Pensieri senza pretese, di Christian Lezzi

Pensieri senza pretese di Christian Lezzi

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio



Christian Lezzi, scrittore ed opinionista milanese, mi ha proposto l’idea di scrivere una recensione per la sua raccolta di poesie. Non mi sono tirato indietro perchè il ruolo di recensore mi aggrada e perché questa silloge poetica dal titolo curioso ha richiamato da subito la mia attenzione. Mi piace molto soffermarmi sui titoli delle opere prima di proseguire nella loro lettura. Pensieri senza pretese è una raccolta di poesie che tratta temi diversi fra loro ma ogni lirica è accomunata da questo desiderio del Lezzi di presentare uno spaccato semplice, comune, senza orpelli, senza tante pretese per l’appunto. Ed anche nella prefazione, con una forma di diminutio tutta contemporanea, l’autore cerca in un certo senso di scusarsi per non essere in grado di riconoscersi un poeta propriamente detto. Preferisce definirsi opinionista ma è un dato di fatto che chiunque scriva una poesia, sia praticamente un poeta. Christian Lezzi non fa sicuro eccezione. La lirica che apre la raccolta, “Inchiostro nelle vene”, è una singolarissima sintesi della poetica del Lezzi, un prototipo di poesia personale che può essere poi riscontrato in tutte le altre: «un demone che si impossessa di te, questo è scrivere».

Il tema dell’amore è spesso presente in maniera esplicita o allegorica mediante alcuni immagini ricercate e interessanti ma spesso questo tema è minacciato dall’idea della morte o anche dalla nostalgia per i tempi andati. Le immagini che ricorrono maggiormente sono le risate, gli sguardi, labirinti, volti di donna ma, in via generale, la silloge si caratterizza per un’atmosfera grigia e cupa dovuta alle tematiche crepuscolari che affronta: il ricordo, il dolore, la guerra, l’esilio, la nostalgia e la solitudine. Un senso di sofferenza del protagonista aleggia intorno alla lirica “Resa” in cui il poeta invoca a lasciarsi andare per porre fine alle sofferenze terrene, è una dolce invocazione al suicidio: «Chiudi la partita senza aspettare un domani diverso che non sia solo l’estensione di ieri e di oggi con gli stessi pensieri tristi solitari e morenti», ma subito dopo si cambia registro ed è la vita a prevalere:  «oggi non è tempo di morire». In “Guerra” il Lezzi ci fornisce una fine lirica pacifista che, più che sottolineare gli aspetti più crudi degli scontri bellici, fa riferimento alla violenza e alla spietatezza del genere umano, incapace di evitare tragedie di inaudita gravità.

In “Cenere alla cenere” il macigno di un ricordo che immaginiamo doloroso e connesso, forse, alla perdita della donna amata si conclude però con la riappropriazione della propria vita, con la forza di ragione che riesce addirittura ad allontanare da sé quel momento del passato, quasi a voler ricordare che la forza della ragione può tutto, anche cancellare i momenti vissuti: «Come polvere alla polvere disperdi al vento il suo ricordo ti liberi del ricordo e finalmente torni a vivere».

Curiosissimi riferimenti al mondo dell’arte figurativa trapelano in “Incontri”: una donna che spicca fra i presenti «come una macchia di colore su una tela del Boccioni». Di Boccioni e del futurismo nella poesia è presente la tecnica della multi prospettiva e della immagini seriali. Un ottimo modo, a mio vedere, per celebrare un grande pittore e sculture poco ricordato. Il futurismo ritorna in maniera indiretta anche in “Metavita” dove il poeta fa riferimento all’uccisione del chiaro di luna che non può non farci pensare l’omonimo manifesto marinettiano del 1909.  In “Concetti spaziali” ritorna il tema dell’arte, in questo caso plastica, nell’atto di tagliare la tela con una lama, esperienza artistica che ci fa pensare direttamente all’opera di Lucio Fontana: «Afferri la lama e con gesto deciso ferisci il supporto aprendo un mondo nuovo creando una nuova dimensione». Una particolareggiata analisi nello scandaglio dell’io, nei recessi della personalità, è presente nella poesia che porta il titolo “Psiche” che sembra essere un vero e proprio omaggio al padre della psicanalisi.

