“Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso” di Marco Nuzzo, intervista a cura di Emanuele Marcuccio

Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso di Marco Nuzzo

Rupe Mutevole Edizioni, 2011, collana “Sopra le righe”

opera e nota di commento a cura di Emanuele Marcuccio, cocuratori: Gioia Lomasti e Marcello Lombardo.

Intervista a cura di Emanuele Marcuccio

Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie?

Scrivo da sempre, ho sempre amato esprimere su carta le mie sensazioni, penso di esser stato affascinato dalla lettura e dalla scrittura sin dalla più giovane età, ma non solo; ho amato anche l’arte in ogni sua forma, come la musica, le arti marziali e la pittura, forse anche come metodi per esorcizzare la paura, i demoni o le incomprensioni di un mondo che sapevo esser troppo grande, ho messo in atto una ricerca dedita all’esplorazione dell’anima altrui quale specchio per la propria introspezione. Ho cominciato a scrivere poesie solo da qualche anno, dapprima come mero desiderio di provarmi su qualcosa di nuovo e dunque come scavo verso l’Es, la parte primordiale e più naturale del nostro cervello, quello antico e rettile.

Ci potresti spiegare meglio quest’ultimo punto, in che senso “quello antico e rettile”?

L’argomento è molto lungo, tenterò di sintetizzarlo affinché possa render meglio l’idea. Tra il 1960 e il 1970, la conoscenza del cervello umano fece più progressi che nel corso degli ultimi millenni e ciò grazie agli studi dei neurologi Sperry, MacLean e Laborit. Già precedentemente, verso il 1875, Darwin aveva dissacrato l’uomo con la sua teoria evoluzionistica. Vent’anni dopo nel 1895, S. Freud constatava che la maggior parte dei problemi fisici dell’uomo proveniva da pulsioni primitive inconsce. In seguito tali teorie progredirono poco e si restava nel campo delle ipotesi. Quella di Darwin si affinò nel neo-darwinismo e quella di Freud fu malmenata tra i suoi discepoli, quali Jung, Reich, Adler ecc… Nel 1965 R. Sperry ebbe il coraggio di separare i due emisferi cerebrali di un paziente, sperando di porre fine alla sua epilessia. Tale separazione rivelò, con sorpresa di Sperry, che i due emisferi si comportavano da fratelli nemici, restando d’accordo su alcuni compiti, ma in disaccordo sulla risoluzione di altri. Il sinistro era a favore delle ostilità, e si opponeva al destro, che invece era pacifico. Nel 1968 P.D. MacLean, constatò, attraverso l’uso di nuove invenzioni che permettevano di osservare l’attività cerebrale, che l’uomo non aveva un solo cervello, bensì tre cervelli sovrapposti, ognuno di essi comparso e rimasto nel corso dell’evoluzione, passando da quello rettile, a quello mammifero per arrivare a quello ominide. Lo chiamò cervello triunico. Il neurologo Laborit, nello stesso periodo, fornì una spiegazione di alcuni comportamenti umani, conducendo esperimenti sui ratti, tra i mammiferi più vicini all’uomo dal punto di vista comportamentale. Su tali scoperte, che coincisero con la guerra nel Vietnam (dal 1961 al 1975), negli USA sorsero alcune tecniche di saggezza ancestrale (che ormai vengono capite meglio dal punto di vista scientifico), dando vita alla New Age. Questo movimento, ostile allo sviluppo industriale, aspirante alla libertà individuale e alla non violenza, si estese a tutto l’Occidente. Non tutti divennero hippie e andarono a cantare a Woodstock o all’Isola di Wight, molti si interessarono alla meditazione, alla contemplazione e al bio-feedback (utilizzo di apparecchi per il controllo elettrico per la modifica dello stato di coscienza). Come si poteva prevedere, questo paradiso incontrò l’ostilità della società dei consumi da una parte, mentre dall’altra i giovani caddero nella trappola dell’illusione creata dall’uso di droghe, funghi allucinogeni, hashish, il cui effetto era quello di un accesso più rapido rispetto alle antiche modificazioni dello stato di coscienza (yoga, zen, buddhismo, arti marziali “dolci”). Eccetto casi sporadici, questi cercatori di libertà, abbandonarono il movimento New Age e si reintegrarono nel sistema. Ma esaminiamo con maggior cura il cervello triunico: Cervello rettile o rettiliano: È così chiamato perché fu il primo ad apparire, circa trecento milioni di anni fa. È piccolo ma essenziale perché contiene tutto ciò che è vitale, regolando esso la nutrizione, il sonno, l’istinto, i movimenti, la produzione ormonale, l’istinto di riproduzione, ecc. Quindi se siete fieri del vostro grande cervello pensante-parlante, ricordate che non è questo il più importante, ma quello rettiliano, minuscolo, ma che contiene le ghiandole più vitali, come l’ipofisi, l’epifisi, il talamo e l’ipotalamo. È nel nostro interesse conservarlo in buono stato, con una vita sana, con lo sport. Al contrario il sonno irregolare, l’uso di droghe o alcool e una vita sregolata lo danneggiano irreversibilmente. Il cervello rettile ha una memoria a breve termine, impara poco e solo dopo un lungo periodo di addestramento, ed è una fortuna, perché se si lasciasse influenzare dall’uomo, o da certe fantasie intellettuali, non sopravvivremmo per molto. Cervello mammifero o paleo-mammario: Sotto il cervello rettile nasce il cervello mammifero, circa centosessanta milioni di anni fa. Si sarebbe fatto a meno di questo cervello per vivere, ma esso ha dato modo alla nostra specie di migliorarsi. Questo cervello è incredibilmente emotivo e cocciuto. Si è preso una parte talmente grande della nostra vita che ormai funzioniamo su una base emotiva per ritrovare il piacere provato dai nostri cinque sensi. Siccome è anche il centro dei rituali e dei mammiferi (intimidazione, affronto), l’uomo segue queste leggi senza rendersi conto che si comporta come ogni mammifero sano di mente. Il cervello mammifero è molto duro d’orecchi e finisce per credere a quel che viene ripetuto a lungo con tonalità particolari. Capiamo dunque come le religioni, le sette o la politica usino particolari rituali, come canti, litanie o preghiere per imprimere ciò che si intende radicare nelle menti. Potete dunque capire perché sia difficile modificare il cervello mammifero di una persona con altro credo, o perché, dopo una conversazione in cui ciascuno cerca di convincere l’altro con argomenti intelligenti, senza che nessuno dei due ascolti, alla fine se ne vanno pensando “quello non capisce nulla”, non è così? Forse ora che avete capito come funziona questo cervello, smetterete di parlare per convincere, ricollegandovi alla saggezza di Lao Tse: «L’uomo che sa (di non essere ascoltato) non parla, l’uomo che parla (prova la sua ignoranza poiché…) non sa.»Cervello neo-mammifero: Si sovrappone agli altri due all’incirca cinquanta milioni di anni fa. Non lo possiamo chiamare cervello umano perché anche gli altri mammiferi ne hanno uno anche se più piccolo. Questo nuovo cervello è utile ma crede che comandi lui. Le sue capacità sono stupefacenti, è capace del meglio o del peggio; nell’uomo dominato dall’ego, la proporzione del peggio è del 75-80%, contro il 10% del meglio. Ma da dove vengono i lampi di genio? Da dove viene l’introspezione, l’immaginazione fervida, il sapersi guardare nel profondo? Gli psicologi pensano che quest’ultimo cervello non valga molto, in quanto i lampi di genio arrivano quando è a riposo, ad esempio durante la meditazione o la siesta. Ecco dunque spiegato il segreto. Nel cervello antico o rettiliano risiede l’epifisi, la ghiandola pineale, il terzo occhio che già molte culture dell’antichità rappresentavano iconograficamente sia in forma di pigna (vedi lo scettro papale o quello di Osiride, il Bacco dei romani, il dio Tamus), che sotto forma di occhio (Buddha, Shiva, l’occhio di Horus). Le culture del passato associavano quella che noi oggi chiamiamo epifisi ad un organo preposto alla maggior chiarezza mentale ed alla visione interiore. Per Cartesio la ghiandola pineale è il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono.

Grazie per questo excursus molto interessante che, penso sortirà anche l’interesse dei lettori e che ora mi fa comprendere il perché spesso preferisci essere criptico, emetico nei tuoi scritti… ma continuiamo con l’intervista. Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

Poetare vuol dire utilizzare la semantica per trasmettere un messaggio. La poesia differisce molto dal racconto che, invece, utilizza una moltitudine di parole per esprimere un concetto. In una poesia, credo, non debba mai mancare la capacità di trasmettere emozioni, prescindendo da significato e significante stessi, elementi che passano dunque in secondo piano per far posto alla musicalità. Per questo, nel mio poetare non deve mai mancare questo elemento che io ritengo essenziale. Esasperare un concetto, sia esso tragico, comico o fantastico affinché il cervello elabori sensazioni, secerna adrenalina che sia tremore latente, un possente gremire di sentimenti tangibili, che siano trascinamento dall’alto all’abisso.

