“Il sangue della Montagna” di Massimo Maugeri. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

L’uomo e la Montagna, un itinerario di coesistenza e di sopravvivenza tra ammirato stupore e sgomento, audacia, ὕβϱις a volte, e fatalismo inerte. Troppo e troppo poco è l’uomo di fronte a lei ora accogliente e amorosa, ora indifferente e crudele, segno invalicabile del limite che irride il sogno d’onnipotenza dell’uomo tecnologico.Questo il tema fondante de Il sangue della Montagna, edito da La nave di Teseo, modulato attraverso la puntuale anatomia psicologica dei personaggi principali Marco e Paola a cui Massimo Maugeri dà voce narrando in terza persona la storia dell’uomo, in prima quella della donna, con un interessante movimento stilistico esterno/ interno che richiama ancora lei, la montagna, che sta sulla superficie eppure è collegata con l’interno della crosta terrestre. Le vite di Marco e Paola s’incontrano per mezzo di don Vito Terrazza un carismatico poeta, portentoso intagliatore di tartarughe in pietra lavica. I due personaggi sono tormentati da eventi dolorosi non ancora rielaborati che minano il senso della loro vita e compromettono le relazioni con gli altri. Marco è ossessionato da un incidente che l’ha coinvolto insieme all’amico d’infanzia Alberto sulle pendici della Montagna per un’improvvisa eruzione. Paola dalla morte improvvisa del marito e dallo scontro incessante e senza soluzione con la figlia Silvia. Entrambi hanno progetti economici impossibili da realizzare, Paola ha la Pastarealeria in cui sperimenta la sua teoria economica “Economia umana” e Marco l’azienda MCLavArt che lavora la pietra lavica fondata con lo scopo di ricavare dalla lava denaro sufficiente per   compensare le perdite economiche inflitte dalle eruzioni vulcaniche. Entrambi sono destinati a scontrarsi col mondo spietato dell’economia e non riescono a trasformare le utopie in speranze e le speranze in mete il più possibile raggiungibili, non sanno convivere con il dolore ed i sensi di colpa, in una parola non riescono ad accettarsi come sono. Il mondo che sta sulla superficie è ingannevole e perturbante, ma è possibile affrontarlo, suggerisce Massimo Maugeri nelle vicende  dei suoi personaggi,  attraverso uno scavo interiore che  giunga a ritrovare il  ritmo naturale  della montagna, percependone  l’energia e  liberandola, come fanno  don Vito e Padma,  che  scolpiscono  con sapiente  amore le tartarughe, simbolo dell’adeguarsi per sopravvivere. L’arte di scolpire tartarughe corrisponde simbolicamente all’atto dello scrivere, inteso come ascolto di sé stessi e del mondo circostante. Marco comincia a scrivere su consiglio del suo psicoanalista e continua a farlo, pur avendo interrotto le sedute, nel tentativo di governare il magma interiore. Paola, docente di letteratura italiana all’università, a cui affianca la passione per l’economia, invece raccoglie frasi di scrittori e filosofi sulla scrittura e sulla letteratura. Nello svolgimento della trama Paola riordinerà il diario di Marco Riflessioni estemporanee di un pragmatico sognatore. La scrittura per Paola acquisterà il senso della sopravvivenza come per Silvia: Ho imparato a credere nella scrittura. Nel suo potere taumaturgico. Ci credo davvero. Molto più di un tempo. Non brucio più le mie carte. Le mie istantanee mentali. Adesso le deposito. Per farle germogliare. Sulla pagina. Massimo Maugeri attraverso Paola e Silvia ci dice che cosa per lui rappresenta la scrittura, ci dà notizia della sua biblioteca, degli autori che hanno forgiato il suo modo di guardare il mondo, testimonia la sua consapevolezza di appartenere a una tradizione letteraria codificata e riconosciuta. Il romanzo si svolge in un arco temporale ampio, dall’antefatto del 23 aprile 1983 al 2018, nei luoghi  prossimi alla Montagna che manifesta con costanza la sua vitalità con  boati ed eruzioni di lava. Sulle sue rocce si riflettono i sogni, i ricordi dei personaggi e i fantasmi che li accompagnano: I fantasmi esistono…Si nascondono sotto il peso delle delusioni tra i dubbi di un futuro nebuloso, dentro gli spasmi scatenati dalle nostre ansie, nelle emozioni suscitate  da oggetti custoditi come reliquie. Vivono nelle storie inventate e in quelle reali. In quelle scritte e in quelle lette…In quei luoghirivivono antiche storie soffuse da un’aura magica e sapienziale che convive con lo scientismo contemporaneo. L’uno complementare dell’altro. Padma con la sua spiritualità e Silvia col suo “algido distacco…che tende all’indifferenza”. Come è consuetudine nei romanzi di Massimo Maugeri la musica fa da controcanto alla storia e ne esprime il senso lirico sotteso, in particolare  La vie en rose e Somebody to love. Il sangue della Montagna si legge con interesse, scorre piacevolmente sostenuto dallo stile piano e dalla suspense ben calibrata che rimanda ritmicamente  da un capitolo all’altro. Il disagio esistenziale dei personaggi ci parla di noi, delle nostre ansie e paure, ma ci dà anche una possibile soluzione, rifiutare il fatalismo, Tutto dà e tutto toglie, tutto toglie e tutto dà, e  accettare i propri buchi neri.

