I° EDIZIONE “POESIA NEL BORGO” – CONCORSO NAZIONALE
La Chiesa di S. Giovanni Battista a Montignano di Senigallia (AN)
Organizzato da : LA BIBLIOTECA COMUNALE “ LUCA ORCIARI “- ASSOCIAZIONE PROMOTRICE MONTIGNANESE IL CENTRO SOCIALE ADRIATICO – CON IL PATRICINIO DEL COMUNE DI SENIGALLIA Tipologia degli elaborati : poesia inedita (massimo 36 versi compresi gli spazi) Il concorso sarà diviso in due ( 2 ) sezioni A e B A – poesia in lingua italiana B – poesia dialettale seguita da traduzione il lingua Livello metrico e ritmico libero. Tema : libero Modalità di partecipazione: Ogni opera deve essere inviata tassativamente in via informatica All’indirizzo di posta montignanopoesie@libero.it – per chi trovasse difficoltà Inviare il cartaceo al seguente indirizzo: Biblioteca “Luca Orciari” – Via Del Campo Sportivo ,1/3 – 60019 Marzocca di Senigallia ( AN ), Inserendo all’interno del plico oltre alle poesie ed i dati personali dell’autore la copia del pagamento effettuato. Farà fede il timbro postaleGeneralità da specificare nell’email : nome, cognome, età, indirizzo, telefono, email, aggiungere la copia del cedolino del versamento eseguito in PDF. Non saranno ammesse opere già edite. Gli elaborati non saranno restituiti. Inviare le poesie in PDF tipo carattere Times New Roman dimensione carattere12 Per la sezione B dovranno essere allegate le traduzioni in lingua italiana e sarà utile come valido supporto non obbligatorio allegare una registrazione in Windows Media Audio (WMA) per una più approfondita valutazione del testo poetico. Tutte le opere saranno conservate nell’archivio del concorso
Quota di iscrizione : il candidato può concorrere con n° 2 poesie. è richiesto un contributo di partecipazione, quale tassa di lettura, di 10,00 € (l’importo è valido per n° 2 poesie ) da versare sul Conto Corrente Bancario IBAN IT 29 V 08839 21301 000050150650
BANCA SUASA CREDITO COOPERATIVO, FILIALE DI MARZOCCA
Intestato: ASSOCIAZIONE PROMOTRICE MONTIGNANESE Strada della Grancetta s.n. MONTIGNANO DI SENIGALLIA (AN) Causale: partecipazione al concorso letterario nazionale “ La poesia nel borgo” Scadenza invio file :31-05-2015 Per i minorenni autorizzazione di uno dei genitori Limite di età : non possono prendere parte al concorso tutti coloro che non hanno ancora raggiunto i 15 anni di età. GIURIA: la giuria del Premio, il cui giudizio è inappellabile, sarà costituita: da critici d’arte e letterari, poeti scrittori… i cui nomi saranno resi noti alla premiazione Premi : per ogni categoria 1° CLASSIFICATO = targa + pergamena 2° CLASSIFICATO = targa + pergamena 3° CLASSIFICATO = targa + pergamena Saranno, inoltre, assegnati i seguenti premi : menzioni speciali e menzioni d’onore a discrezione dell’associazione e della giuria, tutti i partecipati riceveranno attestato di partecipazione. La cerimonia della premiazione si svolgerà il 22-08-2015 in Montignano di Senigallia AN – Nella piazzetta antistante la chiesa parrocchiale di Montignano o, in caso di cattivo tempo all’interno della medesima Chiesa. SVOLGIMENTO DELLA MANIFESTAZIONE Apertura della serata conclusiva: inizio alle ore 18,15 eventuali comunicazioni saranno inviate tramite posta elettronica, saranno comunque visibili sui gruppi Facebook (Amici della Biblioteca “Luca Orciari” – POESIA E COLORI – RIME DI MARE – LE PAROLE RACCONTANO – LUCE) È possibile contattare anche per informazioni Elvio Angeletti al n° 366 8642034 Biblioteca “ Luca Orciari” nei seguenti orari dal lunedì al venerdì 9,00 alle 12,00 e dalle 15,00 alle 18,00 Il presidente dell’Associane Promotrice Montignanese Elio Mancinelli
Una sola cosa si può dire per riassumere il mostruoso curriculum artistico di Ninnj Di Stefano
Busà: quarant’anni di poesia alle spalle come editrice, pluripremiata poetessa e giurata in una
moltitudine di premi alle spalle. Poi arrivo io, ilpiccoloVilla, a chiederle se posso scrivere le sue
opinioni sul panorama letterario italiano ed eccola: un fiume in piena di parole che scaturiscono
dal profondo, dai decenni di esperienza e da un’amarezza senza fine per quello che ai suoi occhi è
un disfacimento morale prima ancora che artistico italiano.
È a questo punto d’obbligo chiederle cosa pensa a proposito dell’odierna scena nostrana della
poesia e della letteratura in genere e, già che ci sono, proverò a chiederle qualche ‘dritta’.
Ninnj, come vede il panorama dei nuovi poeti di oggi?
L’odierna scena italiana della poesia mi lascia basita e mi fa paura, tra non molto la poesia
come “oggetto” letterario uscirà di scena completamente, ciò si verificherà non tanto per
assenza di poeti, né perché la poesia decade come oligarchia di culto intellettuale.
Semplicemente per un contraddittorio e una scena di decadimento di valori e di correttezza
intellettuali ai quali nessuno può più opporre rimedio. Ritengo che se non fosse grave
potrebbe apparire buffo in egual misura.
Succede anche questo in Italia, sapete? L’Italia delle contraddizioni, degli anacronismi,
delle antinomie, dei contrasti a cielo aperto? Ecco di quella vi parlo, di quell’italietta da
quattro soldi scarsamente equiparata al progresso indietro di almeno 30 anni rispetto ai partners europei
più consolidati e mastodontici veri mastini del mercato internazionale: I poeti chi sono,
questa brutta razza dannata? Premono e battono per essere introdotti, ahimé…povera gente! Illusi, veri stakanovisti del “rifiuto” insistente e persistente. Ma dove
vogliono andare? Cosa pretendono? Sono malvisti, ridotti al ruolo di sudditanza a causa della
incuria dell’indifferenza e del malcostume degli editori governativi di non tenerli in
considerazione, essi sono obbligati a ripiegare sulle case editrici meno blasonate,
cadendo in mano ad un sottobosco che ne intercetta solo l’introito. Eppure la vena
letteraria italiana sarebbe una risorsa per il paese in crisi… Sempre meglio che un ventre piatto dalla fame che ci sorprenderà alle spalle, d’improvviso,
come una catastrofe, che nessuno ha giudicato tale fino al momento di esserne subissati.
