“Leporis” di Meth Sambiase, recensione di Lorenzo Spurio

Leporis
di Meth Sambiase
con prefazione di Daniela Cattani-Rusich
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2011
Collana: Arduer
ISBN: 978-88-95881-50-8
Pagine: 40
Costo: 8 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 
 
Neppure la memoria
ha  distanza
tutto può essere segnato (p. 23)
 
 

Che cosa è questo libricino? Una raccolta di pensieri, una serie di frammenti monotematici, una poesia a carattere incalzante e narrativo, un poemetto, una plaquette – come la definisce Daniela Cattani-Rusich nella nota di prefazione. Dal francese, “plaquette” può esser tradotto come ‘opuscolo’, ‘piccola pubblicazione’, ‘pamphlet’.

E’ evidente nel corso delle varie liriche che contengono questa silloge – che si susseguono l’una all’altra senza un titolo, quasi a significare che si tratti di una sorta di poemetto- quale sia il tema da cui tutto muove. In realtà non è un vero tema, è una immagine, quella della lepre, animale selvatico appartenente alla stessa famiglia del coniglio che si caratterizza per la sua grande velocità. Ma se pensiamo al celebre Lewis Carroll non possiamo neppure dimenticare il Leprotto Marzolino, personaggio quanto mai strambo sul quale venne appunto coniato il detto “mad as a march hare” (pazzo come un leprotto marzolino).

La lepre dunque viene impiegata da Meth Sambiase come espressione primigenia e incontaminata della natura –è, infatti, un animale che non si alleva- ma forse anche perché espressione di incongruità (Carroll). A queste accezioni ne aggiungerei un’altra che fa riferimento a un proverbio spagnolo che dice: “cuando menos esperas, salta la liebre” (quando meno te lo aspetti, ecco che fuoriesce la lepre). La lepre è dunque manifestazione dell’imprevisto e allo stesso tempo fonte di stupore per chi se la trova davanti. Proprio come avviene leggendo questo libro.

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Chi è l’autrice?

Simonetta Sambiase, in arte Meth Sambiase, nel 2011 ha vinto il Woman in Art, sezione poesia, con presidente di giuria Milo De Angelis. Ha pubblicato due libri di poesie: Tempo inaspettato e Una Clessidra di grazia, edizioni Rupe Mutevole. E’ presente in varie antologie tra cui quelle edite da Aletti, Edizioni Rei e Samperi Editore.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Per una strada” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Per una strada
di Emanuele Marcuccio
SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100
ISBN: 978-88-6347-031-4
Genere: Poesia
Prezzo: 12,00 €
 
Recensione a cura di Anna Maria Folchini Stabile
 

Perché i poeti scrivono poesia?

La risposta per Emanuele Marcuccio è una soltanto: “La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere per esprimere i più reconditi sentimenti umani”.

La poesia, quindi, è immaginazione, trasfigurazione ed emozione che passa dal cuore del poeta alla mente e al cuore del lettore che sa mettersi in ascolto, disposto a partecipare a quel miracolo grande che è la comunicazione poetica.

Con questo spirito ho sfogliato le pagine di questa raccolta di versi, pronta a cogliere sfumature, percepire messaggi appena sussurrati, attenta alle parole e al loro significato, ben sicura che un poeta sceglie i vocaboli con l’intento di lasciare un messaggio suo – solo suo – a chi lo legge, essendo ben conscio di aver scelto di farlo.

Ecco, allora, che mi colpisce, innanzitutto, una prima ammissione nella Prefazione scritta dall’Autore stesso. “Per una strada” (pag. 77), le tre parole scelte per dare il titolo alla raccolta, ritornano ad una delle poesie da lui composte, scritta sullo scontrino di una spesa effettuata e ispirato da quanto vede intorno a lui: gli Uomini, tutti insieme, fianco a fianco, percorrono la strada della vita che affratella e pone in relazione pur senza sapere, senza comprendere, senza averne piena coscienza.

Tutti gli esseri umani sono in cammino e questa idea è di frequente sullo sfondo delle liriche di Emanuele Marcuccio che descrive il peregrinare, spesso inutile e forse vano, alla ricerca di una meta. Ecco perché nelle sue liriche “Il viandante” e “Ulisse” (pag.17), scritte nel 1990, il Poeta parla di “immemore errare” e di vita e saggezza che sfuggono a chi pensa di impostare l’esistenza solo sulla razionalità “rude”.

Nel corso di circa quindici anni il Poeta si sofferma sui temi caldi che percorrono la vita di quegli anni e registra gli avvenimenti accompagnandoli col grido civile del dolore, del rammarico, dell’afflizione. Così documenta la Strage di Capaci (pagg. 33-34 “Urlo”), la guerra di Bosnia (pag. 61  “Massacro”), le vicende d’Albania (pag.73 “Albania”), il dramma di chi fugge da terre devastate dall’odio e dalla guerra in cerca di salvezza, di futuro e di pace ( pag. 92 “Per i rifugiati”). Il nostro Autore registra gli avvenimenti nella sua coscienza di uomo e si lascia commuovere dalle vicende di cui è testimone: immerso nella storia, supera il momento della cronaca e diventa presente e responsabile. Le vicende assumono significato, l’Uomo ricorda e tramanda accompagnando le vicende con il suo sentimento partecipato (“Dolore immenso e aspro / dolore orrendo negl’occhi / […] ricordiamo i passati lutti, / giammai dimenticati, […]).