E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

La fantasia e lo spirito di osservazione. Vedo troppi sedicenti “scrittori” o “poeti” che mancano di idee, come se l’arte stessa in senso lato fosse morta, spersa nel circolo vizioso delle solite tautologie, in un trittico “sole – cuore – amore”. Si ha davvero bisogno di esser definiti scrittori o poeti o artisti o giornalisti per poter scrivere?  Altro non sono che dei titoli, presi troppo spesso per dare importanza ad una figura oggi divenuta di moda, null’altro. L’archetipo dello scrittore è quello del saggio, di colui che sa, che è spinto alla ricerca, che scrive menzogne per esprimere delle verità. Se tale stereotipo poteva andar bene per i tempi andati, ora scrivere è diventata una moda. Tutti scrivono, tutti pubblicano, pochi leggono. Io penso che chiunque possa scrivere dei buoni testi se utilizza l’inventiva, se si auto-insegna a guardarsi intorno.

Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna dei due e perché?

Ogni anima ha un proprio percorso, così deve essere anche per la poesia. La base di partenza, comunque, deve essere il comune studio della metrica, di modo che si possa partire dalla forma per ricercare una libertà di stile proprio. È come per la musica o le arti marziali. Si parte dalla forma, dallo stile, verso la ricerca di un proprio stile che si addica alla propria persona, al carattere, al tutto. Solitamente, nelle mie poesie, non utilizzo la metrica o le rime ma seguo a briglia sciolta un mio “stile privo di stile”, avendo però ben presenti le regole prime che devono comporre un testo poetico. Seguire forzatamente metrica e rime per me vuol dire limitare la libertà della scrittura.

Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

Molto dipende dal momento. Ci sono momenti in cui scrivere è semplice come lo scorrere di un fiume in piena, altri momenti in cui si abbisogna di tempo, forse ore o giorni; allora mi siedo sulla riva e attendo.

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Senza tanti fronzoli, credo che la poesia non riscuota molto interesse se non in certi ambienti culturali e scolastici quale oggetto di studio. Un romanzo è letto da tutti, giovani e meno giovani, la poesia è vista spesso come sintomo di debolezza per chi la legge e per chi la scrive. Poi bisogna considerare il contenuto. Un romanzo lo si legge con più interesse, genera apprensione sino alle ultime pagine, viene pubblicizzato in modo differente dalle case editrici e dalle edicole. Molto spesso le case editrici pubblicano gratuitamente il genere narrativo e a pagamento i libri di poesia, proprio perché sanno che con un romanzo rientreranno dalle spese di pubblicazione, con la poesia se ti va bene rientri tu dalle spese della pubblicazione.

Preferisci scrivere a penna o al PC?

Al PC, per l’unico motivo che, quando sono davanti al PC sono tranquillo e rilassato, il momento migliore per scrivere. Porto però sempre al seguito un foglio e una penna per prendere appunti quando arriva l’ispirazione.

Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autore?

Sicuramente l’incontro con Gioia Lomasti, Marcello Lombardo, Matteo Montieri, Emanuele Marcuccio (lo stesso che mi sta adesso intervistando) e la collaborazione per la casa editrice Rupe Mutevole. Ho trovato persone fantastiche con le quali ho avuto il piacere e l’onore di collaborare, gente che ama il lavoro che fa e che dedica anima e cuore per tutto questo. Altra esperienza significativa l’ho avuta collaborando con la poetessa Noris Roberts, Ambasciatrice Universale di Pace in Venezuela e ancora con il Dinanimismo di Zairo Ferrante e Roberta Murroni. Significativi sono stati anche i concorsi nazionali di poesia “Wilde” e “Mario Luzi”, sulle quali antologie sono presente. Detto ciò, la parte più significativa consiste nell’aver scoperto un lato di me che non avevo considerato.

Ti ringrazio, sei troppo gentile, sono stato ben felice di presentarti alla casa editrice per la pubblicazione di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso, grazie anche a nome dei colleghi assenti ma che leggeranno. Sarà perché prima di essere curatori, siamo soprattutto autori. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

Non ho un metodo preciso e sicuro per lasciarmi ispirare… tutto ciò che faccio è rilassarmi e far scorrere i pensieri, divenendo quanto meno cerebrale io possa; il resto consta nella fase di raccoglimento dei pensieri, farne un amalgama e infine trasporli su carta o schermo. Il tutto, come dicevo precedentemente, deve essere condito dall’estremizzazione del dire, dagli ossimori e quanto più mente m’enunci.

Quali libri hai pubblicato oltre a Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso?

Ho pubblicato un libro edito da Aletti Editore dal titolo Ultime Frontiere, uscito quasi in contemporanea nel 2011 con il mio libro edito da Rupe Mutevole, appunto, Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso.

Perché proprio questo titolo Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso?

Siamo un viaggio, un continuo mutare pensieri e sensazioni e spesso siamo soliti guardarci per come ci siamo lasciati indietro la pesantezza dei nostri inverni, spesso incompresi ai più. Avviene di conseguenza che questo nostro atteggiamento segue una via non più naturale e sincera, ma un atteggiarsi aberrante, composto, per come gli altri ci desiderano. Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso parte da qui, parte dallo spogliarsi dell’inverno al quale siamo stati diseducati e camminare sulle proprie sensazioni, sulle proprie canzoni, sul proprio, naturale stile, senza dover per forza accondiscendere al forzato piacere altrui.

La poesia di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso che ti è più cara o che ritieni più significativa?

È certamente “Apnea n.2”, una simulazione del proprio immergersi dentro, del guardare oltre all’abissale sconforto, è un lasciarsi andare per ritrovarsi perdendosi.

Apnea N°2

Estensione,

placida infusione

in sensi

d’oltreoceano colato,

giochi di luce

trafiggono onde

navigatrici

d’eterno…

– introspezione –

è riconoscermi acqua

nel tacito richiamo

d’assenze passate;

stilla nella nebbia

traccio l’ultima eco,

allontanando

i cerchi nel mare,

confusi

nell’oro del sole

che cauto

spegne l’orizzonte

sul freddo ponente.

E perché non la poesia da cui hai attinto il titolo della raccolta?

Sebbene mi piaccia molto anche quella, credo che in questa poesia si dia una maggiore enfasi alla meditazione che è intenzione del mio dire.

Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare il tuo primo libro?

Sarò sincero. La curiosità e la voglia di veder pubblicato un mio lavoro; penso sia stato questo il motivo principale.

Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?

Su tutti Montale col quale condivido l’ermetismo e poi Dante, W.B Yeats, E.Allan Poe che tutti conoscono come scrittore horror ma non come poeta, Coleridge, Baudelaire, Penna; ma anche Hikmet, la poetessa Claudia Ruggeri, Ungaretti.

E qual è la tua poesia preferita?

Due tra tutte:

Egli desidera il tessuto del cielo

(di W.B Yeats)

Se avessi il drappo ricamato del cielo,

Intessuto dell’oro e dell’argento e della luce,

i drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte

dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,

stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:

invece, essendo povero, ho soltanto sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;

cammina leggera perché cammini sopra i miei sogni.

Lamento della sposa barocca

(di Claudia Ruggeri)

T’avrei lavato i piedi

oppure mi sarei fatta altissima

come i soffitti scavalcati di cieli

come voce in voce si sconquassa

tornando folle ed organando a schiere

come si leva assalto e candore demente

alla colonna che porta la corolla e la maledizione

di Gabriele, che porta un canto ed un profilo

che cade, se scattano vele in mille luoghi

– sentite ruvide come cadono -; anche solo

un Luglio, un insetto che infesta la sala,

solo un assetto, un raduno di teste

e di cosce (la manovra, si sa, della balera),

e la sorte di sapere che creatura va a mollare che nuca che capelli

va a impigliare, la sorte di ricevere;

amore

ti avrei dato la sorte di sorreggere,

perché alla scadenza delle venti

due danze avrei adorato trenta

tre fuochi,

perché esiste una Veste

di Pace se su questi soffitti si segna

il decoro invidiato:

poi che mossa un’impronta si smodi

ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

Hai detto che Montale è il tuo poeta preferito ma, perché non compare tra le tue poesie preferite?

Sebbene sia molto legato alla poesia di Montale quale poeta ermetico, effettivamente la forza che viene trasmessa da alcune poesie di altri poeti supera, a mio modesto parere lo stile che si sente proprio. È il caso di questi due poeti, Yeats e Ruggeri. Con Yeats pare di essere in una marea di forza contrapposta, la poesia in sé è in chiave semplicistica, ma la chiusa sconvolge, travia. Con la poesia di Claudia Ruggeri avverto molta affinità sul piano emozionale, stilistico e di significato intrinseco della parola: “Poesia”.

Perché hai scelto Claudia Ruggeri, una poetessa poco conosciuta, le cui poesie sono state pubblicate solo postume?

La prima volta che mi è capitato di leggere una poesia di Claudia Ruggeri sono rimasto senza parole. È proprio ciò che una poesia deve fare. Il suo ruolo è sbattere il tuo cervello come uragani che tracimano gli oceani, oppure deve poterti far naufragare in una dolce musica. Un poeta può essere poco conosciuto, può non diventare mai famoso o diventarlo solo dopo la propria morte, ma se riesce a trasportarti in quel mondo onirico, nel suo linguaggio barocco, se riesce ad evocare ciò che hai dentro, allora diventa il Poeta con la “P” maiuscola. Sta di fatto che mi sarebbe piaciuto conoscere Claudia di persona, purtroppo scomparsa prematuramente nel suo “folle volo”.

Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

Amo molto la letteratura horror e di fantascienza, ma leggo anche saggi e ogni cosa che possa suscitare il mio interesse. Il libro che preferisco è “Io sono leggenda” di Richard Matheson.

Ecco, perché la scelta del genere horror?

