[1] La costruzione “a gli” non è un refuso ma una mia scelta ponderata, per creare un suono più lento, più pensoso, più meditativo; il “corretto” grammaticalmente “agli” sarebbe stato troppo brusco. [N.d.A.]
14 giugno 2015
Emanuele Marcuccio
Commento critico a cura di Luciano Domenighini
Giovanna D’Arco, opera di Ingres
Torna al genere agiografico, celebrativo, già frequentato specie agli esordi Emanuele Marcuccio con questa “A Giovanna d’Arco”. Ma lo fa secondo il suo nuovo modulo poetico fortemente sottrattivo, asciutto e frammentario, basato su una ristretta selezione verbale che apre ampi varchi ellittici. Ne risulta una sorta di frammento epigrafico dove il residuo verbale non è il risultato casuale dell’oltraggioso trascorrere del tempo ma è il frutto di una ponderata scelta dell’autore in una sorta di distillazione, di decantazione del verso, di selezione, ispirata e meditata, di quei sintagmi e di quelle parole “chiave” per rappresentare il soggetto poetico. Il dettato intermittente così ottenuto, dopo una prima strofa di terzina ad andamento discendente (di 5, 4, 3 sillabe) assomma tre strofe monoverso di cui la prima è un neologismo di associazione (“donnadono”) e la terza, a mo’ di firma, è il nome della protagonista. Come detto la residuale essenzialità dell’esposto alimenta, tra una strofa e l’altra, larghe pause ellittiche dense di prospettive narrative e ciò avviene perché i concetti esplicitati sono specificanti e consequenziali. L’insieme configura i caratteri del personaggio, eroina a un tempo guerriera e martire. È proprio la vigorosa valenza narrativa del “non detto”, sottaciuto più che sottinteso, il pregio saliente di questa composizione, ermetica eppure nitida ed eloquente, singolare per originalità e audacia sperimentalistica.
Luciano Domenighini
Travagliato (BS), 25-30 luglio 2015
[1] La costruzione “a gli” non è un refuso ma una mia scelta ponderata, per creare un suono più lento, più pensoso, più meditativo; il “corretto” grammaticalmente “agli” sarebbe stato troppo brusco. [N.d.A.]
Undici smunti versi a contrassegnare la recente poesia di Emanuele Marcuccio, “Di seta”, felicemente ispirata, come indica in nota a piè di pagina, al titolo di una mia recente pubblicazione sulla poesia contemporanea.
La lirica si contraddistingue ancora una volta per la sua sottigliezza formale tanto da apparire, visivamente, filiforme e addirittura acuminata: Marcuccio dispone i serrati versi talora in strofe a due versi, talora a tre con una strofa finale, monoverso, che con l’aggettivo “pieno” ne marca in maniera distinta e impareggiabile il contenuto, quasi in maniera perentoria. Siamo lontani dalle formule di matrice leopardiana e pascoliana che hanno rappresentato delle fonti importanti e decisive nell’attaccamento di Marcuccio alla poesia e che ne hanno permesso poi un cammino denso di passi veloci verso una mutazione prospettica e multidirezionale. Contenutisticamente la lirica centralizza l’attenzione sulla tipologia di tessuto soave e preziosa della seta, materialità sontuosa e al contempo esteticamente piacevole, istituendo una corrispondenza profonda e di rimando tra la seta, appunto, a rappresentazione dell’elemento concreto, definibile e tangibile, e la Poesia, ossia “la parola” di cui parla al secondo verso. Marcuccio definisce la poesia “anima che si fa parola” e il ricorrere al termine di anima è spesso comune nel suo entourage letterario (si pensi alla sua seconda raccolta poetica che si intitola, appunto, Anima di Poesia) ed è qui reso nella sequenza delle parole che si susseguono nei versi: “di seta/ la parola// di poesia/ l’anima mia”. La parola, allora, non è semplice atto linguistico e mezzo espressivo connaturato e legato al suo campo di utilizzo (il dialogare, il declamare, il leggere,…) ma diviene espressività aulica perché empaticamente legata al sentire autentico dell’io parlante-poetico. Sembra essere contenuta in questa poesia meglio che in ciascun altra forma anche una sorta di rinnovato stilema poetico che il poeta segue ormai negli ultimi tempi e che sembra in qualche modo aver voluto concretizzare in una poetica dell’osso, ridotta (la riduzione non equivale, almeno qui, alla semplificazione) ossia improntata a una pervicace sintesi del linguaggio: se le parole sono poche, per dirla in altri termini, i concetti sono assai vasti e corposi, indelebili e vorticanti. La poesia non è solo canto o lode, denuncia o preghiera, rilevazione di stati d’animo più o meno leggiadri o burrascosi, comunione con il paesaggio e riflessione esistenziale, ma è molto di più perché essa “para/ i colpi”. Ha dunque un’altissima potenza protettiva ed è un baluardo di difesa. La parola, allora, che può essere delicata come la seta, è al contempo uno schermo potentissimo nei confronti dell’ambiente esterno e del mondo. Ci protegge e si auto-conserva, sembra di intuire leggendo questi versi di Marcuccio. Con acutezza e con il solito rigorismo formale che contraddistingue la nuova poetica marcucciana improntata più al non-dire che al rivelare, con un sintetismo fervido e pressante, la parola è carezza (seta) e porto (“para/i colpi”). In compagnia di essa non si potrà temere alcun danno.
