Ninnj Di Stefano Busà: cos’è la poesia?

LA POESIA COS’E’? La POESIA DOV’E’?

di Ninnj Di Stefano Busà

Ci siamo chiesti sempre cos’è la Poesia? senza saperne dare una risposta certa. Così continueremo a interrogarci e a giustificare questo senso estetico che ci governa e ci domina definendolo il linguaggio più alto dell’uomo. La sensazione è quella di sostegno alle infinite carenze dell’umano destino, che pur nella caducità, nel limite del proprio orizzonte può intravedere una luce, anzi uno spiraglio in cui far volare alta l’anima vagabonda, sitibonda di fantasia e di sogni. La configurazione di ogni poetica è inconfutabile segno di pensiero, mostra la spiritualità dell’uomo fatto segno di svariate capacità intellettuali, con le quali si mette in confronto o parla agli altri simili attraverso il linguaggio diversificato della Poesia, in quanto Arte della parola, selezione di un linguaggio nobile e alato che riconduce al modello di una più marcata autonomia dell’individuo e dei suoi nobili ideali di spirito e d’intelletto.

Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Faccio riferimento al diverso grado di interscambiabilità che fa parte della vera natura dell’uomo, che ha esigenza di un linguismo alto, per evincere il suo disperato anelito alla trascendenza, alla ricerca di una nobiltà d’animo e di intelletto. Le teorizzazioni che ne avvertono il distillato più profondo dell’essere, sono bisogni interiori che neutralizzano la disperazione e il limite irrisolto ed estremamente vanificante del suo status. La Poesia sta all’Arte come al Mito e come l’economia al versante finanziario, o la Pittura al tratto dell’Artista (con l’A maiuscola). Anche la Poesia, purtuttavia, interagisce e fa suo un sistema di vasi comunicanti all’interno dell’Arte: è parola che utilizza il meglio di sé per addivenire a strategie di pensiero che interrogano l’inconscio, il suo farsi territorio cogente di un piano alto di strutture umane che ad esso fanno capo. Infatti, non ci sembra che la filosofia, dalla quale l’Estetica si è staccata per sua precipua necessità, abbia fin’ora cessato di interrogare e interrogarsi sulle varie ragioni che hanno indotto la Poesia a manifestarsi come concetto -concezione vitalistica dell’intelletto-  . Come Ente indipendente e fascinoso nella complessità del progetto di sviluppo e del progresso dell’uomo il dire poetico corrisponde ad un linguismo purificato da scorie e, dunque, sublimato nella fattispecie storica come un concetto a se stante. Riteniamo che la Poesia richieda il massimo sforzo direttament e al poeta stesso e per induzione al lettore che ne è il fruitore. Gadamer ha posto l’accezione che il metodo della Letteratura consista nella sua interpretazione testuale, ma anche nel sistema interno ai rapporti che intercorrono tra poesia e Storia. La Storia è il risultato dell’intelletto, il suo fine ultimo, il suo reiterarsi ed evolversi da un progetto d’intelligenza e di progressiva interazione con la Vita e le condizioni esistenziali dell’individuo. Oggi i mezzi di comunicazione fanno del poeta un emarginato, perché la multimedialità telematica ha soppiantato la parola “del cuore”, ma forse ignora o pretende d’ignorare le ragioni stesse delle sue esigenze intellettive e intellettuali. La scrittura poetica è ben lungi dall’essere assimilata dall’iconografismo moderno, dalla sua spinta propulsiva all’utile e non al valore in sé. L’invenzione, la fantasia, l’estro del poeta restano a testimoniare ilpostmodernismo della società  volto al suo nichilismo epocale. Sembra un paradosso ma, oggi i poeti sono statisticamente più numerosi che in passato, proprio per la funzione diffusiva di internet e della telematica. Il metalinguismo che si instaura come simbolo di autenticazione del poeta è la  -vis – formale che non pone alcun veto alla creatività. Il potere creativo della fantasia è l’atto stesso della sua istanza scrittoria, il quale sembra appartenere interamente all’artista. Quando la Poesia tocca  – lo status di grazia– il pathos che ne consegue è espressione selettiva dell’emozione, che si va a configurare come visione utopica del mondo. L’arte non fa che aderirvi, essere l’archetipo, ma è pur sempre la vocazione a dare il segnale più importante. La Poesia riposa nell’inespresso, è sempre lontana da noi, perché fa parte dell’immaginario e del sogno, pur se si configura come la trasfigurazione della logica comune. L’ispirazione in Poesia non ha ore fisse, né lavora a freddo, come su un vecchio marmo da laboratorio, non è neppure  – repechage mnemonico – perché il verso non si tiene in memoria, svola con la stessa rapidità dell’aria, si spegne come lampadina con l’interrutore. E’ tutto e niente delle proprie capacità, che temerariamente, vengono esposte e mostrate ad un pubblico più vasto. Non corrisponde quasi mai a tempi e luoghi prestabiliti. Possiede il massimo della sua libertà e autonomia. E’ dono di elezione e basta. Borges dichiara: “vedo la fine e vedo l’inizio, ma non ciò che si trova nel mezzoQuesto mi viene rivelato gradualmente, quando l’estro o il caso sono propizi”. Ecco, dunque, il mistero che conduce per mano la poesia: un Ente intellettivo, una risorsa del pensiero cogente  che conduce l’intelletto all’azione creante. È come se da un’archeologia antropologica andassimo a scoprire le tracce sbiadite di una stratificazione millenaria. Se ne ritrovano i reperti storici che sono  disvelamento e scavo, scoperta di un processo intellettivo cui l’uomo è finalizzato. Ma non ne troveremo mai la spiegazione. Il poeta è guidato dalla passione, dall’estro, talvolta dalla duttilità, dalla versatilità della parola che sa divenire strumento, forma, contenuto di una ortodossia concettuale più vasta. In Poesia si procede a tentoni, a volte si avanza nel buio più fitto, solo qualche volta si “esce a riveder le stelle“. Dice Valery: “solo il primo verso, in una poesia è donato dagli dèi”, in ogni modo non è detto che sia possibile innescare il segnale metapoietico, e neppure sempre è possibile realizzare il capolavoro che cerchiamo.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“Poesia come groviglio che si dipana dal mistero” di Ninnj Di Stefano Busà