Molti amano questo genere, scelta rispettabilissima, ma che non mi ha mai attratto, c’è forse qualche motivo in particolare per cui si sceglie di leggere un horror, piuttosto ché un classico, un romanzo storico, un thriller o un libro di poesie?

Penso sia una questione di interessi e di sensazioni che riescono ad evocare una qualche sorta di sinestesia. In effetti, è un mio parere che la scelta del genere horror possa esser ricollegata ad un modo di percepire la realtà. Molti vanno alla ricerca di sensazioni forti, legate alla paura, forse il sentimento più ancestrale dell’uomo o pure la non accettazione di un mondo sin troppo realistico per uno onirico e fantastico. La paura ha sempre fatto parte del nostro essere e, essendo noi uomini, possiamo dire solo “grazie” ad essa se ora siamo qui. L’uomo, la storia lo insegna, ha dovuto difendersi dagli animali, dalle catastrofi e dai propri simili. L’ingegno dell’uomo nasce dalla paura e dallo sviluppo dei pollici opponibili che gli hanno permesso di costruire ripari, fortificazioni, città.

Il termine “Monstrum” inizialmente stava ad indicare un evento fantastico, meraviglioso e divino, atto ad ammonire (dal latino monere), avvisare (l’uomo). Penso si possa definire un sistema premi-punizioni adottato nell’antichità per incutere paura, ma a fin di bene. Con lo sviluppo della letteratura, il termine ha assunto significati sempre maggiormente legati alle paure dell’abisso, di ciò che non si conosce ma che è insito nell’inconscio, quello stesso inconscio di cui parlavo prima, circa la ghiandola pineale, quell’inconscio che ha fatto nascere gli universi di Lovecraft il quale, trascrivendo i propri sogni, dava vita al “ciclo di Cthulhu”.

 Infatti, una tua poesia del tuo Non ti piacerei… ha proprio questo titolo “Cthulhu”.

E citando un passo della recensione di L. M. Cortese al tuo libro “Sorprende, in mezzo a questi paesaggi interiori, la poesia “Cthulhu”, pervasa dell’atmosfera paurosa e decadente del ciclo di miti creato da H.P. Lovecraft (che obbedì, a sua volta, a chissà quali fantasie trasfiguranti).”.

Cthulhu

(di Marco Nuzzo)

Forgia di universi

e placide attese

nei mari più oscuri

e tra le rive di sabbia,

smascherate

da eoni inconsapevoli

di strati di fondo;

tremano,

tra le piaghe socchiuse

le umane miserie,

strappando dal cielo

oceani di sogni,

soffiati in superficie,

velati

da tangibile inconsistenza

che offusca la vista…

nebbia

su acque di porti

socchiusi

da fragili corazze,

il destino si compie

contando al contrario,

resta sveglio,

stanotte

e contempla la fine.

Esattamente. È una poesia che a primo acchito può sembrare fuori luogo, ma a tutto c’è un perché. A parte l’omaggio ad uno dei miei scrittori preferiti, la poesia vuole essere innanzitutto un modo per far comprendere ciò che il sogno e la meditazione siano in grado di partorire.

C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

Romanzi rosa

Sì, mi trovo d’accordo con te. Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?

Capitano periodi in cui si avverte la necessità di allontanarsi dalla scrittura, ma solitamente questo accade solo per le occasioni in cui si avverta di dover riorganizzare le proprie idee. Non penso esista una vera e propria “crisi dello scrittore”, ci sono soltanto momenti in cui si avverte il bisogno di respirare nuove sensazioni per poter ripartire, il bisogno di osservare nuovamente e in silenzio, in completa apatia, mettendo in funzione le onde Alfa del cervello, per meditare. Confucio diceva: «Non importa quanto vai piano, l’importante è che non ti fermi.».

Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo moltissimo la mia terra, amo gli usi e i suoi costumi. La Puglia è una terra aspra e dolce alla stessa stregua, ma ci sono moltissime cose che potrebbero migliorare.

Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?

Non riesco a fare una scelta ponderata. A volte preferisco la poesia, altre la prosa, sono due generi troppo differenti. Amo scrivere in poesia, ma vorrei scrivere anche in prosa, stessa cosa per la lettura, anche se la prosa, come un po’ tutti, attira maggiormente anche me.

Hai un sogno nel cassetto?

Tanti, ma al momento mi ritengo abbastanza soddisfatto.

Come ti sei trovato con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?

Con Rupe Mutevole mi sono trovato abbastanza bene, hanno mantenuto le promesse riguardo alla pubblicazione, sempre gentili e onesti. L’ho scelta in quanto mi è stato possibile vedere in anteprima il modo di lavorare che ha pienamente soddisfatto ciò che mi ero prefissato di raggiungere.

Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

Oramai, più che editori, la maggior parte sono stampatori, mi spiace dirlo, ma molti di questi signori non lavorano come dovrebbero, spesso promettono la promozione su canali internet, biblioteche e librerie, ti firmano un contratto col quale si pappano i tuoi soldi e del tuo libro non trovi più traccia, se non in qualche canale disperso di internet.

Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

La mente è come un paracadute, funziona solo se si apre. Partendo da questo concetto si evince come l’attuale panorama culturale nel nostro Paese sia effettivamente in declino. Si legge poco, i libri sono stati sostituiti dalla TV che, a guardare il palinsesto, non ha molto da offrire a parte i soliti, urticanti programmi che promuovono il culto del fisico. Questo è l’ideale col quale vengono tartassati i nostri giovani la cui mente è ancora malleabile e suscettibile e che divengono adepti di vestiti firmati, di calciatori e veline, figli di un troppo benessere che non accetta compromessi. Non voglio generalizzare, c’è sempre colui che si distingue, ma di questo passo saranno sempre meno.

Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul “Corriere della Sera”, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. E cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

I premi letterari sono fini a sé stessi. Non penso siano necessari per un autore, tuttavia fanno volume ed enfiano di certo la stima da parte dei più. Però un premio non è sinonimo di grandezza per uno scrittore. Chi scrive lo fa per se stesso e non per vincere dei premi. Riguardo alla perdita di interesse della letteratura, mi trovo altamente d’accordo con Segre, la critica letteraria, come di conseguenza la letteratura, soffrono una profonda crisi e perdita di interesse presso la popolazione.

Davvero chi scrive lo fa per se stesso? E allora perché decide di pubblicare, non hai detto che, in una poesia non deve mai mancare la capacità di trasmettere emozioni?

Chi scrive lo fa principalmente per se stesso, la decisione di pubblicare i propri lavori può esser dettata da vari fattori. Molti sognano di diventare famosi con la scrittura, altri pubblicano per avere il proprio libro nella loro biblioteca personale o altri motivi ma, se non c’è passione, se manca quell’attitudine a scrivere per se stessi, corroborando l’anima e il proprio sentire, allora lo sforzo risulterà vano. Scrivere è un lavoro di concetto, significa buttare su un foglio tutto lo sfogo internato nell’anima. Se dovessimo scrivere solo ed esclusivamente per diventare famosi, allora penso sia meglio orientarsi sulla palestra, scolpendosi un fisico “da urlo” e andare ad urlare in uno di quei programmi vespertini per teenager, non faccio nomi, ove saremmo indubbiamente tutti ricchi e famosi.

Certamente, se alla base manca quella passione per la scrittura, tutto risulta vano e, citando un mio aforisma “Il poeta sogna, si emoziona, si meraviglia; in caso contrario, tutto sarebbe puro artificio, sterile e fredda creazione, come voler scrivere su di un foglio di vetro.”. Il critico letterario Matteo Leombruno, a proposito della tua poesia ha scritto: «La poesia di Marco Nuzzo è una poesia trincerata in se stessa, chiusa all’esterno e abitata da un “io” segreto e nascosto.»Concordi su questo giudizio e, in che misura?

Assolutamente. È ciò che mi pongo quando scrivo. L’ermetismo è parte del mio scrivere e voglio che sia così. Per questo paragono la mia poesia a quella di Montale, senza pretesa d’essere alla stregua del mio mentore. Il mio non è solo un modo di mascherare parole fini a se stesse, ma vuol essere innanzitutto un modo per svegliare dal torpore i dormienti, esagitarne la mente al fine di farne fluire l’assenzio che può corroborare il loro spirito.

Come ho scritto sulla nota di commento a pag. 7 di Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso, le quattro liriche in progressione intitolate “Apnea” sono davvero significative. Ce ne vuoi parlare?

Le “Apnee” sono una sorta di racconto e divise in parti, racconto fatto di sensazioni durante le immersioni nei sensi, che, come placide acque permettono la discesa nei più intimi segreti, sino a ritrovare quell’Oniria, quell’Atlantide che è significante del proprio Es che emerge, scaturita dal rivangare nella conoscenza e nei sogni. È necessario lasciarsi andare, lo dicevo prima, è necessario perdersi per ritrovarsi. Ogni giorno si nasce, ogni giorno si muore, ma lo si può fare vedendo sprecati i propri desideri o ardendo i fuochi della propria essenza.

Quanto è importante per te il confronto con altri autori?

È essenziale. Siamo specchi e il confronto diviene mezzo per guardarsi dentro. Noi esploriamo l’essenza degli altri, la viviamo, ci immedesimiamo in essi, mimandone la luce. Solo agendo in questo modo possiamo dire di trovare noi stessi.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

Leggete, leggete e ancora leggete. Poi dimenticate tutto, uscite fuori a divertirvi, ma osservate. Osservate il comportamento degli esseri umani, osservate gli animali e il movimento dei pini marittimi, guardate la scia delle formiche. Adesso avete il mondo nell’inchiostro della vostra penna, dovete solo scriverlo.

