In L’estate del ’78, edito da Sellerio, Roberto Alajmo narra un segmento della sua biografia per ricostruire, sulla base di documenti e ricordi, la storia della sua famiglia e soprattutto della madre Elena fino al momento della sua morte improvvisa e drammatica. Ḗ l’esperienza della sua paternità e la riflessione sul nome dato al figlio, diverso da quelli che “ ritornano a generazioni alternate”, che sembra indurre Alajmo a affrontare questo importante nodo della sua vita.
Il racconto comincia dall’ultimo e inaspettato incontro con la madre, avvenuto nel luglio del ’78 a Mondello, mentre preparava l’esame di maturità. Nulla gli aveva fatto presagire che non l’avrebbe più rivista e perciò da quell’estate lo scrittore inizia un cammino a ritroso nel tempo e nello spazio per ritrovare la madre e le ragioni della sua esistenza.
Il titolo dell’opera non poteva, quindi, essere diverso. Il viaggio interiore, non privo di rischi esistenziali, con convinzione si snoda tra il profilo della madre fondato sul ricordo e l’immagine immediata degli oggetti e dei documenti da decifrare.
Il lettore attento coglie a tratti nel testo una certa timidezza dello scrittore, il suo pudore di far nascere e mostrare il racconto allo scoperto, nella sua matrice, e talvolta si arresta perplesso a leggere sulla pagina il punto d’innesto tra Elena e il mondo, ripercorrendo la propria storia e intrecciando il proprio sentire di figlio o di madre a quello di Alajmo.
Non c’è lirismo nel testo, solo narrazione scrupolosa, attenta a fare chiarezza nello scavo faticoso tra le spire della registrazione degli eventi e le stasi del sentimento, per portare infine alla luce il colloquio autentico con la madre. Il narratore-protagonista recupera le radici già vissute, le immagini della madre, le sue parole, i suoi atti fino alla malattia e alla morte. Solo a tratti riemerge anche la figura paterna. Il linguaggio essenziale e asciutto conferisce al testo un chiaro carattere narrativo impedendo che fatti e persone diventino miti, perché restano tutti immersi nel quotidiano. L’opera non ha esplicite indicazioni di genere sulla copertina, ma credo che si iscriva al genere romanzo, secondo l’affermazione di G. Debenedetti : “Ogni vero romanzo, ogni romanzo risolto a fondo, ha contenuto una sua Nekuia”.
GABRIELLA MAGGIO
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Il titolo della silloge di Francesco Terrone, Tra i miei sogni (Miano Editore, Milano, 2018), è un sintagma emblematico che racchiude in sé l’essenza semantica della raccolta: un amore travolgente per una donna che non corrisponde alla passione del poeta, di conseguenza non restano che i sogni: “Ti sento, ti cullo, ti vedo/ tra i filari di grano/ ed alberi fioriti./ Ti vedo tra i miei sogni”( in “Ti cullo, ti vedo”, pag. 75), pur nella costante consapevolezza del loro svanire, della non corrispondenza nella realtà, ove solitudine e amarezza dominano incontrastate, anche se non esita a sperare che lei un giorno acquisisca almeno consapevolezza del male che gli ha fatto: “Capirai un giorno/ il male che/ mi hai fatto” ( in “Corteccia d’amore”, pag. 23).
L’indifferenza della non corrispondenza, genera in lui una cruenta sofferenza: “senti l’urlo del mio amore/ e indifferente/ non chiedi dove va\ un uomo così ferito”, ma in certi momenti si sublima in sogno, generando quasi un ossimorico sentire, fatto di ardore, grazia e poesia: “Quando ti sento,/ vedo nell’aria/ accendersi fiaccole dorate/ e fiumi di petale/ di rose/ …./ Ti sento compagna/ insostituibile/ dei miei racconti,/ di favole e poesie/ Mi sento vero/ mi sento vivo/ …”.
Questa vicenda di fantastica luce e ombrosi e reali solitudine e silenzio, trova, come si può rilevare anche dai versi sopra citati, nella natura e nei suoi elementi lo strumento metaforico che adeguatamente la propone nel suo poliedrico sentire.
Ad ogni modo Francesco Terrone è vincitore perché in amore, come scrisse Pablo Neruda, “Solo chi ama senza speranza conosce il vero amore”. Il variare del ritmo dei versi, pur nella libera versificazione, propone appieno il succedersi di sentimenti, emozioni, ansie e sogni che, pur derivanti dall’assenza, vibrano di pienezza vitale.
FRANCESCA LUZZIO
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Il mito di Orfeo ha segnato profondamente la cultura occidentale nell’ambito della letteratura, dell’arte e della musica. Ḗ naturale, perciò, che chi come Carmelo Fucarino si è nutrito di letteratura e arte tenda a dare connotazione simbolica ad ogni proprio dato esistenziale, sia luogo sia persona. Nel romanzo il mito antico di Orfeo ha la funzione di dare forma e ordine di rappresentazione alla realtà mutevole e sfuggente della vita, sottraendola ai limiti della logica razionale per avviarla ad una comprensione più alta e complessa. Accanto al testo virgiliano e all’Orfeo ed Euridice di W.Gluck Che farò senza Euridice rivela la lettura di C. Pavese in particolare di Feria d’agosto e dei Dialoghi con Leucò. Come l’Orfeo di Pavese in L’inconsolabile”, uno dei Dialoghi con Leucò, in cui Orfeo dialoga con Bacca,anchePaolo/ Orfeo il protagonista del romanzo,soffrendo per la perdita di Euridice/Tea, tende più che a riavere la donna a conoscere se stesso :”Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso”. Di Pavese inoltre si parla esplicitamente nel capitolo Il suicidio della morte :” amo Pavese e lo ammiro”. Rimasto bloccato in ascensore per una temporanea mancanza di energia elettrica, Paolo si abbandona al flusso dei pensieri in cui si fondono frammenti della relazione d’amore con Tea, ormai in crisi, lo scontro con la società, la politica, le nuove tecnologie considerate disumanizzanti. Conquistano ampio spazio i ricordi dell’infanzia trascorsa in paese tra le cure amorose della madre, gli animali di casa e la natura. La memoria dell’infanzia è recupero dell’autenticità perduta, ha una funzione mitopoietica, che sarà compiutamente sviluppata da Carmelo Fucarino nella recente autobiografia “Il verde melograno” . La trama del romanzo si snoda intrecciando passato e presente, pensieri e divagazioni di Paolo scritti in corsivo e parti diegetiche del narratore in grosso. Un episodio scaturisce dall’altro, creando attesa nel lettore e conferendo dinamismo al complesso intersecarsi di concetti, considerazioni di vario ordine e vere e proprie riscritture degli amati Petronio e Huysmans. Lo stile è vario, chiaro e fluido, modella lessico e punteggiatura sul ritmo interiore dell’autore. Il mito di Orfeo è rivissuto nell’oggi da uno scrittore/ protagonista che è pienamente “imbarcato” nel suo tempo. Non ci sono dei nel mondo “ sono solo miserabili favole dei poeti” (Euripide, Eracle), non c’è alcuna sacralità trascendente, ma l’immanenza del viscerale rapporto con la madre e con la natura. L’aura del mito è rimasta però nel cuore dello scrittore e colora di Inferi il buio vano dell’ascensore e i fantasmi che assediano la coscienza del protagonista, di clinica e intervento chirurgico lo smembramento di Orfeo. La casualità domina la vita, orfana di destino che presuppone un ordine teologico. Secondo quanto dichiara lo scrittore il romanzo è stato scritto nel 1981 e quest’anno pubblicato senza alcun cambiamento di trama nè di stile. L’opera si può collocare nella corrente culturale del Postmoderno per la tendenza a narrare per flash, per la molteplicità dei temi affrontati, per la libera combinazione di passato e presente, per l’affermazione della categoria dello spazio su quella del tempo e infine per il gioco metaletterario.
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
Pratico ed essenziale il volume di Elisa Ruotolo recentemente pubblicato da rueBallu di Palermo sull’ampia e pluri-evocata figura della poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938). Nel libro, curato nei dettagli grafici e compositivi in maniera pregevole e stampato su Materica (carta naturale realizzata con fibre di cotone riciclate di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste), la scrittrice ci propone un percorso intimo e amicale con una delle più grande poetesse del secolo scorso.
Il piccolo compendio finale del volume è dedicato a raccogliere una manciata di poesie di Antonia Pozzi tra cui la stupefacente lirica “Canto della mia nudità”: un canto soave di svelamento e di denuncia della propria disagiata condizione esistenziale. In essa, infatti, la vulnerabile poetessa di Pasturo (LC), annotava: “pallida è la carne mia/ […]/ E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto la troppa terra,/ starò, quando la morte avrà chiamato”. La Ruotolo affida al lettore curioso e insaziabile l’intera vicenda personale della Pozzi, dell’Antonia in quanto donna, figlia e amante, ben più che quale poetessa sebbene, com’è noto, sia piuttosto impossibile adoperarsi a un’operazione di scissione tra le due componenti.
La caratteristica di questo volume è quella di accompagnare il lettore in un percorso umano, che è appunto quello della Pozzi, con precisione e grande rispetto delle vicende altrui. Gli apparati grafici e iconici che sono stati impiegati (opera dell’artista udinese Pia Valentinis) si delineano come pregnanti e insostituibili in un progetto che risulta essere lodevole – come già accennato – non solo per i contenuti – densi e nevralgici – ma per la cura editoriale, degli inserti, dei disegni, della composizione dei capitoli e di ogni minuzia che è studiata ad arte per compendiare al meglio un progetto che è vivo, multidisciplinare, interattivo e, pertanto, assai coinvolgente.
Non un saggio accademico, neppure un approfondimento monografico sulla grande penna lombarda che nel maledetto anno delle leggi razziali (1938) decise di trapassare la dimensione reale, piuttosto un pamphlet colorato e avvincente, un itinerario curioso e trattato con sapienza e profonda conoscenza della materia, reso, però, in forma appetibile, d’ampio approvvigionamento in un pubblico che non è di nicchia, ma trasversale, compreso quello giovanissimo che potrà trovare particolare giovamento anche dai notevoli inserti grafici.
