Ad Antonella Anedda e Renato Minore il Premio “Europa e Cultura” 2019: il 25 marzo il noto evento di Anna Manna

Il 25 Marzo 2019 alle 16,00 a Roma, presso il Centro di documentazione europea (CED)Altiero Spinelli” alla Facoltà di Economia e Commercio della Università “La Sapienza” (Via del Castro Laurenziano 9 – Viale Ippocrate) avrà luogo la cerimonia ufficiale di consegna del premio “Europa e Cultura” nell’ambito del Progetto “Le Rosse pergamene del Nuovo umanesimo” ideato e presieduto dalla poetessa e scrittrice Anna Manna.

L’iniziativa è nata nel 2013 in occasione di un convegno, ideato e organizzato da Anna Manna, dedicato al poeta antropologo, il prof. Gilberto Mazzoleni, della Facoltà di Lettere, che ha visto studiosi e docenti riuniti alla presenza del Preside della Facoltà di Lettere, prof. Roberto Nicolai sulla tematica europea. Il Convegno ha avuto un seguito proseguendo il suo programma anche dopo la morte del prof. Mazzoleni. 

Presso la Sala delle Bandiere dell’Ufficio del Parlamento Europeo a Roma a gennaio del 2014 è stato battezzato il “Premio Europa e Cultura” che si è svolto sotto la presidenza di Giuria del noto poeta Corrado Calabrò. La prima edizione del Premio si è svolta nel febbraio 2016 presso la Sala della Biblioteca della Camera dei Deputati alla presenza del presidente di Giuria Calabrò.

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La poetessa e scrittrice Anna Manna ideatrice e fondatrice del Premio “Europa e Cultura” che da anni viene assegnato nel Centro “Altiero Spinelli” della Università la Sapienza a Roma

La finalità della iniziativa è quella di premiare personalità di spicco in ambito europeo. Il Centro di documentazione europea Altiero Spinelli ha ospitato le edizioni successive, diventando la sede stabile della Cerimonia di Premiazione.

Una sezione del Premio è dedicata al racconto della bellezza italiana nell’arte e nel paesaggio ITALIAMIA la cui giuria è capeggiata dal critico Neria De Giovanni, Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici letterari. Infine dallo scorso anno, per volontà della promotrice, Anna Manna, la sezione poesia si è prefissa di premiare una donna.

Nel 2019 la Giuria ha deciso di premiare due importanti personalità culturali: per la poesia la poetessa prof.ssa Antonella Anedda e per la narrativa lo scrittore, saggista e critico letterario Renato Minore. Fresco di stampa è il suo ultimo libro Rimbaud. La vita assente di un poeta dalle suole di vento edito da Bompiani nel febbraio 2019.

Alla cerimonia di Premiazione, condotta da Anna Manna, seguirà il secondo Incontro “Mi faccio Europa” della Rassegna “I protagonisti nell’Europa di tutti” dedicato alle donne, dopo il precedente incontro di dicembre 2018 nel corso del quale hanno preso parte, tra gli altri, Daniela Fabrizi, Lorenzo Spurio, Jole Chessa Olivares e Michela Zanarella. In questo nuovo incontro tutto declinato alle donne prenderanno parte Antonella Pagano, Tiziana Marini, Sabino Caronia e Diana Cavorso Caronia. Madrina dell’evento sarà la poetessa e scrittrice abruzzese Liliana Biondi che il 4 dicembre scorso ha ricevuto il “Premio Europa e Cultura” 2018. Durante l’incontro si terrà una performance poetica di Eugenia Serafini e un recital di poesie al femminile a cura di Jole Chessa Olivares.

La catanzarese Maria Teresa Murgida esce con “Il filo quotidiano” (opera prima)

Impaginato_Teresa_visto_stampa (1) (1)-page-001.jpgÈ uscito da poco il libro di poesie Il filo quotidiano, opera prima della poetessa calabrese Maria Teresa Murgida per i tipi di Compact Edizioni (Divisione Editoriale di Phoenix – Associazione Culturale di Roma), curatrice di collana Francesca Bullo, con prefazione della poetessa Michela Zanarella.

Dalla quarta di copertina, atta a svelarci le principali pieghe di questo volume secondo una chiave sinottica che desta interesse nel lettore, per mezzo delle parole di Michela Zanarella veniamo a sapere che “questo libro è il riconoscimento ottenuto per essersi qualificata, con il suo componimento in versi ‘In un foglio di mare’ al primo posto al concorso “Metropoli in versi”, dedicato al tema della città e dei luoghi del vivere, ideato e promosso da Phoenix Associazione Culturale […]; il libro è un canto delicato e puro di intuizioni elevate. La scrittura si nutre di semplicità estrema: è proprio nella capacità di osservare il mondo e introiettare le emotività umane e divine, che la poetessa ci offre una parte di sé, delle sue emozioni più intime e vere”.

In appendice è situata anche una parte in prosa accompagnata da suggestive foto rese in scala di grigi. Significativa la sezione dedicata ai ringraziamenti nei quali l’autrice così scrive: “Agli alberi e ai cieli senza i quali non vedrei le cose come realmente sono. Agli occhi dei bambini dove trovo parole senza polvere che fanno luminoso anche il fitto del bosco. A Gianni a Mario a mia madre che aggiungono una piuma sempre nuova alle mie ali di parole, A chi trova nel proprio petto una noce piccola, la apre e la offre attraverso la poesia” (p. 75).

 

Di seguito tre liriche della poetessa tratte dal volume

 

“Le parole che non dico”

 

Le parole che non dico a nessuno

lievitano in una spiga.