Poesia come groviglio che si dipana dal mistero

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono molti modi per sgrovigliarsi dalla morsa della Poesia, che come Mistero pervade e assolve. Senza colpa alcuna, si entra nel meccanismo poetico e se ne viene a tal punto travolti, da non poterne più fare a meno. Chi scrive Poesia, la fa per sempre. Non vi è percorso più obbligato di quel sentiero impervio, scosceso, ai limiti dell’isolamento.
Come un calco nell’argilla la parola del poeta s’innesta, s’incista al centro di un mistero fittissimo. Perché facciamo poesia? perché scriviamo in versi? quale forza ci spinge a decifrare segnali dell’oltre? interpretare una lingua aliena che ci scruta dentro l’anima e ci fa pronunciare ai limiti del sogno.
Vi sono imponderate ragioni per farlo.
poesia-amore-victor-hugoPrima d’ogni altra cosa, l’inclinazione. Vi è nella poesia una sorta di predisposizione, un input di cui sconosciamo la ragione, che ci permette di collegarci con la parte più profonda e abissale di noi stessi.
Il poeta sa che ogni parola origina ab interiore ed è il risultato della sua indagine conoscitiva, del suo percorso umano, del suo sentire acuto e impaziente che cerca il dialogo con l’esterno, si fa testimonianza di una presenza spirituale che comprende la forza e le finalità del suo intendimento, le quali spesso corrispondono all’esatto richiamo della coscienza e dell’intelletto: vi è uno strano connubio tra il pensiero poetante e la liturgia verbale del linguaggio lirico, fatto di premonizioni, di sensazioni, emozioni, suggestioni mai placate, spesso sdrucciole, impermeabili a qualsiasi altro richiamo che non sia il significato irrisolto della propria ragione insondabile, quanto mutante, il segno inconfondibile della propria identità.
In poesia si può trovare l’evidenza di un tragitto che paradossalmente appare normale, ma che a ben vedere è ostico, difficile, tragico e quasi sempre implacabile. Ci pone interrogativi, ci indica la sua irriducibilità, come atto di fede, che si articola nel sentimento e nell’abbandono a parole desuete, come se l’assillo inquietante di un significato “oltre” ci pervadesse.
La natura stessa cangiante e mutevole ci fa da sfondo, è il cimento ininterrotto del poeta, il suo vivaio d’immagini, di passioni, di riferimenti pulsanti, vi fa da sonda interagendo con ogni accelerazione, che riesce a muovere le corde intime e ben controllate del cuore.
La scrittura poetica è quasi sempre l’imprevedibile espressione che sollecita con lucidità e senso tutte le pulsioni.
La Poesia si confronta con le perturbazioni del mondo, con le sue assenze, le sue varianti, le eccedenze, le contraddizioni. Essa è perciò la molla di un cimento ininterrotto tra l’ego e il suo contrario, la presenza materica della sua necessità ne prende atto come di un evento irriducibile, che si dipana dal mistero per proiettarsi dentro e fuori da ogni tautologia, infondendo alla consapevolezza del pensiero la necessaria forza per redimere la bellezza minacciata dalle brutture del mondo, quasi catarsi, dunque, evocativa di meraviglie e metamorfosi.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

La poesia: forma espressiva sottovalutata ed esautorata – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia: forma espressiva sottovalutata ed esautorata

di Ninnj Di Stefano Busà

Ebbene, ammettiamolo, la poesia non è per tutti, ma solo per coloro che la amano, è un agglomerato di cellule mnemoniche, che come da struttura sinaptica passano direttamente dal cervello alla pagina bianca, dopo aver congiunto e collegato le cellule deputate all’attività di coordinamento; un’attività pseudocerebrale e linguistica che assolve questo compito, al quale si può aggiungere la predisposizione, il sincretismo della parola, l’attenzione per l’arte del linguaggio, la fantasia, l’estro.

In poesia, <la parola> attende la nuova ipotesi disvelativa che le deriva dall’essere trascritta e trasmessa: l’input le giunge dal subconscio, l’appello della chiamata preposta a formularla origina dall’intelligenza del cuore, che le permette di collocarsi in una sua fisiognomica particolarmente gradita o la respinge, altre volte la rinnega, la contrasta, la svilisce, quante cose si compiono a suo danno! Quanta intolleranza, quanto lesionismo e ignoranza è costretta a subire la poesia!

Mi fa rabbia vederla trattare con quel fare pietoso e umiliante, che recita: a che serve?

Lo dichiarò Montale a chiare lettere, ma mi permetto di dissentire: la poesia è una delle innumerevoli doti umane che non dà fastidio, non scomoda nessuno, non s’impone a viva forza, non pretende nulla, non esige alcunché, si rifiuta di giungere a chi proprio la ignora, non la capisce, non la ama: se ne sta lì, quieta e silenziosa senza scomodare alcuno. Se c’è, si fa sentire, se è amata, riama con la stessa intensità, con grato e sincero altruismo.

Spesso ripaga proiettando il poeta in una territorio sconosciuto che è l’iperuranio della sua ricerca.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

Lo ripaga delle tristi vicissitudini in cui tutti siamo costretti a vivere, sa donare con gioia quella pagina di armonie o di equivalenze che originano direttamente dal cuore, per riequilibrare contrarietà, sofferenze, dolori, solitudini.

Se la chiami ti accompagna, viceversa se ne sta latente, in un silenzio quasi assoluto.  

La poesia non ha accesso all’utile, non ha predisposizione al vantaggio materiale, non s’intromette nell’economia, né si propone alle moltiplicazioni avariate e contraddittorie di un mondo finanziario losco e invasivo, che guarda alla materialità con avido ingegno, con provocante e pervasivo utilitarismo.

La materia lirica non è viziata mai da diniego alla morale, neppure al più sottile e sofisticato meccanismo di risorse che concorrono alle vita greve dell’individuo.

È solo una forza legittima che vuole venir fuori a sedare gli animi, a placare semmai il loro bisogno spirituale, intellettuale, un richiamo all’autenticità metafisica del singolo uomo, mira all’armonia, alla completezza, all’idealità del mondo, perché l’umanità ha bisogno di capire, di sincronizzarsi col suo essere, con la sua entità interiore.

Ma proprio perché non ha nulla da spartire con l’interesse spicciolo, come si può facilmente supporre, (gli fa d’intralcio); è malvista in questo nostro momento storico così pervasivo, asfittico, sclerotico, fatto di un solo “input”creativo: la necessità di accumulare ricchezza…niente di più naturale che la vanagloria in un mondo così  – (s)poetizzato – così avido, lontano dall’interesse creativo e lirico.

Ma se ci soffermiamo qualche minuto a riflettere, come si può ben vedere, la poesia non ha mai fatto del male a nessuno, siamo noi che l’abbiamo esautorata, esclusa, sottovalutata, posta ai margini, perché priva di quella forza brutale, meschina, invasiva, deputata al benessere materiale: l’uomo di oggi propone se stesso, è ammalato di protagonismo che gli può dare solo la raggiunta ricchezza, il potere, il successo. La poesia non dà nulla di tutto ciò, nessuna delle tre ipotesi è raggiungibile con la poesia, perché essa è l’emanazione della nostra spiritualità, dell’ingegno; la particolarità unica ed esclusiva, generosa e mite della natura umana la richiede, per distinguerla a livello di superiorità dal genere animale.