Lorenzo Spurio
Jesi (AN), 31 luglio 2015
Commento critico di Luciano Domenighini
Ulteriore e riuscita prova del nuovo corso poetico di Emanuele Marcuccio che affina ulteriormente la perizia nel selezionare coaguli verbali sintetici e suggestivi. Le prime due strofe compongono un chiasmo iterativo ingentilito dalla rima baciata ottenuta per anastrofe del quarto verso (“di poesia/ l’anima mia”). La terza strofa, aperta da una sillessi per variante intransitiva del verbo “investire”, rivendica la valenza balsamica e tutelare della poesia che protegge e difende l’animo eletto del poeta dagli insulti del mondo turpe e grossolano. L’epilogo, formato da una terzina di versi brevi (2, 5, 3 sillabe) e da un’addizione aggettivale in strofa monoverso (“pieno”), si compiace di descrivere la scrittura, intesa come atto lieve e gioioso, coinvolgente e appagante. Ammirevole la limpida levità, la delicatezza e la grazia della composizione che suggella il felice rapimento del poeta nell’atto di tradurre in parole la propria ispirazione.
Luciano Domenighini
Brescia, 1 agosto 2015
[1] Ispirato dal felice titolo dell’opera di Lorenzo Spurio, La parola di seta, ampio Volume di interviste ai poeti d’oggi (tra cui anch’io), edito nel luglio 2015 con PoetiKanten Edizioni. [N.d.A.]
DIPTHYCHA 2 è un’antologia che s’inserisce in un progetto originale che trova la sua matrice nella volontà di dare concretezza espressiva ad una poetica chiaramente enunciata nel “Manifesto dell’Empatismo”. Esso attribuisce alla poesia una funzione terapeutica e socializzante sia perché è fautrice di una comunicazione emotiva ed empatica, proposta “con la forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”, sia perché esprime anche una morale ed un’etica fondata su sani principi umani e cristiani. Dire di no alla guerra, al razzismo, alla violenza in un’epoca in cui l’uomo vive lontano da ogni principio morale, chiuso in un egotismo sfrenato, che trova solo nel potere e nel denaro la sua gratificazione, è sicuramente la nota più rilevante ed importante del manifesto. Dal punto di vista più strettamente estetico, il manifesto afferma che solo “uno sguardo pieno di meraviglia” porta all’ispirazione e quindi ad una creazione poetica che non sia “puro artificio, ma piacere “per gli occhi e per l’anima”. L’atteggiamento meravigliato del poeta ripropone Pascoli e la poetica del fanciullino, ma fa ricordare anche G. B. Vico che considera la poesia come tipica espressione dell’uomo primitivo che prima sente “senza avvertire” poi avverte “con animo perturbato e commosso” la realtà che lo circonda (Scienza nuova, LIII Degnità). Rilevate alcune importanti componenti culturali che stanno alla base dell’intuizionismo dei poeti empatici, ci si chiede come i versi che in tale poetica trovano matrice possano essere anche piacere per gli occhi. Lo sguardo meravigliato del poeta è foriero di poesia che reca piacere all’anima, all’immaginazione , non agli occhi, tranne che questi ultimi non ne siano metonimia e sicuramente lo sono: occhi per immaginazione, concreto per astratto. Tale rilevazione è opportuno effettuarla perché il piacere visivo esige proprio un ricorso a quell’artificio esplicitamente ripudiato, insomma implicherebbe, ad esempio, un ritorno alla “poesia visiva” tipica dei calligrammi di Apollinaire o di Marinetti.
Sebbene novecentesca, tipica delle avanguardie, l’idea del manifesto, quale strumento di aggregazione ideologico-estetica, è molto apprezzata perché, di fronte all’individualismo e alla solitudine, esorbitanti anche in ambito letterario, risponde al bisogno di condivisione e di aggregazione, a prescindere dal fatto che essa sia telematica o reale e il sottotitolo dell’antologia, Dipthycha 2, “Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…” evidenzia l’importanza del comunicare a prescindere dallo strumento che ce ne consente la realizzazione. Così i diptycha, le tavolette cerate dell’epoca romana, assurgono al ruolo di metafora simbolica della comunicazione virtuale che se nella prima antologia era “anche” strumento d’ispirazione, adesso lo è “sempre” e ciò rileva l’importanza che viene attribuita a tale tipo di corrispondenza poiché consente comunque l’esternazione empatica di pensieri, emozioni e sentimenti suscitati da temi e problemi in cui la vita ci coinvolge.
La realizzazione di questa seconda antologia conferma il successo del progetto e rappresenta la concretizzazione cartacea della possibilità comunicativa che il virtuale ha concesso. Così Emanuele Marcuccio “condivide” con Silvia Calzolari l’entusiasmo per tale forma d’interazione, con Ilaria Celestini, il dolore per la violenza e gli abusi che si esercitano sulle donne, con Grazia Finocchiaro il perdersi rapito nel mare, con Ciro Imperato l’angoscia del terremoto in Abruzzo e così via…
Ovviamente Marcuccio e gli autori con cui si corrisponde, pur trattando lo stesso tema, lo propongono assecondando il proprio stile e il proprio nucleo ispirativo, così siamo di fronte ad un poliedrico dipanarsi di emozioni e di modalità espressive.
In tale “corrispondenza d’amorosi sensi” per ripetere lo stesso sintagma foscoliano, adoperato da E. Marcuccio, è chiaro che questi da interlocutore protagonista che si confronta e comunica con altri poeti comprimari, fa sì che l’antologia acquisti quell’originalità strutturale che la rende gradita a qualsiasi lettore che non può non sentire sollecitate la sua curiositas e la sua emotività di fronte alla “dittica” proposizione tematica.
Appare fuori luogo soffermarsi sulla specificità dei singoli autori e delle singole poesie, sia perché splendidamente presi in considerazione da Luciano Domenighini, sia perché esula dalla intenzione interpretativa del progetto e del manifesto, che è all’origine del presente articolo.