S’inizia il percorso sulle pagine tinte da una cromia decisa e pulsante, quella dell’arancione, sebbene sia piuttosto vicino anche a una possibile sfumatura del cachi. Sono le pagine contrassegnate dal titolo “Tu con me, su questa terra nuda”. Sono pagine incipitarie, di fondamentale significazione per l’autrice del volume, che dettano le motivazioni-fondamenta di un’operazione editoriale di questo tipo. La Ruotolo, infatti, ci narra della sua conoscenza con la poetessa, di come avvenne, e del grande potere della parola della Pozzi che, da subito, l’affascinò notevolmente. Da lì nacque la sua esigenza di approfondire “La vicenda umana di questa straordinaria poetessa, che aveva consumato rapidamente i suoi anni agli inizi del Novecento”. Bella la definizione che la Ruotolo dà di questo tempo breve della Pozzi da lei “consumato rapidamente”: con impeto e desiderio, con voluttà e voglia d’amore che poi, dinanzi ai limiti imposti dai tempi e dalla morale, trovarono una fine diversa, impetuosa ed eclatante, definitiva e struggente, eppure voluta e creata. Difatti la Ruotolo non manca di parlare del grande amore per la vita tipico della Pozzi: “Antonia amò come di rado si riesce nella vita, fino a donarsi completamente, a svuotarsi, a sfinirsi”. La sua morte viene così richiamata, in queste prime pagine, quale atto ultimo di un processo fisiologico dettato dalla consunzione, dalla dissipazione del proprio animo interiore. Quello che oggi definiamo ‘suicidio’, parlando della sua persona, in realtà non sarebbe che il punto di limite della fine di quella vita felice, vissuta nella pienezza della totalità e del logorio per l’impossibilità di poterla continuare nel tempo. La consumazione di sé, che sembra ben diversa da una vera e propria fuga dal mondo e dunque ad un atto sovversivo portato alle estreme conseguenze, è più un gesto altruistico dettato dalla consapevolezza e dalla lucidità dinanzi all’incapacità di una prosecuzione nel reale.
La Ruotolo, con questo testo, ci consente di percepire quella stessa “angoscia del riporsi interni nelle mani altrui” che lei stessa ha sperimentato leggendo e approfondendo il percorso umano della Pozzi. Risulta importante anche sottolineare come la scrittrice abbia messo in luce, con impareggiabile resa e grande apertura, quanto la Pozzi fosse una donna viva e ardente (“non fu mai capace di tiepidezza, ma sempre e solo d’incendio”) abbattendo quella che può essere una facile e comune convinzione nel vedere nella poetessa di Pasturo una donna sottomessa e ritirata, sfiduciata e inetta, fredda, disinteressata alla vita. Le sue poche foto che circolano ce la trasmettono come un’anima trafitta da un disagio difficile da spiegare, dall’espressione mesta o preoccupata e, comunque, raramente è ritratta in uno stato di vera pace o equilibrio. La Ruotolo tiene a sottolineare in questo volume anche quegli aspetti che, nel trascorso di anni tesi a studiare la sua figura di intellettuale, hanno marcato molto sulla sua insofferenza, solitudine e istinti di morte. La scrittrice, infatti, ce la descrive fortemente attaccata alla vita, smaniosa di diventare madre, affettuosa con gli amici (meno con la famiglia, con eccezione della nonna), passionale e focosa, in cerca di quella libertà che le avrebbe concesso di vivere nella pienezza dei suoi desideri. “Antonia amava vivere, ma il suo era un amore straziante, che non s’adatta ai compromessi, né s’accontenta delle briciole”, scrive la Ruotolo in queste primissime pagine. In altre parole: un amore impossibile, di cui ha consumato gli esordi, vissuto platonicamente, agognato e nutrito privatamente, sino a che – dinanzi agli impedimenti irremovibili – s’è degradato lentamente, privandola di quell’energia autentica che le era propria e che l’aveva caratterizzata in quanto donna aperta, affettuosa, capace di credere in un rapporto d’amore.
Uno scatto di Antonia Pozzi alpinista
Il capitolo che segue, “Io, Antonia. Il tempo bambino”, è ben speso a fornire il contesto generazionale nel quale la Pozzi è collocata con particolare attenzione alla sua fase infantile nella quale sperimenta forme di scollamento e solitudine (che poi la fagociterà) a partire da un sentimento di nutrita diversità. La scuola, con insegnanti suore, sembra essere il luogo che sente maggiormente in sintonia, ed è anche piuttosto brava, ma anche lì non disdegna quell’innata solitudine che la fa “una cosa di nessuno”. L’istituto scolastico è percepito dalla Pozzi e ricordato dalla Ruotolo come positivo non in funzione di un ampliamento di conoscenze con persone terze e dunque in termini sociali, amicali ma semplicemente perché è il luogo che le permette di raggiungere ciò che cerca: la conoscenza. Per tutto il suo breve percorso di vita, infatti, la Pozzi sarà una grande studiosa di letteratura e non solo, arrivando a intrattenere importanti relazioni con noti esponenti della letteratura dell’epoca, quale il critico Dino Formaggio (1914-2008) o il poeta Vittorio Sereni (1913-1983). Già da ragazza la Pozzi sente che lo studio e, più in generale, la conoscenza sono ingredienti insostituibili, mezzi dei quali, seppur in dose e forme diverse, non potrà più farne a meno.
Segue così il capitolo che la Ruotolo ha voluto indicare in maniera netta e distintiva “Gli anni dell’obbedienza”; tale periodo fa riferimento a una trattazione in cui la scrittrice, calata negli occhi e nella persona di Antonia, descrive se stessa soprattutto in ambito familiare quale una presenza che “non fac[eva] rumore”. Ricorda così della dolcezza controllata della madre e della severità del padre, uomo mite ma austero, deciso e padrone, finanche insensibile: “Ogni suo sguardo mira a giudicare le mie mancanze”. Eppure, circondata da un contesto non così partecipe e costruttore dell’entusiasmo della giovane, che scopre la sua più grande amica, la poesia: “Le parole mi hanno vestita e poi abitata”. Paradossalmente sono le parole, che non hanno una vita propria e che sono creazione di qualcuno, che dànno alla Pozzi motivo, forma, ragione e senso alla sua vita. Un po’ come quei versi che Neruda diceva che lo toccavano al punto tale che era la poesia che lo chiamava, la Pozzi via la Ruotolo è un corpo nudo, un’entità vuota, un campo d’assenza che trova identità e significazione solo con l’atto di copertura, di vestizione, offerto dalla poesia. Abiti che sono versi, tessuti che sono parole allineate, copertura che è l’anima arricchita: “Ogni parola aggiungeva senso, sottraeva spazio al niente e lo riempiva”. La poesia per la Pozzi non è erudizione o sofisticazione retorica ma richiamo e necessità: forma di scoperta di sé e completamento, distruzione di quella penuria devastante, arricchimento e costruzione interiore e, al contempo, dialogo con la propria anima che si scorge, riaffiora, e ci scoperchia chi siamo. Ecco perché il pensiero che la Ruotolo pone, ovvero l’ossessione di Antonia che qualcuno la obblighi a smettere di scrivere, si configura come uno svilimento personale, un denudamento che la renderebbe vuota, debole, priva di quel senso intimo che ha scoperto nell’essenza della scrittura. “La poesia adesso mi guarda e mi completa”, scrive la Ruotolo poco dopo, a sottolineare ancora una volta quanto la parola, da entità vacua e astratta, possa avere una grande capacità materica da compenetrare, completare, vanificare quelle assenze, cucire quelle fenditure che fanno il corpo leso, indistinto e lacunoso.
Seguono le pagine dedicate ad Antonio Maria Cervi, l’insegnante del quale la Pozzi s’innamorò e dedicò varie poesie; è il tempo in cui si sente ormai lontana dall’infanzia di Pasturo, sebbene serbi il ricordo di ogni dettaglio dell’ambiente (“potrei dire quante foglie ha perduto il tiglio”) e sboccia quell’amore folgorante verso il professore, forse l’unico che, per citare Virginia Woolf nella sua lettera d’addio indirizza al marito Leonard, avrebbe potuto salvarla. Difatti il professore è la valvola di una sorta di rinascita in Antonia, la svolta luminosa che sembra riportarla alla leggerezza e al colore dei tempi andati; se in casa si respira pesantezza, verticismo e dunque inadeguatezza, col professore, col semplice avvicinamento alla sua persona o al colloquiare con lui, in Antonia si rafforza la speranza e nasce l’amore verso l’altro. È l’inizio di un cambiamento che, prima era stato cercato e voluto e ora avviene spontaneo, nella sua forma più bella, quella di un amore viscerale, inspiegabile eppure necessario, quel sentimento vorticoso e incircoscrivibile che le fa maturare l’idea di un nuovo cominciamento alla vita, di una primavera inaspettata. Con Cervi, la Pozzi rinasce e ritrova se stessa, l’amore e la poesia sono balsami a disagi e solitudini pesanti che ora sembrano relegati a un tempo lontano.
La sezione successiva, anticipata da una colorazione carta di zucchero, ha come tematica “La separazione” ed è, se vogliamo, l’esordio della nuova decadenza emozionale di Antonia. La Pozzi, via la Ruotolo, dice “durò un anno appena e andasti via da me”. Siamo nella presa di coscienza di un rapporto che è finito e nel clima di profonda nostalgia e rimpianto per i pochi bei momenti trascorsi insieme. Qualcosa è accaduto e le condizioni preesistenti, quelle che avevano visto il riaccendersi del desiderio alla vita di Antonia, sono venute meno: la loro relazione è stata bandita e tra di loro s’è imposta una distanza che non sarà più coperta. La figura autoritaria del padre di Antonia, con amicizie significative con esponenti del Regime, ha relazione con il trasferimento lavorativo del prof. Cervi? Non lo sappiamo con indubbia sicurezza ma, vista la sua posizione privilegiata, è possibile avanzare un’idea di questo tenore. La conclusione, comunque, è amara per la giovane Antonia: l’unica blanda concessione sarà la possibilità di conservare la relazione con l’insegnante a mezzo epistolare. “La vita prese a debordare da me, incapace com’ero d’abitare lo spazio breve della mia campana di vetro”.