Nel coacervo esponenziale della menzogna, dell’ipocrisia, della contraddizione, la Poesia assolve il compito di regolatrice ed esploratrice della psiche umana che ha necessità di formulare il suo bene, la sua condizione di ricognitrice, di viaggiatrice in un mondo disorientato e reso succube dal male, la poesia manifesta il suo vigore, rivela il pensiero di esistere al di là del mondo materico e viziato, estrinseca l’implicito significato dell’intelletto “pensante”, la passione, l’atto espressivo del sentimento, che eloquentemente vuole contrastare l’insignificante, l’animo, il banale; lo richiede con impeto e, talvolta vi riesce, di saper dire l’inesprimibile.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo “Bilancio interiore”, a cura di Lorenzo Spurio

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro Bilancio interiore / Inner Balance

  

a cura di Lorenzo Spurio

  

Dal giorno in cui ho capito le linee della mia mano

ho cominciato a litigare con la vita (34)

 

Il mondo è come un bel libro

e il tempo è il migliore maestro:

volendo, si può imparare quasi tutto. (110)

 

A testimoniare il fatto che gli incontri migliori e che più ti arricchiscono sono sempre quelli che capitano casualmente, o comunque senza nessuna coincidenza prestabilita, vorrei parlare del mio incontro con Umeed Ali, un signore pakistano della regione del Punjab, nato nel 1961 e poi emigrato in Italia in cerca di un futuro migliore molti anni fa. Non è la sua una delle tantissime storie di emigrati che tentano solamente di approdare in quello che ai loro occhi può apparire come il paese di Bengodi dove lasciarsi alle spalle le sofferenze e la povertà, ma è la vicenda amara salda nella credenza religiosa di una persona dall’animo profondamente sensibile. La scrittura, il suo amore per la poesia e la riflessione nel mondo di carta, infatti, lo ha portato a stringere un profondo legame con la parola: le sue prime opere, scritte già durante la sua esistenza in India, vennero scritte negli idiomi locali tra cui l’Urdu, il Saraiki e il Punjabi.

1424191142Ho conosciuto Umeed Ali durate un ciclo di eventi culturali che ho co-organizzato a Palermo a metà Aprile 2015 ai quali lui, grande amante della cultura e frequentatore della Libreria Spazio Cultura dove si tenevano gli eventi si è presentato interessato. Alto, dai profondi occhi neri e dal viso di una serietà dolce e pacata, con una generosità d’animo difficile da trovare oggigiorno si è presentato facendoci leggere anche alcuni estratti apparsi su giornali nazionali e locali di prestigiosi nomi che l’avevano recensito o conosciuto. Mi ha raccontato che la sua vita non era mai stata facile e neppure ora, pur trovandosi a Palermo da amici, ma sempre alla ricerca di piccole donazioni per potersi sostenere e inviare soldi alla sua famiglia in India. Ciò che mi ha colpito è stata la sua voglia di parlare: di narrare di sé ma anche di saper ascoltare le vicende altrui, cosa che raramente un recente conosciuto è portato a fare.

Ho scoperto così che nella sua attività di vucumprà che ha contraddistinto la gran parte della sua vita una volta giunto in Italia, ha praticamente viaggiato in su e giù quasi tutta la Penisola e che conosceva città, monumenti, collegamenti stradali e orografia ancor meglio di un qualsiasi nativo. Di esser stato vari anni a Padova dove, anche se non ha amato molto la mentalità della gente adducendo alla loro freddezza e riluttanza, d’altro canto gli è stata propizia perché proprio nel Triveneto è stato appoggiato da associazioni, biblioteche ed enti locali che gli hanno fatto vendere un gran numero di copie del suo libro. Della mia Regione mi ha detto di esser stato a Jesi, Ancona, Falconara Marittima, cioè praticamente di conoscere il territorio abbastanza bene e, si sa, un vucumprà che è costretto a muoversi di continuo e sulle sue uniche gambe è il miglior “viaggiatore” e conoscitore degli spazi che ci possa essere sulla Terra. Il viaggio, che non è un divertimento, è funzionale al sostentamento ma al contempo gli permette di osservare il mondo nelle piccole cose e di conoscere le persone così come il fatto che alla freddezza caratteriale e alla ricchezza (dei sostegni) del Nord da lui sperimentato preferisse la calorosità e la parsimoniosa e reticente offerta della gente del sud Italia. Mi  ha raccontato che ha vissuto tanti anni a Perugia (nella quale ritornerà dopo questa sua permanenza a Palermo) della quale conserva un bel ricordo e insieme abbiamo ripercorso i vari ambienti della toponomastica cittadina che ben conosco perché vi ho studiato due anni. Negli anni in cui io studiavo alla Facoltà di Lettere lui abitava poco distante da Piazza Morlacchi dove, pure, nella nota Libreria-Casa editrice Morlacchi aveva dato alle stampe il suo libro di poesie. Io a quel tempo mi servivo nella stessa libreria per testi universitari e dispense.   

copDurante la serata del 18 aprile in cui alla Libreria Spazio Cultura avevamo organizzato il reading poetico dal titolo “Grandi e Dimenticati: la poesia che non muore”, Umeed ci ha letto tre sue poesie presenti nel libro o, meglio, le ha recitate a memoria in parte chiudendo gli occhi ma dandone sempre il massimo della forza espressiva nel suo italiano, perfetto, con lievi sentori di un difficile percorso di apprendimento. Ci ha spiegato che nelle lingue indiane da lui conosciute una stessa parola in base alla lettura, alla sonorità che ne scaturisce dalla pronuncia è possibile ricavarne significati differenti, completamente distanti tra di loro e che c’è una ricchezza lessicale stupefacente. La sua difficoltà nell’esprimersi nell’italiano, negli anni, non è stato il semplice saper tradurre da parola a parola, cosa meccanica e semplice come potremmo fare tra una lingua neolatina e l’altra, ma andare a vedere se nel relativo termine tradotto in italiano, in effetti, si mantenesse il significato originario del termine, nella lingua pakistana, come lui l’aveva inteso e creato. Un processo senz’altro difficile al quale la sua poetica, raccolta in questo volume bilingue italiano-inglese, si è dovuta piegare ma che, a ben vedere, non ne ha risentito in maniera troppo dura. Così scrive nella poesia intitolata “Dal giorno in cui ho iniziato a scrivere in italiano”: “È difficile riuscire a trasmettere i sentimenti/ in una lingua straniera,/ perciò mi manca sempre qualche parola giusta/ o qualche frase,/ ma quando finiscono queste lontananze, di lingua e colore,/ siamo tutti vicinissimi” (66).

