“La grazia di casa mia” di Julio Monteiro Martins, recensione di Lorenzo Spurio

La grazia di casa mia
Di Julio Monteiro Martins
Rediviva Edizioni, 2013
ISBN: 9788897908029
Pagine: 182
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Sono il poeta
che ha deciso di non mentire.
Il poeta impopolare
a cui poco è rimasto
da dire.
Tre o quattro cose,
tutte cose tristi,
tutte cose vere. (79)

 

graziadicasamiaLo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins è recentemente uscito con una nuova pubblicazione, una raccolta di poesie dal titolo La grazia di casa mia (Rediviva Ediz., 2013), seconda silloge poetica nel percorso letterario del professore e saggista che contribuisce a ispessire il suo già ricchissimo curriculum letterario. Nell’opera, come è saggiamente osservato da Rosanna Morace che tempo fa ha dedicato una monografia all’opera dello scrittore, ci troviamo di fronte a un ampio spettro di tematiche: dal ricordo di momenti passati, alla memoria dolorosa di episodi di violenza subiti tanto familiari quanto sociali, il mondo degli affetti con una apprezzabile lirica dedicata agli amici e poi ai figli e alla donna amata, i quesiti sulla morte e sul decadimento dell’uomo che realizza la fugacità del tempo e la sua inclemenza. Il tutto è chiaramente sorretto da quel sempre presente amore e disincanto per la terra natia, il Brasile, che l’autore non può fare a meno di evocare, tener vivo ed esplicitare nei tanti riferimenti toponomastici, nell’utilizzo di lessemi in portoghese e in riferimenti che legano il passato dell’uomo a quella terra tanto amata.

Non è un caso che il titolo della raccolta sia La grazia di casa mia e la stessa Morace si domanda quale, in fondo, sia la casa di Julio Monteiro Martins, se il Brasile oppure Lucca, la Toscana dove vive da tanti anni. Ho inteso il concetto di “casa” del quale il poeta parla in almeno due maniere diverse. La casa è lo spazio in cui nasciamo, dove ci sentiamo protetti e dove ci identifichiamo, dove condividiamo esperienze con i nostri cari, scrigno della nostra introduzione nel mondo civile, baluardo di difesa e porto dove confidarci, amare e sentirci amati. La casa è uno spazio privato in cui l’uomo è l’unico padrone e dove gestisce la sua abitudinarietà come vuole, senza per forza di cose doversi uniformarsi alla comunità, da qui il detto “a casa sua ognuno fa quello che vuole”. Nelle poesie in cui l’autore cita la casa respiriamo frequentemente una certa desolazione, caratteristica di un animo inquieto, tormentato a causa di una lontananza fisica e temporale da quel nucleo di vita, da quel nido, quella identificazione dell’uomo con la sua terra/lingua/cultura. La graziosità (piacevolezza) e il ringraziare (l’attestazione di riconoscenza per un dono ricevuto) sono delle terminologie che discendono dal lessema di “grazia” e che danno man forte alla comprensione di questa silloge. La casa, il luogo custode dei nostri ricordi, della nostra infanzia e dei primi affetti è chiaramente un luogo piacevole, benevole, quasi una sorta di eden che amplifica la sua carica di bellezza/ricchezza/positività proprio per la lontananza da quello spazio che l’autore percepisce, soffre e con la quale convive ormai da “esiliato” in una terra non sua.

La tematica dell’espatrio, della lontananza della propria terra vissuta con dolore e nostalgia, con rimpianto e desolazione, centrale anche nella sua produzione in prosa è contenuta nella lirica “Vivere in esilio” che è il fiore all’occhiello dell’intera silloge. L’autore esordisce nella lirica con una sorta di analisi epistemologica delle parole osservando che “vivere in esilio” (95) non è altro che un ossimoro, ossia una costruzione del linguaggio composta da termini che portano un significato tra loro avverso, contrastante. Da qui capiamo che la vita dell’esiliato Julio Monteiro Martins (un esilio che, ricordiamo, esser frutto di una decisione dello stesso autore e  non una misura coercitiva subita da sistemi di potere) è sostanzialmente dura, difficile, tormentosa e per forza di cose dettata dalla nostalgia, dalla mancanza, dall’ossessione del ricordo e dalla vacuità delle memorie legate ad un posto lontano che non si sposa con il qui ed ora, come se appartenesse ormai ad un’altra esistenza. Pur essendo quello dell’esilio una decisione presa dallo stesso autore a seguito di una serie di episodi tanto familiari quanto sociali che lo riguardano e dei quali parla abbondantemente in alcuni estratti di e-mail riportati da Alessio Pardi nella postfazione, esso è connotato in maniera molto negativa quale espressione di soggiogamento, prigionia, reclusione e sottrazione della propria individualità (“Esilio,/ gabbia senza sbarre”, 96) proprio a voler rimarcare il fatto che esso è come una libertà surrogata, falsa, illusoria che non ha un ingabbiamento fisico e tangibile, ma emotivo, psicologico, sensoriale. Spostandoci verso la conclusione della lirica l’esilio diventa uno “squallido ballo/ senza musica” (97), ancora una volta manifestazione di una caricatura dell’esistenza, vissuto in un ballo che dovrebbe unire e far divertire e che, invece, privo di musica, si ripiega sulla monotonia, il silenzio e la privazione. La condizione di lontananza dall’amato Brasile, infine, diventa emblema di un non-vivere associabile alla funesta morte, “vivo l’esilio/ come funebre kermesse” che il Nostro non può che fronteggiare con il pensiero dolce e materno della “eternamente assente/ grazia di casa mia” (97).