Il conforto dalle tristezze della vita quotidiana gli viene dal rifugio nello studio e nell’approfondimento culturale che accompagna la sua crescita personale e spirituale. Nasce così un colloquio continuo con i Padri della conoscenza e dell’Arte, personaggi letterari e artistici di ogni tempo rivisitati e ritrovati, come in una galleria dedicata ai quadri degli antenati che parlano al suo cuore e ispirano i suoi versi. Così, per esempio, succede grazie alle poesie “Alla Gioconda
(pag. 30), “A Vittorio Alfieri” (pag. 35), “Nausicaa” (pag. 37), “Amleto” ( pag 54), “Parsifal” (pag.55), “Annibale” ( pag.56), “Seneca” ( pag. 57).

Non mancano anche riflessioni sui grandi poeti, quali Dante (pagg. 52-53) e Leopardi (pag. 43), e l’omaggio sentito allo scrittore Sciascia, (pag. 62 “A Leonardo Sciascia”), coscienza del nostro Novecento.

Affiancano le liriche colte i versi dedicati agli affetti personali, al sentimento d’amore che placa gli affanni quotidiani ed è approdo sicuro per il Poeta che sa ritrovarsi Uomo nella pienezza del suo sentire e nella capacità di riconoscere chi sa camminare con lui nelle strade della vita.

Più serene le liriche che chiudono la raccolta, più legate ai sentimenti intimi e profondi come le liriche “Canto d’amore” (pag, 89) e “Come un sogno” (pag. 91). Colpiscono i versi di quest’ultima poesia che testimoniano la serenità conquistata che lo avvolge: “[…] il mio andare disperso / si placa, e non chiedo nulla: / trovo alfin la pace, / la pace serena dei tuoi occhi.”, perché, dice Emanuele Marcuccio, chiudendo questo suo decennale cammino spirituale, la vita va apprezzata con serenità e tranquillità: “[…] Non affrettarti, non affannarti: / prendi la vita come viene, / e non curarti dell’avvenire, / prendi tutto con calma / e alla tua meta giungerai, / e sarai ancora te stesso.”
(pag. 98 “Affollamento e inutili affanni”).

Si può vivere, quindi, e si può essere Uomini. Il passo della vita può essere lungo tanto da non affannare il respiro, perché basta darsi il tempo e concedersi a se stessi.

 

Anna Maria Folchini Stabile

(scrittrice e poetessa).

Angera (Va), 23 luglio 2012.

 

 

Chi è l’autore?

Emanuele Marcuccio (Palermo 1974) è poeta, aforista e curatore editoriale. Ha pubblicato: Per una strada (2009, silloge di poesie), Pensieri minimi e massime (2012, silloge di aforismi). Dal 2010 collabora con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a curare la pubblicazione di tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari (Donatella Calzari, Marco Nuzzo, Maristella Angeli, Gianni Mauro ed altri). È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato membro di giuria nella prima edizione del concorso nazionale di poesia “L’arte in versi” (2012). È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie. Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.

Due palermitani scrittori: “Pensieri minimi e massime”, raccolta di aforismi di Emanuele Marcuccio, recensione di Monica Fantaci, poetessa e recensionista

Pensieri minimi e massime (1991-2012)

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2012

ISBN:978-88-6682-240-0

Genere: Aforismi

Prezzo: 7,60 €

 

 

Recensione a cura di Monica Fantaci

Pensieri minimi e massime, di Emanuele Marcuccio, è una raccolta di ottantotto aforismi. Scrivere aforismi è, essenzialmente, condividere dei propri pensieri, affinchè gli altri possono ritrovarsi.

L’autore tratta argomenti filosofici ed etici che vengono abbinati ad alcuni elementi naturali, come il mare, la stella, la tempesta: «Il dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante» (aforisma N°1),  «La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita» (aforisma N°28), «Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa» (aforisma N°42).

Il tema principale è la poesia «Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione senza mediazioni, né di metrica, né di rima: tutto questo è vera poesia» (aforisma N°58).

Marcuccio affronta il senso della vita, la valenza della cultura, della lettura, dell’istruzione come fonti per affermare la libertà d’essere «Ognuno per sua stessa natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità ma, solo dei lampi fuggevoli, solo uno stormir di fronde ci sono concessi, e questi attimi di felicità si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni» (aforisma N°77).

L’autore accosta la fede religiosa alla poesia, sostenendo che il divino dona l’ispirazione «Il cuore, in apparenza semplice, nasconde un profondo abisso che, solo Dio conosce, che spira a noi il vento della poesia, donandoci solo dei barlumi, dei lampi fuggevoli di questo profondo abisso» (aforisma N°66).

Il libro presenta, in appendice, un’introduzione alla poesia, che denota il forte legame che Marcuccio ha con essa. La parola poesia allude al fare, al costruire qualcosa cantando, il testo cita le prime opere poetiche tramandate oralmente e per iscritto, si menziona Omero, l’Iliade e l’Odissea.