Le poesie di Umeed Ali parlano di solitudini e lontananze, di indifferenze sociali e di disagi che si realizzano distanti dagli occhi dei più, sotto la luce del giorno. Sono parole che risentono dell’offesa subita, della mancanza di aiuto, dell’insensibilità e di una divinizzazione dell’uomo contemporaneo portata all’estremo. Una società in cui, parafrasando Orwell ma anche Sciascia delle Favole della dittatura esistono maiali (potenti) e i topi (vittime) dove i primi che, in cima alla scala piramidale gestiscono l’esistenza di tutti, non fanno altro che incamerare ricchezze, riempirsi la pancia e, cosa peggiore, infischiarsene di coloro ai quali per lo meno potrebbero dare briciole dei loro “pasti” da nababbi.

A Palermo nell'aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali
A Palermo nell’aprile 2015 assieme al poeta pakistano Umeed Ali

In questo Bilancio interiore che è il titolo della raccolta, Umeed si denuda sulla carta per raccontarci la durezza di una esistenza improntata alla continua ricerca nell’altro di comprensione, apertura, vicinanza e curiosità. Anche la semplice parola, il regalare una conversazione a una persona sola, depressa, malata o denigrata può significare per essa la salvezza e al contempo scopriremo che sarà stato un regalo anche per noi stessi.

Il libro si apre con la poesia “Per Dio Grandissimo” e il “Dio Grandissimo” di Umeed chiaramente è Allah anche se lui non lo nomina e, parlando con lui di religione, ho percepito la sua indignazione su quel viso scuro prima rilassato e di colpo compunto e un’espressione schifata quando abbiamo parlato della nuova e grave minaccia terroristica che riguarda il mondo tutto. La religione per questi fanatici è solo un pretesto per ambire a qualcosa di più alto con l’aiuto di ingaggi internazionali che forniscono armi e coperture. Li ha definiti con i peggiori epiteti che si possano udire e ogni volta che ne fuoriusciva uno dalla sua bocca percepivo la sofferenza di chi ha sperimentato sulla sua pelle la violenza, la coercizione, lo sfruttamento, l’abnegazione a sedicenti logiche di salvezza.

Umeed è il poeta del sentimento, un uomo che dinanzi a tante difficoltà è riuscito a prediligere il lato umano e il rapporto interpersonale su ciascuna cosa ed è proprio per questo che è in grado di scorgere la bellezza, nella donna o nella natura, quando forse sarebbe più istintivo trovare spazio nello sconforto di immagini fosche e deprimenti: “Tocca la mia fronte/ perché il profumo della tua mano/ possa cambiare il mio destino” (28). Ed anche se la durezza di una vita trascorsa tra difficoltà (“io faccio sempre una dura vitaccia”, 56) e lontananze dai suoi cari è pesante da sostenere ed Umeed ci parla dei suoi “problemi di tutti i giorni” (34) il messaggio finale non è mai cupo, non tende al pessimismo, né allo scoraggiamento poiché, come lui stesso sostiene in maniera lapalissiana,: “La vita è una gioia e pure un dolore/ la vita è un’offesa e pure un amore” (46).

Per un emigrato in un paese talmente diverso dal suo luogo di nascita e dalla sua cultura ci sarà sempre spazio al ricordo, più o meno mesto, di ciò che ha lasciato per altre terre. Trovo che nella poesia “Nostalgia” di Umeed sia contenuto questo sentimento di angoscia-ossessione che lo lega a un passato distante non solo in termini cronologici, ma spaziali, culturali e soprattutto affettivi: nella poesia “Nostalgia” leggiamo: “Mia cara nostalgia rimani con me/ non devi lasciarmi solo/ […]/ Se vuoi stasera andiamo insieme/ in qualche luogo particolarmente bello,/ […]/ e ti racconterò una bella poesia/ dedicata a te, mia cara nostalgia” (60).

Un libro-testamento che ci consegna pensieri sulla vita, sul senso della stessa e su come potremmo tutti vivere meglio se allontanassimo da noi il narcisismo che dilaga, se rifuggissimo l’invidia e abbattessimo l’indifferenza che costruisce giganti di roccia, monadi in sé chiuse e apparentemente autosufficienti. Nessuno è autosufficiente a sé stesso. Nessuna famiglia. Nessuna società. Ed è così che Umeed Ali ci interpella su riflessioni di questo tipo alle quali tutti i giorni non diamo troppo spazio impegnati nei tanti impicci quotidiani assorbiti da una ritualità che ci ha fatto automi: “Se tutti siamo figli di Eva e Adamo, / come mai fra noi così mal pensiamo” (54). Due versi linguisticamente semplici privi di retorica che non hanno la volontà di metter a giudizio nessuno, ma di aprire alla consapevolezza in unione con una contemplazione e profonda gratitudine verso il Dio creatore che dobbiamo pregare, invocare e sentire vicino a noi, come un grande amico a guidarci verso il bene mettendo fine a ciascuna idea che consacri la violenza e il sopruso tra gli uomini: “Vergognati egoista, hai sempre sete/ del sangue del tuo fratello innocente./ Non devi scordare che esiste un vero potete, grandissimo/ Di universale misericordioso” (64).

I versi di Umeed riguardano verità sacrosante che vanno scolpite sulla roccia e incise sui muri delle città affinché restino lì, perentorie a informarci quale può essere lo spauracchio che dilania la comunità per chi ne svia il percorso e s’imbatte in territori dove la moralità e il senso di rispetto sono stati relegati a categorie inutili. La forza della parola è altisonante e diventiamo amici di Umeed uomo-esule-vucumprà-poeta-cittadino di nessun luogo che con l’arma più potente e persuasiva ci permette di guardare dentro di noi con più convinzione e serietà. Il suo verso si fa ora canto, ora preghiera, ora denuncia ora sdegno e commento critico sul mondo e nel complesso ci consegna un compendio autentico e sofferto del suo arcobaleno emotivo che, a intervalli, riaffiora nel cielo dopo momenti di pioggia e oscurità: “Quanto è bello stare con se stessi,/ raccontarsi di cose profonde/ e anche ascoltare se stessi” (92).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 30-04-2015

 

Presentazione del volume “Le carte poetiche” di Egidio Mengacci, poeta urbinate

Presentazione del volume
“Le Carte “poetiche” di Egidio Mengacci – Atti del convegno dell’agosto 2008″

a cura di Gualtiero De Santi

 

Le Carte “poetiche” di Egidio Mengacci – a cura di Gualtiero De Santi

L’Università di Urbino e il Circolo Acli rendono omaggio alla produzione poetica di uno dei personaggi che hanno accompagnato più da vicino gli anni del Rettorato di Carlo Bo. Dopo il saluto del rettore Vilberto Stocchi, i docenti Gualtiero De Santi, Maria Lenti, Gastone Mosci e Sergio Pretelli, coordinati da Salvatore Ritrovato, illustreranno i tratti umani e letterari che emergono dagli atti del convegno dell’agosto 2008 ora finalmente pubblicati.
Brani dalle opere di Mengacci saranno letti da Roberto Rossini

Organizzato da Università di Urbino e Circolo Acli

Relatori
Gualtiero De Santi, Maria Lenti, Gastone Mosci, Sergio Pretelli, Salvatore Ritrovato

il 26/02/2015 alle ore 16:00
presso Aula magna del Rettorato

Università di Urbino “Carlo Bo”

 

Fonte: http://www.uniurb.it/it/portale/index.php?mist_id=0&lang=IT&tipo=IST&page=246&evntID=3050 

“A sera” poesia di E. Marcuccio con un commento critico di Lorenzo Spurio

A sera

EMANUELE MARCUCCIO

 

a sera

e luminose

scandiscono

le ore

 

vanno

lente

lente inanellano

ricami

ricolmi

 

ricolme d’anni

passano

le ore

 

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Commento di Lorenzo Spurio:

Due le matrici tematiche della recente lirica di Marcuccio che si concretizzano quali nuclei fondanti dell’animo introspettivo del poeta: l’osservazione del mondo e la sua percezione. L’immagine della sera ci introduce in uno scenario piuttosto torvo dove qualcosa di luminoso è in grado però di schiarire l’ambiente.