Vi sono molti modi d’intendere la poesia, ma da qualunque angolo di osservazione la si consideri, essa parte direttamente dal cuore ed è arduo e limitante “pensarla” diversamente originante, anche perché è una sollecitazione ulteriore, una sorta di extrasistole del grande ingranaggio cardiaco, che ci propone una vita extra, quasi parallela a quella quotidiana, immotivata e spenta di chi non crea nessun verso. Chi non l’ha mai provata né scritta forse non può intuirne le qualità, le rigeneranti linfe che si espandono dal cuore al cervello in una simbiosi unica, irripetibile, quasi al limite con l’estrasensorialità di un messaggio medianico. Infatti l’ispirazione ne è la fiaccola primaria, quasi come se si accendesse una lampadina che poi inesorabilmente viene spenta. Se in quel preciso momento non si prende nota c’è tutta la possibilità che si perda il contatto – per sempre – con le sinapsi che, partendo direttamente dall’area di Broca (parte del cervello abilitata al linguaggio), giungono fino alla scrittura, atto ultimo di quel sottile fascino che calamita la Poesia e ne fa correi: il sentimento, le emozioni, le suggestioni, entro un’aurea di infinite e progressive digressioni, orientamenti e accenti.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La scrittura, vale a dire, il gesto di affidare alla storia di ognuno, la potenzialità del pensiero si manifesta in ciascuno nella ristrutturazione di un processo linguistico che è trasversale allo scrivere.
La Poesia è l’habitat ideale della lingua, orientata a <collocarsi> con l’immaginazione, la fantasia in una lettura lenta e ponderata, “avanzata”. La Poesia poi, non può fare a meno dell””oralità”. Come Jurij Lotman, ne intuiamo la scrittura come un sistema di ingranaggi dipendente e direttamente correlati al linguaggio. Il discorso della Poesia è inseparabile dalla misura e dal diverso grado della coscienza intellettuale umana. La poesia, da sempre, ha affascinato l’umanità e l’ha fatta riflettere su di sé fin dai suoi primi stadii. Il pensiero creante, servendosi proprio di quel medium intercetta un linguaggio alto, che si traduce in una percezione mutante, organizzata dalla mente per essere impressa alla consapevolezza degli individui che la emanano, quindi la poesia è il suo interagire al prodotto mentale della trasformazione del concetto logico. la Poesia ha come primaria conoscenza il senso illimite del linguaggio individuale, il suo silenzio, la sua mobilità che diventano rapporti privilegiati con gli altri, ovvero coi suoi fruitori.
La Poesia infine è un’interazione tra le lingue colte, perché sa cogliere le sfumature, le allitterazioni, le interferenze della lingua anteponendole e sottraendole alla incomprensione derivante dal linguaggio comune, piuttosto involuto e steretipato, imponendogli un’altra veste più evoluta, più raffinata, più colta.
Ne enfatizza l’interazione tra le parole-suono e lo spazio-scrittura, la rende leggibile attraverso il significato profondo del <verbo> che assume “mero” prestigio, poichè giocando (si fa per dire) con le parole assicura una sua dialettica alla testualità, ovvero allo spazio che paradossalmente la riveli.
La poesia è un genere d’arte verbale superiore, domina tutti gli altri generi, poiché è alla base dall’alfabetizzazione che chiameremo artistico-intellettuale, poiché implica una serie di induzioni a procedere, in cui si colloca l’io poetico, immettendola nel flusso del tempo e della storia.
La poesia sta all’esperienza umana come la narrazione sta alla logica della trasmissione del pensiero, che ne ha registrato il pieno sviluppo delle proprietà virtuali della specie. Trattasi di un passaggio narrante che possiede, tuttavia, tutte le caratteristiche induttive del lingua artisticamente preposta – ovvero – fa capo allo sviluppo e ai mutamenti interculturali e all’evoluzione dell’uomo.
Una attenta ed approfondita ricerca (o disamina) che diviene un tracciato sapiente e puntuale di una indagine sociologica, culturale, ideologica, il cui sondaggio investe le aspettative di un lettore attento, dell’uomo fuori dalla massa, l’importanza della comunicazione poetica in questo mondo contemporaneo, e la diffusione della cultura attraverso un rielaborato critico puntuale e verificabile, attraverso la poesia che sia degna di lettura.
“L’esigenza di pubblicare un volume di interviste, forma testuale per altro abbastanza difficile da collocare all’interno di un genere letterario venendo a rappresentare uno strumento che più propriamente è paraletterario, è nata recentemente – scrive Lorenzo Spurio nella introduzione – quando ho compreso che le risposte dei poeti, i loro discorsi, le loro definizioni di poesia e, con una sola parola, le loro esperienze letterarie potessero essere utili non solo a me ma a tutti coloro che amano la scrittura.”
In ordine alfabetico i poeti si alternano con vivissimi interventi: Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello, Lucio Zinna. In appendice quattro nuove voci: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella. La prefazione, a firma di Sandro Gros Pietro, riesce a puntualizzare questo riferimento ad un laboratorio artigianale di notevole qualità, e di utilissima impostazione, meritorio di realizzare proposte ed illusioni , esperienze e memorie, introspezioni ed illuminazioni.
Particolarmente riuscita l’elaborazione di un percorso che realizzi un panorama multicolore e variegato, nella proposta di personali immaginazioni e originalissime rivisitazioni.
Il progetto letterario ideato e curato dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, Dipthycha 2, pubblicato da TraccePerLaMeta Edizioni si è distinto per aver donato, secondo le volontà dello stesso Marcuccio, il ricavato ad AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. L’accredito a FISM (la fondazione che si occupa di raccogliere le donazioni inviate ad AISM) è stato di 250 € come si può vedere dal documento di ricevuta allegato.