È noto che fra te ed il mondo editoriale italiano non corre buon sangue.
Cosa non funziona e perché?
Gli editori italiani di rango (noblesse oblige) volgono altezzosi e indifferenti le loro
attenzioni alla narrativa straniera, sempre proni a dare ad altre nazionalità onori e
gloria perpetrando un insulto agli autori nostrani.
I direttorini editoriali grandi marche, per lo più giovani baldanzosi e bizzarri, fortemente
vanitosi che da loro stessi, in piena autonomia gestiscono la sponda editoriale,
autodefininendosi da soli padreterni, o “deus ex machina” intricati nella politica nostrana,
ammanigliati coi più alti vertici dell’establishement, fanno gli snob, con gli scrittori
(e i poeti) disdegnando le loro opere, senza neppure dar loro un’occhiata di demerito.
Siatene certi che dal filtro intransigente transita però l’amico dell’amico, il vicino di casa,
l’anonimo sconosciuto al quale è giusto dare credito intellettuale, mentre non vale niente
quello che dice o scrive la “massa” fluida, il corpo senza testa di tanti anonimi illusi…
Così definiscono l’onda anomala degli scribacchini: una marea di gente megalomane che
senza avere le carte in regola si mette in testa di sfondare…si spranghino le porte, si butti nella spazzatura ogni opera inedita, ogni romanzo o
raccolta di poesie provenienti da pianeti sconosciuti, tanto è “fuffa” senza sospettare
che tra cotanto pattume, ci possa essere il Pirandello della situazione, il Vate della poesia,
il solipsista silenzioso che fa la differenza.
Ma tant’è così è se vi pare: la compattezza è d’obbligo, l’ostilità a leggere “robaccia” del
popolo, senza l’avallo o il nullaosta di camerille, di congreghe, o altri rimestamenti/
accomodamenti è necessaria perché questi “individui” imparino la lezione: non si entra
senza la chiave, è severamente
vietato.
Qual è l’errore tecnico più frequente che riscontri nelle nuove leve e cosa
suggerisci per porvi rimedio?
Io non sono “nessuno” e non posso suggerire nulla, anche perché ho ricevuto anch’io porte
in faccia…ma non mi preoccupo di questo, vi passerò da morta, perché sono in grado di
valutare (e molto severamente) meriti e demeriti di chi opera in campo, sono feroce con
me stessa tanto quanto lo sono quei bellimbusti che non si peritano di rispondere neppure
con un rigo di diniego ai fantomatici appelli.
E degli autori che si autopubbliccano cosa pensi? Sbagliano o sono una
risorsa in più per la letteratura italiana?
Degli autori che si autotassano per le loro pubblicazioni penso che sono una piccola
risorsa in un momento di crisi obiettiva, di oscuramento delle capacità imprenditoriali
del paese, una piccolissima addizionale riserva economica che fa vivacchiare i poveri
cristi, ma non cambia il principio e la portata del fenomeno. Siamo un popolo che non
potrà progredire, non potrà andare troppo lontano, perché troppe sono le incongruenze,
le detrazioni morali, le defaillances del sistema. Ci fa difetto l’intelligenza, l’amor proprio, il senso del dovere, l’orgoglio,
siamo pecore in un recinto di caproni, per via deduttiva dovremmo essere già naufragati, salva il famoso humour, l’allegria degenere, la irrefrenabile ironia di saper sopportare
impunemente la defenestrazione di ogni categoria pensante (vedasi scuola, ricerca etc).
Ma ancora per quanto tempo?
Qual è per Ninnj lo scopo della poesia?
Per me è la vita, non credo lo sia per tutti, la vetrina della vanità dà per scontato il suo
“fine” che è invece un mezzo per elevarsi sempre più alla condizione di homo sapiens.
Io conduco imperterrita la mia battaglia per la poesia da quarant’anni, senza mai una
defezione, un ravvedimento, senza guarigione, dalla poesia quando è vera non si guarisce
mai, è un morbo che t’infetta, un virus che ti contamina l’anima, la si ama più della
propria vita, perché essa è espressione primaria della propria coscienza morale.
Ne ho combattuto i detrattori mostrando unghie e denti a coloro che non credono
nelle capacità catartiche di questa risorsa umana. La poesia mi dà gioia, serenità
nei momenti difficili, mi conduce per mano da quando avevo tredici anni.
Non l’ho mai abbandonata, la mia fedeltà assoluta alla causa vorrà pure dire
qualcosa, la considero la mia seconda pelle.
Una domanda che non ti hanno mai fatto ma cui avresti sempre voluto
rispondere.
Una domanda che non mi hanno mai fatta? Perché scrivo? Risponderò con tutta
sincerità, non lo so: madre natura mi ha dotato di un cervello vigile e lucido, cerco
disperatamente di metterlo a disposizione degli altri, non so sinceramente se vi riesco,
l’intenzione è quella di aprire punti di riferimento, fare da battistrada a risolvere
incongruenze e defezioni. Non dimenticate che il mio segno zodiacale è acquario:
portatrice di bene per antonomasia, infatti è contrassegnato da una fanciulla
che regge una giara d’acqua, quale bene più grande!
C’è amarezza ma no cattiveria in queste parole asciutte che fanno soltanto
riflettere, non lasciano nulla da aggiungere nulla.
E per chi non la conoscesse, ecco il “breve” curriculum della Di Stefano Busà: solo un
riassunto, tanto per gradire.
Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà
Nata a Partanna, vissuta nella prima infanzia in Sicilia, ha iniziato a scrivere, incoraggiata da Salvatore Quasimodo, suo corregionale e amico di famiglia.