Colpisce la struttura dei versi quanto mai atipica, minimalista e oserei aggiungere anche privativa, ci chiediamo infatti a cosa sia da legare il secondo verso, a quale correlativo oggettivo (se presente nella lirica sia da attribuirne la qualificazione del soggetto); d’altra parte non mancano sistemi anaforici come la chiusa della prima strofa che ritorna a conclusione della lirica e ancora il “lente” che si sussegue in due versi a volerne marcare ancor più questo andamento pacato, quasi inavvertibile, di un mondo assopito e spasmodicamente incongruente poi con le ore che passano.

Non privi di attenzioni sono i sistemi musicali che la lirica porta con sé con allitterazioni e sonorità che richiamano un suono cadenzato, soprattutto nella vibrante erre di “ricami/ricolmi”.

Marcuccio nebulizza ancora una volta la concettualità di fondo in versi serrati, mono-vocabolo, di appena tre sillabe, dal linguaggio semplice con terminologie di dominio pubblico con le quali affresca più che un paesaggio esterno, un quid emozionale, uno stato dell’anima.

Gli anni sono visti quali il prodotto continuo e quasi inavvertibile di momenti, una rincorsa continua di secondi che si sostituiscono l’uno all’altro. Nella realtà consuetudinaria della vita giornaliera notiamo lo scorrere delle ore, entità inesistenti di creazione umana pensate per una sua migliore organizzazione nel mondo e quando queste si sommano tra loro, si duplicano, vengono a confluire in un tempo passato più lungo, quasi in-arginabile quale un fiume prossimo all’esondazione, di anni che se ne sono andati.

Una riflessione sul tempo giocata su termini singoli che descrivono un mondo.

Al lettore il compito di indagare collegamenti tra nuclei concettuali e individuarne priorità semiologiche.

 

Jesi, 27-12-2014

 

Addio a Julio Monteiro Martins, scrittore italo-brasiliano

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Julio Monteiro Martins

Mi è appena giunta la brutta notizia della morte di Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane che da anni viveva a Lucca.
Poeta, scrittore, critico e direttore della rivista di letteratura “Sagarana” da lui fondata e con la quale ho avuto il piacere di collaborare varie volte con racconti e saggi. Cliccando qui si potrà leggere una biografia dell’autore.
Se ne va una persona dall’animo gentile e dalla cultura sterminata, sensibile, un autodidatta sincero che mi ha insegnato molte cose e di cui la letteratura italiana, brasiliana, della migrazione e mondiale, dovrà di certo tenere in considerazione.
Per ricordarlo, di seguito, lascio i link di due miei interventi sull’attività di Julio Monteiro Martins che sono l’intervista che gli dedicai qualche tempo fa prima della scoperta della malattia e la recensione che scrissi per la sua seconda e ultima raccolta di poesie “La grazia di casa mia”


R.I.P. Direttore.

 

 

“D’un trasognato dove” di Felice Serino. Recensione di Lorenzo Spurio

D’un trasognato dove – 100 poesie
di Felice Serino
Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014
Pagine: 124
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare
Scatole nere sepolte nel cuore
Dove la storia
Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove– 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo mondo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazione di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

“La battaglia si vince solo intentandola”. Manuela Marino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

“La battaglia si vince solo intentandola”

Commento di Manuela Marino a Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Edizioni Agemina, Firenze, 2014

 

Caro Lorenzo,

 

ti ho letto con molta partecipazione, concedendomi tutto il tempo prezioso per una lettura continua, direi ravvicinata e costante, di  una poesia dopo l’altra, come una full immersion nella tua poetica per me nuova, sia ragionando a livello tematico sia calandomi completamente nell’atmosfera fortemente evocata dai termini. Devo dirti che in questa raccolta c’è un bel continuum sia “ideologico” in senso positivo, sia di stile. Questo è importante e funziona anche nell’insieme, che risulta ben omogeneo, cosa non sempre facile con poesie scritte in periodi diversi e sulla spinta di eventi reali differenti. Eppure, molti sono i fatti, una la voce. Bravo.

Altra cosa che balza subito all’occhio è la concretezza ma non prosaica del tutto. Ciò che la parola divenendo poetica mostra e ben fonde, coniugando immagine e pensiero: non plastica descrizione fine a se stessa, non solo concetto o cerebralità.

Così il tuo cammino nel mondo, non da uomo insensibile né da intellettuale in cattedra, è quello del poeta civile nella sua vera accezione e, dovrei dire, spesso eccezione. Non c’è provincialismo, la terra che si “bacia” a partire dalla propria va ben oltre con l’universalità del messaggio poetico; Turchia, Egitto, Ucraina, ma anche Francia, Inghilterra, Venezuela etc., perché la cronaca, come accade alla propria biografia, possa essere testimoniata nell’impatto emotivo di chi la vive e rendercela in questa “visione parlata”e “sciolta” dei versi.  Che cos’è la poesia se non il tormento di una interpretazione sempre in cerca di oggettività, di universalità, anche e proprio se nulla è più soggettivo della parola poetica? Questo sentire che anela, talvolta contro se stesso, ad una verità: “Mi fingevo altro da me” e “Decisi di (…) darmi in pasto;/ m’abbeverai ad una fonte putrida” e, ancora, “ma ora ricerco una via unica”.

copertina-Lorenzo-Spurio-weQuesto piacere del vero o “dell’onestà”, per dirlo con Pirandello, che condivido e che ci accomuna, poiché il sentire anela sempre ad una verità, magari cruda, magari smascherata o sviscerata, eppure ancora esistente da qualche parte nel caos dentro l’uomo, o “nelle strade tra polvere e odio”… E per questo ancor più di vitale importanza, nel suo carattere universale.

Il poeta è forse per sua indole perennemente in una sorta di esilio, non di meno nella parola che lo rende continuamente funambolo su una eterna linea di mezzo o di confine, tra detto e non, tra potere evocativo e simbolico e istinto di significazione.

