“Sbarco clandestino” di Dante Maffia, recensione di Ninnj Di Stefano Busà

SBARCO CLANDESTINO
di Dante Maffìa.
Edizioni Tracce, 2011
Pagine: 150
 
Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

imagesUn tema di grande attualità, una problematica che trova ostracismi e contraddizioni in termini, mentre si delinea l’umiliante vetrina di un mondo spaurito, allarmato davanti a fenomeni di così profondi mutamenti etnici, apocalittici, vere trasmigrazioni di popoli, e di così imponenti investiture morali, sociali, politiche. Un mondo, quello di oggi, sprovveduto e disorientato dinanzi a fattori ontologici che proprio per l’essere grandemente vaste, trova incerta e perplessa, nettamente contrariata e incapace l’opinione pubblica, i governi in un contesto di umanità reproba e inerte, inadatti ad opporvisi, a registrare il fenomeno e regolarlo nella giusta dimensione, disorientati e quindi spiazzati a padroneggiare il destino di molti.. E infine, larghe sacche di oppositori ad oltranza che volutamente ignorano o lasciano trasparire repulsione con atti di miseria morale e intolleranza razziali, tali da innescare un processo di dissociazione intellettuale fatalistica e discriminatoria. Volutamente inconciliabile si mostra la desolazione alla domanda di aiuti umanitari che da questi fenomeni originano.. La poesia di Dante Maffìa va a toccare i nervi scoperti e dolorosi di un scoperchiamento di pensieri e di azioni, di travisamenti e soprattutto di fatalismo che ingenera una catastrofica forzatura delle regole, una condotta maldestra, un’opposizione omologante e inquietante per quelle genti (una moltitudine vagante), private del diritto d’asilo, svilite da sospensioni di libertà, dissociazioni d’identità, oppressioni e frustrazioni nei diritti umani e civili, defraudate e umiliate. Lo spettro della miseria morale di coloro che dovrebbero sostenerli si fa in molti casi segno inquietante di una deprivazione di coscienza, che appare non salda, non matura e annaspa nell’ondivaga emergenza di un piano tempestivo di aiuti, tentando di sottrarsi alla propria responsabilità di cristiani civilizzati, declinando quei paradigmi di accoglienza e di indulgenza al . Diverso da chi? si dovrebbe poi obiettare? ma è l’umanità stessa che di fronte allo strazio primordiale, quanto universale della diaspora così massiccia, arretra nella sua posizione di deserto arido e informe. Il massimo della solidarietà intellettuale va dunque rivolto a questo poeta integerrimo che dalla sua vocazione di immaginario collettivo, sa estrapolare commoventi e limpide suggestioni, emozioni che costituiscono deterrente per molte e più proficue riflessioni. La diaspora è stata da sempre considerata un filone parallelo alla morte dei diritti umani, qualcosa che disorienta e coglie impreparato il fatalismo storico dell’intera umanità. Siamo portatori sani di “nequizie”, il male si aggrava e diventa pandemia quando a respingere ai loro destini è l’ottusa ipocrisia, il collasso della solidarietà nel non voler accettare e considerare di questi diseredati, umiliati e offesi in una visione cosmogonica, che si manifesta in toni edonistici, quasi dissacratori e sempre impotenti in prossinità di eventi e avvenimenti di portata biblica che disorientano l’altro, “il diverso”, l’esiliato dal pianeta, l’afflitto, il senza volto, il diseredato, l’escluso: Non dovremo dimenticare che anch’essi sono fratelli in Cristo, ma l’universo mobile, cangiante, variegato di un disincanto e di una spregiudicatezza collettivi, li fa apparire transeunti della storia, virgole precarie di un dato storico irreversibile, “circostanze circostanziali” li definirei per antonomasia, (non uomini e donne) ma solo depositari di sventura. È difficile, se non impossibile, trovare un poeta che rappresenti così bene il travaglio degli sventurati musulmani succubi di lotte tribali per l’ascesa al potere di governanti-boia, in balìa di dittatori-terroristi, sanguinari che esercitano i loro poteri totalitari e senza regole su popoli indifesi, siano essi etiopi, o siriani, arabi, o algerini, magrebini, marocchini etc, i perseguitati sono sempre loro, a subire le angherie dell’esilio, la mano devastante e inquietante della fame, della sete, ad addentrarsi in clandestinità, a rivendicare diritti negati, identità perdute in una necessità impellente portata a scegliere tra sopravvivenza outside, ai limiti dell’indecenza o morte. Dante Maffìa è un veterano di tematiche che altri respingono, fa spesso sue le problematiche delle minoranze senza voce, degli esclusi dalla storia dell’esistenza, quasi ectoplasmi. A questi esseri umani egli presta la sua voce, ne ascolta il loro tormento.

