Si è conclusa con una grande partecipazione di pubblico domenica 20 maggio 2018 nel parco di Villa Pamphilj, presso la Cascina del Bel Respiro, antica vaccheria dei Principi Pamphilj, ingresso di Via Vitellia 102, a Roma, la cerimonia di premiazione della 5^ Ragunanza di poesia, narrativa & short movie. Questa edizione è stata particolarmente emozionante, anche perché è stata dedicata ad Anastasia Sciuto, una talentuosa e giovane regista recentemente scomparsa. Ha aperto la manifestazione il vice Presidente dell’Associazione A.p.s Le Ragunanze Giuseppe Lorin, che ha spiegato il significato del termine barocco ‘ragunanza’, ovvero i raduni degli artisti, che Christina di Svezia era solita organizzare con la sua Arcadia, poi ha dato voce ai componenti della Giuria, composta da Vittorio Lussana (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio e dell’Associazione), Serena Maffia, Fiorella Cappelli, Alessandra Battaglia, David Cardarelli. Sono intervenuti il M° Gianni Mirizzi, che si è esibito alla fisarmonica su colonne sonore di film incantando la platea. Erano presenti i genitori di Anastasia Sciuto, Gianni e Mimma, che hanno consegnato la targa “Anastasia Sciuto” a Enoch Marrella, giovane promessa del teatro italiano. Con lui gli amici di Anastasia, Desy Gialuz e altri attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, che hanno interpretato un estratto da “Le onde” di Virginia Wolf: “Il sole picchiava dritto sulla casa; il bianco dei muri tra le finestre scure abbagliava. I vetri, ricoperti di fitti rami verdi, mantenevano cerchi di oscurità impenetrabile”.
L’attore Corrado Solari, noto per i suoi ruoli da ‘cattivo’ nel cinema, ha letto una sua poesia e una poesia di Michela Zanarella, catturando l’attenzione del pubblico. Si sono poi alternate le premiazioni. Per la sezione poesia a tema natura prima classificata Angela Donatelli con la poesia ‘Ritorno all’origine’, per la sezione libro edito di poesia prima classificata Alba Gnazi con “Verdemare”, per la sezione libro edito di narrativa Nicola Viceconti con “Vieni via”, per la sezione short movie Quinto Ficari con “Ernesto the parrot”. Tra i premiati al secondo posto per la sezione natura Cristina Biolcati, terzo posto a Carla Barlese, menzioni d’onore a Bartolomeo Bellanova, Gianluca Loreti, Luciana Raggi, Vania Fazion, Vinicio Salvatore Di Crescenzo, Daniele D’Ignazi, Carla Abenante, Ivano Baglioni. Al secondo posto per la sezione libro edito di poesia Fabio Squeo, terzo posto per Valeria D’Amico, menzioni d’onore ad Antonella Proietti, Giuseppe Guidolin, Antonio Merola e Stefania Onidi. Tra i premiati al secondo posto per la sezione libro edito narrativa Maria Laura Antonini, terzo posto per Alessio Silo. Menzione d’onore ad Anna Manzo. Tra i premiati al secondo posto per la sezione short movie Guido Tracanna, terzo posto per Elvio Angeletti. Il Trofeo Euterpe è stato assegnato da Lorenzo Spurio, presidente dell’Associazione culturale Euterpe, a Lucia Izzo. Particolare la coreografia sui colori del gruppo Oltreconfine composto da Hanad Sheik, Khatri Himalay, Maria Luna Farah, Natallia Felicità, Daphne Barone, Desirée Barone, Manuel Pischedda, diretto da Chiara Pavoni, con l’accompagnamento musicale del percussionista polivalente Peppe Ska. Sempre intensa l’interpretazione di Chiara Pavoni con il monologo ‘Colloquio a una dimensione’, un omaggio a Pier Paolo Pasolini. Santo Tornabene ha portato i saluti del Comitato di Quartiere Monteverde Nuovo. L’evento è stato patrocinato dal Consiglio regionale del Lazio, da Roma Capitale Municipio XII, dall’ Ambasciata di Svezia a Roma ed è stato promosso da A.P.S. Le Ragunanze in collaborazione con EMUI EuroMed University, Turisport Europe, Golem Informazione, Periodico Italiano Magazine, Associazione culturale Euterpe, Nuova Accademia Monteverde, Comitato di Quartiere Monteverde Nuovo.
Mercoledì 23 maggio alle ore 16:30 presso la Biblioteca Comunale “S. Giovanni” di Pesaro si terrà la presentazione al pubblico del progetto antologico contenente poesie e racconti a tema “il mar Adriatico” ideato e voluto dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi e il cui ricavato andrà a sostenere l’Istituto Oncologico Marchigiano (IOM). Il volume, curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana Trivak, è già stato presentato a Jesi, Senigallia, San Benedetto del Tronto e Roseto degli Abruzzi e nel corso del 2018 sarà in tour in varie città italiane e non solo. Ad ottobre, infatti, l’antologia sarà presentata anche a Pola (Croazia). Infatti al volume hanno preso parte poeti e scrittori dei due lembi dell’Adriatico e significativa è la presenza di autori balcanici e albanesi. Nella parte iniziale figurano le note di premessa di Stefano Vignaroli e Lorenzo Spurio nonché una breve dissertazione filosofica di Valtero Curzi.
Durante la presentazione del volume, con il Patrocinio del Comune di Pesaro e della Provincia di Pesaro-Urbino, si terrà anche un intervento di Alfredo Bussi (promotore territoriale e Vice Presidente dell’Associazione Culturale Kairòs di Pesaro) che vedrà come contenuti: “Giosuè Carducci, promotore delle Marche e dei “suoi mari”; “Marche Mediterranee: il caso Grottammare” e “Turismo odeporico nell’Adriatico”. Altri interventi, a cura dell’Associazione Culturale Euterpe, saranno fatti dalle Consigliere dell’Associazione Marinella Cimarelli e Alessandra Montali mentre la Consigliera Michela Tombi, poetessa, presterà la sua voce per la lettura di vari brani scelti dall’antologia, tra poesie e racconti.
L’Associazione Culturale “Orme di Cultura” con il patrocinio del Comune di Ardore
e con la collaborazione dell’Associazione Culturale GueCi di Rende (CS), della Banca Mediolanum e del Maestro Orafo Michele Lo Bianco promuove il
1° PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA “CITTÀ DI ARDORE”
Scadenza 15 giugno 2018
Le opere presentate a concorso potranno essere edite o inedite e avere ottenuto un premio in precedenti concorsi.
Art. 1-Sezioni
REGOLAMENTO
Sezione A–Poesia in lingua italiana a tema libero.
Sezione B–Poesia in vernacolo a tema libero. (Intitolata al poeta Mario Careri”) Sezione C–Poesia religiosa in lingua italiana.
Sezione D–Poesia d’amore in lingua italiana
Sezione E–Racconto breve. (Intitolata allo scrittore Saverio Montalto)
Art.2-Minori
I minorenni possono partecipare al Premio ma è necessario che la scheda dati venga firmata in calce da un genitore o da un adulto che ne ha la potestà indicando tra parentesi, in maiuscoletto, il grado di parentela o il legame al minore.
Art.3-Requisiti
E’ possibile partecipare ad una o più sezioni pagando la relativa quota.
Alle sezioni A-C-D si partecipa con una sola poesia in lingua italiana che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.
Alla sezione B si partecipa con una sola poesia in dialetto a tema libero comprensiva di traduzione in italiano che non dovrà superare i 36 versi (senza conteggiare il titolo, l’eventuale dedica né gli spazi bianchi) in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione.
Alla sezione E (Racconto breve) si partecipa con un solo racconto, massimo 2 cartelle A4, in una sola copia accompagnata dalla Scheda di Partecipazione
Art.4-Contributo
Per prendere parte al Premio è richiesto, a parziale copertura delle spese organizzative, Euro 10 per una sezione ed Euro 5 per ogni altra sezione alla quale si partecipa.