Il tempo è il grande protagonista della raccolta mediante episodi della vita che fanno riferimento ad esso: l’infanzia o i ricordi del passato, il presente liquido e difficile, il futuro inconoscibile e apparentemente precario. Nella poesia “Tempo” è proprio quest’ultimo il vero sovrano, descritto mediante una serie di costruzioni metaforiche di particolare impatto poetico: il tempo si dilata e si comprime descrivendo quindi anacronismi che sono estranei al canonico scorrere del tempo.

Sono numerose le liriche contenute nella silloge e ciascuna meriterebbe un’analisi attenta ma posso concludere che la raccolta, pur non seguendo un ordine tematico come ha riconosciuto lo stesso Lezzi nella sua prefazione, finisce paradossalmente per avere una grande compattezza. La poliedricità dei temi trattati non è fastidiosa e l’interesse nella lettura è incentivato da questo continuo cambio di temi e di immagini evocate. L’unico cruccio, forse, risiede nella limitata musicalità delle liriche e nella trascuratezza metrica ma neppure questi aspetti sono capaci di minare l’ottima impostazione del Lezzi nel presentare squarci lirici talvolta drammatici, altre volte altamente romantici.

LORENZO SPURIO

Jesi, 4 Luglio 2011

Sensualità. Poesie d’amore d’amare, di Michela Zanarella

Sensualità – Poesie d’amore d’amare di Michela Zanarella

Sangel Edizioni, 2011.

Recensione di Lorenzo Spurio

Devo confessare che non conoscevo Michela Zanarella, giovane poetessa originaria di Padova ma attualmente residente a Roma fino a che non mi ha contattato. Il suo invito a leggere la sua ultima raccolta di poesie mi ha trovato entusiasta e, benché  sia un grande amante di narrativa piuttosto che di poesia, mentre snocciolavo un’attenta lettura delle sue liriche, mi sono trovato sorpreso io stesso. La prima volta ho letto l’intera opera tutta d’un fiato, costruendo nella mia testa una serie di topos che la poetessa ha utilizzato e che, riassunti, possono servire per dare un’analisi dell’opera nella sua interezza. L’aspetto più bello di una silloge poetica, a mio modo di vedere, è quello che non dobbiamo seguire un determinato ordine di lettura ma che possiamo iniziare dalla poesia che chiude la raccolta per poi tornare all’inizio e seguire zigzagando all’interno del testo. Devo confessare che una sola lettura non mi è stata sufficiente non tanto perché ho trovato le liriche difficili ma semplicemente perché ho sentito il bisogno di rileggerle in profondità. Varie liriche mi sono sembrate così, a una seconda lettura, strettamente legate l’un l’altra nei loro temi e nelle suggestive immagini evocate.

Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. Non solo nella poesia “Altro colore” incontriamo un affascinante e poliedrico cromatismo, ma un po’ in tutte le varie poesie: dominano il rosso e il blu, ma anche il bianco viene evocato frequentemente.

E’ una poesia calda e sensuale, addirittura focosa nel caso di “Il colore che s’affaccia” ma l’erotismo non è reso mai banale e fine a se stesso ed è invece capace di evocare quasi una dimensione superiore, quel senso d’infinità che la Zanarella spesso evoca. Così «l’aula del desiderio» e «le musiche appiccicose della femminilità», immagini allegoriche molto curiose e raffinate, finiscono per essere altamente evocative, pur conservando un’altissima carica metaforica.

E’ un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» (in “L’amore intatto”) e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» (in “Chi ama”).

