Esce “I dintorni della solitudine” di Nazario Pardini, con prefazione di Michele Miano

AAA COPERTINA I DINTORNI CDELLA SOLITUDINE.pngE’ uscito il nuovo libro di poesie del poeta e critico letterario toscano Nazario Pardini dal titolo “I dintorni della solitudine” per i tipi di Miano Editore di Milano. Il testo si apre con una ricca prefazione del critico Michele Miano che così annota: “Nazario Pardini ha al suo attivo molte raccolte di poesia. È un personaggio, noto, da decenni nel campo della scrittura. Sulla sua produzione hanno scritto  i più qualificati critici letterari. Alla sua poesia sono state applicate varie chiavi interpretative, dalla motivazione esistenzialistica a quella psicanalitica alla religiosa a quella naturalistica. Ad essa egli perviene in maniera quasi inconscia, o meglio, sulla scorta di un cammino empirico, di sofferenze vissute e ben radicate nel quotidiano. Sarebbe fuorviante definire Pardini mistico dell’essenza, perché si verrebbe  inevitabilmente ad intaccare quella razionalità di pensiero e quella misura che caratterizzano il suo fare poesia. Eppure non gli sfugge il senso della sproporzione essenziale dell’uomo […] Il suo non è un canto illusorio, poiché sogno, realtà ed illusione si fondono con la sua identità presente e pienamente raggiunta con il pensiero e con l’azione. Si legga la lirica La poesia si scrive: “… non pensare / alla miseria umana, al suo degrado, / fingi che quel momento sia per sempre. / È l’unico sistema per fregare / lo scettro imperituro della sorte.”

Per poter leggere la prefazione integrale con il testo poetico “Verso la luce” di Nazario Pardini si rimanda all’articolo pubblicato su “Alla volta di Leucade” il 21/02/2019.

“Morte a Milano – Ernest” di Antonio G. D’Errico – Prefazione di Michela Zanarella

Prefazione di MICHELA ZANARELLA

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Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi.  Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.

 

SINOSSI DEL LIBRO

Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.

Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.

Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.

 

L’AUTORE

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Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).

 

L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

A Jesi la premiazione del Premio di Poesia “L’arte in versi”. Premio alla Carriera ad Anna Santoliquido. La cerimonia sabato 10 novembre a Palazzo dei Convegni

Sabato 10 novembre 2018 a partire dalle ore 17 presso la suggestiva location della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni di Jesi (Ancona) sita nel Centro Storico della Città Federiciana (Corso Giacomo Matteotti n°19) si terrà l’attesa cerimonia di premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”. Il noto premio letterario, ideato e presieduto dal poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio, quest’anno ha visto un ulteriore incremento di partecipazione nelle varie sezioni che sono state introdotte. Al fianco delle già assodate sezioni della Poesia in lingua italiana, poesia in dialetto, haiku e critica letteraria, infatti, si sono aggiunte, con particolare entusiasmo di partecipanti, le sezioni del libro edito di poesia, della video-poesia e della prefazione del libro di poesia.

Le Commissioni di Giuria, differenziate per le varie sezioni di riferimento, erano presiedute dalla poetessa e giornalista Michela Zanarella, e composte da poeti, scrittori ed esponenti del panorama culturale italiano contemporaneo: Vincenzo Monfregola, Emanuele Marcuccio, Rita Stanzione, Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin, Antonio Maddamma, Elvio Angeletti, Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Fabia Binci, Antonio Sacco, Stefano Caranti, Max Ponte, Marco Vaira e Guido Tracanna, Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Cinzia Baldazzi, Luciano Domenighini.

Tale Giuria si è espressa sulle 519 poesie in italiano, 115 poesie in dialetto, 62 libri di poesia, 102 haiku, 21 video-poesie, 20 critiche letterarie e 12 prefazione giunte per un totale di 851 opere a concorso.

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Un momento della premiazione della precedente edizione del Premio (anno 2017). Nella foto da sx: i membri di Giuria Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Susanna Polimanti (Presidente di Giuria di quella edizione) e Lorenzo Spurio (Presidente del Premio)

Vincitori assoluti sono risultati: per la sezione A (Poesia in italiano) 1° premio ad Antonio Damiano di Latina, 2° Premio a Emanuele Rocco di Pescara, 3° premio a pari-merito Carla Maria Casula di Alghero (SS) e Laura Moro di Altivole (TV); per la sezione B (Poesia in dialetto e lingua straniera): 1° Premio a Valeria D’Amico di Foggia; 2° Premio a Nerina Ardizzoni di Renazzo (FE), 3° Premio ad Angelo Canino di Acri (CS);  per la sezione C (Libro edito di poesia) 1° premio a Gianfranco Isetta di Castelnuovo Scrivia (AL), 2° Premio ad Antonio Spagnuolo di Napoli, 3° Premio a Luca Cipolla di Cesano Boscone (MI); per la sezione D (Haiku) 1° Premio ad Alberto Baroni di Viadana (MN), 2° Premio ad Ornella Vallino di Pavone Canavese (TO), 3° Premio a Cinzia Pitingaro di Castelbuono (PA); Sezione E (Video-poesia) 1° Premio a Rosy Gallace di Rescaldina (MI), 2° Premio a Simona Giorgi di Sarzana (SP), 3° Premio ad Antonella Sica di Genova; per la sezione F (Critica Letteraria): Carmelo Consoli di Firenze, 2° Premio Denise Grasselli di Tolentino (MC), 3° Premio Carmen De Stasio di Brindisi; Sezione G (Prefazione di Libro di Poesia): 1° Premio Fabia Baldi di Piombino (LI), 2° Premio Katia Debora Melis di Selargius (CA), 3° Premio Lucia Bonanni di Scarperia (FI).

Premi Speciali sono stati conferiti ad altre opere particolarmente meritorie tra cui Sara Francucci di Cingoli (MC) vincitrice del Premio del Presidente di Giuria; Giovanni Tavcar di Trieste vincitore del Premio della Critica; Mario De Rosa di Morano Calabro (CS) vincitore del “Trofeo Euterpe”, Angela Catolfi di Treia (MC) vincitrice del Premio “Picus Poeticum” assegnato alla migliore opera di un poeta marchigiano; l’autore rumeno Dumitru Galesanu vincitore del Premio Speciale per il miglior autore straniero; Giancarlo Colella di Acquarica del Capo (LE) vincitore del Premio Speciale per la poesia satirica; Elena Maneo di Mestre (VE) vincitrice del Premio Speciale “Il Cigno Bianco” donato dall’omonima Associazione Culturale di Bitetto (BA) (presidente Tonia Appice) che collabora al Premio; Laura Vargiu di Siliqua (CA) vincitrice del Premio Speciale “Verbumlandi-art” donato dall’omonima Associazione Culturale di Galatone (LE) (presidente Regina Resta) che collabora al Premio; Antonio Scommegna di Savigliano (CN) per la migliore opera a tema la natura vincitore del Premio Speciale “Le Ragunanze”, premio donato dall’omonima associazione culturale di Roma (presidente Michela Zanarella) che collabora al Premio; Rita Marchegiani di Montecassiano (MC) vincitrice del Premio Speciale “Arte per Amore”, con la migliore opera a tema amoroso, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Seravezza (LU) (presidente Barbara Benedetti) che collabora al Premio; Giuseppe La Rocca di Trappeto (PA) vincitore del Premio Speciale “ASAS” per la migliore opera in siciliano, premio gentilmente donato dall’Associazione Siciliana Arte e Scienza (ASAS) di Messina (presidente Flavia Vizzari) che collabora al Premio; Massimiliano Pricoco di Augusta (SR) vincitore del Premio Speciale “Centro Insieme”, per la migliore opera sulla legalità/temi sociali, premio donato dall’omonima Associazione Culturale di Scampia di Napoli (Presidente Vincenzo Monfregola) che collabora al Premio.

Momento di alta intensità della serata sarà rivolto al ricordo compartecipe e celebrativo di due insigni poeti contemporanei che ci hanno lasciato e la cui eredità culturale e letteraria è assai importante tramandare: il poeta maceratese Gian Mario Maulo (1943-2014), nonché ex-sindaco di Macerata e protagonista di varie iniziative poetiche nel territorio maceratese, autore di libri di poesia e amato docente all’Istituto “Ricci” di Macerata e Amerigo Iannacone (1950-2017), poeta, scrittore, saggista, noto esperantista di Venafro (Isernia) nonché fondatore e collaboratore di riviste letterarie e fondatore della casa editrice Edizioni Eva di Venafro, voce importante del Meridione, dell’Irpinia, dell’Alto Sannio e del Matese, propulsore infaticabile di reading, incontri letterari e presenze in conferenze esperantiste. Entrambi verranno ricordati mediante gli interventi di alcuni familiari, la lettura di alcune liriche e la declamazione delle motivazioni di conferimento dei relativi premi da parte di Lorenzo Spurio, Presidente del Premio. La notizia di tali conferimenti “ad memoriam” è stata diffusa nelle scorse settimane sulle maggiori testare locali e regionali marchigiane e molisane tra cui “Picchio News”, “Cronache Maceratesi”, “TM Notizie”, “Il Cittadino di Recanati”, “L’Eco delle Marche” e “Molise Tabloid”, “Molise News 24”, “Primo Piano Molise”, “Isnews” e numerose altre.

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Il poeta ed ex-Sindaco di Macerata Gian Mario Maulo al quale verrà conferito uno dei due Premi Speciali “Alla Memoria”

 

thIl Premio “Alla Carriera 2018 del Premio “L’arte in versi” sarà, invece, assegnato alla nota poetessa e scrittrice Anna Santoloquido (foto a sinistra) nativa di Forenza (PZ) ma attiva da anni a Bari. La poetessa darà lettura ad alcuni suoi componimenti scelti e la Presidente di Giuria, Michela Zanarella, declamerà la motivazione del conferimento di questo premio speciale. La Santoliquido è autrice di numerosi libri di poesia, tanto in Italia che all’estero, ha curato antologie prestigiose e preso parte a conferenze e incontri collettivi, premiata in numerosi contesti letterari è considerata una delle maggiori poetesse italiane contemporanee.

I lettori Patrizia Giardini e Marcello Moscoloni presteranno la voce per la recitazione di alcuni brani vincitori i cui autori verranno premiati durante la serata.

L’evento è organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con i Patrocini Morali delle Regioni Marche e Molise, delle Provincie di Ancona, Macerata e Isernia, dei Comuni di Jesi, Venafro, Isernia e Macerata e con la collaborazione dei Musei Civici di Jesi, del Museo “Stupor Mundi” Federico II di Jesi e delle Associazioni Culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Centro Insieme Onlus” di Scampia di Napoli, “Verbumlandi-art” di Galatone (Lecce), “Il Cigno Bianco Onlus” di Bitetto (Bari), “ASAS” di Messina e “Arte per Amore” di Seravezza (Lucca).

 

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Mail Premio: premiodipoesialarteinversi@gmail.com

Tel: (+39) 328 3929819

(Anche Sms e WhatsApp)

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VII Premio di Poesia “L’arte in versi” (2018) – il verbale della giuria

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VII PREMIO NAZIONALE DI POESIA “L’ARTE IN VERSI”

Ideato, fondato e presieduto da Lorenzo Spurio

Organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi

VERBALE DI GIURIA

Il Presidente del Premio, dott. Lorenzo Spurio, a conclusione delle operazioni di lettura, valutazione e vaglio da parte delle Commissioni di Giuria della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” indetto e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN), rende note le graduatorie per le varie sezioni.

Le Commissioni di Giuria erano così rappresentate:

Sezione A – Poesia in italiano: Michela Zanarella, Vincenzo Monfregola, Emanuele Marcuccio, Rita Stanzione.

Sezione B – Poesia in dialetto / Lingua straniera: Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin, Antonio Maddamma, Vincenzo Monfregola.

Sezione C – Libro edito di poesia: Elvio Angeletti, Antonio Maddamma, Valentina Meloni, Alessandra Prospero.

Sezione D – Haiku: Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Fabia Binci, Antonio Sacco.

Sezione E – Video-poesia: Stefano Caranti, Max Ponte, Marco Vaira e Guido Tracanna.

Sezione F – Critica letteraria: Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Cinzia Baldazzi, Luciano Domenighini

Sezione G – Prefazione a libro di poesia: Michela Zanarella, Francesco Martillotto, Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin

Presidente di Giuria (tutte le sezioni): Michela Zanarella

Espletate le operazioni di segreteria, che ha provveduto all’eliminazione preventiva di tutti quei testi che, per le ragioni indicate nel bando di partecipazione, non erano conformi ai parametri richiesti, la partecipazione complessiva delle opere regolarmente a concorso è stata di 519 poesie in lingua italiana (Sez. A), 115 poesie in dialetto/lingua straniera (Sez. B), 62 libri editi di poesia (Sez. C), 102 haiku (Sez. D), 21 video-poesie (Sez. E), 20 critiche letterarie (Sez. F) e 12 prefazioni di libro di poesia (Sez. G), per un totale di 851 opere a concorso.

I parametri considerati dalle Commissioni di Giuria nel corso delle operazioni di lettura e valutazione sono stati:

–       Rispondenza di genere (congruità alla sezione)

–       Correttezza sintattico-grammaticale

–       Forma espositiva e stile impiegato

–       Intensità comunicativa (forza espressiva)

–       Originalità ed elaborazione

–       Musicalità

In relazione alla sezione C i parametri valutativi sono stati:

I – Contenuto

  1. Stile e linguaggio

  2. Originalità e creatività

  3. Varietà tematica

  4. Compattezza della silloge (stilistico-formale, concettuale)

  5. Utilizzo di forme metriche, retoriche

  6. Musicalità e sonorità del verso

  7. Comprensibilità delle costruzioni poetiche

  8. Forza delle immagini

  9. Presa e suscettibilità sul lettore (criteri soggettivi)

  10. Congruità delle versioni tradotte (dal dialetto o lingua straniera), se presenti

II – Veste grafica

  1. Linea grafico-editoriale

  2. Qualità della carta/inchiostro

  3. Praticità del volume (dimensioni, peso, etc.)

  4. Leggibilità/ Facilità di lettura (in termini visivi e non di ermeneusi)

  5. Copertina

  6. Cura negli apparati esterni (quarta, alette, etc.)

III – Materiali aggiuntivi e altro

  1. Presenza di testi critici d’accompagnamento (introduzione, prefazione, postfazione, nota di lettura) e autorevolezza degli autori terzi in questi testi

  2. Presenza di materiale iconografico: foto, pitture, disegni, fumetti, etc.

  3. Eventuale compresenza di comparti separati per narrativa o altro

  4. Congruità delle letture critiche d’accompagnamento

  5. Pertinenza del titolo

  6. Sintonia e legame tra i vari apparati della silloge

  7. Sintonia e legame tra i contenuti poetici e grafici

L’organizzazione del Premio, in sinergia e mutua collaborazione con alcune associazioni culturali che perseguono finalità comuni, ha deciso di attribuire alcuni premi speciali che vengono offerti dalla rispettive Associazioni Culturali: Premio Speciale “Il Cigno Bianco” offerto dall’Ass. Culturale Il Cigno Bianco Onlus di Bitetto (Bari) con presidente Tonia Appice, il Premio Speciale “Verbumlandi-Art” offerto dall’Ass. Culturale Verbumlandi-Art di Galatone (Lecce) con presidente Regina Resta, il Premio Speciale “Le Ragunanze” offerto dall’Ass. Culturale Le Ragunanze di Roma con presidente Michela Zanarella, il Premio Speciale “Arte per Amore” offerto dall’Ass. Culturale Arte per Amore di Seravezza (Lucca) con presidente Barbara Benedetti, il Premio Speciale “Asas” offerto dall’Ass. Siciliana Arte e Scienza (ASAS) di Messina con presidente Flavia Vizzari e il Premio Speciale CentroInsieme offerto dall’Ass. CentroInsieme Onlus di Scampia (Napoli) con presidente Vincenzo Monfregola.