Dante-Maffia_Ritratto-di-Paolo-Quaranta-270x300Il suo cuore di poeta traboccante di pietà si muove a compassione per uomini come Mahmud, Omar, Alì, Mamadou, Brahim, Kaddour. Vi sono alcuni brani di questa raccolta che commuovono per l’intensità degli episodi descritti come Gada ad es: “ Sono un fiato di vento / e vaga nell’indifferenza, / vado verso terre sconosciute/ dove troverò una radura dolce/ in cui riposarmi?” (pag.32) e poi ancora: “adesso non puoi ascoltarmi, langui/ in tristi luoghi comuni dell’Occidente/ che credi tu sia solo rabbia e vuoto/. Io invece so che verrà l’aurora/ a ridarmi l’azzurro del deserto, / la sconfinata libertà di Dio / che ha la tua voce e il tuo passo.” (idem) “Nomade, straniera, mendicante,/ che importa. Ormai sono un rifiuto/ che vaga senza meta/…/Non potevo restare /nella casa dove ogni cosa è sfiorita./ Sono ferita in ogni poro, la morte/ mi tiene lontano da sé per non essere infettata.”(Khadouj) pag 35. Maffìa redige le storie di ognuno registra le loro pene, il tremore dei loro turbamenti, le paure, le angosce, che prolificano da uno sfilacciamento di mente e corpo che subisce traumi di dissociazione inimmaginabili, avverte gli urli dei loro cuori trafitti, delle trasmigrazioni respinte, e dove la ricerca di pace e di perdono si trovano distanti anni-luce da essi, piccoli mucchietti di stracci sporchi, maleodoranti, in balìa di correnti impetuose, in preda a deliri di deprivazione e di malessere, di malattie, denutrizioni. Dante Maffìa coglie appieno l’allarme per questi derelitti, si fa tesimonial di un dolore rappreso tra la sorte e la morte, ne fa una questione di principi e di orfica desolazione: epigrafici appaiono questi versi: “Ci dicono che siamo sbarcati in Calabria Saudita! Il destino è perverso, beati i morti in mare!.” (Driss) pag.24 Vi è da un lato la miopia che confuta e procede a tentoni, non indulge e non dialoga: L’Europa “ditta”… dall’altra la moratoria umana, l’esigenza di una remora morale di universalità. Quella dei nostri giorni è una diaspora epocale, senza precedenti che antropologicamente ci costringe a prendere atto di un processo umano che s’interseca, ci obbliga ad indulgere sull’”altrui”: brutto, nero e cattivo che ci mette davanti allo specchio concavo di noi stessi, riflettendo quello che non vogliamo vedere. Ma il binocolo ha due lenti: si tratta di stabilire una corrispondenza di immagini adeguate, di coordinare regole di accoglienza, attingere al patrimonio genetico della razza umana, per estrapolare quel minimo di convergenza che d’improvviso diventi: dialogo, vita, estrema salvezza per tanti diversi da noi “gli altri”: lo scopo è guardare in fondo alle cose, prefiggersi un imperativo categorico che dell’emergenza-necessità deve fare virtù, per costituire l’obiettivo fondamentale di un mondo migliore, una confutazione di orgoglio senza pregiudizi, una coesione che sia in linea con la e restituisca credibilità e uguaglianza al pianeta così fortemente attraversato da sventure. C’è l’auspicio che si compia il miracolo che faccia dire come a Orhan: “Sarò trattato prima o poi/ come una persona che possiede/ un nome e l’anima?” pag.59

NINNJ DI STEFANO BUSA’

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE E LA PUBBLICAZIONE DELLA STESSA E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Roma, aperitivo letterario con Ciro Cianni e Zingonia Zingone

cielo_stellatoGiovedì 4 aprile alle ore 19.00 avrà luogo al Gp2 l’aperitivio letterario dedicato allo spazio e al cielo nelle poesie di Ciro Cianni e  di Zingonia Zingone.Elemento di unione e di connessione tra i due poeti è la forte spiritualità, vissuta in maniera molto intensa da entrambi.Zingonia Zingone,  italiana d’origine ma cresciuta tra Italia, costarica, e Nicaragua, nei suoi versi, vive  due appartenenze, due tradizioni che si uniscono e si  intercciano.L’equilibrista dell’oblio è in italiano e spagnolo, e il libro  ripercorre luoghi, racconta la storia di un viaggio al femminile,lontano dapercorsi prevedibili e già tracciati, vicino all’aesperienza personale della quotidianeità del sentimento, spesso difficilmente in equilibrio.La ballerina di Degas /colloca sulla punta/ della scarpina destra/ tutta la sua esistenza.