Antonia Pozzi
Ripiomba così il tempo della solitudine, un’età amara priva di un varco di speranza che invece può essere configurata nei tempi dell’attesa. Antonia non attende né spera in un ritorno del prof. Cervi e in un loro congiungimento perché sa che ciò non potrà avvenire. Avendo elaborato questa impossibilità d’amore, questa lontananza che elude ciascun tipo di rapporto, la Pozzi scriverà: “Io ti porto con me dovunque io vada”. Si tratta di un autoconvincimento importante che ha il sapore amarognolo della sconfitta, il loro amore da reale passa a platonico per consumarsi poi in un niente dopo che avrà elaborato con lucidità la messa al bando dello stesso[1], in quel clima di sottomissione e divieti così naturale e caro all’augusto genitore, che tutto dispone come crede illudendosi che anche il sentimento possa essere delimitato da volontà e intransigenze personali. Vacilla anche l’affetto che ha sempre nutrito per i genitori e che ha dato per naturale e scontato: “So bene di amarvi, ma so per certo che l’amore non dovrebbe nutrirsi di paure e soggezioni; dovrebbe essere fiducia e confidenza, e io non ne ho mai avute al vostro pensiero” scrive la Ruotolo ricalcando fedelmente l’oppressione e la riluttanza della Pozzi dinanzi alla famiglia, in particolar modo il padre.
Ecco che nelle parti narrative che seguono la Pozzi via la Ruotolo non manca di esprimere il suo senso d’inadeguatezza al mondo familiare, la sua nullità, la sua insofferenza dovuta alla lontananza coatta dal suo amante che comincia a vagheggiare immagini di una precoce dipartita: “Sono ossessionata dal senso della fine e da questa emorragia di ore che mi vuole vecchia anzitempo”.
La speranza della nuova relazione con Dino Formaggio, pure osteggiata dal padre della Pozzi, produrrà un episodio grossomodo analogo rispetto a quello vissuto dalla ragazza con l’insegnante Antonio Maria Cervi e contemporaneamente s’inasprisce l’opposizione della donna nei confronti dello spadroneggiante fascismo, fautore di drammi e protagonista di lì a poco di una ecatombe paurosa.
Ci approssimiamo così alla stazione ultima di questa laica via-crucis, cammino di un sacrificio completo di Antonia Pozzi posta in un contesto socio-familiare vetusto e bigotto, destrorso e pieno di pregiudizi che in breve tempo l’hanno fatta sfiorire. Il riferimento al cammino cristologico della Passione è significativo e ricalcato dalla stessa Ruotolo che, tramite la Pozzi, dice “Ormai non conto più i tagli e so cosa vuol dire essere crocifissi in questa vita”. Ed è così, conscia che non è più in grado di sostenere tutto ciò che accade intorno a lei che esce di casa, abbandonando quelle “stanze nude in cui ancora si dorme” dileguandosi da questo “tempo breve” a lei concesso. A testimonianza del suo percorso lascerà scritti e poesie nei cassetti della sua camera ma, ancor più spavaldamente, il padre deciderà di distruggerne in grande quantità o di modificarli a suo modo; quelle “parole tenute sotto il bavaglio” di cui parla la Ruotolo in queste pagine ultime, di commiato di Antonia, che ha già ben in mente il volo che si appresta a compiere. Ultimo perché irreversibile. L’ultima chiamata è stata lanciata, ma non è un appello, forse ha più a che vedere con una sfida o una condanna.
“Sono stanca di pagare con l’obbedienza una felicità che non arriva. Stanca di questo disagio d’avere ciò per cui gli altri mi dicono fortunata e che mi pesa addosso come una lapide. Stanca per tutto l’amore che ho dato. Adesso sì, il cuore può sostare. […] E mentre la Nena[2] guarda altrove, anima mia, da questo fosso in cui il cielo s’è fatto lontano, io ti lascio andare”.
[1] Poco dopo la Pozzi, via la Ruotolo, scrive “Possibile mai vivere queste due vite senza impazzire, o morire?”
[2] Si tratta della nonna di Antonia Pozzi, la persona della famiglia a lei più cara in assoluto alla quale la lega ore di spensieratezza e giochi verbali.
Tre donne, Gesuina la madre, Maria la figlia, Lori la nipote, vivono nella stessa casa, ma ciascuna chiusa nei propri desideri e insoddisfazioni. La madre, già attrice di teatro ma ora infermiera occasionale per vivere, insegue con apparente leggerezza il gioco dell’amore non ostante i sessant’anni. Maria regge la casa e provvede ai bisogni della famiglia con un intenso lavoro di traduttrice dal francese. Lori è una ragazzina temeraria, una diciassettenne alla ricerca di una vita autonoma, studentessa svogliata, impegnata a proteggere i suoi pensieri intimi dalla curiosità della nonna. La storia ha come centro l’amore nelle sue varie vicende ed è raccontata attraverso il diario di Lori, le registrazioni di Gesuina e le lettere che Maria scrive a François, un fidanzato bello e misterioso che vive in Francia e che lei incontra soltanto nei periodi di vacanza. La quotidianità di queste tre donne, che talvolta stride per la contiguità degli spazi, viene interrotta dall’arrivo di François nel periodo natalizio. Da allora niente sarà più come prima. Il romanzo prende una piega drammatica che farà crescere sia l’attempata Gesuina che l’irruenta Lori attraverso l’esperienza della cura di Maria di cui diventano madri, assumendone consapevolmente il ruolo dopo una ininterrotta esperienza filiale. Dacia Maraini narra con levità, con un sorriso di profonda comprensione, la storia di tre generazioni di donne, già prima provate dalla vita con la perdita prematura del marito e del padre. Se l’amore è indubbiamente il tema principale del romanzo grande importanza ha anche la letteratura non vista come fuga dal mondo, ma come educazione ai sentimenti e alla sensibilità per orientarsi nel mondo. Gesuina, che da giovane ha interpretato Mirandolina in La locandiera di Carlo Goldoni, è rimasta fedele al suo personaggio, è intraprendente, amabile, ma attenta a non infrangere gli equilibri, anche quando spinge al massimo il suo gioco seduttivo con i corteggiatori. Sarà lei che ricomporrà la famiglia alla fine del romanzo. Maria, madre svampita ma coltissima, traduttrice di Madame Bovary di Flaubert come Emma non vive nella realtà, ma evade scrivendo lettere all’ambiguo François, proiettandosi nei ricordi dei viaggi già fatti con lui o in quelli futuri. La realtà è goffa, come il povero Charles del romanzo, e non l’appaga. Vive come se soltanto la letteratura desse ordine e senso alle approssimazioni del mondo. Più letterariamente restia è Lori che affronta le situazioni con immediatezza e talvolta con inconsapevolezza; soltanto alla fine della storia prenderà un libro in mano e darà tregua all’insofferenza, lasciando il grugnito rabbioso per il sorriso e il garbo. In questo mondo di donne gli uomini sono meteore, morti giovani o frutto di una attrazione momentanea. Fanno eccezione con la presenza continua nel romanzo il fornaio Simone che propugna con tenace coerenza la sua filosofia dei baci e François che è il motore dell’azione. Intorno alla casa delle tre donne l’insensatezza della città. Gli incendi dolosi, appiccati per puro divertimento da giovani che non sanno come trascorrere le loro giornate, per un momento annuvolano la scena, ma la scrittrice attraverso le parole di Gesuina afferma la sua fede nella ragione e con leggerezza le fa volgere lo sguardo ad altro: “ mia nipote Lori sembra rinata assieme al suo bambino”. Ecco la vita continua e porta anche cose belle, un bambino sano e forte che ha voglia di crescere, i tulipani olandesi che attecchiscono e mettono foglie e fiori, la solidarietà e la cura degli altri. E questo conta. Le cose belle della vita sono soltanto quelle semplici ed essenziali e a queste si deve guardare con fiducia. Grande prova narrativa ed esistenziale di Dacia Maraini, fedele sempre ai suoi temi e al suo stile asciutto e ritmato sul carattere dei personaggi.
GABRIELLA MAGGIO
L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.
La nuova edizione di A sud delle cose (Lebeg, Roma, 2017) del calabrese Pasqualino Bongiovanni (la prima edizione risale al 2006), s’inserisce in quell’ampio filone della letteratura nostrana (ancor più vivido negli anni ’70 e ’80) teso a indagare con costanza, rispetto e profonda serietà, la situazione socio-economica e identitaria di una terra definita come meridionale, posta a Sud del Belpaese. Molta letteratura, più o meno colta, più o meno ricordata e studiata nelle scuole oggigiorno (mi riferisco al vero caso nato in seguito alla decisione del Ministro Maria Stella Gelmini nel 2010 di cancellare dai programmi scolastici lo studio di alcuni significativi e imprescindibili intellettuali meridionali quali Alfonso Gatto, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Francesco Jovine, Leonardo Sinisgalli, solo per fare degli esempi)[1] fece suoi i motivi d’indagine della comunità di provincia, di ambienti lontani dai centri propulsivi mettendo nero su bianco le potenzialità e gli orgogli dell’animo contadino e, dall’altro, le idiosincrasie diffuse nell’affare pubblico, le forme degenerate nell’esercitazione del potere, la corruzione e tutti quei sistemi deviati che portano il cittadino sano a sentirsi, nel suo ambiente, a sentirsi inascoltato, prevaricato e offeso dalle bieche logiche personalistiche o di gruppi più ampi.
Si sono lette pagine di un’invereconda potenza lirica se si pensa a Vittorio Bodini, Bruno Epifani nonché Jovine, Rocco Scotellaro, Ignazio Buttitta[2], solo per fare alcuni dei nomi che, d’istinto, mi balzano alla mente. Ma se ne potrebbero fare moltissimi altri, è ovvio: ciascuno, a suo modo, ha descritto con caparbietà ed empatico afflato amoroso i propri ambienti, radicati nella propria intimità, scenari della propria infanzia incorrotta, non mancando, però, di far emergere tra le righe pensieri di dissenso verso uno strano modo di pensare le cose e di attuarle, denunce più o meno aspre, ma comunque valide come sistemi d’allontanamento da quel sistema diffuso di malaffare, omertà, ingiustizia sociale, in-ascolto da parte delle sfere di potere.
