Nelle scorse settimane è uscito il nuovo libro di poesia del ferrarese Riccardo Carli Ballola, Accessori per la sopravvivenza interiore (Montag, Tolentino, 2022) all’interno del quale l’autore ha deciso di inserire, in posizione finale, a mo’ di postfazione, una mia lettera, scritta dopo aver letto in anteprima il suo volume.
Per meglio dar a conoscere questa nuova pubblicazione pubblico a continuazione alcuni passi della stessa:
Il titolo dell’opera, Accessori per la sopravvivenza interiore, forse un po’ troppo lungo, quasi catalografico, appare con un’intenzione, pur remota, di voler repertare materiale, catalogare, iscrivere in archivi, leggere dunque una totalità di dati (sensoriali, com’è ovvio) alla luce di un’esperienza matura che è data dall’età presente. Quelli di cui Lei parla nelle liriche, spesso con costruzioni non prevedibili per l’Autore, sono “accessori” per la sopravvivenza, non tanto i reali “arnesi” vale a dire i mezzi concreti e pratici, utili e sicuri, per sopravvivere. Ed è questo un elemento non di poco conto, una dichiarazione che appare come ossimorica e che, nel residuale degli scarti, ben amplifica il concetto che Lei ha voluto incasellare nel titolo dell’opera. Le brevi note anticipatorie alle poesie appaiono utilissime, per quanto smaliziate e vaganti, traccia indelebile di un indiscusso spirito ondivago proteso alla continua ricerca, all’insaziabile volontà di comprendere se stessi.
Estraggo alcuni versi dalla sua opera che mi sembrano rivelatori non solo della sua lettura – particolarissima – del mondo e dell’esistenza nei suoi meandri spesso inesplicabili ma anche di un’età – la nostra – così scissa e difficilmente configurabile in archetipi un tempo validi, rivelatori dell’impegno autentico e sperato dell’uomo verso la comunità.
Dopo un anticipo di matrice filosofica – una chiosa di Epicuro nella quale si parla di felicità e della sua difficile collocazione – Lei è in grado di trascrivere su carta un certo disagio e sbigottimento dell’uomo contemporaneo nell’atto di rivelare se stesso; ci sono tra le righe ombre di incomprensioni, tentativi di collegamento verso un’alterità, riflessioni acute non meno sofferte, sguardi spesso delusi, sentimenti d’incompletezza e di mancata rilassatezza.
Ce ne rendiamo conto da alcuni versi: “Troppe cose hanno un margine di incertezza / […] / Chiudersi in un eremo è un’alternativa” (poesia “Nel dubbio”); “L’aria è fatta di ombre, / […] i cieli non sono azzurri / (come sembrano), ma neri neri” (poesia “Con gioia”); altre volte i pensieri si concretizzano in potenti interrogativi che – come tutti quelli che si rivolgono a se stessi – non hanno palese risposta: “[…] [C]ome farò / a immaginare l’oltre che dopo di me verrà / se non ponendo limiti a oscure eccezionalità?” (poesia “Paradosso”).
Il suo temperamento è quello di uno scrutatore incallito e meditabondo, di un essere cogitante che non si ferma dinanzi alle apparenze e alle facili immagini: “mi cerco dappertutto” annota nella poesia “La ricerca”, senz’altro una delle più pregevoli dove pure, nell’explicit, si legge: “Anche oggi / la ricerca è finita e la mia mente […] si libera”. In tutto questo, “m’insegue l’ombra del presente” (poesia “Tinte”) e, ancora, “ci domandiamo chi siamo” (poesia “Impossibile”) e l’evidenza lapalissiana ma spesso difficile da rivelare che “ciò che è bello non è tutto” (poesia “Esempi”).
Ripeto: sono solo degli appunti, i miei, elementi che, leggendo la sua raccolta, ho sottolineato perché degni – a mia vista – di un richiamo opportuno. Ma sviscerare l’animo non sempre felice che si annida dietro le sue poesie – ben costruite, con immagini mai ripetute – meriterebbe un ampliamento ulteriore che ora non mi è proprio possibile, pur malvolentieri.