All’apice dell’equilibrio/di vanitosi volteggi e flash, /dal silenzio irrompe un volto

che la riporta all’infanzia.

Perde il contrappeso del buio e precipita e si rompe.

La ballerina di Degas/ ebbe una volta un padre.

 

Ciro Cianni, nato a Chiavasso, attualmente a Roma,  ha  ottenuto diversi riconoscimenti  grazie alle sue poesie (Premio speciale “Selezione Passaporto”,”Edizioni  Duemila“, “Oscar della Cultura”,”Encomio Solenne” , segnalazioni e premi della critica (Premio della critica al  premio Poeti in Sanremo nel 2011).La bellezza della sua poetica è la semplicità piena di una spritiualità che da il senso ai suoi versi “Credo  in un solo Dio, / …ed ho ancora / una rosa / nel giardino”(Condradditemi).Sono versi brevi, essenziali, nei quali diventa fondamentale il titolo che svela e racchiude una  storia, la sua. “Sto camminando/ da molto tempo / ma ho visto solo cielo” (Giovedì) Come si legge nella prefazione di Dante  Maffia ,”Ciro punta sulla  essenzialità della parola, sulla forza dei significati e dei  significanti ridotti al minimo per poter meglio coagulare il Divino.

Sarah Mataloni, moderatrice della serata,  leggerà alcuni brani delle poesie di Zingonia, (lette in spagnolo da Zingonia, e intrecciate con la voce di Sarah Mataloni  ).

Rossella Cavolo interpreterà i versi di Ciro Cianni.Per la partecipazione è previsto un contributo di 10 euro -comprensivi di tessera Acli e aperitivo con appetitosi stuzzichini.

“Un bosco in festa”, poesia di Liliana Manetti

Un bosco in festa 

Di LILIANA MANETTI

 

imagesCAKD6AYEFiori bianchi
fiori viola
fiori gialli
fiori di campo.
Farfalle gioiose danzano
la melodia
del dolce canto
degli uccelli…
 
Caldo tepore,
la Natura ostenta
la sua vanita’
e i colori della sua allegria..
 
Un bosco in festa
dimentica
la malinconia
di giornate uggiose
e saluta il grigiore
del passato inverno.

LILIANA MANETTI

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Lorenzo Spurio su “Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro

Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima
di Dulcinea (Annamaria Pecoraro)
Lettere Animate Editore, Martina Franca (Ta), 2012
ISBN: 9788897801467
Pagine: 178
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
Tra strade da percorrere,
ascoltando ancora,
con energia il cuore, correre,
con in tasca, l’autenticità.
 
(Da “Liberamente Viva”, p. 50)

 

6297685La prima cosa che va detta è che la poesia di Dulcinea, pseudonimo di Annamaria Pecoraro, è pervasa da immagini edeniche e suadenti dalle quali si esaltano valori importanti (si noti, ad esempio i continui e mai banali riferimenti alla religione cristiana) e ancor più ai sentimenti puri: amore, amicizia, ma non solo. La poetessa è un’anima sensibile che non può far a meno di tracciare sulla carta quello che vive, quello che spera o, addirittura, quello che teme. Non si censura mai, non ci sono limiti a questa poetica che, infatti, non conosce ostacoli né zone d’ombra. La poetessa con un linguaggio pacato e dolce permette al lettore di imboccare un percorso in territori quasi mitici per il loro essere talmente pacificanti e godibili, in un mondo come il nostro dove, invece, domina la frenesia e l’invidia o quello che la poetessa definisce “un mondo/ dove l’ipocrisia avvolge”, in “Diversi e complementari”, p. 46).

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“Col peso della Tua croce”, poesia di Monica Fantaci

Col peso della Tua Croce

POESIA DI MONICA FANTACI

preghiera

Su quei Passi
affannati e forti, pieni di Speranza e Amore Scrivi il Tempo dell’Amore
Eterno nei pensieri e nei gesti,
sguardi amorevoli,
sorrisi gioiosi.
Col peso della Tua Croce
trascini Vita lungo il Sentiero dell’Amore
e così che gira l’Amore,
fermandosi su un punto
chiamato Anima,
per risollevarsi sempre più forte.
Il peso della Tua Croce
brucia anche oggi
senza neppur un fil di voce,
il Cuore batte,
il Passo combatte,
segni di un Tempo che non c’è,
marcato da ribellioni non ascoltate,
da volgarità di gesti,
da insensibilità,
perchè l’uomo questo è
e Tu col peso della Tua Croce
a insegnar che Amore c’è,
nel credere a Speranza e a Gaiezza,
Pace e Saggezza.
Adesso con un fil di voce
son dinnanzi alla Tua Croce
a pensar a questo mondo atroce
che spara
e dall’Amore non impara,
ma ancor la speranza ha un seme
se si prende la mano del mondo e si cammina insieme.


