoventi dell’intero teatro del Nostro.

Ed è così che in chiusura, dopo aver tratteggiato l’ambiente naturalistico che accoglie la morte e avendoci fornito l’immagine sonora della fucilazione, che Marcuccio ritorna a serrare le fila sul corpo martoriato del poeta. I suoi “occhi di fumo”, ormai vacui ed eternamente incantati, privi di lucidità e di movimento sembrano rilucere sotto quella luna argentea e rimandare l’errore sperimentato negli ultimi istanti di vita. La luna è così testimone di una morte dolorosa che ogni notte, con il suo lento incedere nel cielo, sembra riproporsi con la sua inaudita ferocia. Quegli occhi svuotati, ormai fatti cenere rappresentano lo sguardo mitico di un uomo che ha combattuto con la parola in difesa del diverso e che ha ricevuto l’oscuramento dell’esperienza visiva quale condanna estrema, proprio lui che era affranto di luce e signore indiscusso nell’utilizzo della tavolozza dei colori.

Nell’altra poesia lorchiana di Marcuccio (“Omaggio a García Lorca”, scritta il primo maggio 1997)[9]

Felce d’azzurro,

scrosci di tempesta vespertina,

autunno vaporoso e nodoso,

rammarico dell’ormai svanito,

vita rossa di sangue coagulato,

erpici identici e convessi

in un plotone di fucileria,

schizzi incandescenti trasvolano

per la dura terra,

per un cielo di speranze placate,

di ardente divampamento di luce

a foggia di croce,

verso un punto centrale.

ritroviamo il livore del colore azzurro, ora legato all’immagine muschiosa della felce a descrivere uno scenario naturalistico più paludoso e umido, differente rispetto al precedente in cui l’azione bruciante del sole aveva prodotto campi “disseccat[i]”.

Pur condividendo una sintassi aspra e tagliente, in linea con la durezza degli elementi evocati, questa poesia si discosta dall’altra per aver maggiormente i connotati di una vera e propria elegia. La lirica, infatti, non fotografa il momento della fucilazione, del trapasso dell’uomo, e ha piuttosto la fisionomia di una commemorazione nei tempi successivi all’assassinio: si parla di “autunno vaporoso e nodoso” benché Lorca venne ucciso nell’estate del 1936 ed è da intendere, allora, il ricordo doloroso che Marcuccio ne fa attraverso il tempo, ripensando all’atto nefando che provocò la morte del poeta. Non a caso è richiamato il “rammarico dell’ormai svanito”: a questo punto la storia è stata scritta e non c’è niente da fare se non tributarne il ricordo (diversamente dall’altra lirica che, invece, verseggia l’accadimento nefasto quasi in presa diretta).

Il sangue non è liquido e neppure caldo, non sgorga dal corpo, i zampilli non imbevono la terra (come avveniva nell’elegia Llanto por Ignacio Sánchez Mejías che Lorca dedicò all’amico e torero) poiché il sangue si è rappreso, il sole lo ha seccato e il trascorrere del tempo lo ha “coagulato” privandolo della sua materialità fluida da divenire roccia di una vita ormai tramontata. E conseguentemente segue il ricordo visivo del momento dell’esecuzione con gli “schizzi incandescenti” di vita del poeta che, trivellato da colpi alle spalle, finiva per esalare gli ultimi respiri.

La terra si è fatta “dura” perché le stagioni l’hanno appiattita, impoverita, sfruttata ma anche perché è l’uomo che l’ha esacerbata e oltraggiata con l’azione ignominiosa e perché è lui a essere duro (cinico e insensibile). La vita, vista nel regolare scorrere dei fluidi, ha subito un arresto che l’ha condotta a un processo di deumidificazione e vera e propria corificazione. Solo il cielo, allora, proprio come avveniva nella lirica precedente, sembra mantenere il suo stato di materia, vacuo e aeriforme, uno spazio incontaminato che, però, fa da cappa stagnante a quanto sulla terra accade. L’accecante luce di un “ardente divampamento” sembra quasi il riflesso di un rogo disumano che ha la sembianza indistinta di una forma ectoplasmatica dotata di luce propria, impossibile da concepire che marca il luogo della disfatta e della viltà umana.

Le immagini costruite dal Marcuccio, la “putrida vena”, le “nuvole di fango”, gli “schizzi incandescenti”, l’ “ardente divampamento”, apparentemente stridenti perché costruite spesso su sistemi di sineddoche e sinestesie trasmettono con vividezza la scena di dolore e sono altresì capaci di far risaltare dimensioni sensoriali quali l’udito nel boato del fucile, la caduta, goffa, del corpo a terra e di far echeggiare quel silenzio massiccio e pungente che come un manto torna a coprire la scena dopo l’oltraggio al mondo della natura. La meticolosa resa visiva delle immagini tanto da poter parlare di un concretismo materico iperrealista, contribuisce nettamente alla trasposizione di un sentimento profondamente indignato e offeso verso lo scempio perpetuato. I tragici quadri paesaggistici ed emozionali si fanno così proclami di un’ingiustizia dolorosa dovuta alla messa al bando delle libertà fondamentali e al contempo costruiscono visivamente un manifesto convinto alla lotta non violenta e alla salvifica confessione nella Parola.

LORENZO SPURIO

Jesi, 10 agosto 2015 


[1] Santiago Roncagliolo, El amante uruguayo. Una historia real, Alcalá Grupo Editorial, 2012.

[2] “Ammazzarono a Federico / quando la luce spuntava. Il plotone dei boia / non osò guardarlo in faccia […] / Cadde morto Federico / -sangue alla fronte e piombo negli intestini”.

[3] Un arancio in lutto.

[4] Pianura.

[5] Miguel Caballero Pérez, Las trece últimas horas en la vida de Garcia Lorca: el informe que da respuesta a todas las incognitas sobre la muerte del poeta: ¿Quién ordenó su detención?, ¿Por qué le ejecutaron?, ¿Dónde está su cuerpo?, La Esfera de los libros, 2011.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75.

[7] Si legga ad esempio l’incipit del “Romance de la luna, luna”: “La luna vino a la fragua / con su polisón de nardos” (“La luna arrivò alla fucina / col suo paniere di nardi”).

[8] Anche se ci interessiamo alla sorte del poeta va osservato che venne fucilato assieme ad altre persone che vennero poi gettate in un’unica fossa.

[9] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74. Entrambe le poesie fanno parte di un ciclo di quattro che, scritte tra il 1997 e il 2000, Marcuccio ha dedicato al grande poeta spagnolo, con l’intento di rivisitarne lo stile. L’intero ciclo è edito in Per una strada e nel marzo 2013 è stato da me tradotto in lingua spagnola. 


Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista «Quaderni di Arenaria – Nuova Serie», Palermo, vol. VIII, 2015, pp. 20-27, link: www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume8.pdf, Sito consultato il 05/05/2021 (Si ringrazia il prof. Lucio Zinna per la pubblicazione sulla rivista) ed è stato riproposto sul profilo personale Academia.edu dell’autore.


La pubblicazione del presente saggio, in formato integrale e/o di stralci, su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.

N.E. 02/2024 – Intervista a Silvio Aman. A cura di Adriana Gloria Marigo

La sua ricerca, partendo da Armide e andando a ritroso attraversando le ultime sillogi Garten e Sonetti fosforescenti entra nelle stanze dell’Humanitas e del Logos, in un incontro con l’inestinguibile rapporto tra Essere ed Essenza e con la provvisorietà dell’Esistenza. Anche in quest’ultima raccolta, Armide,si può scorgere la metafora del reale nelle numerose figurazioni immaginifiche rappresentate dalle presenze femminili e dalla Natura che vanta sempre un posto privilegiato, non propriamente ornamentale o accessorio, ma armoniosamente partecipe, familiare.  Cosa rappresenta per lei il luogo delle «presenze misteriose e profumiere»?

Per come la intendo, la natura è il male, e in me si restringe ai giardini, specialmente quelli delle ville lacustri, e agli orti botanici: i luoghi selvaggi, se non si tratta delle Alpi, mi sconfortano. I “miei” giardini hanno sì qualcosa di familiare, ma anche di lontano, tanto è vero, che nel visitarli mi accade di avvertire nostalgia di loro, come fossi altrove. Nelle mie composizioni, costellate da viali notturni e ventosi, non trovo vi sia molto di umano. Certo, ho presente la realtà di quei luoghi eleganti e delle loro visitatrici, che vorrei tanto rivedere, ma in Armide, più che in termini immaginifici, si rivelano parvenze, nel senso per cui delle loro immagini concrete rimane una sorta di “profumo immaginale”. Non sono un realista. Non m’interesso delle poetiche: scrivo poesie come se in me fossero solo flussi transitori.

*

La sua Poesia, raffinata, colta, pervasa di grazia derivante dalla qualità della reminiscenza, della forza immaginifica, della fascinazione dell’evanescenza e dell’incanto, del je–ne–sais–quoi, segno costante della sua scrittura, sembra abitare uno spazio classico che immette al sublime. In relazione a ciò, qual è il suo rapporto con la classicità; quali sono gli autori italiani o stranieri che hanno avuto un ascendente, o sono prossimi al suo modo di vedere la vita, l’arte?

Sì, è vero, nella mia poesia è presente il je-ne-sais-quoi, la grazia e l’evanescenza, perché questi tratti mi pertengono. A dir la verità, eccezion fatta per il gotico, non mi attrae nulla, se non si offre in modo fugace e suggestivo, ad esempio in certe condizioni atmosferiche e di luce, che preferisco sempre obliqua: di diretto, nel mio lavoro non vi è forse nulla. Guardo spesso le opere di due pittori che immagino fra loro inconciliabili: Caspar Friedrich e il Claudio di Lorena delle sue scene portuali, dove il sole appena sorto sfiora le cose tracciandone i profili. Nello spazio fra l’aurora e il tramonto sento solo l’oppressione delle cose stabili. Avverto un forte interesse per i polittici gotici, le opere di scuola senese e le miniature. Oltre a certi nomi sulla bocca di ogni manuale, mi attraggono opere considerate minori, o di cui nessuno parla, quando si fanno portatrici di aspetti imponderabili. La Grecia non mi ha mai attirato. Per le letture, mi perderei in una vera galassia, e solo per questioni di affinità potrei isolare Proust. Rileggo spesso il misterioso Gerard de Nerval, e attualmente le poesie Renè Vivien.   