Concordo, la poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.». E un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni, in sintesi, un poeta scrive ciò che sente. Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione o, su quello che stai scrivendo?

Vorrei dedicarmi alla scrittura di un horror, ho già cominciato, in effetti. L’idea è buona e penso sarà un qualcosa di mai tentato. Il tempo ci dirà il resto.

Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore!

Grazie infinite a te, Emanuele, è stato un piacere!

A cura di Emanuele Marcuccio


TESTO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’INTERVISTATORE, EMANUELE MARCUCCIO.

“Ramoscello d’ulivo”, poesia di Emanuele Marcuccio

Ramoscello d’ulivo (20/3/1992)

poesia di EMANUELE MARCUCCIO

tratta dalla raccolta “Per una strada”, Sbc Edizioni, 2009

Ramoscello d’ulivo,

tu sei desiato,

canti disteso,

dolce traspari:

ché quel richiamo taorminese

innanzi tempo, tinto,

fosco sogno adombro,

rimane.

RAMOSCELLO D’ULIVO 

Nota a cura di Luciano Domenighini

L’inizio è in vocativo, svolto in tre delicati quinari, uno passivo (sei desiato) e due intransitivi (canti, traspari), è siglato da una quartina esplicativa dove alla bella musicalità di un verso (“innanzi tempo, tinto,”) fa riscontro l’ermetica ruvidezza del verso successivo, dove “adombro” è aggettivo e non verbo. Sono solo otto versi ed è diviso in due quartine collegate dai settenari al primo e al sesto verso. La prima quartina è tutta in vocativo, limpida, diretta, sviluppata da tre quinari sorretti da verbi in seconda persona, lievi, delicati (sei desiato, canti, traspari).  La seconda, esplicativa, in realtà è ermetica, presentando cesure sia semantiche che sintattiche. Nondimeno il settenario “innanzi tempo, tinto,” è bellissimo per la perfezione della cadenza e l’impasto fonetico, ottenuti ricorrendo a quatto raddoppi di consonante e ad un abile uso del colore delle vocali.

Nota dell’autore: “Ispirata ad un sogno che io feci, di ritorno da Taormina; da notare la ricercata figura dell’accusativo alla greca in “tinto, / fosco sogno adombro,”, da sottolineare che “adombro” non è verbo ma è l’arcaismo dell’aggettivo “adombrato”. Cosicché, quel richiamo taorminese rimane un fosco sogno tinto (variegato, colorato, di colori diversi, ma solo intravisti) e adombrato (coperto di un’ombra d’oblio) innanzi tempo (prima che lo si possa comprendere).”