L’autore, in un suo comunicato diffuso a mezzo mail e sui suoi blog, invita gentilmente a diffonderne la notizia, onde incentivare gli ordini del libro e poter così avviarne una ristampa, essendo le copie esaurite da qualche mese, cosicché per la seconda edizione si possa procedere a una donazione più consistente. Il libro può essere ordinato agevolmente presso lo store della casa editrice che spedisce anche in contrassegno o presso altri store on-line, oppure presso la propria libreria di fiducia essendo dotato di regolare codice ISBN a tredici cifre: 9788898643257.
Hanno partecipato a questo volume critico-antologico di poesia gli autori Silvia Calzolari, Ilaria Celestini, Ciro Imperato, Grazia Finocchiaro, Rosalba Di Vona, Donatella Calzari, Aldo Occhipinti, Marzia Carocci, Lorenzo Spurio, Francesco Arena, Maria Rita Massetti, Giorgia Catalano, Giusy Tolomeo, Grazia Tagliente, Rosa Cassese, Daniela Ferraro, Antonino Natale, Anna Alessandrino, Teocleziano Degli Ugonotti.
Su questo stesso blog si possono leggere varie recensioni ed interventi critici su quest’opera; basterà scrivere “Dipthycha” nella barra di ricerca.
Fare Poesia oggi è essenzialmente una <fede>; qualcosa che rasenta la religiosità e la continuità di un misterioso cammino che inavvertitamente allo stato inconscio portiamo dentro, senza sapercene spiegare il perché, senza saper trovare una ragione plausibile.
Cos’è questo segno che si manifesta solo in certe persone e non in altre? e ci differenzia dagli altri esseri umani. È un fuoco che divampa? E’ qualcosa che cova dentro e ci arricchisce? O ci divora e basta, ci tormenta, ci innalza e ci disarma, ci piega e ci investe come una fiamma perenne, demolitrice ma, anche, sostenitrice di un bene, quello dell'”intelletto del cuore” che ci qualifica come essere vivi e <pensanti>.
È amore per la parola? Per il senso comune dell’umanità imbrigliata in elementi contraddittori, alienanti, difficilmente comprensibili? È un rifugio? Una nicchia dove ripararsi dalle temperie contemporanee? E’ un piano predestinato per dare quel minimo di eternità che disperatamente si va cercando? È la parola che torna al suo linguismo primigenio, al suo capitale etico/spirituale avendo bisogno di rigenerarsi/rinnovarsi alla luce del pensiero?
Poiché di Luce si tratta, infine. anche se viene stimata un “optional”, una perdita di tempo, quale appare dal martoriante e assillante battage denigratorio, dal protagonismo sconnesso, esponenziale dei nostri giorni.
È qualcosa che ci accomuna al cielo o alla dannazione? alla nostra solitudine?
Eppure sembra indurci a progredire, a venir fuori dal buio delle nostre impotenze o inadeguatezze, cui siamo tenacemente aggrappati malgrado tutto.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
Una zattera di salvataggio del movente biologico/culturale che ci allontana dal dolore, allora? È la spirale chiusa delle nostre contraddizioni più eclatanti? oppure è la grande molla, l’unica via che ci resta per dialogare, per camminare a fianco della Storia e dentro di essa con il bagaglio spirituale, morale e intellettuale al quale essa stessa (storia) ci espone. Nella vita convulsa e avulsa da ogni ragionevole intelligenza e logica, apparentemente depauperata da ogni slancio, da ogni fermento, da ogni passione, i poeti si mostrano come reperti primitivi; archeologia di un passato analogico che li ha sconfitti. L’informatica e la telematica, il tecnicismo e il meccanicismo imperanti di una società in pieno declino, ci porta a riflettere sulle vere ragioni del far poesia oggi.
Il tempo del poeta si è esaurito, surclassato dal tecnicismo satellitare, dalle rampe telematiche globalizzate, sepolto da un cumulo di macerie fumanti che si porta dietro, fin da quando si è imposto un nuovo modello che sostituisse le vecchie formule classiche del pensiero “poetico”. L’ultimo ossigeno si sta consumando…
L’Uomo moderno è passato dai disagi delle due guerre, dalla metamorfosi irriducibile di un progresso “sui generis” che lo ha lasciato non proprio indenne da scorie e da rifiuti delle neoavanguardie trascorse ma non del tutto obsolete, fino al minimalismo e al solipsismo di oggi.
Quasi aliena, la voce della Poesia, se da una parte ha creato la modernità del pensiero e dell’azione, dall’altra ha generato mostruose incongruenze, inquietudini, ha mostrato il volto deturpato della società dei consumi facili e aleatori, delle assenze che sono la caratteristica principale di questo nonsense moderno, di questa esistenza gracile e fragile, senza punti fermi, né certezze. Ogni poeta vero o presunto sa bene che si trova ad un bivio, continuare o abbandonare la trasgressione, (perché tale la definisce l’illecito giudizio della comunità più aliena).
La libera circolazione della parola che oggi viene superata dai sistemi digitali di trasmissione dell’immagine satellitare, e dunque anche del linguaggio <metainformatico> che non gli riconosce il merito, non gli riserva il benché minimo rispetto, la benché minima logica di esistere. Verrebbe da dire, cosa ci fa su questa terra diseredata il fantasma di una Poesia che non si ama, che non rende economicamente nulla? continuamente rinnegata, derisa, bistrattata e ignorata? Che conta oggi essere poeti, se nessuno, dico nessuno, è sicuro di essere annoverato nella pagina Letteraria del secolo? Perché il poeta si dà tanto da fare a sciorinare parole messe in fila, parole in libertà (come dicono i detrattori), parole in disuso, parole…parole che non portano a nessun risultato, se non a quello di un logoramento e, paradossalmente, di un allontanamento dalla società che, gli preferisce qualsiasi altra attività ludica e, consapevolmente ne ignora la presenza?