MONICA FANTACI

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“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

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“Infezione” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Infezione
di Sunshine Faggio
prefazione di Luciano Recchiuti
Arpeggio Libero Edizioni, 2012
ISBN: 9788897242246
Pagine: 104
Costo: 12 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO

 

Dall’altezza della tua perfezione
non è facile capire me
che agonizzo
nel mio guscio d’inadeguatezza.
(Da “Guscio d’inadeguatezza”, p. 49)

 

Fronte InfezioneLe poesie di Sunshine Faggio, toscana emigrata a Londra, funzionano come un pugno allo stomaco per la loro carica di energia e il loro linguaggio violento, crudo, e a tratti anche ossessivo. O forse si dovrebbe dire che funzionano come una pugnalata alle spalle, perché producono sì violenza e vanno dritte al sodo, sviscerando formalismi o qualsivoglia orpelli della poesia “barocca”, ma arrivano improvvise e certi versi “dolorosi” e spietati arrivano proprio mentre meno ce l’aspettiamo.

La poetessa è una narratrice del disagio, del senso d’in-appartenenza al mondo, della scissione continua del suo io e un’anima alla continua ricerca di sensi, significati ed emozioni. E’ in questo percorso cupo e a tratti angosciante in cui il vitalismo sembra essere il peggior nemico che Sunshine Faggio ci parla di violenze, rapporti sessuali feroci, sadomasochismo e ipotesi di suicidio (“Dall’alto/ ho guardato le rotaie,/ erano accoglienti,/ invitanti”, in “Contemplazione”, p. 15). C’è, infatti, una lirica dedicata alla grande Sylvia Plath, celebre scrittrice americana che si diede la morte all’età di trenta anni.

Il titolo, incisivo quel tanto che basta ad incuriosire il lettore a sfogliare questo libro, è la summa dei contenuti delle varie liriche che ci mostrano un mondo caduto nei suoi stessi recessi, quasi allucinato e degradato non tanto a causa dei drammi della società (non si parla di povertà, di violenza sociale), ma in quanto il singolo è portato a prendere narcisisticamente e quasi in maniera nolente decisioni su comportamenti discutibili e per se stesso traumatici.

E’ una poesia intimistica e non intima, personale, e sofferta che fa utilizzo di un linguaggio urlato per dar voce a sevizie e inganni del presente. Non sono, però, urla in cerca di un aiuto, né tentativi di appello; sembrano essere, invece, grida di liberazione, di scaricamento delle troppe energie accumulate, come un doloroso rito di passaggio.

Chi urla lo fa o per intimare al pericolo, o per richiamare l’attenzione.

Ci sono, però, anche persone che come la Faggio, urlano per se stesse. Per riaffermare al presente di “esserci” e di ristabilire un rapporto con il tutto.

E se il prefatore , Luciano Recchiuti, parla di dark side per riferirsi a questa componente carnale e morbosa presente nella poetica della Faggio, a me piace poter parlare di deviant art: la poetessa si spinge ai margini dei limiti, sfiora l’abisso, conosce l’oltre, ma alla fine decide sempre di rinunciare a quel passo estremo verso l’altro (mondo), perché forse, anche se non si penserebbe, un briciolo di vitalismo è presente in lei.

Dalle liriche fuoriesce violenta un’esasperata lotta tra Eros e Thanatos, la convinzione che il male (inteso in senso esteso) sia ormai componente inscindibile dall’uomo, ancor più del suo contrario, come osserva nella lirica che apre la raccolta: “L’essere umano/ ha bisogno/ di farsi del male” (p. 11). Ma perché il bisogno del dolore e della violenza, dei soprusi e degli odi? Forse perché è la componente animalesca ed egoistica dell’essere umano che padroneggia sulle nostre sfere emotive, sui nostri comportamenti e, come nel più cupo pessimismo, anche nell’azione più bella, spensierata o goliardica, c’è immancabilmente qualcosa che tende all’infelice, all’inumano, al viziato.