La scena dell’incontro tra il Principe Salina e il Cavalier Chevalley nel film Il Gattopardo (regia di Luchino Visconti, 1963)
Spesso l’uomo è stato costretto ad allontanarsi dal suo luogo natale per raggiungere mete sperate, intuite come più facili, per l’attuazione di un benessere, la costituzione di una famiglia e lo sviluppo di una nuova fase della propria esistenza. Il fenomeno migratorio inteso come lucido spostamento nei luoghi più promettenti del Settentrione d’Italia nelle decadi passate ha senz’altro interessato anche vari intellettuali che, dalle loro piccole cittadine assolate e polverose, si sono visti attori di una de-territorializzazione spontanea dettata, appunto, da motivazioni essenzialmente economiche, se non di fortuna. La letteratura, da entrambe le direzioni, si è sempre mostrata attenta nell’indagare il sentimento di mancato agio del meridionale al Nord o, al contrario, del settentrionale a Sud (salvo pochi felici casi di facile ricontestualizzazione) com’è per il capitano Bellodi, uomo del Nord e simbolo della legge, che viene mandato a indagare su ambigui omicidi in un recondito paese della Sicilia come Sciascia, romanziere e mafiologo, descrisse in quella che è senz’altro considerata la sua opera maggiore, Il giorno della civetta. Precedentemente Tomasi di Lampedusa, nel suo romanzo storico Il Gattopardo, ben aveva evidenziato come il principe Salina, ultimo fedele e convinto custode di un’aristocrazia baronale e feudale, era mal disposto ad accettare i discorsi del cavaliere Chevalley, uomo del Nord, di quella che sarebbe stata la schiera nobiliare in sostegno a casa Savoia. Questo per una ragione molto semplice: le condizioni e le esigenze di un Sud che viene di colpo tirato per la giacchetta per un rinnovamento visto nel nuovo stato, vengono poste in un humus arcaico fatto di cultura campestre e autentica, di sodali connivenze tra poteri della terra, in un modo di fare, cioè, che con difficoltà sarà capace di sradicare i suoi arcaici e fondanti paradigmi, i pilastri organizzativi. Chevalley, dunque, che rappresenta la novità e quel cambiamento che sembra arrivare di colpo, senza aver la possibilità di essere compreso prima di essere accettato, ha la forma di un’ingerenza bella e buona, di una richiesta di sottomissione che le fiere genti del Sud vivono come intromissione e ostilità, dalle quali nascono malcontento e insicurezza. Se Bellodi in Sicilia non riuscirà a risolvere l’intricata questione dei delitti concludendo con il vigliacco annuncio “Mi ci romperò la testa”, Bongiovanni nella lirica “Più morti che vivi”, dedicata al sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza, deplora il sistema nefando delle uccisioni senza responsabili né mandanti: “Il vetro si spacca, e il negozio va in fumo,/ lo stesso succede alla porta del Comune/ […]/ Soprusi di ieri e ingiustizie di oggi:/ millenni diversi, le stesse angherie” (64). La pessimistica conclusione del Nostro dinanzi all’evidenza di un “paese morto” (64) viene posta nei termini di esacerbato rifiuto delle logiche di potere e delle sue degenerazioni in atti omicidiari, minatori, di rivalsa, intimidatori e terroristici. Le citazioni e i rimandi letterari che si potrebbero avanzare in merito a quella che poi venne definita “questione meridionale” sono numerosissime e vaste tanto che ci limiteremo a queste, per introdurci nell’opera di Pasqualino Bongiovanni, il cui titolo è di per sé semplificativo dell’intero ragionamento che qui si sta cercando di fare. A sud delle cose, infatti, fornisce l’immagine di una Calabria vetusta e radicata a vecchie forme di sistema sociale dove connivenze diffuse, forme di disattenzione generalizzata per il popolo e gestione spavalda dei pochi vengono a dominare. Bongiovanni non parla nel titolo in maniera specifica della Calabria (che sarà poi svelata man mano dalle varie poesie della silloge) ma di un imprecisato e generalizzato “Sud” nel quale, appunto, dobbiamo includere le tante micro-realtà di provincia della parte meridionale del Belpaese: dal partenopeo, alle zone gallurese, dagli altipiani della Sila agli arroccati paesi siciliani, dal potentino alla Locride, ma anche il Sud di ogni parte del mondo. Bongiovanni, che ha vissuto vari anni nel non-Sud, compie un percorso di recupero di quegli oggetti, ricordi, momenti di un’età vissuta nell’ambiente calabrese rimembrando tanto i piacevoli scenari naturalistici (“pendii/ brulli e desolati/ della mia terra”, 66), atti a donare pace e creare sodalizio con l’anima, quanto le ambiguità costitutive della gente del luogo e l’incredulità verso il possibile raggiungimento di un bene comune. La prefazione di Anna Stella Scerbo dice che “i topoi della letteratura del Sud sono evidenti e non lascia dubbi la matrice culturale di essi, un’analisi del negativo che accomuna la migliore produzione della poesia e della narrativa meridionale, da Levi a Iovine, da Scotellaro a Santamaria. […] A volte si affaccia un non so che di consolatorio, funzionale non tanto alla poesia quanto alla lacrimevole retorica che ha voce di pianto e di rassegnata sottomissione”.
L’autore
Bongiovanni, con virulento realismo, parla di lavoro e fatica nei campi (“Morte di un contadino”); la filigrana sulla quale le liriche si dispongono è di desolazione interiore, sorta di lotta alle ipocrisie (“si saluta con la sinistra/ e s’intasca con la destra”, 61), denuncia convinta eppure ritirata, rimasta in qualche modo sottaciuta che risale come motivo recriminatorio e dolente verso la terra che gli ha dato i natali. Talvolta la sfiducia è disarmante tanto che il poeta s’incanala in formule espressive fortemente cupe e prive di remissione: “Contemplo l’amara tristezza/ del fondo di un bicchiere” (8). Le forze del Nostro atte a contestualizzare il problema e a identificarlo tale sono per lo più atti propositivi che nella complessità del reale finiscono per affievolirsi: “Grido controvento/ il mio disappunto/ di parole,/ le controversie/ dei pensieri/ che mai/ avranno rifugio/ o padrone” (15). Tali considerazioni sembrano farsi ben più croniche nella poesia ossessiva e lacerante “Domanda consueta” in cui l’autore annota: “Per chi cantare/ se le nostre mani/ non hanno strumento, né suono,/ e la nostra voce… non ha voce,/ e non ha grido,/ e nemmeno pensiero ha più?” (20). Sono poesie di un uomo fatto di terra e acqua, di montagna e mare, di un abitante del territorio che soffre con consapevolezza i drammi di un contesto regionale nel quale sembra impossibile rivoltare tutto per metterlo a posto. La poesia “Spleen” è senz’altro un identikit così scrupoloso e chiaro tendente a tracciare quell’emarginazione nella propria terra e conflitto nell’anima: “La mia anima guarda con occhi/ gravidi di lacrime/ i fogli rigati, macchiati/ da grumi di polvere nera e sangue,/ sudore e rabbia tra le mie dita” (9). La poesia “A sud delle cose” immancabilmente fa echeggiare il ritorno alle origini descritto In Conversazione in Sicilia (1941) di Vittorini: Bongiovanni narra in versi di un ritorno verso il Sud, “torniamo/ dove il mare,/in inverno,/ ha colori sporchi” (12), in quel paese addormentato “dove le preghiere/ sono lunghi mormorii/ avvolti in scialli neri” (12). Figurativamente vediamo quelle signore anziane coperte di nero, sprofondate in un lutto che non è tanto di un proprio caro, quanto una lacrimazione continua, una forma di stringato onore, di conformazione a un dolore dilagante e impalpabile. La chiusa della lirica, nella quale si ricalca la grande devozione a Dio, è di forte impatto: “Così/ torniamo a Sud/ a sud delle cose,/ dove l’amore è muto/ e si dà solo ai Santi” (13). L’amore non ha forma e non ha voce, c’è riserbo e vergogna, esso è celato o diminuito tanto che il solo sentimento concesso è un atto votivo, un appello al santo che possa serbare conflitti interiori, dilemmi sulla fuga, intenzioni e proponimenti che a nessuno è dato rivelare. Sud di “Cristi senza croci” (14) dove il Calvario del Signore è continuo, in un percorso non visto che non ha requie e che lo pone lontano e irraggiungibile al suo atto sacrificale ultimo, ambiente indistinto e fisso come una cappa dove “è solo vita che scorre…/ …grigia e stanca” (16), di ricordi che annegano “nelle sere ingiallite e fioche” (24), nelle conversazioni sterili e incapaci nella realizzazione (“in discorsi/ di secche speranze”, 60). Il sentimento di vile omertà è ben delineato nella “Litania meridionale” dove i “tre colpi/ di arma da fuoco…” (26) che lasciano a terra persone, lasciano osservare all’autore che “anche stavolta/ non è stato/ nessuno” (27); questa è quella che Pasqualino Bongiovanni definisce la “morte meridionale” (28) nella forma di un ammazzamento che avviene inconsulto, con un format ben conosciuto, dove non vi sono responsabili né testimoni né un concreto bisogno d’investigazione sull’accaduto: “Il pastore,/ che è lì steso,/ sdraiato,/ morto ammazzato,/ morto di morte/ meridionale” (28).