GABRIELLA MAGGIO


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“Chiantulongu / Piantolungo” di José Russotti. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

L’ultima opera in ordine di tempo del poeta siciliano José Russotti (Ramos Mejía, Buenos Aires, Argentina, 1952) è Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022) che, in doppia lingua (siciliano variante malvagnese – comune della provincia di Messina – e italiano), propone un suggestivo percorso poetico tra le vene più profonde dell’interiorità del Nostro.

Il suo è un “pianto lungo”, un’opera che, pur snodandosi in varie sottosezioni, è idealmente e potenzialmente un percorso lirico continuo e infinito, un canto di dolore e malinconia per l’età andata che tratteggia il passaggio del tempo, l’assenza delle persone amate, il ricordo nitido dei momenti del trapasso dei suoi cari.

Con quest’opera si propone quella polarità studiata dalla critica lorchiana, in ambito spagnolo, attorno a un componimento elegiaco quale il noto Pianto per Ignazio Sanchéz Mejías che il celebre Granadino dedicò nel 1934 all’amico torero deceduto per una cornata di un toro. Se il titolo originale dell’opera parlava di Llanto (ovvero Pianto) nel procedimento di traduzione nella nostra lingua vide prediligere la forma di Lamento. Non sempre il lamento, però, è assimilabile a un vero pianto. Sta di fatto che – per smarcarsi da Bo e Rendina – Caproni decise di mantenere fedeltà all’originale traducendo con Pianto. L’opera di Russotti mi fa pensare a tutto questo: il suo è un Pianto vero e proprio ovvero un componimento che, pur non avendo la forma del poemetto ma delle singole poesie, muove attorno all’idea del dolore e del compatimento, della sofferenza lacerante e della costernazione. Il lutto, pur individuato in specifici piani temporali, non si stempera col passare del tempo e i versi contengono, come raggrumate, le lacrime di disperazione e strazio dell’uomo. Siamo dinanzi a una sorta di romanzo di formazione in versi: l’esperienza del dolore è elemento di cerniera, si configura come un rito di passaggio ineliminabile. Passando per questa fase l’individuo non sarà più come prima della sperimentazione del cordoglio, dell’assenza. Della pena. Ecco che Russotti, poeta versatile grande amante della lingua orale della sua zona, ci consegna una delle opere più sentite e personali che abbia mai scritto, più accorate e dolenti, più strazianti e, proprio per questo, più vivida e potente.

Il volume si apre con una dotta prefazione a firma di Maria Nivea Zagarella e si chiude, come in un percorso circolare innervato su riflessi poetici e bagliori esegetici attorno al percorso dell’Autore, con un nutrito apparato critico nel quale sono riportati estratti di analisi, recensioni e valutazioni ermeneutiche di altrettanti poeti, scrittori e intellettuali sull’opera di Russotti. Tra queste “considerazioni amicali sulla poesia” vi sono, tra le altre, note del professor Tommaso Romano e dei poeti Santina Paradiso, Pietro Cosentino e Francesco Giacalone.

Possiamo dire che José Russotti è poeta – in italiano e in lingua siciliana – per nascita e vocazione, per spirito innato, per caparbietà, per la sua grande diluizione nel mondo socio-etno-antropologico della provincia di Messina che ha contribuito a narrare anche in altre forme: con la musica (ha pubblicato un cd su sonorità etniche dal titolo Novantika, Ballate sulle rive dell’Alcantara edito da Novantika nel 2004) e mediante un’apprezzatissima opera fotografica (Malvagna miain bianco e nero, tra suggestioni e fantastici ricordi edita dal marchio da lui stesso creato denominato Fogghi mavvagnoti, nel 2022.

Tuttavia è in campo letterario che Russotti ha raccolto i maggiori consensi[1] grazie a una intensa attività autoriale di libri ma anche di curatore editoriale: notevole la pubblicazione di tre tomi della Antologia di Poeti contemporanei siciliani edita per i tipi di Fogghi mavvagnoti (I volume, 2020; II volume, 2021; III volume, 2022)[2]. Come autore la sua produzione si è dispiegata in varie sillogi: Fogghi mavvagnoti (autoedizione, 2000), Spine d’Euphorbia (Il Convivo, 2017), Arrèri ô scuru / Dietro il buio (Controluna, 2019) ai quali ora si aggiunge quella che – senza infatuazioni o piaggerie – definirei opera magnum ovvero Chiantulongu (Edizioni Museo Mirabile, 2022).

Parlando della sua poesia il poeta, scrittore e saggista modicano professor Domenico Pisana ha sottolineato che «i suoi versi hanno il sapore di un sincero scavo interiore che si fa dono e che la sua anima traduce in canto poetico di autenticità e di vita». Ce ne rendiamo conto piuttosto bene inoltrandoci con adeguata attenzione e spirito di riflessione nelle pagine che compongono Chiantulongu.