Per citare Pavese, “le parole sono pietre”, ma nel caso della Faggio bisognerebbe dire “le parole sono lame” e molto acuminate, anche. L’intera silloge è sostenuta da sprazzi di inaudita violenza (non solo dei comportamenti umani, ma anche delle manifestazioni atmosferiche) quasi che ogni cosa, vista dagli occhi della poetessa, debba per forza accadere nella sua forma iperbolica, smisurata, violenta ed esasperata; ed è per questo, forse che il sole è “bruciante” (p. 13), la speranza non è altro che un “massacro” (p.13), le immagini sono “distorte” (p. 13) cioè allungate,  deformate, perché è la realtà ad essere allucinata, e ancora scrive di “lemmi lancinanti” (p. 17), “sinestesie del non ritorno” (p. 17) e di “roventi stelle” (p. 65)

Immagini di violenza subita, di percosse date e, immaginiamo, di liti tumultuose nelle quali le mani fanno seguito alle parole urlate sono presenti in vari versi: “Aborro/ quest’ombra scura/ insediatasi sul mio viso,/ le macchie sanguigne/ che non danno tregua” (in “Anima ed anima solo”, p. 41), “spina dorsale frantumata” (in “Colonna rotta”, p. 45), i “lividi neri sul collo” (in “Messa di Natale”, p. 61).

Linguaggio incisivo, acuminato, che si dispiega sul foglio come spastici fendenti, come mosse inconsulte dettate da irragionevolezza, istinto brutale e forse anche un po’ di vigore giovanile.

Ed è sicuramente la sfera semantica che fa riferimento al mondo del sesso che la Faggio utilizza spesso nei modi più vari per intendere materialmente quello che la parola, anche scurrile, suggerisce, ma per evocare significati anche più estesi che concernono il bisogno dell’io poeta di rapportarsi al mondo: “Mi sono svuotata/ affinché il mondo/ possa riempirmi,/ inseminarmi dei suoi colori” (in “Lisbon Story”, p. 27).

L’atto sessuale si configura così come un senso di supremazia e onnipresenza che consente alla poetessa di illudersi di poter gestire tutto e allo stesso tempo di sapersi perdere nei sentimenti, quasi ad annullarsi: “Vorrei possederti per sempre./ Fino ad aver schifo di te.” (p. 29): in questa poesia l’atto sessuale apparentemente sembra privato di una qualsiasi connotazione erotica dell’amore, e questa intuizione viene poi riconfermata dal secondo verso in cui il troppo amore finisce per diventare noia, ribrezzo e fastidio. Pensieri che in un’altra lirica rivolta all’amato fanno dire alla poetessa con un linguaggio viscerale e quasi nauseante: “Ti voglio vomitare” (p. 31).

Ma è normale e direi non scontato che una poetessa giovane del nostro periodo storico utilizzi il tema del sesso nella sua poesia, sviscerando immagini anche forti delle quali non sente il bisogno di vergognarsene o di mitigarne la descrizione: in “Catarsi” si parla di un “incesto [che] non è mai stato così dolce” (p. 53) mentre in “Silent Room”, l’amplesso tra due amanti (che in un’altra lirica viene definito come “Apocalisse d’odori e gemiti”, p.57) ha luogo sotto gli occhi di tutti mettendo in luce, dunque, una qualche vena voyeuristica: “ e la folla attorno/ esaminandoci/ come fossimo nulla più/ di una performance” (p. 55), quasi ad intendere che l’atto del movimento meccanico e la gratuità delle immagini facciano delle due persone, degli attori di una scena da impersonare.  In “Messa di Natale” la poetessa descrive un rapporto odioso, perché violento e traumatico nel quale lei si paragona a una “bambola malleabile” (p. 62), ma allo stesso tempo di questo rapporto distorto non può farne a meno e lo ama, lo desidera.

Ciò che pervade nella lirica è la convinzione che ci sia il bisogno di cambiare perché questa vita monotona e stancante che spesso fa i conti con un passato doloroso e sempre presente è invivibile. Le persone e i posti attuano su di noi un cambiamento e noi, giorno dopo giorno, siamo chi gli altri vogliono che siamo. C’è un pizzico di desolazione misto a un senso di sfruttamento che, amalgamati insieme, “regalano” all’uomo d’oggi l’insofferenza e l’inadeguatezza nel condurre la propria vita senza sentirsi malato, infetto, degradato, usurpato, battuto o sfidato:

 

Dopo che tutto è filtrato
in profondità,
bisogna avere ogni giorno di più
per tornare a percepire la realtà
con tanta forza (p. 83).