Franco Costabile
Varie poesie qui contenute affrontano il tema dell’emigrazione, una fra tutti è il “Canto dei nuovi emigranti” dedicata al poeta calabrese Franco Costabile (1924-1965) che fu costretto ad abbandonare la sua Sambiase per emigrare nel Settentrione, giungendo nel capoluogo laziale dove nel 1965 decise di porre fine alla sua esistenza. L’autore meridionale, al quale pure Ungaretti e Caproni dedicarono versi, durante la sua esistenza aveva dato alle stampe due opere poetiche: Via dagli ulivi (1950) e La rosa nel bicchiere (1961). A lui Bongiovanni scrive: “Abbiamo imparato/ a ripiegare/ in una valigia/ la vita,/ a riporre/ ordinatamente/ l’anima/ in una scatola./ Abbiamo/ titoli di speranza/ chiusi nella cartella” (37). Con un intento ideale teso ad abbracciare i dolori intimi e strazianti dell’esule, dell’emigrante, di colui che per varie ragioni deve lasciare contro se stesso la sua terra, l’autore scrive: “Conosco/ le ansie dello studente/ le speranze dell’emigrante/ di colore diverso/ e tutte uguali/ che si affrettano/ su binari e rotaie” (42). L’immagine del treno, della partenza e dei binari (“l’amore che parte/ su nuove rotaie”, 44) ritorna spesso nei componimenti; in questa maniera Bongiovanni traccia la forma tipo di viaggio dell’emigrante, abbandonato al freddo delle carrozze nell’attesa di lunghe ore per raggiungere il luogo della speranza, all’esatto opposto dalla sua anima e patria nativa: “Siamo vagoni abbandonati/ adibiti a case” (73), chiosa nella lunga lirica “Le gemme da innesto”. La conclusione a tale universo di nebbie, dolori ricorrenti, pensieri sfiduciati e una società gretta che cambia lentamente, pur continuando a nutrire al suo interno i suoi cancri, è che una conclusione non c’è: “Così/ non rimane/ che una discreta solitudine,/ un malessere muto/ che andrà scemando/ con l’arrivo della primavera” (22). Malessere che l’autore dice che scemerà, ovvero si attenuerà, verrà mitigato dai nuovi colori, dal sole e da una rinata speranza (“la nostra vita/ è questo sciogliere in mezzo,/ questo continuo sperare”, 91) ma che, in fondo, non sarà mai vanificato in forma completa. Neppure la fede, caposaldo della cultura patriarcale del Meridione (si sottolinea qui anche la bipolare manifestazione del malavitoso molto credente e al contempo assassino e torturatore di suoi simili), è in grado di far luce o per lo meno d’indicare una via di speranza numinosa, di confessione delle pene e di pulizia d’anima: “Immaginette/ di santi/ appese con semenza/ a pareti imbiancate a calce/ rinnovano/ non so come,/ la fede” (32). Eppure l’ultima volontà del Nostro è tesa a sottolineare con convinzione la decenza e il rispetto delle sue genti e di quelle di ogni Sud, lontane da forme di clamore o di urlante declamazione: “Abbiamo vite silenti/ cariche di dignità/ che nessuno ha mai ascoltato” (71). Un testamento da conservare, dunque, ma anche una realtà da rivelare.
[1] Di questo caso si è occupata ampiamente la stampa, difatti si trovano numerosi articoli in rete. Per approfondire meglio la questione in oggetto, consiglio la lettura dell’articolo “Poeti e scrittori meridionali del ‘900 cancellati dai programmi per i licei” a firma di Roberto Russo apparso sul Corriere della Sera il 19-03-2012. Lo scrittore Pino Aprile, con il suo libro Giù al Sud (2011), ha dedicato ampio spazio all’argomento come pure il critico letterario e docente Paolo Saggese mediante un incontro d’approfondimento e divulgativo in seno al Centro di documentazione della poesia del Sud di Nusco (AV). Lo stesso Saggese, assieme ad altri docenti e studiosi (Alessandro Di Napoli, Giuseppe Iuliano, Alfonso Nannariello e Raffaele Stella) ha prodotto un volume molto importante di contributi critici, con nota di prefazione di Paolo Di Stefano, intitolato Faremo un giorno una Carta poetica del sud (2012). Al suo interno sono contenuti questi interventi, illuminanti e ben posti a indagare l’importanza di autori meridionali e la loro indiscussa incidenza e preminenza nel vasto compendio della letteratura nazionale: “La ‘damnatio memoriae’ della letteratura del Sud (e della letteratura scritta da donne)” di Paolo Saggese; “Quei (bi)sogni di identità e unità nazionale. Scrivere la storia di una letteratura comune significa conoscere il mondo e aiutarlo a vivere” di Giuseppe Iuliano; “I poeti del sud del Novecento nelle antologie e nelle Storie della letteratura italiana adottate dalle scuole” di Alessandro Di Napoli”; “Razza impoetica. Gli esclusi e gli espulsi. I poeti del Sud nella storia della letteratura, nelle antologie poetiche e nelle Indicazioni nazionali” di Alfonso Nannariello; “Maria Luisa Spaziani, Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo e le “Indicazioni nazionali” per i licei” di Raffaele Stella.
[2] Tra gli altri autori meridionali molto meno noti e la cui attività e memoria è ricordata (in taluni casi) nei dati contesti locali da iniziative e premi letterari in loro memoria possiamo citare Maria Costa (Messina), Giusi Verbaro Cipollina (Soverato), Ciro Vitiello (San Sebastiano al Vesuvio), Francesco Graziano (Cosenza),…
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Ricevo con particolare piacere Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2017), il nuovo lavoro poetico di Michele Paoletti, autore che considero uno dei poeti più validi e interessanti del nostro panorama poetico odierno. Lo dico con onestà intellettuale e con cognizione di causa avendo seguito sino a oggi il suo percorso letterario snodatosi attraverso varie pubblicazioni che ho avuto modo di leggere e commentare e premi di prestigio (come “L’Astrolabio” di Pisa) che gli sono stati attribuiti. Parimenti non vi sono intenti di subdola piaggeria o di viziato compiacimento non avendo ancora mai avuto l’occasione di conoscere di persona l’autore e volendo il mio discorso riferirsi alla sua sola opera poetica, alla sua grande capacità immedesimativa che riesce a far figurare nelle menti di chi si appropria della sua opera.
Vorrei ricordare, allora, in questo breve ma – credo – utile excursus il percorso poetico dell’autore piombinese che ha esordito con l’opera, dal titolo di per sé istrionico e non ben decodificabile a una prima vista, Come fosse giovedì (puntoacapo, 2015) della quale avevo commentato rilevando la “meticolosa tecnica sintetica [atta a] provvede[re] a una disanima curiosa e singolare del mondo di fuori”. Il prefatore al testo, l’insigne Mauro Ferrari, aveva giustamente notato l’importanza del mondo teatrale, con le sue luci e ombre; la poesia di Paoletti ha – sempre e comunque – una pacata nota di drammaturgia: di vita in quanto tale ma anche quale trasposizione scenica, rappresentazione, mistificazione di un vissuto in quanto l’atto scrittorio non è mai in grado di uguagliare l’esistenza (per leggere la mia recensione a questo volume è possibile cliccare qui). A pochi mesi di distanza da Come fosse giovedì l’autore ha pubblicato La luce dell’inganno (puntoacapo, 2015) opera facente parte di un progetto visivo elaborato e molto apprezzato per mezzo dell’accostamento alle sue poesie di fotografie di Andrea Cesarini, così efficaci nel cogliere gli “attimi” impressi nei versi. La nota critica d’apertura, questa volta affidata alla sagace penna di una poetessa d’alto calibro, la pesarese Lella De Marchi (autrice di Stati d’amnesia, 2013 e Paesaggio con ossa, 2017), ci informa in merito alla ‘linearità’ da lei scovata nella poesia di Paoletti parlando anche di “una possibile liberazione-redenzione” che iscrive a piè pari la poesia del Nostro all’interno di un filone – se questo effettivamente esiste o può essere identificato – personale, intimo, sottaciuto, della sfera emotiva che fa i conti con le proprie riflessioni, di un sentimento ripiegato e analizzato, col quale colloquia nelle vaste stanze dell’interiorità. Una poesia personale, che raramente travalica intendimenti di carattere etico-civili intenti a condannare realtà fastidiose, a denunciare la propria appartenenza ideologica, difendere minoranze e metter fine a qualsiasi tipo di minoranza ed emarginazione. Una poesia intima eppure condivisa, plurale, aperta alle intricate potenzialità del sentimento che è di tutti e dunque non meno condivisibile, propria e universale imperniata sui toni del dolore, del tormento, dello struggimento ma anche del sano utilizzo della coscienza che spesso duella con i fantasmi del passato riuscendo a giungere a tregue, più o meno stabili.
Michele Paoletti
Se in Come fosse giovedì l’autore aveva parlato del “mio ottuso male” e della solitudine nei termini di un “freddo di ceramica sbeccata/ ramo conficcato controvento”, in La luce dell’inganno – nel cui titolo si percepisce un amalgama di rimorso e amara scoperta – non aveva eluso, ancora, di riferirsi a un’angoscia di fondo ben delineata nel verso “la muffa del mio male”. La muffa, per sua natura, è la produzione di materiale in forma di spore, polvere e filamenti, su un materiale organico, alimentare o meno, che si è rovinato a causa della sua non buona conservazione o per il fatto che, nelle circostanze ambientali nelle quali viene a trovarsi, si degrada fermentando. Sostenere che il male abbia la muffa significa poter avere la volontà di alludere a un tormento che continua, degenera, si sviluppa nel tempo causando il decadimento, la denutrizione, il marciume dello stesso sino a decretarne lo stato di morte. Nella recensione a La luce dell’inganno (che si può leggere per intero cliccando qui) ho avuto modo di scrivere: “In questo percorso tra elementi che marciscono, presenze vacue e pensieri grevi, la convivenza con uno stato di desolazione interiore finisce per mostrarsi assai accentuata e le poche immagini lievi e pregne di colore qua e là nel corso dell’opera non sembrano capaci del tutto a risollevare l’amarezza di fondo”.
Arrivo al fine alla nuova opera poetica dopo queste brevi note critiche anticipatorie che non hanno da essere intese come preambolo annunciatorio che pronostica già, nei temi e nelle forme, ciò che sarà sviluppato nel terzo volume. Piuttosto può esser utile per avvicinarsi in maniera più fedele e illuminata alla sua opera poetica permettendo al lettore di trarre da sé – laddove sia possibile e nel caso i pochi elementi forniti lo consentano – le increspature più caratterizzanti che rendono la poetica di Paoletti tale per com’è e la conosciamo.