Il libro si snoda tra poesie dedicate agli affetti: il padre, la madre, la moglie e la figlia Elyza. Una sezione è anticipata dall’iscrizione “Nei giorni chiusi” dove si ritrovano riflessioni che sembrano essere state partorite nel tempo infausto del Covid-19 (leggiamo, infatti, in una di esse «In questi istanti di morbo infame / il cuore si gonfia a mantice e scoppia», p. 59); segue “A Malvagna, il paese della memoria ritrovata” con liriche di pregevole caratura euritmica riferite al borgo – se non natale, dato che l’Autore è nato in Argentina – ancestrale, del suo ceppo familiare.

Cospicua è, infine, l’interrogazione dell’io lirico sulle questioni di ampia risonanza che coinvolgono l’approfondimento esistenziale, inserite nella sezione conclusiva, “Sulla vita e sulla morte”. Il pensiero attorno al trapasso si fa qui particolarmente pronunciato: intere poesie sono dedicate a sorella morte come “Ci sono giorni” il cui explicitQuando morirò! (Se morirò!) / vorrei restare per sempre / nel cuore e nella mente di chi mi ha voluto bene, / come un qualcosa che mai si marcisce / o un lampo splendente, / prima del buio!», p. 83) ricorda, ancora, il Lorca del Cantejondo (la struggente “Memento”) quando scrisse: «Quando morirò, / lasciate il mio balcone aperto. / Il bambino mangia aranci. /Dal mio balcone lo vedo». Quello di Russotti è un richiamo alla terra, all’estrema volontà di ricongiungersi anche in un al di là alle tracce del suo passato ma anche un desiderio di essere ricordato. Da notare la vena autoironica e giocosa dell’autore quando, tra parentesi d’incisi e non di specificazioni, annota vagamente e con un fare illusorio, «Se morirò».

La morte non è solo un’immagine, pur nella forma vacua di un’idea, ma diviene in Russotti uno dei motivi principi che muovono l’esigenza del dettato lirico da farne un topos, un elemento ricorrente, un vero e proprio assillo che, comunque, tratta di volta in volta con velature inedite, mai repliche delle stesse. In “Questa morte che ci teniamo addosso” è possibile fruire di questi versi: «Quando spunti nel buio della notte / come la morte quando vuole arrivare, / nera di scorza dura, con il mento / che trema e il sangue che ghiaccia. / Questa morte che ci portiamo addosso / come il vinavil appicciato fra le dita / o un vecchio motivo che frulla in testa» (p. 95).

Viene alla mente una celebre frase dell’attrice Anna Magnani che ebbe a dire: «Morire è finire: perché si deve finire? Un uomo dovrebbe finire quando decide di finire, quando è stanco, pago di tutto: non prima. Oddio, c’è una tale sproporzione tra la dolcezza con la quale si nasce e la fatica con la quale si muore». Eppure per Russotti la morte, pur cantata, fatto oggetto dei sui lamenti per i genitori venuti a mancare, non sembra concepita realmente come destinazione ultima, come atto definitivo e concluso in per se stesso. Vita e morte, come nella più alta letteratura di tutti i tempi – innervata su un sentimento cristiano – non sono facce di un Giano bifronte, antipodi invalicabili e recalcitranti ma, al contrario, l’una contiene l’altra, ne è una sua progressione e sfaccettatura. La morte s’iscrive nella vita e non è solo il completamento finale, inderogabile e ultimo. Ecco perché Russotti parla di vinavil, di qualcosa che è attaccato al nostro essere, inglobato alla nostra epidermide di esseri coscienti. Volenti o nolenti.

Toccante il ricordo della morte del padre (citiamo in italiano ma ricordiamo che l’intera opera è proposta anche – anzi in prima battuta – è in lingua siciliana nella variante malvagnese): «Quanto ti chiamai quel mattino. Quanto? // […] / ma tu non sentisti e mai ti voltasti» (p. 15). Il dolore di quell’addio persevera al presente, in ogni momento che l’Autore riflette sul percorso del padre e lo ricorda nei momenti di condivisione: «[P]iango aspettando ancora / il canto dell’ultima volta. / Vivo e mi consumo / dietro il ceppo di un sorriso amaro / inseguendo il tempo che sfugge. // […] [F]in quando insacco ricordi / e mi nutro di malinconia» (p. 21). Di grande intensità è anche la successiva poesia “Grappolo d’amore”, questa volta dedicata alla figura della madre: «La morte è una croce da sopportare, / un canto amaro che mai si spegne / in questi giorni di calca e pianto» (p. 29).

La poesia rimane comunque imprescindibile, una costante sicura, un faro nel quale appigliarsi in ogni circostanza della vita, in ogni ora della giornata. Russotti ne è convinto. Sa che il canto lirico vive della contemplazione e della solidarietà dell’uomo, dell’impegno all’ascolto e alla conoscenza dell’animo. Ne è certo. Come quando in “L’ora sospesa” annota «Si vive d’amore e di nulla, / di stenti e sostentamenti / ma non toglietevi la poesia dal cuore!» (p. 87). E persuade anche noi lettori.