Tenuto conto di tutte queste indicazioni, che costituiscono parte integrante del verbale di giuria, la graduatoria finale e definitiva dei vincitori è così stabilita:

SEZIONE A – POESIA IN ITALIANO

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – ANTONIO DAMIANO di Latina con la poesia “La Goutha o l’eterna follia (Nei sobborghi di Damasco)”

2° Premio – EMANUELE ROCCO di Pescara con la poesia “Illusione”

3° Premio Ex-Aequo – CARLA MARIA CASULA di Alghero (SS) con la poesia “L’ultimo treno”

3° Premio Ex-Aequo – LAURA MORO di Altivole (TV) con la poesia “Lettera d’amore a un poeta dannato (Per Arthur Rimbaud)”

MENZIONI D’ONORE

FRANCA DONÀ di Cigliano (VC) con la poesia “Il colore della guerra”

COSIMO LAMANNA di Roma con la poesia “Verranno le rose”

MARIA TERESA LA PORTA di Venafro (IS) con la poesia “Il peso dell’anima”

CORRADO CONSOLANDI di Roncadelle (BS) con la poesia “Ci sono giorni”

CARLA BARIFFI di Bellano (LC) con la poesia “Schermo”

SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO/LINGUA STRANIERA

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – VALERIA D’AMICO di Foggia con la poesia in lingua inglese “What remains”

2° Premio – NERINA ARDIZZONI di Renazzo (FE) con la poesia in dialetto “Na fotografia”

3° Premio – ANGELO CANINO di Acri (CS) con la poesia in dialetto “Figliu e ssi viji”

MENZIONI D’ONORE

EMANUELE ZAMBETTA di Bari con la poesia in dialetto “La sposa pecenènne”

NICOLINA ROS di San Quirino (PN) con la poesia in dialetto “Taramòt in Friul”

ANDREA PANZINI EMERSBERGER di Ancona con la poesia in dialetto “Un témpiu”

MELISSA STORCHI di Bibbiano (RE) con la poesia in lingua inglese “Memories that vanish”

SEZIONE C – LIBRO EDITO DI POESIA

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – GIANFRANCO ISETTA di Castelnuovo Scrivia (AL) con il libro Gigli a colazione (puntacapo Editrice, Pasturana, 2017)

2° Premio – ANTONIO SPAGNUOLO di Napoli con il libro Canzoniere dell’assenza (Kairòs, Napoli, 2018)

3° Premio – LUCA CIPOLLA di Cesano Boscone (MI) con il libro In viaggio per dove (Edizioni DrawUp, Latina, 2017)

MENZIONI D’ONORE

VITO SORRENTI di Sesto San Giovanni (MI) con il libro Chiari oscuri del dolore (autoprodotto, 2017)

NUNZIO BUONO di Casorate Primo (PV) con il libro Voli a matita (Helicon Edizioni, Arezzo, 2018)

MICHELE IZZO di Montebelluna (TV) con il libro L’impossibile incanto (Intermedia Edizioni, Orvieto, 2017)

DIEGO BALDASSARRE di Pistoia con il libro Interstizi (Montedit, Melegnano, 2018)

SEZIONE D – HAIKU

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – ALBERTO BARONI di Viadana (MN) con lo haiku: “sulla corteccia/ un mandarino in fiore –/ segni d’amore”.

2° Premio – ORNELLA VALLINO di Pavone Canavese (TO) con lo haiku “Il fiume lento./ La scìa d’un germano/increspa l’alba”.

3° Premio – CINZIA PITINGARO di Castelbuono (PA) con lo haiku “glicine in fiore-/ la casa abbandonata/ profuma ancora”.

MENZIONI D’ONORE

MARIA LAURA VALENTE di Cesena con lo haiku “primi germogli –/ l’odore della carta/ su cui scrivo”.

VALENTINA LEONI di Firenze con lo haiku “Passano gli anni -/ Aggiungo una sciarpa/col primo freddo”.

LUCIA ANTONIETTA GRIFFO di Bresso (MI) con lo haiku “i primi fiori -/ il profumo d’inverno/ si sente ancora”.

SEZIONE E – VIDEO-POESIA

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – ROSY GALLACE di Rescaldina (MI) con la video-poesia “Così ti ho guardato”

2° Premio – SIMONA GIORGI di Sarzana (SP) con la video-poesia “Calamità d’occasione”

3° Premio – ANTONELLA SICA di Genova con la video-poesia “Ora”

MENZIONE D’ONORE

DANIELA FERRARO di Locri (RC) con la video-poesia “Selena”

SEZIONE F – CRITICA LETTERARIA

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio: CARMELO CONSOLI di Firenze con la recensione al libro Quella luce che tocca il mondo (Bastogi, Foggia, 2010) di Ninnj Di Stefano Busà

2° Premio: DENISE GRASSELLI di Tolentino (MC) con il saggio “Canzone CXXIX – Di pensier in pensier, di monte in monte del Rerum Vulgarium Fragmenta di Francesco Petrarca”

3° Premio: CARMEN DE STASIO di Brindisi con il saggio “La complessa metamorfosi dell’agire nell’inarrestabile “ancòra” nella poesia di Alfonso Cardamone

MENZIONI D’ONORE

EUFEMIA GRIFFO di Settimo Milanese (MI) con il saggio “L’eco cupa del tonfo. Ricordando Antonia Pozzi”

FRANCA CANAPINI di Arezzo con il saggio “I quattro sensi di Gerionton”

SEZIONE G – PREFAZIONE DI LIBRO DI POESIA

VINCITORI ASSOLUTI

1° Premio – FABIA BALDI di Piombino (LI) con la prefazione al libro Janelas de silencio (Vasco Rosa, Lisboa, 2017) di Corrado Calabrò

2° Premio – KATIA DEBORA MELIS di Selargius (CA) con la prefazione al libro Sulla linea effimera di Francesco Pasella / Luisella Pisottu (autoprodotto, 2017)

3° Premio – LUCIA BONANNI di Scarperia / San Piero a Sieve (FI) con la prefazione al libro KA_R_Masutra (Kimerik, Patti, 2018) di Izabella Teresa Kostka

MENZIONE D’ONORE

MARCO CAMERINI di Roma con la prefazione al libro Poesia non è una cortese parola. 2009-2016 (Aracne, Canterano, 2016) di Claudio Zuccaro

PREMI SPECIALI

PREMIO DEL PRESIDENTE DI GIURIA

SARA FRANCUCCI di Cingoli (MC) con la poesia “Amatrice-Norcia-Visso”

PREMIO DELLA CRITICA

GIOVANNI TAVČAR di Trieste con il libro Dilagante eternità (Aletti, Guidonia, 2015)

TROFEO EUTERPE

MARIO DE ROSA di Morano Calabro (CS) con il libro Il filo che anche il buio ti guida (Libreria Editrice Urso, Avola, 2016)

PREMIO SPECIALE “PICUS POETICUM” (miglior poesia di poeta marchigiano)

ANGELA CATOLFI di Treia (MC) con la poesia in dialetto “Dumi’, lu sòceru mia”

PREMIO SPECIALE PER MIGLIOR LIBRO DI AUTORE STRANIERO

DUMITRU GĂLEŞANU di Râmnicu Vâlcea (Romania) con il libro bilingue Tratat pentru nemurire / Trattato per l’immortalità (Tracus Arte, Bucaresti, 2016)

PREMIO SPECIALE PER LA POESIA SATIRICA

GIANCARLO COLELLA di Acquarica del Capo (LE) con il libro Sunetti senza frenu (Kurumuny Edizioni, Calimera, 2017)

PREMIO SPECIALE “IL CIGNO BIANCO” (miglior poesia a tema infanzia)

ELENA MANEO di Mestre (VE) con la poesia in dialetto “Eroine de a me infansia”

PREMIO SPECIALE “VERBUMLANDI-ART” (miglior poesia a tema la pace)

LAURA VARGIU di Siliqua (CA) con la poesia “Sotto il cielo di Aleppo”

PREMIO SPECIALE “LE RAGUNANZE” (miglior poesia a tema la natura)

ANTONIO SCOMMEGNA di Savigliano (CN) con il libro Margherita di Savoia. Tèrre de mare e de ssàle (L’Artistica Savigliano, Savigliano, 2011)

PREMIO SPECIALE “ARTE PER AMORE” (miglior poesia a tema amoroso)

RITA MARCHEGIANI di Montecassiano (MC) con il libro Gli anni dell’incanto (Edizioni APE, Terni, 2017)

PREMIO SPECIALE “ASAS” (miglior poesia in siciliano)

GIUSEPPE LA ROCCA di Trappeto (Palermo) con la poesia “Tempu suspisu”

PREMIO SPECIALE “CENTROINSIEME” (miglior poesia sulla legalità/temi sociali)

MASSIMILIANO PRICOCO di Augusta (SR) con la poesia “L’odore che viene dai margini”

PREMI SPECIALI – FUORI CONCORSO

PREMIO ALLA CARRIERA

ANNA SANTOLIQUIDO

PREMI ALLA MEMORIA

GIAN MARIO MAULO (Montecosaro, 1943 – Macerata, 2014)

AMERIGO IANNACONE (Venafro, 1950 – Venafro, 2017)

INFORMAZIONI IMPORTANTI

CONSISTENZA DEI PREMI

Come da bando di concorso (art. 10) si rammenta che i premi consisteranno in: 1° premio – targa placcata in oro 24 kt, diploma con motivazione, abbonamento alla rivista “Poesia” (Crocetti Editore) anno 2019 (11 numeri) e tessera socio Ass. Culturale Euterpe anno 2019; 2° premio – targa, diploma con motivazione e libri; 3° premio – targa e diploma con motivazione; Menzioni d’onore – coppa/trofeo e diploma; Premi Speciali (tutti tranne “Alla Carriera”) – Targa e diploma con motivazione; Premio Alla Carriera – Targa placcata in oro 24 kt, diploma con motivazione, nomina di Socia Onoraria dell’Ass. Culturale Euterpe, cena e pernottamento sera della premiazione.

CONVENZIONE CON MUSEI CITTADINI

Grazie alla collaborazione nata tra l’Associazione Culturale Euterpe e il Museo Federico II “Stupor Mundi” e il Comune di Jesi, tutti i premiati e i membri della Giuria (no gli accompagnatori) avranno l’opportunità di usufruire in maniera agevolata nei soli giorni del 10 e 11 novembre 2018 alla ricca offerta museale del Comune di Jesi secondo queste modalità:

Museo Federico II “Stupor Mundi”

Indirizzo: Piazza Federico II n°3

Contatti: 0731-084470 – Sito: www.federicosecondostupormundi.it

Orari: Dal giovedì al sabato 15-19 / Domenica: 10-13 e 15-19

Agevolazione: entrata a prezzo ridotto pari a 4,00 €

Musei Civici di Jesi

Agevolazione: ingresso gratuito (maggiori info in seguito)

Per eventuali informazioni sull’offerta turistica e sulle strutture ricettive, alberghiere e di ristorazione si rimanda all’Ufficio Turismo del Comune di Jesi di cui a continuazione si forniscono i riferimenti.

Indirizzo: Piazza della Repubblica

Contatti: 0731-538420 – Sito: www.turismojesi.it

Orari: Da mercoledì a sabato 10-13 e 15-18

Gli interessati alle visite agevolate dovranno darne comunicazione all’Associazione Culturale Euterpe mediante la compilazione del modulo A (di cui sotto). Chi avrà confermato la sua prenotazione riceverà a mezzo mail il coupon per l’accesso scontato o potrà fornire il proprio nominativo alla biglietteria per la validazione dello sconto/ingresso gratuito.

CERIMONIA UFFICIALE DI PREMIAZIONE

La cerimonia di premiazione si terrà a Jesi (AN) presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni (Corso Matteotti n°19) il 10 novembre 2018 a partire dalle ore 17.

CONFERMA DI PRESENZA E AUTORIZZAZIONI (Modello A)

Come da bando di concorso (art. 12) si ricorda che i vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia per ritirare il premio. È il richiesta la conferma di presenza mediante compilazione e invio del modulo a seguire (modello A) dove pure si dovranno indicare le autorizzazioni alla lettura da parte propria o della lettrice del testo, alla pubblicazione in antologia, etc. Il modulo va inviato a mezzo mail all’indirizzo premiodipoesialarteinversi@gmail.com entro il 22 settembre 2018.

Questo modello deve essere necessariamente compilato da ogni vincitore a vario titolo.

Nell’eventualità di non sicurezza in merito alla presenza entro la data indicata si chiede comunque di inviare il modello compilato in ogni sua parte, riservandosi di confermare la presenza/assenza alla stessa mail almeno una settimana prima della premiazione.

DELEGA (Modello B)

Qualora i vincitori non possano intervenire hanno facoltà di inviare un delegato. In questo caso la delega va inoltrata a mezzo mail effettuata sul modulo a seguire (modello B) e inviata all’attenzione del Presidente del Premio dott. Lorenzo Spurio a mezzo mail a presidente.euterpe@gmail.com entro il 2 novembre 2018. Non verranno considerate deleghe annunciate in via informale a mezzo messaggistica privata di Social Network né per via telefonica, né quelle che non perverranno secondo il modello di cui sopra.

Questo modello deve essere necessariamente compilato da chi delega qualcuno a rappresentarlo.

INVIO DEI PREMI

Qualora i vincitori non possano intervenire e non hanno un delegato che li rappresenti, possono ricevere i premi al proprio domicilio dopo la cerimonia di premiazione mediante Poste Italiane (no Corriere), previo pagamento delle relative spese di confezionamento e spedizione a carico dell’interessato. Non si spedirà in contrassegno.

PUBBLICAZIONE IN ANTOLOGIA

Tutte le opere risultate vincitrici a vario titolo entreranno a far parte dell’antologia del premio, volume senza codice ISBN e non in commercio, che verrà donato gratuitamente in una copia a ciascun vincitore durante la premiazione. I vincitori della sezione Video-poesia sono tenuti a inviare il testo della loro poesia in formato Word entro e non oltre il 18 settembre 2018 a premiodipoesiarteinversi@gmail.com.

Il volume conterrà alcuni interventi critici dei membri della giuria e una selezione di liriche dei Premi Speciali “Alla Carriera” e “Alla Memoria” accompagnati da relativi profili bio-bibliografici. Con il modulo A l’autore autorizza alla pubblicazione della sua opera nell’antologia del premio senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro all’organizzazione del Premio.

Letto, firmato e sottoscritto

Jesi, 6 settembre 2018

Lorenzo Spurio – Presidente del Premio / Presidente Ass. Euterpe

Michela Zanarella – Presidente di Giuria

Elvio Angeletti – Segretario Ass. Euterpe

 

INFO:

www.associazioneeuterpe.comass.culturale.euterpe@gmail.comTel. 327 5914963 – Pagina FB del Premio

ALLEGATO A

[Consta di 2 pagg.