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Il poeta Silvio Aman

Lei mostra grande attenzione alla lingua: emerge evidente la necessità che la parola sia intensa, direi assoluta, ed è la rivelazione che essa contiene un elemento che oltrepassa il dominio comunicativo e la stessa ricercatezza. Possiamo dire che nel verbum lei individua l’ineludibile forza creatrice che, insieme alla materia ispiratrice, pone in essere il suo cosmo poetico?

Certo, la lingua in poesia oltrepassa il dominio comunicativo, anche se mi è capitato di sentire poesia e mistero nel tono con cui una ragazza stava acquistando il pane. La lingua, nel mio lavoro, è intrisa di musicalità. Più che ricercato, mi trovo diverso rispetto alla vigente Koiné, e non mi è mai venuto in mente di pensare alla forza creatrice, poi non so se possiedo un cosmo poetico: a me pare di non possedere nulla. L’ispirazione è davvero qualcosa di misterioso: non si sa quando e da dove viene, per cui potrebbe anche non giungere più… ma se viene, per noi lo fa nel verbo, anzi con i significanti cui pertengono del resto gli aspetti immaginari. Non ho mai creduto nella parola assoluta: la “mia” lingua presenta un’intensità fluente, fatta di voci ondose e pronte a ritrarsi.

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In lei, quali sono le circostanze privilegiate al sorgere della parola di poesia? Attribuisce importanza alla componente autobiografica e al rapporto con i luoghi dove è nato o in cui vive, e quanto “entrano” nell’opera?

Non saprei individuare queste circostanze, sicuramente molteplici, e non è detto che dopo aver ammirato un giardino nasca qualche poesia – però è vero, che in alcune parti dei miei libri i giardini sono presenti, e certo anche per questioni autobiografiche: sono nato in un luogo celebre per il suo lago, le ville, i giardini e i grandi Hôtel. Non invento nulla: declino solo gli aspetti della mia biografia, che include anche i tratti di alcune amiche.

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Lei è poeta, scrittore, ma anche saggista. In un tempo come il nostro dominato dalla tecnica e dall’apparenza, da un evidente crollo del senso critico, il poeta può ancora indicare la via, suggerire, come in Elevazione di Baudelaire «Fuggi lontano da questi miasmi /ammorbanti, e nell’aria superiore / vola a purificarti…»?

La saggistica l’ho intrapresa solo quando ho trovato l’autore che m’interessava. Come lei sa, Baudelaire non è mai fuggito, inoltre, in una sua poesia nominò la perdita dell’aureola, finita nel fango, e oggi mi pare non ci sia nemmeno più bisogno di perderla. Il poeta può indicare la via solo a chi è a un passo da imboccarla a sua volta. Le parole di Hölderlin, che poeticamente vive l’uomo sulla terra, rimangano solo per pochi… un gruppo sparuto nella notte del tempo. In quanto alla tecnica, ci accompagna da sempre in modo benigno e maligno. Del resto, anche il cuore del poeta è tecnico.

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E ancora: quale valore ha per lei la poesia, oggi che sembra orfana di maestri e, per le numerose voci, informe e frammentata, tanto che taluni la ritengono in grave crisi esistenziale?

Lo dice già lei molto bene, nominando l’informe. In quanto ai “maestri” se non ve ne sono di attuali, quelli di ieri non mancano. Certo, oggi le voci si moltiplicano, forse per l’errato presupposto, che per scrivere poesie basti esprimere il sentimento… il quale spesso mente. In quanto alla crisi, essa non è della poesia, bensì di chi ama la Musa senza esserne ricambiato… pur sempre meglio di chi la ingaggia per ragioni strategiche.

*

Sappiamo quanto la copertina e il titolo rappresentino, in certo senso, la soglia del libro: come sono nati per Armide quegli elementi così carichi di suggestione?

Ah, sì, è vero, la copertina fa spesso da soglia al libro, e per questa (anche se la notevole riduzione fotografica non lo evidenzia) avevo “stregato” un piccolo giardino mettendo degli anelli d’oro ai rami e attaccandogli orecchini a goccia di zaffiri e rubini. 

*

Quali sono i progetti letterari futuri? Sta già lavorando a una nuova opera e di che tratta? Può rivelarci qualcosa?

Non ho mai avuto progetti letterari futuri, semmai quello di dedicarmi ai fiori. Ho scritto un lungo romanzo, e sono certo di non scriverne altri.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Vanishing Faces”, poesia di Silvio Raffo

Quanti volti vedrò lenti svanire

e dissolversi in una spessa bruma,

i tratti in nebbie pallide sfumati

come nuvole all’ultimo imbrunire…


Volti dai lineamenti delicati-

E’ un pensiero che l’anima consuma

sapere che per quanto vi abbia amati

dal mio sguardo dovrete scomparire


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Parole di resurrezione”, poesia di Gianni Antonio Palumbo

Non corre verbo di resurrezione

tra le labbra della tramontana.

Le finestre chiuse sono anime

intabarrate nel mistero doloroso

dei lampioni scossi dagli schiaffi d’aria.

È cerchio dell’ombra questa Notte

e non sgrana rosari o redenzione.

Eppure nel silenzio delle inquiete stanze

l’amore forse …

solo l’amore…

l’amore soltanto… forse

ci restituirà quel tempo che le occasioni infiora.

Tempo madreculla che dà sé a sé stessi

e gli altri al cuore

cuore di fuoco che l’Immenso

rapirebbe in alto.

In alto…

Non tutto – sappi – è dis-grazia.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Sacro minore” di Franco Arminio, recensione di Cristina Biolcati

Franco Arminio è un poeta da sempre promotore di battaglie civili, come ad esempio la lotta contro la chiusura dell’ospedale della sua Bisaccia, il paese dov’è nato nel 1960 e vive, in provincia di Avellino. Gli sta a cuore lo spopolamento delle aree interne dell’Irpinia, che rende attraverso un nostalgico confronto tra passato e presente, palesato da una scrittura che si sviluppa per immagini.

Sacro minore (Einaudi, marzo 2023) è forse la sua raccolta più rivoluzionaria, poiché esprime una dimensione spirituale che è strenuamente invocata attraverso concetti tipici della vita, semplici e cari a tutti. Quasi che un’altra dimensione, aulica e celeste, non sia possibile da individuare e quindi la si debba ricreare nelle situazioni quotidiane.

I ricordi intangibili, diventano sacrosanti e venerabili, proprio perché identificati in un benessere che abbiamo avuto senza esserne consapevoli. “Sacra è la grazia della vita ordinaria / di cui ci accorgiamo solo quando arriva / una brutta notizia”.

Sacra è la vita, così come l’infanzia e il mondo di chi ormai ha concluso il suo cammino. Nulla è banale, se pensato al cospetto della meraviglia dell’essere al mondo, qui e ora. “Sacro è che io sono qui / perché alcune persone dentro di me / non devono morire.”

Ecco quindi che il corpo diventa veicolo attraverso il quale vivere le esperienze. Esso gode a lungo delle sensazioni e le trattiene. “Sacri sono gli abbracci / che fanno luce nelle ossa.”

La morte è un continuo, affatto un’interruzione. I defunti vivono nell’ambiente circostante, nessuno li dimentica. “Sacro è immaginare / cosa dice, cosa vede / il morto che esce a fare quattro passi / in una notte di neve.”

Anche i gesti più semplici diventano memorabili, perché universalmente condivisi. “Sacro era quando mia madre / mi portava alla Standa, allora / anche comprare un pettine / era una speranza.”

Leggere queste micro poesie può essere una valida terapia, che dà sollievo. Perché mortale è il corpo, mentre un altrove non è possibile e non resta che evocarlo. Diventa involucro sacro, appunto, dal momento in cui assume un legame col trascendente. Non potendo vedere quel che non esiste, il poeta costruisce una sorta di sacro minore, nel tentativo di evidenziare ciò che c’è di mirabolante in quel che ci circonda, inteso come oggetti concreti. Un filo d’erba; una radiografia; una lumaca, tanto per fare degli esempi.

La poesia è intesa come preghiera, ma solamente suggerita. Un sacro “piccolino”, quotidiano. Di corpi che si incrociano e interagiscono, ma poi si allontanano dalla dimensione terrena.

Per concludere, Sacro minore è una raccolta composta da versi brevissimi in forma di epigrammi, vivamente consigliata.

Da tenere con sé, magari per leggerne un componimento al giorno e gustare così la potenza dei versi. Per ritrovare la stessa familiare sensazione di paesi che sono cambiati nel tempo, di persone che hanno fatto parte del nostro mondo e adesso non ci sono più. Padri e madri passati a miglior vita, che hanno rappresentato la parte più felice della nostra fanciullezza e vorremmo ancora incontrare.

Comune è quella sensazione nostalgica, d’impotenza. Un universo parallelo in cui i vivi e i morti si alternano, riconoscendo la sacralità del passato, diventa invece una coperta con la quale avvolgersi nei giorni più freddi, con una sensazione di attesa. Uno stupore che porta alla gratitudine, come nuovo modo di concepire il presente.

Un diverso sistema di pregare, suggerisce il poeta. Però questa raccolta di poesie è degna di nota proprio perché sprigiona benessere e consolazione. Tanta meraviglia in chi vacilla nella fede.