LORENZO SPURIO

(scrittore, critico-recensionista)

JESI, 14-03-2013

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2013 - Infezione di Sunshine Faggio

 

“La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci, recensione di Pierangela Castagnetta

LA RIVA IN MEZZO AL MARE
SILLOGE DI POESIA DI MONICA FANTACI
TRACCEPERLAMETA EDIZIONI, 2012
 
COMMENTO DI PIERANGELA CASTAGNETTA

cover-frontQualche mese fa la nostra Monica  mi ha raggiunta ad un recital di poesie, organizzato in maniera sublime dal Prof. Giuseppe Palermo, e mi ha regalato il suo libro di poesie, fresco fresco di stampa, dal titolo “LA RIVA IN MEZZO AL MARE” con la dedica. Questa diceva:
”Il caso regala sempre cose piacevoli. Io ho conosciuto te e, poi, per un commento che hai fatto a Lorenzo Spurio, ho allacciato contatti anche con lui. Vedi che catena! Penso che se non fosse stato per Lorenzo non avrei scritto adesso questo libro, ma lo avrei scritto più in là”

Monica è giovane, ha appena 28 anni. Laureata in Scienze della Formazione primaria  ha scelto l’arte della scrittura per comunicare e farsi conoscere ai “più”. La scrittura – come le altre forme di arte quali la musica, la pittura, la scultura – aiutano la nostra anima, i nostri sogni a venire fuori, la nostra essenza a diventare tutt’uno con la creatività.

Monica è anche vice-direttore della rivista di letteratura “Euterpe”, musa a cui la stessa dedica una sua lirica che porta proprio questo nome e dato che la poetessa è un’artista a tutto tondo, ama la musica, il ballo e tutto ciò che può essere “comunicazione”, musica anche i versi che scrive abbinandone le parole a brani di vari autori (V. il blog “Intingendo d’inchiostro…”

La riva in mezzo al mare. Perché questo titolo?

Non ci avevo pensato ma Monica mi spiega che nel moto del mare la sabbia tende a salire. Il movimento delle onde indica le varie tappe della vita, la striscia di sabbia indica l’approdo dove l’anima si va ad arenare dopo la turbolenza degli stati d’animo, dei sentimenti. La riva è in mezzo al mare – dice Monica – perché questo è in continuo movimento; cresce, si perfeziona. La riva, di contro, vive tra le onde, tra folate di venti e animali marini. La natura tutta fonde il suo essere e pervade l’anima della poetessa che, così bene, la descrive nei suoni della natura. Infatti invita il lettore a visitare la sua anima con viaggio verosimile attraverso questa natura, i suoni, i colori, la città natia, i monumenti che rappresentano la nostra storia, il percorso dell’uomo e della sua anima, la nostra cultura, la nostra civiltà e che ci fanno riflette su che cosa è stata e cosa è, ancora oggi, per noi la nostra città, la nostra identità, e rappresenta il percorso dell’uomo e della sua coscienza, perché questa non perda di vista il fatto che oltre a ciò che è “materiale” c’è un ulteriore valore che porta ad una armonia cosmica indispensabile per il compimento della vita terrena in vista di quella successiva, se ci crediamo.

L’uomo è consapevole di essere un tutt’uno con la natura circostante e proprio attraverso questa sensibilità costruisce un ponte tra ciò che è materiale e ciò che penetra l’anima, i sentimenti, la purezza del cuore, in sostanza… l’interiorità delle coscienze.

Parte così dalla poesia che ne porta il titolo dedicata alla musa della musica (Euterpe) e continua con “Gote rosse” e “Nella sagoma del tuo silenzio”. In quest’ultima il frusciare della pioggia è un dialogo tra le parole  ed i suoni della natura: pioggia, tuoni, vento… tutto è pervaso da amore, quell’amore che si fissa nello sguardo della poesia “Nei miei occhi” e che percorre i sentieri dell’anima con “Passi liberi” sino ad arrivare “Nell’utero della vita”, nel parto del pensiero sospirato su astri lucenti.

E, ancora, la poesia di Monica è pervasa da spiritualità, da dolci melodie quasi arcaiche, primordiali nel “Primigenio inchino” e in un gioco di ultrasuoni che fondono natura e artificio in “Libera la realtà”. E’ l’anima, sempre, che riempie la protagonista delle liriche; è l’anima che diventa spirito d’amore ubriaco – quasi paragonato ad un vino – frizzantino, che si riempie di Arte e descritta così bene, con poche parole, in “Grandezze”, ma anche nell’arte dei circensi in “Circo”, arte che vive anche di sevizie agli animali così lontani dal loro ambiente e che stanno lì a soffrire come clown mostrando, ad un pubblico inerte, il volto di un Pierrot che soffre per far ridere la gente.