Bonifico: IBAN IT 27J 01005 81590 00000000 3459 BNL Siderno intestato ad Associazione “Orme di Cultura” — Causale: 1° Premio “Città di Ardore” 2018.
Contanti: Nel caso si invii il materiale per posta tradizionale, la quota di partecipazione potrà essere inserita in contanti in una busta più piccola all’interno del plico d’invio.
Art.5-Scadenza e Modalità di invio
Il partecipante deve inviare entro e non oltre il 15 giugno 2018 alla mail info@ormedicultura.it recante in oggetto: Premio Città di Ardore 2018, il seguente materiale:
Una copia della poesia o del racconto in forma anonima, con l’indicazione della sezione cui si partecipa e in formato Word (.doc o .docx) in carattere Times New Roman 12, ciascuna su un file distinto.
La Scheda di Partecipazione appositamente compilata in ogni sua
Copia della ricevuta di
In alternativa, l’invio di detto materiale potrà essere effettuato in cartaceo inviando una copia dell’opera, la scheda di partecipazione, la copia del versamento effettuato o la somma in contanti ben occultata (per la scadenza fa fede il timbro postale d’invio) e potrà essere inviato a:
1° Premio Nazionale “Città di Ardore” c/o avv. Tullio M. Catalani
c/da Fagotto – 89037 Ardore Marina (RC)
La segreteria del Premio notificherà a mezzo mail la ricezione dei materiali e la corretta iscrizione al concorso.
Art.6-Esclusione
Saranno esclusi dalla Segreteria tutti quei testi che non siano conformi alle indicazioni contenute nel presente bando e in maniera particolare i testi che riportino il nome, il cognome, il soprannome dell’autore o altri segni di riconoscimento e di possibile attribuzione dell’opera.
Saranno esclusi tutti quei testi che non rispettino i limiti di lunghezza
Non verranno accettate opere che presentino elementi razzisti, xenofobi, denigratori, pornografici, blasfemi, di offesa alla morale e al senso civico, d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo o che fungano da proclami partitici e
Art.7-Commissione di Giuria
La Giuria è composta da varie commissioni designate dal Presidente del Premio a rappresentare le varie sezioni a concorso e i cui nominativi saranno resi noti in sede di premiazione.
Art.8-Premi
I PRIMI classificati di ciascuna sezione in concorso riceveranno una preziosa opera in ceramica Raku realizzata dal noto maestro Lorenzo Fascì Spurio e pergamena con motivazione della Giuria
I SECONDI E TERZI classificati di ciascuna sezione riceveranno una prestigiosa targa o coppa e pergamena con motivazione della Giuria
–IL PREMIO DELLA GIURIA verrà premiato con una prestigiosa targa offerta dal Maestro Orafo Michele Lo Bianco
— Premio Speciale dell’Associazione Culturale GueCi ( targa o coppa )
—Premio Speciale dell’Associazione “Orme di Cultura” ( targa o coppa )
—Premio Speciale “Luigi Schirripa” ( targa o coppa )
—Le Menzioni d’Onore (una per ogni sezione) verranno premiate con targa o coppa. Verrà assegnato infine un Premio alla Carriera Poetica.
Nel caso in cui non sarà pervenuta una quantità di testi congrua o significativa per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito, l’Associazione “Orme di Cultura” si riserva di non attribuire determinati premi.
Art.9-Premiazione
La cerimonia di premiazione si terrà ad Ardore Marina nella Sala Conferenze della Biblioteca Comunale in un fine settimana di agosto o di settembre 2018. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso le indicazioni circa la data e il mezzo per raggiungere la sede di premiazione.
I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio o per mezzo di un delegato. In caso di delega questa va annunciata a mezzo mail almeno una settimana prima della cerimonia all’attenzione del Presidente del Premio. I primi premi non ritirati, data la loro fragilità, non verranno spediti a domicilio e rimarranno all’Associazione che li impiegherà nelle successive edizioni. Soltanto in alcuni motivati casi particolari le targhe potranno essere spedite a domicilio previo pagamento delle spese di spedizione.
Al termine della cerimonia di premiazione ci sarà la Cena di Gala presso un noto ristorante della zona e i cui dettagli verranno preventivamente resi noti a tutti i premiati.
AI PRIMI CLASSIFICATI DI OGNI SEZIONE VIENE GARANTITO IL PERNOTTAMENTO CON PRIMA COLAZIONE PER UNA NOTTE.
Art.10-Privacy e Ultime
Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente legge 675/1996, i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’Associazione” Orme di Cultura” di Ardore Marina.
Il presente bando di partecipazione consta di 10 articoli, compreso il presente. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.
Marche in poesia: La parola sussurrata: Montecassiano vibra di poesia
L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale della Provincia di Macerata e del Comune di Montecassiano (MC) ha organizzato per il pomeriggio di sabato 14 aprile a Montecassiano (MC) l’incontro “Marche in poesia” dal titolo “La parola sussurrata: orme d’acqua” nel quale si investigherà e si dibatterà sulla poesia locale e nazionale a 360°.
Sensibile e particolarmente attratta dal fenomeno poetico marchigiano l’Associazione Euterpe ha proposto, dall’anno della sua nascita, nel 2016, una serie di reading e incontri tematici nei quali sono state invitate voci del territorio, sia in lingua e dialetto, in iniziative e cenacoli che hanno permesso una maggiore coscienziazione sull’esistenza di una consistente e valida “famiglia” poetica marchigiana. Di particolare rilevanza si ricorderanno, tra gli altri, il reading poetico dei dialetti della provincia di Ancona tenutosi all’Auditorium San Rocco di Senigallia il 02-04-2017 e il reading di poesia civile “Percorsi diVersi” tenutosi alla Biblioteca Comunale “Sara Iommi” di Agugliano (AN) il 23-09-2017.
Stavolta l’iniziativa, che avrà luogo nell’Aula Magna del Palazzo dei Priori di Montecassiano, inizierà alle 17 con i saluti d’apertura da parte dell’Amministrazione, Leonardo Catena (Sindaco di Montecassiano) e dell’organizzazione, Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe).
La prima parte della serata sarà dedicata a un incontro di approfondimento su alcuni profili e indagini poetiche nella forma della conferenza e vedrà i seguenti interventi: “Poesia e scienza: integrazione tra culture” (a cura della poetessa, scrittrice e critico Luciana Salvucci, ex-dirigente scolastico, di Colmurano), “L’essenzialità di Giuseppe Ungaretti” (a cura del poeta, prof. Luciano Innocenzi di Cingoli) e “Remo Pagnanelli e la poesia marchigiana” (a cura del poeta e critico letterario prof. Guido Garufi di Macerata).
A seguire la poetessa-performer Morena Oro, autrice del libro “Memorie dell’acqua” (2017), proporrà l’esibizione artistico-poetica de “I mondi fluttuanti” e, nella seconda parte della serata, si darà spazio ad alcuni poeti del nostro territorio per esprimere la loro vastità interiore dando lettura ad alcuni componimenti personali.
Al reading poetico prenderanno parte i poeti Rita Marchegiani (Montecassiano-MC), Raffaele Rovinelli (Fano-PU), Francesca Innocenzi (Cingoli-MC), Oscar Sartarelli (Jesi-AN), Valtero Curzi (Senigallia-AN), Cristiano Dellabella (Cupramontana-AN), Michela Tombi (Pesaro), Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Marco Fortuna (Fermo), Eugenio Kaen (Tolentino-MC), Assunta De Maglie (Cingoli-MC) e Gianni Palazzesi (Appignano-MC).
A Palazzo dei Leoni (Messina) e alla Chiesa di S. Nicolò l’Arena (Catania) i due appuntamenti
L’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), presieduta dal poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, già presente sul territorio siciliano negli anni precedenti per eventi poetici organizzati a Palermo, Bagheria e Caltanissetta, quest’anno organizzerà due reading poetici nella Sicilia Orientale (Messina e Catania) in collaborazione con alcune associazioni locali: l’Associazione Siciliana Arte e Scienza (ASAS) di Messina, presieduta dalla pittrice Flavia Vizzari e l’Associazione Caffè Letterario “Convivio” (CALeCO) di Caltagirone (CT), presieduta dalla poetessa Giusi Contrafatto.