 

Nell’ampia piazza del campo di grano

si gonfiano dello scroscio nella pozza sulla strada.

 

Diventano cervo e volpe nei cirri sospesi.

 

Poi sentono un vento arrivare

che sposta i rami.

 

Montano di tramontana nella gola,

plasmano piume,

e urlano nei becchi delle aquile.

 

*

 

“Occorre guardare il cielo”

 

Occorre guardare il cielo,

spiarlo tra le foglie dell’edera,

seguire la fine dei tetti,

strizzare gli occhi dietro ai vetri.

 

Ci si accorge allora delle speranze di una lucciola,

dei covoni fermi dove dorme il sole

e qualche lume di luna.

 

Si esce così dalle prigioni,

si scavalcano le siepi.

 

Il ferro delle gabbie diviene elastico

e vibra di suoni il silenzio.

 

Occorre attaccare le ali agli occhi

più che alle scapole.

 

Nascono favole

più in là

oltre le tegole.

 

*

 

“Le cose da niente”

 

Celebro le piccole cose:

la crepa, lo spacco,

gli occhielli slabbrati.

 

Onoro l’ora di ieri

quella ultima e spaiata

dove fa la casa il ragno

e danza la polvere.

 

Mi sale impetuosa una quiete,

una specie di morte

che sparpaglia l’ordine

tra l’ordito e la trama.

 

Chi è l’autrice?

46090295_123748235299049_896633286112871022_n.jpgMaria Teresa Murgida (Catanzaro, 1976) vive a Vallefiorita, un piccolo paese in provincia di Catanzaro. Lavora e gestisce un centro per la prima infanzia. La scrittura è da sempre il punto fermo del suo quotidiano. Si è avvicinata alla poesia da poco tempo, ottenendo lusinghieri consensi da parte dei lettori. All’interno di alcuni concorsi letterari ha ottenuto riconoscimenti e attestazioni di merito tra i quali il 1° Premio al Premio Nazionale “Città di Latina” (2017) con la lirica intitolata “in un foglio di mare” che, nello stesso anno, si è aggiudicata il primo posto anche al Concorso Nazionale “Metropoli in versi” a Roma. Nella città in cui vive ha ottenuto una Menzione Speciale alla VII edizione del Premio “Versi d’agosto” (2017), questa volta con la poesia “un seme di soffione”. Altri suoi testi compaiono in antologie.

 

L’autrice delle poesie qui riportate e della prefazione, riportata in forma di stralcio in questo articolo, acconsentono alla pubblicazione su questo spazio online senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate.

Reading “Disobbedir non è reato, quando obbedir è capital peccato” a Villa Filippina (Palermo) sabato 23 febbraio

Si terrà sabato 23 febbraio alle 17:30 a Palermo presso Villa Filippina (Piazza San Francesco di Paola) il reading poetico “Disobbedir non è reato, quando obbedir è capital peccato” ideato dal poeta e scrittore Luigi Pio Carmina (autore del romanzo “Racconti hunderground” nel 2011 e della silloge poetica “L’iperbole della vita” inclusa in “I Grilli del Parnaso. Alterne Stratificazioni” del 2016) e organizzato dall’Associazione “Regioniamo Sicilia” con la collaborazione della Libreria Spazio Cultura, che sarà presentato con la collaborazione della poetessa Claudia Magliozzo

Al reading prenderanno parte i poeti Maria Rita Mutolo, Giuseppa Crifasi, Francesca Luzzio, Valentina Cucuzzella, Antonella Seidita; Rita Maccarone leggerà la poesia di Leonardo Maccarrone e di Filippa Errante Parrino. 

Durante l’incontro culturale si terrà il live-painting degli artisti Acnaz e Alessandra Schifaudo. L’accompagnamento musicale sarà a cura del duo Sleepy Train e del chitarrista Marco Di Giuseppe.

INFO: luigicarmina@gmail.com 

Evento FB

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Esce “I dintorni della solitudine” di Nazario Pardini, con prefazione di Michele Miano

AAA COPERTINA I DINTORNI CDELLA SOLITUDINE.pngE’ uscito il nuovo libro di poesie del poeta e critico letterario toscano Nazario Pardini dal titolo “I dintorni della solitudine” per i tipi di Miano Editore di Milano. Il testo si apre con una ricca prefazione del critico Michele Miano che così annota: “Nazario Pardini ha al suo attivo molte raccolte di poesia. È un personaggio, noto, da decenni nel campo della scrittura. Sulla sua produzione hanno scritto  i più qualificati critici letterari. Alla sua poesia sono state applicate varie chiavi interpretative, dalla motivazione esistenzialistica a quella psicanalitica alla religiosa a quella naturalistica. Ad essa egli perviene in maniera quasi inconscia, o meglio, sulla scorta di un cammino empirico, di sofferenze vissute e ben radicate nel quotidiano. Sarebbe fuorviante definire Pardini mistico dell’essenza, perché si verrebbe  inevitabilmente ad intaccare quella razionalità di pensiero e quella misura che caratterizzano il suo fare poesia. Eppure non gli sfugge il senso della sproporzione essenziale dell’uomo […] Il suo non è un canto illusorio, poiché sogno, realtà ed illusione si fondono con la sua identità presente e pienamente raggiunta con il pensiero e con l’azione. Si legga la lirica La poesia si scrive: “… non pensare / alla miseria umana, al suo degrado, / fingi che quel momento sia per sempre. / È l’unico sistema per fregare / lo scettro imperituro della sorte.”