Sono venuta alla conclusione che la Poesia è davvero una sfida, una <fede> ultima di una deontologia fuori moda, non più avvertita, ma non del tutto stremata, né inquinata, che una missione di trascendenza fa salda nei cuori e nella mente di pochi adepti, di cui non abbiamo consapevolezza alcuna. Vi è dentro di noi un tarlo, o piuttosto un folletto che ci grida e ci prospetta la follia di pochi attimi di luce, che resteranno a trascrivere la nostra storia.
È un atto di coscienza, una proclamazione di innocenza e di disponibilità verso quelle forme di elezione che ci fanno diversi. Vi è un sottofondo masochistico nella produzione di Poesia oggi? Chissà.
Sta di fatto che, malgrado sia bandita dai circoli elitari e dal giro delle grandi Case Editrici Elitarie, essa persiste a voler fornire il segno di una profonda e inalienabile istanza culturale, che è il marchio vero della nostra umanità pregressa: una sorta di vademecum che recita pressappoco così: “Poeta fosti il pazzo di turno? ora vai, invadi i tuoi spazi, i tuoi luoghi/ semina a livelli di fede il tuo linguaggio( e proteggilo, fanne vicenda di Luce/ percorso di un livello spirituale superiore/ non importa se il mondo t’ignora o ti ama/ non è necessario che lo faccia…/Tu, poeta, persegui l’utilizzo della parola alta/ fanne strumento deontologico della tua avventura terrena/ non demordere, insisti…/Questo è un mio personale giudizio. (sono miei i versi) Ecco, come può interagire la poesia col mondo circostante. Il mondo ne può fare a meno, ma egli (poeta) non può desistere dal credere nell’adesione incondizionata al suo microcosmo, che lo porta a creare dal nulla l’elevazione del pensiero.
Perciò, si proietta nella capacità inventiva, nella ricchezza inalienabile del suo virtuale riscatto, e rende fecondo e unico il mistero che lo ha privilegiato. Perché, credetemi, essere poeti non è una sottrazione, è, invece, un’addizione a (ri)creare in un mondo fantastico le condizioni migliori per dire io c’ero. Un progetto un po’ ambizioso di immortalità per chi ci crede.
Essere un poeta oggi è come voler redigere e tramandare un attestato di verità conclamata da principi naturalistici, che infiammano il cuore, la mente dell’uomo, il cui linguaggio diventa un idioma per non morire, per principiare, ancora e ancora, il risultato di una potenzialità amara che, seppure disgiunta, da un suo concatenamento sillogico, come lo può essere l’estremismo minimalista e arido offerto dal panorama degli ultimi decenni, preme e insiste per restare un obiettivo di equilibrio, una forza moderatrice di tanti, di troppi mali e lacerazioni. A fronte di essi si staglia grande, immensa, come un sole d’estate, il principio di una costruzione fantasiosa, bizzarra e irriducibile, quale può essere la pretesa di fare poesia.
Squarci taurini e potenza del duende nella poesia “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio
Commento critico di Lucia Bonanni
ALLA PIAZZA DI SANGUE
di Lorenzo Spurio
En las esquinas grupos de silencio/ a las cinco de la tarde.
(FEDERICO GARCÍA LORCA, Llanto por Ignacio Sánchez Mejías)
Un vecchio registrava affanni
e claudicante ricercava
il suo posto all’ombra.
¡Hola!
Il sole scottava,
le lamiere roventi
mandavano fugaci sorrisi
ingannando bontà.
Il clarino suonò dolciastro,
la folle estasiata
si godeva quei terzi
nell’arena appiattita.
¡Aca toro!
Due veroniche congiunte;
la gente tratteneva il fiato
preoccupata
pronta al peggio
e ingiuriava con giuoco il bravo
inveendo motteggi
e sputando sfottò
animaleschi.
¡Olé!
Le mosche infastidivano
e rompevano la poca calma
di un pomeriggio
iniziato alle cinque.
Il borbonico scudo stinto
volteggiava depresso
e costernato
riconosceva legalità
al disprezzo dell’uomo.
¡Ay!
Qualcuno avrebbe mangiato una coda
in una taverna vicina alla plaza
L’avrebbe condita con patate,
come pregiatissime medaglie
di un bottino ritrovato.
Quel pomeriggio, però,
l’abito del torero
non aveva luccicato.
¡Malditos sean los hombres!
(C) Lorenzo Spurio
Commento critico di Lucia Bonanni
“Alla piazza di sangue”, “Piazza Tahrir” e “L’aiuto non dato (Maidan)” sono i tre componimenti poetici, inseriti nella silloge Neoplasie civili che Lorenzo Spurio dedica alla piazza, luogo principe della vita cittadina dove si manifestano accadimenti diversi nello spazio e nel tempo. Passaggi di storia, attualità e tradizioni popolari si intrecciano e si esplicitano in un compendio narrativo che fa dell’agorà, sito di aggregazione pacifica, ma anche di rivolta. Mentre in “L’aiuto non dato” l’autore racconta, come egli scrive nella nota a margine della poesia, delle “manifestazioni di protesta e di resistenza del popolo ucraino” e in “Piazza Tahirir” ci dice della “rivolta che nel luglio del 2013 scoppiò ad Al Cairo, in “Alla piazza di sangue” riprende il cerimoniale della temporadataurina con esplicito riferimento alla poesia che Federico García Lorca dedicò a Ignacio Sanchéz Mejías.