Gli eventi, che si terranno con il Patrocinio Morale della Regione Siciliana, del Comune di Messina, della Città Metropolitana di Messina e del Comune di Catania, vedono quali media-partner: la Libreria Spazio Cultura di Palermo, il Caffè Letterario “S. Quasimodo” di Modica (RG), la rivista “Lu Papanzicu” di Ravanusa (AG), il Salotto Culturale H2 Donna di Gioiosa Marea (ME), i blog “Pro Letteratura e Cultura” di Emanuele Marcuccio e “Cultura, comunità, conoscenza Curiosità” di Luigi Pio Carmina.
A entrambi gli incontri saranno presenti i poeti Lorenzo Spurio (Jesi – Ancona), Elvio Angeletti (Senigallia – Ancona), Annalena Cimino (Capri – Napoli), Marco Vaira (Brescia), Cristina Lania (Messina), Flavia Vizzari (Messina), Salvatore Greco (Biancavilla – Catania), Emanuele Marcuccio (Palermo), Luigi Pio Carmina (Palermo), Giusi Contrafatto (Caltagirone – Catania) e il critico letterario ed editore Michele Miano (Milano).
Il primo reading, “Un mare di versi”, si terrà a Messina venerdì 22 giugno a partire dalle 16:45 presso il Salone degli Specchi di Palazzo dei Leoni (Sede della ex-Provincia, oggi Città Metropolitana) sito in Corso Cavour n°87. Saranno particolarmente graditi testi che abbiano relazione al mare, alle onde, marine e scenari o situazioni che richiamino l’ambiente costiero, insulare e balneare. Il tema resta, però, sempre libero. Per prendere visione del bando di partecipazione e la scheda si consiglia di cliccare qui.
Il secondo reading, “Parole tra i profumi di zagare”, si terrà a Catania sabato 23 giugno a partire dalle 17:00 presso la Chiesa Monumentale di San Nicolò L’Arena (ingresso in Piazza Dante). Durante l’evento interverrà il poeta, critico letterario e saggista modicano prof. Domenico Pisana su “La poesia contemporanea tra metafisica, etica ed estetica”. Il tema del reading è libero, per prendere visione al bando e scaricare la scheda dati si consiglia di cliccare qui.
Per partecipare ai reading, liberamente aperti al pubblico, è necessario prendere visione dei relativi bandi di partecipazione dove sono contenute le specifiche e la scheda di partecipazione che andrà compilata e fatta riavere assieme ai propri testi entro la data indicata. Per motivi strettamente logistici non saranno prese in considerazione domande di partecipazione oltre le scadenze indicate; si prega pertanto, laddove ci si consideri realmente motivati a intervenire, di non attendere gli ultimi giorni. Si chiede altresì di informare (mediante mail o telefono) qualora, pur avendo regolarmente inviato la propria domanda e ricevuto riscontro, non si possa, per propri motivi intervenire durante l’evento.
A seguire reading poetico dei dialetti della Provincia pesarese
Dopo i precedenti incontri tenutisi a Jesi, Senigallia e San Benedetto del Tronto, l’antologia benefica sul mar Adriatico promossa dall’Associazione Culturale Euterpe approda a Pesaro. Il nuovo incontro si terrà sabato 24 marzo alle 19 presso la sontuosa location del Salone degli Specchi del rinomato Alexander Museum Palace Hotel (Viale Trieste n°20) ospiti dell’anfitrione e polo culturale il conte Alessandro Nani Marcucci Pinoli.
Il volume antologico, curato da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana Trivak, si compone di più di cento testi poetici e narrativi di autori italiani e stranieri con particolare attenzione a intellettuali dei paesi Balcanici. Spiccano anche testi di autori albanesi che da anni vivono in Italia tra cui la pluripremiata Irma Kurti, nonché Mardena Kelmendi e altri. L’Ambasciata della Repubblica di Albania a Roma, ritenuto di particolare valore l’intero progetto, ha concesso il suo patrocinio morale e segno distintivo. Stessa cosa è stata fatta da numerose amministrazioni locali (città, capoluoghi e province) che hanno riconosciuto il valore letterario e filantropico del progetto. I ricavi, infatti, andranno a sostenere l’Istituto Oncologico Marchigiano – sezione Jesi e Vallesina tanto che nel mese di Gennaio è stata già donata una prima consistente cifra (per i dettagli si rimanda al sito ufficiale della Associazione Culturale Euterpe: www.associazioneeuterpe.com)
L’Istituto Oncologico Marchigiano è nato nel 1996 con lo scopo di assistere gratuitamente a domicilio i pazienti oncologici e le loro famiglie in un momento di ampia difficoltà, soprattutto a livello psicologico. Grazie a un équipe specializzata fornisce assistenza 24 ore su 24. A completamento dell’assistenza prettamente medica offre un appoggio umano di gruppo per mezzo di volontari che vengono formati e istruiti per tale scopo.
La presentazione di Pesaro, introdotta dall’istrionico artista e poeta Alessandro Nani Marcucci Pinoli, vedrà gli interventi del poeta e critico letterario Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe), dello scrittore Stefano Vignaroli (curatore del volume) e di alcuni membri del Consiglio Direttivo della Associazione tra cui Gioia Casale e Marinella Cimarelli. Le letture dei brani saranno eseguite dalla poetessa pesarese e consigliera Michela Tombi.
A latere si terrà un mini-reading tematico in dialetto avente per tematica il mare nelle sue varie accezioni. L’incontro, dal titolo “Sfumature dialettali in marine e poesie acquatiche” durante il quale prenderanno la parola alcuni dei maggiori dialetti della Provincia di Pesaro-Urbino appositamente invitati per l’occasione: l’urbinate di Germana Duca Ruggeri, il pesarese di Emilio Melchiorri, il fanese di Elvio Grilli e il marottese di Daniela Gregorini.
L’evento, liberamente aperto al pubblico, sarà seguito da una gustosa e sostanziosa cena a buffet al costo di 23,00€ per la quale è richiesta la prenotazione al numero: 0721-34441
Sabato 24 marzo alle ore 18, presso l’Oratorio del Gonfalone di Fabriano, il poeta sassoferratese Antonio Cerquarelli, accoglierà i presenti in un incontro di emozioni incentrato sull’ascolto, sulla riflessione, sulla bellezza che il mare poeticamente dona. Nell’ambito della mostra fotografica “Mare nostro” di Roberto Breccia, che avrà termine domenica 25 marzo, ascolteremo con una appassionata interpretazione di Antonio, la voce del mare i suoi fremiti, i suoi lamenti, espressi in tutte le quattro stagioni. Possiamo dire che nel corso dei secoli poeti, scrittori, artisti, ognuno a modo proprio hanno inneggiato, si sono ispirati al fascino, al mistero dell’immensità del mare. Anche il celebre poeta marchigiano Giacomo Leopardi nella poesia “Infinito” scrisse: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Nella mitologia, nei poemi Omerici e nell’Illiade di Virgilio si parla molto del mare, di Ulisse, di Poseidone dio del mare. Nei racconti biblici il mare è stato grande protagonista ed interprete dei sogni e dei bisogni dell’uomo. Nella Genesi la Bibbia ci racconta che il Signore il secondo giorno creò il cielo e il mare. Nell’antico testamento Mosè stendendo il suo bastone, separò le acque del mar Rosso per permettere al suo popolo di mettersi in salvo. Nel tempo in cui viviamo non possiamo dimenticare il dramma dei profughi e dei naufraghi che, nel cercare di raggiungere le nostre coste, hanno perso la vita nel Mediterraneo. Cerquarelli ha voluto essere presente all’interno della mostra “Mare nostro” portando la sua testimonianza sul mistero, la bellezza, l’immensità del mare che è fonte di ispirazione, di serenità per il suo animo. Vi invitiamo a partecipare per trascorrere un pomeriggio da sogno.