Tra i ventitre libri pubblicati che le hanno valso alcuni dei premi letterari più
prestigiosi, ricordiamo almeno gli ultimi titoli: Tra l’onda e la risacca (2007),
L’Assoluto perfetto (2010), Quella luce che tocca il mondo(2011), La traiettoria
del vento (2012), Il sogno e la sua infinitezza (2012), La distanza è sempre la
stessa (2013), Eros e la nudità (2013), Ellittiche stelle (2013). In saggistica:
Il valore di un rito onirico (New York, 1990; L’Estetica crociana e i problemi
dell’arte (1986). E’ collocata nella Storia della Letteratura Italiana (6 vol. per i Licei
e Scuole superiori, Ed. Simone). Si occupa di critica letteraria, saggistica, giornalismo,
narrativa. Un suo romanzo: Soltanto una vita è uscito con Kairos Editore nel 2014.
Ricopre il ruolo di Presidente di un programma culturale internazionale con il
Governo e il Consolato dell’Ecuador, di cui è stata insignita per meriti letterari
dell’onorificenza di Gran Dignitario. Per Kairos Ed. 2013 ha curato l’Archivio Storico 1990-2012 per le Scuole: L’Evoluzione delle forme poetiche (un ventennio dei più rilevanti
Quando lo sdegno diviene poesia: Neoplasie civili di Lorenzo Spurio
(Edizioni Agemina, Firenze 2014)
Quando a cimentarsi con la poesia è una tra le menti più brillanti della nuova generazione di critici letterari, i risultati vanno oltre la poesia stessa, e colpiscono proprio per la costruzione di una silloge che esprime volutamente nello stile e ancor più nei contenuti una poetica della non-poeticità.
Mai come oggi, in una società malata di ogni tipologia di violenza e di negazione della dignità umana, diviene quasi inevitabile che chi s’interessa di letteratura affronti l’impatto con la realtà e ne denunci impietosamente le storture.
Così, il verso poetico rinuncia in partenza a ogni orpello retorico, a ogni tentazione estetizzante e perciò stesso qualunquistica, e, in nome di un’arte che non può essere fine a se stessa, ma intende servire l’uomo e la contemporaneità, diviene grido.
E grida le tragedie che si consumano in ogni angolo del mondo, dalle steppe caucasiche alle regioni desertiche, dove diversi sono i protagonisti, differenti le motivazioni, ma uno e medesimo è il sangue che scorre, una e una sola è l’umanità che geme, umiliata, ferita e oppressa.
Non ci sono più favole, nel mondo così crudamente descritto dall’Autore: non ne è più il tempo, nei luoghi ove risuona il rombo crudele della mitraglia, o dove i bambini vengono coperti di lividi e seviziati nel silenzio.
Lorenzo Spurio
E’ poesia di denuncia, quella di Lorenzo Spurio, come di denuncia è la sua raccolta di racconti La cucina arancione, che raccoglie idealmente il testimone del maestro Ian Mc Ewan, al quale il giovane critico ha dedicato un saggio illuminante sulla ineluttabilità di avere il coraggio di alzare il velame delle reticenze e dell’omertà di fronte agli abusi e alle tragedie che si consumano ogni giorno nei rapporti interpersonali e nelle famiglie.
Le formazioni che come un cancro corrodono le strutture e le sovra-strutture sociali e ne decompongono progressivamente la morfologia, hanno nomi non meno inquietanti delle patologie anatomiche: si chiamano Potere, Servilismo, Omertà, Oppressione, Violenza, Negazione, Opportunismo, e la serie potrebbe continuare all’infinito.
Gli ambiti privilegiati dove proliferano le cellule malate, oltre alle realtà civili e private, dagli interni borghesi agli ambiti lavorativi, sono quelle più ampie della Polis, dove la politica intesa come arte di servire la comunità è scomparsa, e ha lasciato il posto allo spettro onnipervadente del Potere.
Un potere che si trastulla nei giochi dei palazzi, e che conduce alle migliaia di morti nelle piazze nei regimi totalitari e dovunque l’essere umano sia stato degradato a strumento e a oggetto.
In questo scenario quasi apocalittico, si stagliano nitide le figure esemplari ed emblematiche delle vittime innocenti, come la dolce e sventurata Lady D., o come i bambini poveri che tentano di giocare sotto il fuoco dei cecchini, “tra le pozzanghere nere senza fine”.
Un libro amaro, che non cerca di compiacere o di blandire nessuno; una silloge che è un colpo di frusta ai costumi e ai mal-costumi del nostro tempo e al tempo stesso ne è una fotografia amara e indignata, in virtuale omaggio a quel “facit indignatio versum” di antica memoria, in cui Giovenale, anch’egli giovane e brillante intellettuale, testimone di un’età in disfacimento, asseriva che la propria opera poetica era dettata dallo sdegno di fronte al male dilagante.
Un’opera che induce a riflettere, non per fuggire, ma per cambiare e iniziare a sviluppare, prima del baratro, una speranza di costruttività.
Componente della CommissionepariOpportunitàdellaRegione Marche.
Lettrice: prof.ssa Luana Giovanelli
Immagini: prof. Michele Giacomazza
Coordinatrice: prof.ssa Ersilia Riccardi
Un incontro che avrà la capacità di dare, attraverso le immagini e le poesie che integrandole fungono loro da commento, un messaggio di speranza, di fiducia negli affetti e nella vita, a testimonianza di come essa non venga mai sconfitta.
Sarà presente l’autrice che firmerà alcune copie del libro.