Termino questo breve scritto con alcuni suoi versi che mi sembrano una buona sintesi della sua vena poematica. Li traggo dalla poesia numerata con 35, ovvero “Nuvole”; qui si legge: “Trascorro il tempo concentrandomi su ogni cosa / che passa sulla superficie ariosa, nei colori, / nella mutevolezza della luce. / E riempio un vuoto / immenso perché non mi accontento di poco / ma voglio tutto-tutto-tutto, momento per momento”.
LORENZO SPURIO
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Siccome l’occhio critico –il mio, almeno- va sempre a porre attenzione su ciò che normalmente, per sbadataggine, mancanza di una particolare considerazione o frettolosità, non si va ad analizzare con profondità, devo dire che mi sono focalizzato sul sottotitolo di questo libro che recita “Affilati e taglienti”, piuttosto che sul titolo stesso dell’opera che, pure, offre un accostamento interessante degno di poter essere analizzato e interpretato (“Versi in-versi”). In questa carta d’identità del libro è già contenuto a-priori un chiaro messaggio di matrice quasi avanguardista con un vocabolario che rimanda principalmente alla distorsione e alla de-strutturazione (i versi scomposti, “in-versi”) e alla natura pungente/aguzza di un contenuto corposo e non complesso del “far poesia” il cui emblema può essere forse visto nell’immagine-simbolo della lama che troneggia nella poesia “Echi infiniti”. Una poesia affilata, dunque acuminata, dalla conformazione quasi filiforme capace di azionare nel complesso cognitivo dell’uomo una risposta di tipo impressionante (e non impressionistica)[1] che sconvolge il lettore per la sua capacità tagliente (si osservi dunque l’altra componente di questo titolo).
Queste sono le caratteristiche preponderanti di una porzione delle liriche contenute nel presente libro (mi soffermo su quelle che condividono un allarme dichiaratamente sociale e che riguardano il senso civico perché secondo me è questo il canto più alto del far poesia, nel dar voce alle vittime di quella “terra brulla/ e brulicante di esseri immondi”) e che, chi leggerà con il cuore piuttosto che con il cervello, sarà in grado di assaporare. Sono le liriche più dure, che partono da uno sconcerto doloroso dinanzi ai drammi più ignominiosi dell’oggi dove è il concetto di diversità, abusato e mal-interpretato, a dettare episodi ingiusti, drammatici (“Uomo,/ tu che prima abbracci/ e poi uccidi”), che soffocano l’anima e danno carbonella da ardere ai soli cuori che sanno infiammarsi. Che sanno accendersi, scaldarsi ed effondere calore e umanità proprio come il Nostro mostra di fare attraverso questo fitto e mai stinto collage di diapositive che si sovrappongono, si inframezzano intersecandosi ed è proprio dall’incrocio riuscito di queste diverse trame che il libro prende forma. La sua impalcatura denota uno studio preciso e meditato del verseggiare e una volontà di dipingere il mondo personale (l’io) e sociale (la Terra) nelle sue gioie e dolori (“il tuo ultimo/ e solitario/ doloroso tramonto”) denotando un’anima che osserva e si interpella, che non giudica ma descrive con un occhio vagliato dal ricordo (“io mi rispecchiavo nei tuoi [occhi]”), dall’emozione e dalla lucidità dell’età matura.
Lorenzo Spurio
Jesi, 25.06.2014
[1] Non è un caso che la cover sia affidata a una celebre composizione di uno degli artisti più poliedrici, complessi e che rappresentarono la pittura astrattista non figurativa, il genio di Kandiskij.