Non da ultimo, una delle immagini più ricorrenti nella silloge che mi ha affascinato, è la presenza del destino, quell’entità che nulla ha a che vedere con Dio e che pone ogni cosa in uno stato di transitorietà, dubbio, insicurezza, in una condizione vacillante, di calma apparente. E’ il dubbio che aleggia su tutto, con il quale la Zanarella mostra di fare i conti nelle sue liriche d’amore: «siamo l’ombra di un destino» dice la poetessa in “Anche se non basta”. Non è il destino ad essere una sorta di ombra, un involucro indistinto alla nostra persona ma piuttosto il contrario. Siamo noi l’ombra, la proiezione del destino, di qualcosa che non è tangibile. Ma anche quando viene evocata questa dimensione fatalistica della realtà essa è sempre funzionale per presentare il tema amoroso: «mentre il cuore sorseggia il destino» (in “Un brivido di chilometri”).

Gli scenari di questi quadretti d’amore, per nulla banali, spesso richiamano il mare o l’acqua in generale (la rugiada, il fiume, il torrente), elemento naturale che rinvia direttamente al genere femminile, alla donna generatrice di sostanze fluide: le lacrime, gli umori, la saliva, ma anche l’acqua amniotica e il latte durante la maternità. La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella. Ma è l’uomo, sembra suggerirci la poetessa, a rendere la donna consapevole della sua condizione: «te, che continui con cura a farmi donna e insieme un’isola». Ancora una volta ritorna il tema dell’acqua nell’immagine dell’isola, porzione di terra circondata dal mare. E sono proprio l’universo dominato dall’acqua, il senso del bagnato e la fertilità della donna che costituiscono il leitmotiv di questa incantevole silloge poetica.

MICHELA ZANARELLA è nata a Cittadella (Padova) nel  1980 ma vive attualmente a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e personalità di cultura e enti locali si sono subito accorti del suo talento di scrittura in versi. Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali ed internazionali, oltre alla pubblicazione di suoi pezzi in antologie di poesia a tiratura nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia Credo, Risvegli e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole. Tutti i suoi lavori hanno trovato un buon accoglimento da parte di critica e pubblico. Il suo ultimo lavoro è una silloge poetica, Sensualità, poesie d’amore d’amare. E’ attualmente alle prese con la scrittura del suo primo romanzo. Cura i siti internet:  www.apostrofando.it , www.screensoda.it , www.iltrovaevento.it .

LORENZO SPURIO

Jesi, 25-06-2011

I morti sono morti: The Reader (2008)

«Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse…» é l’incipit dell’Odissea che è il filo conduttore del film The Reader del regista Stephen Daldry, adattamento cinematografico del romanzo di Bernhard Schlink. Hanna, la protagonista della pellicola, è analfabeta e si vergogna d’esserlo tanto da non dichiaralo alla Corte che la accusa di aver scritto il rapporto che poi la incriminerà della morte di oltre trecento ebrei nell’incendio di una chiesa. Già perché Hanna, impiegata alla Siemens, riceve una nuova proposta di lavoro come sorvegliante SS.

In occasione del processo, tra il pubblico, c’è il suo amore Michael che la rivede e rimane incredulo quando scopre che è stata un membro delle SS, una guardia a Auschwitz e che verrà accusata di crimini di guerra. Si erano conosciuti tempo addietro quando tornando da scuola Michael, allora quindicenne, si era sentito male ed era stato soccorso da Hanna. Misteriosa la scena del loro primo incontro che avviene al buio, nell’atrio di un portone e dei due all’inizio indoviniamo solo i profili senza distinguerli. La relazione tra Michael e Hanna, allora trentaseienne, è di breve durata ma tale da lasciare un segno indelebile nel cuore del ragazzo allora così giovane che da adulto sarà ancora ossessionato dal ricordo della donna. Hanna è condannata e in fondo il mistero del motivo delle sue azioni è sottolineato dalle inquadrature realizzate da dietro: di spalle, non vediamo il volto di Hanna. Accetta il suo castigo senza difendersi, dicendo che lasciare uscire i prigionieri sarebbe stato il caos, che il compito delle sorveglianti era ristabilire l’ordine e che erano responsabili del gruppo fino a domandare al giudice: «Lei cosa avrebbe fatto? Non avrei dovuto lasciare il posto alla Siemens?». Neanche Michael, che è al corrente del suo segreto, parlerà per salvarla perché non è la volontà della donna.