Basta la geografia, una parola. In fondo, è tutto quello di cui abbiamo bisogno per non ritenerci orfani del passato. Una consapevolezza appagante, che fa sentire meno soli.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Ritorno al vuoto”, saggio di Giovanna Fileccia

Mi è capitato in passato di affermare che la poesia possiede i suoni della musica jazz la quale produce onde sonore elastiche che danno vita a emozioni-come-colori. La poesia accade nell’animo di chi la sa accogliere e si rannicchia in un angolo del corpo fino a che esplode nello spazio circostante. La poesia può fare molto rumore e può anche placare un animo in fermento. Immaginiamo il poeta, la poeta, come se fosse un equilibrista che, asta alla mano, cammina sul filo e, in bilico, ascolta la voce del vento che conduce a due passi dal sole dove è più facile asciugare le lacrime. In questo miracolo poetico vi è nascosto un segreto: il funambolo sa dove e come poggiare i piedi, egli attraversa a piccoli tentativi le emozioni su di un filo sospeso che è sì fragile, ma resistente; nel suo procedere si affida alla propria forza, al proprio coraggio e colma il vuoto – qui rappresentato dall’altezza e dalla sospensione -, prendendo energia dal sé-baricentro.

 La poesia è capace di alleggerire le menti e di sollevare il corpo. Guardiamo, altresì, alla poesia come a una cordicella che lega noi agli altri: come se le parole fossero i minuscoli fili resistenti, compatti che compongono la corda. Scrivere fortifica: è un processo comune a chi, come noi, incide su carta le emozioni più profonde. E, scrivendo, affiorano sentimenti che appartengono a ognuno.

Mi reputo una lettrice esuberante: non riesco a stare lontana dalle parole di poeti e narratori. Tra l’altro ho fatto parte di giurie di concorsi letterari, ho recensito e presentato vari libri e ho ideato alcune rubriche letterarie nelle quali parlo e scrivo di autori sia classici che contemporanei. Questa premessa da parte mia è doverosa in quanto ho rilevato, già da tempo, che, in letteratura in generale e nella poesia in particolare, spesso chi scrive espone più o meno consapevolmente ciò che gli manca. Anche i grandi poeti hanno scritto per mancanza, per difetto, per sottrazione e alienazione. Il poeta desidera, anela con tutto se stesso a ciò che non ha, si tende verso l’oggetto del suo desiderio. Da lettrice a un certo punto mi sono chiesta: ma qual è il contrario di mancanza? Ed ecco che qui mi si è aperto tutto un mondo, perché mi è giunta, come un sussurro, la parola pienezza. Ma si può scrivere per pienezza? E cosa vuol dire? Quando lo si fa? E poi: si può scrivere contemporaneamente di mancanza e di pienezza?

Proverò ad analizzare tali mie domande e mi proverò a formulare alcune risposte. Parto dal presupposto che scrivere è riempire un foglio di parole, concetti e sentimenti per cui l’atto della scrittura è di per sé riempitivo; il concetto di scrivere per mancanza, quindi, appare come un controsenso, eppure pone le basi per una scrittura che seppure nell’esprimere un sentimento di dolore, di sofferenza, in ogni caso riempie l’animo, lo ripara addirittura, e il poeta si sente sollevato, ne ottiene beneficio poiché ha riempito quel vuoto interiore e ha trasferito il suo disagio in un foglio, ma soprattutto lo ha trasposto fuori da sé. Fin qui è tutto chiaro, è questo il percorso principe della poesia: un moto maieutico che si avvale degli strumenti emozionali ed espressivi per colmare le crepe interiori. La maggior parte dei poeti hanno scritto – e ancora scrivono, scriviamo – di ciò che tormenta, logora, addolora: la poesia si fa cura dell’animo nel narrare la drammaticità. Un moto nel quale essa stessa: prima abbisogna del vuoto per sondare il sentire più profondo, e quindi si dispiega, si apre, per divenire forma tridimensionale che unisce il detto e il non detto.

Possiamo affermare, dunque, che la poesia oscilla tra la mancanza e la pienezza anche dal punto di vista grafico: mi piace pensare alla poesia come una ragnatela di parole con gli spazi vuoti intervallati da versi e strofe, spazi che nascondono significati e celano più di quel che si dice.

Ma ritengo ci sia un aspetto più tecnico che attiene al contenuto della poesia la quale si fa contenitore di un messaggio: più in alto ci trasporta il messaggio più il vuoto si riempie. Ma cosa è il vuoto? Nell’immaginario collettivo è visto come abisso della solitudine, una condizione da rifuggire, tenere più lontano possibile: ma è davvero così negativo il vuoto? Se invece lo pensassimo come la nostra parte in ombra che attende di essere estratta e vista? So per esperienza diretta quanto la solitudine sia la molla che fa scattare il desiderio di comunicare, di creare, di interagire, di saltare verso…

Ma… com’è il vuoto? Io lo immagino come una sfera all’altezza dell’esofago che contiene già il più prezioso in viaggio verso l’esterno, affinché mani invisibili si aggrappino alla pienezza del vivere e la sfera trasli e raggiunga la vetta dell’anima, un’anima che, seppure piena di tagli, va verso la luce. È strano come ciò che ho appena detto mi riporti alla mia opera di Poesia SculturataUtero della terra-Marhanima” la quale ha, al suo interno, le preziosità più segrete: quelle che attengono all’anima. In “Utero della terra” la sfericità si fa contenuto e contenitore e al suo interno vi si accede con la reverenza di chi si predispone ad accoglierne il segreto: oltre la soglia, la sfera è completa, piena e si palesa quasi con sfrontatezza poiché essa sa, conosce ciò che è inconoscibile. Eppure è sufficiente saltare – con coraggio – nel vuoto per accedere alla luce. La poesia, quindi, me la figuro come un utero da riempire con le unicità del cosmo e… dell’uomo.

Il poeta ama il vuoto e si fa voce di un silenzio che non sta mai zitto, un silenzio che risiede già nelle cellule del corpo, ma anche nel tessuto sociale: si manifesta come coscienza del sé e come coscienza collettiva. Il corpo è uno dei veicoli che il poeta utilizza per trasmettere il suo messaggio: attraverso l’epidermide egli percepisce vibrazioni che poi esprime con le parole. Immagino il poeta-funambolo utilizzare l’asta come se fosse una sciabola di sillabe e innalzarla verso un ideale di armonia e bellezza, di amore e benessere.

Italo Calvino sosteneva che “bisogna elevarsi, alleggerirsi, rispetto alla pesantezza della realtà: planare sulle cose dall’alto e non avere macigni sul cuore”. Guardare dall’alto, quindi, permette di alleggerire. Alleggerire permette di creare spazio. Lo spazio riporta all’essenziale, al vuoto che eleva.

Poesia di pienezza è, secondo me, comunione tra la propria essenza, il divino e gli uomini; tra il sé e il tutto. Il tutto: ciò che l’uomo ha il privilegio di vedere, osservare, gustare, toccare, annusare. Quanti verbi! Eppure sono in linea con chi si affida ai sensi. La pienezza nella poesia accade quando il poeta si libera da ciò che è superfluo: dai suoni e dalle immagini che provengono dall’esterno e si concentra sull’armonia e… contempla. Il contemplare rigenera il vuoto, gli dà nuova forma e nuovo significato. Senza il vuoto non potrebbe esistere il pieno. E il pieno forse è semplicemente l’amore. Ascoltate cosa scrive Sàndor Màrai:

La vita, amore mio, è la pienezza.

La vita sono un uomo e una donna (… che sono) l’uno per l’altro,

ciò che la pioggia è per il mare:

l‘uno torna sempre a cadere nell’altro,

si generano a vicenda,

l’uno è la condizione dell’altro.

Da tale pienezza nasce l’armonia,

e in questo consiste la vita.

Una cosa rarissima fra gli esseri umani.

La poesia è l’arte creativa più nobile, quella che riesce a penetrare nel midollo delle cose. La poesia si lascia trovare solo da coloro che la cercano. Fosse anche il fruscio del vento, il ritmo della pioggia o un sorriso spontaneo: eccola la poesia è vista e ascoltata. Scriverla è forgiare le emozioni, è dare corpo alle sensazioni. La poesia di pienezza quindi è semplice ma profonda, sfida il consueto, oltrepassa il disamore per accedere all’amore, quello più alto, quello che niente chiede in cambio. Come un dialogo tra l’umanità, la natura e la fede. Un po’ come “affidare al vento il dolore, all’onda marina il pianto e tenere in braccio l’amore.”

*

Nota dell’autrice: Questo saggio breve è stato redatto per il convegno “La poesia: Quel poco che riempie il vuoto”, evento inserito ne “Il Maggio dei libri 2023”, promosso dall’Associazione Faro Convention of Citizen Europe, presso la Biblioteca Comunale di Villa Trabia di Palermo, relazionato il 29 maggio 2023.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Quiete di pane e famiglia”, poesia di Carla Maria Casula

È sera di pane e famiglia 

nel rosso lieve di un abbraccio

– di ritrovo e promesse –

e ascolto respiri d’attesa

nel silenzio che nutre il silenzio 


e nel silenzio sgrano rosari solitari

di voci

di pagine

di ombre

come un’Ave di ieri – azzurra- 

e un Pater di oggi – opaco –


E sono una giostra muta 

le vocali in controluce

– spicchi d’agrumi inconsistenti –

mentre danzano intorno al mosto 

di un fuoco taciturno

che ombreggia la mano quieta 


nell’ora affacciata alla penombra 

– le tende di miele e inchiostro –

Estranea di risa

osservo il sapore discreto 

di un lembo di fiamma 

riflesso nel bicchiere 


con la treccia sciolta a metà 

tra il rosso di pane e famiglia

e l’ultima rima della notte


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Distici dell’inespresso”, poesia di Rossana Jemma

Col nubifragio dentro gli occhi

nutrendo il nostro nulla di sorrisi


vorrei condurti dentro l’orto del non detto

in fondo all’assetto invisibile, inespresso


che dispone in ordine ogni cosa

laddove si assottiglia la distanza


Tra il merlo intento al canto

e il bimbo che commosso vi s’incanta.


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“Il poeta danzante. Vita, opere e insegnamenti del mistico Rumi”, saggio di Giuseppe Guidolin

Recita un antico proverbio turco: “Vedi il mondo, ma vedi soprattutto Konya”.