Il Breve inventario di un’assenza (Samuele Editore, 2018) che poi così breve non è (sessantasei pagine di lunghezza che, per una silloge poetica, sono senz’altro buone e rispettabilissime!) è breve nella forma (sono liriche che, tranne pochissimi casi, non superano i dodici versi) e in quel dire doloroso che ha la forma di un commiato che si è compiuto nell’intensità di un istante breve. L’autore ha scritto queste liriche in memoria della figura paterna recentemente scomparsa che, oltre a lasciare una debordante assenza, ha reso edotto il figlio del carico emotivo degli oggetti. Così la camicia lasciata appesa, le scarpe, la manica scucita di una giacca, sono i segni evidenti di una vita che s’è compiuta e che, pur circondata dall’opprimente aria che non ha forma, è ancora lì presente, circolante negli angoli della casa, così come è onnipresente nella mente e nel cuore di chi la porta con sé. L’assenza, dunque, è catalogata (inventariata, per l’appunto) mediante i tratti del mondo fisico, gli utensili, gli oggetti d’accompagnamento che definivano l’attore dell’assenza che, fuggendo per sempre, li ha però lasciati lì nel suo luogo ancestrale. La prefatrice Gabriela Fantato, in riferimento a questa operazione di raccolta e repertazione degli oggetti operata da Paoletti, parla di “alfabeto della perdita”. In effetti pare di comprendere che l’amplificazione dolorosa si crea nell’io lirico dinanzi all’evidenza di quel mondo fisso e ormai insignificante, dominato da quegli emblemi, simboli e feticci che ormai hanno perso rapporti di appartenenza e usi pratici per divenire mere entità residuali.
Alcuni brevi versi della poetessa romana Amelia Rosselli fanno da puntuale apripista al percorso poetico che Paoletti ci propone di fare seguendo le varie composizioni che compongono il volume. La Rosselli, una delle maggiori voci poetiche del Secolo scorso, parla di “Un dolore nella stanza/ [che] è superato in parte: ma vince il peso/ degli oggetti, il loro significare/ peso e perdita”. Ritorna la correlazione di difficile sperimentazione e impossibile fuga tra oggetti e assenza dove quest’ultima è immagine e sinonimo di dolore. In termini aritmetici potremmo allora dire che la somma dei pesi dei vari oggetti lasciati che abbiano una qualche traccia di ricordo o di legame affettivo equivale al peso dell’assenza. L’assenza è chiaramente una lontananza, ma anche uno stato apparentemente irreale di sospensione, di progressiva ampiezza di un varco la cui attraversata è patentemente impossibile.
Nella casa-santuario dove gli oggetti-icone divengono emblemi di ricordo irrinunciabili, strumenti di connessione con un’entità altra e blando motivo di persuasione che sì, i bei momenti ci sono stati eccome!, il pensiero s’erge dal canto desolato di un uomo che di colpo nel mare più ampio ha perso la sua ancora al desiderio di un ritorno, pure se non materiale: “Tornerà il vento a scompigliare/ le cicale”; “Torneranno le giornate lunghe”: il sollievo può forse derivare non dalla pervasiva e dolente tribolazione nella venerazione degli oggetti, piuttosto in un tentativo ideale di fuga da quello spazio che ha addosso i segni del tempo. L’anelito al ritorno, infatti, non è tanto espresso nei termini di un ritorno del corpo del padre, vicenda impossibile nella realtà della cui impossibilità l’autore è ben conscio, quanto delle condizioni esogene (il tempo, la ritualità delle stagioni, le abitudini) ed endogene (il ritrovamento di una pace e una felicità interiori) nell’uomo. Pur flebili vi sono squarci d’apertura all’asfissia delle giornate improntate alla considerazione della desolante situazione d’assenza come il pensiero che è in grado di evocare la possibilità di una primavera esistenziale, dettata da necessità di andare avanti e resilienza: “Domani il rumore quotidiano/ spingerà la vita un po’ più avanti”.
Oggetti-simulacro quelli che “ci stanno intorno”, in sé addirittura malevoli, perché duplici nella loro forma: appartenenti a un’età felice e rassicurante quando l’unità era ingrediente delle giornate e ora, entità prive del suo possessore, in balia di se stessi, innocui e addirittura inutili ma capaci di incutere soggezione e dolore in chi, rimasto, non può non concepirli disgiunti da chi ne faceva uso e ne caratterizzava le giornate. Oggetti che, in quanto tali, non hanno un’anima e non avrebbero nulla di buono o di non buono ma che, rivestiti dei significati personali e intimi di chi li ha sperimentati, fungono da imprecisati avanzi ma anche da resti memoriali. Difatti per il Nostro essi risultano nulli per la loro funzionalità (la camicia da indossare, etc.) e divengono emblema di una traccia di passato: “ascolto gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi”.
Quell’inventario che è difficile da eseguire e che mai, forse, verrà veramente portato a compimento non essendo possibile catalogare le emozioni, situarle in cartelline, organizzarle in faldoni e tenerle lì belle precise, è esso stesso ragione e motivo di quel “nodo sottile di dolore” che annebbia la ragione, inquieta l’animo e non fa altro che produrre il caotico “sbilancio dei giorni/ che spesso si confondono”.
C’è poi la sezione del libro intitolata “Muri”, quelle pareti divisorie delle stanze della casa-culla che “hanno la pazienza/ grigia delle cose,/ raccolgono la nostra polvere/ che si disperde in fretta”. Muri che, come silenti protagonisti delle nostre case, assistono alle vicende in esse sviluppatesi, ai dialoghi, ai momenti di gioia, depressione e dolore, quali custodi autentici di un vissuto intimo che nella casa si esplicita e lì rimane. Sostegni averbali, curiosi protettori di intere esistenze che ha visto nascere, crescere, maturare per poi sfiorire e perdere la vita. Presenze continue e rassicuranti, sodali nel pianto e nella lotta con noi stessi, eppure così riservati e taciturni da non aiutare a risolvere i drammi, ma neppure a ostacolare il felice svolgimento dei giorni gaudiosi. Essi, nell’età in cui Paoletti ce li descrive, sono sintomo di passato, di un’età che tutto ha visto passare serbandone il ricordo sulla quale sembra calare una cortina di dubbio, di polverosa reticenza: “I muri/ gettano un’ombra sulle cose/ rendendole più dure”. Muri che sembrano stringersi su se stessi, ridurre spaventosamente la superficie calpestabile delle stanze, come se l’io lirico si sentisse progressivamente privato d’aria da respirare, quasi strozzato, ammorbato, rinchiuso e impossibilitato a muoversi, finanche a far utilizzo della ragione. Muri che ingabbiano i ricordi, polvere che ammanta gli oggetti, aria che si fa pesante, dolore che si fa estremo e cronico in quegli spazi una volta animati e vissuti da esistenze ora non più qui: “I muri affondano radici di cemento,/ si abbarbicano al resto delle cose”.
Tutto ciò accade mentre il pensiero sull’assenza del padre s’irrobustisce nella mente del Nostro da diventare un dilemma insondabile, un rovello che fiacca e fa star male tanto da condurlo a divagazioni atipiche e in sé surreali come quando dice “perdo/ tempo a indovinare la forma/ delle stelle”; altre volte la cappa di stordimento è meno accentuata e allora è in tali frangenti che, savio del tempo che gli è dato di vivere, riflette sul ciclo rituale di vita e morte: “il mondo vive/ nelle foglie mute, nel ricordo/ della terra intatta”. I muri, prima vetusti e freddi, stringenti e quasi fastidiosi, capaci solo di ottenebrare la mente e ostacolare la calma riflessione, divengono – nel ricordo mai domo della cara figura paterna – una sorta di propaggine tesa per trasmettere forza e amore: “lascio che il calore del muro/ si imprima sulla schiena/ prima di allacciare/ l’ultimo bottone del colletto”.
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Titolo di per sé ambiguo e che apre alle possibilità, a una fertile evocazione, questo dell’opera poetica di Maria Luisa Colosimo, L’azzurro e l’obliquo (Lebeg, Roma, 2017). Il volume, che si apre con una perspicace ed esaustiva nota critica firmata da Giovanni Perrino, si mostra formato da due comparti in sé ben definiti: un poemetto iniziale che copre svariate pagine, una sorta di dialogo con sé stessa, e poi una serie di liriche dalla fattura per lo più affine, numerate in senso progressivo da numeri romani, delle quali si apprezza, invece, la brevità dei contenuti espressi.
Perrino allude a una possibilità di “tonalità corale” nell’opera della Colosimo della fattispecie delle alte opere della classicità greca dove una sorta di rimando echeggiante, di feedback uditivo vien dato di percepire da una danza indefinita di voci e toni che in qualche modo accerchiano i protagonisti principali. C’è senz’altro, nel piglio letterario della Nostra, un dire che è dotato di una pluri-evocatività vale a dire che si realizza – o potrebbe realizzarsi – su piani linguistici e concettuali diversi. Nell’opera si rintracciano varie isotopie, ovvero immagini che, radicate nei versi, vengono reiterate, riproposte e utilizzate più e più volte, anche in contesti versificatori differenti, a intendere una centralità tematica. Non sono, però, come semplicisticamente si potrebbe essere portati a credere, delle vere e proprie unità tematiche, piuttosto delle sfumature di senso, delle aggettivazioni arcane e pertanto insondabili, delle metonimie che la sola autrice ha definito in quanto tali perché rilevanti nel suo percorso di acquisizione della realtà e di trasposizione nel testo. Mi riferisco all’universo, diremmo al grumo, dell’azzurro che, oltre a far capolino nel titolo, come pure nella tonalità dell’iride della donna raffigurata nella copertina, ritorna e accompagna il lettore in questo percorso poetico, scevro da logicismi, definizioni temporali o dettati che abbiano in qualche modo la volontà, pur velleitaria, di ricostruire un passato, una memoria e un presente in forma standardizzata, comune: “Ti parlo dell’erba/ e della memoria/ turchina/ che tutto lega/ come un filo di lana” (10-11).
È evidente il percorso compiuto di conoscenza del dolore e il tentativo d’interfacciarsi ad esso, sia esso dovuto da cause insondabili che la poesia non svela, sia esso più chiaro laddove, ad esempio, ci narra di distanze e difficoltà con la figlia femmina, in un percorso altalenante nel quale non è difficile scorgere il tormento, se non il vero avvilimento della donna poeta (“Nessuno si è mai messo/ in una situazione così/ moglie precaria/ e una figlia/ che non è/ una figlia”, 60; “Non voglio più/ vedere/ mia figlia./ […]/ Tre giorni ancora/ e la pazzia/ mi prenderà”, 66). Si tratta pur sempre di un “dolore/ nel silenzio/ e nell’azzurro invidiato” (12) ossia sospeso in uno spazio che sembra illusorio in quanto dominato dall’assenza e che, invece, è talmente preponderante e assiduo da riuscire finanche a macchiare quell’azzurro incontaminato che domina nel pensiero.