In carcere Hanna comincia ad imparare a leggere e a scrivere grazie a Michael che le invia cassette registrate con capolavori della letteratura perché in passato, quando si erano conosciuti, lui le faceva da lettore. Attraverso le pagine dell’Odissea di Omero, La Signora col cagnolino, L’amante di Lady Chatterley, Le Avventure di  Huckleberry Finn, Guerra e pace ecc. il legame tra i due riprende e tiene in vita Hanna dandole la forza di andare avanti.

Quando arriva il momento di uscire di prigione, come insegna la letteratura, specchio della vita, come avviene nell’Odissea che è soprattutto il libro in cui si sogna la casa, Hanna, che non avrà altra casa che la prigione, rivede Michael, ma lui la respinge, non sa e non può perdonarla. Alla domanda: «Hai ripensato al passato?» Lei risponde: «A noi?». «No» – incalza Michael, aspettando un pentimento, un senso di colpa. Ma Hanna replica – «A cosa dovevo pensare? I morti sono morti». «Cosa hai imparato?» chiede l’uomo: «Ho imparato a leggere».

Aveva detto anche «Nessuno deve chiedere perdono». E, dopo l’ultimo incontro con Michael, si uccide.

Non basterà alla figlia della donna (insieme erano state prigioniere nello stesso campo di concentramento di Hanna), che aveva testimoniato in Tribunale e che con il suo libro documento aveva avviato il processo, sapere che Hanna era analfabeta poiché ciò non la giustifica. Né le basterà il gesto di offerta da parte della donna della cifra messa da parte in prigione come risarcimento per il male compiuto. 

Film sull’Olocausto ma non solo. Film sulla lettura: quando Michael sta male dice della malattia che è noiosa, che non si riesca a fare nulla neanche leggere. Quindi leggere è vitale. Film sulla letteratura: la letteratura occidentale nasce dalla nozione principale di segretezza e il personaggio è colui che nasconde informazioni nobili o malvagie, film su Hanna quindi e sul suo segreto sulla capacità di “narrare” come ci dice Omero la vita delle persone. Film sul viaggio, come ci dice Omero, che è il viaggio della vita di Hanna. Film sul desiderio di ascoltare da parte di Hanna tanto che in campo di concentramento aveva delle preferite, delle giovani che obbligava a leggere per lei. Film sul desiderio di conoscenza che prosegue di pari passo con il desiderio sessuale, prima Michael leggerà qualcosa poi faranno l’amore. Hanna non sa né leggere né scrivere ma le piace ciò che ascolta, ne intuisce la forza e il richiamo, ne è commossa fino alle lacrime. Perché la parola detta è musica e la parola scritta è viatico nelle tenebre della vita. Hanna – ma perché poi solo lei deve pagare per quei delitti che riguardano la collettività? – riscatta, in parte, eleva la sua parte oscura, la sua parte ombra, la sua ottusità, la sua mancanza di morale con il bisogno di bellezza.

Tutte le sfumature del sentimento e non passano sul volto dell’indimenticabile Kate Winslet che quest’anno ha dominato gli schermi cinematografici anche con il bellissimo Revolutionary Road: stupore, vuoto, sorpresa, gioia, delusione, incredulità.

Vorrei sottolineare la recitazione del giovane tedesco David Kross ricca di sfumature e sul cui volto è possibile intravedere tutti i passaggi di sentimenti di un giovane adolescente dalla scoperta, conseguente accecamento del sesso, della bellezza di lei, al legame ossessivo finale.