Va inviato a premiodipoesialarteinversi@gmail.com entro il 22/09/2018]

Nome / Cognome _________________________________________________________________

Nato a ______________________________________ Il _________________________________

Residente a _________________________ in Via ______________________________________

Cap _______________________________ Prov. _______________________________________

Tel. ________________________________ Mail _______________________________________

Vincitore del Premio

________________________________________________________________________________

Per la sezione ____________________________________________________________________

Con l’opera dal titolo

________________________________________________________________________________

Sotto la mia unica responsabilità, DICHIARO

[ ] Che l’opera è frutto del mio unico ingegno e che ne detengo i diritti ad ogni titolo. Sono a piena conoscenza della responsabilità penale prevista per le dichiarazioni false all’art. 76 del D.P.R. 445/2000

e che:

[ ] l’opera E’ iscritta / Tutelata dalla SIAE

[ ] l’opera NON è iscritta / Tutelata dalla SIAE

[ ] SONO iscritto / Tutelato dalla SIAE in qualità di autore

[ ] NON SONO iscritto / Tutelato dalla SIAE in qualità di autore

AUTORIZZO

[ ] Alla pubblicazione della mia opera1 nel volume antologico del premio (senza codice ISBN, volume non in commercio) che verrà donato il giorno della premiazione, senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro agli organizzatori del Premio.

____________________________ ________________________________

(città, data) (firma leggibile)

INFORMAZIONI SULLA SERATA DI PREMIAZIONE

[ ] CONFERMO LA MIA PRESENZA

[ ] CONFERMO LA MIA ASSENZA – interverrà un delegato (inviare modulo B compilato)

[ ] CONFERMO LA MIA ASSENZA – non interverrà un delegato. Rimango in attesa di informazioni per ricevere il premio a domicilio.

Durante la serata di premiazione

[ ] Leggerò io il mio testo vincitore (per la sez. C una sola lirica dal libro; per le sez. F, G un estratto)

[ ] Preferisco che il mio testo vincitore (per la sez. C una sola lirica dal libro; per le sez. F, G un estratto) sia letto dalla lettrice

Durante la serata di premiazione (solo per sez E – video poesia)

[ ] Acconsento alla riproduzione della video-poesia su pannello di riproduzione

[ ] Non acconsento alla riproduzione della video-poesia su pannello di riproduzione

INTERESSE/ ISCRIZIONE ALLA VISITA DEI MUSEI DI JESI

I vincitori a vario titolo del Premio e i membri di Giuria avranno diritto all’accesso facilitato ai Musei della Città di Jesi nei soli giorni del 10 e 11 novembre 2018 secondo le modalità di seguito indicate. Mettere la croce sull’offerta scelta alla quale intende prendere parte (è possibile inserirle anche entrambe):

[ ] Museo Federico II “Stupor Mundi” situato in Piazza Federico II n°3

L’accesso è scontato con modalità ridotta e costerà 4,00 €.

[ ] Musei Civici di Jesi

L’accesso alle strutture comprensive nell’offerta (di seguito meglio specificata) è gratuito.

AUTORIZZAZIONE AL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI

[ ] Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati da parte dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03 e Regolamento Europeo GDPR) per le finalità inerenti all’espletamento di ogni iniziativa relativa alla VII edizione del Premio di Poesia “L’arte in versi” e alla relativa cerimonia di premiazione.

[ ] Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati da parte dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03 e Regolamento Europeo GDPR) per tutte le iniziative culturali, artistiche e letterarie da essa indette e promosse.

____________________________ ________________________________

(città, data) (firma leggibile)

ALLEGATO B

[Consta di 1 pagina – Va inviato a presidente.euterpe@gmail.com entro il 2/11/2018]

Nome / Cognome _________________________________________________________________

Nato a ______________________________________ Il _________________________________

Residente a _________________________ in Via ______________________________________

Cap _______________________________ Prov. _______________________________________

Tel. ________________________________ Mail _______________________________________

Vincitore del Premio

________________________________________________________________________________

Per la sezione ____________________________________________________________________

Con l’opera dal titolo

________________________________________________________________________________

Impossibilitato/a a partecipare alla cerimonia di premiazione della VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi che si terrà a Jesi (AN) il giorno 10 novembre 2018 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni con la presente

DELEGO

Il sig./ La sig.ra _______________________________________________________________

Nata a _________________________________ Il ____________________________________

Tel. ____________________________________ Mail ________________________________

A rappresentarmi per:

  • ritirare il premio a me spettante

  • dar lettura al componimento risultato vincitore

________________________________ ____________________________

(città, data) (firma leggibile)

1Nel caso della sezione C – Libro Edito – si intende la pubblicazione di una scelta operata dall’organizzazione di testi presenti all’interno del volume.

“Circus” di Santi Geraci, prefazione di Francesca Luzzio

Circus di Santi Geraci

Prefazione di Francesca Luzzio

circus-325506.gifLa silloge poetica Cirus di Santi Geraci (Genesi, Torino, 2016) si divide in tre sezioni che come tessere di mosaico si combinano insieme a definire la forma e il contenuto della nuova poesia dell’autore; nuova, non solo perché successiva alle due precedenti, ma soprattutto perché rispetto a queste ultime essa si distingue per la  lingua  e in parte per il contenuto. Relativamente alla lingua è da rilevare l’abbandono del dialetto siciliano e l’uso dell’italiano che ovviamente non avvalora la qualità artistica della sua poesia, ma segna semplicemente una scelta espressiva, indica il mutamento del contenitore di un’essenza tematica che in parte resta immutata, in parte tende ad esprimere un acutizzarsi di pessimismo esistenziale e storico-sociale, che, pur presente nelle sillogi precedenti, non sembrava tuttavia spegnere un alone di speranza.                                

Il titolo, Circus, è il nome con il quale Pablo Picasso titola una serie di quadri dedicati all’attività circense e tra questi il quadro riprodotto in copertina. Tale scelta non è occasionale poiché rileva il nucleo semantico di tutta l’opera:  il sentirsi acrobata,  funambolo nel percosso  della vita e, se per Montale vivere è camminare lungo “una muraglia/che ha in cima cocci acuti di bottiglia” (da “Mereggiare pallido e assorto”, in Ossi di seppia), per Santi Geraci, come si evince dalle numerose occorrenze sparse nelle poesie delle tre sezioni, è un camminare come gli acrobati lungo un filo su cui è difficile mantenere l’equilibrio e non cadere,  sicché , come nel poeta genovese, non solo i versi, ma anche il quadro di Picasso riprodotto in copertina, diventano “correlativi oggettivi” dell’impossibilità o difficoltà a mantenere l’equilibrio, a trovare una direzione, uno scopo che dia senso e certezza ai nostri giorni.

Nella prima sezione, Memoriale da Procida, l’IO sente la bellezza della vita, metaforicamente considerata “una pesca da mordere”, ma è consapevole anche che essa è come “una scala interminabile”(in “Anche oggi” ) e difficile da salire,  per le difficoltà che si possono incontrare nella ricerca della propria identità e le difficoltà possono diventare sofferenza al punto da indurlo a chiedere disperato aiuto: “Il mio cuore è colmo/di terra e di sale/Chi nutrirà/il suo silenzio, la sua vocazione/Chi berrà la sua meraviglia,/la sua mutazione?” (in “Il mio cuore è colmo”).

Il mare, il porto e soprattutto il bisogno di approdo sono le metaforiche realtà e il desiderio concreto che il poeta, novello Ulisse, esprime nei versi  e Procida, l’isola incantata che, grazie a Circe e alle Sirene,  genera un incanto naturale, è fautrice del suo “estro vagabondo”che “strappa flauti  al caos del mondo”  (in “Ode all’isola”), è l’ambiente che meglio  riesce a fargli poeticamente esprimere il suo bisogno di approdo, che possa consentirgli di vivere un simbiotico incontro dell’io con la natura e della natura con l’io: “ed il mio cuore di fuoco/si confonde senza pudore/col mare e col cosmo (in Unico eroe superstite). Questa unione purtroppo  onirica, ma panica con la natura per cui il poeta vibra della sua vita  e la natura della vita di lui,  fa sì che anche nella fusione fisica con la sua donna, questa veda nel poeta-amante il rivelatore dei misteri della natura: “Mi chiedi/un sorriso di mare maturo…/Mi chiedi/perché il vento spira/…se in porti sperduti/cantano ancora sirene/…, ma mentre il corpo del poeta “si è fuso/come pane e vino” con quello dell’amata  (in “Profondamente muto”), il suo cuore, la sua anima rimangono muti, rivelando con il loro silenzio l’amara consapevolezza dell’indecifrabile mistero della vita cosmica. La lirica “Il mare” esprime ulteriormente tale consapevolezza, infatti esso è cantato come un immenso incunabolo in cui storia ed umanità, nel positivo e nel negativo che li caratterizzano, vivono, naufragano e si perdono in una sorta di caos universale, quale il mare “enigma degli enigmi,/libro dei libri”, in effetti è.                                                        

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Santi Geraci, autore del libro

Per quanto riguarda lo stile il poeta adotta in genere una scrittura metaforica  e si offre al lettore ancora come un novello Ulisse che viaggia nei meandri della memoria,delle emozioni, delle personali convinzioni per offrirle al lettore travestiti da simboli in genere naturalistici (“Il mio cuore è colmo/di terra e di sale”, in Il mio cuore è colmo; La notte…. \ È la tempesta che squarcia/il fegato di un poeta maledetto,/…, in “La notte”) che vivono e palpitano dello stesso sentire dell’artista. Rilevante inoltre è la tendenza anaforica che induce il poeta  a riproporre come in una filastrocca o in una  canzone l’incipit identico di strofe o versi, quasi un martellante riproporsi di azioni, atteggiamenti, paragoni, etc. (“Voce che sembra/un’anfora …/Voce di terra invasa/Voce che ricorda/…/ Voce di grotta…, in “La tua voce”) in una crescente e diversificata metaforizzazione del sentire. Rime, anafore, ma anche epifore amplificano la musicalità  che nel fluttuare del ritmo dei versi di diversa lunghezza tendono a creare una variante sinfonia. Le stesse caratteristiche formali si rivelano anche nelle due altre sezioni,dove la metaforizzazione tende ad accentuarsi, sino a rendere  quasi ermetica, la semantica di qualche lirica, anche se il pathos dell’ispirazione emerge sempre e comunque.               

La seconda sezione, I luoghi della memoria, è  un flashback, un tuffo nel passato, più o meno remoto. Così con malinconia  il poeta torna “al prode sole ruggente sui nespoli, torna, torna sempre” (in “Torno”) alle sue radici “tra i limoni e il grano” dove ha trascorso i suoi primi  anni “udendo lungimiranti sinfonie d’usignoli e di sassi” (in “Radici”). Ma la memoria non è legata esclusivamente ai luoghi dell’infanzia, infatti espandendo l’orizzonte delle sue considerazioni  dall’ego all’humanitas, torna anche a ricordare la tragedia dei migranti a Lampedusa, torna a riconsiderare la vita di Alda Merini e a rilevare l’affinità della loro condizione di artisti incompresi, così come torna a riflettere sull’assenza di senso dell’essere e del vivere per cui siamo “come pesci che galleggiano nella storia” (in “Il destino dei pesci”); forse la condizione migliore la vivono i pazzi che nell’estraniarsi dal mondo reale vivono dimensioni altre: bevono l’infinito. Così il poeta vuole vivere la loro condizione e scende nel pozzo dei pozzi, dove i pazzi “disegnano le farfalle/ pregano le fate/dove gemono i pupazzi/dove pescano i pagliacci/…”( in “Il pozzo dei pozzi”). Come si evince dai pochi versi citati, il poeta quasi a rendere omologa la forma al contenuto (“tal contenuto, tal forma “, sosteneva  F. De Sanctis) gioca con le parole, creando una sorta di omofonia espressiva, attraverso ripetizioni, anafore, rime ed assonanze.                   

L’ultima sezione ha un titolo originale, un neologismo, inventato dall’autore Ancoraria ,ossia ancora aria. Qui il metaforismo e il procedere anaforico è ancora più intenso e talvolta l’oscurità espressiva è davvero ermetica. Ciò è spesso legato all’acuirsi del pessimismo del poeta  che ormai è sfiduciato anche nei confronti della poesia e della parole, incapaci di esprimere ormai anche la vitale e consustanziale unità del poeta con la natura, pertanto rivolgendosi ad esse il poeta afferma che ormai camminano “a testa bassa/come manichini di neve” (In “Voi non dite più”), d’altronde non c’è più niente da cantare, non esistono più valori, sogni, fantasia, amore  e  pertanto “nessuno contava più le pecorelle/prima di andare a nanna/… nessuno faceva più l’inchino/ al passaggio di una donna/…, nessuno seguiva più il tragitto/ di una formica o di una gazza” (in “La festa di nessuno”), l’umanità è diventata ottusa, è incapace d’immaginare e di vedere, non sa più apprezzare il “richiamo dolce e seducente” del circo (in “Viva il circo”), non vuole più essere acrobata della vita, affrontando i rischi e le pene del vivere che anche l’impegno più costante non riesce ad evitare; l’uomo oggi  corre frenetico verso il successo , gli affari e non vive il tempo come andrebbe vissuto, pertanto al poeta non resta altro che pregare: “ Pregherò/perché i bimbi di tutto il mondo/brillino sempre come soli nella tenebra/… Perché l’amore espanda/gli immortali orizzonti dell’universo/…. Pregherò, pregherò…/non finirò mai di pregare (in “Pregherò”).

Francesca Luzzio

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

“La fontana incantata” di Emilio Rega, prefazione di Lorenzo Spurio

Emilio Rega, La fontana incantata, Eracle, 2016.
Prefazione di Lorenzo Spurio 

Ad Ortigia, il bel centro storico della città di Siracusa, si trova la celebre Fonte Aretusa, un ampio bacino d’acqua di forma tondeggiante fruibile al visitatore da una posizione privilegiata, quasi “aerea”, di stupefacente presa sul turista per la maestosità della vasca e la straordinarietà della sua posizione, non molto distante dal mare che sembra in qualche modo essere un contenitore più ampio. Emilio Rega nella presentazione del suo nuovo libro attesta chiaramente che il titolo, nel quale leggiamo di una “Fontana incantata”, ha a che vedere proprio con Aretusa che, secondo la tradizione mitologica, venne trasformata in fonte da Artemide per sottrarla alle pressioni di Alfeo che l’avrebbe spiata nuda e della quale era profondamente invaghito.

downloadLa “fontana incantata” a suo modo sembra richiamare anche qualche ambientazione tipica delle saghe per l’infanzia dei fratelli Grimm o, più in generale, a un oggetto che si fa luogo, che identifica una determinata sequenza di vicende; l’accezione di “incantata” ravvisa da subito la straordinarietà della fonte nonché la sua capacità di rappresentare un emblema iper-carico di significati tanto da venire a rappresentare un simbolo. Per mantenere questo tipo di lettura si potrebbe dire, senza forzare di troppo quella che è una propedeutica ermeneusi del nuovo testo di Emilio Rega, che le tante poesie che compongono la silloge non sono altro che spruzzi d’acqua, gocce più o meno pesanti o suadenti a rappresentare la complessità dell’universo.

Rega in questo nuovo libro utilizza forme diverse: dalla lode al canto, dalla preghiera all’elegia e ancora dal componimento d’amore a quello contemplativo senza mai disdegnare lo sviluppo di pensieri di matrice più chiaramente religiosa, filosofica, morale ed etico-civile. Con essi, anche i registri cambiano: notiamo l’io lirico che si mimetizza nel pensiero, ma anche il poeta che fa autocritica e prende le distanze da vezzosità insultanti l’arte poetica e ancora ammonisce mal-comportamenti. La propensione del Nostro, nei momenti in cui abbandona l’approccio più empatico col testo, è quella di prendere una posizione netta nei confronti di accadimenti, mode e convinzioni generalizzate.