Per poter leggere la prefazione integrale con il testo poetico “Verso la luce” di Nazario Pardini si rimanda all’articolo pubblicato su “Alla volta di Leucade” il 21/02/2019.

Esce l’antologia poetica “Iridio” dell’autore molisano Antonio Vanni, con una dedica al prof. Amerigo Iannacone

52557726_2707644549250891_8292624324272062464_n.jpgVenerdì 8 marzo alle ore 17:30 presso il Chiosco-Caffè della Villa Comunale di Isernia si terrà la presentazione del libro “Iridio” (L’Erudita, Giulio Perrone, Roma, 2019) del poeta e scrittore Antonio Vanni. Il volume, la prima antologia dell’autore molisano, contiene al suo interno le precedenti prefazioni alla sua opera a firma del noto critico letterario Giorgio Barberi Squarotti rispettivamente del 1992 e del 1997. Il titolo del volume, “Iridio”, deriva dall’eponima lirica ivi contenuta che Vanni ha deciso di dedicare al poeta e scrittore, noto esperantista Amerigo Iannacone (Venafro, 1950-2017) recentemente ricordato, nel novembre 2018 con un Premio Speciale “Alla Memoria” in seno alla premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi. Amico e collaboratore di Iannacone, Vanni ha deciso di dedicare il volume a questo grande uomo di cultura per Isernia e il Molise tutto al quale, in apertura, scrive “Sul tardi lascerai il Caffè/ dove attendevi noi,/ corpi educati alle latomie/ degli spazi/ tra destino e amore,/ colto il più bello tra i fiori/ del chiaro giorno infinito“.

Nella quarta di copertina del volume si legge “Un insieme di poesie immerse in un immaginario irreale, in cui attraverso sogni e visioni l’autore tenta di fermare il tempo. Pensiero che tra mito ed evocazione si fa portatore del ricordo del padre. La poesia di Antonio Vanni così ha l’ambizione non solo di vincere l’irrefrenabile scorrere del tempo, ma anche di rendere meno dolorosa la perdita”.

La presentazione verrà gli interventi di Domenico Adriano (poeta) e Francesco Giampietri (scrittore e filosofo).

 

Chi è l’autore?

Antonio_Vanni.jpgAntonio Vanni (Isernia, 1965) lavora nel Reparto di Psichiatria del locale ospedale civile. Ha iniziato a comporre versi all’età di dodici anni divenendo a diciotto anni, con la raccolta “La Nube”, membro onorario dell’Accademia di Scienze Umanistiche del Brasile. Poeta e autore di racconti brevi, in parte inediti. Ha pubblicato i volumi di poesia “La Nube” (1984), “Alcadi” (1986), “Viale dei Persi” (1987), “L’albero senza rami e la luna” (1992), “Diario di una nuvola bassa” (1994), “L’Ariel” (1997), “Plasmodio” (2017). Nel 1995 il giornalista Fulvio Castellani pubblicò la monografia “Dai giardini del tempo e del sogno – Introduzione alla poesia di Antonio Vanni”. Dal 2016 al 2018 ha diretto, per il mensile “Il Foglio Volante – La Flugfolio” la rubrica di poesia dei giovanissimi, “L’Aquilone”. Cura una collana di poesia.

“Cerchi ascensionali” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi-ascensionali-220x300.jpgLa nuova opera della poetessa palermitana Francesca Luzzio è stata recentemente pubblicata per i tipi di Il Convivio Editore di Castiglione di Sicilia e porta il titolo di Cerchi ascensionali.  Le motivazioni e le finalità della tetra-ripartizione dell’ampia opera poetica – che raccoglie gli inediti della più recente produzione, compresi alcuni testi apparsi su riviste e antologie – sono ben chiarite negli apparati critici introduttivi al volume a firma, rispettivamente, del professore Elio Giunta e di Angelo Manitta, critico letterario e responsabile della casa editrice Il Convivio. Nella progressione di questo percorso per “cerchi” che, come Manitta rivela, ricordano i canti di dantesca memoria,l’animo poetico della Nostra è tratteggiato a trecentosessanta gradi, esponendosi la poetessa tanto su questioni di carattere etico-sociale[1] (“La mia terra è piena di crepe,/ sofferente, come tanta gente che nulla ha”, 39), quanto su riflessioni personali ricollegati alla rievocazioni di memorie felici e veri e propri flussi di coscienza.

 

La recensione completa è stata pubblicata su “Oubliette Magazine” il 22-02-2019. Per poterla leggere cliccare qui. 

 

Plath, Hughes, Carver, Gallagher, Campana e Aleramo in uno spettacolo-evento a cura della poetessa Laura Corraducci

Venerdì 15 febbraio alle ore 21:15 si terrà, presso il Teatro Comunale di Gradara (PU), lo spettacolo-evento “Dell’amore, della parola e altri tormenti” ideato e a cura della poetessa pesarese Laura Corraducci.

ll recital ripercorre in modo poetico e narrativo le intense e tormentate storie d’amore di tre coppie di celebri poeti che, con il loro talento, hanno marcato in modo fortissimo la letteratura e la poesia del secolo scorso: l’inglese Ted Hughes e l’americana Sylvia Plath, il famoso autore di racconti americano Raymond Carver e la poetessa Tess Gallagher e, infine, uno dei più straordinari poeti italiani del Primo Novecento, Dino Campana e la bellissima Sibilla Aleramo.