“LE RIVISTE DI CULTURA NELL’ ETA’ DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE”
Giovedi 11 DICEMBRE ore 15,00
FIRENZE
PALAZZO BASTOGI
Via Cavour n. 18
Il convegno nazionale Le riviste di cultura nell’età della comunicazione globale intende porre all’attenzione dell’opinione pubblica, delle Istituzioni e degli operatori del settore la situazione delle riviste culturali italiane e il dibattito sul loro ruolo all’interno della società contemporanea. Come si può ricavare dal programma, il convegno mira a rappresentare le voci di molteplici attori, dalle riviste stesse agli operatori locali, passando per i settori ministeriali coinvolti, la stampa e gli editori di grandi riviste a carattere nazionale. L’incontro, promosso dal CRIC (Coordinamento Riviste Italiane di Cultura) e dall’ Assessorato alla cultura della Regione Toscana (nell’ambito della “Festa della Toscana” 2014), intende porre l’accento su un interrogativo di cardinale importanza nel “tempo della complessità “ in cui ci è dato vivere: è sufficiente il flusso ininterrotto delle notizie e delle immagini cui, nel “villaggio globale”, siamo ormai assuefatti per garantire la crescita della coscienza civile e la consapevolezza culturale dei cittadini degli anni duemila? E’ intorno a tale questione che ruoterà il dibattito del Convegno che, ricollegandosi ad un percorso già avviato nell’ambito dei lavori del Consiglio Regionale nella scorsa legislatura ed ai contenuti conseguentemente esplicitati nel Testo Unico regionale della cultura, rimanda al ruolo che, per stimolare l’uso della riflessione e della ragione critica. possono avere le riviste di cultura. Strumenti apparentemente desueti e “novecenteschi”, secondo una rappresentazione superficiale e liquidatoria, che, pur dovendosi confrontare con i problemi pressanti della crisi dell’editoria e con la sfida delle nuove frontiere della multimedialità e dell’innovazione tecnologica, possono, recare un contributo tutt’altro che marginale alla costruzione di un “nuovo umanesimo” fondato sul carattere interdisciplinare delle conoscenze e sul permanente e pluralistico dibattito fra identità e visioni culturali diverse. E’ con con quest’ispirazione che, da anni, sta lavorando il CRIC in collegamento con importanti esperienze europee (cui nel Convegno verrà data voce) ed è con questo intendimento che è promosso (con la Regione Toscana) questo appuntamento: per impedire che una grande tradizione come quella delle riviste culturale italiane vada dispersa e per far sì che una ricca pluralità di esperienze vitali espresse della piccola editoria, dall’associazionismo e dai centri culturali possa trovare nuova linfa e dare un costruttivo apporto a quel libero dibattito delle idee in cui nel “tempo della complessità” c’è più bisogno che mai.
“Non era tempo per favole e idiote freddure, quello. Il sole riscaldava l’erba, l’aria e il cemento, ma non me.” (p. 34)
La raccolta di poesie di Lorenzo Spurio è dedicata ai più scottanti e sensibili temi di attualità. Si tratta principalmente di componimenti brevi e sintetici che mirano, con estrema chiarezza, più che a offrire un punto di vista o a spiegare un’opinione personale, a comunicare una sorta di frustrazione, rabbia, impotenza, e delusione nei confronti di fatti e avvenimenti che, per forza di cose, ci vedono semplici e apatici spettatori.
È una poesia di impatto, quasi cinematografica e non sempre lirica. Si dipana per frame, inquadrature e cornici: grandangoli e primi piani che, nella più perfetta scia autoriale, disegnano una linea precisa, un percorso da seguire che conduce il lettore/spettatore verso un sospeso finale.
Poesie veloci, immediate, urgenti perfino. Leggendole si sente la spinta emotiva, l’esigenza impellente e dirompente di comunicare, di mettere nero su bianco un groviglio di pensieri e sensazioni che il poeta sembra provare lì, proprio sotto i nostri occhi, indipendentemente dal tempo della narrazione.
Sebbene siano poesie “facili” e non ermetiche, non sono tuttavia “semplici”: per capirle è necessario essere informati e aggiornati sui fatti del mondo. Lorenzo Spurio si rivolge al suo pubblico da ‘pari’ e non da ‘maestro’: non pretende di insegnare, ma di ‘dialogare’ come tra amici al bar, con il giornale davanti.
Nelle parole si sente fortissima l’amarezza, la disillusione, la frustrazione per un mondo governato poco e male, in cui a essere bendata non sembra tanto la dea fortuna quanto piuttosto la classe dirigente che, nella sua ‘disabilità’ visiva, sembra essere incapace di prendere decisioni o tanto meno di compiere azioni risolutive, nel bene e nel male.
Pessimismo? Forse, ma personalmente preferirei definirlo uno smaccato e concreto realismo. Come nella favola dei vestiti dell’imperatore, immagino Lorenzo lì con il dito puntato a farci vedere che il re e tutti i suoi cortigiani sono nudi e, quel che è peggio, ne sono perfettamente consapevoli.
Le poesie di Lorenzo sono come una sveglia puntata, suona e risuona finchè qualcuno non la spenge o la ascolta e faticosamente si alza e compie il suo dovere. Piccoli allarmi che, come scosse e impulsi elettrici, cercano di scuotere menti assopite e assuefatte da un’informazione omogenea e preconfezionata.
Protesta? Ribellione? Non sempre. Resta più una forte impressione di dura consapevolezza, una definitiva e inclemente sottolineatura che non permette secondarie vie di fuga.
Lorenzo usa le parole come uno specchio che, in modo diretto, riflette quello che vede e lo mostra agli occhi del mondo in modo imparziale e temperato.
Infatti, nonostante i sentimenti del poeta siano chiaramente avvertibili all’interno del testo, non si supera mai la misura. Il linguaggio è sempre quello di una pacata ‘discussione’ tra l’autore e il mondo, mai quello di una lite accesa e furibonda. Lorenzo non ha litigato con il mondo, non vuole isolarsi o allontanarsi da esso, ma lo invita a sedersi a un tavolo e a discutere per vedere se c’è modo di risolvere i problemi.
Una relazione non facile, senza dubbio. Personale e pubblica allo stesso tempo. “Civile” come dice il titolo stesso della raccolta. “Civile” significa infatti anche “educato”: saper condurre, ad esempio, una conversazione senza esasperare i toni, senza aggredire, né offendere l’interlocutore. E, in tempi in cui la parola sembra essere diventata un’arma distruttiva più che un mezzo di comunicazione, la “civiltà” suona come un valore anacronistico, retaggio di un passato lontano e perduto.
L’immagine del poeta è proprio quella di un uomo che cammina per la sua strada, con l’espressione seria ma decisa, i pensieri ben chiari in testa che aspettano solo l’occasione giusta per essere espressi e trasmessi.