La poesia è parte della nostra anima, del nostro sé, cammina insieme a noi, ci fortifica con le radici dei suoi alberi, avvia un cambiamento per mezzo del suo vento, risente delle emozioni che tutti i punti dell’esistenza partoriscono dal cuore, facendo scattare la scintilla creativa ispiratrice «L’ispirazione è breve, fuggitiva e svelta, ai poeti il compito di afferrarla e trattenerla stretta al proprio cuore. La meraviglia, lo stupore, i sogni, l’amore: inesauribili alimenti per l’ispirazione».

A cura di Monica Fantaci

16 luglio 2012

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE. 

“La regina, l’amore e la forza” di Elena Maneo

La regina, l’amore e la forza di Elena Maneo

Kimerik Edizioni, 2011, pp. 94

ISBN: 9788860967046 

Recensione di Lorenzo Spurio

Elena Maneo, scrittrice veneziana già autrice di Piccoli racconti (2006), Il mondo di Melì e altri racconti (2008) e Una leggenda, una storia e un sogno (2010) si contraddistingue ancora una volta, con la sua recente opera La regina, l’amore e la forza, per la sua abilità nel gestire il genere del racconto breve. Le tre storie contenute in questa silloge, pur partendo da idee diverse e avendo un retroterra letterario distinto, coinvolgono direttamente il lettore sia per la semplicità del linguaggio adottato che per la capacità della scrittrice di farci sognare ad occhi aperti e viaggiare in spazi immaginari.

A mio avviso notevole è “La rosa nera”, terzo ed ultimo racconto che compone la silloge. Si tratta del racconto più breve che, pur partendo da una cornice di tipo favolistica, inserisce temi e motivi d’indagine sociale particolarmente attuali. La Maneo, ricorrendo all’utilizzo di una narrativa breve e condensata, riesce a dire molto di più e proprio per la fascinazione che ho sentito verso questo pezzo ho deciso di scrivere una prima recensione solo su questo racconto.

Il primo racconto, invece, intitolato “La regina di Picche”, ci trasporta completamente in un viaggio nel mondo fantastico tra mostri, presenze fantastiche, spazi minacciosi e labirintici e un vero e proprio stravolgimento della logica del mondo al quale appartiamo. Difficile non respirare degli echi di Alice nel Paese delle Meraviglie leggendo questo racconto: Mattia, il protagonista, è una sapiente rivisitazione del personaggio di Alice che, al pari di lei, trovandosi in uno spazio che non conosce e abitato da presenze minacciose, finisce per provare paura, smarrimento e preoccupazione. La regina di Picche, poi, ricorda la regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie, sebbene il temperamento delle due donne sia completamente diverso: la Regina di Picche si sacrifica per dare vita al personaggio mentre la regina di Cuori è principalmente dipinta come spietata e crudele, sempre pronta a mandare alla forca. In questo universo alogico, disordinato e caotico Mattia cerca di far mente locale per poter aggrapparsi alle poche certezze che gli rimangono, proprio come cerca di fare Alice quando tenta di fare dei conti, impiegando le regole della matematica, o di ricordare basilari nozioni geografiche. Ma in entrambe le storie la logica è ormai perduta, la ragione viene di continuo minacciata e messa sotto scacco. Non c’è da meravigliarsi né da preoccuparsi perché in entrambi i casi gli autori ci danno la spiegazione che tutto ciò che è accaduto non è stato altro che un sogno. E allora sì che presenze fatate, mostriciattoli, fatti astrusi possono accadere, nell’universo onirico tutto è possibile!

Il secondo racconto, intitolato “La porta rossa”, sviluppa una sorta di thriller story che sembra esser stata adattata a uno dei tanti film horror del momento. Ma anche in questo caso la Maneo risolve la storia ricorrendo ai temi del sogno e dell’amore per fornire un finale, forse un po’ conciliatorio e avventato, ma che non stona con l’intero tenore del racconto.

La Maneo maneggia una materia che da sempre è stata ampiamente impiegata in letteratura, quella fantastica-onirica, inserendo molti elementi che fanno riferimento alla tradizione folklorica di trasmissione orale: le fate, i mostriciattoli, la presenza di reali, i continui riferimenti ai colori (tinte, sfumature) e ai materiali di costruzione degli oggetti. La scrittrice si auto-consacra come una narratrice dal gusto fauvista con particolare predilezione per le tinte forti: si ricordi che due dei tre racconti contenuti nella silloge hanno già nel titolo un termine che si riferisce ad un colore e si pensi alla serie particolareggiata delle tinte del rosso (fulvo, carminio, scarlatto, rubino, rame) in “La porta rossa” che ci fanno pensare ad esempio alla meticolosa descrizione della red room in Jane Eyre della Brontë o, comunque, a numerose altre narrazioni colte che hanno impiegato le tinte del rosso con modi e finalità diverse (La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Il segno rosso del coraggio di Stephen Crane,…). La narrativa cromatica della Maneo è un modo efficace per rapportarsi al mondo e per trasmettere nel lettore una vivissima rappresentazione a pennellate veloci e tinte luminose. Complimenti.