POESIA E COMMENTO PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

Intervista a Maristella Angeli, a cura di Emanuele Marcuccio

Su invito di Gioia Lomasti per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura, in seguito intervisterò altri autori, anche inediti, tra cui il critico letterario e poeta Luciano Domenighini. Iniziamo con Maristella Angeli, autrice de Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta di poesie, che è stata ben lieta di rispondere alle mie domande.
Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere?
Scrivo da quando ero bambina. Scrivevo favole e a circa nove anni scrissi il mio primo copione teatrale. Poi vennero le poesie, che ho tenuto per molti anni chiuse in un cassetto.
Il desiderio di scrivere credo sia innato: già nei temi scolastici si evidenziava una fervida fantasia ed una propensione allo scrivere.
Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
Una frase di Luciano Innocenzi mi ha colpito: “Quando arriva al cuore della gente, è poesia”. Per me è essenza di vita, l’espressione più elevata, è condivisione, ciò che va “oltre” la parola, il non detto, il sottaciuto, l’inesprimibile.
E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
Il talento innato, la purezza d’animo, l’assenza di ambizione, l’umiltà, la capacità di percepire l’essenza del mondo, cioè di tutto ciò che è vita, dimensioni atemporali, creatività, originalità, ascolto e amore.
Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna dei due e perché?
Molti sono preoccupati di inserire in schemi predisposti un poeta, ma già Leopardi avevacreato il Canto Libero, cioè poesia senza uno schema di rime fisse e senza un numero di strofe predisposte. Ungaretti invece rivoluziona completamente la poesia; con lui nasce il verso libero in Italia. Ho studiato e continuo a procedere nei mie studi poetici, ma un artista non può essere legato a nessuna briglia, deve potersi sentire libero di utilizzare la forma espressiva che maggiormente esprime il proprio “sentire”.
Lascio ai critici letterari analizzare le mie sillogi poetiche:
“La Angeli costruisce di solito i propri componimenti, servendosi di quartine e terzine, formate da versi di lunghezza diseguale, giocando spesso sull’alternanza tra un verso lungo ed uno corto, composto da un’unica parola, di solito un aggettivo che viene posto così in una posizione di rilievo che serve a definire meglio la parola, con cui si era concluso il verso precedente.
A volte, per non interrompere il flusso dei ricordi e delle sensazioni, l’autrice si affida anche a strofe più lunghe, formate da sei-otto versi, arrivando a costruire dei brevi poemetti”.
(Critico letterario Cristina Contilli)
Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
A volte è immediata, quindi rileggendola è già pronta, mentre più spesso lavoro a lungo sui versi, per creare l’armonia e l’atmosfera che mi soddisfi. Un lungo lavoro di rilettura, selezione, correzione e revisione conclusiva.
Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Su questo si è molto discusso. Credo che fondamentalmente si abbia il timore che la poesia risvegli il pensiero, permetta di stimolare sentimenti, speranze, sogni, ribellioni.
Non per niente nei regimi dittatoriali, e fin dai tempi lontani, essa veniva proibita. “Platone diffida delle innovazioni ludiche, censura le favole raccontate da madri e nutrici, mette al bando Omero ed Esiodo perché “il mondo dell’immaginazione… era pericolosissimo fin dalla prima infanzia per la sua capacità di suggestionare e porre le premesse di una mentalità non razionale, ma passionale”(da”Animazione e città” a cura di Gian Renzo Morteo e Loredana Perissinotto, Musolini Editore).
Ricordiamo che La salute di una società si riflette nella sua attività artistica e viceversa”(da “Arteterapia in educazione e riabilitazione” di Bernie Warren, Erickson).
La poesia dovrebbe essere valorizzata come merita, quindi smontiamo questa visione che ne limita i fruitori: la poesia è la più limpida espressione comunicativa che si conosca, e può arrivare a toccare le corde del sentimento di ogni lettore.
Preferisci scrivere a penna o al PC?
Scrivo sempre con carta e penna, mai direttamente al computer. Il contatto percettivo, sonoro e prossimale è per me indispensabile.
Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?
Ogni esperienza di vita è significativa, fa parte del nostro bagaglio culturale. Certamente l’approfondimento è fondamentale, ed il mio percorso di studi, compresi i sedici anni di esperienza teatrale, sono stati importanti.
Le sofferenze hanno purtroppo contribuito a formarmi ed hanno inciso molto. La morte di mio padre prima e quella di mia madre poi, l’asma di cui soffrivo, l’allontanamento forzato dalla città in cui sono nata, l’impossibilità di scegliere la strada artistica e teatrale, i pesanti problemi economici della mia famiglia, il dover lasciare la mia disciplina d’insegnamento, il divorzio. Anche il mio aspetto fisico (fino ai sedici anni ho avuto degli enormi denti in fuori) ha contribuito a maturare la convinzione che l’importante è “essere” e non “apparire”. Le gioie e le soddisfazioni sono state comunque molte, tra queste soprattutto l’aver finalmente incontrato, sebbene a tarda età, un nuovo grande amore, a cui ha fatto seguito la pubblicazione di poesie e la scrittura di un romanzo fantasy.
Ritengo che sia stato molto importante anche lo studio costante, la visita a mostre e musei per allargare gli orizzonti culturali, la molteplicità di esperienze, la pittura, i viaggi, il confronto e l’incontro con persone significative.
Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?
L’ispirazione nasce nei momenti più impensabili e imprevedibili, suscitata da una “scintilla”, cioè da qualcosa d’indefinibile che scuote il mio animo.
Molto spesso di sera e durante i viaggi.
Quali libri hai pubblicato oltre a “Il mondo sottosopra”?
La mia prima pubblicazione è stata la mia tesi sperimentale presentata all’ISEF di Perugia, sintetizzata in “«Alla ricerca del proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell’Educazione fisica» (Lo Faro Editore, Roma 1982, didattica). Poi sono iniziate le raccolte poetiche: “Gocce di vita” (Albatros Il Filo ‘08), “Tocchi di pennello”e “In ascolto” (MEF L’Autore Libri Firenze ‘09), “Specchi dell’anima” (Progetto Cultura Editore ‘09) e la mia quinta silloge “Il mondo sottosopra” (Rupe Mutevole Edizioni Bedonia PR, ‘10).
Perché proprio questo titolo “Il mondo sottosopra”?
Lo spiego nella presentazione: “Il mondo sottosopra, titolo che indica il desiderio di poter sconvolgere, invertire i canoni, il tempo, il passato e il presente, ciò che è razionale in contrapposizione con l’irrazionale: il non tempo, lo spazio infinito, il sogno, l’immaginario, la fantasia”.
La poesia de “Il mondo sottosopra” che ti è più cara o che ritieni più significativa?
Come sempre rispondo che ogni poesia è unica e racchiude qualcosa che l’altra non ha, ognuna è un piccolo scrigno da aprire per poter entrare nella magia della poesia.
Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare il tuo primo libro?
Ho pubblicato solo nel 2007, quindi ad un’età matura per poter valutare oggettivamente ciò che può essere condiviso con i lettori. Ad incitarmi è stata la valutazione di una nota scrittrice, di mia madre che ha sempre apprezzato i miei scritti da elevata poetessa qual’era e, in particolare, ha inciso l’appoggio e il sostegno continuo del mio compagno. Significativo è stato anche il riscontro positivo che ho avuto attraverso premi e riconoscimenti.
Quali sono i tuoi poeti preferiti?
Come autori prediligo Montale, Quasimodo, Ungaretti, Neruda, Tagore, Hikmet, Jimenéz e, vivendo nelle Marche, Giacomo Leopardi. L’autrice che prediligo è Emily Dickinson. Di lei mi ha affascinato la sua diversità, il ritmo dei salmi, il suo saper cogliere le infinite sfumature della vita l’assenza di vanità, di presunzione e di ambizione.
Ammiro i grandi autori teatrali, che hanno scritto anche poesie; li ho potuti conoscere attraverso le loro opere, interpretando i personaggi a cui hanno dato vita. Tra tutti Shakespeare, Garcia Lorca, Pirandello, Tennessee Williams.
Ho letto un bellissimo libro dedicato agli indiani d’America e sono rimasta incantata dalle poesie che scrivevano e dalla loro profonda saggezza.
E qual è la tua poesia preferita?
Dei grandi autori? Ce ne sono molte, ma ora mi viene in mente questa:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1942 – Nazim Hickmet
Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
Dickinson Poesie, Oscar Mondadori
Lo rileggo spesso, riporto l’ultima strofa 348
Ciascuno mi saluta, passando,
ed io, le mie piume infantili
sollevo, in dolente risposta
ai loro tamburi sbadati
Emily Dickinson
E c’è un genere di libri che non leggeresti mai?
Il genere Horror e tutto ciò che presenta violenza estrema!
Rispetto chi lo ama, ma per me è inconcepibile tutto ciò che presenta violenza, omicidi, serial killer. Ritengo, come insegnante, che possa suscitare, nei ragazzi che non hanno ancora maturato una capacità valutativa, lo stimolo ad una possibile imitazione. Valori come la vittoria intesa come supremazia sul più debole, la vendetta, lo sterminio come se ogni vita umana non avesse valore. Anche se i super eroi combattono per la giustizia, procedono uccidendo, senza neanche avere un minimo pensiero per la vita umana che hanno distrutto.
Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
Da giovane avevo una bassa autostima. La figura di grande artista e il carisma di mia madre, maestra di vita e d’arte, non mi permettevano di credere nelle mie potenzialità artistiche: il confronto sembrava impossibile!
Poi ho compreso che dentro di me l’arte non poteva essere repressa e, nonostante tutto e tutti, ho preservato in me i valori e l’essenza, la sensibilità, la purezza d’animo, la percezione del mondo e delle problematiche sociali.
Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo la mia terra d’origine, l’Umbria, di cui sento nostalgia, ma apprezzo la regione Marche per lo splendido paesaggio, le attività culturali ed i rapporti umani.
Macerata è una città in cui mi sento bene: è a misura d’uomo, sede universitaria ed è fervida l’Arte nelle sue diverse espressioni. La poesia poi è particolarmente sentita, grazie a numerose iniziative che si svolgono nel corso dell’intero anno.
Vivere altrove? Non so se possa esistere un altro luogo dove si valorizzi l’Arte, la letteratura, in particolare la poesia, come fondamentale espressione dell’uomo e della sua originale capacità creativa.
Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?
Scelgo la poesia!
È la forma espressiva che prediligo, poiché è l’essenza della parola che eleva il valore di una raccolta di poesie, che spesso racchiude l’intero mondo poetico dell’autore.
La narrativa mi affascina, e ho concluso da poco di revisionare il mio romanzo fantasy. Sicuramente in questo genere mi ritrovo e riesco a sfruttare appieno la mia infinita creatività e fantasia.
Hai un sogno nel cassetto?
Pubblicare con una Casa Editrice non a pagamento.
Un sogno è che la poesia possa ritrovare le sue antiche vestigia, l’importanza che aveva un tempo, e che in libreria ci siano, in primo piano, le raccolte degli emergenti che abbiano un effettivo talento.
Certamente desidero che il mio romanzo fantasy abbia un riscontro positivo e venga letto da tantissimi lettori che ne possano cogliere la giusta morale.
Come ti sei trovata con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?
Mi sono trovata bene. Il rapporto è stato cordiale e, ogni qual volta ho contattato la redazione, ho avuto subito una risposta opportuna. L’ho scelta perché ho letto i criteri con cui i fondatori, hanno impostato la loro attività.
Lascio ad ognuno il confronto con altre Case Editrici, che è necessario.
Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
Se si continua a stampare una quantità eccessiva di libri, senza l’opportuna severa selezione qualitativa, direi che si va verso una strada che può illudere alcuni a discapito di altri che effettivamente meritano. Il lettore, tra tanti testi di scarso livello, non sarà più invogliato a leggere.
Un giro di denaro notevole tra associazioni, concorsi e Case Editrici a pagamento, un giro in cui il nuovo autore deve sapersi destreggiare.  
Ma alla fine in vetrina ci sono sempre le grandi Case Editrici!
E dell’attuale panorama culturale italiano?
Il panorama culturale offre validi autori, ma non sempre testi originali.
Vedo che, anche nell’ambiente conosciuto, contano molto i contatti, le conoscenze, il colpo di fortuna, le agenzie letterarie, i premi cosiddetti importanti, a cui accedono esclusivamente le grandi Case Editrici.
Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
Credo che occorra avere maggiore consapevolezza su ciò che può arrivare al lettore, di positivo o negativo, e che la poesia sia più viva che mai.
La poesia resta impressa in chi la legge. La si rilegge, si tiene a portata di mano sul comodino, si ricopia e si tiene con sé: ha una “potenza” unica!
Finché uomo vivrà, vivranno
questi versi, e a te vita daranno!
(William Shakespeare, da “Shakespeare Sonetti” Editori Laterza)
Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
Il confronto è fondamentale!
Ho intervistato una quarantina di autori, essendo moderatrice di forum e collaboratrice dell’Associazione “Infiniti Sogni”, e ritengo che l’esperienza mi abbia permesso d’indagare, di conoscere e di aiutare, in qualche modo, autori molto pieni di sé.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
Ho diversi autori che mi contattano a cui do consigli personalizzati. A tutti direi di leggere molto, di essere umili, di ascoltare chi è in grado di valutare poesie, di accettare le critiche, purché siano costruttive, di percorrere un “viaggio poetico” ascoltando se stessi, gli altri e il mondo che ci circonda.

Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione?
Sto concludendo la sesta raccolta poetica, la settima e un’altra di poesie d’amore.
Ho tante poesie accumulate negli anni!
Ho revisionato il mio romanzo fantasy, sperando che venga pubblicato, ed ho già improntato il suo seguito.

Grazie per la tua disponibilità, complimenti per la tua cultura letteraria e non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture.
La figura dell’autore, che prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale!
Grazie a te!

INTERVISTA A CURA DI Emanuele Marcuccio 

TESTO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’INTERVISTATORE, EMANUELE MARCUCCIO.

“Ancora”, poesia di Elena Condemi

“Ancora”

di Elena Condemi

Dondola l’aria
e i narcisi spenti sulle mani molli
rimandano ad un tempo ubriaco
di umide vene e materni fili d’erba
Ed ancora, fra echi lontani,
ebbrezza di foglia m’assale.

Elena Condemi

ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter,  Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e critico Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE

“Sulla via del mare”, poesia di Monica Fantaci

La Trinacria 
sulla via 
del mare 
da navigare, abitata da gente che apre il varco 
pronto per lo sbarco 
sul cielo fatto per le acrobazie 
non per le immondizie, ricoperta dal giardino 
qui è sempre mattino 
il cielo è lucente 
ed illumina tutta la gente.


POESIA PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. IL TESTO NON PUO’ ESSERE COPIATO NE’ DIVULGATO SENZA AUTORIZZAZIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

Ali vive di Antonella Ronzulli

Ali Vive di Antonella Ronzulli

Prefazione di Silvia Denti

Rupe Mutevole, 2010, pp. 62

ISBN: 9788896418833

Recensione di Lorenzo Spurio

Ho avuto il piacere di leggere Ali Vive, silloge poetica di Antonella Ronzulli. Il linguaggio che utilizza è semplice ed accessibile a tutti, rifugge da particolari figure retoriche, chiasmi o orpelli di forma per andare invece dritta al messaggio, ai contenuti. E’ una poesia estremamente vivida che nasce direttamente da esperienze personali della Ronzulli, esperienze particolarmente difficili. E’ per questo che la silloge è principalmente incentrata sui temi della vita e della morte, sulla mancanza, sulla malattia e il dolore, sul ricordo. E’ di certo encomiabile la forza della Ronzulli che si sprigiona da liriche cariche di drammatismo ma mai di vittimismo; c’è sempre una continua ricerca della scrittrice-donna di mettersi in gioco, un modo tutto personale di sfidare se stessa per cercar di combattere imprese che ad una prima analisi sembrerebbero imbattibili. La malattia può essere sconfitta, ci dice la Ronzulli. E’ vero, anche se sappiamo che, purtroppo, questo non avviene sempre e così spesso come tutti ci augureremmo. Non ci sono ricette o chiavi di volta per vincere la malattia se non l’amore di persone vicine, una famiglia coesa e presente e una grande apertura morale connessa a una profondissima esegesi della vita. La scrittura della Ronzulli ha tutto questo, e molto altro ancora. La poetessa si confessa nero su bianco, senza paure né fragilità, traccia una visione diacronica della sua vita, minacciata da gravi impedimenti ma alla fine, come in un qualsiasi romanzo di formazione la poetessa risorge, è cambiata e cresciuta. Non solo ha raggiunto la guarigione ma ha scoperto la poesia, mezzo particolarmente adatto per immortalare le sue paure, le sue sofferenze e i suoi ricordi. Lo fa in una maniera diretta e semplice che ci permette, in qualità di lettori, di simpatizzare con la poetessa-donna oltre che apprezzare i suoi versi.