 Sfogliando le pagine che compongono questo nutrito libro, ci rendiamo ben presto conto come questa “grazia di casa mia”, questo porto franco, enclave dal disordine e dall’angoscia, sia da intendere anche a livello non figurato nel necessario e immancabile ricorso all’arte poetica. Julio Monteiro Martins canta il Brasile attraverso la sua poesia e lo rimembra con particolare attenzione nelle forme di sopruso vissute dai suoi cari sulla loro pelle (la bisnonna massacrata di botte in un tentativo di furto a casa sua, la deplorevole condizione delle favelas, lo sterminio nella guerra dell’Araguaia). Dall’altra parte si arma di poesia (e di letteratura in genere) per divulgare le sue esperienze, le sue inquietudini, i suoi convincimenti. Lo scrittore, infatti, ha un curriculum letterario molto ampio dove primeggia soprattutto la produzione in prosa tra numerose pubblicazioni di racconti e di romanzi, sia in lingua italiana che in portoghese e nell’esperienza poetica, seppur sia inscindibile dal suo fare letteratura, non può non notarsi l’influsso della sua predilezione per la narrativa: a volte ci sono dei versi lunghi, si dà molta importanza all’aggettivazione, il linguaggio è spesso fatto a partire dall’utilizzo di terminologie che appartengono al mondo reale, concreto, pratico, piuttosto che terminologie utilizzate in analogie e metafore; l’autore ricorre spesso all’utilizzo di connettivi che solitamente si impiegano nella paratassi della narrazione o nell’argomentazione. La poesia “Roraima, Alaska” sembra addirittura una didascalia di un testo di geografia o la spiegazione di un bigliettino turistico, promozionale, dove è utilizzato un linguaggio prosastico, atto alla descrizione dei luoghi d’interesse del Nostro. Questo produce come conseguenza il fatto esplicito che lo stile poetico dell’autore è profondamente caratterizzato e il lirismo, piuttosto che da particolari stratagemmi metrici o fonici, è dettato da accostamenti bizzarri di parole dei quali pure ha modo di parlare in una lirica dal titolo chiarificatore “I paradigmi imprevisti”:

 

L’accostamento insolito,
sorprendente,
e a volte anche bizzarro
di due sostantivi, di due cose
che non dovrebbero mai
comparire insieme
come il tumore e il diamante,
il petalo e il piombo.
 
Ognuno di questi paradigmi
potrebbe causare
un breve e benevolo
cortocircuito mentale. (71)
 