Questo libro lo è: è l’occasione giusta per aprire gli occhi, spingere alla riflessione e al dialogo. “Civile” nella forma e nella sostanza.
Come previsto dal bando di partecipazione della III Edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, la cui premiazione si è svolta lo scorso 15 nov. a Firenze, si è provveduto ad inviare alla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) in versamento mediante bollettino postale i fondi raccolti derivanti dalla vendita della antologia con le poesie vincitrici, menzionate e segnalate.
A continuazione la foto del versamento effettuato e la lettera di accompagnamento che verrà inviata in cartaceo alla FISM con copia della antologia.
Per chi fosse interessato ad acquistarne una copia, il costo è di 15 € comprensivo di spese di spedizione a mezzo raccomandata e deve scrivere a arteinversi@gmail.com
Ricordiamo che l’iniziativa concorsuale era patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN).
Vi aspettiamo a Gennaio con la nuova edizione del Premio!
Lorenzo Spurio
Presidente del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”
Sabato 15 novembre 2014 a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci in Piazza de’ Ciompi 11 si è tenuta la serata di premiazione della terza edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dalla Ass. Culturale Poetikanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi. L’iniziativa concorsuale è stata patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN). Durante la serata si è data lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per la selezione delle opere vincitrici, menzionate e segnalate.
La Giuria presente era costituita da: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio – Direttore della Rivista di lett. Euterpe, scrittore e critico lett.), Marzia Carocci (Presidente di Giuria, scrittrice, poetessa, recensionista), Michela Zanarella (poetessa, giornalista), Annamaria Pecoraro (Direttrice di Deliri Progressivi, poetessa e scrittrice), Iuri Lombardi (Presidente Ass. Poetikanten, poeta e scrittore), Salvuccio Barravecchia (poeta).
La Giuria era costituita inoltre da altri giurati che non sono intervenuti fisicamente durante la premiazione: Martino Ciano (Scrittore), Giorgia Catalano (poetessa, scrittrice), Ilaria Celestini (poetessa, scrittrice), Emanuele Marcuccio (poeta e aforista), Luciano Somma (poeta) e Monica Pasero (poetessa, scrittrice).
Ad allietare la serata sono stati i ballerini di tango Giuseppe e Cristina Salerno della Scuola Pasion de Tango di Firenze accompagnati dal poeta Luis Algado e dalla attrice Elisa Zuri.
I proventi derivanti dalla vendita dell’antologia, edita da Poetikanten Edizioni, saranno devoluti -come da bando del concorso- alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
Di seguito alcuni scatti della serata (per i quali ringraziamo la bravissima Deborah Larocca) e…. ci auguriamo di ritrovarci alla prossima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”!
LA COMMISSIONE DI GIURIA
(Da sinistra Michela ZANARELLA, Annamaria PECORARO, Iuri LOMBARDI, Salvuccio BARRAVECCHIA. Marzia CAROCCI e Lorenzo SPURIO)
Michela Zanarella
La Giuria
La Giuria
Marzia Carocci e Lorenzo Spurio
Michela Zanarella e Annamaria Pecoraro
La Giuria
Iuri Lombardi e Salvuccio Barravecchia
La Giuria
Iuri Lombardi
Lorenzo Spurio
Marzia Carocci
La Giuria
VINCITORI
Sandra Carresi vincitrice del Premio alla Carriera Poetica
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Anna Barzaghi vincitrice del 1° premio per la poesia in lingua italiana
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luciano Gentiletti vincitore del 1° premio per la poesia in dialetto
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Luisa Bolleri vincitrice del 2° premio per la poesia in lingua italiana
Nunzio Buono – vincitore del 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano
Nunzio Buono – vincitore 3° premio ex-aequo per la poesia in italiano – Legge Gianluca Regondi
MENZIONI D’ONORE
Roberto Ragazzi
Eleonora Rossi
Laura Faucci
Maria Grazia Vai
Maria Grazia Vai
Maria Immacolata Adamo
Nunzio Buono
Gianluca Regondi
Roberto Ragazzi
SEGNALATI DALLA GIURIA:
Marco G. Maggi
Anna Pistuddi
Anna Pistuddi
Attilio Giorgi
Attilio Giorgi
Marco G. Maggi
MOMENTO DANZANTE: Giuseppe e Cristina Salerno
Il poeta Luis Algado
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Giuseppe e Cristina Salerno – Passion de Tango (Firenze)
Credo che gli uomini abbiano perso la capacità di sperare, di incrociare gli sguardi per guardarsi vicendevolmente negli occhi, per sentirsi meno soli, così nei versi di Lorenzo Spurio:
si aspettava una folata di fumocome un segnale tribalee intanto il mondo lottavae la gente si dava la mortein ogni angolo del pianeta
Come ne “Il fiore giallo” se gli uomini riuscissero a sintonizzarsi sulle emozioni degli altri, per farle proprie, per armonizzarsi con l’universo e sentirsi una scintilla nel microcosmo, godrebbero del privilegio di sentirsi parte di un tutto e non un elettrone sfuggito al alle casualità del fato:
Di colpo mi son chinato a terrae al margine di un marciapiedeho colto un fiore giallocresciuto lì, forse per sbaglio
e con timore sospetto che il Cielo sia vuoto di rassicuranti convinzioni, Spurio affida al capriccio del destino, tra disperazione e speranza, l’anelito ad una visione di trionfo del Bene:
Ho odorato ancora il fioreaccorgendomi che esalava tristezzae bisogno d’amore
anche se profetizza l’impossibilità a vedere una luce in “Ridicolous Job Act”
o quando con il comandante oceanicorabbuiato per la sua colpaaccoltellava l’umanità di angosciacon il traghetto-catafalcoricorda il tragico ed evitabile naufragio al largo della Corea del Sud.