Konya, città di cupole e minareti, è situata al centro della penisola anatolica, nella regione della Galazia, su un altopiano stepposo posto a circa 1000 metri d’altezza. Abitata sin dal III millennio a.C., da sempre ha esercitato un fascino particolare, capace di attirare ed incantare generazioni di viaggiatori. Ribattezzata dai Romani con il nome di Iconium, si convertì ben presto al Cristianesimo, grazie alla predicazione di San Paolo e San Barnaba.  Nei primi secoli dopo Cristo essa raggiunse una discreta prosperità ed un notevole sviluppo culturale, ma anche sotto il dominio bizantino non arrivò mai a quel grado di splendore che avrebbe toccato dopo la conquista da parte dei Turchi Selgiuchidi, che la resero, nel 1097, capitale del loro regno. Nel XIII secolo Konya visse il suo periodo aureo sotto il regno del sultano Alaeddin Keykobat (1219-1236), che dotò il complesso urbano di una robusta cinta muraria provvista di più di 100 torri difensive. Sulla collina posta al centro della capitale egli fece erigere il suo sontuoso palazzo, di cui restano oggi solo il portale in marmo e alcuni resti dei muri perimetrali. Ma il merito principale del sultano fu quello di richiamare presso la sua corte uomini d’arte e di scienza e tra questi, nel 1228, anche il poeta mistico sufi Jalal al-Din Rumi, fondatore dell‘ordine dei Mevlevi o Dervisci danzanti e soprannominato dai suoi allievi Mevlana (“Nostro Signore”). Della sua vita a Konya resta l’interessante Monastero (tekke).

Esso comprende una Moschea, la Sala rotonda della danza (Semahane), le celle dei dervisci e il Mausoleo di Mevlana, alto 25 metri, riconoscibile per l’originale cupola conica di smalto verde (Kubbe-i handra). Al suo interno sono riposti i sarcofagi, sormontati da un turbante, in cui riposano le salme del grande mistico, del padre Bhaeddin, del figlio Sultan Veled e di altri famigliari e capi spirituali dell’ordine. In esso sono custoditi anche i più vecchi manoscritti delle opere del maestro, del figlio e di altri artisti mevlevi. Sopra la porta d’ingresso al mausoleo sono riportati questi due versi di Sultan Veled in persiano: “Oh colui che cerca, ammetta con fede il mio consiglio / poggi la testa alle soglie della verità”. Sulla cupola del mausoleo appaiono due versi in persiano che recitano: “È qui il tempio degli innamorati di Dio / Coloro che qui vennero viziati andarono integrati”. Una finestra attigua riporta invece la seguente quartina di Mavlana: “Oh tu che spargi la luce della dignità e della generosità / Sono schiavi tuoi il sole, la luna, e le stelle, tutte le porte sono chiuse / Affinché il povero innamorato non possa trovare / una porta diversa dalla tua”.

Il monastero, detto anche la “Mecca degli innamorati”, è ancora oggi visitato da migliaia di persone. L’ordine dei Dervisci, al pari di tutti gli altri, venne infatti sciolto nel 1925 dal Presidente turco Atatürk, e il monastero di Mevlana fu trasformato in museo. Anche se non esiste più ufficialmente come tale, oggi la Confraternita dei dervisci continua a prosperare e ad esibirsi nel suo complesso rituale, durante il quale i ballerini (semazen), vestiti nei tipici abiti (mantello di lana e cappello a tronco di cono), eseguono, sotto la direzione di un maestro (sey), la loro roteante danza rituale (sema) accompagnata dal suono di flauti (ney), tamburi (tef) e violini (rebab). Dal 1982 la cerimonia è stata aperta anche alle donne.

Jalal’d-din Rumi era nato nel 1207 a Balkh, città del Khorasan, nel territorio dell’odierno Afganistan. La madre di Mevlana, Mümine Hatun, era figlia dell’emiro di Balkh. Il padre, Bhaeddin Veled, era invece figlio di Hüseyin Hatibi, uomo di scienza molto noto nel paese. Con l’appellativo di Sultan’ül-Ulema (“Sultano dei saggi”), Veled godeva di grande popolarità, per la sua vasta cultura e grazie alle prediche che egli pronunciava nelle moschee e nelle madrase (scuole teologiche) della città. Come rivelano alcune fonti storiche, molti dei suoi oppositori e detrattori scrissero al Governatore di Balkh accusandolo di voler “conquistare completamente i cuori della gente, senza tenere in dovuto rispetto alcuno”. Ma egli rispose al governatore con il seguente messaggio: “Esprimo il mio profondo rispetto al sultano dei musulmani, cui si addicono tesori e troni. Ma per noi dervisci il territorio ed il potere non hanno nessuna importanza. Noi andremo dal di qua con cuore sereno, lasciando il sultano a tu per tu con i suoi amici”.

In quel periodo l’esercito mongolo aveva varcato i confini del Khorasan, facendo piazza pulita e saccheggiando città e campagne. Inorriditi da tali atrocità gli abitanti di questa terra iniziarono ad emigrare verso ovest, in direzione della Persia e dell’Anatolia. Prendendo pretesto da tali avvenimenti Bhaeddin Veled decise, con la sua famiglia, di abbandonare definitivamente Balkh. Fu così che il giovane Jalal’d-din, ancora adolescente, dovette lasciare il paese, iniziando un lungo viaggio. Una serie di peregrinazioni lo avrebbe portarono in varie città della Persia e della Siria, dove egli sarebbe entrato in contatto con il Sufismo e lo Sciamanesimo, e avrebbe conosciuto il misticismo orientale, musulmano e cristiano.

La prima tappa del pellegrinaggio fu Nisabur, ove incontrò Farid al-Din Attar, famoso filosofo e mistico dell’epoca. Il giovane Mevlana destò una sincera ammirazione in Attar, che stimava la sua profonda erudizione ed intelligenza. In seguito la famiglia si diresse verso Bagdad. Qui il Califfo di Bagdad, impressionato dai saggi discorsi di Sultan’ül-Ulema, volle personalmente incontrare il padre di Mevlana. Ma Egli non rimase per molto tempo a Bagdad, preferendo proseguire verso la Mecca e Medina. Dopo aver visitato questi sacri luoghi la famiglia proseguì verso Gerusalemme per poi raggiungere Damasco. Dopo una breve sosta essa si diresse verso l’Anatolia, al confine con lo stato selgiuchide. Qui, nel 1221, il gruppo si fermò a Larende (l’attuale Karaman).

Negli anni successivi Jalal’d-din crebbe in erudizione, seguendo le lezioni del padre e continuando a studiare assiduamente. Nel 1225 si sposò, a Larende, con Gevher Hatun, figlia di Seraffedin Lala, uno dei discepoli di Bhaeddin Veled che l’aveva accompagnato dalla sua partenza da Balkh. Poco dopo il matrimonio nacquero i suoi due primi figli, Sultan Veled e Alaeddin Celebi. 

La maggior parte del territorio anatolico si trovava sotto il dominio selgiuchide che, in quell’epoca, aveva raggiunto la massima espansione. Nel 1219 Alaeddin Keykobat era un sovrano molto stimato, perchè dotato di profonda saggezza e conoscenza, oltre che di un interesse per le arti e la cultura. Konya, capitale del regno selgiuchide di Rum (da cui il nome Rumi, assegnato in seguito a Jalal’d-din), fu pertanto abbellita e impreziosita da numerose opere artistiche e da rinomate istituzioni educative. La corte selgiuchide e le madrase divennero i punti di riferimento per numerosi studiosi del tempo e gli insegnamenti mistici si diffusero rapidamente. Noti filosofi come Necmeddin Daye, IbnʿArabī, Sadr al-Din al-Qunawi fecero di Konya la capitale della scienza, della sapienza e della cultura. Il sultano non appena seppe del soggiorno di Bhaeddin Veled a Larende lo invitò subito a Konya. Nella primavera del 1228 la famiglia di Jalal’d-din giunse nella città, dove venne accolta dal sultano e alloggiata nella madrasa di Altun-Aba, la più grande della città. Il padre di Mevlana tenne prediche ed insegnò a Konya fino al 1231, anno in cui morì. Dopo la morte del padre Jalal’d-din ereditò il gruppo di discepoli e gli allievi di Sultan’ül-Ulema, che considerò sempre il figlio come suo unico erede in campo spirituale. Nei tristi giorni che seguirono la perdita del padre Jalal’d-din conobbeSeyyid Burhaneddin di Tirmiz, vecchio discepolo di Bhaeddin Veled a Balkh, che ora viveva ritirato in montagna. Mevlana, dopo aver ricevuto importanti insegnamenti da Seyyid, partì per Aleppo e Damasco, dove rimase due anni facendo conoscenza con noti filosofi dell’epoca. Quando tornò a Konya il suo maestro Seyyid gli disse: “Figlio mio, sei ormai maturo. Adesso sei un maestro incomparabile nel campo delle scienze razionali e naturali. Vai, quindi, ad inondare di luce l’anima degli esseri umani per una vita nuova, dai una grazia infinita e fai rinascere i morti con i tuoi ideali ed il tuo amore”.