Con una scrittura assai concreta e ben delineata, facilmente concepibile anche per chi poco mastica di poesia, Rega ci accompagna nei meandri di un vissuto particolare: il suo. Accanto ai componimenti d’amore nutrite sono le immagini che rievocano un passato più o meno distante con una pacificazione tale da non avvertire neppure strascichi di melanconia. Netti e fortemente visuali le poesie in memoria dei genitori che vengono ricordati con una levità assai profonda e al contempo carica di una passione nevralgica.

Il tempo inclemente fa capolino spesso in varie liriche, soprattutto della primissima parte della raccolta, mai visto come un nemico da demonizzare o un mostro che (ci) trasforma ma come presenza ineluttabile, una sorta di compagno terreno di tutte le nostre vicende da quando nasciamo. In Rega è fortemente radicata la concezione di un tempus fugit che non è in sé pericoloso né da condannare, ma che va percepito per quel che è: uno spazio bianco da costruire personalmente giorno dopo giorno.

In varie altre liriche scopriamo un Rega meno intimo e più direttamente legato al senso di comunità. All’intero di questo filone che potremmo definire etico-sociale, sono interessanti due componenti. Da una parte l’ampio discorso che il Nostro fa sul senso della poesia e il ruolo del poeta oggi a partire da divagazioni diverse ma tutte gravate da un pensiero ossessivo di fondo: il poeta d’oggi è spesso vanitoso. D’altra parte il Nostro, con la sua connaturata capacità di sintesi e fascino della brevità comunicativa che fa di lui un grande aforista, non manca di evocare gravi casi di problematicità quali, appunto, la fame e le epidemie sofferte da una grande quantità di bambini in varie parti del mondo.

Leggendo le poesie di Rega si solidarizza con lui in maniera convinta quando parla del divismo e della smodata esuberanza dell’intellettuale d’oggi che ha fatto della sua arte merce e che utilizza la sua poetica in conviviali momenti d’incontro dove è l’immagine, piuttosto che i contenuti, a contare. Si condanna, dunque, un modo di fare che è in qualche modo viziato, disonesto, oltraggioso nei confronti del sentire più puro del genere umano, quello poetico, ma lo si fa con perspicacia e circostanzialità di giudizio, vale a dire con obiettività e onestà.  Così il premio che il letterato vince da mera attestazione celebrativa del suo valore artistico diviene vessillo di vizio, emblema di egocentrismi nauseanti facendo di lui non una persona sensibile che impiega la poesia quale mezzo esternante il suo animo ma quale forma di competizione, una attività semplicemente numerica dove lo spirito di autocritica e di crescita vengono soppiantati dalla prepotenza e dall’altezzosità.

Se da una parte Rega accenna al fenomeno della brutalizzazione e mercificazione dell’arte, lascia a noi lettori ricercare le cause prodromiche di quanto sta accadendo ormai da decenni cioè ci fornisce qua e là gli elementi che potrebbero essere utili nel tracciare le linee di forza che uniscono la svendita della poesia (nel volume anche l’editoria viene presa in considerazione) con la purità del sentimento umano. In qualche modo ci lascia intuire anche quali potrebbero essere i rimedi: se non per risolvere in toto una situazione diventata endemica e incontrollabile, per lo meno per cercare di non cadere nel baratro qualunquista della superiorità illegittima tra poeti di varia risma.

In tutto questo il Nostro è abile nel costruire con doviziosa precisione gli ambienti che circondano le situazioni che ci pone chiamandoci a una maggiore e sana riflessione, come quando rammenta dell’importanza dell’ “elemento primordiale dell’acqua” in una ipotetica ricerca di quel legame atavico tra l’uomo e l’elemento equoreo, mezzo di vita. In “In ginocchio davanti al mare” l’elemento acqua fa nuovamente da padrone e in questi versi che ci descrivono la sinuosità del mare l’io lirico anela addirittura a un procedimento di metamorfosi in un abitatore delle acque salate.  Dinanzi al mare l’uomo mostra stupore e un senso di insubordinazione dato dall’onnipresenza dell’elemento acquatico che lo conduce ad assumere una posizione riverente, prostrata e servile nei confronti di quel gigante che a volte è in grado di incutere paura.

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Emilio Rega, autore del libro

Per usare sue parole, Rega dice “Canto l’amore che non c’è/ quello che poteva esserci e non è stato” mostrando come il poeta sia quell’essere  capace non solo di eternizzare i momenti ma di credere nella validità dell’invocazione all’assenza. In pochi versi dalla sintassi quanto mai chiara e ben strutturata Rega costruisce con salde parole al contempo evocative ed invocative un ringraziamento al sentire permettendo a quel senso delle possibilità di trovare spazio nell’ambito discernitivo della mente. Ragionare sul successo e il non successo implica l’adozione di una prospettiva dove è l’intimità col tempo a dominare.

Taluni versi sembrano svuotarsi di un impeto propriamente lirico per farsi, invece, più assertivi, descrittivi in senso stretto, capaci cioè di individuare una descrizione analitica di ciò di cui si sta parlando, in linea con la predisposizione al sintetismo concettuale del Nostro che non di rado ha impiegato l’aforisma quale svelamento della mente, riflessione e circumnavigazione del pensiero. L’aforisma ha come principale capacità, qualora l’aforista abbia le giuste doti come è il caso del Nostro, di presentarsi come una piccola verità, una pillola di saggezza che, pur fuoriuscendo dall’esperienza privata, può avere un significato, dunque un valore, oggettivo ed universale. Non detta una linea di pensiero, dunque, ma consente la riflessione ed espone il lettore a una sorta di dialogico con se stesso, ampliandone il senso critico. Ciò è ben evidente ad esempio nella poesia “A te poeta” nella quale il Nostro sembra più calato nelle vesti di un saggista che di un io lirico quando attesta: “La poesia batte in ritirata/ mentre avanza la putredine del mondo”.

Mi sento allora di poter dire che Emilio Rega non solo ha ben a cuore la grandezza universalistica della poesia quale bene inestimabile che va conservato e addirittura promosso, ma che sia anche ragionevolmente influenzato dal tema vivendo in primis la difficile collocazione del poeta nella nostra contemporaneità. Nella difesa che il Nostro fa del Silenzio quale luogo della tranquillità e dell’ispirazione, spazio bianco della mente che permette la riflessione, acuisce il ricordo e rivitalizza il vissuto, sembra di percepire la Szymborska che in una delle sue ultime interviste parlò del silenzio quale condizione necessaria del poeta per essere felicemente produttivo.  Alla conformazione al rumore, allo stridore dei giorni e alla mancanza di differenziazione, Rega contrappone il Silenzio quale arma bianca, una sposa velata che con l’avvenenza di tutte le spose, si unisce a noi. Contro le cacofonie della società, la virulenza dei vizi, l’alienazione dei corpi, la cosificazione della nostra coscienza, Rega reclama ed invoca il silenzio quale ambito di pacificazione al tomento e alla lotta, al subbuglio e ai fragori.  Dato che “La poesia è un privilegio/ riservato a pochi eletti” le parole di Rega indirizzano il nostro animo verso lidi della mente che aprono all’autocoscienza mentre ci insegnano che il Silenzio è la parola più difficile da comprendere e da tradurre. Non perché esso non abbia forma propria, semplicemente perché ci si è assuefatti a un mondo di a-silenzio, dominato dal caos e dalla spasmodica rincorsa al bene di turno, velleità di consumo e vezzosità inutili. Il silenzio non è presente solamente negli interstizi tra una comunicazione e l’altra, nelle pause –pure brevi- tra un rumore e un suono, ma va in un certo qual modo ricercato ed esperito.

La poesia che chiude la raccolta, “Silenzio”, ricalca ancor meglio il concetto: le pause, le ellissi, i punti di sospensione ossia tutti quegli artifici che nella scrittura mascherano una mancanza di materiale, un’assenza, dunque in qualche modo un silenzio improvviso su qualcosa, sono molto probabilmente gli elementi più carichi di significato, densi, saturi di immagini e di complessità, plurievocativi, analogici ed è lì che si concentra la materialità contenutistica. Per questo la poesia degli ermetici è tanto ricca di contenuti e suggestioni, di letture ampie e diversificate da permettere di disquisire ore ed ore su smunti versi, scarnificati fino all’osso.

Esso è una categoria della mente e della percezione e, come tale, la sua appropriazione avverrà a livello personale, intimo, soggettivo. Non esiste un silenzio universale e supremo che valga con la stessa intensità per tutti, ma ognuno di noi ha la sua scala di silenzi e ne conosce la problematicità per poterli raggiungere. Dare un senso all’inesprimibile, dare un colore al bianco-e-nero incalzante, dare un sorriso a un bambino che non ha motivo per ridere diventano allora le tante piccole missioni del poeta che sapientemente e con coraggio, proprio come il Nostro, deve essere in grado di comprendere le criticità del momento storico e l’esigenza di darsi da fare, nella concretezza, per impedire a quella “putredine del mondo” di prendere il sopravvento. Per questo, se il silenzio si può sentire anche nel fragore delle giornate, “la salvezza/ la puoi ancora trovare/ in fondo a quell’oscurità”.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 5 Dicembre 2015

“Figli di terracotta” di Katia Debora Melis, prefazione di Lorenzo Spurio

Katia Debora Melis: la fragilità della poesia

Figli di terracotta, Thoth Edizioni, 2016

Prefazione di Lorenzo Spurio 

 

Oggi che tutto si può fare

che niente più stupisce

scandalosa è la poesia.

Due importanti lemmi linguistici coniugati a costituire una sembianza al contempo astratta e concreta costituiscono il titolo integrale della nuova silloge poetica di Katia Debora Melis, Figli di terracotta. Da una parte i “figli” richiamano quella corporeità di immagini legata al senso concreto dell’esistenza e di un vissuto che si tramanda nel corso delle generazioni mediante l’atto riproduttivo (una sorta di palingenesi continua dell’umanità), dall’altra, la “terracotta” quale materiale che esiste non in quanto naturale (come può esserlo la roccia lavica o lo zolfo) ma quale prodotto di lavorazione dell’uomo ci introduce immancabilmente a un universo plastico caratterizzato per la fragilità della materia, per la connaturata finezza dello stesso soggetta a un deterioro e che necessita, dunque, di una maneggiabilità attenta, se non addirittura severa e rigorosa.

A fare da apripista a questa raccolta poetica è una poesia iniziale che funziona come preludio a ciò che la Nostra andrà occupandosi nel corso del volume, non è un caso che essa sia intitolata “Genesi” quasi a voler intendere che questo libro non è che una poeticizzazione dell’atto esistenziale, di analisi di ciò che accade fuori di noi, fatta però con viva coscienza non solo della finitezza delle cose e della loro corruttibilità, ma anche dell’importanza rivelatrice di fatti prodromici, genetici, che hanno in un certo senso permesso l’avvio dell’umanità: bellissima la resa iniziale del “Sole/ [che] ha ingravidato la Terra/ […] [dalla quale] nacquero i figli di terracotta”. Colpisce da subito l’utilizzo di un linguaggio quanto mai diretto e quasi materico, cadenzato in versi per lo più brevi al fine di rendere plasticamente tanto la materialità geofisica (Terra) che celeste (Sole) a descrivere un percorso tra i due emisferi del reale e dell’aldilà, del concreto e dell’ignoto.

Si ravvisa un senso a volte più marcato altre volte meno di desolazione, ma -intendiamoci- non è quella desolazione che priva l’animo di speranze e ammorba in cupe incertezze o conduce alla noia titanica, piuttosto è una desolazione misurata, figlia di un’indifferenza sociale che sembra aver perso misura nei comportamenti e che vive -volente o nolente- in una sperequazione diffusa nei confronti del senso di civismo, una disattenzione (o piuttosto si tratta di incapacità?) nel colloquiare con il proprio ambiente, le proprie emozioni, se stessi. Ed ecco che le farfalle, più che anticipare la bella stagione e arricchire l’idillio di una giornata campestre, finiscono per risultare compromesse in quel sistema perverso della contemporaneità dove ogni cosa sembra aver perso logica e finalità e così le intuiamo volteggiare stanche o distratte anche se la Nostra non ce le indica e, piuttosto, ci parla della loro disarmante assenza: “Neanche le farfalle/ ormai/ escono di giorno”.

13466331_10209598678067163_7161364544256503490_n (1)In questa silloge Katia Debora Melis sembra aver approfondito, e di molto, le tematiche che nel corso del tempo ha trattato nelle sue varie sillogi precedenti tanto da giungere a una poetica in cui l’evoluzione matura di scelte linguistiche, sistemi poetico-architettonici e resa di immagini con relative suggestioni conoscono una espressività più diretta che nel lettore produce soprattutto in relazione a certe liriche un’empatia della quale egli stesso può rimanere felicemente impressionato.

La poetessa ravvisa una fragilità di fondo tipicamente accomunata all’età post-post-moderna nella quale siamo chiamati a vivere, fragilità che non concerne solo il tortuoso sentimento nei confronti dei propri quesiti esistenziali ma che guarda oltre, spesso con criticità anche i rapporti umani che sembrano essersi deteriorati, falsificati (c’è un riferimento al “sorridere falso” nella poesia “Suggestioni”) e plastificati, cioè resi in forma in-autentica, surrogata, sostitutiva in maniera imperfetta. Una perplessità di fondo tendente a un grigio pessimismo cuce la silloge intera dove non mancano i riferimenti a una società manchevole, disinteressata o, ancor più colpevole, tanto da far “latitare” (linguaggio della nostra) il “seme dei nostri giorni”, vale a dire il significato della nostra vita, la ricerca della nostra esistenza, la compiutezza del nostro Sé cosciente. L’utilizzo di un determinato lessico è nella Nostra di fondamentale importanza e non potrebbe trovare la stessa forza espressiva e presa sul lettore se, ad esempio, si impiegassero dei sinonimi. “Latitare” di cui si diceva appena sopra, è un chiaro esempio: il “seme dei giorni” latita, cioè manca fuggevolmente, come se l’uomo stesso fosse in fuga da sé, disorientato e fuggiasco, ma allo stesso tempo sta ad individuare qualcosa di non visto, di nascosto, di celato, che sappiamo esserci stato e che, per qualche ragione, è invisibile ai nostri occhi.