Quello che scrive Lorenzo Spurio, è un componimento assai complesso e articolato e non solo per le implicazioni di carattere emotivo, quanto per i contenuti, la costruzione sintattica e i continui rimandi alla poetica e agli studi compiuti da F.G. Lorca. Ciò che si nota nel testo di Spurio è una serie di quadri scenici che vanno a comporre una coreografia più ampia. Sono quadri dalle immagini vivide, fissate sulla pagina attraverso pennellate di metafore, personificazioni e allusioni di senso. In essi si ritrova ammirazione per la “festa taurina” come pure l’ardore di quel “fuoco creativo”, denominato gioco del duende con enunciati evocanti il cante jondo e gli studi sulla chitarra.
“Va fatta una distinzione essenziale riguardo all’antichità, alla struttura, allo spirito delle canzoni”, puntualizza F.G. Lorca durante la conferenza de “El cante jondo”, rilevando la differenza tra i due termini. Per cante jondo il poeta intende un gruppo di canzoni andaluse il cui archetipo è riconducibile alla siguriya gitana da cui derivano altre canzoni popolari. Le strofe di queste canzoni che prendono anche la denominazione di malagueñas e peteneras, sono consequenziali alle altre e la differenza risiede nel ritmo e nell’architettura musicale. Sono queste le canzoni che Lorca definisce flamencas “Colore spirituale e colore locale”, ecco la profonda differenza, dice ancora Lorca, precisando che il termine jondo è la deformazione dell’ebraico “jom tob”, giorno festivo, per cui il significato viene ad essere quello di canto liturgico. “L’ellisse di un grido/va da monte/ a monte” ed il momento in cui “si rompono i calici/ dell’alba (e) comincia il pianto/della chitarra” e proprio la chitarra è un altro degli argomenti che Lorca trattò nella conferenza del cante jondo. “Il maestro Falla afferma che la siguriya gitana è l’unico canto che il nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza” e appartiene alla categoria del cante di cui fanno parte anche i fandangos. “Nella casa bianca muore/la perdizione degli uomini/(mentre) la corda di una chitarra/si rompe” (F.G. Lorca, “Bordón”) e la petenera viene ad essere l’espressione leggendaria del cante jondo e sembra che per antonomasia derivi dalla cantante “la Petenera” che ha fatto nascere la superstizione che cantare peteneras dia di malaugurio per i cantanti e i musicisti gitani.
“Ay”, interiezione spagnola che corrisponde all’ahi italiano, ma coincide anche con l’uso di ah quale sospiro, preghiera , meraviglia; l’ay è l’elemento caratteristico dell’arte flamenco, utilizzato per intonare la voce, mentre l’ayeco, ripetizione di ay, è l’elemento con cui si giudica la capacità del cantor, il cantante. “I giorni di festa/vanno sulle ruote./La giostra li gira/ e li rigira” (F.G. Lorca, “Giostra”).
La “festa taurina”, il ballo collettivo e la Gigantera, la processione, chiudono le feste patronali che si concludono con “il toro di fuoco”, oggi sostituito con una carcassa metallica e fuochi artificiali. Durante la corrida le gradinate dell’arena esigono il contrasto tra le persone in abiti eleganti che vanno ad occupare la gradinata d’ombra e il pubblico che riempie la gradinata di sole. Tali gruppi, detti peñas, fanno baldoria, rallegrando le feste taurine con la gazzarra di canti e balli; la merenda, uno dei momenti tipici della corrida, è costituita da vivande forti, innaffiate con vino e altri alcolici. “La corrida non è una gara tra un toro e un uomo. É piuttosto una tragedia: la morte del toro, recitata dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo, ma morte sicura per l’animale”. Al toro, già fiaccato con picas e banderillas, quando è ancora vivo, vengono tagliate coda e orecchie, macabri trofei di uno spettacolo che “non è uno sport nel senso anglosassone del termine”.
“Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi” ed è un qualcosa di intraducibile perché non è una facoltà, bensì stile di antica cultura e “quando un artista mostra il duende non ha più rivali” e non esistono esercizi per poterlo imparare. Nella musica araba viene salutato con espressioni del tipo “Allah! Allah”, “Dio Dio” assai prossimi all’ “Olè” della corrida mentre nei canti della Spagna meridionale l’apparizione del duende è anticipata dal grido “Viva Dios” quale evasione poetica dal mondo reale.
Volendo stilare un’analisi comparata tra l’esposizione poetica di Spurio e gli argomenti fin qui enunciati, è d’obbligo tracciare una sinossi esplicativa in grado di evidenziare impalcatura e contenuti letterari del componimento in esame. In questi versi la plaza de toros si connota nelle espressioni tipiche della corrida quali “hola, aca toro, olé, ay”, qui poste a compendio di ciascuna strofa e che fanno da ponte verso la chiusa dell’intero componimento dove la frase “Malditos sean los ombres”, diventa quasi un dardo di maledizione. Nella terzina iniziale, proemio del componimento, l’immagine delle gradinate si delinea attraverso la figura temporale del vecchio che, carico di vecchiezza e affanni, ricerca un posto sulle gradinate d’ombra.
Nella strofa successiva, composta di otto versi, si evidenzia il quadro della “folla estasiata”, assimilabile ai gruppi delle peñas che fanno baldoria al suono “dolciastro” di un clarino che ha sostituito quello della chitarra mentre sotto il sole rovente la superficie dell’arena risulta una figura piana, “appiattita” anche dai sorrisi ingannatori, emanati dalle lamiere baluginanti di sole.