Ho sempre letto con grande piacere e curiosità le raccolte poetiche dell’amica Sandra, perché a differenza di tanti poeti o pseudo tali che si riempiono la bocca di belle parole convinti di far poesia, ho sempre trovato in Sandra –sia nella sua poetica, che nella sua grande umanità- una grande ricchezza e generosità. Qualità queste che non si sposano bene con il tempo presente e che sembrano conoscere una continua messa alla berlina, ecco perché reputo che quando una persona ancora si emoziona visibilmente nel leggere le proprie poesie, significa che quella persona non solo le poesie le ha scritte e le ha vissute, ma le rivive e le sente sulla sua pelle come sensazioni che si rinnovano. Questa, oltre ad essere una cosa meravigliosa, è anche una manifestazione di come un’anima sensibile sia in grado di rapportarsi al mondo della scrittura, perché scrivere poesie, pubblicare sillogi e presentarle non è altro che il più piccolo tassello di quel grande mare magnum del “far letteratura”. La letteratura non è carta stampata, libri messi sulla scrivania e mai aperti, smaniose frequentazioni a concorsi per rincorrere l’ambito premio, ma è una riflessione sul mondo, un’analisi sul vissuto e su cosa rappresentiamo per noi, per i nostri cari e per l’intero tessuto sociale. Credo che se viene meno questa impostazione di fondo, non si potrebbe parlare di artisti che, invece, credono nella loro arte, alla quale apportano innovazioni arricchendola.
Ciò che mi piace poter sottolineare di questa nuovissima esperienza poetica di Sandra è l’attenzione alla dimensione sociale, ossia l’impegno attivo, etico e di denuncia che è possibile circoscrivere in numerose poesie della raccolta. La Nostra non è nuova, invece, a una poetica di carattere modernista, fatta di dolcezze, colori e esuberanti osservazioni della natura e del suo funzionamento con speziati aromi che derivano dagli ecosistemi più vari: poesie di questo tipo, colorate, quasi effervescenti, di compiacimento di fronte al bello e alla semplicità e al contempo del Creato abbondavano già nella raccolta La vetrata incantata del 2011 per la quale Sandra mi aveva inorgoglito chiedendomi un commento preliminare. Se decidiamo dunque di scantonare l’analisi critica da quelle poesie dal gusto sobrio ed elegante che hanno un taglio più marcatamente personale o intimista e ci concentriamo, invece, su quelle che compongono l’ampio corpus del poetare civile, ci sarebbero senz’altro molte cose da osservare e alle quali render merito.
Sandra parla di un presente difficile dove domina il narcisismo, i personalismi e le bieche leggi di mercato, un mondo dove la politica (dal greco “governo della città”) termina per essere garante del bene sociale, della giustizia e di preservare il destino del paese. Si allude di continuo alla difficoltà del tempo in cui viviamo, difficoltà che possiamo spiegare attraverso la precaria e preoccupante situazione economica che non permette futuro e che spesso porta a gesti autolesionistici, alla burocrazia tipica delle amministrazioni pubbliche del Belpaese che infastidisce, rallenta e grava pesantemente sugli uffici di qualsiasi tipo alimentando il disconcerto della popolazione. Viviamo in tempi feroci come recita il titolo di una delle poesie, e io aggiungerei anche maledetti, perché anche le più labili speranze giorno dopo giorno sembrano venir meno e dileguarsi incrementando l’alone di insofferenza e delusione.
La poesia sociale di Sandra non è pacata, ma intrisa di rabbia: è diretta, denuncia e graffia e il lettore non può che solidarizzare con convinzione di fronte agli abusi sociali ai quali gli uomini vengono sottoposti. Ricorre spesso il tema della giustizia come quando Sandra, in riferimento a uno dei tanti omicidi, immaginiamo per ragioni sentimentali, ma che possiamo anche leggere come delitti d’onore, delitti familiari che fanno seguito a raptus omicida osserva: “Dal vortice della follia/ la testa a volte/ rimane impunita”. Si nutre insoddisfazione di fronte a un sistema di leggi che non è realmente garante e patrocinatore della legalità come i tanti casi di cronaca spesso ci mettono al corrente. Ed è per questo che le povere ed inermi vittime di mani nefande muoiono spesso due volte, assassinate prima dall’omicida e poi dallo Stato che, pur caparbio nel rispetto di una legge che è sbagliata, inefficace, insultante, contribuisce a massacrare l’esistenza di familiari e amici che non possono far altro che immergersi nella preghiera fingendo di trovarsi sollevati o attuare e incrementare forme di giustizia privata.