L’uomo -dai versi della Nostra- ne esce come un automa quasi irresponsabile nei confronti di quell’apparato cerebrale che, se in passato è stato in grado di usare con profitto, al presente sembra aver sofferto una qualche calcificazione tanto da renderlo “ergastolano del tempo”, cioè relegato alla spoliazione del proprio essere, indifferente ed apatico di un’apatia assordante che dà fastidio chi, invece, ha fatto dell’attivismo e della consapevolezza i suoi cavalli di battaglia. La Melis ravvisa un’inettitudine di fondo nella realtà contemporanea che non è quella inettitudine caratteristica dei protagonisti dei grandi romanzieri italiani del primo ‘900 (Pirandello, Svevo) ma che è, piuttosto, la conseguenza di un disinteresse per la vita e la società in senso generale, più che per questioni prettamente familiari o personali. Ciò talvolta prende addirittura la forma di una preoccupante manifestazione anosognosica ossia di uno stato di disaffezione o disturbo del quale si è coscienti ma che facciamo di tutto per negare ed eliminare dalla nostra mente pensando, forse, che il processo di oblio forzato possa in effetti condurre a un ritrovato stato di sanità o, per lo meno, di tranquillità. Sembra non essere così e gli uomini nella silloge della Nostra sembrano pedine mosse dalla volontà di qualcuno che ha una capacità beffardamente ipnotizzante, sono esistenze sbiadite che neppure hanno nulla di caricaturale (la caricatura, per quanto possa sfociare nel mondo dell’ironia e dell’assurdo, ha pur sempre una connotazione particolare che la identifica), spaventoso o che reclama una data verità. Ed è bene a questo punto osservare che il “ridicolo” di cui la nostra parla nella lirica “Lamentazione” non ha parentela alcuna con il mondo del paradosso o del grottesco, dove il riso ne rappresenta la manifestazione concreta di un atteggiamento di stravaganza, ma piuttosto è viva in questa terminologia una volontà accusatoria (in senso generale, la nostra non punta il dito contro nessuno in particolare) e di denuncia.

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Katia Debora Melis, autrice dell’opera

A tratti quell’oscurità della silloge che cuce le varie poesie travalica il grigio, la zona d’ombra di cui si parlava, per sprofondare in una desolazione più ampia e che sembra priva di una qualsiasi consolazione: “Regna/ il lamento/ ovunque” scrive in “Linfa nera”. All’uomo d’oggi, a cui è venuta meno anche la consapevolezza della sua esistenza e nel quale si ravvisa una debolezza attitudinale, una passività fiaccante e un’idiosincrasia nei confronti di un atteggiamento sano e responsabile nei confronti della vita, sembra che non resti altro da fare che perseverare nel nutrimento da quella “linfa nera” che degrada ulteriormente l’essere inquinandone il corpo e marginalizzando ulteriormente l’anima. Ancora una volta la Nostra contrappone l’astrattezza delle forme (la linfa) alla quale l’uomo, stolto ed ignavo finisce per essere soggetto e poi vittima, alla necessità di concretezza (di vedere, di toccare, di sapere che esiste materialmente ciò di cui parliamo) come avviene nella lirica “Berlino 27 gennaio” dove la Nostra utilizza una delle pagine più amare della storia europea in una chiusa altamente significativa e da un punto di vista etico-civile e in maniera polisemica istituendo allegorie che possiamo intuire: “La più dura realtà/ è che abbiamo bisogno/ di pietre/ per ricordare”.

Il tema della falsità connaturata nella natura umana è riproposto in maniera ancor più approfondita in una sorta di lamentazione interrogativa nei confronti di un pubblico condiviso, che è la società tutta, nel quale la Nostra senza avvisi di retorica, ma piuttosto con crudeltà, chiede: “Perché è bugiarda la vita?” per passare poi a darsi la risposta, contenuta già nella domanda, chiarificatrice di quel pessimismo concreto di cui si è sin qui parlato: “La tua mente fragile e offesa/ non lo capirà”.

Parole chiave della presente raccolta di poesie restano nero, falsità e fragilità ad individuare una esistenza depressa, incapace di colloquiare razionalmente, improntata all’ipocrisia, alla scappatoia e alla bugia rendendo ancor più l’uomo schiavo di se stesso, privo di punti di riferimento, in balia delle onde di quella incoscienza alla quale egli stesso si è votato, in quel “gorgo indefinito dell’ottundimento”, inconsapevole del pericolo e del deterioramento di tutto.

È importante soffermarsi a una disanima più attenta e circoscritta attorno alla poesia “Spudorata” che contiene quelle che sono le leggi morali della poetica della nostra. Si riscontra, nella forza e nell’urgenza che la nostra ravvede nel bisogno di sincerità della poesia, un richiamo sabiano al celebre saggio “La poesia onesta” nel quale il grande poeta parlava della poesia quale espressione di autenticità (nel bene e nel male) nelle forme d’essere dell’uomo; onestà e sincerità che debbono esser messe in campo per il benessere stesso della poesia affinché questa non diventi macchinazione edonistica o deteriorata rappresentazione della realtà già di per sé abbastanza restia al concetto di onestà. La nostra parla della “spudora[tezza] di sincerità” che deve avere la poesia. Non esiste, dunque, una scala di sincerità: o essa è presente oppure non lo è; non si può essere sinceri in parte o solo su alcune cose, ed ecco, allora, che la nostra con questa attestazione di poetica del vero non fa altro che denunciare la realtà fondata sull’ipocrisia e il doppiogiochismo. Affinché la poesia parli del vero, è necessario che nella vita ci sia il vero e si attui per ricercarlo e conservarlo. Questa necessità di realtà (e non di realismo, che è diverso) ricorda un po’ anche i crepuscolari la cui poetica era semplice, effimera, tristemente casalinga, ma quanto mai reale e concreta.

Completando la lettura di questo nuovo lavoro poetico di Katia Debora Melis di cui l’ultima sezione  è fortemente intimista e legata al ricordo, si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di estremamente fragile, addirittura friabile, che potrebbe danneggiarsi di colpo con un brusco movimento. Questa sensazione ci è data non dall’essere fisico del libro che teniamo tra le mani che ovviamente, per quanto possa essere di fattura delicata non risentirà del nostro strofinio delle pagine, ma piuttosto per il complesso delle immagini che la poetessa descrive, ci fa immaginare o alle quali allude fornendoci flash veloci, ma ricchi di suggestione.  Per rispetto a una scrittura così squisita e profonda è bene, allora, che ci approssimiamo a leggere questi versi con cautela, che non significa solo con calma ed attenzione, ma anche con quel senso di scrupolo e di riverenza verso un’esperienza poetica, immagine di un vissuto, talmente ricco e degno di analisi.  Proprio come “I passi/ [che] sempre/ devono essere leggeri/ sulla terra/ come se volassimo/ radenti/ sull’acqua”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-02-2015

 

“Da mozzare” di Antonio Spagnuolo, prefazione di Lorenzo Spurio

Antonio Spagnuolo, Da mozzare, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

Prefazione di Lorenzo Spurio

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Da mozzare, l’ultimo libro di poesie di Antonio Spagnuolo, edito da PoetiKanten Edizioni

Dopo Ultimo tocco nel quale Spagnuolo tesseva le fila attorno a un tema cardine ossia quello del lutto doloroso e della memoria claudicante ed assonnata della sua lunga esistenza con la moglie Elena, l’insigne poeta napoletano ritorna in Da mozzare ad ampliare il suo senso di tormento al mondo dovuto dall’inadeguatezza figlia della lancinante mancanza della sua dolce metà.

Le poesie che compongono il presente volume sono in qualche modo tutte profondamente legate tra loro perché è il destinatario, l’oggetto di interesse e il dedicatario, ad essere sempre il medesimo. Non c’è però in questo, in quella che potrebbe essere percepita come una ridondanza contenutistica, nulla di pleonastico o di eccessivo. Spagnuolo apre le porte del suo cuore rendendoci partecipi della sua vita di istanti fatta di riflessioni amare, incursioni nella memoria, pedisseque ricerche di elementi che permettano di rivitalizzare il vissuto. Come già osservato in una nota critica al suo precedente volume si staglia netta una linea invisibile che demarca l’irraggiungibile distanza tra il mondo concreto, fisico e tangibile ravvisabile nella materia e nella corporeità con l’universo mentale fatto di sogni e desideri, pensieri e divagazioni, assilli mentali, ricorrenze riflessive e quant’altro. L’uomo anela al recupero di un qualsivoglia contatto fisico con l’amata, una carezza, un bacio, un “tocco” anche fugace, mancanza che non solo lo indebolisce ma ne ossessiona le sue giornate. Di contro, da uomo illuminato, cultore della poesia e dell’arte creativa non fa altro che partire dalla sua condizione di isolamento e solitudine nella stesura di liriche dove è la pregnanza sensazionale e l’accecante sentimentalismo a primeggiare.

Alla sua veneranda età e con il carico della sofferenza per l’addio della donna con la quale ha condiviso l’intera esistenza, il Nostro non manca di appigliarsi con foga agli impulsi vivi ed edificanti di un passato di gioia, condivisione e unità proprio per non cadere nella costernazione più cupa che ne annienterebbe ogni speranza. La memorialistica del rapporto di coppia, nelle convenzionalità tipiche e nelle consuetudini di un rapporto pluridecennale fanno capolino con compostezza tra i vari componimenti dove la profonda carenza dell’uomo è sempre amplificata da una condizione di spossatezza, abbandono, spoliazione e addirittura annichilimento.

Se da una parte il lucido punto di vista dell’uomo non si sottrae alla registrazione puntuale della realtà (“Non c’è rimedio alcuno per averti”) dall’altra è proprio nella fugacità delle sfumature, nella percezione frugale ed estemporanea delle immagini vissute (“Ora nel buio ancora resta intatta la tua figura”) che permettono al Nostro di non cadere nel baratro dell’auto-annullamento e della depressione propriamente detta. Il poeta ricerca nei bagliori intensi del passato il sostentamento a un presente difficile e tormentato dove, se la luce non tornerà ad abbagliare come una volta, non sarà neppure così fioca da piombarlo nel buio pesto. Parole-chiave del volume diventano così la solitudine ed il silenzio a cui non di rado si associano anche gli epiteti di un vivere affaticato, nostalgico, che fa difficoltà a risalire la china, sprofondato in un cromatismo di grigi pesanti che si nutrono dell’angoscia e della desolazione.

Proprio il colloquio intimo con sé, la rievocazione del passato, il tentativo di rimestare nella mente per rompere la solidità granitica di un presente senza aspettative e gioie finisce per mostrarsi il salvacondotto per recuperare un senso all’esistenza: “Il silenzio rinnova le memorie”. Serve allora tacere, rifugiarsi nel suo antro di solitudine, specchiarsi e auto-interrogarsi con una dialettica che non è fatta dal verbo ma dalle immagini, nel loro impulsivo apparire e lento fruire. Vivere di ricordi è possibile perché significa aver condotto con se stessi un profondo interrogatorio della coscienza e dunque essersi messi alla prova: chi lo fa ha il coraggio del combattente e Spagnuolo mostra chiaramente di esserlo. Non si tratta di una vita illusoria che ricerca rabdomaticamente il passato per aggrapparsi strenuamente a qualcosa di già conosciuto ed esperito con il timore invece di aprirsi al futuro (il presente liquido dei giorni) che è inconoscibile e pressante. Il poeta mostra con vividezza quanto l’eredità del passato possa confluire nell’ampia risma dei nutrimenti fondamentali a dar sostegno ed energia non al corpo ma all’anima.

La donna allora, dacché non può essere carne ed ossa, si configura come immagine, una icona non idealizzata ma coerentemente sentita come presente e pulsante. Il compito del poeta sembra allora quello di adoperarsi con i suoi pochi e rudimentali mezzi per riuscire a percepire sempre meglio una visualizzazione della donna-icona e con essa colloquia, immagina di trovarsi, ma più spesso anela alla sua mancanza di corporeità vissuta come assillo insostenibile: “Vorrei toccare le curve come mite fughe/ e rintracciare la gioventù perduta”. Gli attributi dell’icona non sono solo visivi e dunque direttamente figurativi ma si legano anche alle altre sfere sensoriali come quando il Nostro non manca di percepire la dolorosa assenza del “fruscio della [s]ua gonna”.

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Antonio Spagnuolo, autore del libro

Della prematura chiamata di sua moglie alla casa del Padre Spagnuolo parla nella lirica “Pianto” probabilmente, come lo stesso titolo non manca di ravvisare, la più dolorosa e toccante. In essa, rimembrando il giorno dell’addio il Nostro sostiene “Dio ha giocato/ uno sgambetto prima del tempo/ e mi ha raggirato nell’attimo dei frantumi”. La morte della moglie è descritta con una tecnica profondamente sintetica per mezzo di una sintassi semplice dove la vita non è altro che un gioco e la morte uno sgambetto, dunque uno scherzo amaro improvviso, un trucco grottesco. Della morte come appuntamento ultimo insondabile Spagnuolo si riferisce in varie liriche quando con un animo pacificato parla dell’attesa del “passo falso del destino”, lucidamente convinto che la morte, quale maggior imprevisto del genere umano, sia la peggiore delle viltà, per la quale non esistono mezzi efficaci di conforto (“preghiere che non hanno il senso”).

La casa si fa “nuda”, spoglia di presenze concrete e piena di emozioni sottaciute, pulsioni azzerate, ricordi antiquati ai quali si desidera essere calamitati con sprizzante carica, il Nostro nella desolazione e nell’appiattimento dei giorni affida alla poesia il suo tormento e l’angoscia di vivere nell’assenza “ingann[ando] il tempo nella melodia dell’aurora”.

Se la memoria diventa l’unico legame saldo a una vita vissuta, bagaglio di gioie e ricchezze che hanno permesso l’evoluzione e il soddisfacimento della persona, d’altra parte il suo recupero diventa spesso difficile, intiepidito dall’avanzata età, confusionario e poco nitido, privo di tutti quegli effluvi speziati che avevano contornato il momento nel suo sviluppo al presente. Il disagio di cercare di vivere puntando su nuove mete e interessi, cioè di sopravvivere a se stessi, potrebbe in tal senso incontrare la minaccia del lento obnubilamento che conduce alla letargia della coscienza. Ad esso il Nostro contrappone la saggezza di un intellettuale di elevata caratura e la comprensione attenta di un presente che cambia, con i suoi densi accumuli di passato.

Jesi, 5 Dicembre 2015

LORENZO SPURIO

“La Spogliazione” di Iuri Lombardi, prefazione di Lorenzo Spurio

Iuri Lombardi, La Spogliazione, Photocity Edizioni, 2014.

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio 

Un condom rotto: un punto di ripartenza

Nella letteratura postmoderna o addirittura post-post-moderna (esistono in effetti vari sistemi di organizzare la temporalità che segue la lunga “era” moderna), non è più accettabile e anzi è insultante proporre una scrittura classicista, che abbia in sé una riproposizione di strutture, forme e tematiche di cui ci si è già occupati, proposti e riproposti con scadente originalità e mancanza di una chiara finalità se non quella meramente utilitaristica della scrittura votata al pulcioso intrattenimento.

E’ una fortuna che esistano nel nostro oggi persone come Iuri Lombardi, un intellettuale complesso, fortemente poliedrico e di un’inesauribile cultura, che rifiutano di mettersi in-cathedra per insegnare ma che si pongono ai margini della realtà sociale, per interagire con essa e colloquiarci. Il sistema culturale di Iuri Lombardi, il suo bagaglio di conoscenze da cui attinge e costruisce richiami e parallelismi, è una cultura che non è tanto il risultato di una “accademiacizzazione” sui classici e gli intramontabili (che pure conosce egregiamente), ma è fatta a partire da autori che potremmo definire di serie C se non di serie Z. E si badi subito bene che questa definizione non risponde a un cliché meramente estetico-qualitativo, responso dei più, ma è una considerazione indotta, pure dolorosa, che va fatta come chiara critica nei confronti di marchi editoriali, più o meno noti, che non hanno dato spazio né continuano a darlo (né sembra che lo daranno in un futuro prossimo) ad autori che non furono di nicchia (questa è la spiegazione stupida che qualcuno tende a dare) né di bassa lega, ma che, per sconclusionate e schifose leggi di mercato, si sono visti tagliare le gambe. E’ grazie a Iuri Lombardi che ho potuto conoscere autori come Giorgio Saviane, Pier Vittorio Tondelli e riscoprire Dario Bellezza (solo per citarne alcuni). Tutto questo per dire che la letteratura che fa Iuri Lombardi è una letteratura militante (non inteso in senso politico), di battaglia, fondata sull’intertesto e necessariamente collocata nello spazio iper-urbano, s-personalizzante, alienante, rombate, dove gli uomini sembrano perdere la loro identità per diventare semplici frammenti di un grande automa pre-programmato.

idu32524-ido21269-ide21206-idv21136_copertinaanterioreLa letteratura di Iuri Lombardi è una continua analisi sull’esistenza, un mettere in crisi la Ragione, è spogliare il mondo del visibile per percepire l’invisibile, è una lotta con se stesso, è una apologia del camaleontico, è un flusso di coscienza ripudiata, è un coltello appuntito che fende la materia facendola sanguinare. Questa prerogativa è sicuramente avulsa da uno scrittore che non tratta di gialli, di morti misteriose, inquisizioni, ricatti e pedinamenti, ma semplicemente della vita che si maschera a commedia. Nelle narrazioni recenti di Iuri Lombardi, infatti, assistiamo a un mondo che sembra essere arrivato al capolinea, dove le normali leggi della normalità e della convenzione sono state messe alla berlina, dove gli atteggiamenti dei protagonisti sembrano essere enigmatici, paradossali, privi di concretezza nel reale.