“Rumi. In the blink of the eye”
di Bob Wilson e Kudsi Erguner
©️ Giuseppe Guidolin
Teatro Alighieri (Ravenna), 2009

Qualche anno dopo, in seguito alla morte di Sayyid, Mevlana rimase di nuovo solo. Non smise però di allargare il suo orizzonte spirituale, dedicandosi agli studi per acquisire maggiori conoscenze in materia teologica. Si dedicò anche allo studio della letteratura persiana, indiana, araba e imparò il greco per capire meglio le opere dei filosofi greci classici. A Konya formò un importante circolo di eruditi, verso i quali la corte del sultano si dimostrò sempre accogliente e rispettosa. In questo periodo della sua vita Mevlana assunse le vesti di maestro religioso che dava lezioni nelle madrase, quelle di predicatore che offriva consigli alla gente nelle moschee e quelle di dottore della legge (müftü). Le sue prediche furono successivamente raccolte in un volume intitolato Mecalis-i Seba, in cui i commenti e le visioni mistiche venivano espressi in forma narrativa e poetica. Questo stile preparò il terreno alla redazione della sua futura opera più significativa, il Mesnevi, che scrisse in uno stato di estasi mistica. In questo periodo morì la moglie. Egli si risposò in seconde nozze con Kerra Hatun, che gli darà altri due figli: una femmina, Melike, e un maschio, Muzafferüddin Emir Alim Celebi. Col passare del tempo, tuttavia, egli si incupì, rinchiudendosi sempre più in se stesso. Ma il 25 novembre 1244, mentre tornava a casa dalla madrasa, qualcuno lo fermò improvvisamente in mezzo alla strada. Questi era un derviscio errante che gli pose alcune domande strane. Le risposte di Mevlana, brevi e precise, entusiasmarono il derviscio, proiettandolo in uno stato di estasi. Jalal’d-din discese dal suo mulo, abbracciò l’uomo e lo portò a casa sua. Da quel giorno egli si sentì liberato e “la sua porta si smaltò con la chiave dell’amore”. Fu così che egli conobbe il derviscio Muhammed Samseddin di Tabriz, detto dai suoi seguaci “Sole della Fede”, con il quale instaurò un intimo connubio spirituale. Il luogo in cui i due mistici si trovarono è oggi noto come Marc’al-Bahreyn, ossia “luogo d’incontro tra due oceani”. L’incontro con Samseddin, infatti, creò un profondo turbamento e determinò un decisivo mutamento nell’esistenza di Jalal’d-din. Quell’uomo, colto ed erudito, non tarderà a precipitarlo nell’oceano dell’amore, esaltando la sua sapienza mistica. Dalla comunione delle loro anime nacquero i più bei versi mistici di Mevlana. Su questi presupposti, nonostante l’opposizione dell’ortodossia islamica, egli volle dar vita ad un particolare Ordine sufi, i Mevlevi o Dervisci danzanti, che vedevano nella simbolica danza circolare (detta sema) e nella musica che l’accompagnava la via privilegiata per quell’estasi a cui Mevlana stesso alludeva quando scrisse: “Specchio sono io, specchio sono io / niente parole, niente parole / potrai vedere l’estasi mia, se si fa occhio l’orecchio tuo! / Agito a danza le mani come albero, turbino in tondo come la luna / il mio rotare colore di terra è più puro dei cerchi del cielo”.

Secondo fonti mevlevi Samseddin (o Sams) era stato discepolo, fin dalla tenera età, di Ebubekir Selebaf, per poi entrare come novizio in vari ordini monastici del tempo, Nessuno di questi, tuttavia, aveva saputo soddisfare la sua sete di spiritualità. Pertanto Sams, dopo aver vagabondato di paese in paese, era giunto finalmente a Konya dove, dopo aver ascoltato le risposte di Jalal’d-din, si era reso conto di aver trovato la perfetta intesa mistica che cercava. Jalal’d-din, dal canto suo, aveva visto in lui “l’assoluta perfezione e il bagliore della luce divina”. Tuttavia l’improvviso ritiro dalla società di un uomo impegnato come Mevlana, le cui lezioni e preghiere erano molto apprezzate e le cui concezioni spirituali erano state accolte con fervore dal popolo, causò grande stupore e sconcerto tra i suoi amici e conoscenti, una delusione che presto si mutò in rabbia e ostilità verso Sams, incolpato per questo repentino cambiamento del maestro. La gente si lamentava dicendo: “Chi è questo Sams che separa la guida dai suoi discepoli? Come si permette di allontanarlo dai suoi libri e dall’insegnamento che egli impartiva? Sarà forse opera di una magia o stregoneria? Non doveva privare tutto il popolo di un suo predicatore”.

Ad un certo punto i fatti presero una cattiva piega e Sams scomparve improvvisamente nel febbraio del 1246. Questa sparizione rimase un mistero, come il suo incredibile arrivo a Konya. La scomparsa di Sams fu per Mevlana motivo di grande dolore. Chiuso nella sua casa si consumava “nel crogiolo della sofferenza”, scrivendo tristi poesie nostalgiche. Le prime notizie concernenti Sams giunsero a Konya alcuni anni dopo. Si seppe così che egli si trovava a Damasco. Mevlana gli scrisse tre lettere implorandolo di tornare, ma non ricevette mai risposta. Suo figlio, Sultan Veled, decise allora di recapitargli direttamente la quarta lettera a Damasco. Egli incontrò Sams e lo convinse a tornare a Konya. L’8 maggio del 1247 Mevlana accolse nuovamente Sams nei sobborghi della città, deciso a trattenerlo a Konya per sempre. Poco tempo dopo, purtroppo, gli avversari di Sams si ricompattarono e, con la complicità del secondo figlio di Jalal’d-din, Alaeddin Celebi, studiarono un piano per allontanarlo definitivamente dal maestro. Nella notte del 5 dicembre 1247 Sams venne ucciso in un agguato, ma Mevlana venne tenuto all’oscuro di tutto. I suoi amici più fedeli cercarono di consolarlo facendogli credere che Sams era nuovamente partito, ma che sarebbe certamente tornato in futuro. Jalal’d-din si recò più volte a Damasco, con la vana speranza di incontrarlo, finchè non capì che Sams continuava a vivere nella sua propria anima. Per questo egli soleva dire: “O tu che cerchi, vedere lui è sinonimo di vedere me, io sono lui”.

Il mistico Rumi

Così, avvolgendo la testa in un turbante grigio e vestendosi con una giubba, continuò ad abbandonarsi all’amore divino e alla “sema” (danza mevlevi), consumando l’esistenza in estasi. Dopo la morte di Sams, Jalal’d-din era destinato ad incontrare un altro spirito illuminato, Hüsameddin Celebi. Costui apparteneva ad una famiglia di ricchi mercanti di Bagdad emigrati nel XII secolo d.C. verso l’Anatolia. Rimasto orfano in tenera età egli aveva frequentato i corsi tenuti da Mevlana nella madrasa di Konya, partecipando alle esercitazioni di “sema”. Divenuto adulto era entrato a far parte dei Mevlevi, fino a divenire, dopo la morte di Selahaddin, amico intimo del maestro. Nell’ordine mevlevi egli maturò e perfezionò la sua conoscenza spirituale e fu promosso “prezioso guardiano della conoscenza segreta”. Considerato da Mevlana come “luce della verità e anima illuminata”, Hüsameddin restò accanto a lui come fedele consigliere per oltre dieci anni. Jalal’d-din gli era così affezionato che non poteva assolutamente viaggiare senza di lui.

Con Sams Mevlana aveva raggiunto la perfezione e la vetta dell’amore divino e attraverso Hüsameddin egli lo espresse e condensò per iscritto. Negli ultimi anni di vita, infatti, Jalal’d-din raggiunse la tranquillità e il suo entusiasmo e la sua estasi si orientarono verso la conoscenza meditativa. Hüsameddin, che osservava attentamente questa trasformazione, si impegnò a divulgare l’ideale d’amore e di sapienza del maestro. Pensò, quindi, che fosse necessario comporre un’opera poetica in metrica distica che soddisfacesse i desideri spirituali dei cuori ardenti d’amore divino. Quando Hüsameddin suggerì a Mevlana un’opera di questo genere, egli rispose che ciò sarebbe stato possibile solo se lui stesso si fosse reso disponibile a trascrivere i versi. Da allora giorno e notte, per strada ed in giardino, Hüsameddin scrisse accuratamente ogni parola che Mevlana pronunciava e dettava con amore. Questo lungo lavoro sfociò nella compilazione del Mesnevi, capolavoro assoluto del maestro e specchio del dominio poetico e filosofico della sua coscienza.

Nell’inverno del 1273 Jalal’d-din, indebolito dalla vecchiaia e dalle fatiche per i lunghi periodi di digiuno, si avviò verso la fine della sua esperienza terrena. Dopo aver sofferto per 40 giorni, nell’ultima notte della sua vita dettò la seguente poesia a Sultan Veled, che non si era mai allontanato dal capezzale paterno: “Va e poggia la testa sul guanciale / lasciami solo / abbandona questo povero consumato / che passa le sue notti errando / Noi le notti le passiamo / lottando fino al mattino / dibattendoci nelle onde d’amore / Vieni se vuoi, vieni e perdonaci / Vattene se vuoi, e tribolaci”.

L’indomani, domenica 17 dicembre 1273 (anno 672 dell’egira), mentre il sole tramontava la sua luce si alzava dal mondo dei mortali per prendere il volo verso il mondo dello spirito e dell’eternità. Egli fu sepolto accanto alla tomba del padre, nel mausoleo, dove giace tuttora. Mevlana aveva così arricchito spiritualmente Konya che con la sua scomparsa la città intera apparve improvvisamente vuota. Ma in realtà la sua morte fu un atto di rinascita della verità e dell’amore raggiunto. Fu il giorno della definitiva e universale comunione con l’Assoluto. Prima di morire egli infatti aveva detto: “Dopo la morte non cercate la nostra tomba sulla terra / Essa è nel cuore degli intenditori”.

Dopo la morte di Mevlana, a capo dell’ordine mevlevi gli successe lo stesso Hüsameddin Celebi. Quando morì, nel 1284, fu sostituito da Sultan Veled, figlio del maestro, il quale attuò le riforme già iniziate dal padre e fondò il mausoleo che accoglie le spoglie dei capi mevlevi, rendendolo un importante centro spirituale ed artistico. Dopo il suo decesso, avvenuto nel 1312, il figlio Ulu Arif Celebi prese il suo posto. Egli giocò un ruolo fondamentale nella riorganizzazione e nel consolidamento dell’ordine, che lasciò in successione, nel 1320, al fratello Semseddin Emir Alim. 32 Celebi della famiglia di Mevlana divennero, in seguito, capi spirituali dell’ordine. Nei secoli successivi la scuola mevlevi superò i confini di Konya estendendosi a tutto il territorio anatolico, per poi diffondersi ad altri paesi. Essa esercitò una sensibile influenza sulle idee, le credenze e la cultura di diversi popoli. Sotto il dominio dell’Impero Ottomano l’ordine crebbe ulteriormente e in numerose città sorsero diversi Derghan (Conventi di dervisci) osservanti della regola e della tradizione dei dervisci.