LORENZO SPURIO

Jesi, 15/04/2022


[1]Consensi che sono giunti tanto dalla critica che dal giudizio di numerosi premi letterari nazionali, contesto nel quale ha ottenuto numerosi e importanti riconoscimenti tra cui: Premio “Vann’Antò-Saitta” di Messina, il Premio “Città di Chiaramonte Gulfi – La città dei Musei”, il Concorso letterario “Salva la tua lingua locale” di Roma; il Premio “Pietro Carrera” di Catania, il Premio “Luigi Einaudi” di Paternò (CT), il Premio “Poesia Circolare Epicentro” di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), il Premio di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (AN) e l’ambito Premio “Città di Marineo” a Marineo (PA); il Premio di Poesia “Colapesce” di Messina.

[2] Al primo volume ho dedicato un’articolata recensione pubblicata su varie riviste: «Lumie di Sicilia» n°150 (65 online), maggio 2021, pp. 19-20; «Culturelite», 03/05/2021; «Tony Poet – Dialogo con la rete», 03/05/2021, «Xenia», anno VI, n°1, marzo 2021, pp. 82-86; «Vesprino Magazine», n°129, aprile 2021, pp. 33-35. Nel secondo volume di quella che, per il momento, è una trilogia, figura un mio contributo critico quale Prefazione del volume.


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“Antologia poetica al femminile” a cura di Alberto Barina. Recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Esporsi con giudizi di merito o, in qualche modo, valutativi dinanzi a opere collettanee è sempre qualcosa di pericoloso e di depistante al contempo. Questo perché, per quanto ci si possa avvicinare a determinati testi proposti cercando di fornirne una lettura, si cade nell’errore di approfondire il dato componimento in maniera asettica e a comparti stagni, senza prendere in esame l’opera completa del dato autore, il suo percorso, i passi – più o meno decisivi – che ha compiuto nel mondo della letteratura. Cercherò, pertanto, di evitare il periglio dinanzi alla recente opera curata da Alberto Barina nella quale ha deciso di contemplare una serie di voci di poetesse più o meno giovani.

Come ogni antologia la scelta degli inserimenti è materia che non può (né deve) essere oggetto di analisi, discussione (né di polemica) da parte di chi fruisce l’opera. Nel corso della storia della letteratura, infatti, molti asti, atteggiamenti di sfida e provocazioni belle e buone (quando non addirittura ciniche invettive, depistaggi e tentativi di condanna perentoria) sono nate tra autori e curatori, ma anche tra autori non inseriti (visibilmente delusi e inneggianti a una loro qualche “superiorità” o diritto (divino) ad esserci in quella “messe” di voci) e quelli che, a detta di qualcuno, non avevano diritto a stare in un volume collettivo. Questo perché l’antologia avrebbe, secondo un’impostazione che il curatore dovrebbe ben delineare al lettore, l’intenzione di fornire una scelta selezionata di voci di repertorio (riconoscendo ad esse qualche merito o conformità a un canone da lui ricercato) che, secondo delle volontà più o meno chiare, sarebbero rappresentative, se non addirittura distintive e peculiari, fondanti e costituenti la stessa cernita di “fiori”, così come l’operazione crestomantica dell’antologia imporrebbe.

Nel tempo le tendenze generali dell’antologia sono state da una parte quella del repertorio-arsenale che ne ha fatto nel tempo una sorta di “museo”, dall’altra quella della codificazione di tendenze, generi, scuole, vale a dire il “biglietto da visita” di una data generazione, corrente o, come spesso si suol dire al presente in attinenza alle nuove tendenze, di “onda”. È pur vero che l’antologia è divenuta negli ultimi decenni anche un metodo di facile guadagno, tanto per editore e curatore (sottolineo che non è questo il caso, ovviamente!) poiché l’inserimento di molteplici autori in un unico volume consente di avere una pubblicazione unitaria (con una sola elaborazione delle bozze, un solo codice ISBN e, dunque, una lavorazione singola) col beneficio, congiunto, di molteplici autori pubblicati che, più o meno interessati, acquistano, divulgano e fanno conoscere – ciascuno con i propri mezzi – l’opera che li “reperta” e ne dà (forse) una qualche visibilità.

Eviterò di azzardare considerazioni di questo tipo non conoscendo, nel caso specifico, le intenzioni che hanno mosso il capace e poliedrico Alberto Barina – autore lui stesso di varie opere poetiche dal sottoscritto già attenzionate – nella creazione di questo agevole e fresco volumetto, Antologia poetica al femminile (Place Book Publishing, 2022) nel quale, dopo una sua breve lettera-commento anticipatoria, trovano posto i testi di ben diciassette poetesse. Nomi che, solo in alcuni casi, nel tempo ho avuto modo di leggere velocemente sulla rete e, nella maggior parte dei casi, mi giungono nuovi e, dunque, motivo di ulteriore interesse nell’avvicinarmi all’opera.

Il diorama delle autrici selezionate e qui proposte è abbastanza ampio sebbene per ciascuna vengano forniti solo tre o quattro componimenti, non sufficienti a poter dirimere un discorso sulla compiutezza formale, l’originalità espositiva né la varianza tematica. Tuttavia sono un inizio di traccia valida per (eventuali) e future ricerche, approfondimenti, letture delle loro opere integrali dalle quali i testi proposti sono stati estratti.