Il ragionamento ermeneutico non deve, però, tralasciare l’altro lemma che figura nel titolo, al quale la Colosimo ha senz’altro voluto attribuire un significato che va ben oltre a quello comunemente inteso. Con ‘obliquo’, infatti, intendiamo una posizione non regolare, non uniformata alla geometria retta, che tende verso un punto distante percepibile, appunto, secondo una direzione a diagonale, piuttosto che rettilinea. Obliqua può essere una direzione, una visuale (“La mia anima/ in fondo/ come occhi/ azzurri/ che guardano obliqui”, 16), la disposizione di un oggetto, la conformazione di un muro ma anche emblema di una stortura, di un’imperfezione che siamo in grado di cogliere. Può riguardare, qui nella materia poematica, un qualcosa che non ha riferimento diretto all’universo fisico e oggettuale piuttosto intimo, personale, dell’animo. Una predisposizione a vedere che ha in sé un vizio, un sentimento di rivolta interiore, un non soddisfacimento completo, un continuo e rivoltante pensiero che zirla nella mente e fastidia.
Ogni verso ha espressione, oltre che nei termini linguistici che lo costituiscono, in forme e tonalità di colori, sfumature, cromatismi spesso esplicitati, altre volte allusi o intuibili ma sempre e comunque assai vividi e presenti. Il colore (“È tardi per dipingere/ in rosso”, 23) è una dominante nell’opera della Colosimo che l’avvicina ancor più a un poeta visivo e tellurico come Federico García Lorca a cui pure Perrino si riferisce, indirettamente, senza citarlo, quando avvicina l’opera in oggetto ad una forma di composizione poetica tipicamente orientale, il divan. Celebre è infatti il Diván del Tamarit, una delle opere lorchiane meno studiate ma senz’altro efficaci per le forme adoperate, erede di un fascino incontaminato verso il gitanismo e, ancor più, la cultura del mondo arabo.
L’autrice riflette sui limiti umani in merito alla sua capacità di serbare fulgenti e concreti i ricordi che appartengono a un’età non più presente (“Vieni più vicina/ nel centro/ della memoria”, 25) come pure non manca di far riferimento a un male assai diffuso che ammorba l’animo degrandandolo, quello della solitudine. Solitudine che non viene dato di comprendere in maniera così asettica e invalicabile se sia in parte una sorta di scelta di distanziarsi dal mondo o se, invece, fa seguito a dati accadimenti che hanno preteso appunto la fine di una storia, la rottura di un legame, la fine delle relazioni sociali prima determinanti. Pare di poter propendere per tale seconda possibilità se consideriamo che mai nessuna persona anela consciamente a una completa solitudine che immancabilmente comporta un doloroso isolamento e separazione coatto dall’ambiente circostante. Oltretutto, nella poesia indicata come “VIII” (le liriche, infatti, non hanno titolo) leggiamo: “Troppo stentata/ la mia vita/ troppo bisognosa/ di riparazione/ troppo bisognosa/ di misericordia” (48). Sono presenti in tali versi due concetti molto importanti per il cristiano: la nemesi, vale a dire il riconoscimento di una problematica che è risolta con un atto di compensazione (s’intende ovviamente non in termini meramente materiali!), quale appunto “riparazione” come la stessa dice e, al contempo, la misericordia che è quel sentimento di autentica e disinteressata vocazione e ascolto verso l’altro. La ricerca di una misericordia e di una riparazione, vale a dire l’esigenza di porre pace con sé prima che con gli altri, possono allora configurarsi come motivi trainanti che potrebbero consentire di rompere la solitudine e di lenire il tormento.
Nelle Diciannove poesie, che è la seconda sezione dell’opera, molte attenzioni vengono riposte nei confronti del rapporto con la figlia, ora distante, ora incompresa dalla madre, ora cercata e riavvicinata. Monologhi che si aprono, dunque, a un’alterità a lei così intima che finiscono per diventare dialoghi sussurrati, talora addirittura moniti per un riavvicinamento e una sana alleanza tra le due. Latente e palpabile quel sentimento di tormento e di pesantezza dal quale la poetessa non sembra capace o volitiva dal distanziarsi, evidenziato così bene in quegli “occhi/ che/ mangiano/ la vita/ poco/ a/ poco” (69), segno di un’erosione continua che non sembra possibile arrestare. Eppure l’occhio che da obliquo ha descritto la realtà circostante e il microcosmo devastato dalla sofferenza, sa anche alzarsi e gettare il suo sguardo rettilineo: “Non è troppo caldo/ non è troppo freddo/ per guardare/ le foglie e l’asfalto” (14).
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Palermo, barocca e misera, potente e asservita ha storie da raccontare, di gente nota, i Ramacca, gli Agliata e di tanti di cui affiorano solo scarse testimonianze, come Lucia Salvo. La quotidianità che scorre monotona non ha fascino per chi compone un racconto, perciò la scrittrice ricerca quello che va al di là dell’apparenza, che sfiora il mistero del non detto e dell’inconsapevolezza, come il fatto che segna la vita di Lucia o la mutilazione che rende il castrato signorino Angelo, forse. Ma controvoglia. Sono due creature che contro il buon senso del tempo non reputano una fortuna essere spettatori delle ricchezze e degli eccessi dei nobili, ma le considerano semplicemente una dannazione e una complicazione dell’anima. Questa convinzione porta Lucia a respingere l’assalto amoroso del Conte figlio con un morso da furetto. Da qui il titolo del romanzo e la citazione in epigrafe da Giorno dopo giorno di S. Quasimodo in cui ricorre la parola morso. Nel romanzo Lucia morde per difesa, nella poesia il morso è inferto dal dolore, dalla violenza, dalla guerra. Ma identica è la separazione netta tra chi opprime e chi è oppresso, tra chi è nato per servire e chi deve essere servito. A servire è destinata Lucia Salvo, ma il fatto la rende intimamente libera, è la creatura più libera che io conosca, dice il conte figlio. La storia si svolge alla vigilia della rivoluzione siciliana del 1848 a Palermo, un’epoca che stava cambiando e che nessuno prendeva sul serio…Non la nobiltà, rammollita dalle decime e senza occhio analitico. Non la borghesia nascente, figlia povera della nobiltà stessa e già incline a imitarne tutti i vizi. Il popolo sì che, invece, fremeva. Di fame, di peste, di pidocchi e ansie. Nel groviglio dei fatti personali e politici che s’intrecciano e sfociano nella rivoluzione del 12 gennaio 1848 a Palermo viene inconsapevolmente coinvolta Lucia, che vi scoprirà per brevi istanti l’amore per lo sconosciuto prigioniero dagli occhi verdi, che la spinge a un generoso gesto di coraggio. Ma l’amore è un breve lampo e il suo destino di babba, pazza, non può che compiersi. A metà dell’Ottocento in Sicilia le donne di qualunque condizione sociale non riescono a sfuggire al loro destino di succube del mondo maschile. Neanche la giovane Assunta degli Agliata vi riesce.
L’autrice Simona Lo Iacono
Inquieta e desiderosa di scegliere il proprio destino per sfuggire alla condizione nella quale si trova la madre, inebetita dai numerosi parti, compie tentativi confusi e contraddittori. La sua vaga aspirazione alla libertà è alimentata dai discorsi delle monache e dalle letture che le precludono un vero contatto con la vita: La vita, la vita vera-sospira-le pare a un tratto romantica come i libri di quel Cervantes… Alla fine sposa un vecchio e ricco nobile, che la obbliga a figliare a dispetto del disgusto. Con stile sobrio e coinvolgente, venato a tratti d’ironia, Simona Lo Iacono il “Il morso” (Neri Pozza, 2018) affronta ancora una volta storie di donne contestualizzandole nel tempo e nello spazio del romanzo con il suo abituale impegno civile, nella rappresentazione-denuncia di un mondo ignorante e arido volto solo ai piaceri e al dominio.
L’autrice
Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Le streghe” di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.
GABRIELLA MAGGIO
L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Aforismi, poesie in un continuum emotivo-razionale che mette a nudo, senza pudicizia, l’anima di Letizia Tomasino. Il titolo della raccolta, L’impudicizia dell’anima (2017), stupisce e incuriosisce il lettore, inducendolo a congetturare contenuti scandalosi, osceni, ma di fatto, se il lettore si accosta all’opera con tale curiosità, alla fine resta profondamente deluso perché di fatto l’impudicizia a cui allude la poetessa-scrittrice è soltanto l’apertura totale del cuore e della mente, la schiettezza con cui si pone di fronte a se stessa e alla realtà, ai problemi dei nostri tempi, ora esponendo il suo sentire, quale, ad esempio, l’amore per il suo uomo (“Quannu mi chiami “Amuri” io mi sentu ricca,/nu tantu di ricchizzi dila terra/quantu di sentimenti e cosi duci”; in “Beddi paroli”, p. 24) o l’amarezza del suo abbandono (“Fino a ieri ero la tua stella, il tuo sole, il tuo tutto/e adesso mi butti via come si buttano delle ciabatte” in “Bugiardo amore”, p. 8), ora, facendo le sue riflessioni su tematiche etico-morali, quali la carità, la misericordia che dovrebbero caratterizzare i nostri comportamenti, a prescindere dalle religioni praticate e dall’epoca in cui si vive, perché espressione di civiltà e umanità. Così di fronte ad alcuni eventi tipici dei nostri tempi, ma anche ricorrenti nella storia dell’umanità, quale, ad esempio, l’emigrazione, la poetessa Tomasino si rivolge all’immigrante con questi versi: “inutilmente cavalchi l’onda,/la stessa che ti ricopre/Fuggi dalla tua terra/e sei merce in mano/a gente senza scrupoli/…smarriamo memoria di avi, migranti anche loro, come voi/…” in “Migranti”, p. 34).
Non stupisca neppure la connessione degli attributi “emotivo” e “razionale” perché l’autrice compone esprimendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche proponendo il suo punto di vista razionale, in una miscela in cui i due elementi si equilibrano, considerato che il razionale è condizionato dai principi etico-morali che costituiscono il presupposto della nostra essenza, insomma, come in un particolare e personale processo dialettico di stampo hegeliano (tesi: ragione; antitesi: emozione, sentimento), l’autrice perviene a una sorta di sintesi superiore che si chiama “Poesia”.