Il filo conduttore dello spettacolo sarà la Poesia declinata nella sua forma più elevata per raccontare il tormento, la tenerezza, la passione e la follia nelle opere e negli amori di questi grandi autori. Le parole e i versi dei poeti saranno accompagnati dalla suggestione delle immagini e della musica.

INFO.

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“Duecento anni di “Infinito””. Articolo di Marco Camerini

Articolo di Marco Camerini

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Non è scopo di questo articolo, in occasione dei duecento anni dalla sua composizione (1819-2019), proporre un’analisi critica di un testo fra i più esaminati e discussi dalla critica post-romantica e maggiormente radicati (probabilmente Silvia perde il confronto) nell’immaginario collettivo sino a farne, discutibilmente, un veicolo mediatico e, apprezzabilmente, una delle sequenze più intense della pellicola che Martone, regista “leopardiano”, ha dedicato al poeta nel 2014. Tanto meno si intende approntare un “bilancio provvisorio” delle tendenze esegetiche successive alla fondamentale, ancorché limitativa, lettura desanctisiana[1] e sommariamente riconducibili all’interpretazione dell’Infinito come “momento di evasione sentimentale e fantastica culminante nel dolce naufragio, da intendersi come oblio del reale, distruzione voluta dei limiti che si impongono alla coscienza adulta, dolcezza dell’abbandono”[2] o, in antitesi, lucida operazione intellettuale di ordine altamente conoscitivo, condotta alla luce di una consapevole razionalità che si riflette nella “struttura rigorosamente geometrica del componimento”[3], prospettiva aperta nel II dopoguerra, in funzione anti-crociana, da Walter Binni le cui basilari acquisizioni verranno ribadite da S. Timpanaro e – con taluni correttivi – accolte e sviluppate dalla Paolini Giachery. Al contributo di quest’ultima rinviamo anche per l’esaustivo repertorio critico-bibliografico sugli ultimi studi dedicati al poeta recanatese, che non esclude riferimenti all’inaccettabile deriva metafisico-religiosa di certi sondaggi (avviata dal Figurelli) tendenti a cogliere nella lirica una sorta di mistico abbandono ad un “oltre” teologico, ben evidenziati e discussi da M.A. Rigoni, cui aggiungiamo gli eccessi di talune analisi semiotico-strutturaliste moltiplicatesi dopo l’ormai definitiva disamina dei deittici “questo” e “quello” da parte di un critico finissimo come Angelo Marchese. In fondo celebrare l’anniversario dell’Infinito significa, soprattutto, interrogarsi sulla sua modernità, magari sulle interferenze con gli esiti della lirica italiana contemporanea, su quanto riesca a comunicare non tanto al contesto scolastico e accademico ma alla sensibilità del lettore comune che, a dispetto di apocalittiche statistiche sociologiche, sembra coltivare una inconscia, tenace curiosità, se non propensione, per la parola poetica. Certamente molto. L’attuale produzione italiana in versi (senza far nomi) ci sembra in bilico fra prosastica, cruda, talora sciatta e gratuita referenzialità (attenzione esclusiva al vissuto quotidiano del soggetto poetante come attestazione di sincerità e fruibilità del discorso lirico) ed ermetica allusività che, all’esatto opposto, tende a trasfigurare il dato intimo in trame simboliche – (troppo) spesso oscure – che ambirebbero a conferirgli valenza universale depurandolo di ogni immediato, prosaico rispecchiamento. Nessuna delle due tendenze annovera maestri, la miracolosa sintesi l’ha raggiunta, per tutti e irripetibilmente, Montale, unico in grado di elevare le proprie cartelle esattoriali, il colpo di tosse della donna amata chiusa in un manichino di gesso, una coincidenza ferroviaria perduta ad emblemi del comune disordine quotidiano; desideriamo, invece, ricordare l’ultima, splendida raccolta di Elio Pecora, Rifrazioni, in cui la componente autobiografica si trasfigura nel respiro vivo della precaria, presente stagione di ognuno e, non a caso, evidenzia significativi punti di contatto tematico-lessicali – il topos del “silenzio” contrapposto al fragoroso esistere e quello del “vento”, assai frequente[4] – proprio con l’Infinito.

Nel sorvegliato impianto logico-riflessivo e calibrato alternarsi di sorprendente colloquialità e raffinata aulicità lessicale (culminante nell’immediato giustapporsi di sedendo e mirando), con le costanti arcature che impongono una misura melodica spezzata e, violando sistematicamente la struttura metrica dell’endecasillabo, traducono sul piano ritmico la dialettica finito/infinito, nel conclusivo, ossimorico naufragio (riecheggiato dall’ungarettiana Allegria di naufragi, da non leggersi, in ogni caso, come annullamento della propria identità pensante), l’idillio risulta “paradossalmente” intellegibile e capace di fondere, con naturalezza, testimonianza personale e allusione ad un sovrasenso cosmico (l’eterno, le morte stagioni), cifre caratteristiche delle due linee cui abbiamo accennato. Non solo, ci pare estremamente attuale nel dar voce alla (in)confessabile, latente esigenza di valicare i circoscritti confini di un’esistenza ristretta e sommamente impoetica,[5] “liquida”, eticamente alla deriva e drammaticamente incapace di fingere, con la forza dirompente e creativa dell’immaginazione, spazi più vasti e gratificanti che anima particolarmente i “favolosi” millennials (Leopardi amava la vita, questo lo intuì già De Sanctis e ad un giovane del XX sec. era indirizzato lo scritto incompiuto dell’ultimo periodo napoletano): quanti magari si sono incontrati, nell’ottobre 2018, in occasione del Sinodo dei Vescovi loro dedicato e quanti sono ancora alla ricerca di miti valoriali da sentire propri, seguire ed imitare.