Incontriamo, giustamente proposte in ordine alfabetico (sebbene Barina – ed è l’unica “critica”, se così vogliamo, mi sento di muovere – avrebbe potuto, a ragione e a nutrimento della curiosità del lettore, accludere qualche notizia, pur sintetica, sull’esistenza biografica e letteraria delle – così diversamente – sconosciute voci) le poetesse: Mariatina Alò (Cosenza, 1974) con poesie estratte da Una luce minima (2020); Lucia Apreda (Sorrento, NA, 1985) con poesie estratte da Sotto mentite spoglie (2021); Anna Bellisai (n.d.) con poesie estratte da Pensieri scalzi (2021); Maria Cristina Buoso (n.d.) con poesie estratte da Schegge di parole (2021); Roberta Canu (n.d.) con poesie estratte da Lassù piovono fiori (2021), Irene Carlevale (Frosinone, 1982) con poesie estratte da L’affetto instabile (2021); Athena Cesari (Roma, 1998) con poesie estratte da Sussurri di memoria (2021); Lorella De Bon (Belluno, 1968) con poesie estratte da Identità minerali (2021); Giorgia Deidda (Orta Nova, FG, 1994) con poesie estratte da Sillabario senza condono (2020), unica, tra le opere qui evocate delle varie autrici, da me letta per intero in precedenza; Biancamaria Folino (Milano, 1963) con poesie estratte da Risonanze interiori (2020); Aurora Gionco (Mirano, VE, 1993) con poesie estratte da Con spietato affetto (2020); Lidia Gabriella Giorgianni (Messina, 1964) con poesie estratte da Approdi tra cielo e mare (2022); Alessia Lombardi (Pontecorvo, FR, 1996) con poesie estratte da L’affetto instabile (2021); Anna Maria Massobrio (Torino, 1964) con poesie estratte da Le Rive di Persefone (2020); Mietta J. Mizzi (n.d.) con poesie estratte da L’inverno del mio scontento… e altre stagioni (2020); Raffaella Porotto (Novi Ligure, AL, 1952) con poesie estratte da Cronologie di un’anima (2020); Serena Tonezzer (n.d.) con poesie estratte da L’ombra indaco (2021).

Come osserva Barina nel prologo gli stili e i linguaggi delle poetesse sono tra loro dissimili e distanti, segno che ciascuna di esse ha fatto un percorso (tanto di studi, che di vita al presente) differente, di cui vi è traccia nei versi. Quel che è possibile rivelare è che vi sono poesie di tendenza classica, con ricorrenti elementi della natura e la vena mai doma di una memorialistica del ricordo emozionale che riaffiora tra le pagine, ma anche componimenti più dinamici e destrutturati, di evidente posa “visuale” del testo – com’è il caso della poetessa Maria Cristina Buoso – che ci danno l’idea di una grande sperimentazione e di avanguardia. Lidia Gabriella Giorgianni propone anche un testo in dialetto siciliano, adesione alla vena popolare e orale della lirica locale che è da considerare come un buon segno se pensiamo a quanto il dialetto fatichi, soprattutto in varie zone del Belpaese, ad essere coltivato e proposto. A dispetto di una genealogia recente e postmoderna che tendenzialmente è portata a interrogarsi (o per lo meno a confrontarsi) con gli accadimenti (e i disagi) della contemporaneità (tanto locale che nazionale e, ancor più, sulla scia di un esterofilismo sempre vivo, internazionale) risultano per lo più assenti (tranne un paio di testi sul totale) gli interessi d’indagine sociale ed etico vale a dire una poetica di taglio civile e d’impegno.

Le tematiche che via via risaltano leggendo le liriche sono numerose. Sono quelle della poesia di sempre e (forse) quelle che mai verranno meno nella poesia del domani. Sentimenti di dolore e desiderio di ritrovare legami e un linguaggio che si è perso nel tempo. Situazioni di attesa, più o meno logorante (che ritorna spesso nelle poesie di Serena Tonezzer in particolare), fascino disincantato (mai esaltato o pleonastico) verso l’ambiente che, più che “natura” diviene per lo più spoglio e indistinto “contesto”. Non un vero luogo ma circostanza. Vi sono anche considerazioni sull’ordinarietà di un vissuto che sembra spalmarsi tra azioni ben più che rituali da apparire banali. Alcuni reconditi riferimenti alla mitologia fanno capolino tra liriche che interpellano il passato con l’evidenza di una difficoltà sempre più ingestibile nel rievocare in maniera nitida momenti che hanno contraddistinto un prima. La minaccia dell’oblio è sempre dietro l’angolo. Anche in donne giovanissime come le nostre poetesse qui raccolte. Si riflette altresì su quello spazio manchevole di codici distintivi, sul silenzio, sulla lontananza e sull’incertezza che ci riguarda tutti. Altre immagini che s’impongono in maniera netta sono quelle che attengono a dimensioni di difficile investigazione, quale il dubbio, la libertà, la condizione spoliante dell’esilio, il senso di realtà (cito Aurora Gioco che, nell’explicit di un suo testo, scrive: “La sola verità / penetra gli abissi / di silenzio”, p. 68), l’inadeguatezza e una sorta d’inettitudine esistenziale (cito Alessia Lombardi che, nella poesia “Lolita”, annota: “Provavo un fastidio enorme – / quello / di non appartenere”, p. 83).