La poesia è sempre stata considerata come la massima forma di espressione in letteratura. Se poi ad essa si aggiungono motivi biografici, narrati in maniera spontanea senza camuffamenti o timori legati al desiderio di mantenere una velata imperscrutabilità, allora si innalza ulteriormente come forma di comunicazione. La scrittura della Ronzulli non è altro che proiezione diretta dei suoi sentimenti e dei suoi tormenti legati a determinati momenti della sua vita. La lirica che chiude la silloge è in grado di trasmetterci quella felicità che il lettore ricerca ossessivamente per tutta la lettura del libro. Così come la vita è un percorso difficile, ricco di impedimenti e di salite, la poesia della Ronzulli “risorge” nel finale consacrando il valore dell’amore.

LORENZO SPURIO

 11 Agosto 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE. 

Dolcemente i suoi capelli, poesia di Emanuele Marcuccio

Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)

Poesia di EMANUELE MARCUCCIO

Contenuta nella silloge Per una strada (2009)

Dolcemente i suoi capelli inanellava,

e mi beava nel rimirar

il suo bel viso,

il suo sorriso,

che languente mi sfuggiva;

e cercavo d’immaginar

i suoi begl’occhi,

che all’anima profondi balenava

in un sussulto,

in un singulto,

che veloce dileguava.

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI

Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).

Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.

La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza. La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata. Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico. E’ proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11. Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni “retrò” (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava). In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.

Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha iniziato la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano).  È del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. I 109 titoli di Per una strada spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall’intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa. Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime “retrospettive”, una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta. La poesia qui analizzata è tratta da questa silloge poetica.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Rosa d’inverno di Jasmine Manari – Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Rosa d’inverno di Jasmine Manari

Book Sprint Edizioni, 2011

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Ho accolto con piacere la richiesta di Jasmine Manari, giovanissima poetessa abruzzese che esordisce il suo percorso letterario con un’ampia e interessante silloge poetica. Mi sono molto interpellato sul titolo, Rosa d’inverno, su quale potesse essere il significato che la Manari volesse abbracciare per le sue liriche. Mi è sembrato a prima vista enigmatico, ma questo non ha offuscato neppure minimamente la mia attenzione nei confronti di questa raccolta di poesie. L’ho interpretato, inizialmente, mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: una rosa, espressione di colore e della vita e l’inverno, espressione di toni grigi della malattia e della morte. Ho concluso così che le liriche avrebbero trattato principalmente di storie d’Amore e storie di morte, temi che spesso nella poesia sono speculari o che finiscono per costituire un tutt’uno.

La Manari ha utilizzato una variegata scelta di citazioni colte che esplicitano il suo Amore nei confronti della letteratura, di una letteratura che potremmo definire classica, fatta dai grandi.  Ci sono varie citazioni in epigrafe tra cui una curiosa definizione del veggente/poeta maledetto Arthur Rimbaud, estratti di conversazioni di Ungaretti e Oscar Wilde e un frammento di Saffo. Questi riferimenti intertestuali iniziali non sono ridondanti e, anzi, incanalano il lettore verso l’oggetto di questa raccolta: l’Amore e le sue varie sfaccettature, i diversi modi di amare, il dolore e la sofferenza che dall’Amore scaturiscono.

E’ sufficiente la prima poesia della silloge per comprendere quale sia il senso che la Manari vuole trasmettere attraverso il suo titolo: la rosa, con le sue varie fasi di crescita (lo sbocciare, il crescere), non è altro che metafora di un Amore che, ugualmente, nasce e si sviluppa. Ma la rosa bianca della Manari non appassisce, non conosce fine e così dobbiamo interpretare che l’Amore, alla stessa maniera, non deperisce né si consuma ma rimane eterno.

La raccolta di poesie verte principalmente su alcuni temi dominanti: l’Amore, la felicità, la vita e la morte, il senso di abbandono e il ricordo di un’età ormai passata, l’infanzia. Nelle liriche della Manari si fa infatti spesso riferimento a un tempo passato che si evoca a volta con nostalgia come in “Bambina” mentre altre volte ci si domanda quali siano i limiti tra ricordo ed oblio. E’ un percorso difficile, questo che la poetessa affronta con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo altamente simbolico. L’infanzia è celebrata un po’ ovunque nella raccolta e in “Ci chiamiamo grandi” la poetessa osserva che gli adulti, in fondo, non sono altro che bambini che non fanno più cose spontanee come quelle di un bambino. La vita, dunque, sembra suggerire che è un’infanzia perenne. E in quel presente liquido e spesso difficile la poetessa ricava ricordi positivi di un passato andato ma che in un certo senso è ancora presente perché ricavato da frammenti di ricordi che si impongono nel “qui ed ora”, nella vita di tutti i giorni: «Somigli tanto a una bambina che conoscevo» in “Quale è il tuo nome”. La silloge celebra così i tempi passati, un’infanzia felice e spensierata che viene ricordata con nostalgia e alla quale, paradossalmente, si vorrebbe ritornare, annullando il normale corso del tempo.

La protagonista delle liriche, che intuitivamente mi viene da immaginare abbia un riferimento autobiografico nella stessa Manari, è una donna che sa soffrire ma che sa anche ribellarsi per non lasciarsi soggiogare, come nella brevissima lirica “Rivoluzionaria” che si chiude proprio con la volontà di fare della propria vita una battaglia. E’ una donna forte e decisa, che non manca di evocare idee discutibili e che la Chiesa definirebbe immorali, come il suicidio in “Osceno paradiso d’indolenza” per «chi, egoista con se stesso, non vuole più sperare». Parlare della vita significa innegabilmente trattare anche quegli aspetti meno belli che però fanno parte di essa: la vecchiaia, la malattia e la morte. Il ritratto complessivo che la Manari trasmette con questa opera è complesso ed articolato e non manca di trattare questi temi languidi, tristi e crepuscolari come nella brevissima poesia “Alzheimer” che va letta tutta d’un fiato e che condensa una serie di tragedie: la malattia, la sofferenza per un congiunto malato e incurabile e la decisione di porre fine a quelle sofferenze per liberarsi da entrambi i mali. La Manari non parla di eutanasia ma di matricidio. E’ questo a trasmettere una cupissima presenza su tutta la lirica, lasciando drammaticamente sorpresi per la vivezza e allo stesso tempo per il laconismo con il quale fotografa una realtà difficile e disperata. Il linguaggio è semplice e spesso usa immagini forti, come volesse suscitare un qualche effetto nel lettore. La poesia “Non appartengo a voi indecisi, sono un poeta maledetto” ha tutte le caratteristiche della poetica del bohemien, che si riallaccia alla citazione iniziale di Rimbaud. C’è in un certo senso anche un riferimento, consapevole o no non saprei dirlo, a Palazzeschi e alla sua poesia “E lasciatemi divertire” dove il poeta abbatteva i canoni poetici tradizionali riconoscendo una poetica tutta nuova, bizzarra e strampalata ma che almeno, lo lasciasse divertire. La Manari si auto considera un poeta maledetto, di quelli che non le mandano a dire e che non hanno paura di parlare di niente: « Se sono un verme che si dimena appeso a un amo, certo di durare meno e poco più».

Spesso prevalgono i toni grigi e cupi e un’amara analisi della vita come quando in “Il consigliere” scrive: «No figliuolo, le persone non vogliono la verità, loro non sanno che farsene: la odiano. È troppo pericolosa, meglio la menzogna… si può fare molto di più con la menzogna». Non si tratta però di un pessimismo fine a se stesso ma ricalca, in maniera quanto mai fedele, la società nella quale viviamo. Verso la conclusione della raccolta è presente un brano che abbandona il metro poetico per adattare i pensieri, quasi in maniera plastica, impiegando la prosa. In “La felicità in un palazzo di cristallo” la poetessa affronta temi difficili, le canoniche questioni dell’essere: cos’è la felicità e, se esiste, come si raggiunge? E la pace? Lo fa in maniera lucida e schietta ma è difficile non riconoscere un certo tono cupo ed esistenzialista che, per certi aspetti, richiama addirittura il poeta recanatese, Leopardi: «l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione: egli non la possiede, eppure può renderla sua. Per questo la felicità non è nella morte e nemmeno nella pace». Ma la conclusione che la Manari trae non è altrettanto negativa, c’è possibilità di speranza: la felicità è intorno a noi, dobbiamo saper riconoscerla, è dietro l’angolo, dobbiamo saperla individuare: «Dipende dagli occhi di chi guarda: per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto dove guardare, non necessariamente il punto per eccellenza».