Molto bella ed intensa la poesia “Poggiando la penna” e approda a “Euterpe” e “Le risate della Musa”, musa della danza che sogna, nelle poesie a venire, la musicalità dei versi con i suoni, i colori e le sensazioni della natura tutta (“Ai fianchi di un fiume”), dell’amore carnale e spirituale (“Per amare” ed “Effervescenze”) viaggiando per un “cantico” dove “… fiamme s’inchinano alla neve” in “Etna” e dove l’ “… infinito percuote l’animo” in “Ampie vedute” per arrivare “…all’apice dell’esecuzione” (Apice) e chiudere “… Come una notte stellata”.

E ancora musica nelle note accordate in “Salsedine” e “La musica cade nel cuore” pregna di note che si posizionano nell’aria o sulla carta per terminare con “La scena reale”. Qui il tema della natura ed il disinteresse dell’uomo è un tutt’uno.

PIERANGELA CASTAGNETTA

“Oreste ad Elettra”, poesia di Emanuele Marcuccio

Contro ogni violenza sulle donne

 di EMANUELE MARCUCCIO, poeta palermitano

  

Orestes_electra«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l’unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l’istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno.

Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra.

Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste[1]

  

Oreste ad Elettra[2]

Oh, quale dolore provasti
per la tua triste sorte,
reietta, percossa, disprezzata!
Ma ora, felicità insperata giunge
alle tue pupille stanche:
tuo fratel, creduto morto,
è giunto alfin
a liberarti,
ad abbracciarti,
a rimirarti, dolce sorella;
quanto hai sofferto,
che aspra guerra, a qual battaglia
fosti risoluta, non vacillasti!
Come montagna che giammai trema
sotto le sferze del ciclone,
come cascata, che vasta
erompe precipite,
non t’arrestasti!
Eri pronta anche a morir,
triste misera, cara sorella,
erano pronti a seppellirti viva,
pur di serrarti la bocca,
quella bocca, che nacque
ad indorare baci,
una volta sposa,
a sì nero ufficio fu deputata:
casta fanciulla, ambra di rose,
non soffrir più,
riposa sul mio cuor,
non soffrir più,
non soffrir più!

(9/10/1996)


[1] Edito in Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47, p. 14.

ISBN: 978-88-6682-240-0.

[2] Edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100, pp. 72-73.
ISBN: 978-88-6347-031-4.

 

“Lo sprezzante caudillo”, poesia di Lorenzo Spurio con traduzione in spagnolo

Lo sprezzante caudillo

DI LORENZO SPURIO

 

L’esercito aveva allagato il paese

per il controllo supremo

dopo quella cogida fatal.[1]

Una sfrontata sfida continua

di urla e autoritarismi

di diamante ormai infranti.

Lo sprezzante caudillo

era stato messo in ginocchio

non da armi o minacce,

ma dall’inesorabile esistenza

e la gente piangeva

stringendo bandiere rosse.

images
TRADUZIONE DELLA POESIA IN LINGUA SPAGNOLA
Traduzione di Lorenzo Spurio ed Elisabetta Bagli

El caudillo desdeñoso

 

El ejército inundó el País

para el control supremo

después de la cogida fatal.

Un reto descarado y continuo

de gritos y autoritarismos

de diamantes ya quebrados.

El caudillo desdeñoso

se puso de rodillas

no por armas ni amenazas,

sino por la inexorable existencia.

Ahora el pueblo llora

aprietando banderas rojas.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.


[1] Con cogida si intende la “scornata” del toro durante una corrida. La “cogida fatal” è un attacco talmente forte dell’animale che provoca la morte del torero.

“Le cimici del mio cuscino” di Gianni Carlin, recensione di Lorenzo Spurio

Le cimici del mio cuscino
di Gianni Carlin
Ibiskos Editrice Risolo, Empoli (Fi), 2012
ISBN: 978-88-546-0935-8
Pagine: 53
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La caverna di ghiaccio
rimane gelata anche quando
fuori c’è il sole. (p. 24)

 

imagesQuesto libro è un acuto proclama sull’indignazione e la presa di coscienza della nullità dell’uomo nel suo presente storico. Il lettore leggerà di ossa, tagli, mutilazioni, sangue e sudore, di anziani con gli occhi rimossi dalle orbite e di acque radioattive. Gianni Carlin in questa sua opera prima mostra un certo pessimismo su molti mali della società patinata dell’oggi: la mancanza di meritocrazia, i falsi sentimenti, la prostituzione, la perdita d’identità dell’uomo e lo fa in una maniera cruda e tagliente che obbliga il lettore ad avere una reazione.