Senza, evidentemente, cedere alle insidie di spericolati sondaggi testuali – alla fine, lo ribadiamo, sterili e autoreferenziali se non ricondotti al contesto della poetica complessiva dell’autore – concludiamo sottolineando come il fonema “a”, in grado di attribuire una sonorità ricca di echi interiori al singolo termine che ne dilata il potenziale espressivo, compare ben 34 volte in tutti i quindici versi del componimento ad eccezione del settimo, sorta di raccordo statico fra il dinamismo visivo/auditivo della prima parte e quello raziocinante della seconda (vv. 8-15). Tale vocale chiave, che si moltiplica significativamente nell’aforistica chiusa dei vv. 13-15, infonde al componimento un suggestivo tono di apertura ed ampiezza che divengono elementi tematici – non più solo stilistici – costitutivi del messaggio poetico: ansia, aspirazione, attesa, anelito all’assoluto. Una arricchente, provocatoria scommessa da accettare, oggi.

Marco Camerini

Alla memoria indelebile ed al magistero altissimo di Walter Binni,  che ha letto ed amato Leopardi per tutti noi. M.C.

 

 NOTE:

 [1] In questa prospettiva non compariranno i riferimenti relativi ai critici nominati, ad eccezione del ricco ed esaustivo saggio di NOEMI PAOLINI GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, in L’autore si nasconde nel particolare, Aracne, Roma 2015.

[2] N.P.GIACHERY, “Il paradosso dell’Infinito”, cit., p.25. Nel passo l’autrice riporta, non condividendola, la nota tesi del Sapegno.

[3] N.P.GIACHERY, op. cit., p.27.

[4] E. PECORA, Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018. Per il lessema “silenzio” cfr. pp.75, 80, 81 e 23 (in sorprendente unione con l’aggettivo, tutto leopardiano “smisurato”). Per “vento” cfr. pp.69, 82, 110, 111, 114, 123 e 141.

[5] Zibaldone, [171], 12-13 luglio 1820.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Per le strade e altro” di Daniela Ferraro. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Giaciglio pungente è il ricordo (45)

Daniela Ferraro, docente di materie classiche presso l´IPSIA di Siderno (RC), in qualità di poetessa ha dato alle stampe i libi Icaro (2011), Cerchi concentrici (sul cadere dell´alba) (2012) e Piume di cobalto (2014); è risultata vincitrice di numerosi premi letterari a livello nazionale tra cui, per citarne alcuni tra i più recenti, il Premio Speciale “Per la tematica sociale” al V Premio Nazionale di Poesia “L´arte in versi” di Jesi (2016) con la poesia “Le stelle camminano piano”[1] e il 1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Città di Ardore” (2018) con la poesia “Stelle”.

Poetessa profondamente legata al mondo classico (lo si evince anche dal titolo di numerose sue poesie nonché dalla partecipazione convinta al progetto di dittici poetici Dipthycha curato da Emanuele Marcuccio) e meticolosa analista delle forme metriche e stilistiche[2], ci consegna un nuovo volume poetico, Per le strade e altro, recentemente edito da Aletti.

9788859153061.jpgSe ho citato poco fa quei due successi letterari della Ferraro è perché ben si comprende, dai rispettivi titoli delle liriche, una delle immagini più fertili della sua produzione che ha a vedere con il mondo siderale, misterioso e infinito, sul quale ogni poeta, dall´alba dei tempi, non ha potuto esimersi di parlare. Qui, nella nuova opera, sono stelle mute o che hanno smesso di brillare, entità inconfessabili che hanno assorbito il disprezzo e la violenza delle azioni umane; l’uomo, con le sue aberrazioni e insensibilità, ha permesso che anche una delle realtà più belle, come le stelle, imboccassero il cammino della degradazione, dell´annullamento. Sono stelle alle quali l’uomo non può più confrontarsi, dedicare parole d’amore, richiamare nel buio dei propri pensieri a riscaldare le notti insonni; la Ferraro, parlando dell’asservimento della comunità a poteri negletti che rendono alieno l’individuo attuando una vera spersonalizzazione, così annota in “Indolenza”: “Noi, popolo silenzioso di pensieri,/ ad ogni passo guardinghi, vuoti di sensi,/ tra morte lune forse vivremo ancora/ del fioco canto di ormai inutili stelle” (17).

Il tema della strada, tanto caro a una certa pattuglia di letterati, soprattutto stranieri e afferenti a generi disparati figli del secondo Novecento, è qui concettualizzato, quale ambiente di transito e motivo di peregrinazione e reso quale metafora del mondo concreto, vitale, transeunte che permea la vita dell’uomo ordinario immerso nei drammi della sua società. Il critico letterario Lucia Bonanni, che approfondisce il testo nella ricca postfazione al volume (motivo addizionale per appropriarsi di tale libro), amplia il discorso interpretativo attorno all’immagine materica e al contempo simbolica della pozzanghera, quella cavità di acqua e di organico non visibile che è contenitore e contenuto allo stesso tempo, quale motivo esiziale di un antecedente a noi non sempre noto. Dalle ragioni metereologiche che motivano la raccolta di un liquido – spesso dalle gradazioni non così immacolate – al prodotto di scarto di qualcosa, finanche di una perdita, di una rottura, e tanto altro ancora. Tutto ciò, che effettivamente non sembra avere nulla di molto poetico, è immagine-emblema della nuova raccolta della Ferraro che, forse per la prima volta in questi termini, si mostra quale poetessa che ausculta il mondo a lei circostante.