SANDRO TIBERI
Il poeta Antonio Cerquarelli nel suo discorso di membro di Giuria del 1° Premio Nazionale “Novella Torregiani” la cui premiazione si è svolta a Porto Recanati a Maggio 2017.
Chi è Antonio Cerquarelli?
Antonio Cerquarelli (Sassoferrato, 1944) per la poesia ha pubblicato Poesie, Prefazione di Jacques Dereidt e Mario Gabrielli, Illustrazioni di Salvatore Cavallo, Lalli, Poggibonsi, 1979, Rhapsodie a duex, Prefazione di Eugenio Mattiato, Illustrazioni di Salvatore Cavallo e Fabio Lupini, Thalia, Liegi, 1982, Myricae, Prefazione di Antonio Coppola, Illustrazioni di Salvatore Cavallo, Lo Faro, Roma, 1984, Il canto del mare, Prefazione di Giuseppe De Gregorio, Illustrazioni di Salvatore Cavallo e Fabio Lupini, Sped.im, Roma, 1986, Tre stelle e una chitarra, Prefazione di Franco Musarra e Postfazione di Maria Burzacca-Bazzoli, Illustrazioni di Floriana Cerquarelli e Fabio Lupini, Istituto Internazionale di Studi Piceni, Sassoferrato,1998, Sottovoce, Prefazione di Vitaliano Ragni e presentazione di Stefano Trojani, Illustrazioni Fabio Lupini, Il Sanguerone, Sassoferrato, 2006, Un fremito di Verdeluna, Prefazione di Fabio Maria Serpilli, presentazione di Stefano Trojani e postfazione di Donatella Galli, Il Sanguerone, Sassoferrato, 2013. Alcune sue liriche sono state tradotte in lingua francese dal poeta Remo Tito Pozzetti, altre musicate da David Gluckman. Pluriaccademico, ha ottenuto vari primi premi, in Italia, Belgio, Svizzera, Germania, Svezia, ecc. Insignito dell’Ambrogino del Comune di Milano nel 1979, gli sono stati attribuiti dall’Accademia Internazionale di Boretto (RE), l’Oscar Europeo e l’Oscar Mondiale per la Poesia, rispettivamente negli anni 1979 e 1981.
(Profilo tratto da AA.VV., Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana, a cura di Lorenzo Spurio, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, vol. 1, p. 172).
Sabato 10 marzo alle 17:30 presso la Sala del Consiglio comunale di Cupramontana (AN) si terrà “Sei donna”, un evento poetico voluto e organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi, durante il quale verrà presentato l’ultimo libro del poeta senigalliese Elvio Angeletti, Refoli di parole, pubblicato nel 2017 con la casa editrice Intermedia di Orvieto. […]
La nuova edizione di A sud delle cose (Lebeg, Roma, 2017) del calabrese Pasqualino Bongiovanni (la prima edizione risale al 2006), s’inserisce in quell’ampio filone della letteratura nostrana (ancor più vivido negli anni ’70 e ’80) teso a indagare con costanza, rispetto e profonda serietà, la situazione socio-economica e identitaria di una terra definita come meridionale, posta a Sud del Belpaese. Molta letteratura, più o meno colta, più o meno ricordata e studiata nelle scuole oggigiorno (mi riferisco al vero caso nato in seguito alla decisione del Ministro Maria Stella Gelmini nel 2010 di cancellare dai programmi scolastici lo studio di alcuni significativi e imprescindibili intellettuali meridionali quali Alfonso Gatto, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Francesco Jovine, Leonardo Sinisgalli, solo per fare degli esempi)[1] fece suoi i motivi d’indagine della comunità di provincia, di ambienti lontani dai centri propulsivi mettendo nero su bianco le potenzialità e gli orgogli dell’animo contadino e, dall’altro, le idiosincrasie diffuse nell’affare pubblico, le forme degenerate nell’esercitazione del potere, la corruzione e tutti quei sistemi deviati che portano il cittadino sano a sentirsi, nel suo ambiente, a sentirsi inascoltato, prevaricato e offeso dalle bieche logiche personalistiche o di gruppi più ampi.
Si sono lette pagine di un’invereconda potenza lirica se si pensa a Vittorio Bodini, Bruno Epifani nonché Jovine, Rocco Scotellaro, Ignazio Buttitta[2], solo per fare alcuni dei nomi che, d’istinto, mi balzano alla mente. Ma se ne potrebbero fare moltissimi altri, è ovvio: ciascuno, a suo modo, ha descritto con caparbietà ed empatico afflato amoroso i propri ambienti, radicati nella propria intimità, scenari della propria infanzia incorrotta, non mancando, però, di far emergere tra le righe pensieri di dissenso verso uno strano modo di pensare le cose e di attuarle, denunce più o meno aspre, ma comunque valide come sistemi d’allontanamento da quel sistema diffuso di malaffare, omertà, ingiustizia sociale, in-ascolto da parte delle sfere di potere.
La scena dell’incontro tra il Principe Salina e il Cavalier Chevalley nel film Il Gattopardo (regia di Luchino Visconti, 1963)
Spesso l’uomo è stato costretto ad allontanarsi dal suo luogo natale per raggiungere mete sperate, intuite come più facili, per l’attuazione di un benessere, la costituzione di una famiglia e lo sviluppo di una nuova fase della propria esistenza. Il fenomeno migratorio inteso come lucido spostamento nei luoghi più promettenti del Settentrione d’Italia nelle decadi passate ha senz’altro interessato anche vari intellettuali che, dalle loro piccole cittadine assolate e polverose, si sono visti attori di una de-territorializzazione spontanea dettata, appunto, da motivazioni essenzialmente economiche, se non di fortuna. La letteratura, da entrambe le direzioni, si è sempre mostrata attenta nell’indagare il sentimento di mancato agio del meridionale al Nord o, al contrario, del settentrionale a Sud (salvo pochi felici casi di facile ricontestualizzazione) com’è per il capitano Bellodi, uomo del Nord e simbolo della legge, che viene mandato a indagare su ambigui omicidi in un recondito paese della Sicilia come Sciascia, romanziere e mafiologo, descrisse in quella che è senz’altro considerata la sua opera maggiore, Il giorno della civetta. Precedentemente Tomasi di Lampedusa, nel suo romanzo storico Il Gattopardo, ben aveva evidenziato come il principe Salina, ultimo fedele e convinto custode di un’aristocrazia baronale e feudale, era mal disposto ad accettare i discorsi del cavaliere Chevalley, uomo del Nord, di quella che sarebbe stata la schiera nobiliare in sostegno a casa Savoia. Questo per una ragione molto semplice: le condizioni e le esigenze di un Sud che viene di colpo tirato per la giacchetta per un rinnovamento visto nel nuovo stato, vengono poste in un humus arcaico fatto di cultura campestre e autentica, di sodali connivenze tra poteri della terra, in un modo di fare, cioè, che con difficoltà sarà capace di sradicare i suoi arcaici e fondanti paradigmi, i pilastri organizzativi. Chevalley, dunque, che rappresenta la novità e quel cambiamento che sembra arrivare di colpo, senza aver la possibilità di essere compreso prima di essere accettato, ha la forma di un’ingerenza bella e buona, di una richiesta di sottomissione che le fiere genti del Sud vivono come intromissione e ostilità, dalle quali nascono malcontento e insicurezza. Se Bellodi in Sicilia non riuscirà a risolvere l’intricata questione dei delitti concludendo con il vigliacco annuncio “Mi ci romperò la testa”, Bongiovanni nella lirica “Più morti che vivi”, dedicata al sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza, deplora il sistema nefando delle uccisioni senza responsabili né mandanti: “Il vetro si spacca, e il negozio va in fumo,/ lo stesso succede alla porta del Comune/ […]/ Soprusi di ieri e ingiustizie di oggi:/ millenni diversi, le stesse angherie” (64). La pessimistica conclusione del Nostro dinanzi all’evidenza di un “paese morto” (64) viene posta nei termini di esacerbato rifiuto delle logiche di potere e delle sue degenerazioni in atti omicidiari, minatori, di rivalsa, intimidatori e terroristici. Le citazioni e i rimandi letterari che si potrebbero avanzare in merito a quella che poi venne definita “questione meridionale” sono numerosissime e vaste tanto che ci limiteremo a queste, per introdurci nell’opera di Pasqualino Bongiovanni, il cui titolo è di per sé semplificativo dell’intero ragionamento che qui si sta cercando di fare. A sud delle cose, infatti, fornisce l’immagine di una Calabria vetusta e radicata a vecchie forme di sistema sociale dove connivenze diffuse, forme di disattenzione generalizzata per il popolo e gestione spavalda dei pochi vengono a dominare. Bongiovanni non parla nel titolo in maniera specifica della Calabria (che sarà poi svelata man mano dalle varie poesie della silloge) ma di un imprecisato e generalizzato “Sud” nel quale, appunto, dobbiamo includere le tante micro-realtà di provincia della parte meridionale del Belpaese: dal partenopeo, alle zone gallurese, dagli altipiani della Sila agli arroccati paesi siciliani, dal potentino alla Locride, ma anche il Sud di ogni parte del mondo. Bongiovanni, che ha vissuto vari anni nel non-Sud, compie un percorso di recupero di quegli oggetti, ricordi, momenti di un’età vissuta nell’ambiente calabrese rimembrando tanto i piacevoli scenari naturalistici (“pendii/ brulli e desolati/ della mia terra”, 66), atti a donare pace e creare sodalizio con l’anima, quanto le ambiguità costitutive della gente del luogo e l’incredulità verso il possibile raggiungimento di un bene comune. La prefazione di Anna Stella Scerbo dice che “i topoi della letteratura del Sud sono evidenti e non lascia dubbi la matrice culturale di essi, un’analisi del negativo che accomuna la migliore produzione della poesia e della narrativa meridionale, da Levi a Iovine, da Scotellaro a Santamaria. […] A volte si affaccia un non so che di consolatorio, funzionale non tanto alla poesia quanto alla lacrimevole retorica che ha voce di pianto e di rassegnata sottomissione”.