Il linguaggio che Sandra utilizza per richiamare i casi di assassinio è chiaramente lirico ed evocativo: le vittime non sono i perdenti, i morti, coloro che di punto in bianco per qualche ragione hanno sofferto un’aggressione, una coltellata o una sparo ma sono semplicemente “qualcuno/ [che] diventa un angelo prima del tempo” come per l’appunto la giovanissima Fabiana Luzzi di Morano Calabro (CS) che la scorsa estate venne uccisa dal suo ragazzo e poi arsa ancor prima che avesse smesso di vivere. Sandra ha scritto e dedicato un’intera poesia a questa pagina amara della cronaca, su questo caso di femminicidio annunciato di fronte al quale non si può rimanere impassibili:
Potrò, forse,
un giorno perdonare,
ma, Tu,
dovrai pagare
tutto,
fino in fondo.
Lo devi
Al Mondo.
Ritorna qui il tema della pena che spesso Sandra utilizza quale espressione di giustizia che si riconnette a quanto già detto limitatamente all’inefficacia del sistema giudiziario italiano. La poetessa è riluttante di fronte alla possibilità di considerare il perdono dinanzi all’atrocità di un simile gesto e si mostra titubante nel valutare questa ipotesi, certa invece che è necessaria una condanna –la poetessa non dice di quale tipo- per riparare a quanto commesso. Chiaramente nessuna pena potrà mai ridare indietro la vita alla povera ragazza, ma la poetessa sottolinea quanto sia necessario che a dei fatti faccia seguito l’attribuzione di responsabilità e il riconoscimento di una pena, perché un’anima dannata che compie simili gesti non possa avere accesso in maniera libera e ingiudicata alla vita. “Dovrai pagare/tutto,/ fino in fondo”, pronuncia la poetessa con ribrezzo, costernazione, partecipazione empatica e un dolore che di fronte a simili aberrazioni deve essere di tutti ecco perché chiude “Lo devi/ al mondo”.
Il tema della giustizia e la necessarietà di una pena da scontare ritorna nella poesia ispirata al generale nazista Erich Priebke scomparso nel 2013. La figura di Priebke, uno dei militari del Reich che decise la strage delle Fosse Ardeatine nel 1944, la cui morte ha aperto in Italia e in Europa anche un aspro dibattito su quale dovesse essere il luogo della sua sepoltura, non può lasciare l’uomo contemporaneo indifferente o ignaro delle sue malefatte affinché venga ricordato non solo nelle scuole nelle ore in cui si studia la seconda guerra mondiale, ma perché sia di dominio comune per non cadere in angusti scantinati che conducono alle claustrofobiche stanze del negazionismo. Ancora una volta la poetessa, che non manca di osservare il suo animo cattolico –tendenzialmente propenso al perdono- mostra difficoltà e incomprensione di fronte a un gesto riparatore di questo tipo che per lei è inaccettabile e addirittura offensivo alle memoria dei tanti caduti:
Vorrei perdonare
Da donna cristiana,
ma, non riesco,
non oso
non posso.
Il perdono, che è l’anticamera della riappacificazione, non è possibile e non deve essere consentito perché significherebbe attuare un comportamento approssimativo e lascivo nei confronti della pesantezza della storia.
La Sandra Carresi poetessa di denuncia è una donna forte, che non ha paura a parlare e a denunciare i punti di sutura tra il Bene e il Male, di documentare dov’è che s’annida il tormento e l’angoscia. La società ne fuoriesce come un’accozzaglia di gente dove domina il potente, nei confronti del quale la Nostra non può che provare “disgusto/ per il cacciatore/ di poltrone”. Un animo pacato come quello di Sandra di fronte a queste situazioni endemiche di prevaricazione s’infiamma di colpo diventando sprezzante, indignato e addirittura ribelle, perché non si deve più essere disposti ad accettare e incrementare le ingiustizie dell’oggi. Il potente e lo spregiudicato (si veda la poesia ispirata a un triste episodio di furto in casa) sono entrambi espressione di una mentalità pericolosa, depravata e che acuisce la disperazione del povero Cristo, mettendolo in stato di ansia, facendolo sentire minacciato e compromettendo la sua naturale inclinazione alla vita. Ed è per questo che Sandra addita con precisione quali sono i mali sociali, le loro origini, i portatori di queste forme d’odio che si riproducono e si alimentano di se stesse in un clima che tende alla più cupa paranoia: “Non ci sarà/ esistenza/ […]/ in assenza di onestà”.