Dalle odi d’impronta classica e ai sofisticati canti di idillio o di sogni edificanti, la Ferraro prende a cuore il processo metamorfico della vita sociale, urbana e non dell’oggi. Vi sono liriche dedicate all’amata terra calabra ma non sono propriamente sotto forma di tentativi encomiastici e di fierezza identitaria, semmai di scoramento e di disillusione dinanzi alla deturpazione (per usare una parola impiegata da Luciano Domenighini nella prefazione) che concerne la sua terra e vede scorrere davanti ai suoi occhi. Eppure l’intendimento non è mail il bieco repertorio, clinico e distanziato, di chi osserva mettendo in luce le criticità senza anteporre allo stato di disagio e di rovina una possibilità di miglioramento; se non un vero e proprio rimedio (che sarebbe tale solo nel caso auspicabile di una coscienziazione condivisa e seria) ma una sorta di riscatto e di rivincita. Anche morale, se quella concreta, effettiva, dei fatti reali, per impudenze e insensibilità, risulta irraggiungibile.

A sostenere queste brevi note di lettura chiamiamo in soccorso i versi stessa della Nostra che, meglio di ciascuna annotazione, ben evidenziano questo inasprimento del tono e l’invadenza possente di tematiche sociali, di apprensioni ricorrenti, di amarezza che si accresce. In “Per le strade” leggiamo di un “Canto strozzato di sirene/ Nessuno aveva promesso/ ciò che non è stato dato” (14); c’è in questi versi un fastidioso sapore acidulo, di incomprensione e di apparente scoramento, che veicola il percorso dell’intera silloge atta a narrare e a far luce sulla corruzione emotiva dell’uomo d’oggi, abitatore disilluso di “giorn[i] ingiallit[i]” (13) che sono “lunghi giorni appassiti” (19) al punto tale di arrivare a definire la nuova alba, la vita che riappare, come “il delirio del nuovo giorno” (26).

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La poetessa locrese Daniela Ferraro

La Ferraro, con una esegesi congrua del mondo di fuori, riconsegna al lettore i suoi pensieri più nefasti e smagati descrivendo il presente spazio difficile da vivere, quasi privo d’aria, dove l’uomo è stato privato pure del sentimento di mancanza (“Ci hanno tolto il silenzio”, 16) e dove i rapporti umani sono degenerati e disumanizzati a uno stadio bestiale, di impossibile contatto tra individui: “grigie solitudini[3] (29), “abbracciammo l’indifferenza” (17), “scheletri di menzogne” (25); il sentimento più puro è divenuta propaggine di metallo: “Amore acuminato” (19) e ogni uomo-pedina è una maschera, un sembiante di qualcosa dominato da logiche forzose imposte, che non regola e di cui resta assuefatto, rintracciati negli “sdruciti poteri” (23).

Tutto questo dà luogo a un clima distorto e difficile da districare, sospeso e assurdo nelle sue complicazioni autoprodotte: la Ferraro parla – non a caso – del “disordine di pensieri” (26) e di “rughe d’ansia” (27) che si creano e si fomentano dinanzi alla dissolvenza di ciascun fremito umano: dalla fraternità alla compassione, dalla comprensione all’ascolto. Il risultato è una “quiete tristezza” (28) che, descritta in altri termini, non è che una rassegnata sofferenza. La consolazione – che proviene dalla sperimentazione dello stato di miseria – è ben poca cosa: “L’unica gioia strana è quello sbuffo di verde/ che emerge improvviso da una crepa dell’asfalto” (29), e non è di certo utile nel riportare le cose – e l’uomo – alla giusta dimensione. È il tempo indicibile e incommensurabile di un’età che sembra non avere epilogo e che pone le anime di questi poveri cristi, che siamo noi, in sospensione, verso un dopo che non subentra. Così come il sole che è nascosto e non preannuncia a ritornare, l’uomo permane fisso affinché forse qualcosa si manifesti: “Eppure attende, anche lui attende/ ma non sa cosa” (36).

Ci sono versi come fendenti nelle poesie che tracciano la crudezza di giorni intrisi di sangue (“E si era vivi tra i vivi,/ e si è morti tra i morti/ […] / tra le umide maschere,/ un dio nefando che ride” in “Terrorismo”, 15) dell´impossibilità di dire dinanzi al crimine del genocidio (“Cessa il volo d’uccelli/ e odi il vento/ che macera le ceneri/ dei dannati immolati/ al Dio umano bifronte” in “La porta dell’inferno (Auschwitz)”[4], 24), condizioni di patente indigenza (“un uomo che fruga nella spazzatura” in “Inverno nel quartiere”, 30), la minaccia di un sisma che ritorna e il disarmo (“Mi muovo a fatica tra frantumi/[…]/ La gola asciutta, gli occhi ormai ciechi,/ e sono fantasma tra fantasmi in cerca” in “Terremoto”, 38), l’avvilente trauma che sorge da un atto di violenza sessuale (in “Stupro”, 47) condizioni di sofferenza, privazione, emarginazione e di scacco alla razionalità in cui l’uomo giunge a una conclusione disarmante: “Sembrava eterna la vita e non lo era” (53) vien detto nella poesia “Tenebre”, quale referto ultimo di una radiografia umana.