C’è la poesia stessa quale campo d’indagine e riflessione che assurge a motivo ontologico, confidente, intertesto nutrito di un’esistenza votata alla confessione col sé e all’interrogazione della natura primordiale dei sentimenti autentici che spesso convivono in un’interiorità rissosa di accadimenti. Cito, per concludere, alcuni estratti di un componimento della poetessa pugliese Giorgia Deidda che non solo scrive poesia ma s’interroga su di essa, costruendo col suo componimento, una sorta di piccolo ma elegante manifesto di (sua) poetica, una dedica intima eppure valevole per una pluralità di soggetti, frutto di una continua e fertile immersione nella creatività intelligente: “Alla poesia, / che mi è fiorita nelle ossa e mi ha tagliato il mondo / in milioni di pezzi diversi / […] / perché quando la poesia interviene, / tutto si aggiusta per miracolo” (p. 57).

LORENZO SPURIO

Jesi, 12/04/2022


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“La leggenda del santo ergastolano” di Giuseppe Bommarito, recensione di Marcello Maria Pesarini

La leggenda del santo ergastolano (Affinità Elettive, Ancona, 2022), un titolo beffardo, quasi irriverente, proprio come vogliono essere le parole del figlio del protagonista, Ninì, il quale durante l’adolescenza scopre con estremo dolore l’appartenenza del padre a Cosa Nostra e si impegna con tutte le energie nei comitati antimafia che sorgevano a Palermo negli anni ‘90. Eppure la beffa dura l’attimo in cui viene pronunciata, svelando, appena scompaiono le parole, una narrazione sul dovere, anzi sui doveri umani.

Le 254 pagine dell’ultimo parto di Giuseppe Bommarito, edite dalle Affinità Elettive di Valentina Conti, casa editrice anconetana, si compongono di una prima storia sotto forma di romanzo di Rocco Russo e famiglia, e della seconda storia, narrata dal carcere in forma epistolare. Il dovere, per l’autore, è in primis quello del rispetto per se stessi, tradotto invece dal protagonista nell’inganno della rispettabilità, concessa agli “uomini d’onore” in Sicilia.

Rocco, cavallo di razza, non esita ad unirsi ai mafiosi coi quali il padre era colluso, appena dopo l’uccisione dello stesso da parte di una cosca rivale.

Inizia così una saga dei dannati, dei predestinati ad un futuro senza scelta, che tanto li identifica con i parigini descritti ne “L’ammazzatoio” da Emile Zolà.

Gli “ultimi”, che si erano inurbati e vivevano alle periferie della, forse, più prestigiosa città europea del tempo, partivano alla mattina verso il centro città alla ricerca di un impiego spesso giornaliero; solo alcuni arrivavano alla loro meta.

Zolà li descrive perdersi in osterie, in liti fra di loro, in diversivi perdenti. Il loro destino è segnato e la fine di molti protagonisti, miserrima, sarò lenta e inesorabile come quella di Rocco Russo.

Nel romanzo di G.B., Rocco Russo si illude che il suo dovere sia di arricchirsi e, innamoratosi di Sara, giovane donna la quale si ostinerà per quieto vivere a non vedere le vere occupazioni del marito, farà di tutto per non farle mancare nulla, con un sincero affetto che metterà su un gradino ben più alto degli agi ottenuti col suo tremendo lavoro di killer.

Tanto sarà l’impegno del protagonista nell’assolvere tale lavoro, che inizierà a disegnare la sua fine quando denuncerà al Capo Cosca il comportamento “poco professionale” e disumano di due suoi scagnozzi, uno dei quali si accanirà verso lui come collaboratore di giustizia.

Si apre ora una delle pagine più profonde e sofferte del romanzo, la denuncia degli effetti terribili delle droghe e dell’alcool su chi le assume.

La trasformazione di menti, spesso già predisposte, in un misto di superomismo e di risentimento verso l’umanità, che si illudono allo stesso tempo di potersi fermare e di poter punire chiunque, azzerando qualsiasi briciola di umiltà e di relazione col mondo esterno.

Pagine queste che ritorneranno in maniera diametralmente opposta nella seconda parte del romanzo: a fronte delle figure della moglie Sara che, proprio in nome dell’amore, analizza la sua precedente connivenza, e della figlia Consuelo che si addentra nella mostruosità della istituzione dell’ergastolo ostativo, dall’altra parte Rocco si ergerà a uomo che non ha voluto tradire altri colleghi, dannati consapevoli come lui, appuntandosi una immaginaria medaglia sul petto di uomo d’onore.