Io amo dire che ogni poeta è un po’ Cyrano di se stesso e fa continuamente la spola tra se e se, così come tra se e la realtà, per trovare la giusta espressione di ciò che sente…

In questa bella raccolta l’assalto condivisibile, (non confonda talvolta la musica melanconica che lo accompagna e che è un po’ il tuo “cor gentile”, la tua “educazione sentimentale”), l’attacco-difesa nei confronti di ciò che si vede e si vive, anche tentando lo straniamento, è la forza palpabile di questi versi, dove persino l’uso dell’imperfetto (che in genere io non prediligo) non precipita nella prosa dunque nella passività di qualcosa già accaduto, poiché l’uso pertinente dei vocaboli, la scelta di termini e di sofferta aggettivazione quasi “espressionista”, ne rende intatta la pulsazione come al presente.

Infine, ma si potrebbe continuare, che “strilli” pure l’inchiostro, che resti per fortuna “indomito” sempre contro il “non detto” (tema a me tanto caro), contro le “domande senza risposta”, le “occhiate ingannevoli”, o ancor peggio contro i “neuroni sfatti” e i “fantasmi purulenti” del nostro vivere così alterato, confuso in “specchi rotti”, costretto in “tenebre infamanti presto metaforizzate  in violenza”. Ma sì, certo, che parli la voce, pur rimettendosi sempre in discussione, non più silenzio, “non più favole”, non più “inciuci dorati all’ombra del Palazzo/ non lontano dai vicoli/ degli osti sguaiati./ Ipocrita cucina casereccia”. E dove si “de-moralizza” (si toglie anche etica) il “tragicomico della vita d’oggi, passando per la farsa e riducendo tutto in burletta”…

Ecco tutto ciò il poeta lo sa dire in versi senza farlo morire inesorabilmente. Sono versi di limpida potenza, scritti anche se “la caffeina” è ormai “pietrificata”, i vetri “appannati” come occhi di madri cui “il pianto non trova fine” o anime che sudano freddo. La pioggia è “solforica”, il fumo “canceroso”, l’intonaco è “fradicio della recente pioggia” e sembra “una spugna di sangue”, il fango si fa “cemento” e persino il sole non tramonta ma sembra oscurarsi lasciandosi andare,  “sviene” si dice. Ma noi siamo ancora sicuri che “la battaglia si vince solo intentandola” e portando all’occhiello il “fiore giallo” della poesia, che una volta colto emana la sua essenza esattamente come si esala un un ultimo nobile respiro, ma nella certezza che la parola poetica non sia mai vana né per chi la scrive né per chi la legge  e, riuscendo a sentirla, assorbendola, se ne nutre.

Già sai cosa penso della copertina, con questa bella idea del binario che finisce nel mare la sua corsa, il che non occorre spiegare, credo, parla veramente da se. Mentre un’ultima parola voglio spendere volentieri sul titolo, che trovo veramente appropriato, la sintesi perfetta di ciò che è all’interno. Occorre tagliare i rami secchi, come nella Bibbia si dice “Un fico che non porta frutto va tagliato” etc. mi pare Luca. Sono dolorosissime amputazioni, neoplasie addirittura di interi organi  o sistemi, divenuti cancrena della nostra società e della nostra esistenza, ma, lo sai bene, è proprio verso questo “appuntamento” non solo possibile ma immancabile che tende la “civile” arma della poesia.

Davvero complimenti.

 

Manuela Marino

“Dipthycha” di Emanuele Marcuccio, recensione di Giorgia Catalano

DIPTHYCHA
di Emanuele Marcuccio e AA.VV.
Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Poesia/Antologie
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 

 Dipthycha_original_front_cover_600Non mi è mai successo di recensire un libro che mi vede tra gli autori, ma colgo con interesse questa opportunità meravigliosa: esprimermi guardando l’opera da un’altra angolazione.

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, attento e sensibile critico letterario, ideatore di questa non solita antologia -come egli stesso ama definirla- ha raccolto in questo volume (che, già a guardarne nel dettaglio la copertina, profuma di storia, quindi, di qualcosa di importante ed incisivo) ventuno dittici poetici, per un totale di quarantadue diverse ispirazioni. Accomunate tra loro da uno stesso tema, abbracciano la Poesia nella sua accezione più estesa e più nobile.

Si parla di sentimenti, di stagioni, di sguardi introspettivi rivolti verso la società, la guerra, di eventi a volte anche non piacevoli, penso, ad esempio, al terremoto in Abruzzo (vedi il dittico, composto da “Distacco terreno” di Rosa Cassese e “Per i terremotati d’Abruzzo” di Emanuele Marcuccio) per mezzo di linguaggi diversi e diverse espressioni, attraverso il vissuto interiore -e non soltanto- dei singoli autori.

Riuniti in un’unica stretta di mano, i poeti, tutti, hanno elevato una voce corale, collettiva, rivolgendola a coloro che si nutrono di emozioni e che non potranno non ritrovarsi tra i versi indelebili racchiusi in questo scrigno prezioso.

Il Poeta parla del mondo, di quello fuori e dentro di sé, mettendo a nudo la propria anima senza vergogna, perché -come si evince dalla lettura di Dipthycha, opera unica nel suo genere- esistono sentimenti ed emozioni universali che non conoscono confini, né limiti di sorta.

Dipthycha: voci sussurrate, mai prepotenti.

 

Giorgia Catalano

 

Torino, 28 agosto 2014

Intervista al poeta: Lorenzo Spurio colloquia di poesia con Antonio Spagnuolo

LS: Il poeta romantico inglese John Keats (1795-1821) in uno dei suoi aforismi scrisse: «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». Che cosa ne pensa della poesia intesa come atto creativo e prodotto finale di ispirazione, ricerca e voglia di rappresentarsi?

AS: Se la poesia non nasce dal momento spontaneo della percezione, è meglio lasciare la pagina in bianco. Sono perplesso sulla parola “ispirazione”, perché io ho sempre incontrato la poesia nel momento della sensazione psicologica del recepire un verso, un verso improvviso, che tormenta l’orecchio e le circonvoluzioni cerebrali. Da quel verso si dipana tutta la creatività, che possiamo anche interpretare come ricerca del “dettato” migliore. La voglia di rappresentarsi è forse una mera figura di vanagloria, mentre il comporre poesia per me non è altro che urlare al mondo sentimenti, illusioni, dolcezze, amarezze, ideali, amori che ci attanagliano nella quotidianità.

 

LS: Da napoletano verace nella sua ampia produzione si ravvisa una grande predilezione per il colore nelle sue tinte forti, a volte addirittura contrastanti, tanto che Plinio Perilli ha osservato: «Spagnuolo […] potrebbe nascere come pittore, nonché poeta “visivo”»[1]. Riferimenti alla luce, ai bagliori o al buio, ai diversi piani visuali, all’arcobaleno e alle ombre, che si ravvisano nelle sue opere sono, forse, ancor più esplicite se si prende in considerazione i titoli di due delle sue sillogi: Graffito controluce (SEN, 1978) e Ingresso bianco (Glaux, 1983). Quanto è realmente importante secondo Lei il colore che come sappiamo è il risultato dell’attività percettiva dell’uomo in base alle varie lunghezze d’onda?