Il misurarsi con le tragedie delle quotidianità gli consente forse di esorcizzarne i tratti, pur conservando la drammatica consapevolezza di trovarsi di fronte a laceranti geometrie, crepuscolari deliri nella solitudine che annichilisce e che ricorda Primo Levi in Se questo è un uomo:” L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano”
Così il nostro poeta, in Neoplasie civili, riscopre la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezza della sopraffazione, come in
Quando nel mondo si spara,Gea si occulta la vistae corre ad occhi serrativerso rovi e sterpi acuminatiper accecarsi
Alla fine forse solo l’affermazione del proprio io su tutto ciò che sta intorno, garantisce la propria inviolabilità, in un gioco di apparenti contrasti, dove la fuga ritaglia lacerti di salvezza, sia un sogno o una speranza: la morte come avventura della ragione, certezza metafisica di chi comprende quanto tutto sia incerto:
Sconvolto correvo per le vie,allungavo la falcatae correvosempre più veloce,correvo……la vita mi scorciò per sempre.Ora son gl’altria cantar le mie pene.Forse
Una freschezza adolescenziale nei versi di Spurio calibrati da una scelta originale delle parole e dei contesti, vibrati da una emozione che cerca di mascherarsi nella penombra di riferimenti nietzschiani, dove l’uomo si libera da ogni forma di trascendenza, arrendendosi al non senso oltre l’essere
Riflettei sulla storiache raggruma cancrenee che defluisce in sbocchie che mai riporta la vittoria
e l’avventura della ragione sembra proteggere l’assurdo del non voler alzare gli occhi al cielo per paura di dover credere
inghiottivo veloci preghieresconclusionate, sorte per casoe affinché non prendessero il sopravvento,m’aggiravo per la casabestemmiando un qualcuno
Ma si tratta di vivere e pensare con questo strazio: per Lorenzo che con l’acutezza della luce intellettuale sembra surrogarsi nel pensiero di Camus quando ipotizza che il senso delle cose sia irrimediabilmente perduto e che l’uomo sia solo con il proprio desiderio di comprensione è un attimo in cui si smarrisce, in cui le immagini si dissolvono una nell’altra, esiste la possibilità di dare un senso all’esistenza
La battaglia si vince solo intentandola.
anzichè
Il mondo, un luogo di transito in cui la voce del ribelle deve farsi corale, anche se non si attende risposte
Negli interstizi della realtà che continua a scorrere, si avverte il tormento, che va oltre la monade della materia, e che si spinge verso un regno dove qualcosa salva dal disfacimento e dalla finitezza umana, con impressa nell’adynaton la tensione verso l’elevazione dello spirito:
Cristo si stropicciava gli occhi in un Golgota di cartapesta,
ma “In cattedrale si suicida uno scrittore”
per sdegnare il tormentodi gravosi e disoneste leggicontro-natura, che spaccanola Sacra Famigliae demoralizzano il tragicomicodella vita d’oggipassando per la farsae riducendo tutto in burle
ispirandosi allo scrittore francese Dominique Venner, suicida in Notre Dame, che annotava disperato come per scuotere il mondo dalla la letargia siano necessari e vitali gesti capaci di scuotere le coscienze risvegliando la memoria delle nostre origini, Lorenzo Spurio entra nell’anima, nelle sue galassie, nelle sue tensioni profetiche e quella che appare una fuga dalla speranza si fa catarsi del marchio di Caino:
Lo sprezzante caudilloera stato messo in ginocchionon da armi o minacce,ma dall’inesorabile esistenza.
Così Lorenzo gioca la sua poetica tra dirompenze metonimiche, intonazioni solenni, lucide e crude esegesi, con analisi abbaglianti come squarci di sole nel Kali yuga della ragione: illuminazione caravaggesca prestata alle parole.
Verranno conferiti inoltre medaglie e diplomi alle Menzioni d’Onore e ai Segnalati le cui poesie saranno pubblicate nella antologia del premio. I proventi derivanti dalla antologia del Premio saranno donati alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).
LS: Nella poesia “Il mio Moleskine”, che contiene una sorta di manifesto della sua poetica, scrive: «La poesia/ se mi cerca mi trova/ di certo/ perché sono in attesa»[1]. Questo evidenzia quanto l’atto creativo non possa né debba avvenire su committenza o con ragionevolezza, mettendosi a tavolino per scrivere qualcosa. La poesia, l’inspirazione, arrivano velocemente come una folata di vento –sembra dirci- ed è pertanto importantissimo avere i mezzi e le facoltà per coglierla e saperla trasmettere. Le è mai successo di aver percepito un’idea, una sensazione che poi, al momento della stesura sulla carta era già svanita e la poesia si è persa nell’aere? Può spiegarci qual è il suo rapporto con l’atto di scrittura?
RV: Scrivere poesia è come mettersi all’ascolto, si dice. Una bella metafora che però non è la verità. Nessuno regala nulla, la poesia è sedimentazione della propria esperienza personale e ciò che ci pare arrivare dall’ignoto è frutto di ciò che abbiamo costruito nel tempo. La poesia non è solo flusso di coscienza, è anche lavorio paziente e metodico perché ciò che viene dall’inconscio prenda la forma adatta. La spontaneità della poesia va costruita. Sembra un paradosso, ma è una verità o almeno la mia verità.
LS: Nella Sua produzione ci sono varie liriche ispirate a delle città che ha avuto modo di visitare, come quella dedicata a Teramo, a Orvieto da lei descritta come «quella dama ingioiellata»[2]e Tivoli. Non ho trovato delle poesie chiaramente ispirate alla città di Milano di cui è figlio adottivo e dove vive da moltissimi anni anche se in varie liriche si notano chiari riferimenti come quando in “Il gioco a Monopoli” scrive: «A Milano ogni cosa è diversa,/ così stretto lo spazio che resta/ tra una casa e una casa./ Tutta gente che passa/ ma nessuno che bussi alla porta. Non conosco il vicino/ di quell’uscio qui accanto»[3] o quando in “Crete senesi” osserva «[la] città che pare/ l’anticamera angusta dell’inferno,/ una bolgia dantesca/ come di api dentro un alveare».[4] In altre parole Milano è affrescata come una città spersonalizzante, che non favorisce i contatti tra persone, alienante, quasi egoistica nei suoi fiorenti affari e commerci, poco attenta alla riscoperta dell’animo autentico e dello spirito di convivialità che, invece, ha sempre connotato le campagne, rumorosa, accalcata, in grado di rendere l’uomo una sorta di automa. E’ giusta questa mia lettura oppure c’è dell’altro? Come considera Milano nel nostro oggi?