In un’altra poesia la Nostra dà un quadretto concreto del senso di disagio economico e morale nel quale siamo immersi descrivendo forse meglio di qualsiasi cronista o editorialista il presente: “Periodo storico di menti sapienti/ creatrici di numeri pronte a partorire tasse/ che non danno speranza all’uomo/ piegato da mille difficoltà e povertà”.
Con questa silloge trovo che Sandra abbia compiuto un azzeccato e lodevole passo in avanti nella sua poetica impiegando le tematiche del disagio, della povertà e della condanna a una poetica di disprezzo, di frustrazione e improntata a uno sfilacciamento delle ultime speranze con la quale anima le coscienze di tutti noi che, immersi nella gravità del presente, dobbiamo rimboccarci le maniche e batterci affinché ogni forma di giustizia sia veramente la nutrice della Legge:
Quando indignati
urleremo il
nostro NO
ai signori della morte
e al dio quattrino?
La potenza lirica della poesia di Sandra si unisce a un impeto di ribellione che smuove e anima le coscienze e che ha la stessa forza incendiaria di una molotov scagliata contro un edificio. A tanto grigiore dovuto alla desolazione, all’impoverimento delle menti, alla sfiducia nella Ragione e alla crisi della morale, la poetessa trova però anche spiragli di luce regalandoci immagini evocative e che ci trasmettono calore, come l’impronta onirica della visuale sulla luna con la quale la poetessa intimamente colloquia:
Ma dove mi avrebbe portato questo viaggio? Dove? Più andavo avanti e più il viaggio pareva avere deviazioni, presentare come un albero mille diramazioni che a loro volta aprivano le porte ad altri inquietanti scenari.
“Il Cristo disubbidiente” di Iuri Lombardi
Un romanzo sulla deviazione, questo di Iuri Lombardi, espressa –come vedremo- a vari livelli. Il percorso scrittorio di un autore contemporaneo quale è Iuri Lombardi, nonché icona di un movimento fiorentino che ha nel sangue il sapore acre dell’avanguardia, è senz’altro curioso, quanto eclettico, se non addirittura bizzarro. Lo è non tanto nella struttura, in ciò che canonicamente possiamo circoscrivere all’interno dell’universo della forma e del genere, piuttosto per la tematica di fondo. L’autore non è nuovo a storie agrodolci dove il sesso (con le sue implicazioni e storture) assurge a vero e proprio motore nevralgico della storia, a personaggio potremmo dire, a narrazioni sui generis nelle quali l’autore strappa un riso lieve o altre in cui, lontano anni luci dal comico, getta il lettore in un mondo di paradossi, incongruenze, finte o elaborate agnizioni, scoperte epifaniche che riscrivono la storia. Non è infatti secondario l’elemento della riscrittura nelle produzioni letterarie di Lombardi: si pensi, tanto per citare il più recente, il dramma in versi sciolti dal titolo La Spogliazione con il quale l’autore ci consegna un’incresciosa e caricaturale rivisitazione di un personaggio biblico addirittura.
L’irriverenza è di fondo nelle opere di Lombardi ed è riscontrabile già nei titoli enigmatici, curiosi e ad effetto, dove è la semantica cristologico-religiosa (ribaltata o addirittura re-investita di una significazione lombardiana) a far da padrona. Questa riottosità dei personaggi delle opere di Lombardi è denuncia di un tempo irruento e improntato alla prevaricazione dove non manca di ergersi sovrano il rispetto per la libertà, dei costumi, dei modi di fare, delle propensioni sessuali e delle vedute su come intendere la vita. Lombardi adopera la caratterialità deviata e spregiudicata di personaggi difficili da paragonare a precedenti letterari proprio perché, come si è testé detto, presi in prestito dalla realtà sociale che l’autore vive sulla sua pelle ed essendo ogni uomo testimone del suo periodo storico, va da sé che il giudizio morale è l’unico elemento che il lettore deve dimenticare nel leggere queste sue opere. Una fascinazione per il metro narrativo è ben evidente nelle sue opere e per questo sarà forse più azzeccato parlare di eventuale impalcatura estetica o piuttosto delle argomentazioni filosofico-esistenziali (sempre presenti in Lombardi) che sorreggono l’opera e che solo con una lettura più approfondita forse si può osservare di aver recepito, o almeno intuito.