E’ chiaro che in questo procedimento organizzativo che Iuri Lombardi fa, che la teatralità degli eventi e degli stessi personaggi sia lampante, addirittura non voluta, ma in grado di consegnarci personaggi che in realtà sono chiaramente degli attori. Parvenze che assurgono a un ruolo, marionette che vengono mosse perché così è stato stabilito dal regista di scena che lo stesso autore è. Ne abbiamo avuto abbondantemente prova con lo scanzonato e ultra-riflessivo Iuri dei Miracoli dell’omonima opera, chiaro riflesso dell’autore-attore che si cela non visto con un’attenzione smaniosa dietro il damasco delle tende del sipario.

Ritorna in questa nuova opera l’aspetto mimico-pratico, gestuale, quello della rappresentazione scenica e non è un caso, infatti, che l’autore abbia deciso di scrivere per la sua prima volta un “dramma in versi liberi”. Pur non essendo un drammaturgo, Iuri Lombardi si cimenta con un genere letterario, quello del dramma, che ha una sua amplissima tradizione e strutturazione e mostra con maestria di saper essere in grado di mantenere la presa nel lettore. Interessanti e direi assolutamente pertinenti anche i vari squarci lirici presenti qua e là nel corso dell’opera e che sottolineano ancora una volta la grande versatilità dell’autore nel sapersi destreggiare con forme diverse di scrittura.

Il Iuri Lombardi persona trasuda da ogni verso contenuto in questo dramma che in effetti può essere considerata come ulteriore attestazione pratica del suo modo di intendere la vita dell’uomo. La Spogliazione, assieme al racconto-manifesto Iuri dei Miracoli, rappresenta di certo l’anima pensante dell’autore su una serie di questioni di rilevante importanza. Ciò per cui si batte Iuri Lombardi è l’ascesa della novità, il bisogno di proporre modelli nuovi, mai sperimentati e da sperimentare per la prima volta, abbattere le categorie e tutti i sistemi pre-costituiti per organizzare il pensiero. E’ così che la normalità intesa in senso lato deve essere rifiutata e riscritta in nome di una nuova normalità che, contravvenendo alla normalità socialmente costituita, non potrà che essere considerata dai più come un’a-normalità, una distorsione, una perversione, una blasfemia.

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Iuri Lombardi, autore del libro

Il discorso che Iuri fa sagacemente con queste pagine che il lettore si appresta a leggere è proprio questo: dal rifiuto della letteratura della casalinga di Voghera, Lombardi si proietta verso il normale innalzamento della cosiddetta denigrata low literature. La scrittura di Lombardi, infatti, propone la rivalutazione attenta del già detto mediante la rivisitazione, la ri-narrazione adottando la sensibilità della postmodernità nella quale il fenomeno del re-writing rappresenta uno dei poco curati affluenti torrenziali che conducono poi al grande fiume.

La Spogliazione non è che una riscrittura del personaggio biblico di San Giovanni Battista che viene a trovarsi nella nostra attualità. Del Battista originario c’è poco (la sua comunione con le acque, il suo essere esponente di rispetto all’interno dei testi dei Padri della Chiesa, la sua aurea di religiosità) ed esso in effetti è un punto di partenza pretestuoso per Lombardi che sviluppa una storia singolare, drammatica, che fa riflettere o che addirittura può far inalberare qualcuno. Perché in questa attualizzazione del Battista, Lombardi non può far altro che adoperare un abbassamento del personaggio (o addirittura abbruttimento) che corrisponde direttamente a una progressiva perdita della sacralità per le sue malefatte: l’essersi reso responsabile (e non colpevole, si badi bene!) a un atto di sodomia, l’aver fornicato, l’aver adottato atteggiamenti e frequentazioni poco consoni a un esponente del Clero. Tutto questo fa del contemporaneo San Giovanni un eretico, un sodomita, un maledetto, un perverso, uno schifoso e un folle. Ma in effetti il nuovo Battista, costretto a battezzare nuove anime nelle putride acque dei Navigli è espressione secondo Iuri Lombardi di nuove esigenze, di nuove forme d’espressione, dell’abbattimento di ferrei limiti, di tabù retrogradi e pericolosi.

Sul palcoscenico predomina quindi la perversione, l’atto sessuale descritto spesso da Lombardi come “l’atto del darsi” (che contestualmente presuppone l’atto del ricevere in una logica di duplice scambio), la nefandezza del pensiero pusillanime che trova compimento nella realtà, il Verbo che si fa Carne. Le domande che il lettore potrebbe farsi al termine della lettura sono in effetti tante e di sicuro ci sarà chi considererà questo scritto blasfemo, addirittura indegno, preoccupante e indecoroso nei confronti di una religione che si fonda su insegnamenti morali, civili e sociali per mezzo di parabole e vicende della Sacra Bibbia. Si potrà vedere una certa pretestuosità nel trattare dunque la religione e nel sapere che il Battista è diventato un sodomita, poi un travestito, un evangelizzatore da due soldi costretto a riposarsi in un alberghetto dappoco e in ultima battuta, tormentato dal “crimine” delle sue malefatte, della sua condotta libertina –della quale però non si sente di pentirsi- costretto a fuggire e a riparare in uno sgabuzzino dietro il palco di un teatro.

E’ un San Giovanni che diventa Don Giovanni e che come quest’ultimo cerca, invano, un avvicinamento alla cosiddetta normalità mal-rappresentata da Don Luca della Cipria (la parola “cipria” richiama il trucco e quindi un mondo falso e di finzione). Non ci sarà nessuna espiazione, proprio perché il Battista new age ha operato nella SUA normalità, senza contravvenire alle leggi del suo cuore, ai suoi bisogni e alle sue volontà. A differenza del Don Giovanni, però, che tenta fino all’ultimo di ottenere un pentimento da parte di Dio, il Battista, che è dotato della sua sacralità, decide di fare i conti da solo, scegliendosi la sua stessa fine. Fine che immaginiamo sarà l’atto ultimo dei suoi tormenti, a meno che il nostro affabulato narratore non abbia già in mente un ritorno sulle scene di San Giovanni, o di suo figlio, data la rottura del condom con la donna che ha posseduto. Condom che, rompendosi, avrà di certo riversato il suo contenuto nel liquido mare-magnum della donna, proliferando il seme della follia che rinascerà come un’acqua sorgiva il cui flusso non conoscerà mai fine.

Dal materiale spermatico di San Giovanni Battista rinascerà la Vita e il ciclo delle Acque, così, si ravviverà nel tempo, pur nell’inganno e nell’incredulità dei più.

LORENZO SPURIO 

Jesi, 28-12-2013

Stelle negate di Fiorella Cappelli – Prefazione di Michela Zanarella

Stelle negate
Stelle negate di Fiorella Cappelli

Prima di essere autrice, Fiorella Cappelli è innanzitutto madre premurosa, sa quanto è importante riuscire a comprendere e proteggere un figlio e chi si ama dalle sofferenze del mondo. A sostenerla quotidianamente c’è la poesia, la forza della parola, che infonde coraggio nei momenti difficili che la vita riserva. Ha un cuore immenso Fiorella Cappelli, un cuore di mamma che abbraccia in versi chi soffre, chi ha bisogno di un cenno d’affetto, chi non ha nulla se non se stesso.
La silloge “Stelle negate” è la testimonianza concreta delle emozioni e dei pensieri dell’autrice, che si dona in poesia, coniugando sentimenti e quell’essere portatrice di affetto e solidarietà verso gli altri: “Aggiungo stelle, dentro le favole/per chi, da sempre, le ha avute negate.” Ha un messaggio buono e di speranza Fiorella, anche davanti al dolore più cupo, cerca di portare un po’ di luce che riempia l’anima delle persone. La raccolta di poesie, in metrica, sonetto e verso libero che ci presenta, è divisa in due sezioni, la prima è composta da liriche in lingua, la seconda raccoglie poesie in vernacolo romanesco. Anche se la suddivisione del libro a prima vista appare netta, c’è un legame forte nei contenuti delle poesie, che siano in italiano o in dialetto, rimane costante lo sguardo sull’esistenza, sui legami, sugli affetti, sulle problematiche sociali. E’ evidente la volontà di far emergere ciò che accade nel mondo, ciò che accomuna l’umanità, nel bene e nel male. Particolare l’acronimo dedicato ad Antonio De Curtis, in arte Totò, e l’ironia delle “frasi…per suonati”.
“La vita ci passa sopra e dentro, ci attraversa a volte con amore, altre con pietà ma mai con indifferenza”, questa riflessione acuta dell’autrice ha l’effetto di una verità che trova compiuta espressione in chiunque; ha un senso universale per chi legge e chi è in ascolto.
E’ un dire profondo e spontaneo quello di Fiorella Cappelli, i versi scelti danno ritmo e musicalità alle poesie, ancor più nel dialetto, dove risulta necessario nella struttura dare quel tocco sonoro con la rima baciata o alternata: Portàmola ner monno, la speranza,/damo ‘n’aiuto a chi cià tante pene/e su la Tera pena già abbastanza.”
L’autrice nel vernacolo usa un linguaggio semplice, spesso giocoso, privo di inibizioni linguistiche, privilegia il ricorso ad immagini colorite: “So’ tant’anni che lei vola co’ le toppe sur vestito/ma st’Italia nun mijora/e nun po’ trovà marito.”
E’ da considerarsi tendenza naturale e propria del romanesco che in passato vide il Belli e il Trilussa tra i massimi esponenti o suoi fautori. Con il romanesco Fiorella affronta la tragedia della Costa Concordia, racconta la Befana di Piazza Navona, Roma sparita, spiega il Ponentino ed il Grecale, ci accompagna nei vicoli della Capitale a gustare sapori e tradizioni, senza mai dimenticare chi vive ai margini della società. Il suo impegno civile prende forma in una poesia limpida e vivace, che non teme di toccare anche realtà scomode, il suo canto è una doverosa e consapevole espressione di dissenso verso le contraddizioni del nostro tempo, dove “giovani innocenti vite
pagano il tributo all’incoscienza umana”. Non mancano i riferimenti all’amore, il sentimento più complesso da definire, che per la poetessa va custodito, protetto e alimentato. Sensibile agli elementi della natura e al rispetto dell’ambiente, Fiorella dedica versi ad un albero, alla neve che scende lenta e silenziosa, ad acque cristalline, al Sacro Monte di Varese, all’Euforbia Arborea. E’ un susseguirsi di immagini, emozioni, pensieri che danno una visione ampia della personalità dell’autrice, che non trascura nulla del mondo e di chi lo anima. Nel tentativo di cogliere in ogni cosa l’aspetto positivo, la Cappelli propone una poetica saggia, attenta alle relazioni umane, dove è fondamentale l’incontro e il confronto con l’altro, le parole diventano il tassello indispensabile per creare condivisione, per tessere rapporti in direzione alla solidarietà. “Stelle negate” è una silloge di grande intensità emotiva capace di svelarne umanità, umiltà e creatività.

L’ autrice

L'autrice, Fiorella Cappelli
L’autrice, Fiorella Cappelli

Fiorella Cappelli è nata a Roma, ha lavorato per 30 anni in un’Azienda di Telecomunicazioni Satellitari nel settore Servizi Televisivi. Scrittrice, poetessa giornalista free-lance International Press, inviata di Mondo Notte per StandByTv per il sociale e la cultura, ha pubblicato cinque libri di poesie, racconti aforismi, con parte del ricavato sostiene la Fondazione Città della Speranza. Il suo Secondo libro “Padrone il vento” porta la prefazione di José Van Roy Dalì (figlio di Salvador Dalì) e viene presentato alla Fiera del Libro di Torino nel 2010 in diretta su Rai2, in Doppio Femminile da Jo Squillo. Con le sue liriche è presente, con la casa Editrice Pagine, tra i poeti contemporanei e in numerose antologie. Vincitrice di vari premi nazionali ed internazionali di poesia e narrativa, ha frequentato laboratori di scrittura comico-umoristica presso Accademia del Comico di Max e Morini con Lillo e Greg, scuole di Scrittura Creativa a Roma e Firenze, corsi di dizione (Teatro Kairos) e doppiaggio (Studi Titania), dà la sua voce allo spot 5×1000 Associazione Solidabile Onlus; è socia I.P.L.A.C , socia del Centro Romanesco Trilussa, (Vincitrice premio Fontane di Roma 2012 Associazione la Sponda) scrive e declama anche in vernacolo, sostenitrice dei dialetti, patrimonio della nostra cultura, si interessa allo studio della romanità e alla composizione del sonetto, fa parte dei Poeti dell’Isola del Cinema, è Socio Iscritto SIAE come autrice testi di canzoni, è recensionista, inserita nella Redazione di Aphorism, e con le sue poesie sullo sport sul giornale Romacorre, collabora con varie testate giornalistiche on-line e con il Mensile Letterario “Leggere Tutti”, ideatrice ed organizzatrice di eventi culturali, è a sostegno dei giovani autori emergenti nella presentazione di libri, tematiche sociali e mostre d’Arte, in ambito dell’Associazione Culturale da lei fondata,“Vip Club Innamorati di Roma”, a Fontana di Trevi; Nel 2012 le viene conferita la nomina di “Cavaliere al Merito Templare” dell’Ordine O.S.M.T.H. Gran Priorato d’Italia. Nel 2013 partecipa alla Nave dei Libri per Barcellona in occasione della giornata Mondiale del libro dove presenta, oltre ai suoi libri, anche libri di altri autori. Nel 2014 presenta i libri della casa editrice David & Matthaus alla Fiera internazionale del Libro di Torino e a Roma. Sua è anche l’organizzazione e la presentazione del cortometraggio “Raccontami una Favola” di Victor Daniel ed Ettore Farrauto con la partecipazione del Regista Pupi Avati nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma. Porta la declamazione delle sue poesie in giro per l’Italia : a Firenze, Taranto, Varese, Padova, Torino, Milano, Reggio Emilia, Magliano dei Marsi. Partecipa con le sue poesie all’evento Wall of Dolls, contro il femminicidio, organizzato a Milano da Jo Squillo ed eventi di solidarietà in ambito Nazionale (Telethon) sempre nel 2014 è vincitrice primo premio assoluto del 1° Poetry Slam del litorale di Roma organizzato dall’Associazione Spazi all’Arte che le dà accesso diretto alla Finale del Poetry Slam di Centro Italia organizzato in Primavera 2015 dalla L.I.P.S Lega Italiana Poetry Slam.