Ancora una strofa di otto versi a richiamare la petenera quale figura di malaugurio che si assimila alle “due veroniche congiunte” nella mediazione evocativa della morte che si delinea nell’intercalare di versi puntuali ed efficaci con l’uso di espressioni lessicali, mutuate dalla lingua spagnola come ad esempio “bravo” ad esporre l’atteggiamento coraggioso del torero, ma anche il suo fare superbo e sprezzante. Intanto la folla dopo aver consumato la classica merenda, inveisce e sputa insulti “animaleschi”. “Le ferite ardevano come soli/ e la folla rompeva le finestre/alle cinque della sera” (F.G. Lorca, “Lamento per Ignacio Sanchéz Mejías”). Una strofa di nove versi, la quarta in successione logica, mostra l’insegna borbonica che volteggia depressa, riconoscendo “legalità/ al disprezzo dell’uomo” e l’interiezione “ay” anticipa il dramma già annunciato nei versi precedenti.
Chiude il componimento, una specularità di immagini contrapposte, quasi una legge del contrappasso in nove versi, in cui da una parte si nota “l’abito del torero (che) non aveva luccicato” e dall’altra ci sono persone “in una taverna vicino alla plaza” che seguendo un’antica usanza mangiano coda con patate, facendo delle vivande un bottino di guerra da esibire come “pregiatissime medaglie”. “Non voglio vederlo/ Dillo alla luna che venga,/ che io non voglio vedere il sangue/ d’Ignacio sull’arena” (F.G. Lorca, op. cit.).
Pur nella sua complessità concettuale e nella sua ampiezza letteraria, il componimento di Spurio attua una teoria creativa che costringe il lettore ad un passaggio di lettura attento e ragionato, anche grazie agli spazi bianchi tra una strofa e l’altra che danno modo di soffermarsi e riflettere su quanto è stato già letto, continuando a centellinare l’iter narrativo in un apprendimento di fatti e agganci alla sua poetica e a quella del poeta spagnolo. Mi è sembrato, volendo guardare il numero dei versi di ciascun gruppo strofico, che l’autore non si è affidato alla casualità, bensì ha seguito un certo rigore matematico. Infatti il tre è un numero perfetto mentre il nove è suo multiplo e potenza del tre al quadrato; l’otto è multiplo di due e potenza del due elevato alla terza, ed è anche il doppio di quattro, schema che si assimila alla seguidilla, strofa formata da quattro versi brevi proprio come usa fare Spurio nel suo componimento che riesce ad accorpare due strofe e a scandire un ordine logico di basi e potenze letterarie e poetiche per un racconto che incanta, si fa medium di profonde emozioni e mostra il colore spirituale del duende.
Ci siamo chiesti sempre cos’è la Poesia? senza saperne dare una risposta certa. Così continueremo a interrogarci e a giustificare questo senso estetico che ci governa e ci domina definendolo il linguaggio più alto dell’uomo. La sensazione è quella di sostegno alle infinite carenze dell’umano destino, che pur nella caducità, nel limite del proprio orizzonte può intravedere una luce, anzi uno spiraglio in cui far volare alta l’anima vagabonda, sitibonda di fantasia e di sogni. La configurazione di ogni poetica è inconfutabile segno di pensiero, mostra la spiritualità dell’uomo fatto segno di svariate capacità intellettuali, con le quali si mette in confronto o parla agli altri simili attraverso il linguaggio diversificato della Poesia, in quanto Arte della parola, selezione di un linguaggio nobile e alato che riconduce al modello di una più marcata autonomia dell’individuo e dei suoi nobili ideali di spirito e d’intelletto.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
Faccio riferimento al diverso grado di interscambiabilità che fa parte della vera natura dell’uomo, che ha esigenza di un linguismo alto, per evincere il suo disperato anelito alla trascendenza, alla ricerca di una nobiltà d’animo e di intelletto. Le teorizzazioni che ne avvertono il distillato più profondo dell’essere, sono bisogni interiori che neutralizzano la disperazione e il limite irrisolto ed estremamente vanificante del suo status. La Poesia sta all’Arte come al Mito e come l’economia al versante finanziario, o la Pittura al tratto dell’Artista (con l’A maiuscola). Anche la Poesia, purtuttavia, interagisce e fa suo un sistema di vasi comunicanti all’interno dell’Arte: è parola che utilizza il meglio di sé per addivenire a strategie di pensiero che interrogano l’inconscio, il suo farsi territorio cogente di un piano alto di strutture umane che ad esso fanno capo. Infatti, non ci sembra che la filosofia, dalla quale l’Estetica si è staccata per sua precipua necessità, abbia fin’ora cessato di interrogare e interrogarsi sulle varie ragioni che hanno indotto la Poesia a manifestarsi come concetto -concezione vitalistica dell’intelletto- . Come Ente indipendente e fascinoso nella complessità del progetto di sviluppo e del progresso dell’uomo il dire poetico corrisponde ad un linguismo purificato da scorie e, dunque, sublimato nella fattispecie storica come un concetto a se stante. Riteniamo che la Poesia richieda il massimo sforzo direttament e al poeta stesso e per induzione al lettore che ne è il fruitore. Gadamer ha posto l’accezione che il metodo della Letteratura consista nella sua interpretazione testuale, ma anche nel sistema interno ai rapporti che intercorrono tra poesia e Storia. La Storia è il risultato dell’intelletto, il suo fine ultimo, il suo reiterarsi ed evolversi da un progetto d’intelligenza e di progressiva interazione con la Vita e le condizioni esistenziali dell’individuo. Oggi i mezzi di comunicazione fanno del poeta un emarginato, perché la multimedialità telematica ha soppiantato la parola “del cuore”, ma forse ignora o pretende d’ignorare le ragioni stesse delle sue esigenze intellettive e intellettuali. La scrittura poetica è