L’autore
Bongiovanni, con virulento realismo, parla di lavoro e fatica nei campi (“Morte di un contadino”); la filigrana sulla quale le liriche si dispongono è di desolazione interiore, sorta di lotta alle ipocrisie (“si saluta con la sinistra/ e s’intasca con la destra”, 61), denuncia convinta eppure ritirata, rimasta in qualche modo sottaciuta che risale come motivo recriminatorio e dolente verso la terra che gli ha dato i natali. Talvolta la sfiducia è disarmante tanto che il poeta s’incanala in formule espressive fortemente cupe e prive di remissione: “Contemplo l’amara tristezza/ del fondo di un bicchiere” (8). Le forze del Nostro atte a contestualizzare il problema e a identificarlo tale sono per lo più atti propositivi che nella complessità del reale finiscono per affievolirsi: “Grido controvento/ il mio disappunto/ di parole,/ le controversie/ dei pensieri/ che mai/ avranno rifugio/ o padrone” (15). Tali considerazioni sembrano farsi ben più croniche nella poesia ossessiva e lacerante “Domanda consueta” in cui l’autore annota: “Per chi cantare/ se le nostre mani/ non hanno strumento, né suono,/ e la nostra voce… non ha voce,/ e non ha grido,/ e nemmeno pensiero ha più?” (20). Sono poesie di un uomo fatto di terra e acqua, di montagna e mare, di un abitante del territorio che soffre con consapevolezza i drammi di un contesto regionale nel quale sembra impossibile rivoltare tutto per metterlo a posto. La poesia “Spleen” è senz’altro un identikit così scrupoloso e chiaro tendente a tracciare quell’emarginazione nella propria terra e conflitto nell’anima: “La mia anima guarda con occhi/ gravidi di lacrime/ i fogli rigati, macchiati/ da grumi di polvere nera e sangue,/ sudore e rabbia tra le mie dita” (9). La poesia “A sud delle cose” immancabilmente fa echeggiare il ritorno alle origini descritto In Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini: Bongiovanni narra in versi di un ritorno verso il Sud, “torniamo/ dove il mare,/in inverno,/ ha colori sporchi” (12), in quel paese addormentato “dove le preghiere/ sono lunghi mormorii/ avvolti in scialli neri” (12). Figurativamente vediamo quelle signore anziane coperte di nero, sprofondate in un lutto che non è tanto di un proprio caro, quanto una lacrimazione continua, una forma di stringato onore, di conformazione a un dolore dilagante e impalpabile. La chiusa della lirica, nella quale si ricalca la grande devozione a Dio, è di forte impatto: “Così/ torniamo a Sud/ a sud delle cose,/ dove l’amore è muto/ e si dà solo ai Santi” (13). L’amore non ha forma e non ha voce, c’è riserbo e vergogna, esso è celato o diminuito tanto che il solo sentimento concesso è un atto votivo, un appello al santo che possa serbare conflitti interiori, dilemmi sulla fuga, intenzioni e proponimenti che a nessuno è dato rivelare. Sud di “Cristi senza croci” (14) dove il Calvario del Signore è continuo, in un percorso non visto che non ha requie e che lo pone lontano e irraggiungibile al suo atto sacrificale ultimo, ambiente indistinto e fisso come una cappa dove “è solo vita che scorre…/ …grigia e stanca” (16), di ricordi che annegano “nelle sere ingiallite e fioche” (24), nelle conversazioni sterili e incapaci nella realizzazione (“in discorsi/ di secche speranze”, 60). Il sentimento di vile omertà è ben delineato nella “Litania meridionale” dove i “tre colpi/ di arma da fuoco…” (26) che lasciano a terra persone, lasciano osservare all’autore che “anche stavolta/ non è stato/ nessuno” (27); questa è quella che Pasqualino Bongiovanni definisce la “morte meridionale” (28) nella forma di un ammazzamento che avviene inconsulto, con un format ben conosciuto, dove non vi sono responsabili né testimoni né un concreto bisogno d’investigazione sull’accaduto: “Il pastore,/ che è lì steso,/ sdraiato,/ morto ammazzato,/ morto di morte/ meridionale” (28).
Franco Costabile
Varie poesie qui contenute affrontano il tema dell’emigrazione, una fra tutti è il “Canto dei nuovi emigranti” dedicata al poeta calabrese Franco Costabile (1924-1965) che fu costretto ad abbandonare la sua Sambiase per emigrare nel Settentrione, giungendo nel capoluogo laziale dove nel 1965 decise di porre fine alla sua esistenza. L’autore meridionale, al quale pure Ungaretti e Caproni dedicarono versi, durante la sua esistenza aveva dato alle stampe due opere poetiche: Via dagli ulivi (1950) e La rosa nel bicchiere (1961). A lui Bongiovanni scrive: “Abbiamo imparato/ a ripiegare/ in una valigia/ la vita,/ a riporre/ ordinatamente/ l’anima/ in una scatola./ Abbiamo/ titoli di speranza/ chiusi nella cartella” (37). Con un intento ideale teso ad abbracciare i dolori intimi e strazianti dell’esule, dell’emigrante, di colui che per varie ragioni deve lasciare contro se stesso la sua terra, l’autore scrive: “Conosco/ le ansie dello studente/ le speranze dell’emigrante/ di colore diverso/ e tutte uguali/ che si affrettano/ su binari e rotaie” (42). L’immagine del treno, della partenza e dei binari (“l’amore che parte/ su nuove rotaie”, 44) ritorna spesso nei componimenti; in questa maniera Bongiovanni traccia la forma tipo di viaggio dell’emigrante, abbandonato al freddo delle carrozze nell’attesa di lunghe ore per raggiungere il luogo della speranza, all’esatto opposto dalla sua anima e patria nativa: “Siamo vagoni abbandonati/ adibiti a case” (73), chiosa nella lunga lirica “Le gemme da innesto”. La conclusione a tale universo di nebbie, dolori ricorrenti, pensieri sfiduciati e una società gretta che cambia lentamente, pur continuando a nutrire al suo interno i suoi cancri, è che una conclusione non c’è: “Così/ non rimane/ che una discreta solitudine,/ un malessere muto/ che andrà scemando/ con l’arrivo della primavera” (22). Malessere che l’autore dice che scemerà, ovvero si attenuerà, verrà mitigato dai nuovi colori, dal sole e da una rinata speranza (“la nostra vita/ è questo sciogliere in mezzo,/ questo continuo sperare”, 91) ma che, in fondo, non sarà mai vanificato in forma completa. Neppure la fede, caposaldo della cultura patriarcale del Meridione (si sottolinea qui anche la bipolare manifestazione del malavitoso molto credente e al contempo assassino e torturatore di suoi simili), è in grado di far luce o per lo meno d’indicare una via di speranza numinosa, di confessione delle pene e di pulizia d’anima: “Immaginette/ di santi/ appese con semenza/ a pareti imbiancate a calce/ rinnovano/ non so come,/ la fede” (32). Eppure l’ultima volontà del Nostro è tesa a sottolineare con convinzione la decenza e il rispetto delle sue genti e di quelle di ogni Sud, lontane da forme di clamore o di urlante declamazione: “Abbiamo vite silenti/ cariche di dignità/ che nessuno ha mai ascoltato” (71). Un testamento da conservare, dunque, ma anche una realtà da rivelare.