AS: I colori sono l’espressione visiva della vita stessa. Senza i colori il mondo sarebbe una triste monotonia del grigio, adatta alla depressione. I colori sono tenacemente legati ad Eros, perché nell’amore si sprigiona tutto l’arcobaleno dei sentimenti. Ora più di un critico mi ha generosamente catalogato come probabile “pittore”, e qui ricordo che mio padre è stato un ottimo pittore del secolo scorso. Forse nel mio DNA serpeggia qualche pennellata da imprimere nel riverbero della luce solare che inonda il mare di Napoli. Anche Gilberto Finzi nella sua prefazione al mio Fugacità del tempo[2] mi appella “Luminoso, rutilante”.

 

LS: Alda Merini (1931-2009) viene considerata unanimamente una delle maggiori voci poetiche del secolo passato. Eclettica e combattiva, romantica e critica nei confronti della società, la Merini ha lasciato un grande bagaglio culturale di un nuovo modo di fare poesia, più pratico e concreto che l’uomo ha sentito più suo. Nella sua lunga carriera ha mai avuto l’occasione di incontrarla e di parlarci? Se sì, può raccontarci la sua prima impressione che ebbe dalla donna? Le propongo, poi, di seguito una sua lirica che riflette sul ruolo del poeta nei nostri tempi[3] per chiederle una sua interpretazione personale:

E tutti noi costretti dentro
le ombre del vino
non abbiamo parole né potere
per invogliare altri avventori.
Siamo osti senza domande
riceviamo tutti
solo che abbiano un cuore.
Siamo poeti fatti di vesti pesanti
e intime calure di bosco,
siamo contadini che portano
la terra a Venere
siamo usurai pieni di croci
siamo conventi che non hanno sangue
siamo una fede senza profeti
ma siamo poeti.
Soli come bestie
buttati per ogni fango
senza una casa libera
né un sasso per sentimento.

 

AS: Sinceramente non amo molto la poesia di Alda Merini, che ho incontrato furtivamente in un’occasione non troppo felice. Lo scambio di frasi e di idee fu rapido, e piuttosto sulle corde, a causa di alcune divergenze. Donna senza alcun dubbio tenace e forte, ma palesemente toccata dalla sua troppo devastante malattia psicologica. La sua poesia ha risentito positivamente del suo stato patologico e ne ha assorbito il taglio.

Il testo che mi proponi è una strana poesia che vorrebbe presentare il poeta come oste capace di ubriacare il lettore, e vede il poeta nello scorcio di negatività senza sangue. Io personalmente non mi sento affatto una “bestia buttata nel fango, senza una casa libera né un sasso per sentimento.” Il poeta è un semplice elemento di eleganza e di delicatezza, e non mi sembra confortevole la visione della Merini.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “I coltelli del desiderio”[4] tratta dalla silloge La strada sconnessa di Dante Maffia[5]:

 

I coltelli del desiderio non si cancellano mai,
lasciano una scia lunga incolmabile
su tutte le cose che hanno sfiorato, e tu sai
che io sono stato nel fuoco irrecuperabile
delle emozioni fino a farmi male.
 
Entravo e uscivo dal fondo del tuo essere
come un mago che però non ha più l’energia
di fondere in sé il miracolo a cui è destinato.
Tutto mi restava dietro i passi in cumuli così alti
che a volte mi sembrava d’avere perduto la via.
 
Ciò che è passato dovrebbe essersi dissolto
e invece mari lettere carezze
sono echi imperiosi che m’inseguono
e parlano dolcemente ricostruendo il senso
di certe giornate che ricordo vuote.
 
Sono voragini oppure sensi di colpa
per la mia viltà, per il mio passo incerto
d’uomo sempre bastonato dalla vita?
Niente s’è disperso; ancora arrivano tuoni
da chissà dove a ridarmi il tuo nome.

 

AS: Dante Maffia è un ottimo amico con il quale ho trascorso diverse ore di interesse culturale e di impegni editoriali, sempre nell’ottica della positività. Qui, nella poesia proposta, egli si presenta come pellegrino del gioco dell’amore e del fuoco dei desideri. Il ricordo e l’illusione sono palesemente delle vertigini che stordiscono il poeta, il quale non ha vergogna a presentarsi come vile per un suo “passo incerto”, anche se bastonato violentemente dalla vita. Le sfocature trascorrono rapide per la magia di un destino che segna ogni perdita. Il ritmo incalzante delle proposizioni rende musicalmente calda la creatività.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Cattivi pensieri”[6] della poetessa fiorentina Sandra Carresi[7]:

Cattivi pensieri
per i giganti
che colpiscono
alle spalle,
 
per la follia del Mondo,
e gli sguardi
indifferenti,
 
per quello specchio
interno
che ci parla di noi
e degli altri.
 
Voglio
buttare via
per tempo
tutto questo,
 
prima che,
il pensiero inaridisca
il cuore,
 
prima che,
il ghiaccio e il sole
riescano a baciarsi.

 

AS: Una poesia rapida, semplice, realizzata con versi brevi, ove il ritmo incalza per una sua necessaria frequenza, che vorrebbe coinvolgere il lettore nella irrequietezza del poeta. Sinceramente non approvo troppo la realizzazione di poesie giocando esclusivamente sugli “a capo”, perdendo così la musicalità del verso lungo, in particolare dell’endecasillabo. Se fai attenzione in questa poesia ritrovi proprio l’endecasillabo se leggi alcuni versi uniti in un sol fiato : “…per quello specchio interno che ci parla…” o “…prima che ‘l pensiero inaridisca il cuore…”

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 LS: Nella sua ultima silloge, Il senso della possibilità (Kairòs, 2013), è presente una lirica dal titolo “Bugie”[8] nella quale si parla velatamente di un amore tormentato («mi sorprendo ogni volta ad inseguire/ inquietudini»; «sotto il labbro l’oro delle ferite/ rimpiange il ritmo disperso di moine») per concludere nel verso finale con un riferimento all’arte poetica: «L’ultimo accento è ancora la poesia». Come dobbiamo interpretare questo “accento”? Come salvezza, porto franco, emblema del tempo-senza-tempo? Può spiegarci?