a cura di Lorenzo Spurio

18-11-2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Julia” di Luisa Galano, alcuni commenti

Julia di LUISA GALANO
Albatros Editore, 2011, pp. 69
ISBN: 978-88-567-3521-5

Alcuni commenti dei lettori di questo libro:
“TI CONFESSO CHE OGNI TANTO RILEGGO QUALCHE PAGINA,COSI A CASO, PERCHE’,SONO CONVINTO CHE IL TUO LAVORO E’ TANTO INTERESSANTE CHE OGNI SINGOLO CAPITOLO, OGNI PAGINA, BASTA ED AVANZA PER PORSI DOMANDE E RIFLESSIONI CHE RESTANO DENTRO AL LETTORE”.

“ Il tuo non è un libro da leggere tutto in un fiato, ma da centellinare, come un vino pregiato.
Leggo qualche pagina, poi torno indietro e colgo nuove sfumature nelle righe già lette.
Dire bello è banale. E’ un’analisi amara, a volte spietata, molto profonda, espressa con tinte forti e potenti che a volte sfumano nel pastello. Ma la cosa più bella è il messaggio che colgo: nonostante tutto rialzati! non fare l’errore più grande di rinunciare alla vita, a te stessa, a tutto l’amore che hai ancora da dare e da prendere”.

“Julia è irretita nella condizione soffocante della violenza psicologica, soffre ma, la presa di coscienza della realtà in cui si lascia vivere, le offre la spinta a credere in un mondo diverso dove ritrova la sua dignità e si apre ad una vita nuova dove finalmente sente di essere protagonista. Romanzare una condizione tanto sofferta quanto quella riferita all’abuso psicologico sembra una sfida al dolore. Il carattere trascinante della narrazione, in Julia, permette al lettore di cogliere sentimenti ed agiti che rimandano a situazioni di vita che attanagliano. Vivendo con Julia la sua storia si innesca un circuito reattivo nel lettore stimolandolo ad intravedere uno sbocco a situazioni angoscianti”.

“Julia è la storia di una donna che si snoda tra sofferte condizioni di vita e la passione per la vita stessa. Non è permesso all’angoscia dei suoi giorni di annerirle l’anima; Julia avanza con occhi decisi e fronteggia quanto continua a consumare la linfa vitale dei suoi sorrisi. Una vita che non ha scelto ma che impara a volere come determinante per una sicura rinascita. Soprusi, denigrazioni e abusi psicologici rappresentano il trampolino di lancio per un futuro felice. Il futuro a cui ora può guardare, ora che ha ben chiaro quanto ci si possa ritrovare liberi da una condizione che schiavizza. Julia crede alla sua vita nuova e in tutto quanto sappia rendere significativo il dono ineguagliabile di poter essere al mondo”.

Jane Eyre, una rilettura contemporanea di Lorenzo Spurio, recensione a cura di Monica Fantaci

Jane Eyre. Una rilettura contemporanea

di LORENZO SPURIO

Lulu Edizioni, 2011, pp. 101

ISBN: 9781447794325

Recensione di Monica Fantaci

L’autore ha preso spunto dal noto romanzo Jane Eyre di Charlotte Brontë per fare un’analisi comparativa con gli altri romanzi che si sono ispirati allo stesso utilizzando riscritture, parodie, stravolgendo la caratteristica dei personaggi del testo madre, è per questo che, nelle prime pagine, sintetizza i quattro libri presi in esame. Spurio evidenzia le dinamiche comportamentali presenti in questi romanzi, focalizzando l’attenzione, in primis, sulla pazzia di Bertha Mason, identificata come appartenente al genere animale e legata al caldo e al fuoco, prosegue con l’analisi del tema coloniale e razziale, quindi l’emarginazione, la ribellione degli schiavi, che coincide con l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, che all’epoca era molto evidente, ricordando l’atteggiamento del marito (Rochester) nei confronti di Bertha. In seguito, l’autore passa dalla narrazione della vita di Bertha a quella della magia e della figura degli zombi e lo fa in maniera del tutto naturale, non stancando il lettore e facendo ruotare i temi in maniera chiara e discorsiva.

Nel capitolo successivo, Spurio fa un excursus ben preciso sulle tappe del romanzo, soffermandosi sulle argomentazioni dei cinque ambienti dove viene inserita la vicenda di Jane; il libro contiene anche un’intervista fatta dallo stesso Lorenzo Spurio all’autrice  Sherri Browning Erwin, che ha reso Jane un personaggio vampiresco. Infine, l’autore cita la tradizione letteraria contemporanea di Jane Eyre attraverso le riscritture di tutti i generi letterari, dal romanzo all’horror, dal fantasy all’erotico, per concludere menzionando le rappresentazioni del piccolo e grande schermo sulla protagonista del romanzo di C. Brontë. 