RV: Milano è una presenza limitata nella mia poesia perché Milano è la realtà concreta e la poesia preferisce alludere quasi sempre a un altrove. Un luogo e un tempo irraggiungibile e impraticabile dove immaginare possa esistere quello che sogniamo. E’ un po’ la stessa sorte che tocca a un amore vero e concreto che ti vive accanto, rispetto ad amori sperati, sognati o evocati. Milano, oggi come ieri, ha una sua poesia. La poesia colta così bene da Jannacci che sono andato a salutare poche settimane fa al Teatro Dal Verme.
LS: In molti poeti e scrittori è spesso evidente e a volte palese il riferimento e l’ispirazione ad alcune correnti letterarie e ad alcuni artisti. Leggendo la sua poesia, invece, non ho notato chiari rimandi a letterati, né vi sono citazioni in esergo, dediche, poesie d’encomio o celebrative e quant’altro. Quali sono i poeti –sia vivi che scomparsi- che Lei considera i più grandi e che molto hanno significato nel suo percorso di fare poesia? Ha avuto l’occasione di conoscere personalmente qualcuno di essi?
RV: Non esisterebbe la poesia moderna senza Leopardi ma senza scomodare l’Empireo, ho fatto molto spesso citazioni specie di Montale di cui condivido la disperazione quieta e l’espressione poetica. Amo Luzi per la sua classicità luminosa e abbagliante, amo la Spaziani, che ho conosciuto, per il suo rigore formale. Ho per amici Davide Rondoni che amo per le sue tematiche e la limpidezza lessicale e Paolo Ruffilli, un fratello, che ha riconosciuto alla mia poesia una certa consonanza con i suoi temi e le sue modalità espressive. Di lui condivido l’idea che la poesia è l’arte del “togliere” per arrivare a una concisione che, secondo le intenzioni del poeta, può sconfinare in un controllato ermetismo.
LS: Corrado Govoni (1884-1965) fu amico di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), padre del futurismo, e collaborò a varie riviste letterarie di spessore tra cui le celebri Lacerba (diretta da Soffici e Papini, a Firenze) e La Voce (fondata da Prezzolini e Papini, a Firenze). Della sua produzione si distinguono varie fase poetiche tra cui quella crepuscolare, quella futurista (si ricordi le “poesie visive” come “Il Palombaro”) e quella di un personalissimo “ritorno all’ordine”.[5] Le propongo la lettura di “Crepuscolo ferrarese”[6] tratta dalla raccolta I fuochi d’artifizio (1905) dove si respira, già dal titolo, l’atmosfera mesta e crepuscolare di cui Govoni fu caposcuola fiorentino. Che cosa ne pensa di questa poesia? Può darci un suo commento?
Il mao si stira sopra il davanzalesbadigliando nel vetro lagrimale.Nella muscosa pentola d’argillail geranio rinfresca i fiori lilla.La tenda della camera sciorinale sue rose di fine mussolina.I ritratti, che sanno tante storie,son disposti a ventaglio di memorie.Nella bonaccia della psiche ornatail lume sembra una nave affondata.Sul tetto d’una prossima chiesuola,sopra una pertica, una ventarolaagita l’ali, come un uccellettoche in un laccio pel piede sia stretto.Altissimi, per l’aria, dai bastioni,capriolano fantastici aquiloni.Le rondini bisbigliano nel nido.Un grillo, dentro l’orto, fa il suo strido.Il cielo chiude nella rete d’orola terra, come un insetto canoro.Dentro lo specchio, tra giallastre spume,ritorna a galla il polipo del lume.La tristezza s’appoggia a una spalliera,mentre le chiese cullano la sera.
RV: Una modalità espressiva delicata che trova il suo apice nei due bellissimi versi finali: «La tristezza s’appoggia a una spalliera/ mentre le chiese cullano la sera». Per il resto mi intriga l’insistenza ossessiva delle rime baciate, a tratti con una valenza ironica che è tipica di molto decadentismo. Per la mia cura maniacale della forma mi devo soffermare sul verso «la terra, come un insetto canoro». Rilevo che avendo accenti tonici, oltre che alla decima, anche alla quinta e settima sillaba, il verso si configura come endecasillabo non canonico. Da qui la sua sonorità non del tutto gradevole.
LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un commento è “I poeti vanno”[7] del poeta palermitano Lucio Zinna[8], direttore della rivista “Quaderni di Arenaria”:
I poeti vannolungo le strade della poesiase il vento li accompagnaarrivano ovunquevanificando transenne.I poeti sannodi altre strade e altro ventodi percorsi sghembidai fossati impraticabilie li attraversanoperché sia tutto tentatoogni viaggio semprenel verso del verso.
RV: Non mi piace la retorica dei poeti che “vanno lungo le strade della poesia”. La scrittura verticale poi non fa di un pensiero prosastico una poesia. Il risultato non è nemmeno “versificazione”, perché le frasi poetiche sono versi solo se la loro musicalità è sostenuta da corrette accentuazioni. E non paia questa considerazione una forma di nostalgia passatista; Montale, Caproni, Quasimodo, Ungaretti, Luzi, Raboni, Ruffilli e tutti i più grandi hanno elaborato contenuti poetici con versi liberi ma versi, come testimonia la musicalità della loro espressione. Parlo di questa singola poesia e senza pregiudizio alcuno per la produzione poetica generale di Lucio Zinna, poeta affermato.
LS: La sua poetica, molto evocativa, parte dall’analisi del quotidiano e naviga tra la semplicità e la purezza di ricordi inamidati e il presente, spesso troppo rumoroso e spersonalizzante. Ci sono liriche in cui parla dell’inquinamento, altre in cui affronta, invece, episodi della cronaca che fanno della sua scrittura una poesia molto reale, vivida e attaccata al mondo di tutti i giorni. Che cosa ne pensa, invece, della poesia ermetica, mi sento di dire tendenzialmente estranea al suo modo di poetare?