Mevlana ha lasciato in eredità ai posteri 5 fondamentali opere letterarie di alto valore poetico, religioso e culturale. Il Mesnevi, composto di 6 volumi, raccoglie, in forma di racconti, i pensieri mistici di Mevlana. Scritto in persiano con metrica classica della poesia cortigiana turca, esso è costituito da 25.168 poemi in forma distica. L’amore fervente e l’esplorazione dell’universo interiore trovano la loro massima espressione in quest’opera limpida e raffinata, compilata in uno stile agevole e gradevole. In essa Mevlana, nella veste di guida spirituale, rivela e mostra all’uomo la via divina che porta alla verità. Dopo la stesura definitiva il Mesnevi fu apprezzato ed ebbe larga diffusione a livello popolare. Numerosi erano gli insegnanti (mesnevihan) che lo leggevano e commentavano nelle scuole religiose. L’opera fu anche pubblicata e tradotta in diversi paesi orientali, oltre che in varie lingue europee.

Il Divan-i Kebir (“Grande raccolta”) è un’opera monumentale, composta da Mevlana in stato d’estasi, che consta di 40.000 distici, comprendenti 21 divan mistici, un divan in quartine e i gazel che Mevlana scrisse con lo pseudonimo di Sams. Il libro è un diluvio d’amore esaltato, in cui Jalal’d-din trova “l’esistenza nell’estasi e nella passione” e, libero da costrizioni, canta l’amore divino. La raccolta è compilata in modo conforme alla tradizionale metrica del divan, ossia alfabeticamente ordinata. Benchè scritta in persiano, essa contiene anche alcuni poemi in turco, greco ed arabo. Questo scritto ebbe numerosi ed assidui lettori nei paesi orientali, ma fu pubblicata anche in occidente in forma di testi scelti.

Il Fihi-Mafih (letteralmente “C’è ciò che c’è”Libro delle profondità interiori nell’edizione italiana) è un’opera in prosa e poesia, scritta in persiano, che contiene le prediche di Mevlana. La filosofia mistica della vita e della morte, l’iniziazione ad una vita mistica e le sue diverse fasi, i rapporti tra guida spirituale e discepoli, nonchè argomenti come la fede, l’amore, la morale e la preghiera vengono trattati come nel Mesnevi, attraverso racconti ed esempi. In questa raccolta Mevlana appare come un pensatore mistico maturo che insegna al genere umano i mezzi per giungere alla perfezione.

Il Mecalis-i Seba è una raccolta di sette orazioni erudite pronunciate da Mevlana in arabo. In quest’opera, scritta in prosa ed in versi, i versetti del Corano e le parole di Maometto vengono illustrati in modo piacevole, per mezzo di racconti e poesie.

Il Mektubat è un compendio di 147 lettere scritte da Mevlana ai sultani selgiuchidi e agli uomini di stato del tempo. Questi documenti hanno un importante valore storico.

Mevlana non fu mai un filosofo in senso stretto, ma semplicemente un grande mistico e un poeta erudito. Per lui la filosofia era un sistema debole ed incompleto, in quanto basato esclusivamente sulla speculazione razionale. Egli scrisse che “La ragione è incapace di esprimere l’amore. La verità dell’amore e dello stato amoroso non possono essere rivelati ed espressi che solo dall’amore stesso”. Nella sua concezione artistica la poesia era uno strumento d’insegnamento. Un concetto espresso in versi, secondo la sua opinione, si incideva meglio nella memoria del lettore, rendendo più facile e piacevole la lettura.  Non gradiva il ritmo e la rima, in quanto imponevano restrizioni alle idee da trasmettere: “Mentre penso alla rima mia amata mi dice: non pensare a nient’altro che alla mia faccia … Oh te, pensatore di rime, accanto a me tu sei la rima di prosperità. Siediti tranquillo di rimpetto. Vicino a me la rima essenziale sei tu. Cosa c’è in una lettera che tanto ti fa pensare? Cos’è una lettera? Null’altro che un recinto che cinge una vite. Annulla dunque la lettera, il suono e la parola … e lasciami parlarti senza questi tre pensieri”.

I temi e le visioni mistiche dominano la sua opera e il suo pensiero, sviluppando e definendo un’autentica ed intima “Teologia della Bellezza”. La purezza e tensione spirituale che egli esprimeva abbracciava l’uomo e la vita nella sua totalità, in quanto alimentate da un carattere di tolleranza illimitata il cui scopo era il raggiungimento della pienezza d’amore: “Il cammino dei nostri profeti è il cammino dell’amore / Non rimanere senza amore se non vuoi morire /muori nell’amore se vuoi restare vivo”.

L’amore che egli intendeva era innanzitutto l’amore divino che si manifesta nell’uomo capace di raggiungere la perfezione spirituale. Questo amore si tramutava nella fonte dell’estasi che gli consentiva di realizzare l’Unione suprema con Dio. Così egli riassunse la sua vita amorosa ed estatica, trascorsa nel crogiolo di un’Amore sublime: “Ero crudo, mi sono maturato ed arso”.

Mevlana nutriva la poesia d’amore, esprimendo i suoi sentimenti attraverso la musica e la danza. Poesia, musica e danza rappresentavano degli elementi indispensabili per il raggiungimento della perfezione dell’anima: la poesia rivelava, la musica nutriva, la danza esprimeva la manifestazione dell’estasi divina. In tal modo lo spirito si purificava e prendeva il volo verso un mondo di comunione universale. Saturo d’amore spirituale, Mevlana fu un pensatore profondo che illuminò il suo tempo. In un epoca in cui le guerre continue creavano ansia, inquietudine e conflitti violenti tra opposte fazioni egli esercitò un’influenza positiva sulla gente e, aprendole gli occhi ad un mondo spirituale nuovo, pose le condizioni per procurarle una pace interiore. Egli amava l’uomo ed il genere umano, trovando in esso la perfezione dell’essere assoluto. Rifiutò sempre di prendere al suo servizio uno schiavo od un servo e, per il gran rispetto che aveva verso la donna, si oppose alla poligamia. Sempre in cerca della verità, della bontà e della bellezza associò nello stesso amore gente di fede diversa. All’ingresso del mausoleo in cui riposano le sue spoglie sta infatti scritto: “Vieni, vieni chiunque tu sia / Vieni lo stesso / Che tu sia infedele, idolatra o pagano / Vieni lo stesso / Nostro convento non è luogo di disperazione / Seppure hai reciso cento volte un pentimento / Vieni lo stesso”. La forza dei suoi insegnamenti durò per molto tempo, poiché milioni di persone trovarono conforto e serenità nelle sue sagge parole. Le sue idee, la poesia, la musica e la danza consolarono i cuori aridi suggerendo loro desideri di pace e ideali di libertà, fiducia, carità, amicizia e fratellanza. Perché, come disse il poeta e filosofo pakistano Muhammed Ikbal, “Egli è la guida dell’amore / il sacerdote degli amanti della verità / la fontana inesauribile per gli assetati”.

GIUSEPPE GUIDOLIN


Bibliografia

Mehmet Önder, Mevlâna, ed. Ajans-Türk, Ankara, 1972

Jalâl âl Dîn Rûmî, Mathnawî, a cura di Gabriele Mandel Khân, ed. Bompiani, Milano, 2006

Rûmî, Poesie Mistiche, a cura di Alessandro Bausani, ed. BUR, Milano, 2001


Questo saggio viene pubblicato su questo spazio dietro autorizzazione da parte dell’Autore che nulla avrà a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. La riproduzione del saggio, in forma parziale o integrale e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentita senza l’autorizzazione da parte dell’Autore.

N.E. 02/2024 – “Oriente” e “Gerusalemme”, due aforismi di Laura Vargiu

Oriente

L’Oriente è quella parte di mondo in cui, nonostante il materialismo sempre più dilagante, la spiritualità ancora si respira quasi a pieni polmoni.

*

Gerusalemme

Tra le mura della città vecchia ogni pietra è impronta di Dio.


Questi testi vengono pubblicati nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionati dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore/l’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

Esito di selezione della Rivista “Nuova Euterpe” n°02/2024

RIVISTA “NUOVA EUTERPE” N°02/2024

Esito di selezione delle opere

Si pubblica a continuazione la lista delle opere selezionate dalla Redazione per la pubblicazione del nr. 02/2024 della rivista “Nuova Euterpe” il cui tema previsto era “Poesia e spiritualità”.

La Redazione che ha letto, valutato e selezionato le opere giunte, è composta da (in ordine alfabetico): Luigi Pio Carmina, Antonio Corona, Valtero Curzi, Lucia Cristina Lania, Francesca Luzzio, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Lorenzo Spurio, Laura Vargiu e Michela Zanarella.

Si rappresenta che le pubblicazioni delle varie opere, che avverranno in base alle norme redazionali ivi contenute (https://blogletteratura.com/rivistanuovaeuterpe-collaboraconlarivista/),  non avverranno più sul sito www.nuovaeuterpe.com (già dismesso) ma all’interno del sito www.blogletteratura.com nell’apposita sezione dedicata alla rivista “Nuova Euterpe” (https://blogletteratura.com/rivista-nuova-euterpe/).