Nel saggio si intervallano le storie dei romanzi targati Jan Eyre: si parte dal testo madre della  Brontë, per poi proseguire con Il gran mare dei Sargassi di Jean Rhys, con Charlotte, l’ultimo viaggio di Jane Eyre di D. M. Thomas, con Jane Slayre di Sherri Browning Erwin ed infine con La bambinaia francese di Bianca Pitzorno. La scelta dello scrittore di usare questo ritmo, per analizzare le storie, dà la possibilità al lettore di estendere le prospettive e di percepire tale libro come un archivio dove si raccolgono e dove si raccontano le varie generazioni all’interno di ogni romanzo infatti, all’analisi comparata dei testi si affianca un breve racconto sul periodo storico degli autori che hanno scritto i vari romanzi su Jane Eyre, ciò è fondamentale per comprendere le varie vicissitudini all’interno di ogni racconto, un quadro vasto sul contesto socio-culturale rende consapevole il motivo della preferenza dei personaggi e delle ambientazioni. E’ un testo saggistico ad ampio raggio che risponde alle esigenze letterarie di ogni lettore, permettendogli di riflettere, di rapportare i vari romanzi, per dare una continuità storica dall’età vittoriana fino ad oggi, appurando le somiglianze e le differenze delle varie epoche, in un romanzo che non avrà mai fine.

Monica Fantaci

Palermo, 2 Settembre 2011

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATO PUBBLICARE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

"SupportCOMPRA IL LIBRO CLICCANDO QUI

Rosa d’inverno di Jasmine Manari – Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Rosa d’inverno di Jasmine Manari

Book Sprint Edizioni, 2011

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Ho accolto con piacere la richiesta di Jasmine Manari, giovanissima poetessa abruzzese che esordisce il suo percorso letterario con un’ampia e interessante silloge poetica. Mi sono molto interpellato sul titolo, Rosa d’inverno, su quale potesse essere il significato che la Manari volesse abbracciare per le sue liriche. Mi è sembrato a prima vista enigmatico, ma questo non ha offuscato neppure minimamente la mia attenzione nei confronti di questa raccolta di poesie. L’ho interpretato, inizialmente, mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: una rosa, espressione di colore e della vita e l’inverno, espressione di toni grigi della malattia e della morte. Ho concluso così che le liriche avrebbero trattato principalmente di storie d’Amore e storie di morte, temi che spesso nella poesia sono speculari o che finiscono per costituire un tutt’uno.

La Manari ha utilizzato una variegata scelta di citazioni colte che esplicitano il suo Amore nei confronti della letteratura, di una letteratura che potremmo definire classica, fatta dai grandi.  Ci sono varie citazioni in epigrafe tra cui una curiosa definizione del veggente/poeta maledetto Arthur Rimbaud, estratti di conversazioni di Ungaretti e Oscar Wilde e un frammento di Saffo. Questi riferimenti intertestuali iniziali non sono ridondanti e, anzi, incanalano il lettore verso l’oggetto di questa raccolta: l’Amore e le sue varie sfaccettature, i diversi modi di amare, il dolore e la sofferenza che dall’Amore scaturiscono.

E’ sufficiente la prima poesia della silloge per comprendere quale sia il senso che la Manari vuole trasmettere attraverso il suo titolo: la rosa, con le sue varie fasi di crescita (lo sbocciare, il crescere), non è altro che metafora di un Amore che, ugualmente, nasce e si sviluppa. Ma la rosa bianca della Manari non appassisce, non conosce fine e così dobbiamo interpretare che l’Amore, alla stessa maniera, non deperisce né si consuma ma rimane eterno.

La raccolta di poesie verte principalmente su alcuni temi dominanti: l’Amore, la felicità, la vita e la morte, il senso di abbandono e il ricordo di un’età ormai passata, l’infanzia. Nelle liriche della Manari si fa infatti spesso riferimento a un tempo passato che si evoca a volta con nostalgia come in “Bambina” mentre altre volte ci si domanda quali siano i limiti tra ricordo ed oblio. E’ un percorso difficile, questo che la poetessa affronta con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo altamente simbolico. L’infanzia è celebrata un po’ ovunque nella raccolta e in “Ci chiamiamo grandi” la poetessa osserva che gli adulti, in fondo, non sono altro che bambini che non fanno più cose spontanee come quelle di un bambino. La vita, dunque, sembra suggerire che è un’infanzia perenne. E in quel presente liquido e spesso difficile la poetessa ricava ricordi positivi di un passato andato ma che in un certo senso è ancora presente perché ricavato da frammenti di ricordi che si impongono nel “qui ed ora”, nella vita di tutti i giorni: «Somigli tanto a una bambina che conoscevo» in “Quale è il tuo nome”. La silloge celebra così i tempi passati, un’infanzia felice e spensierata che viene ricordata con nostalgia e alla quale, paradossalmente, si vorrebbe ritornare, annullando il normale corso del tempo.