Molti i doveri a cui richiama Giuseppe Bommarito: leggere il libro fin in fondo, per comprendere quanto ingiusta sia l’istituzione della morte a lento rilascio (per questa rimando alle note di seconda pagina), essere umili e non giustificare mai le proprie scelte con le circostanze, accettare di essere composti di tante spinte contrastanti e non considerarle una debolezza.

Un romanzo di formazione degli anni 2000, nel quale lo stile non si piega alle circostanze, ma descrive facendo partecipe il lettore ai momenti di crudeltà come a quelli dell’amore più profondo.

MARCELLO MARIA PESARINI


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“Eresia per un giorno perso” di Valeriu Stancu, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

Valeriu Stancu, poeta, scrittore ed editore rumeno attivo nella città di Iaşi, è da vari anni piuttosto noto anche nel nostro Paese. Non solo per mezzo della sua attività editoriale all’interno della Cronedit che lo ha visto seguire la curatela di varie opere di autori nostrani, prodotti e dati a conoscere in doppia lingua nell’antica Dacia di romana memoria, ma per mezzo della sua attività di autore. Sue opere, infatti, sono state tradotte da vari marchi editoriali e, nel tempo, hanno ottenuto una discreta visibilità su riviste nella forma di segnalazioni che hanno permesso di evidenziare il suo ampio e lucente percorso letterario.

Tra le opere più recenti vi è Eresia per un giorno perso pubblicata nell’ottobre del 2021 dai Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, realtà editoriale che ha sede a Sannicola nella provincia salentina. L’opera, della quale il generoso autore mi ha recentemente fatto dono, è interamene in lingua italiana e si apre con una curiosa e al contempo pertinente nota di introduzione di Andrea Tavernati. Il lavoro di traduzione è stato eseguito, invece, da Simona Stancu.

Compone l’opera un numero consistente di liriche che l’autore ha deciso di stampare in un’edizione il cui formato non è il canonico A5, ma in una struttura editoriale più ampia che fa pensare a qualche catalogo fotografico. In realtà il lettore, predisponendosi alla lettura del volume, ben presto scopre che questo formato, e la relativa disposizione del dettato poetico nelle pagine, ben si sposa al respiro che la vena poematica del Nostro sembra in continua ricerca.

L’immagine di copertina, non meglio riconducibile a una realtà a noi unanimamente nota, crea qualche dubbio e, comunque, è capace di far interloquire il lettore con i reconditi pensieri che, in base alla suggestione visiva, possono prendere il via nel suo cervello. Le tinte appassite fanno pensare a uno scatto d’antan sulle scelte cromatiche di un filtro seppia; l’immagine ritratta, una donna con occhi chiusi con una benda (forse per dormire meglio?) alzata in prossimità della fronte, di certo dà da pensare. Si tratta, come viene evidenziato all’interno del volume, di un’illustrazione di Paola Scialpi. Vengono alla mente tanto immagini di vecchie cartoline stile Liberty di gusto francese, ritraenti uno squarcio domestico dell’alta classe, ma anche la pittura raffinata e di grande pregio di Amedeo Modigliani che dipinse la donna instancabilmente, sempre con particolare attenzione all’universo dello sguardo.

Durante la lettura ho notato degli elementi del lessico che, a varie altezze e nel corso dell’intero volume, ritornano e che, se non è possibile dire che rappresentino delle vere isotopie o delle chiavi di volta per poter accedere al testo – e al pensiero sotteso del poeta – senz’altro si configurano come elementi dominanti proprio per la loro reiteratività e multipla occorrenza. Si condensano attorno alle parole “eresia” e “cecità”, due condizioni particolarissime che coinvolgono l’umana specie (ma non solo, se pensiamo che vi sono forme di cecità anche nell’universo animale) che attengono tanto a una condizione meramente socio-ideologica dell’uomo (l’eretico è colui che non si uniforma, si ribella, ha un suo credo da difendere che non si allinea al pensiero dominante) e quella fisico-patologica rappresentata proprio dal fenomeno della condizione di ipovisione. Stancu parla spesso di impossibilità di vedere, di sguardo celato o impossibile, di mancanza di visione, di cecità e di occlusione della percezione visiva. Questo comporta, di riflesso, la formazione d’immagine sfocate, non ben realizzate, frutto di un’immaginazione fruttuosa più che di un mero dato empirico. L’autore rumeno, che mette in scena il tema della cecità non vuole però che esso venga individuato in maniera basica, quale semplice intendimento a riferirsi a una realtà sfocata, difficile da visualizzare, impossibile da delineare e, dunque, da conoscere e descrivere. In maniera allegorica richiama quell’attitudine dell’uomo contemporaneo che sempre più s’identifica con forme di disattenzione, inascolto e distanza nei confronti dell’altro. La cecità verrebbe a rappresentare sia il non poter vedere, che è un dato oggettivo, che il non voler vedere (o il non essere in grado di vedere) che, invece, è un dato soggettivo, dettato dalla percezione e dalla coscienza dell’individuo.

Credo che una buona lettura dell’opera del nuovo libro di Stancu nel nostro Paese non possa esimersi dal relazionarsi con questi due topoi – l’eresia e la cecità – sui quali l’autore vuole condurci per farci riflettere. Non tanto sul mero dato interpretativo dei suoi singoli testi ma verso un campo di realtà, esperienziale, conoscitivo, sociale e relazionale ben più ampio, che attiene alla nostra presenza nella società odierna.