Ritorno, però, e con piacere, a trattare in questo mio commento preliminare una componente dell’azione di questa nuova opera letteraria sostenendo che è ben visibile lo sperimentalismo dell’autore dato che per la prima volta si dona a una materia nuova, meno intima-personalizzata del mondo caratteriale dei personaggi e più attenta alla socialità, al mondo civico, ossia a quel sentire multiplo di uomo in quanto parte di un aggregato sociale. Con Il Cristo disubbidiente Lombardi trasmette al lettore una storia intricata con un chiaro sfondo storico-sociale dove si parte da un fatto particolare (la morte del Colonnello) per poter poi andare a indagare quello che è il sistema (corrotto e deviato) che ne sta alla base che, come il Colonnello, ha fagocitato tante altre esistenze apparentemente irreprensibili in un sistema perverso fatto dalla bieca corruzione e da un’idolatria del mistero. Un thriller dunque, ma alquanto atipico; un giallo risolto e non risolto, del tipo Il giorno della civetta del celebre Sciascia del quale pure Lombardi apre l’opera con una dedica all’autore siciliano.
La pista investigativa sembra essere anch’essa impropria e gravata da alcuni pregiudizi tanto che al lettore viene da chiedersi se, in fondo, il carattere narrante-personaggio non è poi che un chiaro esempio di “narratore inaffidabile” alla maniera di qualche modernista inglese. Ma mi sentirei di dire che, se così è, di certo Lombardi non ha tratto questa peculiarità dalla narrativa inglese, ma piuttosto l’ha ri-creata e fatta sua, sempre in linea con quel processo di ri-visitazione e ri-creazione dell’opera di cui si stava parlando. Il detective (se così vogliamo definirlo, in virtù del fatto che è lui a portar avanti delle piste, delle indagini, per quanto possano essere infruttuose perché prive dei mezzi necessari) è poi amico dell’uomo che nelle prime righe scopriamo essere stato (forse) assassinato o che inspiegabilmente si è suicidato e quindi la sua autorità in quanto garante della verità viene in effetti un po’ meno. A contribuire ulteriormente la veridicità di quanto si sta dicendo c’è il fatto che il ragazzo, un poveraccio cameriere sempre squattrinato, non solo è (era) amico del Colonnello, ma addirittura il suo confidente, termine che all’interno di un sistema corrotto e malavitoso di potere deve richiamare immancabilmente un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione mafiosa.
E’ questo detective sfortunato, questo giovane che però non accetta di sottomettersi a quella che sembra essere la verità più semplice, quella del pregiudizio e della deduzione schietta delle implicità nella vicenda del Colonnello, che permette la realizzazione di tutta la storia che poi (eccettuata la prima parte) non è che un grande tentativo di riconquistare il passato per capirne poi in che modo e a quale ragione ha prodotto il fatto crudele dell’incipit in questione. Il narratore, impacciato e sottomesso a un ruolo che sembra non padroneggiare, cerca di ricostruire la storia partendo da quelle minuzie irrilevanti in relazione al fatto culminante di violenza e per questo non fa che parlare di “aspetti marginali” come se volesse minimizzare le piccole scoperte o i modesti collegamenti che, ragionando, è capace di fare. Sono elementi apparentemente insignificanti che il nostro coglierà con attenzione (e direi anche con rispetto nei confronti della vittima) e che gli serviranno forse per completare il puzzle dei suoi pezzi mancanti.
Lombardi aggiunge con questa narrazione, alla ormai decennale attenzione spasmodica per l’universo sessuofilico delle sue storie una trama che è scandaglio della memoria collettiva, che graffia quella storia mai chiarita del tutto e che cerca di investigare a suo modo, chiaramente, dacché il lettore (anche se troverà nomi di politici) deve ben tenere a mente che è solo frutto di invenzione, prodotto di fiction e che non ha nessuna pretesa di carattere storico-documentaristico.