La protagonista delle liriche, che intuitivamente mi viene da immaginare abbia un riferimento autobiografico nella stessa Manari, è una donna che sa soffrire ma che sa anche ribellarsi per non lasciarsi soggiogare, come nella brevissima lirica “Rivoluzionaria” che si chiude proprio con la volontà di fare della propria vita una battaglia. E’ una donna forte e decisa, che non manca di evocare idee discutibili e che la Chiesa definirebbe immorali, come il suicidio in “Osceno paradiso d’indolenza” per «chi, egoista con se stesso, non vuole più sperare». Parlare della vita significa innegabilmente trattare anche quegli aspetti meno belli che però fanno parte di essa: la vecchiaia, la malattia e la morte. Il ritratto complessivo che la Manari trasmette con questa opera è complesso ed articolato e non manca di trattare questi temi languidi, tristi e crepuscolari come nella brevissima poesia “Alzheimer” che va letta tutta d’un fiato e che condensa una serie di tragedie: la malattia, la sofferenza per un congiunto malato e incurabile e la decisione di porre fine a quelle sofferenze per liberarsi da entrambi i mali. La Manari non parla di eutanasia ma di matricidio. E’ questo a trasmettere una cupissima presenza su tutta la lirica, lasciando drammaticamente sorpresi per la vivezza e allo stesso tempo per il laconismo con il quale fotografa una realtà difficile e disperata. Il linguaggio è semplice e spesso usa immagini forti, come volesse suscitare un qualche effetto nel lettore. La poesia “Non appartengo a voi indecisi, sono un poeta maledetto” ha tutte le caratteristiche della poetica del bohemien, che si riallaccia alla citazione iniziale di Rimbaud. C’è in un certo senso anche un riferimento, consapevole o no non saprei dirlo, a Palazzeschi e alla sua poesia “E lasciatemi divertire” dove il poeta abbatteva i canoni poetici tradizionali riconoscendo una poetica tutta nuova, bizzarra e strampalata ma che almeno, lo lasciasse divertire. La Manari si auto considera un poeta maledetto, di quelli che non le mandano a dire e che non hanno paura di parlare di niente: « Se sono un verme che si dimena appeso a un amo, certo di durare meno e poco più».

Spesso prevalgono i toni grigi e cupi e un’amara analisi della vita come quando in “Il consigliere” scrive: «No figliuolo, le persone non vogliono la verità, loro non sanno che farsene: la odiano. È troppo pericolosa, meglio la menzogna… si può fare molto di più con la menzogna». Non si tratta però di un pessimismo fine a se stesso ma ricalca, in maniera quanto mai fedele, la società nella quale viviamo. Verso la conclusione della raccolta è presente un brano che abbandona il metro poetico per adattare i pensieri, quasi in maniera plastica, impiegando la prosa. In “La felicità in un palazzo di cristallo” la poetessa affronta temi difficili, le canoniche questioni dell’essere: cos’è la felicità e, se esiste, come si raggiunge? E la pace? Lo fa in maniera lucida e schietta ma è difficile non riconoscere un certo tono cupo ed esistenzialista che, per certi aspetti, richiama addirittura il poeta recanatese, Leopardi: «l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione: egli non la possiede, eppure può renderla sua. Per questo la felicità non è nella morte e nemmeno nella pace». Ma la conclusione che la Manari trae non è altrettanto negativa, c’è possibilità di speranza: la felicità è intorno a noi, dobbiamo saper riconoscerla, è dietro l’angolo, dobbiamo saperla individuare: «Dipende dagli occhi di chi guarda: per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto dove guardare, non necessariamente il punto per eccellenza».

Una raccolta di liriche affascinante che va letta in profondità e che è arricchita nel suo ampio contenuto già altamente ricco simbolicamente da un sonetto di Shakespeare il quale, proprio come ha fatto la Manari, nelle sue poesie ha sempre parlato anche degli aspetti meno felici dell’Amore e della transitorietà del genere umano. Non avevo sbagliato di molto nella mia iniziale interpretazione del testo a riconoscere già nel titolo la presenza di un ossimoro di cui, in effetti, la silloge è strapiena: vita-morte, felicità-sofferenza, ricordo-oblio, miracolo-condanna, presente-passato, alba-tramonto e addirittura il titolo di una poesia, “Il buio bianco”. Non è un caso che la Manari citi Shakespeare, poeta neoplatonico che nelle sue liriche utilizzò spesso l’allegoria del chiaroscuro, che la poetessa nella sua opera sintetizza in maniera mirabolante in questo modo: «il sole c’è ma non si vede».

LORENZO SPURIO

05-07-2011                                                                            


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Il bisogno dei segreti, di Marco Candida

Il bisogno dei segreti di Marco Candida

Las Vegas Edizioni, Torino, 2009

Recensione di Lorenzo Spurio

Il bisogno dei segreti è un interessante romanzo di Marco Candida che ci fa viaggiare tra le pieghe dell’inconscio di una protagonista singolare e di cui comprendiamo la vera natura solo a termine della narrazione, dopo duecento pagine. La narrazione apre con la presentazione del protagonista, Connie, una ragazza di ventinove anni alle prese con una rispolverata dell’inglese, studiato a scuola ma ormai troppo ossidato perché è intenzionata ad andare nel Nord Dakota. Curiosi nelle prime pagine del romanzo sono i riferimenti alle frasi belle e confezionate tradotte in inglese che Connie legge sui dizionari che ha appena acquistato. Frasi come “ti amo” o “hai un bel sorriso” nel dizionario figurano sotto la sezione di amore e relazioni come ‘frasi comuni’, modi di dire idiomatici ampiamente utilizzati nella lingua orale. Di contro a quella schematizzazione e semplificazione di formule Connie nota quanto poco l’abbia utilizzate nella sua lingua. Se sulla carta, scritte, sembrano così banali, nella realtà di tutti i giorni hanno un peso molto grande tanto che spesso risulta difficile farle uscire dalla propria bocca. Questa scena introduce un tema molto importante nel romanzo, l’opposizione tra mondo irreale (auspicato) e mondo reale, tra la guida al mondo e il mondo: «Ogni parola e ogni espressione per lei sono state una conqui­sta» (11).