“Con le ali negli occhi” di Raffaella Amoruso. Prefazione di Lorenzo Spurio

Con le ali negli occhi di Raffaella Amoruso

Prefazione di Lorenzo Spurio

Il titolo della nuova pubblicazione di Raffaella Amoruso, Con le ali negli occhi, chiama a una preliminare riflessione: le ali ci trasmettono un senso di leggerezza e di sospensione mentre gli occhi, occultati dalle ali, sembrano voler identificare un’impossibilità concreta di scrutare il mondo. Nel complesso il titolo evoca, dunque, vaporosità e mistero.

Questo “oceano di parole” che è il libro che il lettore si appresta a leggere si apre con un racconto-prologo intitolato “Una storia come tante” che contiene uno squarcio di una memoria dell’infanzia forse difficile perché a contatto con liti di genitori tanto che portano la nostra a cercare un luogo-non luogo dove potersi rinchiudere con la volontà di annullarsi da quella situazione. Non in uno sgabuzzino né in un garage, ma in un frigo: uno spazio ridotto e inospitale dove cercare riposo e silenzio. Un presente che a suo modo la Nostra vuole fermare di colpo e con esso anche le urla e i litigi dei suoi genitori tanto da cristallizzare gli istanti: non per eternarli e tornare poi a riviverli, piuttosto per de-costruirli, annullarli, renderne impossibile lo svolgimento, la ripetizione, il ricordo. Una volta uscita da quel guscio protettivo (gelido non solo perché è un frigorifero ma soprattutto perché è una culla surrogata, falsa, che non permette calore), la ragazza ritroverà pace e rassicurazione nei “suoi cani, alti quanto lei [che] le trotterellavano a fianco, proteggendola ancora una volta”.  Curioso come un bambino riesca nel suo mondo ludico a fuggire dalle incomprensioni e dalla insofferenza derivante dall’acredine tra i suoi genitori impelagandosi prima in un progetto claustrofilico (il frigo) e poi predisponendosi a credere nella protezione da parte di un soggetto senz’altro forte ma privo di comprensione degli eventi (il cane).

Il titolo di questo racconto-prologo svia il lettore perché anche se l’autrice ci ricorda che è solo “una storia come tante” in realtà sembra essere un episodio che ha una traccia forte nell’esperienza della donna matura e che ne ha in un certo qual modo caratterizzato l’infanzia. Molti possono ritrovarsi in questa descrizione di frequenti alterchi familiari in cui il povero bambino, quale vittima sacrificale, ne subisce le conseguenze senza mai comprendere del tutto; colpisce però la strategia di fuga dal problema della Nostra, la sua capacità reazionale genuina che rivela quanto il mondo dell’infanzia sia delicato e prezioso e quanto spesso basti poco per incrinare la naturale pace del giovane, ispessire o inasprire il suo carattere e farlo maturare scevro di rassicurazioni forti e in maniera sana.

Raffaella Amoruso
Raffaella Amoruso

Seguono liriche che potrebbero sembrare in controtendenza al racconto-prologo dove, contrariamente a quell’amore e affetto ricercati, si dà corpo ad un amore forte, concreto, di donna ormai matura che è in grado di dipingere gli effluvi del sentimento colorando emozioni e facendo brillare di luce propria le parole. Se in “Nati per amare” la poetessa impiega una lessicografia che opera un’analogia con il mondo delle acque (“gocce”, “oceani”, “fluido”, “onde”, “mare”), nella successiva “Nel buio la luce” ricostruisce un rapporto emozionale in chiaro-scuro in cui la rassicurante presenza della luna con la sua “tenue luce di speranza” è a dominare nella “notte [che] resta” a testimonianza di un amore che è empatia anche con la luce e che si ravviva nei reconditi dell’autocoscienza. La parola che più spesso ricorre nella silloge è forse “gocce” che non sta solo a rappresentare l’essenza, la partizione indefinibile di una sostanza liquida quale ad esempio può essere l’acqua nelle sue varie forme, ma anche e soprattutto l’animo concentrato di un vissuto, di una vicenda-esperienza della vita, dunque un distillato della coscienza come quando in “Silenzio” la Nostra ci parla della “silenziosa goccia dell’anima”, costruzione fortemente lirica ed evocativa nella quale non possiamo identificare anche una dimensione ossimorica.

“Historia” ha la fisionomia di un voluto tentativo di oblio di un passato; la Nostra impiega reiterati avverbi di negazione nei versi finali per sottolineare la lucida volontà e la sicurezza che ciò che un tempo fu possibile, non potrà esserlo nel futuro perché è una donna matura e consapevole che ormai è in grado di padroneggiare la sua irrazionalità.

Echi merinani sono ben udibili nella lirica “Visioni” dove leggiamo: “I pazzi sono tutti liberi” che mi ricordano pure una lapidaria ed efficace chiosa del Pasolini degli esordi che così annotava: “Bisogna essere pazzi/ per essere chiari” (in Le ceneri di Gramsci). Ed è proprio la chiarezza di cui la Amoruso parla nel suo mondo lirico che possiamo rivelare quale bisogno non velleitario ma concreto e sorgivo di autenticità e di espressività poetica (“Nell’amplesso dei colori vivi il corpo offro”).

La solitudine dell’infanzia si percepisce nettamente anche nella poesia “Amore, solo amore” dove è una anafora bisillaba (“sola”) a marcare il ricordo di momenti agrodolci delineati struggentemente quali “tramonti di bambina”. Ed anche qui l’insegnamento (che poi non è tale, ma è piuttosto un invito o un’esortazione) è quello di affidarsi alla libertà del sentimento: “Chi perdona ama/ se davvero ami/ nulla è impossibile”.

Evidenti gli intrecci di rancore verso un passato con il quale sembra impossibile trovare una tregua (“se avessi tu un cuore/ ti pregherei” nella lirica dedicata al padre) che mettono in luce una donna scissa, forte nel suo presente ma estremamente vulnerabile nel suo passato nel quale sembra essere mancato qualcosa, magari un semplice gesto d’affetto, una rassicurazione, un atto empatico, un po’ come accade nel racconto-prologo.

In “Rosa di maggio” riappare l’intenzione di auto-reclusione della protagonista che un po’ come accadeva in un celebre racconto degli esordi di McEwan (“Conversation with a Cupboard Man”) la protagonista Debby “[aveva] l’abitudine di nascondersi [in un armadio] quando desiderava rimanere sola con se stessa”. Dalla mancanza di autostima e derelizione personale la donna uscirà dal guscio compiendo un percorso di crescita psicologica non indifferente proprio grazie all’ascolto del suo cuore che la porterà ad esprimere senza timori il su innamoramento per Bob. L’armadio, testimone di un passato di ricerca di se stessa, come un baluardo degli affetti sinora taciuti e tenuti sotto chiave, finalmente si apre e le ante si spalancano con forza proprio come il suo cuore di donna che “amandosi, dovrà donare Amore”.

La Amoruso ci parla di “lacrime mai piante”, di “sogni sfumati” ma anche di “Bimbi/spauriti e magri/ rannicchiati/ in un angolo”, di nonne anaffettive genitori disattenti, colpevoli di dar triste spettacolo dinanzi ai figli delle proprie incomprensioni. La freddezza che l’io lirico traccia sulla carta è il prodotto di un passato algido dove il disinteresse, l’indifferenza e la mancata comprensione hanno condotto a una vera e propria desolazione interiore dalla quale però è sempre possibile ripartire e rialzare la testa perché, come ricorda la nostra: “Ci sono giorni in cui/ incessantemente/ il cuore sbatte e si frantuma”.

È necessario allora saper ascoltare il proprio cuore ed agire di conseguenza.

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-03-2015

Il teatro di Iuri Lombardi in “Soqquadro”. Prefazione di Lorenzo Spurio

Iuri Lombardi, il picaro da palcoscenico

a cura di Lorenzo Spurio  

 

Sostiene che la scena sia la vita stessa:

una variazione di un motivo sempre uguale.

(La Spogliazione)

 

Il mio Dio è il piacere!

(La recita dei tiepidi)

 

Se c’è pudore non c’è libertà: la libertà

è soltanto un modo di negarsi.

(Nel nome di Giovanna)

 

A confermare che la pièce teatrale d’esordio dello scrittore fiorentino Iuri Lombardi, La Spogliazione, non fosse che un velleitario esperimento bellettristico è la recente scrittura di due nuovi drammi. Drammi in sé atipici, particolari, che difficilmente rispettano quelle che classicamente sono le norme di definizione del dramma che –manuale di storia della letteratura in mano- è codificato per mezzo di alcune peculiarità. Il termine dramma viene comunemente adottato per riferirsi a un’opera pensata per il teatro, dunque per la rappresentazione scenica e può essere di argomento estremamente diverso: può avere una dimensione comico-burlesca oppure una dimensione tragica e in questi due casi sfocerà nelle varianti della commedia e della tragedia. Caratteristiche del testo drammatico sono quelle di permettere un’interrelazione tra soggetti per mezzo di cospicue parti dialogiche e di rifiutare in via generale la prosopopea monologica, interiore, dei singoli caratteri ed ancor più è il fatto che il dramma si centralizza per porre una situazione conflittuale tra le parti (non necessariamente bellica) ossia una situazione d’incomprensione dettata da uno scontro di qualche tipo.

Iuri Lombardi  - Soqquadro
Iuri Lombardi – Soqquadro

I drammi di Lombardi, nei limiti del possibile, si avvicinano molto di più ai drammi liturgici di età medievale che non al dramma inteso nei termini dell’Antica Grecia. Dramma liturgico perché Lombardi impiega sempre caratteri che appartengono alla sfera biblica o comunque alla tradizione religiosa anche se, ed è bene che questo venga detto subito, che se ne serve non per tracciarne agiograficamente le vicende di santità piuttosto per ribaltarne i protagonisti, abbassandoli alla schiera di uomini del popolo e facendone risaltare debolezze, vizi e peccaminosità che sono del genere umano tutto. È per queste ragioni che leggendo questo libro incontreremo un San Giovanni Battista che ha perso oramai la sua aurea di cristianità per divenire un affamato pederasta che non disdegna pratiche di cross-dressing (La Spogliazione), un gesuita represso e socialmente incompreso che non ha mai superato il processo di castrazione a  cui, dandosi alla Fede, è stato relegato (La recita dei tiepidi) e una Giovanna d’Arco emblema di ribellismo femminile ma anche di immolazione per la causa comune (la donna venne proclamata Santa da Papa Benedetto XV nel 1920) che subisce negli istanti prossimi alla pena di morte su rogo un tentativo di approccio sessuale da un imprecisato ragazzo, tanto eccitato quanto irresponsabile (Nel nome di Giovanna). Chiaramente, come è facile intuire, c’è poco e niente anche del dramma liturgico del periodo medievale (mancano anche le tre unità, il coro, personaggi-comparse che incrementano il tessuto inter-dialogico) intessuto su di una profonda confessionalità e improntato alla divulgazione e all’encomio: Lombardi stravolge generi teatrali passati, ridicolizzando il classico, compiendo una coraggiosissima impresa di riscrittura popolaresca, attuale, corporea dei personaggi che nel passato sono stati elevati. Con Lombardi ci si incammina in un percorso volto alla distruzione di qualsiasi forma gerarchica al fine di ottenere un appiattimento democratico di personaggi tanto da trasferire il sacro nel perverso con un registro linguistico che non ha nulla dell’offesa né del compiacimento generale, ma è forte della difesa di una realtà inoppugnabile: la letteratura contemporanea è decodificazione e riscrittura.

Le opere teatrali di Lombardi non solo non rasentano la via “classica” del dramma che si sviluppa secondo canoni perlopiù definiti e caratterizzati, ma addirittura sembrano scostarsene con virulenza e profonda consapevolezza per almeno un paio di ragioni assai importanti: la prima è la connaturata carica ribellistica del Lombardi uomo che ne caratterizza un prototipo di intellettuale sui generis, poliedrico e imprevedibile che, seppur non dobbiamo correre il rischio di definire maudite, predilige di certo quali immagini di costruzione (non si tratta di un paradosso) proprio la rottura, l’eco indistinto, l’effetto di sorpresa e nondimeno la mera incongruenza. Elementi cementizi questi che determinano la cifra letteraria di Lombardi, prolifico poeta di tendenza civile e scrittore di narrativa breve e romanzi impegnati in un momento come il nostro in cui la letteratura sembra esser diventata poca roba e aver svilito, nel concreto, il suo significante più alto. Lo si è già visto in precedenza nella produzione breve dell’autore per la quale mi fregio l’onere di aver corredato le sue opere avanguardistiche con mie note critiche, che ciò che interessa l’autore non è tanto il mero concettismo, il viluppo contenutistico cioè la componente material-tematica degli intrecci, quanto piuttosto l’utilizzo di forme e modelli. Lombardi scrivendo ora un racconto, ora un poemetto, ora, come in questo caso, drammi in versi sciolti, dimostra di avere bene a cuore il discorso sul metro e sul genere. Si intenda bene e da subito, non si sta parlando con ciò di metrica poetica né di impiego di strutture retoriche (per la poesia) né di studiati ed ipersofisticati stratagemmi di resa delle immagini (narrativa breve) o delle scene (teatro), piuttosto del discorso interrogativo che Lombardi immancabilmente pone sulle forme di rappresentazione in campo letterario. Non è un caso che ne La recita dei tiepidi alcuni protagonisti interagiscono su tematiche quali la filosofia, la letteratura, la saggistica, la conoscenza in genere e l’ontologia, branca della filosofia cara a Lombardi che da sempre è portavoce autentico di un pensiero di risveglio della coscienza e di autodifesa di un sé personale fuori ed estraneo dall’Io soggetivizzante e iper-abusato.

Va da sé, in base a questi brevi accenni sul modus operandi del Nostro, che un’altra caratteristica dominante del Lombardi drammaturgo (anche se in realtà più che drammaturgo mi piace definirlo un “picaro da palcoscenico”) è la potenzialità di sperimentazione che in nuce ritroviamo in queste opere. L’anti-classicità, la tempestiva lettura e fruibilità, l’organicità delle forme unite alla componente dissacratoria che si nutre di messaggi subliminali da cogliere ne fa nel complesso un’opera aperta, in cui le epifanie (difficili da individuare) vengono talora denaturate e ipocaricate di significati, dunque minimizzate, tal altra trasferite da cicli di battute ad altre. Com’è nella letteratura postmodernista, di quella letteratura che ha trovato il suo terreno fertile nella società ferita e scissa del dopo 11 settembre in cui la paranoia e il delirio comunicativo ne fanno da padrona (Daniele Giglioli parla a questo riguardo della scrittura dell’eccesso[1]), Lombardi costruisce canovacci rappresentati scenicamente sulla carta e di possibile rappresentazione pratica su un palco, magari di un teatrino religioso per incentivarne la carica dirompente e blasfema, che se da una parte provvedono a fornire elementi importanti aprioristicamente (la costruzione di un incipit che dà forma a un prologo con le immancabili premesse della voce autoriale) di contro non dà tracce concrete, né segnali per l’individuazione di una conclusione auto-imponendosi di non traghettare il lettore verso determinati lidi piuttosto che altri. L’opera rimane dunque aperta, apparentemente non chiusa come magari un lettore tradizionalista la vorrebbe e lascia un sentimento di incomprensione e al contempo di nostalgia. Come i personaggi de La recita dei tiepidi rimangono sbigottiti dalla decisione finale di Bartolomeo d’Amico-alter ego di un Casanova da farsa di metter fine a quel siparietto prima tanto voluto al quale poi finisce per negarne l’importanza, il lettore condivide quel rimanere attonito sulla scena, lo stesso deluso abbandono e sconforto, una incomprensione cocente che, piuttosto che motivare una risposta corale attiva e coscienziosa di ripresa, sfocia nell’assunzione apatica di una atarassia dissonante al carattere virulento e dissacrante della trama stessa.

Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia "L'arte in versi" a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014, dove era parte della Commissione di Giuria

Ma per non dilungarsi troppo in questo apparato critico introduttivo, convinto assertore delle tesi woolfiane[2] che la grandezza e la qualità di un’opera, se vi sono, non sono mai date né accresciute da chi ne compila una introduzione critica o di presentazione, è bene però soffermarsi su altri elementi talmente centrali e determinanti nella produzione del Nostro che in queste opere vengono alla luce in maniera tanto chiara quanto evocatrice chiamando, però, a una riflessione più attenta e circostanziata. Elementi che, per il fatto di ritornare spesso in modi e forme diverse alludendo però a sfere tematiche care all’autore e nevralgiche nella sua scrittura, prenderò qui a chiamare lombardismi con una nota anticipatoria d’utilizzo: essi consacrano e contrassegnano la presenza di Lombardi nella letteratura sin alla data attuale per mezzo delle sue pubblicazioni avute sin qui e che, nel qual caso il lettore leggerà queste opere col passare degli anni, quei lombardismi tipicizzanti la sua scrittura andranno riletti per forza di cose alla luce della sua produzione più recente dato che, essendo la sua scrittura un immenso cantiere, un working-in-progress, le asserzioni critiche che qui si fanno hanno validità concreta e diretta ma non universale, cosa che, per quanto si conosca l’autore e si possa adottare un metro il più obiettivo e analitico possibile, è irrealizzabile alla data presente. Essi concernono:

  • la questione del sé e dunque il grado di rappresentazione e di analisi della coscienza. Nel prologo di La recita dei tiepidi è impossibile non scorgere nelle attestazioni di Bartolomeo D’Amico l’anima pulsante del Lombardi uomo e pensatore, per altro già espressa con esiti impareggiabili nel racconto-manifesto Iuri dei Miracoli: «Io sono perché sono adesso, presenza che occupa/ uno spazio e di conseguenza un tempo. Altri,/ altro da me non voglio essere. E anche il passato/ a nulla vale se non il presente in cui vivo, amo,/ affermo la mia posizione blasfema o ordinaria che sia».
  • la mistificazione religiosa o dissacrazione che è congenitamente presente in tutte le opere più recenti di Lombardi. Già in Iuri dei Miracoli (un racconto) si sottolineava l’attitudine di Lombardi di ricorrere con perseveranza ad immagini e simboli legati alla confessione cristiana e l’aspetto è ancor più evidente nella Spogliazione dove il Battista è abbassato tanto da divenire un sodomita, ne La recita dei tiepidi in cui il gesuita oltre che grande studioso dei testi sacri è un approfittatore e un mistificatore e in Nel nome di Giovanna dove, invece, poco ci è detto della grandiosità dell’animo ribelle e delle ragioni del martirio della donna (già note ai più) per prediligere un canovaccio intimistico con un ragazzo che cerca di possederla. Il personaggio di Donna Pia ne La recita dei tiepidi è quello che sembra essere più staccato ed estraneo al complesso caratteriale del dramma: ogni volta che la vediamo entrare in scena è severamente vestita di nero intenta a pregare o ad invocare il bisogno di pregare tanto che nel dramma viene a configurarsi una polarità della donna nelle sue estremizzazioni di puttana (Bianca Maria) e Madonna (la vecchia perpetuamente orante).
  • l’universo sessuale. Già definito in precedenza il “Don Giovanni della letteratura”, Lombardi è profeta di un modo di vivere la sessualità che fa dell’autenticità e del rigetto del pettegolezzo la norma dominante. Le scene topiche nelle opere di Lombardi, e anche qui nei tre drammi, si realizzano proprio in circostanze in cui le pulsioni sessuali dei soggetti si accrescono in maniera imprevedibile realizzando incontri ed agnizioni scioccanti che determinano profondamente la trama. Si pensi alla sola volontà di Lombardi di riferirsi ne La recita dei tiepidi al Casanova, grande seduttore veneziano e ancor più al Don Giovanni in Iuri dei Miracoli: espressioni vigorose di una sessualità improntata all’eccesso e all’esibizione che hanno una loro tradizione teatrale molto sviluppata. Se nella Spogliazione il condom rotto del Battista in uno dei suoi fugaci amplessi con donne discutibili può dar modo alla rinascita di quel ciclo delle acque (sacre, amniotiche, ma anche stagnanti come quelle dei Navigli in cui battezza), in Nel nome di Giovanna il ragazzetto voglioso con pene eretto che offre vita nella carne alla povera Giovanna che di lì a poco andrà a morire, può rappresentare a sua volta l’esigenza di un atto fisico, salvifico solo nel mondo reale e non eternante, capace di compiere il mistero della vita.
  • il meta-teatro: la rappresentazione della rappresentazione. Già nel prologo Bartolomeo D’Amico, gesuita del Meridione del quale poco si conosce tranne che ha lasciato una serie di testi e che si sia occupato in particolare della dottrina di Epicureo, tornato di riflesso nella nostra età contemporanea di smartphones e web 2.0 ci tiene a sottolineare che la farsa che ha in mente di mettere in atto è relativa al personaggio di Casanova. Ci troviamo dinanzi a un sistema meta-letterario in cui il teatro parla di un altro teatro e in cui l’intera storia è data dalla complessa interrelazione che si istaura tra queste matriosche progressive e compenetranti l’un l’altra. Bartolomeo D’Amico, infatti, che è il personaggio principale del dramma, dunque è sulla scena della rappresentazione, con l’artificio della finzione si maschera a Casanova con l’intenzione di ricalcarne un tratto della sua esistenza e di produrne una rappresentazione giocosa. Il rapporto tra le voci è questo: Lombardi autore (ri)crea Bartolomeo D’Amico e lo consacra personaggio del dramma, Bartolomeo D’Amico a sua volta (ri)crea Casanova mediante la farsa che ha in mente di portare in scena con la sgangherata compagnia di personaggi apatici. Si tratta di una autocelebrazione del teatro in cui, però, la componente drammatica finisce per prevalere nettamente su quella comica: non ci sarà, infatti, nessuna farsa o, meglio, nessun tentativo di farsa all’interno dell’opera perché l’autore-capocomico D’Amico non sarà in grado di reggerne il progetto di «nascondersi dietro Casanova [per ottenerne]/ il riscatto voluto» perché, come confesserà tormentato nelle ultime lucide battute: «Facile è dirigere gli altri, le navi al proprio porto/ restando al posto di guida, ma quando tocca a te…/tutto è diverso».
  • la riscrittura come forma creativa. Lombardi non è nuovo a opere in cui opera la rivisitazione di personaggi religiosi adoperando uno stratagemma di riscrittura originale e molto efficace: l’abbattimento dell’aurea del personaggio, la de-sacralizzazione sino alla provincializzazione e alla marginalizzazione. Nel prologo di La recita dei tiepidi la voce fuori campo di Bartolomeo D’Amico osserva: “la storia consente di recuperare, di ritornare un altro,/ di reinventarsi uomo quale sono: solo un uomo”.

 

La recita dei tiepidi impone al cauto lettore anche una doverosa analisi del titolo: da una parte la recita ci immette subito nel mondo della finzione e della rappresentazione scenica, ossia del doppio che è tipico del teatro, dall’altra la presenza di quelli che Lombardi denomina ‘tiepidi’ consente delle riflessioni. Nella Bibbia si parla di tiepidi in relazione a coloro che difettano di un’azione pratica, di una chiara volontà di pensiero e che finiscono per mostrarsi inetti, inconcludenti, passivi, o per dirla alla Dante, ignavi. Ce ne rendiamo subito conto leggendo l’opera che tutti i personaggi sono subdolamente sottoposti alle volontà e alle decisioni di Bartolomeo D’Amico che, in pratica, li comanda a bacchetta e li gestisce come vuole tanto da costringerli ad occupare ciascuno un determinato ruolo nella farsa che ha in mente di inscenare. Sono personaggi molli, apatici e inconsistenti, privi di un temperamento proprio che finiscono per farsi maneggiare con semplicità da un uomo che è più potente di loro solamente perché ha il dono della conoscenza.

La conclusione dell’opera mostrerà però come Bartolomeo D’Amico, pur essendo un dotto, un conoscitore delle Sacre Scritture, un intellettuale e un saggista, in realtà non sia capace neppure lui di dar forma a un progetto, per altro scaturito dalla sua mente, e al pari degli altri risulterà anch’esso un manichino che non sa autodeterminarsi e decidere da sé. Per queste ragioni, Bartolomeo D’Amico, grande luminare dell’esegesi religiosa e conoscitore delle Lettere, finisce per essere il più ignavo, il più ignorante e indefesso tiepido di tutta la storia. Lo sconcerto che gli altri protagonisti nutrono dinanzi a Bartolomeo D’Amico che, di punto in bianco a causa di un senso d’oppressiva moralità che non è capace di scavalcare sentenzia la fine della farsa, è rivelatore di questa incapacità di saper coniugare lo scibile (la conoscenza, il rapporto con il mondo e gli altri) e la propria interiorità (la Fede, la morale).

Echi pirandelliani sono avvertibili distintamente nella presenza umanoide della marionetta in Nel nome di Giovanna che rimanda al mondo delle maschere e delle messe in scena travisate ma anche nell’impalcatura esistenzialista dei drammi dove le personalità, già labili e sbiadite, vengono sostituite dalle parti da recitare creando un universo intricato di prese di coscienza, sdoppiamenti e personaggi nei quali immedesimarsi.

Nella tiepidezza o ignavia che dir si voglia difficile non respirare anche il torpore di molti personaggi pesanti e inconsapevoli a partire dagli indifferenti moraviani che, un po’ meno grottescamente di quanto avviene in Lombardi, anche lì son spesso accerchiati da manifestazioni estreme e non preventivabili della sfera sessuale. Si pensi, tanto per evocare il tema del conflitto determinante nel genere drammatico di cui si diceva all’inizio di questa nota, della confusione che, di colpo, si viene a creare ne La donna leopardo di Moravia in cui una serie di segnali piuttosto evidenti di tradimento all’interno di una coppia darà vita a un fenomeno ossessivo di gelosie e ripicche con adulteri incrociati e vere e proprie unioni scambiste.

Ma se l’estraniamento derivante dall’obbligo di assumere una personalità altra («Sono stanco d’essere io!» sembra urlare D’Amico), nell’atto della finzione teatrale e per il tempo richiesto per la messa in scena salvo poi riacquisire la propria congenita identità, è visto qui come costrizione perché fa fede alla volontà di D’Amico e generalmente nel teatro comporta la creazione di intrecci interessanti e curiosi in cui nessuno sa bene chi è l’altro perché sotto mentite spoglie, il travestimento e il trasferimento d’identità è vissuto in maniera critica da parte della prostituta: «Ho paura,/ timore perché non conosco questa mia reale/identità e non vorrei che nel calarmi nei panni/ altrui perda la faccia ed il cavallo...». Proprio lei che dovrebbe essere contenta di vivere, seppur nella farsa, un ruolo diverso dalla sua vera identità di meretrice, si fa dei problemi e teme che questo mascheramento possa condurla poi a un annebbiamento della sua identità della quale, con la poca erudizione del mondo che ha, è fiera e conosciuta.

Ne Nel nome di Giovanna, infine, assistiamo alla de-costruzione del mito di Giovanna D’Arco, ribelle francese che poi venne messa a morte dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cent’anni. Lombardi, secondo la sua tecnica oramai puntuale e chiara negli intenti opera una de-mitizzazione della donna sconfessandone le realtà insopprimibili della figura eroica. Quale “pulzella” come viene ricordata ossia sembianza di verginità e candore, Lombardi fa vorticare nella mente della donna in attesa della sua imminente morte, pensieri lubrici di desideri sessuali. La necessità di sentirsi abbracciata ed amata, riscaldata e protetta, l’esigenza di dono di quel fiore della castità sempre conservato con perspicacia e caparbietà trova spazio in una più palpabile esigenza di benessere: «Solo come ultimo desiderio nutro di darmi all’altro/ come una rondine al tetto. Solo il darsi al calore/ di un corpo, intrecciarsi ad esso, mi fa credere/ancora donna e non legno da ardere, straccio/ da bruciare/ Ho desiderio di un uomo come ogni altra donna,/ desiderio di darmi per vivere in uno sputo di tempo/ quell’ebrezza che per la verità in me ho ammutolita».

Non sappiamo se effettivamente ci sarà il giusto tempo affinché Giovanna possa unirsi sessualmente al giovane con il quale ha imbastito un dialogo sull’esistenza intimandola a cogliere l’attimo e a vivere quel momento di condivisione. Ancora una volta Lombardi mette in atto il suo stratagemma di voluta mancanza di una conclusività certa della storia. La conclusione del dramma non sta tanto nella donna arsa viva secondo quanto riporta la tradizione storiografica, piuttosto nel viluppo delle considerazioni sulla morte e sull’esigenza di una dimensione sociale dove si respiri libertà. Il nerbo fondante degli ultimi istanti da viva della donna sta allora proprio nell’incontro verbale (ma intuiamo anche carnale) che ha con il giovane, presenza ultima di una Provvidenza laica che reclama un decisivo, accorato e implorante bisogno d’amore.

Con questa trilogia drammatica Lombardi ci consegna due sacrosante realtà che hanno senso tanto nella letteratura, ossia nel mondo di carta, della finzione e proiezione del vissuto, quanto nel mondo concreto di esseri che vivono più ruoli al contempo scambiandosi maschere più o meno piacevoli e battendosi per l’osservanza dei diritti inalienabili. La prima è quella che recita «Volevo apportare qualcosa di nuovo. Un intellettuale/ se non fa i conti con il reale non vale niente. Niente» ed è quello che Lombardi ha fatto egregiamente e con onestà con la stesura di questi brani teatrali. L’altra è tutta dedicata alla fumosità e alla impalpabilità del genio creativo e artistico, impossibile da contenere e difficilmente ravvisabile se non si utilizzano le lenti del cuore: «L’ingegno il più delle volte è una scrittura sull’acqua/ del fiume». Quello di Lombardi è per nostra fortuna impresso in questo volume.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 01-04-2015

  

[1] Daniele Giglioli, Trauma, Quodlibet, Macerata, 2011.

[2] Virginia Woolf ebbe modo di parlare dell’argomento in più circostanze; ne troviamo traccia soprattutto nelle annotazioni dei suoi diari personali e in qualche epistola del suo immenso carteggio conservato, tra cui in una di esse leggiamo: «Quando anni fa Bernard Shaw si disse disposto a scrivere una prefazione a un libro di mio marito, rifiutammo; perchè se un libro è degno di essere pubblicato, è meglio che si regga sulle proprie gambe» (Estratto di una lettera di Virginia Woolf alla signora Easdale datata 8 gennaio 1935, pubblicata in Virginia Woolf, Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura, a cura di Federico Sabatini, Minimum Fax, Roma, 2014, p. 105.

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