RV: La mia poesia, come la mia vita, è in evoluzione e i miei interessi poetici come quelli esistenziali sono molteplici e determinati dal momento contingente. Considero importante per me una crescente apertura verso il sociale o più specificatamente la sofferenza degli altri. Amo infinitamente la poesia ermetica e spesso anche la mia poesia nasce con una profonda cripticità, dettata dal mio vissuto che non vorrebbe rivelarsi più di tanto. Poiché poi considero la poesia una forma superiore di comunicazione esercito le mie capacità lessicali e critiche per rendere più comunicabili le mie emozioni e sensazioni. Ritengo corretto arrivare a un ermetismo controllato o a una espressività contenuta attraverso il lavorio del dire e del togliere, come ho precisato più sopra, affinché la comunicazione avvenga senza equivoci ermetici ma anche senza prolissità contrarie alla poesia stessa.
LS: Purtroppo puntualmente la cronaca ci informa di desolanti casi d’ingiustizia sociale: forme di prevaricazione, bullismo, violenza sulle donne, episodi di xenofobia, imposizioni di organizzazioni malavitose, tratta dell’essere umano e tanto altro che rendono palese quanto la mente umana possa essere fautrice di reati che, analizzati da un punto di vista cristiano, si configurano anche come dei gravi peccati. Di fronte ad omicidi, abusi e violenze e dinanzi alla constatazione della inefficacia della giustizia dei popoli, spesso si invoca la giustizia di Dio, sicuri che nell’aldilà sarà Lui a garantire eguaglianza ed equanimità. Che cosa ne pensa di tutto ciò? Lei è credente e condivide questo pensiero?
RV: Affrontare temi di forte emotività è una grande sfida per la poesia. Il rischio è di cadere nella retorica o peggio ancora nell’enfasi declamatoria. Ho corso diverse volte questo rischio trascinato da emozioni vere dettate da un fatto di cronaca o di tipo personale. Ho fortunatamente avuto dei riscontri positivi quanto a trasmissione dell’emozione con modalità misurate, controllate e rispettose del dolore altrui. Citerò solo la poesia “Rajm-Lapidazione”. Ho chiamato spesso in causa il Creatore davanti a episodi inaccettabili per la nostra coscienza e mi sono dato la sola risposta possibile per la mia fede incredula. Sono un credente problematico che aspira a una fede senza domande.
LS: Il poeta dialettale romano Giorgio Carpaneto (1923-2009) parlando della poesia, in una intervista ha definito le caratteristiche e le prerogative del poeta d’oggi sostenendo: «Il poeta deve recepire gli stati d’animo, le aspirazioni, le incertezze, le ansie degli uomini che vivono intorno. Deve interpretare, comprendere, consolare, confortare le creature umane del suo tempo con i suoi versi, veri messaggi fraterni; mai abbandonarle, perché sarebbe un rinnegare la sua vera missione».[12] Che cosa ne pensa a riguardo?
RV: Il poeta non deve nulla, non gli è stato affidato nessun compito o missione esplicita da nessuno. Ho scritto da qualche parte che i poeti non servono a nulla, in fondo come le farfalle e l’arcobaleno. Si scrive poesia perché non si sa fare niente altro che ci sembri “bello” anche se inutile.
LS: Lei è presente come membro di giuria in numerosi concorsi letterari nazionali di ampia caratura, tra cui il premio Thesaurus ideato proprio da Lei che ha cadenza annuale. In molti, anche scrittori che possono dirsi fuori dal canone di “esordienti”, non amano partecipare ai concorsi perché li reputano un’insulsa competizione che non serve all’autore e hanno addotto che ciò che è meritevole nel curriculum di un autore sono le pubblicazioni e la loro diffusione, piuttosto che la presenza in antologie del premio. Quanto è importante la partecipazione ai concorsi letterari per l’esordiente secondo Lei? Quali sono le ragioni per le quali un esordiente dovrebbe “giocarsi” anche questa carta?
RV: Al Premio Cattolica, trenta e più anni orsono, erano insieme in giuria Montale, Quasimodo e Ungaretti, (almeno si dice), in molti premi più attuali sono in giuria i grandi del momento: Rondoni, Piersanti, Ruffilli, Spaziani, Calabrò, De Signoribus e tanti altri e questi stessi sono a loro volta concorrenti in tanti premi letterari e questo la dice lunga sull’interesse dei Concorsi. La competizione e il confronto fra gli autori sono una sfida che ha valore in tutti campi. Di grande interesse i Concorsi che offrono al vincitore, come premio, la pubblicazione. Una raccolta di poesia che derivi da questa selezione ha sicuramente più valore di un’opera pubblicata a spese dell’autore. Il narcisismo di molti produce una mole infinita di cattiva poesia che autori di nessun valore e incapaci di confrontarsi con la realtà, immettono in tanti piccoli e insignificanti circuiti anche attraverso presentazioni e pubblicità ossessiva.
La poesia che ottiene riconoscimenti ha normalmente anche dei lettori, per via della sua leggibilità. La poesia che alcuni impropriamente chiamano “difficile” si muove nel ristretto ambito degli addetti ai lavori, si fa forza dell’autoreferenzialità e del voto di scambio e si trincera dietro il velario della poesia d’elite. Di fatto deprime la domanda di poesia e allontana i possibili lettori dalla già ristretta nicchia degli amanti della materia.
Milano, 10 maggio 2013
[1] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 59.
[3] Rodolfo Vettorello, Contro il tempo, il tempo contro, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.
[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 79.
[5] Nella sua fase futurista il poeta si convertì in convinto nazionalista e sostenitore del regime mussoliniano, dedicando anche un poemetto al duce. La perdita del figlio in guerra, però, lo lasciò profondamente addolorato e rivide il suo pensiero politico. Al figlio dedicò Aladino (1946) dove si ravvisa un animo sofferto a tratti duro e polemico.
[6] cit. in Francesco Grisi, I crepuscolari, Roma, Newton e Compton, 1999, pp. 137-138.
[7] Lucio Zinna, Stramenia, Salerno, L’arca felice, 2010, p. 4.
[8] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.
[12] cit. in Fausta Genziana Le Piane, Interviste a poeti d’oggi, Comiso, Edizioni Eventualmente, 2010, p. 23.