Inquieto e soggiogato, Ralph Finnes dà credibilità al personaggio adulto di Michael. Alcune inquadrature belle e originali sottolineano momenti intensi della narrazione: la mano di Michael sul filo spinato quando si reca nel campo di concentramento è la rappresentazione del suo tentativo di cercare di capire; il posto ben ordinato e apparecchiato a tavola, piatto e posate ben squadrati, introducono il personaggio serio ed educato dell’avvocato interpretato da Finnes, oppure ancora i cerchi concentrici che il giovane Michael compie nuotando in acqua, cerchi inquadrati dall’alto dalla telecamera che si moltiplicano all’infinito come il senso della vita…

FAUSTA GENZIANA LE PIANE

Pubblicato sul suo blog il 15 Aprile 2011

FAUSTA GENZIANA LE PIANE è poetessa e traduttrice calabrese che vive a Roma. E’ iscritta all’Ordine dei giornalisti ed ha collaborato con Il Giornale d’Italia, la rivista Poeti e Poesia e Il Giornale del Lazio. E’ stata direttore editoriale della rivista Sabina-shire ed è attualmente direttrice della rivista Kenavò. Ha pubblicato varie raccolte di poesia tra cui Incontri con Medusa (2000), La notte per maschera (2003), La luna nel piatto (2004), Due per tre (2005), Non di solo pane..ma anche di poesia! (2009) e Gli steccati della mente (2009).

http://www.faustartepoesia.org/

faustagenzianalepiane@virgilio.it 

Corride e letteratura: Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías

Nel 1935 Federico Garcia Lorca, poeta granadino appartenente alla generazione del ’27, movimento letterario prettamente poetico spagnolo, pubblicò una famosa ode in omaggio all’amico torero Ignacio Sanchéz Mejías.

Di Lorca restano noti soprattutto il suo grande amore per Granada e per l’Andalusia, terra di sole e corride, la sua presunta omosessualità e l’amicizia con il poeta falangista Luis Rosales che pure lo nascose in casa sua durante i tragici momenti della guerra civile spagnola. Trovato dalle forze nazionaliste Lorca venne fucilato nei pressi di Alfacar (Granada) sebbene il suo corpo non venne mai trovato.

Lorca cantò nei suoi versi la cultura andalusa, quella gitana nel famoso Cancionero Gitano e Poema del Cante Jondo dove descrive questo tipo di canto accorato e intenso tipicamente gitano e spesso impiegato anche nelle canzoni e nel ballo flamenco. Fu un poeta tradizionalista, amante della poesia semplice e popolare: i soggetti principali delle sue liriche sono i campi desolati e arroventati dal sole, gli aranci in fiore, piazze semideserte, corride, i gitani. E’ espressione massima della cultura della Spagna meridionale ed è considerato uno dei massimi poeti spagnoli di tutti i tempi.

Nel 1927 un gruppo di poeti tra cui Lorca, Emilio Padros, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Rafael Alberti, Dámaso Alonso, Jorge Guillén si riunirono assieme sotto l’impulso di Ignacio Sanchéz Mejías, letterato e patrocinatore del nuovo movimento. La generazione del ’27 aveva come motivo unificante la celebrazione dei cinquecento anni dalla morte di Luis de Góngora, massimo poeta del Siglo de Oro al quale la pattuglia aveva intenzione di rifarsi.

Nel 1935 Lorca scrisse un accorato ed appassionato componimento di congedo, di pianto e di cordoglio nei confronti di Ignacio Sanchéz Mejías, valente torero spagnolo che era stato il promotore della generazione del ’27. Il Llanto è particolarmente bello e ricco di immagini pittoresche e vivide che richiamano l’atmosfera andalusa. Il componimento è diviso in quattro parti che segnalano quattro importanti momenti che fecero seguito alla morte del torero.

Ignacio Sanchéz Mejías fu cognato del mitico torero Joselito “El Gallo” e fece parte della sua cuadrilla. Con lui si formò ed ottenne la alternativa nel 1919 avendo come testimone un altro famoso torero, Juan Belmonte. Nel 1920 nella plaza de toros di Talavera de la Reina (Toledo) assistette alla morte di suo cognato Joselito a seguito di una cornata (nella foto a destra Sanchéz Mejías piange la morte del cognato e amico torero Joselito). Nel gergo taurino ci si riferisce alle cornate o alle ferite prodotte dal toro nei confronti del torero o di membri della sua cuadrilla come cogidas.