[1] Di questo caso si è occupata ampiamente la stampa, difatti si trovano numerosi articoli in rete. Per approfondire meglio la questione in oggetto, consiglio la lettura dell’articolo “Poeti e scrittori meridionali del ‘900 cancellati dai programmi per i licei” a firma di Roberto Russo apparso sul Corriere della Sera il 19-03-2012. Lo scrittore Pino Aprile, con il suo libro Giù al Sud (2011), ha dedicato ampio spazio all’argomento come pure il critico letterario e docente Paolo Saggese mediante un incontro d’approfondimento e divulgativo in seno al Centro di documentazione della poesia del Sud di Nusco (AV). Lo stesso Saggese, assieme ad altri docenti e studiosi (Alessandro Di Napoli, Giuseppe Iuliano, Alfonso Nannariello e Raffaele Stella) ha prodotto un volume molto importante di contributi critici, con nota di prefazione di Paolo Di Stefano, intitolato Faremo un giorno una Carta poetica del sud (2012). Al suo interno sono contenuti questi interventi, illuminanti e ben posti a indagare l’importanza di autori meridionali e la loro indiscussa incidenza e preminenza nel vasto compendio della letteratura nazionale: “La ‘damnatio memoriae’ della letteratura del Sud (e della letteratura scritta da donne)” di Paolo Saggese; “Quei (bi)sogni di identità e unità nazionale. Scrivere la storia di una letteratura comune significa conoscere il mondo e aiutarlo a vivere” di Giuseppe Iuliano; “I poeti del sud del Novecento nelle antologie e nelle Storie della letteratura italiana adottate dalle scuole” di Alessandro Di Napoli”; “Razza impoetica. Gli esclusi e gli espulsi. I poeti del Sud nella storia della letteratura, nelle antologie poetiche e nelle Indicazioni nazionali” di Alfonso Nannariello; “Maria Luisa Spaziani, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo e le “Indicazioni nazionali” per i licei” di Raffaele Stella.
[2] Tra gli altri autori meridionali molto meno noti e la cui attività e memoria è ricordata (in taluni casi) nei dati contesti locali da iniziative e premi letterari in loro memoria possiamo citare Maria Costa (Messina), Giusi Verbaro Cipollina (Soverato), Ciro Vitiello (San Sebastiano al Vesuvio), Francesco Graziano (Cosenza),…
La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.
Il concorso internazionale di poesia “Città di Porto Recanati”, fondato e organizzato per quasi trent’anni dal prof. Renato Pigliacampo, poeta, scrittore e professore sordo, è uno dei più longevi dell’intera Regione Marche. Negli anni esso ha raccolto testi poetici di pregevole fattura e di elevato valore civile, frequentemente incentrati sulle difficoltà sociali, sulla disuguaglianza, sulla denuncia delle ingiustizie e sul riscatto degli oppressi, tematiche centrali dell’impegno umano del suo fondatore.
Nel 2015, al decesso del professore, la famiglia Pigliacampo – incoraggiata e sostenuta tecnicamente dal poeta e scrittore dott. Lorenzo Spurio che collaborò col professore negli ultimi anni – ha deciso di portarlo avanti con lo stesso impegno e finalità: dar voce a coloro che spesso nella società non hanno la capacità di dire la propria. Da allora si è aggiunto un ulteriore premio identificato come “Premio Speciale Renato Pigliacampo”, conferito a una poesia che viene considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Tale premio è stato assegnato a Rita Muscardin – Savona (2016), Rosanna Giovanditto – Pescara (2017) e Flavio Provini – Milano (2017).
BANDO DEL CONCORSO
1 – Ogni partecipante può inviare un massimo di due poesie.
I testi possono avere una lunghezza massima di 50 versi.
I testi possono essere editi o inediti ma l’autore dovrà dichiarare di possedere i diritti a ogni titolo e di esserne proprietario a ogni diritto. Essi potranno essere, indifferentemente, risultati meritori di premi da podio o speciali in precedenti premi letterari.
I testi possono essere in lingua, dialetto o lingua straniera. Nel caso di testi poetici in dialetto e lingua straniera è necessario allegare anche la traduzione in lingua italiana.
Il tema è libero, tuttavia si consiglia di trattare tematiche relative alle problematiche sociali, alle discapacità sensoriali, alle disuguaglianze, alla disabilità, alla povertà, alla solitudine degli anziani, all’odissea dei migranti e dei profughi, ecc., tematiche per le quali fu istituito il Premio quasi trent’anni fa.
2 – Per prendere parte al concorso a ogni partecipante è richiesto di inviare le proprie poesie esclusivamente per posta elettronica a poesia.portorecanati@gmail.com
Le poesie dovranno essere inviate entro e non oltre il 25 luglio 2018 specificando nell’oggetto “XXIX Concorso Città di Porto Recanati”.
Il poeta dovrà inviare in un’unica e-mail in seguenti materiali:
I testi delle poesie senza riferimenti alla propria identità in formato Word. Ogni poesia va presentata su un file a parte.
Un file Word contenente i seguenti materiali:
nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e queste attestazioni come seguono:
Dichiaro di essere l’unico autore delle poesie e di detenere i diritti a ogni titolo.
Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese per i fini istituzionali legati alla organizzazione, promozione e diffusione del Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati”.
La copia della ricevuta di versamento del contributo a copertura delle spese di segreteria.
3 – È richiesto il contributo di partecipazione a copertura delle spese di segreteria fissato a 20 €. Il versamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:
PostePay n. 5333 1710 2372 6843
Intestazione: Marco Pigliacampo
Codice fiscale: PGLMRC75E07E958C
Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati
(Il versamento si può fare dagli Uffici Postali e dai tabaccai abilitati)
Bonifico bancario
IBAN IT29J 07601 05138 276234476237
Intestazione: Marco Pigliacampo
Causale: XXIX Concorso Città di Porto Recanati
4 – La Commissione di Giuria leggerà le opere pervenute in forma rigorosamente anonima e provvederà a scegliere le dieci poesie vincitrici.
I primi tre classificati riceveranno premi in denaro, così ripartiti: 1° Classificato 500€, 2° Classificato 300€ e il 3° Classificato 200€. Tutti i poeti premiati dal 1° al 10° posto riceveranno una targa personalizzata. Nell’eventualità di punteggi pari-merito la Commissione di Giuria ha la facoltà di proporre ex-aequo per le posizioni dal 4° al 10° che dovranno ottenere il parere ultimo e definitivo da parte del Presidente.