Connie ha viaggiato molto sia in Italia che all’estero e ora vive a Staglieno, affascinata dalla vicina Genova. Non c’è molta azione nella prima parte del romanzo e la narrazione, fatta da un narratore in terza persona esterno alla storia, segue e rincorre i pensieri di Connie come se abitasse nella sua stessa mente. Si tratta di uno scandaglio attento e continuo della psicologia e dei pensieri della protagonista, che fa pensare molto alla tecnica del modernismo inglese del flusso di coscienza. C’è inoltre un riferimento al fatto che Connie stia leggendo Ulysses, il capolavoro di James Joyce e questo rafforza ulteriormente l’idea che il romanzo sia caratterizzato da un forte substrato modernista. Non solo, ma il personaggio di Connie è in grado di dare un suo giudizio sul grande autore dublinese che ha reso grande la letteratura: «Il solo fatto di esistere e di muoversi e di fare le cose anche più banali può essere una storia» (24).

Con tutti i nomi di città, paesi, monumenti ed attrazioni turistiche italiane e straniere che vengono evocate è facile intravedere una grande passione per i viaggi radicata nell’animo del Candida stesso il quale, con queste vigorose pennellate, riesce a farci viaggiare per svariati km in un tempo brevissimo.

Nel secondo capitolo l’autore entra con sapiente maestria ancora più a fondo nell’io della protagonista Connie mostrandocela prima sfuggevole e pensierosa, poi lasciva e adultera e infine risoluta e aggressiva. E’ un continuo cambiare di atteggiamenti e di modi di rapportarsi agli altri che nemmeno lei sa spiegarsi e la sua amica Ginevra è la prima ad osservare che è veramente strana:  «Tu sei malata» (45). All’animo inquieto di Connie si sommano ben presto le serie preoccupazioni dei suoi genitori che la vedono cambiata e che temono si droghi o si stia lasciando andare. I genitori non capiscono che cos’abbia, le segnano una visita dal dottore e la madre si vede costretta a fare, di nascosto, un sopralluogo nell’appartamento della ragazza scoprendo così la ragione dello strano comportamento della figlia, senza però svelarlo al lettore.

Seguono una serie di vicende che concernono Connie e gli altri personaggi, suoi amici, e molto spesso si fa riferimento al tema della sessualità nelle sue varie accezioni e deviazioni. La mente disturbata della protagonista la conduce a pilotare giochi grotteschi e perversi dove arriva a ricattare un uomo richiedendo denaro per evitare che scene della moglie adultera si diffondano su internet. Connie sembra essere spietata e fa tutto con molta lucidità e convinzione. Il lettore segue le sue idee non condividendole, navigando nel buio più pesto per l’allarmante e inspiegabile mente di Connie.

Connie pensa che il concetto di privacy mascheri soprattutto quello che lei definisce “il bisogno dei segreti”: «Nella vita di ogni persona ci sono dei segreti e molto spesso sono questi che rendono la vita di ogni persona diversa l’una dall’altra. Sono i segreti. I segreti possono essere piccoli o gran­di. Le ipocrisie minuscole o gigantesche. Le menzogne stupide o indispensabili. Però, ci sono. Sono nella vita di ogni persona». (100).

E’ evidente nel corso del romanzo il pensiero condivisibile dell’autore su alcune questioni di particolare importanza nella nostra società: la difesa della privacy, la capacità dei mezzi di comunicazione di rendere straordinario ciò che è ordinario e di esaltarlo, ridicolizzarlo, enfatizzarlo. Ciò che interessa e fa notizia, osserva Candida, non è il fatto comune ma l’assurdo e l’anomalo tanto che sono sempre le notizie tragiche e sanguinose a fare da protagoniste: «Là fuori il mondo è marcio, corrotto e violento. I giornali sono il quotidiano canto di dolore dell’uomo che abita questo mondo. Un lamento senza fine, stampato e distribuito in milioni di esem­plari. Esistono giornali di destra e di sinistra. Però non esistono giornali di notizie buone e di notizie cattive. Forse bisognerebbe inventarli». (104).

Andando avanti nella lettura, ho quasi l’impressione però che Candida voglia inserire troppo materiale, troppe storie, troppi elementi in un romanzo che è molto complesso: disturbi della persona, comportamenti inspiegabili, rapporti difficili, droga, perversioni sessuali, ricatti e tradimenti. Tuttavia è proprio qui che risiede il vero significato dell’opera, dell’analisi attenta della psicologia del personaggio, delle sue debolezze ed ossessioni, della complessità e dell’imperscrutabilità della mente umana. Così verso il finale del romanzo il narratore svela degli elementi che, di fatto, ribaltano tutta la storia, quella alla quale il lettore è ormai convinto di credere. Nelle ultime righe s’insinua una svolta non di poco conto che fa tirare un sospiro di sollievo al lettore il quale, tuttavia, non riesce a sentirsi troppo dispiaciuto per la malattia mortale che presto porterà Connie alla tomba.