AFORISMI

Nr. 1 aforisma di GABRIELLA PACI

Nr. 2 aforismi di CLAUDIO TONINI

Nr. 2 aforismi di EMANUELE MARCUCCIO

Nr. 2 aforismi di LAURA VARGIU

Nr. 2 aforismi di LORETTA FUSCO

Nr. 2 aforismi di MARIA PELLINO

Nr. 2 aforismi di PAOLA ERCOLE


POESIA

(esercizi di mindufulness)” – Di ALESSANDRA CARNOVALE

“[Smontare le emozioni]” – Di CLARA DANUBIO

“01.08.2023” – Di ROSA MARIA CHIARELLO

Abbraccio d’infinito” – Di GABRIELLA PACI

Adagio BWV 974” – Di ALESSANDRO MONTICELLI

“Alba struggente” – Di ANNELLA PRISCO

“Algamemoria” e “Il mosaico del nulla” – Di MARCO COLLETTI

“Attesa” – Di MADDALENA CORIGLIANO

“Attimo” – Di ANTONINO BLUNDA

“Canzone triste” – Di ANTONIO MANGIAMELI

“Cedere” – Di ANTONIO SPAGNUOLO

“Com’è difficile” – Di GIUSEPPE GAMBINI

“Con affetto, tua madre” – Di SIMONA GIORGI

“Cuore bianco” – Di SILVIA ROSA

Dai capitoli del tempo” – Di PASQUALINO CINNIRELLA

Di luce immensa” – Di ORNELLA SPAGNULO

“Distanze” – Di CAMILLA ZIGLIA

“Distici dell’inespresso” – Di ROSSANA JEMMA

“El viènto” – Di TESEO TESEI

“Esistono incontri” – Di IZABELLA TERESA KOSTKA

“Figli di Dedalo” – Di DORIS BELLOMUSTO

fissavi quella scia” – Di CINZIA DEMI

“Fugace” – Di FEDERICO PREZIOSI

“Guardo” – Di EMANUELE MARCUCCIO

“Il cielo e lo spirituale dell’incarnato (ovvero l’azzurro e il rosa di Ettore Spalletti)” – Di RENZO FAVARON

“Il Fato” – Di DAVIDE MARCHESE

“Il fiume della vita” – Di FIORELLA FIORENZONI

“Il lungo viaggio” – Di ELEONORA BELLINI

 “Il silenzio muove le foglie” – Di ROBERTO CASATI

“Io resto in ascolto di te” – Di TINA FERRERI TIBERIO

“Io sono essenza” – Di MARIA BENEDETTA CERRO

L’arbìtrio” – Di FLAVIA TOMASSINI

“La danza” – Di IRENE SABETTA

“La fatica di nascere” – Di GIOVANNA FILECCIA

La lettera mancante” – Di RITA GRECO

“La luna e il suo mistero” – Di LUCIA LO BIANCO

“La resistenza dell’amore” – Di RITA PACILIO

Lacrime di pace” – Di AMEDEO DI SORA

“Le calde posture del sole” – Di DONATELLA NARDIN

“Liturgia del silenzio” – Di GABRIELE GRECO

“Mantra di Speranze” – Di NICOLE FIAMENI

Misericordia” – Di EMANUELA MANNINO

“Nel vuoto [lì per sempre]” – Di RITA STANZIONE

“Nella nebbia” – Di MARIO DE ROSA

“Oggi il sole” – Di GABRIELLA MAGGIO

Parole di resurrezione” – Di GIANNI ANTONIO PALUMBO

“per legge naturale lussureggiano gli ibridi” e “solstizio d’inverno 2023” – Di ANNAMARIA FERRAMOSCA

“Poesia e anima” – Di MARIA PELLINO

“Poesia” – Di LUCIO ZANIBONI

“preghiera a san michele” – Di ROSARIA DI DONATO

“Preghiera” – Di ANTONIETTA SIVIERO

“Preghiera” – Di MARINA MINET

Quando sarai nel vuoto” – Di MARGHERITA PARRELLI

“Quasi apparenze” – Di RICCARDO CARLI BALLOLA

“Quiete di pane e famiglia” – Di CARLA MARIA CASULA

“Riflessioni” – Di GIAN LUCA GUILLAUME

“Ritornare in mente” – Di LUIGI PIO CARMINA

Sacro vuoto” – Di TIZIANA COLUSSO

“Se fossimo vetro” – Di SIMONE PRINCIPE

“Sei il verme della tristezza” – Di EMILIO PAOLO TAORMINA

“Sensazioni celesti” – Di CLAUDIO MERINI

“Siamo anime” – Di ANGELA PATRONO

Sole!” – Di GIOVANNI TERESI

“Solidarietà (Venezuela)” – Di GRAZIA FINOCCHIARO

 “Sono andata al mio funerale” – Di SANDRA MANCA

“Spazio puro” – Di PAOLA PITTAVINO

“Tutto il resto è tempo (Seneca)” – Di GABRIELLA PISON

“Una coperta di cenere” – Di LUISA DI FRANCESCO

“Una preghiera al vento” – Di MICHELA ZANARELLA

Vanishing Faces” – Di SILVIO RAFFO

“Versi” – Di LUCIA CRISTINA LANIA

Vengono, inoltre, pubblicate le poesie “I premiati”; “Il Giudizio finale”; “Le beatitudini” e “Gli esclusi” di GUIDO OLDANI a compendio dell’intervista rivolta al fondatore del Realismo Terminale da ANNACHIARA MARANGONI.


ARTICOLI

“Dall’oblio dell’essere al naufragio nell’essere” – A cura di GUGLIELMO PERALTA

“L’antica tradizione e l’origine del Presepe” – A cura di GIOVANNI TERESI

“Poesia e pace?” – A cura di ENRICA SANTONI

“Poesia e spiritualità, tra confronto e identità” – A cura di VALTERO CURZI

“Poesia e spiritualità” – A cura di TINA FERRERI TIBERIO

“Ritorno al vuoto” – A cura di GIOVANNA FILECCIA


SAGGI

“«In te mi riconforto». Appunti sulla spiritualità tassiana” – A cura di FRANCESCO MARTILLOTTO

“Al di là di un dispersivo incanto nella pluralità dei versi di Oronzo Liuzzi” – A cura di CARMEN DE STASIO

“Christine Lavant, stella abbandonata da Dio” – A cura di LORETTA FUSCO

“Dalla spiritualità della poesia alla sua inevitabile umanità. Dante, Beatrice e Francesca” – A cura di DILETTA FOLLACCHIO

“Eminescu” – A cura di DANTE MAFFIA

“L’itinerario spirituale di Vittoria Colonna” – A cura di GRAZIELLA ENNA

“La poesia amorosa di Borges” – A cura di DANTE MAFFIA

“La poesia realistico-simbolica di José Russotti” – A cura di GIUSEPPE RANDO

“La religiosità e spiritualità nelle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido” – A cura di FRANCESCA AMENDOLA

“Novalis: tra filosofia, magia e spiritualità” – A cura di RICCARDO RENZI

“Poesia e spiritualità al femminile” – A cura di FRANCESCA LUZZIO

“Poesia e spiritualità: la ricerca interiore tra fede e laicità” – A cura di MARIA GRAZIA FERRARIS

“POEVITÀSIA. Manifesto della Filosofia dell’Umafeminità” – A cura di NADIA CAVALERA

“Tempo di realtà” – A cura di GIULIANO LADOLFI

“UT PICTURA POËSIS. La forma dello Spirito nell’opera di quattro celebri artisti-poeti” – A cura di WANDA PATTACINI


RECENSIONI

Dialoghi con la notte. Appunti su Lezione di meraviglia di Daniele Ricci – A cura di FRANCESCO FIORETTI

Figlie di Pocahontas, a cura di Cinzia Biagiotti e Laura Coltelli – A cura di MICHELE VESCHI

Geografie della sete: Getsemani di Luca Pizzolitto – A cura di ANNALISA CIAMPALINI

Le Poesie mistiche di Rumi – A cura di LAURA VARGIU

Meraviglie di Simone Magli – A cura di LORENZO SPURIO

Poesie novissime di Francisco Soriano – A cura di MARIA PINA CIANCIO

Prefazione a La carne y el espíritu di Alfredo Pérez Alencart – A cura di VITO DAVOLI

Recensione a Erotanasie, poema a due voci scritto da Giannino Balbis ed Emanuela Mannino – A cura di ORNELLA MALLO

Sacro minore di Franco Arminio – A cura di CRISTINA BIOLCATI


INTERVISTE

“Dare respiro al sacro”. Intervista al poeta Luigi Carotenuto – A cura di FRANCESCA DEL MORO

“La poesia tiene in vita il mondo”. Intervista a Mario Narducci – A cura di ANNA MANNA CLEMENTI

“La sacralità nella natura”. Intervista a Mirella Crapanzano – A cura di LUCIA CUPERTINO

Intervista a Silvio Aman – A cura di ADRIANA GLORIA MARIGO

Intervista al Maestro Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale – A cura di ANNACHIARA MARANGONI

Intervista alla scrittrice e antropologa Loretta Emiri – A cura di LORENZO SPURIO


In merito alla pubblicazione delle sopradette opere selezionate si ricorda (come da nostre norme editoriali) quanto segue:

La Redazione provvederà alla pubblicazione dei testi scelti – come da comunicato – in maniera non simultanea ma a scaglioni senza anticipare agli autori la data nella quale la propria opera verrà pubblicata. Ciò avverrà nel corso dei due mesi successivi. Le pubblicazioni avverranno con una modalità e tempistica atta a evitare affollamenti di pubblicazioni nella medesima giornata per meglio diluire i materiali, anche con la finalità di dare maggiore diffusione mediatica e risalto agli stessi;

L’avvenuta pubblicazione del proprio testo verrà notificata a mezzo mail. Nella comunicazione verrà inviato il link al quale accedere alla propria opera pubblicata.

Contestualmente il link che rimanda al contenuto della propria opera verrà pubblicato e rilanciato su tutti i canali social della Rivista (Facebook, Twitter, Instagram, Telegram). Consigliamo, pertanto, d’iscriversi alle varie piattaforme. I collegamenti si trovano in calce.

La Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”

Jesi, 01/03/2024


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“Sulla personalità caratteriale di Federico García Lorca: un avvicinamento astrologico”, saggio di Isabella Michela Affinito

A cura di ISABELLA MICHELA AFFINITO

Se si sfoglia a caso una crestomazia poetica di Federico García Lorca è inevitabile la visione di termini che vertono al concetto della “morte” e ciò risulta alquanto singolare, antitetico per una persona che come lui ebbe un’infanzia cosiddetta ‘dorata’ attorniato dal calore dei tre fratelli, Francisco, Conchita e Isabel, e dei due genitori nel contesto del solido benessere economico basato sulle proprietà terriere paterne.