Questa liberamente si espande nei versi che progressivamente propongono tematiche esistenziali, connesse, come già si è rilevato, al suo presente o ai propri personali ricordi (“Avresti potuto amarmi per come meritavo/avresti potuto darmi il bene che cercavo/Scusami tanto papà Se non mi hai capito, te lo dirò nell’altra vita oppure all’infinito” in “Papà”, p.87), ma pure a tematiche relative all’uomo in quanto tale (“Non esiste prigione peggiore per l’uomo/ che l’essere schiavo del suo corpo e del tempo,/ma anche delle malattie che angosciano/la mente” in “Prigione”, p. 29), con un percorso che, in modo spontaneo e semplice, scivola nel sociale, al nostro ieri e ai nostri amari tempi. (“Una valigia è di cartone se il suo contenuto/sa di rassegnazione ed emigrazione./L’emigrante…/Torna, ogni tanto, a visitare il paesello/vedendolo sempre come un gioiello” in “La valigia”, p. 54).
I versi poi diventano aforismi, quando Letizia Tomasino con saggezza ci detta massime, fa osservazioni che sanno di sapienza di vita, fondata sulla conoscenza della grandezza e della miseria umana e, proprio per questo, sa anche farci sorridere quando corona le sue riflessioni con le conclusioni a effetto, con l’ironia, talvolta amara: “Credo che molte persone invece di parlare di tutto senza saperne nulla, potrebbero limitarsi a parlare del nulla di cui sanno tutto!” (in “Parole vuote”, p. 59). Molti aforismi, oltreché per il loro contenuto, si caratterizzano anche per il lirismo che li pervade e, pertanto, li rende associabili alle poesie che ad essi si alternano.
Il lessico semplice, ma semanticamente pregnante sia nelle liriche in italiano, sia in quelle in dialetto siciliano, la versificazione libera, pur nella presenza di rime (“ ….difetto/ …/ …petto” in “Cuore mio”, p. 23), assonanze (“…sguardo/ …/ …passo”, idem), consonanze (“… sera / …amore”, in “Notte stellate”, p. 31), come anche le figure retoriche, quali anafore (“se ti cerco…/ se mi vieni…\ se percorro…” in “Nostalgia”, p.30), metafore (“Mi bevo a piccoli sorsi il tuo sorriso” in “Bevanda amara”, p. 39) etc…, avvalorano ulteriormente “l’impudicizia dell’anima” di Letizia Tomasino.
FRANCESCA LUZZIO
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Per anni la letteratura fantasy ha subito l’ostracismo, specie in Italia, sia dei critici che dei lettori forti: gente che legge più di un romanzo al mese. A parte i rari casi di successi nazionali e internazionali – vedi Valerio Evangelisti o Licia Troisi con il suo ciclo del Mondo Emerso – questo genere non ha trovato nel nostro Paese voci abbastanza forti da mettere in campo di fronte alla tradizione più consolidata e apprezzata del fantasy anglosassone. Il successo di Harry Potter sia nella sua versione letteraria che nell’adattamento cinematografico ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga tradizione di illustri scrittori che si sono cimentati in questo genere letterario: Tolkien, C.S. Lewis, Roald Dahl solo per citarne alcuni.
L’autore di cui vi parliamo oggi è un simpatico gnomo, non ce ne voglia, ma in alcune foto che vedono la sua partecipazione ai vari festival fantasy è apparso proprio così con tanto di abito verde e cappellino rosso a punta. Il suo nome è Patrick Rothfuss. Un nome da ricordare visto che la sua trilogia, Le cronache dell’assassino del Re, è stata paragonata al ciclo della Rowling: sia per la potenza narrativa delle vicende messe in campo, sia per la complessità del mondo che ha saputo creare. Il nome del vento è il primo tassello di questo puzzle che il lettore scoprirà attraverso la voce del suo protagonista: Kvothe.
È lui a narrare la sua storia di fronte ad un giornalista, detto il Cronista, che è riuscito a scovarlo in una sconosciuta locanda di un ancora più sconosciuto paese perso nell’enorme geografia del mondo di Rothfuss. Kvothe è diventato una leggenda e il giornalista vuole ascoltare dalla voce dell’eroe la sua vera storia. Il primo libro della trilogia diventa dunque un lungo flashback che ascoltiamo dalla voce stessa di Kvothe che concede all’ascoltatore tre giorni: tre giorni per ascoltarlo e ricavare dalla sua storia tutto ciò di cui il Cronista ha bisogno per scrivere la sua di storie.
Nato in una famiglia di artisti e saltimbanchi, gli Edama Ruh, esperti nelle arti della recitazione, del canto e della giocoleria si sposta di paese in paese a bordo di carri. La carovana gira per questo mondo popolato di superstizioni e arti più o meno limpide, mentre il giovane Kvothe apprende dal suo mentore, il vecchio Albany, l’arte segreta della simpatia. È la magia che collega tutte le cose attraverso un legame simpatetico che unisce il simile col simile. La pace è rotta dall’incontro della carovana con i temibili Chandrian, mostri venuti dalla parte più oscura e superstiziosa di un mondo che sembra aver dimenticato la loro presenza. È a questo punto che Kvothe perde tutto quello che ha e la sua vicenda si intreccia a quella di tanti altri orfani che popolano le vie della città di Tarbean, dove si trasferisce dopo il massacro dei Chandrian con la segreta speranza di entrare nell’Accademia.
Questa è il cuore dell’insegnamento delle arti magiche e nella sua biblioteca si trovano testi arcani che parlano dei Chandrian. L’abilità dell’autore sta nel creare un universo così coerente e maniacalmente perfetto in cui ogni tassello che il lettore incontra per la via va naturalmente al proprio posto, nonostante l’apparente complessità dei personaggi e del mondo che ha saputo costruire. Un’abilità che emerge nei sottili giochi di parole che riesce a creare, così come nella costruzione, gustosissima, di nuovi giochi come il corner che ricorda il moderno poker e dove i giocatori devono applicare strategie e abilità particolari in un mondo dove la magia e l’alchimia sono scienze al pari della logica e della matematica.
La ricerca di Kvothe è infatti ricerca della verità e impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per arrivare a vendicarsi dei temibili Chandrian. La ferita e il conflitto che ne deriva fa da propulsore all’intera vicenda capace di generare pathos e potenza narrative rare in un romanzo fantasy. È il viaggio dell’eroe raccontato dall’eroe stresso, con una scelta da parte dell’autore capace di catturare il lettore perché come scrisse W. Somerset Maugham: “una storia vera è sempre meno vera di una inventata”.
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In tutto lo scenario dei poeti pugliesi, quello che fu più legato alla sua terra fu senza dubbio il poeta e scrittore Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo, 1922-Manfredonia, 1 settembre 2012).
Il 1950 fu l’anno della sua raccolta Nubilo et sereno, opera che può essere considerata come un moderno cantico francescano in cui la Puglia ne è l’ambientazione e il personaggio principale. Una Puglia vista e concepita da Serricchio come una terra colma di speranza e giustizia, in cui ancora oggi si possono difendere e salvaguardare gli affetti familiari, come un luogo in cui il poeta rivive le reminiscenze della sua esistenza passata, attraverso frammenti memoriali, e sfoghi dell’Io.
Nel 1956 seguì L’ora del tempo in cui il lessema ora si riferisce, all’alba della campagne salentine, caratterizzata da una leggera e impercettibile foschia in cui si perdono le proprie origini. Poesia della dimenticanza, ma allo stesso anche delle gioie quotidiane e degli intimi affetti.
Diciassette anni passarono prima di una nuova raccolta, L’estate degli ulivi, che uscì nel 1973. Ancora la Puglia come protagonista. Qui, però, a differenza della raccolta del 1950, si vivono più intensamente gli affetti familiari, letti come sentimenti veri e compassionevoli. Inoltre in questa raccolta la Puglia è rappresentata in tutte le sue mistiche e meravigliose ambientazioni paesaggistiche. La Puglia, e più in generale il Meridione, vengono concepiti come degli strumenti per indagare le loro spazio-temporalità, ormai ferme e immobili nella vita e nel tempo, che in queste modo non riescono a oltrepassare la normale esistenza. Solo attraverso il canto dei sui elementi naturali la Puglia potrà liberarsi dal suo secolare ed eterno patimento sociale. Il Sud è concepito da Serricchio come l’unico custode e protettore di un universo epico immensamente “calmo” e “affettuoso”, grazie anche a una spirituale sacralità colma di moralità e di dogmaticità.
Nel 1978 uscì la raccolta Stelle daunie dove ancora la Puglia è protagonista. Regione che quest’opera è analizzata da Serricchio nella profondità delle sue vetuste radici, attraverso l’esaminazione di alcune stele ritrovate nella Capitanata (distretto storico-culturale)[1], che rappresentano immagini proto-statiche.
Nel 1991 uscì Questi ragazzi, opera nella quale stranamente non è presente la Puglia ancestrale e magica, bensì quella intima e giornaliera, attraverso poesie che il Serricchio dedica ai suoi figli, nipoti e alle nuove generazioni totalmente immerse, nella cultura anglo-americana degli anni Novanta.
Il 1997 è l’anno di pubblicazione della raccolta Polena-Riverberi di fine millennio in cui la Puglia è vista, come la via per un viaggio etico ed esistenziale, che rapporta il Serricchio con una terra nemica e oscura, che è composta da vite schizofreniche e da vetusti bagliori del passato.
Sempre nello stesso anno uscì la raccolta Lu curle che in italiano è traducibile come La trottola. Un’opera interamente scritta in dialetto che, per la precisione, è quello della sua Monte Sant’Angelo. Così l’autore ritorna al linguaggio delle sue radici ovvero al linguaggio della fanciullezza.
STEFANO BARDI
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Bibliografia di Riferimento:
G. Bertone, Inchiesta sulla poesia. La poesia contemporanea nelle regioni d’Italia, Foggia, Bastogi, 1978.
G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Milano, Mursia, 1983.
M. Dell’Aquila, Puglia, Brescia, La Scuola, 1986.
M. Zizzi, A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, Faloppio, Lieto Colle, 2012.
[1] Capitanata: distretto che corrisponde all’antica Daunia e all’attuale provincia di Foggia, che comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano, e il Subappennino Dauno.