LORENZO SPURIO

9 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Sensualità. Poesie d’amore d’amare, di Michela Zanarella

Sensualità – Poesie d’amore d’amare di Michela Zanarella

Sangel Edizioni, 2011.

Recensione di Lorenzo Spurio

Devo confessare che non conoscevo Michela Zanarella, giovane poetessa originaria di Padova ma attualmente residente a Roma fino a che non mi ha contattato. Il suo invito a leggere la sua ultima raccolta di poesie mi ha trovato entusiasta e, benché  sia un grande amante di narrativa piuttosto che di poesia, mentre snocciolavo un’attenta lettura delle sue liriche, mi sono trovato sorpreso io stesso. La prima volta ho letto l’intera opera tutta d’un fiato, costruendo nella mia testa una serie di topos che la poetessa ha utilizzato e che, riassunti, possono servire per dare un’analisi dell’opera nella sua interezza. L’aspetto più bello di una silloge poetica, a mio modo di vedere, è quello che non dobbiamo seguire un determinato ordine di lettura ma che possiamo iniziare dalla poesia che chiude la raccolta per poi tornare all’inizio e seguire zigzagando all’interno del testo. Devo confessare che una sola lettura non mi è stata sufficiente non tanto perché ho trovato le liriche difficili ma semplicemente perché ho sentito il bisogno di rileggerle in profondità. Varie liriche mi sono sembrate così, a una seconda lettura, strettamente legate l’un l’altra nei loro temi e nelle suggestive immagini evocate.

Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. Non solo nella poesia “Altro colore” incontriamo un affascinante e poliedrico cromatismo, ma un po’ in tutte le varie poesie: dominano il rosso e il blu, ma anche il bianco viene evocato frequentemente.

E’ una poesia calda e sensuale, addirittura focosa nel caso di “Il colore che s’affaccia” ma l’erotismo non è reso mai banale e fine a se stesso ed è invece capace di evocare quasi una dimensione superiore, quel senso d’infinità che la Zanarella spesso evoca. Così «l’aula del desiderio» e «le musiche appiccicose della femminilità», immagini allegoriche molto curiose e raffinate, finiscono per essere altamente evocative, pur conservando un’altissima carica metaforica.

E’ un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» (in “L’amore intatto”) e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» (in “Chi ama”).

Non da ultimo, una delle immagini più ricorrenti nella silloge che mi ha affascinato, è la presenza del destino, quell’entità che nulla ha a che vedere con Dio e che pone ogni cosa in uno stato di transitorietà, dubbio, insicurezza, in una condizione vacillante, di calma apparente. E’ il dubbio che aleggia su tutto, con il quale la Zanarella mostra di fare i conti nelle sue liriche d’amore: «siamo l’ombra di un destino» dice la poetessa in “Anche se non basta”. Non è il destino ad essere una sorta di ombra, un involucro indistinto alla nostra persona ma piuttosto il contrario. Siamo noi l’ombra, la proiezione del destino, di qualcosa che non è tangibile. Ma anche quando viene evocata questa dimensione fatalistica della realtà essa è sempre funzionale per presentare il tema amoroso: «mentre il cuore sorseggia il destino» (in “Un brivido di chilometri”).

Gli scenari di questi quadretti d’amore, per nulla banali, spesso richiamano il mare o l’acqua in generale (la rugiada, il fiume, il torrente), elemento naturale che rinvia direttamente al genere femminile, alla donna generatrice di sostanze fluide: le lacrime, gli umori, la saliva, ma anche l’acqua amniotica e il latte durante la maternità. La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella. Ma è l’uomo, sembra suggerirci la poetessa, a rendere la donna consapevole della sua condizione: «te, che continui con cura a farmi donna e insieme un’isola». Ancora una volta ritorna il tema dell’acqua nell’immagine dell’isola, porzione di terra circondata dal mare. E sono proprio l’universo dominato dall’acqua, il senso del bagnato e la fertilità della donna che costituiscono il leitmotiv di questa incantevole silloge poetica.

MICHELA ZANARELLA è nata a Cittadella (Padova) nel  1980 ma vive attualmente a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e personalità di cultura e enti locali si sono subito accorti del suo talento di scrittura in versi. Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali ed internazionali, oltre alla pubblicazione di suoi pezzi in antologie di poesia a tiratura nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia Credo, Risvegli e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole. Tutti i suoi lavori hanno trovato un buon accoglimento da parte di critica e pubblico. Il suo ultimo lavoro è una silloge poetica, Sensualità, poesie d’amore d’amare. E’ attualmente alle prese con la scrittura del suo primo romanzo. Cura i siti internet:  www.apostrofando.it , www.screensoda.it , www.iltrovaevento.it .

LORENZO SPURIO

Jesi, 25-06-2011

Un sito WordPress.com.

Su ↑