Una raccolta di liriche affascinante che va letta in profondità e che è arricchita nel suo ampio contenuto già altamente ricco simbolicamente da un sonetto di Shakespeare il quale, proprio come ha fatto la Manari, nelle sue poesie ha sempre parlato anche degli aspetti meno felici dell’Amore e della transitorietà del genere umano. Non avevo sbagliato di molto nella mia iniziale interpretazione del testo a riconoscere già nel titolo la presenza di un ossimoro di cui, in effetti, la silloge è strapiena: vita-morte, felicità-sofferenza, ricordo-oblio, miracolo-condanna, presente-passato, alba-tramonto e addirittura il titolo di una poesia, “Il buio bianco”. Non è un caso che la Manari citi Shakespeare, poeta neoplatonico che nelle sue liriche utilizzò spesso l’allegoria del chiaroscuro, che la poetessa nella sua opera sintetizza in maniera mirabolante in questo modo: «il sole c’è ma non si vede».

LORENZO SPURIO

05-07-2011                                                                            


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Per una strada di Emanuele Marcuccio

Per una strada di Emanuele Marcuccio

SBC Edizioni, Ravenna, 2009.

Recensione a cura di Alessandro d’Angelo

La vera Poesia nasce da un’alchimia interiore, da trasmutazioni che, se estrinsecate in maniera veramente sentita, “… divengono sublimi creazioni o invenzioni nell’Essere della Creazione”, come scriveva il filosofo Immanuel Kant, uno fra i più importanti esponenti dell’illuminismo tedesco, e anticipatore degli elementi fondanti della filosofia idealistica.

Kant scriveva: «Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili, il regno dei beati, il regno infernale, l’eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell’esperienza, come per esempio la morte, l’invidia e tutti i vizi, l’amore, la gloria, al di là dei limiti dell’esperienza, con un’immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere».

Ho voluto riportare queste riflessioni kantiane poiché sin dai primi versi della poesia di Emanuele Marcuccio emerge, come un sole all’alba, la sua profondità di pensiero, nascosta dietro un brillante poetare. L’essenza del suo messaggio si nasconde fra i meandri delle veloci comparizioni di pensieri espressi e taciuti, ora rimasti nascosti, ora rivelati attraverso l’espressione di sentimenti esplosivi come la luce creata dalle stelle in una limpida notte d’estate.

Nella presentazione del testo, Emanuele Marcuccio riporta fra l’altro: «La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani». Il suo dire è sentito in modo particolarmente profondo poiché il poeta è un grande appassionato dell’arte musicale dove si diletta con soddisfazione esprimendo il meglio di sé. Infatti, così riporta sempre nella sua introduzione al libro: «Se, invece, vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti […]». Una lirica dedicata all’arte musicale ha il titolo: “Alla musica classica (13/1/1991)”: “ Dolce, carezzevole armonia//dell’alte sfere, //eletta ad ammansir l’ira, //a ricrear l’animo;//com’io ti rinovello, //dolce armoniosa, //ritrovo in me la pace, //e quel tremulo suono, //dolce mi viene all’anima, //cantando. //Così, tra il vivere e il morire, //flebile vien dal cielo//un’armonia antica, //pacata e rallegrata//da quella dolce pace e armonia//cadenzatamente velata//”.

Da alcune poesie emerge come il compito del poeta, non è soltanto quello di scuotere o risvegliare gli animi altrui per portare alla luce una certa “Realtà”, per lo più nuova, ma è anche quello di trasmettere messaggi utili per far conoscere in modo chiaro alcune verità che rimarrebbero ottenebrate e piene di ombre e di ambiguità.

Anche il tema del tempo ricorre spesso nelle piacevoli rime; ricordo la poesia: “Soave armonia (23/7/1999)” che così recita: “Soave armonia//che spazi e che t’innalzi, //senza spazio, //senza tempo: //tu che il mondo abbracci, //oltre le colline dell’ineffabile, //oltre gli eccelsi allori, //ai cori angelici, //a eteree armonie. //”. Dalla lettura di questa poesia si percepisce come il tempo, pur passando, rimanga fermo lì, a voler dimostrare che l’eterna vibrazione micro-macrocosmica del Basso rapportata all’Alto, rimane inalterata in modo aspaziale ed atemporale.

Poiché ogni modo di esporre poesia ha un suo ritmo e una sua musicalità ed ogni espressione, anche nel discorso non versificato, può essere pregno di una concreta forma di vita spirituale, si può affermare con certezza che anche le liriche del giovane Emanuele Macuccio sono pregne di serenità ed armonia, ma andrebbe ricordato che in molte trasuda l’amore: quell’amore che ci ricorda Giacomo Leopardi nella poesia “Il Primo Amore”: “Tornami a mente il dì che la battaglia// D’amor sentii la prima volta, e dissi: //Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!//”.

Il tema dell’amore è più volte ripreso dallo scrittore il quale permea i suoi scritti con questa importante vibrazione. Infatti inizia a scrivere sull’amore nella dedica al libro “Per una strada”: “Ai miei genitori, che sempre mi hanno sostenuto con il loro aiuto e il loro amore”. Inoltre, nella poesia “Amor (8-9/7/1994)” Emanuele Marcuccio usa un modo di scrivere insolito usando una metodologia analoga a quella usata dal Sommo Dante: “Imitar Dante non si puote, //ineffabil arte ‘l nostro pensier sarìa//sì come telo a incerto segno, vote.//Grande ‘l rimirar lo core e ‘l potrìa//com’al mio disiar serbato attendo, //al subitano error, al soave, disparìa. //. È per questo motivo che terminerei la disamina della poesia di Emanuele Marcuccio riportando l’ultima quartina del canto XXXIII del Paradiso, dalla Divina Commedia: “A l’alta fantasia qui mancò possa; //ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, // sì come rota ch’igualmente è mossa, //l’amor che move il sole e l’altre stelle. //”.

Alessandro D’Angelo


EMANUELE MARCUCCIO
è nato nel 1974 a Palermo. Ha conseguito la maturità classica nel 1994 e scrive poesie dal 1990. Alcune di esse sono state pubblicate nell’antologia di poesie e racconti brevi Spiragli ’47 (Editrice Nuovi Autori, Milano, 2000). Alcune delle poesie sono state tradotte in lingua inglese su consiglio di una poetessa esordiente britannica. Del 2009 è l’ampia silloge che raccoglie tutte le liriche scritte dal 1990 al 2006 dal titolo Per una strada. Sta inoltre lavorando da anni ad un poema drammatico che ha come tema la colonizzazione dell’Islanda.

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Premio “Vivarium”, riconoscimento alla poetessa Gioia Lomasti

A cura di Alessandro D’Angelo

Sin da bambina  Gioia Lomasti (foto a destra) ha riversato nella scrittura la sua più grande passione, attraverso la composizione di opere sia in poesia che in prosa,  riscuotendo  numerosi riconoscimenti . Scrittrice di diverse Opere tra le quali  “Passaggio”  edizioni il Filo 2008 , “Dolce al Soffio di de Andrè”  2009 edizioni Rupe Mutevole e coautrice della pubblicazione “Mixando la mia vita”, Fabrizio  Fattori, 2010 a cura del giornalista Alessandro Spadoni, Gioia Lomasti e Marcello Lombardo edita dalla stessa casa editrice. E’ alla direzione di sezioni e collane  editoriali quale promotrice di scrittura, e cura un laboratorio creativo per Radio Sonora web nella sezione poesia e vita come volontaria per la promozione di autori e cantautori emergenti, la cui radio e’ gestita dai comuni della bassa Romagna.Si è distinta lo scorso anno  per il premio Merini con attestato di merito e targa d’argento per la prima edizione dell’antologia “Cara Alda ti scrivo” edita da Ursini ed indetta dall’Accademia dei Bronzi di Catanzaro con l’inserimento della sua opera dal titolo “Verso Compianto”, dedicata alla grande poetessa Alda Merini. Nel 2011 per la “3ª edizione del Premio “Vivarium”, edizioni Ursini, dedicato alla poesia e a Giovanni Paolo II si e’ classificata tra i posti d’onore con la poesia “Santità”. La premiazione si terrà nella sala del Benny Hotel di Catanzaro, giovedì 28 luglio, a partire dalle ore 17,30.

“Per la suddetta Sezione riservata alle poesie inedite sulla figura e l’opera di Giovanni Paolo II, il 1° premio (medaglia del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è stato assegnato alla poetessa Maria Pia Furina, per la lirica “Donaci la mano ancora, Padre Santo” nella quale la poetessa “respira l’alito della speranza e della fede attraverso un intimo conversare con Karol Wojtyla”. Ai posti d’onore si sono classificati: Maria Bertilla Franchetti con la lirica “Cometa dell’Amore”, Gioia Lomasti con la lirica “Santità”, Rocco Pedatella (secondo lo scorso anno nella sezione narrativa inedita con il romanzo “Puzzle”) con la lirica “Tre immagini” e Ilaria Celestini con la lirica “A Te”.”Anche con questo premio, Gioia Lomasti si pone fra quelle pedine scintillanti capaci di continuare a dar vita alla poesia dell’anima.