Impietosa l’analisi del tessuto urbano che la Ferraro esegue in “Le città accatastate” da far pensare ai condomini-alveari dei realisti terminali dove, appunto, la realtà è descritta nei suoi anditi degenerati mediante un ribaltamento dei correlativi oggettivi e dove la materia – che è poi l’umanità de-emozionata, prevale nei meccanismi di vita dell’uomo. Parole-oggetto che qui, in questa lirica di Ferraro, si esprimono in tali termini: “Le città accatastate strillano di giorno/ […] / strangolato dal traffico, tace l’urlo segreto/[…] / urgenze ribollenti […] / lustreggiano al centro, marciscono nelle periferie” (35).

Vorrei porre l’attenzione, in chiusura a questo commento, al fremito che pervade alcuni componenti della raccolta dove, pur dinanzi a tanto dolore, dramma e sperdimento, la poetessa non può non pensare alla possibilità di un miglioramento che risieda in un ravvedimento dell’umana coscienza. Così tra “braccia esangui sradicate dal corpo/ […] / [davanti] al rotolio della mitraglie /[…] e lo sfolgorio di baionette” (40) l’imperativo non ha a che vedere con la denuncia dei cattivi e la deplorazione totale di questa triste valle di lacrime, semmai con un’ipotizzabile apertura verso una coesione e una collaborazione tra anime che, unite, possono far la differenza: “Per quanto tempo, ancora, questa sofferenza?” (40) pronuncia la Nostra, come al culmine di uno sfinimento senza pari che ha condotto l’io lirico a evidenziare le debolezze umane che degradano a crimini. I versi che serrano “La voce”, una delle ultime poesie raccolte in questo volume, richiama – con tono ben più possente di quanto non sia accaduto precedentemente – l’esigenza di uno scuotimento forte, per un risveglio tempestivo: “-ché´ non c’è suono/ per chi cuore non porge-/ ma sgranò gli occhi/ un bimbo e il grido azzurro/ dal pugno chiuso/ esplose: “Pace! Pace!” (57).

Lorenzo Spurio

 

[1] Questa la motivazione della Giuria per il conferimento del Premio: “L’intimistica percezione della vita e del tempo si esprime attraverso il contatto di parole e immagini. In questa poesia tutto palpita, si muove, tutto è espressione e messaggio, conoscenza e conseguenza. L’atmosfera, decisamente pregnante e spaziosa, si sussegue tra indescrivibile dolcezza e dolorosa analisi del presente che è dolore continuo della vita, condizione umana indissolubile. Scorci lirici e descrittivi alimentano nel lettore lo slancio alla comprensione e alla condivisione”.

[2] A tal riguardo va considerata la sezione in Per le strade e altro che porta il titolo definitorio di “Mottetti”. Essi sono, generalmente, componimenti poetici dal limitato numero di versi e dal carattere popolare che, al loro interno, contengono massime di vita, riflessioni e sorta di insegnamenti dal tono personale, privi di un intendimento didattico in chi legge, atti a sviscerare le virtù e le credenze di un determinato individuo radicate nella propria dimensione territoriale e cultura popolare e subalterna.

[3] La solitudine ritorna nella poesia “Piccolo inverno” dove, nell’explicit, leggiamo: “Al chiuso di un focolare,/ la solitudine intesse leggende” (33).

[4] Poesia pubblicata, quale inedito, sulle pagine della rivista di letteratura online „Euterpe“ n°16, Maggio 2016.

 

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Esce “Elena, Ecuba e le altre” di Maria Lenti

scheda-elena-ecuba-e-le-altre-page-001.jpgDopo il volume Ai piedi del faro (2016), per i tipi di Arcipelago Itaca di Osimo e´uscito il nuovo libro di poesie della poetessa urbinate Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (collana “Mari interni” diretta da Danilo Mandolini). Nella nota di prefazione a firma di Alessandra Pigliaru si legge: “Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto”. È il 1970 quando il senso di quanto scritto nel primo manifesto di Rivolta Femminile prende una forma pensante all’interno del movimento delle donne. Tornando all’origine di quello sguardo che piano si destava dalla coltre della Storia, c’è da chiedersi di chi siano quei nomi, di chi siano quei volti che hanno inteso da sempre il proprio destino come una forma di inizio. Non di fondazione ma di inizio. Ora frontali, ora obliqui, sono nomi e volti di donne comuni, che assumono nel senso di una genealogia critica il portato di silenzi vagheggiati ancora da chi, dopo 4000 anni, ha visto. Per chi acquistando la vista si è accorta anche di quelle donne che sono arrivate prima. Che bussano alla porta di una strada più lunga costellata di esclusioni, si potrà obiettare, ma ricca di una sopravvivenza che è quella di pensarsi sole e al contempo insieme. Storicizzando allora l’emersione di questa consapevolezza, il balbettio va ad alcuni e capitali cominciamenti: i nomi di Elena, Ecuba e le altre – come recita il titolo di quest’ultima silloge di Maria Lenti”.