Allora il motivo è da ricercarsi altrove e precisamente inseguendo le tracce della posizione del suo pianeta Plutone – il regnante dell’Oltretomba e degli inesplicabili enigmi sommersi, vieppiù dell’altra dimensione priva della materia corporea – al momento della sua nascita. Ebbene, si trovava nel Segno dei Gemelli in Casa Terza (corrispondente al settore della comunicazione, dei viaggi, dei fratelli e degli studi) in congiunzione col Sole, quindi, col risultato di un Io particolarmente rafforzato di magnetismo e altamente espansivo, inciso d’impenetrabilità.

Federico García Lorca nacque sotto il Segno d’Aria maschile dei Gemelli, con l’Ascendente nel Segno d’Acqua femminile dei Pesci: Aria+Acqua quale accostamento piacevole e d’inafferrabile comprensione, ancora tuttora per chi tentasse di voler includere il poeta spagnolo nel quadrante caratteriale specifico, dato che la personalità ‘diafana’ come la sua ha fruito e godrà ad oltranza dell’amabile sfuggevolezza riconducibile alle leggendarie nove Muse greche guidate dal dio Apollo.

Sì, García Lorca era indefinito e indefinibile, inafferrabile come l’elemento gassoso l’elemento liquido summenzionati, dall’individualità che non accettava ‘barriere’ o limiti perché voleva spaziare ovunque; tuttavia si sentiva ‘inseguito’ dal fantasma con la falce in mano talché in quello che più gli piaceva fare, ovvero scrivere insieme al suo spiccato istrionismo, c’era lui, Plutone, a tingere di nero e di rosso (i colori prediletti da Plutone) i suoi propositi e i suoi lavori letterari.

Nella sua Casa Terza vigeva il raggruppamento di Sole, Mercurio e Plutone, per cui non c’è da meravigliarsi della favorita sua riuscita (nonostante la breve esistenza e i tempi storici di travaglio nazionale in cui visse) nel campo delle lettere, dell’oratoria (frequentò corsi universitari di Lettere e Giurisprudenza senza però laurearsi) e della creazione del proprio personaggio-attore in giro per la Spagna perlopiù misconosciuta e ai margini della cultura, per diffondere quel teatro spagnolo così fortemente imbevuto di tradizioni, di forte senso dell’onore e di passioni oltremisura dove il liquido scarlatto (il sangue) faceva inesorabilmente da sfondo alla trama.

«[…] Il Mercurio-Gemelli, soprattutto, ascolta, e certi suoi interventi verbali un po’ precipitosi non dipendono dalla smania di sopraffare l’interlocutore, ma dall’eccessiva prontezza con cui ha afferrato ciò che l’interlocutore intende dire. Infine, è il suo gusto per il teatro che lo induce a volte ad assumersi il ruolo di prim’attore.» (Dal volume Lezioni di astrologia – La natura dei Segni di L. Morpurgo, I Manuali Longanesi & C. di Milano, Anno 1989, p. 85).

Comunque Egli possedeva determinazione, oltre all’imprendibilità, in quanto ebbe la Casa Prima (specchio rimandante i tratti salienti di ciò che si è veramente) tra il Segno dei Pesci e il Segno di Fuoco dell’Ariete, quest’ultimo così impulsivo e a tratti spericolato.

Un indizio riguardo alla sua tragica conclusione esistenziale (morte per fucilazione) potrebbe celarsi nel suo pianeta Marte (della guerra e della violenza) collocato proprio nel Segno dell’Ariete, che nell’ordinario è già governato da Marte, per cui si sono amplificate le forze marziali che sono state per lui micidiali. Avvalendosi dell’arte teatrale, versificatoria e quant’altro, lui abbracciò la causa dei più deboli come le persone di colore, i gitani, gli ultimi della società messi all’angolo dal diffuso razzismo che riscontrò soprattutto nel Nuovo Continente americano quando ne varcò la soglia durante il viaggio, di cui rimase negativamente impressionato per le insormontabili differenze col suo paese d’origine, dalla primavera 1929, l’anno del crollo di Wall Street inducente molte persone al suicidio, alla primavera 1930, mentre imperversavano le grandi migrazioni di folla che dal Vecchio Continente partiva sui vecchi bastimenti solcanti per settimane l’Oceano Atlantico in cerca di qualsiasi lavoro. Per l’occasione in cui visitò gli Stati Uniti, García Lorca compose diverse toccanti liriche tra cui “L’aurora”: «L’aurora di New York ha/ quattro colonne di fango/ e un uragano di negre colombe/ che guazzano nelle acque putride.// L’aurora di New York geme/ sulle immense scale/ cercando fra le lische/ tuberose di angoscia disegnata.// L’aurora viene e nessuno la riceve in bocca/ perché non c’è domani né speranza possibile./ A volte le monete in sciami furiosi/ trapassano e divorano bambini abbandonati. […] La luce è sepolta con catene e rumori/ in impudica sfida di scienza senza radici./ Nei sobborghi c’è gente che vacilla insonne/ appena uscita da un naufragio di sangue.» (Dal volume monografico n°5 Federico García Lorca – Poesie, Collana “La Grande Poesia” del Corriere della Sera, Supplemento al quotidiano del “Corriere della Sera”, RCS Quotidiani S.p.A. di Milano, 2004, pp. 259-261).

Con Venere nel Segno del Cancro in Casa Quinta Federico si distinse per una bellezza esteriore fuori della norma, genuinamente risaltata dal colore di pece della sua mossa e abbondante capigliatura, dal continuo bisogno di sentirsi amato e protetto, collezionando storie affettive una dopo l’altra anche non volendolo e soprattutto con la volontà di non soffrire troppo alla loro conclusione. Provava passività e un grande romanticismo nell’esprimere i propri sentimenti quasi avesse posseduto un delicato animo femminile, da cui probabile l’attrazione per lo stesso sesso. Pianse come un bambino smarrito mentre lo portavano per essere giustiziato.

Il suo Saturno in Casa Nona (del lontano e delle esplorazioni anche in terre straniere) corrispose alla stessa posizione, purtroppo, che ebbero Giulio Cesare, Abraham Lincoln, Mahatma Gandhi, ovvero illustri personaggi storici che vennero assassinati e così fu pure per lui, a soli trentotto anni da parte di una ‘squadraccia’ del nuovo regime dittatoriale di Francisco Franco (1892-1975) da poco instauratosi anche in Andalusia, la quale, dopo l’arresto del poeta, procedette alla fucilazione senza neanche una forma di processo.

Con Urano altrettanto in Casa Nona Federico si sentiva un vero anticonformista, innovatore di qualcosa che doveva ancora affacciarsi alla ribalta sociale non solo del suo territorio spagnolo e gli venne naturale porgere interesse sin dal principio alla corrente francese del Surrealismo del XX secolo, teorizzata dal medico-scrittore André Breton, ch’era intrecciata ai sogni, alla scrittura automatica, alla psicoanalisi, alle azioni dissociate dalla logica, ai desideri inconsci e alle allucinazioni, quest’ultime tipiche dei quadri del suo connazionale, Salvador Dalí, di cui fu amico fraterno.

«[…] Ispira inoltre la capacità di tagliare i ponti con il passato non soltanto ideologico, ma anche legato all’esperienza di vita del soggetto, pronto a balzare verso nuove situazioni operative o mentali senza curarsi di “quel che dirà la gente”, ossia senza curarsi delle mode e degli snobismi espressi dalla casa terza. Altrettanto disinvolto e cangiante l’atteggiamento in campo sociale.» (Dal volume Lezioni di astrologia – La natura delle Case di L. Morpurgo, I manuali Longanesi & C. di Milano, 1983, p. 211).

Infine osserviamo la Luna nel Segno di Terra del Capricorno (nel tema natale di García Lorca scarseggiano di molto gli influssi provenienti dall’elemento Terra, quindi Egli provava un tenue senso della materialità) e in Casa Decima (quella dell’emancipazione, del desiderio di lasciare la famiglia d’origine per soddisfare una personale sete d’ambizione), cosicché Federico fu alquanto ambizioso, fin da subito avvertente in sé di dover e voler scalare le fatidiche “montagne” pur di raggiungere la fama anelata specialmente in campo recitativo.

Il suo fu un «[…] Teatro esemplare e quindi popolare nel senso più alto del termine; regionale nella sua cornice, universale nella sostanza; barbaro nei miti e nelle passioni in esso scenificate, ma civilissimo in quanto prodotto genuino di poesia e culmine cosciente e coerente di una delle migliori esistenze poetiche del Novecento europeo.» (Dal volume n°5 Collana editoriale Le Muse – GedeaGrande Dizionario Critico di Arti visive, Letteratura, Musica e Teatro, Istituto Geografico De Agostini di Novara, 2004, pp. 284-285). 

Indubbiamente – la Luna in tema maschile rappresenta la figura materna – la madre, seconda moglie del padre, la maestra Vicenta Lorca Romero (1870-1959), deve avergli trasmesso molto di più dell’amore per la musica e le arti in genere, infondendogli la voglia di diventare qualcuno insieme ai valori del rispetto umano universale. È stata la stessa posizione lunare, in Casa Decima, della pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954), una delle ‘artiste-pioniere’ entrata a far parte a tutti gli effetti della nutrita storia dell’arte mondiale, anch’ella inserita nella corrente surrealista coi suoi quadri riproducenti a tappe la sua ‘spinosa’ autobiografia, tra differenti autoritratti e situazioni incresciose di salute.

«[…] È una madre-padrona, a volte inequivocabilmente dura, a volte invece posseduta da un autentico interesse affettivo per il figlio che tuttavia, e sia pure in buona fede, tende a dominare. In linea generale essa si presenta agli occhi della prole come una donna forte, dalla quale non si può prescindere. […] Per un uomo, privato della scenografia necessaria alla fase edipica, i problemi sono più gravi e rischiano di compromettere i rapporti con la donna in generale, contribuendo alla omosessualità.» (Dal volume Lezioni di astrologia – La natura dei Segni di L. Morpurgo, I Manuali Longanesi & C. di Milano, 1989, p. 293).

ISABELLA MICHELA AFFINITO

Fiuggi (FR), 02/03/2023

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