A cura di Alessandro D’Angelo

link utili per visitare i siti dell’autrice

Saffo di Gianluca Paolisso (2011)

Saffo di Gianluca Paolisso

Albatros Editore, Roma, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio

Quando il giovanissimo Gianluca Paolisso mi ha gentilmente inviato una copia del suo romanzo d’esordio, Saffo, con tanto di dedica che ho molto apprezzato, mi sono chiesto se sarei stato capace di recensire un’opera che nasce da un substrato di  mitologia greca e letteratura classica. Così ho snocciolato la lettura delle prime pagine con un grande dubbio, con la convinzione che non ne sarei stato all’altezza o che, forse, avrei finito per scrivere cose banali. Ringrazio Paolisso per avermi dato l’occasione di fare questa interessantissima lettura che ha stimolato in me il desiderio di approfondimento di alcuni elementi. 

E’ evidente il grande interesse e la pronunciata fascinazione dell’autore del libro verso la cultura classica ed è completamente originale l’idea di un romanzo di questo tipo. Le divisioni in capitoletti, a mio modo di vedere, sono molto utili e consentono di individuare vari nuclei tematici che dipartono tutti dalla figura centrale di Saffo a cui l’intero libro è ispirato. La poetessa di Lesbo, di cui abbiamo poche notizie biografiche attendibili, resta famosa per una serie di liriche d’amore e per alcuni frammenti il cui linguaggio condensato e analogico è altamente evocativo e affascinante. Di Saffo si tende però a sottolineare principalmente il suo amore lesbico che, proprio in virtù di una serie di liriche con questo tema, ha permesso di coniare il termine ‘saffico’ come sinonimo appunto di ‘omosessuale’. Analizzata solo sotto questa luce però si rischia di perdere irrimediabilmente la complessità dei temi e dei pensieri che la poetessa ci ha trasmesso, come lo stesso Paolisso ci fa capire nel suo testo. L’autore ci accompagna così in questo affascinante mondo greco dominato da una “repubblica di sole donne” che è però da intendere come narrazione romanzata e non come commento storico-critico. Così l’autore ci rende partecipi di un’assemblea del Tìaso, ossia una sorta di conferenza di sole donne nella quale la poetessa interroga le astanti sulla loro concezione dell’eros e poi, in virtù della sua condizione privilegiata di figlia di un Membro Anziano dell’Agorà e della sua dialettica, riesce a salvare una schiava che sta per essere massacrata.

Se Paolisso fa riferimento all’omosessualità di Saffo non lo fa in maniera denigratoria o moralistica, ma semplicemente per sottolineare una delle varie forme dell’amore. La bellezza dell’amore sta nell’amare, qualsiasi sia l’oggetto di questa azione. Così il messaggio è abbastanza esplicito ma, se teniamo in considerazione la società nella quale viviamo, nella pratica trova poca applicazione.

In questo universo di sole donne, di assemblee tutte femminili, ginecei, sentimenti d’uguaglianza, visioni anti-patriarcali, fuoriesce il pensiero femminista di Saffo, allora troppo rivoluzionario e fastidioso, che possiamo immaginare abbia anche qualche relazione con l’idea della donna dell’autore stesso del libro: «La donna è quanto di più bello Madre Natura abbia mai creato! Una perla circondata da inutili sassolini! La donna rappresenta la più alta manifestazione della bellezza primigenia!  Nessuna donna, di qualunque strato sociale, merita di essere punita o addirittura uccisa per aver amato!» (31).

Ma dell’antica Grecia Paolisso ricostruisce fedelmente l’atmosfera dominata dal destino imperscrutabile, già scritto e dal quale non ci si può salvare, spesso personificato dalle Moire, le tre dee della tessitura. Ma è l’interpretazione filosofica, quasi esistenzialista, che fuoriesce dal personaggio di Saffo uno degli aspetti più interessanti dell’intero libro, che pure le permette di disquisire sull’illusorietà del presente e sulla transitorietà del genere umano: «La cosa più difficile è sapersi accettare in tutta la caducità che caratterizza il nostro essere» (52). Un viaggio affascinante attraverso i pensieri, le ossessioni e l’amore di Saffo verso la donna e la libertà, quanto mai lungimirante nel pensiero femminista. Complimenti all’autore.

GIANLUCA PAOLISSO è nato a Formia (Latina) nel 1992, dove risiede. Frequenta l’ultimo anno del Liceo Classico “Vitruvio Pollone”.


LORENZO SPURIO

16 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari (2011)

New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari

LietoColle Editore, Faloppio (Co), 2011

Recensione di Lorenzo Spurio

Le poesie contenute in New Yorker’s Breaths di Maurizio Alberto Molinari si caratterizzano per essere poesie fresche, vitali, e per essere altamente evocative. Così chi stupidamente pensa che un libricino così fino come questo può essere letto facilmente in dieci minuti, sbaglia di grosso. O per lo meno ha ragione nella misura in cui intende il ‘leggere’ come una semplice azione meccanica priva di comprensione e di analisi che consenta di sviscerare metafore e concetti impliciti. Non ho nessun problema nel confessare che un’unica lettura non mi ha permesso di comprendere completamente i messaggi che l’autore vuole mandarci con questa opera. Credo che la scrittura di Molinari, pur non essendo dichiaratamente criptica e oscura, è sempre alla ricerca, come l’autore ha riconosciuto nella prefazione, di un dialogo con il lettore, una sorta di negoziazione sui significati. Una lirica in particolare mi ha creato alcuni problemi di interpretazione ma al di là di questo non credo che Molinari voglia mettere paletti alla comprensione e, anzi, più  un poeta è in grado di evocare situazioni, momenti ed emozioni diverse con le sue parole, più credo sia alto il suo livello di scrittura.

Dopo queste brevi ma necessarie considerazioni è doveroso dire che questi “respiri newyorkesi” sono dei vivissimi spaccati di vita quotidiana nella grande metropoli americana. L’attenzione nelle descrizioni e alla componente emotiva si fondono per formare un tutt’uno. L’unico filo conduttore della silloge è rappresentato da questi pensieri scaturiti all’autore in seguito a un viaggio o una permanenza in America. Una delle cose più curiose è il fatto che l’autore ha reputato necessario corredare ciascuna lirica con una foto in chiaro scuro, spesso modificata che ricalca direttamente particolari di New York come il suggestivo incrocio tra West 38th St. e Fifth Avenue raffigurato nella prima foto. Ma questa “newyorkesità” non si evince solo dalle foto, ma dalle parole che Molinari utilizza e anche dall’impiego abbastanza frequente della lingua inglese in alcuni titoli delle liriche.

La silloge apre con una serie di poesie che, pur evitando di nominarla direttamente, fanno riferimento alla strage dell’11 settembre 2001: Molinari parla di «vite sfuggite» (15), «esistenze vaghe» (15), dell’ «ultimo volo» (17), di «residui umani» (25) e un’intera poesia è addirittura dedicata ai pompieri che persero la vita nelle operazioni di salvataggio dopo l’incidente. E così questo «grande frutto tutto da mangiare» (11) è descritto in maniera visiva con una serie di immagini che descrivono una vera e propria isotopia della luce: riflessi, specchi, riverberi, lampi, ombre, macchie, colore..solo per riportare alcune delle parole che più spesso ricorrono nella silloge.

Altro tema dominante, come spesso accade in poeti sensibili, è quello del tempo e il trattamento che Molinari ne fa è non solo enigmatico e metaforico ma altamente ispirato: «Il ricordo e il presente sono semplici dame e cadaveri senza delusioni né ritorsioni» (53) osserva in “Broadway – 1901”.

Ma è New York il tema dominante, il centro pulsante di questo libro affascinante. La città americana è simbolo per antonomasia di modernità o forse dovremmo dire di postmodernità? E’ centro di potere e della finanza, è una città ricca ma che conosce anche grandi disparità sociali (la poesia “Nyc Homeless” tratteggia la figura del tramp per dirla all’americana), è una città frenetica, caotica, spossante e alienante ma questi ultimi aspetti sembrano venir meno nelle liriche. Ciò che invece Molinari sottolinea con molta attenzione è l’internazionalità della gente, della mescolanza di etnie, razze, religioni, in una parola il melting pot celebrato dall’autore nell’omonima lirica:  «Visi nuovi e apparenti / somatiche sconclusionate / nel melting pot del mondo» (49). Ma di New York abbiamo anche riferimenti alla sua “voce” per eccellenza, il New York Times e a spazi arcinoti quali Broadway e Carnegie Hall

Con questa silloge breve per numero di parole ma grande per la capacità di immagini e di metafore che evoca, Molinari ci fa viaggiare per le vie di New York mostrandoci il bello e il brutto, rendendoci anche spettatori in diretta del tragico attentato terroristico delle Twin Towers. Se le immagini del momento mandate alla televisione furono in grado di scioccare e di toccare i cuori della gente in ogni parte del mondo, alcune delle poesie di Molinari sono in grado di rievocare sensazioni destabilizzanti e impotenti di simile misura. Complimenti.

MAURIZIO ALBERTO MOLINARI è nato nel 1961 da genitori calabresi. Lavora a Milano in qualità di Copywriter e Account Executive presso l’Agenzia di Packaging & Strategic Design RSTB. Ha pubblicato le sillogi poetiche Poemantikha (Maremmi Editore, 2005), Il Passeggero (Il Filo Editore, 2008), Bottoms & Joysticks (Ibiskos-Ulivieri, 2009) e Poemantikha Nova (Aletti Editore, 2010), si è classificato in vari premi e concorsi letterari e molte delle sue liriche sono state segnalate e pubblicate in antologie poetiche.

LORENZO SPURIO

 14 Luglio 2011

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