ben lungi dall’essere assimilata dall’iconografismo moderno, dalla sua spinta propulsiva all’utile e non al valore in sé. L’invenzione, la fantasia, l’estro del poeta restano a testimoniare ilpostmodernismodella società volto al suo nichilismo epocale. Sembra un paradosso ma, oggi i poeti sono statisticamente più numerosi che in passato, proprio per la funzione diffusiva di internet e della telematica. Il metalinguismo che si instaura come simbolo di autenticazione del poeta è la -vis – formale che non pone alcun veto alla creatività. Il potere creativo della fantasia è l’atto stesso della sua istanza scrittoria, il quale sembra appartenere interamente all’artista. Quando la Poesia tocca – lo status di grazia– il pathos che ne consegue è espressione selettiva dell’emozione, che si va a configurare come visione utopica del mondo. L’arte non fa che aderirvi, essere l’archetipo, ma è pur sempre la vocazione a dare il segnale più importante. La Poesia riposa nell’inespresso, è sempre lontana da noi, perché fa parte dell’immaginario e del sogno, pur se si configura come la trasfigurazione della logica comune. L’ispirazione in Poesia non ha ore fisse, né lavora a freddo, come su un vecchio marmo da laboratorio, non è neppure – repechage mnemonico – perché il verso non si tiene in memoria, svola con la stessa rapidità dell’aria, si spegne come lampadina con l’interrutore. E’ tutto e niente delle proprie capacità, che temerariamente, vengono esposte e mostrate ad un pubblico più vasto. Non corrisponde quasi mai a tempi e luoghi prestabiliti. Possiede il massimo della sua libertà e autonomia. E’ dono di elezione e basta. Borges dichiara: “vedo la fine e vedo l’inizio, ma non ciò che si trova nel mezzo. Questo mi viene rivelato gradualmente, quando l’estro o il caso sono propizi”. Ecco, dunque, il mistero che conduce per mano la poesia: un Ente intellettivo, una risorsa del pensiero cogente che conduce l’intelletto all’azione creante. È come se da un’archeologia antropologica andassimo a scoprire le tracce sbiadite di una stratificazione millenaria. Se ne ritrovano i reperti storici che sono disvelamento e scavo, scoperta di un processo intellettivo cui l’uomo è finalizzato. Ma non ne troveremo mai la spiegazione. Il poeta è guidato dalla passione, dall’estro, talvolta dalla duttilità, dalla versatilità della parola che sa divenire strumento, forma, contenuto di una ortodossia concettuale più vasta. In Poesia si procede a tentoni, a volte si avanza nel buio più fitto, solo qualche volta si “esce a riveder le stelle“. Dice Valery: “solo il primo verso, in una poesia è donato dagli dèi”, in ogni modo non è detto che sia possibile innescare il segnale metapoietico, e neppure sempre è possibile realizzare il capolavoro che cerchiamo.
Vi sono molti modi per sgrovigliarsi dalla morsa della Poesia, che come Mistero pervade e assolve. Senza colpa alcuna, si entra nel meccanismo poetico e se ne viene a tal punto travolti, da non poterne più fare a meno. Chi scrive Poesia, la fa per sempre. Non vi è percorso più obbligato di quel sentiero impervio, scosceso, ai limiti dell’isolamento. Come un calco nell’argilla la parola del poeta s’innesta, s’incista al centro di un mistero fittissimo. Perché facciamo poesia? perché scriviamo in versi? quale forza ci spinge a decifrare segnali dell’oltre? interpretare una lingua aliena che ci scruta dentro l’anima e ci fa pronunciare ai limiti del sogno. Vi sono imponderate ragioni per farlo. Prima d’ogni altra cosa, l’inclinazione. Vi è nella poesia una sorta di predisposizione, un input di cui sconosciamo la ragione, che ci permette di collegarci con la parte più profonda e abissale di noi stessi. Il poeta sa che ogni parola origina ab interiore ed è il risultato della sua indagine conoscitiva, del suo percorso umano, del suo sentire acuto e impaziente che cerca il dialogo con l’esterno, si fa testimonianza di una presenza spirituale che comprende la forza e le finalità del suo intendimento, le quali spesso corrispondono all’esatto richiamo della coscienza e dell’intelletto: vi è uno strano connubio tra il pensiero poetante e la liturgia verbale del linguaggio lirico, fatto di premonizioni, di sensazioni, emozioni, suggestioni mai placate, spesso sdrucciole, impermeabili a qualsiasi altro richiamo che non sia il significato irrisolto della propria ragione insondabile, quanto mutante, il segno inconfondibile della propria identità. In poesia si può trovare l’evidenza di un tragitto che paradossalmente appare normale, ma che a ben vedere è ostico, difficile, tragico e quasi sempre implacabile. Ci pone interrogativi, ci indica la sua irriducibilità, come atto di fede, che si articola nel sentimento e nell’abbandono a parole desuete, come se l’assillo inquietante di un significato “oltre” ci pervadesse. La natura stessa cangiante e mutevole ci fa da sfondo, è il cimento ininterrotto del poeta, il suo vivaio d’immagini, di passioni, di riferimenti pulsanti, vi fa da sonda interagendo con ogni accelerazione, che riesce a muovere le corde intime e ben controllate del cuore. La scrittura poetica è quasi sempre l’imprevedibile espressione che sollecita con lucidità e senso tutte le pulsioni. La Poesia si confronta con le perturbazioni del mondo, con le sue assenze, le sue varianti, le eccedenze, le contraddizioni. Essa è perciò la molla di un cimento ininterrotto tra l’ego e il suo contrario, la presenza materica della sua necessità ne prende atto come di un evento irriducibile, che si dipana dal mistero per proiettarsi dentro e fuori da ogni tautologia, infondendo alla consapevolezza del pensiero la necessaria forza per redimere la bellezza minacciata dalle brutture del mondo, quasi catarsi, dunque, evocativa di meraviglie e metamorfosi.