L’autrice

Maria Lenti, poetessa, narratrice, saggista, giornalista, è nata e vive a Urbino. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta (e rieletta nel 1996 fino al 2001) alla Camera dei Deputati con Rifondazione Comunista. Ha una lunga esperienza di insegnamento – lezioni e seminari di lingua, letteratura, cultura italiana – con studenti stranieri, in Italia e all’estero. Studiosa di letteratura ed arte: saggi, recensioni, interventi critici si trovano in volumi collettanei, in riviste e su quotidiani a cui collabora da decenni. In Effetto giorno, 2012, ha raccolto gli scritti di tenore culturale e politico; in Cartografie neodialettali, 2014, gli scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. Ha pubblicato poesie: Un altro tempo (1972), Albero e foglia (1982), Sinopia per appunti (1997), Versi alfabetici (2004), Il gatto nell’armadio (2005), Cambio di luci (2009, finalista al premio “Pascoli”), Ai piedi del faro (2016) e i libri di racconti: Passi variati (2003), Due ritmi una voce (2006), Giardini d’aria (2011), Certe piccole lune (2017, vincitore del concorso “narrabilando” di Fara Editore); gli studi Amore del Cinema e della Resistenza (2009), In vino levitas. Poeti latini e vino (2014). Ha curato l’antologia di poeti italiani contemporanei Dentro il mutamento (2011). Nel 2006 ha vinto lo “Zirè d’oro” (L’Aquila). Ha curato, con Gualtiero De Santi e Roberto Rossini, il volume Perché Pasolini (1978). Sulla sua poesia Lucilio Santoni ha realizzato, nel 2002, il film-video A lungo ragionarne insieme. Un viaggio con Maria Lenti. Presente in varie opere antologiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, a cura di Lorenzo Spurio).

“Poesia pensante e pensiero poetante”: Michela Tombi e Valtero Curzi a Pesaro venerdì 1 febbraio

Venerdì 1 febbraio alle ore 19 presso la Sala degli Specchi dell’Alexander Palace Museum Hotel di Pesaro (Viale Trieste n°20) si terrà la presentazione delle recenti opere di due autori marchigiani: Valtero Curzi (poeta, scrittore e critico letterario nonché filosofo) e Michela Tombi (poetessa). Il filo rosso dell’incontro sarà “Poesia pensante e pensiero poetante”. Valtero Curzi avrà modo di parlare del suo libro “Detti memorabili, pensieri e riflessioni dell’Omino delle foglie sulla via del Tao” (Le Mezzelane, 2018) mentre la poetessa pesarese Michela Tombi della sua ultima silloge, “Dentro il mio vento” (2017).

Info:

Tel. 0721-34441

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Sabato 2 febbraio alla Libreria di Via Giulia incontro con Fabrizio Falconi, Michela Zanarella, Antonella Palermo e Annarita Rendina

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Sabato 2 febbraio 2019 alle ore 18 alla Libreria di Via Giulia di via Giulia 111 “Quattro Voci – quattro poeti, quattro libri” il primo incontro e reading romano con quattro autori della collana libri di Interno Poesia: Fabrizio Falconi con “Nessun pensiero conosce l’amore”, Antonella Palermo con “La città bucata”, Annarita Rendina con “Nasse” e Michela Zanarella con “Le parole accanto”. Stili di scrittura diversi, ma la poesia a fare da protagonista assoluta. Alcune letture saranno affidate alla voce degli attori Giuseppe Lorin e Chiara Pavoni. Fabrizio Falconi (Roma, 1959) è sposato, con tre figli. Scrittore e giornalista è autore di romanzi (“Il giorno più bello per incontrarti”, Fazi, 2000; “Cieli come questo”, Fazi, 2002; “Per dirmi che sei fuoco”, Gaffi, 2012) e saggi (“Dieci Luoghi dell’Anima”, Cantagalli, 2009; “I Fantasmi di Roma”, Newton, 2010; “Le rovine e l’ombra”, Castelvecchi, 2017; “Cercare Dio”, Castelvecchi, 2018). In poesia ha esordito con “L’ombra del ritorno” (Campanotto, 1996) finalista al Premio Sandro Penna e segnalato al Premio Montale, a cui hanno fatto seguito “Sub Specie Aeternitatis” (Aletti, 2004), “Poesie 1996-2007” (Campanotto, 2007) e “Il respiro di oggi” (Terre Sommerse, 2010). Sue poesie sono apparse su varie riviste italiane, e sul numero monografico dedicato dalla rivista “Tri-Quarterly” (n. 127/2007) alla poesia contemporanea italiana, tradotte da David Lummus e Robert Pogue Harrison. Antonella Palermo è nata a Campobasso nel 1973. Giornalista, vive e lavora a Roma come conduttrice radiofonica, occupandosi prevalentemente di approfondimenti dell’attualità. Ha esordito in poesia nel 2012 con la raccolta “Le stesse parole” (LietoColle), prefazione di Davide Rondoni. Annarita Rendina è nata a Napoli nel 1988 e vive a Monte di Procida, piccolo comune del litorale flegreo. Ha conseguito la laurea specialistica in Filologia Moderna. Il suo saggio Il Fantomas di Cortazár. La dis-attesa del supereroe è presente nel volume Le Attese. Opificio di letteratura reale/2 (a cura di E. Abignente ed E. Canzaniello, Ad Est dell’Equatore, Napoli, 2016). Si è occupata per anni di immigrazione e ha insegnato italiano come lingua seconda per un’associazione di volontariato e per l’Istituto Italiano di Cultura di Dublino. È docente di materie letterarie presso il liceo Seneca di Bacoli. “Nasse” è la sua opera prima. Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: “Credo” (2006), “Risvegli” (2008), “Vita, infinito, paradisi” (2009), “Sensualità” (2011), “Meditazioni al femminile” (2012), “L’estetica dell’oltre” (2013), “Le identità del cielo” (2013). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta “Imensele coincidente” (2015). È inclusa nell’antologia “Diramazioni urbane” (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di “Periodico italiano” e “Laici.it”. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il “Creativity Prize” al “Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016”. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la “Fondazione Naji Naaman”. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

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