La poetica è a tratti ermetica a tratti marcatamente enigmatica e il poeta arricchisce le sue liriche che pongono attenzione sulla materialità e sulla corposità degli elementi a cui allude; man mano che si sfogliano le pagine, ci pervade un senso di oppressione che, anziché desolarci, ci aiuta a prendere coscienza su determinate realtà.

E in questo percorso dove Carlin mescola parodia, black humor e tragico, centrale è la figura del tempo, immortalato in varie liriche come motivo primo d’indagine e di confronto con l’umano esistere. Non è il tempo inteso nel suo lento incedere, nella sua forma canonica, ma un tempo che domina e si fa totalizzante, in grado anche di rallentare quello che, invece, è da sempre stato considerato inesorabile, la Morte. In una lirica il lettore si sorprenderà nel leggere di un anziano che desidera morire (non è chiarito il motivo, ma possiamo intendere che soffra di una grave malattia che non gli lascerà scampo) “ma la Morte si è fermata/ a leggere il giornale e a bere qualcosa./ Che brutta cosa la Vita/ quando vuoi morire” (p. 12). La Morte intesa come il tempo che si annulla qui sembra “godersi la sua esistenza” e vendicarsi dell’uomo che, invece, non aspetta altro che il suo arrivo. E così Carlin materializza la Morte come un comune essere vivente in attitudini quotidiane come quella di leggere un giornale o di bere qualcosa. Curioso e sarcastico al tempo stesso. Anche irriverente, forse. Varie liriche sono sprovviste del titolo e mi pare di capire che questo debba essere interpretato in un qualche modo: o l’autore ha preferito non anticipare nulla al lettore oppure l’attribuzione di un titolo era un’operazione praticamente impossibile e inconcepibile per determinate poesie.

C’è fastidio e sdegno nei confronti di militari saliti sul podio d’eroi della collettività per aver partecipato a una qualche campagna militare e Carlin osserva: “Se volete essere degli eroi non dovete essere vivi” (p. 14); lo stesso sentimento si respira in “Soldato” in cui il poeta non solo identifica nel soldato, nel guerrafondaio, un animo dal “cervello spento” (p. 52), ma gli augura una sorte beffarda: “Soldatino,/ ti auguro ti facciano il culo” (p. 52).

Carlin usa un linguaggio forte e scarnificato facendo riferimento a situazioni di violenza, di disperazione e d’angoscia; in alcuni casi ne fuoriesce anche una chiara critica sociale o di certi strati della popolazione, coloro che “hanno venduto il culo alla vita” (p. 27) o, per usare altri versi “Gente che ha passato la vita/ a rubare senza pudore/ e ora vuole pure la pensione” (p. 42). Lo shock che deriva dalla durezza delle immagini e dall’esuberanza linguistica che spesso lo porta ad utilizzare uno stile “scatologico” (in “Causa ed effetto” il poeta scrive senza remore: “Cazzo, che voglia di farmi fare un pompino.”, p. 32) spiazzano il lettore.

C’è sgomento, irritazione e voglia di dire le cose come stanno.

Non serve abbellire o mitigare la realtà, sembra dirci il poeta.

Questa va raccontata com’è: è brutta, dolorosa e infingarda. L’uomo può continuare a bearsi di una poesia edificante e barocca, ma si illuderà e non vi troverà se stesso.

I tagli, il “cuore marcio”, il “sangue nero” e le stesse cimici del titolo del libro sono tutte metafore di questo nostro mondo falsamente autentico, spersonalizzante, degradato, corrotto e in cui l’uomo non ha più chiaro il suo scopo. La copertina del libro, immette da subito il lettore in un’ambientazione visionaria, subdolamente favolistica, dove al fianco di un cervo visto ai Raggi X c’è un derelitto con un rosario di dimensioni esagerate, una prostituta con tacchi a spillo e in lontananza un musico che suona un flauto.

Ma su ogni immagine, su ogni effervescenza, sembra che il poeta stenda una finissima pellicola trasparente, una membrana opaca che permetta al tutto di conservarsi, di cristallizzarsi per sempre. Ma poi l’io lirico interviene con una lama e squarcia quelle superfici effimere per riportare tutto alla tragica realtà:

 

Verranno giorni buoni,
ma quelli cattivi saranno sempre dietro l’angolo. (p. 29).

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

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