Per tessere le fila, concludo con un argomento a me caro, studiato e investigato in varie occasioni, quello della devianza. Mi sento di poter dire che questa opera può, a ragione, essere definita un romanzo sulla devianza. Devianza che si avverte e si riscontra a più livelli come il cauto lettore non mancherà di osservare nella sua lettura. La scena sconvolgente quanto macabra che apre il romanzo ci consegna un chiaro esempio di devianza di carattere psichiatrico e cioè nel rapporto sessuale distorto tra uomo ed animale ci troviamo di fronte a una manifestazione (forse gratuita) di bestialismo o di zooerastia che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) localizza all’interno delle parafilie ossia di quei comportamenti sessualmente deviati perché a) prevedono la sofferenza o l’umiliazione di sé stessi e/o del partner; b) si instaurano tra persone non consenzienti (bambini, animali).
Questa metastasi della deviazione si amplifica nel corso dell’opera quando veniamo introdotti in una vicenda di mafia, di relazioni non chiarite, di personaggi loschi e dalla doppia faccia: ci troviamo nel cuore della storia, in quel fitto e intricato ammasso di fili (che sono le esistenze individuali) che si intersecano aggrovigliandosi e non permettendo al viluppo di scantonare i bandoli delle varie matasse. E’ in questo sistema di collusione, protettorato, confidenzialità, patti segreti, legami ferrei e inscindibili, sistemi di immunità, cosmologie massoniche che Lombardi consacra quale componente del nostro paese (“Italietta”, e non “Italia”, quasi dispregiativamente), una terra che sembra aver eretto l’egoismo, il denaro e la logica della convenienza a suo statuto etico tanto che il protagonista, che è colui che ben conosce la faccenda da più vicino, non manca di osservare, sfiduciato e perentorio: “siamo in Italia è niente è legale ed è tutto lecito”. Questo motiva la ricerca di una strada per la segretezza, una via alternativa a quella ufficiale, si parla così di mancato riconoscimento nei confronti dello Stato di diritto con conseguente creazione di un micro-stato (potremmo dirlo al plurale) che in realtà finiscono per rappresentare degli enti collaterali, che agiscono nella malavita facendo la guerra all’istituzione legale. Lombardi parla di eversione a tutto tondo non mancando di richiamare vari ambiti geopolitici: la loggia massonica P2, il fervente separatismo basco, l’età di piombo con il terrorismo rosso e quant’altro. Tutto ciò si concretizza attorno al nucleo tematico del libro che potremmo definire devianza socio-politica, riscontrabile in una eversione subdola, che agisce al buio e che ha mezzi capaci di arrivare ovunque.
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
E la realizzazione delle bieche e laide azioni del Colonnello (le quali alla fine poco riusciamo a comprendere del tutto) non possono che attecchire dopo aver messo a tacere la componente più debole (se vogliamo remissiva) dell’animo umano: il lato emotivo-affettivo del Colonnello ha dovuto piegarsi alle logiche eversive del suo impegno corrotto nel mondo, tanto da dichiarare la moglie pazza e farla rinchiudere in una struttura psichiatrica. E il tumore di Derna, poi, non è che un’altra forma di deviazione? Il tessuto neoplasico non è che un tessuto che ha una crescita e sviluppo veloce e incontrollato, distorto e pericoloso, che va ad intaccare gli organi vicini, minacciandoli, infettandoli, decretandone la morte.
La devianza, in ultima battuta, che è poi il filo rosso del libro, è una manifestazione degenerata di un qualcosa che sortisce in maniera non vista, taciuta, ma il cui sviluppo incontrollato è altamente tossico tanto da contaminare tutto ciò che ha nelle sue vicinanze, sia si tratti di una devianza psichiatrica (la zooerastia), socio-politica (la massoneria) che medico-sanitaria (l’oncologia). E’ così che il sistema malavitoso incarnato da una figura tanto perbene (apparentemente) come il Colonnello che Lombardi ci restituisce attraverso un intrico di probabili vicende investigate post mortem dallo sciagurato protagonista; una pagina amara di un fare le cose poco pulito dove democrazia, giustizia e meritocrazia sembrano essere parole ancora da inventare.
Uno scandaglio curioso di un’età buia attraverso un’apertura che perversamente chiama il lettore a serrare le fila attorno al protagonista, scanzonato e imprevedibile anch’esso, un po’ com’è nella natura solita del Lombardi autore e uomo.