La Commissione di Giuria assegnerà il Premio Speciale Renato Pigliacampo 2018 a una poesia che sarà considerata particolarmente vicina alla vita e ai contenuti lirici del fondatore del concorso, il prof. Renato Pigliacampo, quali la disabilità sensoriale o la battaglia per i diritti degli handicappati. Infine si riserva la facoltà di riconoscere ulteriori premi speciali, menzioni d’onore, menzioni di merito o attestati d’incoraggiamento.
5 – La Commissione di Giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario ed è presieduta dal poeta e critico letterario dott. Lorenzo Spurio. Essa è formata da Rosanna Di Iorio (poetessa), Rita Muscardin (poetessa), Emilio Mercatili (poeta) e Lella De Marchi (poetessa).
Oltre a stilare la graduatoria dei dieci poeti vincitori, la Commissione di Giuria scriverà e renderà pubbliche le motivazioni relative ai primi dieci premi e al Premio Speciale “Renato Pigliacampo”. Il Verbale della Giuria, con l’elenco di tutti i nominativi dei premiati e dei segnalati e le decisioni ultime della Commissione di Giuria, sarà inviato via e-mail a tutti i poeti partecipanti e reso pubblico online.
Esce il nuovo libro della scrittrice ascolana Giorgia Spurio
Si tratta del libro di fiabe “I Bambini Ciliegio e altre storie” (Macabor Editore, 2018). “I Bambini Ciliegio e altre storie” raccoglie cinque storie con protagonisti i bambini. Funghi, rose, bimbi hanno qui una loro vita fiabesca e rendono ancora più magica la bellezza di una natura straordinariamente viva. E poi c’è tanto altro ancora da scoprire. È un libro ideale per piccoli e grandi, da leggere insieme per riflettere sull’infanzia, la magia, la natura, l’ecologia, il bullismo, i sogni, la famiglia, l’amicizia, le diversità. L’età di lettura è dai 7 anni. Le storie sono così distinte: una storia dal Bosco, una storia di Fate, una storia dal Passato, una storia di Oggi, una storia di un Dolore e di una Rinascita. Ad arricchire il libro ci sono i disegni dell’illustratrice ascolana Federica Orsetti.
Giorgia Spurio è nata il 21 dicembre 1986 ad Ascoli Piceno, laureata in Lettere presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino. È musicista. Lavora nel sociale come educatrice. Insegna musica nelle scuole primarie e d’infanzia. È vicepresidente della Cooperativa Sociale Il Melograno. Collabora con le ACLI, ideando e lavorando per progetti di educazione civica destinati ai ragazzi delle scuole. Ha pubblicato libri di poesia vincendo a prestigiosi premi letterari, tra cui “Quando l’Est mi rubò gli occhi”, “Dove bussa il mare” e “Le ninne nanne degli Šar”. Nel 2017 pubblica il romanzo “L’inverno in giardino” (Edizioni Montag) e il libro di poesie “L’orecchio delle dèe” (Macabor Editore). Vince il Premio InediTO – Colline di Torino per la narrativa ed è premiata al Salone del Libro di Torino. Nel 2018 esce il libro di fiabe “I Bambini Ciliegio e altre storie” (Macabor Editore).
Ricevo con particolare piacere Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2017), il nuovo lavoro poetico di Michele Paoletti, autore che considero uno dei poeti più validi e interessanti del nostro panorama poetico odierno. Lo dico con onestà intellettuale e con cognizione di causa avendo seguito sino a oggi il suo percorso letterario snodatosi attraverso varie pubblicazioni che ho avuto modo di leggere e commentare e premi di prestigio (come “L’Astrolabio” di Pisa) che gli sono stati attribuiti. Parimenti non vi sono intenti di subdola piaggeria o di viziato compiacimento non avendo ancora mai avuto l’occasione di conoscere di persona l’autore e volendo il mio discorso riferirsi alla sua sola opera poetica, alla sua grande capacità immedesimativa che riesce a far figurare nelle menti di chi si appropria della sua opera.
Vorrei ricordare, allora, in questo breve ma – credo – utile excursus il percorso poetico dell’autore piombinese che ha esordito con l’opera, dal titolo di per sé istrionico e non ben decodificabile a una prima vista, Come fosse giovedì (puntoacapo, 2015) della quale avevo commentato rilevando la “meticolosa tecnica sintetica [atta a] provvede[re] a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori”. Il prefatore al testo, l’insigne Mauro Ferrari, aveva giustamente notato l’importanza del mondo teatrale, con le sue luci e ombre; la poesia di Paoletti ha – sempre e comunque – una pacata nota di drammaturgia: di vita in quanto tale ma anche quale trasposizione scenica, rappresentazione, mistificazione di un vissuto in quanto l’atto scrittorio non è mai in grado di uguagliare l’esistenza (per leggere la mia recensione a questo volume è possibile cliccare qui). A pochi mesi di distanza da Come fosse giovedì l’autore ha pubblicato La luce dell’inganno (puntoacapo, 2015) opera facente parte di un progetto visivo elaborato e molto apprezzato per mezzo dell’accostamento alle sue poesie di fotografie di Andrea Cesarini, così efficaci nel cogliere gli “attimi” impressi nei versi. La nota critica d’apertura, questa volta affidata alla sagace penna di una poetessa d’alto calibro, la pesarese Lella De Marchi (autrice di Stati d’amnesia, 2013 e Paesaggio con ossa, 2017), ci informa in merito alla ‘linearità’ da lei scovata nella poesia di Paoletti parlando anche di “una possibile liberazione-redenzione” che iscrive a piè pari la poesia del Nostro all’interno di un filone – se questo effettivamente esiste o può essere identificato – personale, intimo, sottaciuto, della sfera emotiva che fa i conti con le proprie riflessioni, di un sentimento ripiegato e analizzato, col quale colloquia nelle vaste stanze dell’interiorità. Una poesia personale, che raramente travalica intendimenti di carattere etico-civili intenti a condannare realtà fastidiose, a denunciare la propria appartenenza ideologica, difendere minoranze e metter fine a qualsiasi tipo di minoranza ed emarginazione. Una poesia intima eppure condivisa, plurale, aperta alle intricate potenzialità del sentimento che è di tutti e dunque non meno condivisibile, propria e universale imperniata sui toni del dolore, del tormento, dello struggimento ma anche del sano utilizzo della coscienza che spesso duella con i fantasmi del passato riuscendo a giungere a tregue, più o meno stabili.
Michele Paoletti
Se in Come fosse giovedì l’autore aveva parlato del “mio ottuso male” e della solitudine nei termini di un “freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, in La luce dell’inganno – nel cui titolo si percepisce un amalgama di rimorso e amara scoperta – non aveva eluso, ancora, di riferirsi a un’angoscia di fondo ben delineata nel verso “la muffa del mio male”. La muffa, per sua natura, è la produzione di materiale in forma di spore, polvere e filamenti, su un materiale organico, alimentare o meno, che si è rovinato a causa della sua non buona conservazione o per il fatto che, nelle circostanze ambientali nelle quali viene a trovarsi, si degrada fermentando. Sostenere che il male abbia la muffa significa poter avere la volontà di alludere a un tormento che continua, degenera, si sviluppa nel tempo causando il decadimento, la denutrizione, il marciume dello stesso sino a decretarne lo stato di morte. Nella recensione a La luce dell’inganno (che si può leggere per intero cliccando qui) ho avuto modo di scrivere: “In questo percorso tra elementi che marciscono, presenze vacue e pensieri grevi, la convivenza con uno stato di desolazione interiore finisce per mostrarsi assai accentuata e le poche immagini lievi e pregne di colore qua e là nel corso dell’opera non sembrano capaci del tutto a risollevare l’amarezza di fondo”.
Arrivo al fine alla nuova opera poetica dopo queste brevi note critiche anticipatorie che non hanno da essere intese come preambolo annunciatorio che pronostica già, nei temi e nelle forme, ciò che sarà sviluppato nel terzo volume. Piuttosto può esser utile per avvicinarsi in maniera più fedele e illuminata alla sua opera poetica permettendo al lettore di trarre da sé – laddove sia possibile e nel caso i pochi elementi forniti lo consentano – le increspature più caratterizzanti che rendono la poetica di Paoletti tale per com’è e la conosciamo.