Dopo un periodo di allontanamento dalle plazas de toros, Sanchéz Mejías nel 1934 ritornò a calcare il ruedo (l’arena) e in una corrida venne colpito dal toro “Granadino” in modo serio e nei giorni successivi la cancrena lo portò alla morte due giorni dopo, il 13 agosto 1934.

Il componimento di Lorca è diviso in quattro parti: la cogida y la muerte (la cornata e la morte), la sangre derramada (il sangue versato), corpo presente (corpo presente) e alma ausente (anima assente) ed è caratterizzato da un tono doloroso ricco di mestizia e dispiacere per la recente perdita. La prima parte del componimento è basata su un ritmato ritornello che ritorna in maniera vorticosa recitando «a las cinco de la tarde» (l’ora della corrida e la stessa ora nella quale il torero venne ferito),  nella seconda parte il colore che domina è il rosso, sebbene non venga mai nominato. E’ il colore del sangue che il poeta non vuol vedere («que no quiero verla»), perchè gli darebbe troppo dolore. Invoca l’arrivo prematuro della sera e del buio che così non gli consenta di vedere il sangue dell’amico. Poi si dà spazio al dolore dalla presa di coscienza che un grande torero come lui non ci sarà più o che se ci sarà dovranno passare ancora molti anni. Sebbene come dice Lorca la gente lo dimenticherà in breve tempo come sempre succede con tutte le persone morte, lui intende elogiarlo, celebrarlo e ricordarlo con i suoi versi affinchè la sua memoria non venga mai meno.

Un pregiatissimo componimento che coniuga in maniera nobile poesia e tauromachia e che va letto in profondità.

LORENZO SPURIO

11-04-2011

Il Palombaro di Corrado Govoni

“Il Palombaro” è una poesia visiva di Corrado Govoni.

Corrado Govoni (Ferrara 1884 – Roma 1965) fu poeta crepuscolare e futurista italiano. Come poeta crepuscolare pubblicò le raccolte Le fiale (1903) e Armonie in grigio et in silenzio (1903); come poeta futurista pubblicò le raccolte Poesie elettriche (1911) e Rarefazioni e parole in libertà (1915). Per la comune esperienza letteraria crepuscolare e futurista nelle antologie viene trattato assieme ad un altro grande poeta italiano, Aldo Palazzeschi. Fu grande sperimentatore della forma e una volta esauritasi la sua esperienza futurista sperimentò un nuovo tipo di poetica, tentando anche la prosa ed il teatro.

La poesia “Il palombaro” è una poesia che appartiene al periodo futurista di Govoni e appartiene alla raccoltaRarefazioni e parole in libertà (1915). Si tratta di una poesia visiva dove il significato fuoriesce dall’interpretazione congiunta dei segni iconografici (disegni) e delle didascalie utilizzate. In conformità con la poetica futurista basata sulle parole in libertà e il verso libero, l’autore utilizza punti tipografici differenti, elimina verbi, punteggiatura e congiunzioni, e si mostra particolarmente libero nel disporre testo ed immagini sulla pagina.

Questa poesia visiva racconta in maniera molto personale (e se si vuole discutibile) l’immersione in acqua di un palombaro. L’universo dei fondali sottostante è particolarmente variegato. Cari ai futuristi sono metafore ed analogie che sono qui abbondantemente utilizzate da Govoni: la medusa, ad esempio, è definita come l’ombrello del mare.

Il palombaro è stranamente munito di accetta e costituisce inizialmente una sorta di spauracchio, un “acrobata profondo” ma poi diventa un “becchino mascherato che ruba cadaveri annegati”, “assassino ermetico”, “boia sottomarino”.

Se la poesia visiva può sembrare ad una prima analisi un testo facilmente comprensibile ed adatto ai bambini finisce invece per mostrarsi proprio il contrario: un testo criptico ed enigmatico, in cui è molto difficile sviscerare il senso.

07-01-2011

Lorenzo Spurio

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