AS: In questo periodo purtroppo sono angosciato per l’improvvisa perdita di mia moglie Elena, morta a 76 anni lo scorso novembre, dopo fulminante malattia. La nostra unione è stata una delicata e calda storia di amore che è durata nella sua pienezza ben sessantadue anni. Ora la solitudine opprime e devasta, e l’unico rifugio per non impazzire è la poesia. Poesia come salvezza, poesia come ricordo di momenti luminosi, poesia come sopravvivenza nel tempo fuori del tempo, nella illusione che il verso possa toccare quella che noi chiamiamo eternità. L’accento finale che la poesia pone all’individuo è il sussurro che il subconscio suggerisce in un vortice di coriandoli multicolori, per sospingere verso un atto di liberazione che contemporaneamente è vincolo verso l’empireo.

 

LS: Oltre alle sue varie pubblicazioni di poesia e narrativa, va ricordato che si è dedicato anche all’opera teatrale; nel 1995, infatti, ha pubblicato Il Cofanetto.[9] Qual è la ragione scatenante che motivò la decisione di scrivere un’opera teatrale? Ha scritto anche altre opere di questo genere che per ora restano inedite?

AS: Il tentativo, non so se ben riuscito o meno, di scrivere qualcosa per il teatro nasce dalla irrequietezza che mi distingue nel campo delle lettere. Mi sono detto: “Perché non provare anche qualche scritto per il teatro? Ne sono capace?” Ed ho provato. Io, nello stendere il testo teatrale, mi sono visto proiettato direttamente sul palcoscenico, ed ho sentito viva la percezione dei vari attori immaginati, a mano a mano che li realizzavo. Ho scritto anche una farsa in vernacolo napoletano, non pubblicata, ma rappresentata con grande successo di pubblico.

  

LS: In molti paesi del mondo esistono ancora dei prepotenti sistemi di censura e di restrizione delle libertà di espressione che limitano e impediscono agli intellettuali di esprimersi liberamente senza essere accusati, perseguitati, condannati o addirittura uccisi. Questo avviene ancora in Cina e in numerosi altri paesi che sono retti da forme di governo dittatoriali o falsamente democratici. Cosa ne pensa di queste realtà delle quali si parla molto raramente? Ha avuto modo di conoscere intellettuali che sono stati stigmatizzati, ostacolati e tenuti a distanza perché ritenuti in qualche modo “pericolosi”?

AS: Le dittature sono la peggiore iattura che possa capitare ad un popolo. Ne abbiamo vissuto negli anni del fascismo una prova determinante. Ora in alcuni paesi (dell’Oriente in particolare) sopravvivono forme di censura, di persecuzione degli intellettuali, di condanne violente, che rendono impossibile le espressioni libere e valide della letteratura. Sarebbe necessario un intervento radicale da parte del mondo libero, ma purtroppo le “guerre” sono altro motivo di indecenza e di prepotenza. Non ho avuto occasione di conoscere personalmente poeti perseguitati, e me ne dolgo.

  

LS: Negli ultimi anni si sono diffusi due diversi sistema di pensiero circa l’utilizzo della metrica nella poesia contemporanea. C’è chi, legato alla tradizione, è particolarmente incline all’osservanza della metrica e dà una grande attenzione nei confronti della strutturazione dei propri componimenti. Dall’altra parte –ed è la tendenza che predomina almeno nelle nuove generazioni- è diffusa la convinzione che la metrica rappresenti un sistema limitante e di ingabbiamento del libero fruire delle emozioni del poeta che non si coniuga con il carattere istintuale e inafferrabile dell’atto poetico. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Come considera la metrica?

AS: La poesia, la vera poesia è anche musica, ritmo, variazioni del suono, ricchezza di parole, scelta dei segni. Io sono assolutamente certo che l’endecasillabo è l’unica possibilità per entrare nelle armonie delle scansioni. Pur tenendo sempre da conto la tradizione, che è e rimane un punto di partenza validissimo per il bagaglio di ognuno, ciò che non reputo più necessaria è la ricerca della rima a tutti i costi, o la costruzione del venerabile “sonetto”, anche se in ultima analisi sono sempre delle utili esercitazioni per l’elasticità mentale.

 

LS: La diffusissima di letture pubbliche nata nei paesi anglosassoni e denominata reading è una realtà culturale in cui vari poeti si incontrano e, spesso attorno a un determinato tema, realizzano serate poetiche. Questo è uno dei modi che permette agli intellettuali di riunirsi, condividerne le ragioni e si propone come valido momento di incontro, scambio di idee e quindi come serio veicolo di cultura. Quali altre iniziative secondo Lei dovrebbero essere incrementate o create ex-novo per stimolare lo studio, l’analisi e la diffusione della Poesia? Quali crede che debbano essere gli spazi deputati a queste attività e perché?

AS: Utile senza dubbio la pratica delle letture pubbliche, anche se difficilmente si trova un “pubblico” ben disposto ad ascoltare poesia, così come difficilmente troviamo lettori di poesia. Per lo più, come esperienza personale, credo che la riunione di numerosi poeti intenti a leggere i loro testi sia una specie di fiera della vanità, perché si finisce sempre con il riunire gli stessi elementi e leggere a vicenda – (vicendevolmente) – le proprie poesie, senza una evidente capacità di “crescita”. Rimane però il valido apporto culturale, per scambio di idee, e proposte di ricerca, che tali riunioni dovrebbero e potrebbero realizzare. Almeno a Napoli una tale proposta rimane lettera morta!

 

 

Napoli, 29 maggio 2013

 

 

[1] Plinio Perilli, Come l’ombra di una nuova sull’acqua. Per Antonio Spagnuolo, frantumato ed affranto di luce, Napoli, Kairòs, 2007, p. 13.

[2] Antonio Spagnuolo, Fugacità del tempo, Faloppio (CO), LietoColle, 2097.

[3] La poesia si intitola “Poeti” ed è inserita in Alda Merini, Il canto ferito, Milano, RCS, 2012, p. 154.

[4] Dante Maffia, La strada sconnessa, Firenze, Passigli, 2011, p. 25.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[6] Sandra Carresi, Le ali del pensiero, Avola (SR), Libreria Editrice Urso, 2013, p. 16.

[7] Sandra Carresi è nata a Firenze nel 1952. Poetessa e scrittrice con una lunga attività all’ARCI provinciale di Firenze, è in pensione dal 2011. Affida i suoi scritti con regolarità al sito Racconti Oltre e al suo blog personale. Per la poesia ha pubblicato Una donna in autunno (Ilmiolibro, 2010), Dalla vetrata incantata (Lulu, 2011), L’ombra dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012) e Le ali del pensiero (Libreria Editrice Urso, 2013). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Non mi abbraccio, mi strizzo (Il miolibro, 2009), Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012) -scritto assieme a Lorenzo Spurio- e Battito d’ali nel mondo delle favole (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) -scritto assieme a Michele Desiderato-. Sue poesie sono presenti in numerose antologie di concorsi, ai quali partecipa ricevendo lusinghiere attestazioni.

[8] Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità, Napoli, Kairòs, 2013, pagg. 104

[9] Antonio Spagnuolo, Il Cofanetto – due atti –  L’assedio della poesia, Napoli, 1995.

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