Il Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2018) che poi così breve non è (sessantasei pagine di lunghezza che, per una silloge poetica, sono senz’altro buone e rispettabilissime!) è breve nella forma (sono liriche che, tranne pochissimi casi, non superano i dodici versi) e in quel dire doloroso che ha la forma di un commiato che si è compiuto nell’intensità di un istante breve. L’autore ha scritto queste liriche in memoria della figura paterna recentemente scomparsa che, oltre a lasciare una debordante assenza, ha reso edotto il figlio del carico emotivo degli oggetti. Così la camicia lasciata appesa, le scarpe, la manica scucita di una giacca, sono i segni evidenti di una vita che s’è compiuta e che, pur circondata dall’opprimente aria che non ha forma, è ancora lì presente, circolante negli angoli della casa, così come è onnipresente nella mente e nel cuore di chi la porta con sé. L’assenza, dunque, è catalogata (inventariata, per l’appunto) mediante i tratti del mondo fisico, gli utensili, gli oggetti d’accompagnamento che definivano l’attore dell’assenza che, fuggendo per sempre, li ha però lasciati lì nel suo luogo ancestrale. La prefatrice Gabriela Fantato, in riferimento a questa operazione di raccolta e repertazione degli oggetti operata da Paoletti, parla di “alfabeto della perdita”. In effetti pare di comprendere che l’amplificazione dolorosa si crea nell’io lirico dinanzi all’evidenza di quel mondo fisso e ormai insignificante, dominato da quegli emblemi, simboli e feticci che ormai hanno perso rapporti di appartenenza e usi pratici per divenire mere entità residuali.
Alcuni brevi versi della poetessa romana Amelia Rosselli fanno da puntuale apripista al percorso poetico che Paoletti ci propone di fare seguendo le varie composizioni che compongono il volume. La Rosselli, una delle maggiori voci poetiche del Secolo scorso, parla di “Un dolore nella stanza/ [che] è superato in parte: ma vince il peso/ degli oggetti, il loro significare/ peso e perdita”. Ritorna la correlazione di difficile sperimentazione e impossibile fuga tra oggetti e assenza dove quest’ultima è immagine e sinonimo di dolore. In termini aritmetici potremmo allora dire che la somma dei pesi dei vari oggetti lasciati che abbiano una qualche traccia di ricordo o di legame affettivo equivale al peso dell’assenza. L’assenza è chiaramente una lontananza, ma anche uno stato apparentemente irreale di sospensione, di progressiva ampiezza di un varco la cui attraversata è patentemente impossibile.
Nella casa-santuario dove gli oggetti-icone divengono emblemi di ricordo irrinunciabili, strumenti di connessione con un’entità altra e blando motivo di persuasione che sì, i bei momenti ci sono stati eccome!, il pensiero s’erge dal canto desolato di un uomo che di colpo nel mare più ampio ha perso la sua ancora al desiderio di un ritorno, pure se non materiale: “Tornerà il vento a scompigliare/ le cicale”; “Torneranno le giornate lunghe”: il sollievo può forse derivare non dalla pervasiva e dolente tribolazione nella venerazione degli oggetti, piuttosto in un tentativo ideale di fuga da quello spazio che ha addosso i segni del tempo. L’anelito al ritorno, infatti, non è tanto espresso nei termini di un ritorno del corpo del padre, vicenda impossibile nella realtà della cui impossibilità l’autore è ben conscio, quanto delle condizioni esogene (il tempo, la ritualità delle stagioni, le abitudini) ed endogene (il ritrovamento di una pace e una felicità interiori) nell’uomo. Pur flebili vi sono squarci d’apertura all’asfissia delle giornate improntate alla considerazione della desolante situazione d’assenza come il pensiero che è in grado di evocare la possibilità di una primavera esistenziale, dettata da necessità di andare avanti e resilienza: “Domani il rumore quotidiano/ spingerà la vita un po’ più avanti”.
Oggetti-simulacro quelli che “ci stanno intorno”, in sé addirittura malevoli, perché duplici nella loro forma: appartenenti a un’età felice e rassicurante quando l’unità era ingrediente delle giornate e ora, entità prive del suo possessore, in balia di se stessi, innocui e addirittura inutili ma capaci di incutere soggezione e dolore in chi, rimasto, non può non concepirli disgiunti da chi ne faceva uso e ne caratterizzava le giornate. Oggetti che, in quanto tali, non hanno un’anima e non avrebbero nulla di buono o di non buono ma che, rivestiti dei significati personali e intimi di chi li ha sperimentati, fungono da imprecisati avanzi ma anche da resti memoriali. Difatti per il Nostro essi risultano nulli per la loro funzionalità (la camicia da indossare, etc.) e divengono emblema di una traccia di passato: “ascolto gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi”.
Quell’inventario che è difficile da eseguire e che mai, forse, verrà veramente portato a compimento non essendo possibile catalogare le emozioni, situarle in cartelline, organizzarle in faldoni e tenerle lì belle precise, è esso stesso ragione e motivo di quel “nodo sottile di dolore” che annebbia la ragione, inquieta l’animo e non fa altro che produrre il caotico “sbilancio dei giorni/ che spesso si confondono”.
C’è poi la sezione del libro intitolata “Muri”, quelle pareti divisorie delle stanze della casa-culla che “hanno la pazienza/ grigia delle cose,/ raccolgono la nostra polvere/ che si disperde in fretta”. Muri che, come silenti protagonisti delle nostre case, assistono alle vicende in esse sviluppatesi, ai dialoghi, ai momenti di gioia, depressione e dolore, quali custodi autentici di un vissuto intimo che nella casa si esplicita e lì rimane. Sostegni averbali, curiosi protettori di intere esistenze che ha visto nascere, crescere, maturare per poi sfiorire e perdere la vita. Presenze continue e rassicuranti, sodali nel pianto e nella lotta con noi stessi, eppure così riservati e taciturni da non aiutare a risolvere i drammi, ma neppure a ostacolare il felice svolgimento dei giorni gaudiosi. Essi, nell’età in cui Paoletti ce li descrive, sono sintomo di passato, di un’età che tutto ha visto passare serbandone il ricordo sulla quale sembra calare una cortina di dubbio, di polverosa reticenza: “I muri/ gettano un’ombra sulle cose/ rendendole più dure”. Muri che sembrano stringersi su se stessi, ridurre spaventosamente la superficie calpestabile delle stanze, come se l’io lirico si sentisse progressivamente privato d’aria da respirare, quasi strozzato, ammorbato, rinchiuso e impossibilitato a muoversi, finanche a far utilizzo della ragione. Muri che ingabbiano i ricordi, polvere che ammanta gli oggetti, aria che si fa pesante, dolore che si fa estremo e cronico in quegli spazi una volta animati e vissuti da esistenze ora non più qui: “I muri affondano radici di cemento,/ si abbarbicano al resto delle cose”.
Tutto ciò accade mentre il pensiero sull’assenza del padre s’irrobustisce nella mente del Nostro da diventare un dilemma insondabile, un rovello che fiacca e fa star male tanto da condurlo a divagazioni atipiche e in sé surreali come quando dice “perdo/ tempo a indovinare la forma/ delle stelle”; altre volte la cappa di stordimento è meno accentuata e allora è in tali frangenti che, savio del tempo che gli è dato di vivere, riflette sul ciclo rituale di vita e morte: “il mondo vive/ nelle foglie mute, nel ricordo/ della terra intatta”. I muri, prima vetusti e freddi, stringenti e quasi fastidiosi, capaci solo di ottenebrare la mente e ostacolare la calma riflessione, divengono – nel ricordo mai domo della cara figura paterna – una sorta di propaggine tesa per trasmettere forza e amore: “lascio che il calore del muro/ si imprima sulla schiena/ prima di allacciare/ l’ultimo bottone del colletto”.
La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.