Julio Monteiro Martins nella sua poesia parla spesso della poesia e di cosa intenda con questa parola: nell’età nella quale viviamo quando sentiamo pronunciare la parola di poesia non dobbiamo pensare unicamente a Dante, Petrarca e magari a Montale, ma tener presente che la nostra contemporaneità è ricca e pulsante di poeti, di anime profonde che hanno da dire delle cose. Julio Monteiro Martins è una di queste e non è semplicemente una persona che ha qualcosa da dire, ma che ha anche i mezzi necessari per farlo: le sue poesie, se non fosse per gli a capo, potrebbero essere lette tutte d’un fiato, come dei mini raccontini, delle analisi, degli appunti di pensieri buttati sulla carta, perché in effetti la sua poetica, piuttosto che distinguersi per il carattere istintuale e la momentaneità, si caratterizza per l’elucubrazione e la progressione. Molti poeti possono scrivere decine di versi solamente per ricordare ad esempio un momento del passato vissuto in compagnia del rumore delle onde, il Nostro, invece, da grande padre della narrazione, anche nella poesia predilige la consequenzialità degli eventi, la progressione di quanto si descrive. Nelle poesie Julio Monteiro Martins, uno dei più celebri e citati scrittori migranti nel nostro paese, c’è sempre una causa e un effetto (spesso anche la considerazione dei rimedi), c’è un attore e un ricevente, un prima e un dopo, quasi che l’autore non riesca ad affrancarsi da quelli che sono i capisaldi della narrazione. Ne fuoriesce una poesia che descrive, che ricorda anche i dettagli, che denuncia, che riflette e fa riflettere, che anima alla ricerca, che mette l’autore direttamente di fronte a uno specchio per consegnarci i tanti riflessi delle sue esperienze, dei suoi ricordi, delle sue idee. E’ per questo che la poesia che Julio Monteiro Martins fa e che in un certo modo difende quale esponente di una generazione poetica che si contraddistingue proprio per il non poter esser classificata, etichettata e standardizzata in una generazione (ma che bella parola!!) che per molti aspetti supera la poetica di ascendenza classicista, con i suoi orpelli e stratagemmi estetici, senza negarla, offenderla né annullarla, ma per dar voce al fatto che la poesia è di tutti e che come ogni forma d’arte deve rimanere nel tempo democratica e disponibile a tutti. Lo scrittore parla di “poesia sporca,/ stracciona,/ deforme e malandata” (9) ossia di una poetica da sobborgo, underground, che dà voce anche ai recessi dell’umanità, alle debolezze e alle sue nefandezze, dunque una poesia civile, di sdegno e di denuncia. Ed ecco perché all’appuntamento festoso che si richiama nella lirica d’apertura la poesia finisce per mostrarsi in abiti semplici, anzi sporchi e rotti, come mero residuo di un passato di splendore. Ma quando gli viene detto che avrebbe fatto meglio a non presentarsi in quelle condizioni, essa risponde “Non lo so”, sapendo in cuor suo che, anche in veste di stracci, la Poesia non teme giudizi ed è forte ed orgogliosa del suo verbo.

 

E dov’è la poesia, bè,
caro mio?
Eh bè,
tutto c’entra con tutto,
e la poesia è ovunque,
caro mio. (15)

 

La poesia è per l’autore sinonimo di sintesi della sua letteratura in prosa dove però è centrale la considerazione proprio sul far poesia, consapevole del fatto che essa nasca in maniera inconscia, imprevista e che è incontrollabile e al tempo stesso necessaria: “La poesia è senz’altro una cosa bella/ ed è una bella cosa scriverla” (17).

Ma c’è di più, il Nostro è un autore che ama giocare con le parole, invertirle, accostarle, interpellarle come fosse un ragazzino impegnato con delle Lego a combinare pezzi diversi per costruire oggetti, abitazioni e forme di senso compiuto, per poi dividere i pezzi, de-costruire il già fatto, rimodellare, ristrutturare e dar vita a nuove forme. L’autore interagisce a livello profondo con il nominalismo (il nome e il concetto) e con la semiotica del linguaggio (il significato e il significante) mettendo in luce che il procedimento che attua nel momento in cui scrive è complesso, non lineare, basato sul ragionamento, la ricerca, lo studio e la coordinazione di tutti questi elementi: “Che parola è parola/ e cosa è cosa,/ e che è molto pericoloso/ scambiare una per l’altra” (27). Considerazioni portate alle estreme conseguenze nella poesia “Palingenesi fasulla”, un misto di filastrocca stonata e un manifesto avanguardistico, dove per ogni strofa, come fosse una voce fuori scena, ci si stupisce delle parole utilizzate e dei loro accostamenti per assonanze o consonanze: “Dimmi un po’,/ quanto ti piacciono/ le parole?” (29) che mi fa pensare alla giocosità del linguaggio di un romanziere spagnolo, Juan José Millás, grande affabulatore e architetto nella gestione e comunicazione dello sterminato universo del lessico. Ciò che pensa il Nostro sull’utilizzo di questo linguaggio fatto di doppi, di ossimori, antitesi, contrasti e polarità è, in fondo, l’anima propulsiva del suo intendere la poesia: un processo di scrittura che dà voce all’intimo e al pubblico, che scandaglia e de-costruisce, dove anche la cosa all’apparenza più luminosa e preziosa, nella sua essenza non è che un qualcosa di comune e basilare, travisato e imbellettato a qualcos’altro:

 

I sostantivi canaglie
del secolo cortocircuito
sono sassi imprevisti,
sono puro fango mentale
mascherato
di diamanti retorici. (73)

 

 LORENZO SPURIO

 

Jesi, 20 Gennaio 2014

 

 

Link alla mia intervista all’autore

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