Valeriu Stancu (Iaşi, Romania, 1950) è poeta, prosatore, saggista, editore e traduttore. Dopo gli studi secondari, si è iscritto all’Univer­sità, dove ha completato gli studi superiori di Filologia con una tesi su “Bacovia e Rim­baud”. Nel suo paese ha pubblicato più di sessanta libri tra raccolte di poesie, poe­sie in prosa, romanzi, racconti, saggi, interviste, appunti di viaggio. Numerose sue opere sono state tradotte e pubblicate all’estero nei paesi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Croazia, Turcia, Moldavia, Messico e Canada. È stato tradot­to, oltre che in francese, inglese e italiano (da Gerardo Vacana e Simona Stancu), in tedesco, spagnolo, cata­lano, russo, neerlandese, serbo, arabo, albanese, macedone, giapponese, croa­to e turco. Suoi testi poetici figurano in varie antologie e riviste letterarie sia rumene che straniere. Ha partecipato a svariati Festival Internazionali di Poesia in Europa e in sud America, oltre che in Algeria, Egitto e Vietnam. Dirige la casa editri­ce Cronedit di Iaşi, direttore del Festival Internazionale “Europoesia” e caporedattore della rivista «Cronica» con la quale si è occupato di traduzione e ha pubblicato vari autori italiani dandoli a conoscere in Romania tra cui Dante Maffia, Marco Onofrio, Claudio Pozzani, Laura Garavaglia. Numerosi i premi letterari che gli sono stati attribuiti per la sua insigne e intensa attività letteraria e culturale, tra di essi citiamo: il “Lucian Blaga” (1993), il “Poesis 96” (1996), il “George Bacovia” (2000), il “Liviu Rebreanu” (2011), il “Naji Naaman” (Libano, 2014), il “Lyra” (Kischinev, Moldavia, 2010), finanche l’onorificenza “Cavaliere delle Lettere” da parte dell’Ordine dei Cavalieri del Danubio (2003) e quella di “Uffi­ciale al Merito Culturale” dal Presidente della Repubblica Rumena (2004). Nel nostro Paese ha ricevuto il Premio Europeo di Letteratura “Capo Circeo” (2017), ambito riconoscimento che venne attribuito, tra gli altri, anche a Mario Luzi, Herta Müller, Arturo Pérez-Reverte e il drammatugo nonché ex Presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel e il Premio Internazionale di Poesia “Roberto Farina” (2018). La Francia gli ha concesso l’onorificenza di Cavaliere all’Ordine delle Arti e delle Lettere.

Lorenzo Spurio


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“Uccelli scalzi” di Elisa Roccazzella. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di GABRIELLA MAGGIO

La Sicilia con i suoi paesaggi e i suoi miti, gli affetti, i ricordi e le attese della vita costituiscono l’ordito su cui Elisa Roccazzella tesse la trama della sua poesia. Bella come l’alba della Creazione l’isola si offre come un paradigma  naturalistico e  mitologico che  la poetessa  esprime con parole suggestive, che giungono alle  radici nascoste nel cuore,  forgiando  immagini di vitalità: “il tuo nome / è un’onda di vento / che piega il campo dorato di spighe”;una luna / nel suo trono di luce / scrive poesie d’amore / su pagine di stelle” odell’ombra  dopo la vita: “quando la bellezza / passeggera della luce / cederà alla croce dell’ombra… e ….vertigine sarà altro sole, / pienezza d’una  vita / senza tempo / e… nessun vento mi dirà / se ancora nasceranno spighe / se ancora nasceranno rose (Poesia “Io Anima”). Se lo spazio è quello isolano il tempo è quello ciclico della natura, colto con intensa partecipazione. Come l’Arianna del mito la poetessa tiene il filo dell’eternità e percepisce l’eco d’irragiungibili sirene. Un sentimento elegiaco con punte di nostalgia individua i versi della raccolta Uccelli Scalzi che comprende quarantacinque poesie scritte in anni diversi dal ’91 al 2022, mescolate fra loro senza tenere conto della cronologia perché intrinsecamente coese nel sentimento che le ispira.  Gli uccelli del titolo sono metafora del desiderio di librarsi in volo, staccarsi dalle contraddizioni e dai condizionamenti della realtà, sono scalzi, nudi, essenziali come il procedimento gnoseologico e linguistico compiuto da Elisa Roccazzella per giungere alla nuda, essenziale profondità del sentimento. La poesia nasce infatti da un grande “tormento che m’innalzerà… a levità di canto” (Poesia “L’allodola”) ed è “Epifania di luce”, calda parola che riverbera “quel fuoco / che divora il mio cuore di poeta” (Poesia “Vergine o vestale”). Uccelli scalzi si pone chiaramente come sintesi della poesia di Elisa Roccazzella, come manifesta il ricorrere della deissi spaziale evocativa d’ infinito e di mistero.


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Riccardo Carli Ballola esce con la nuova raccolta poetica “Accessori per la sopravvivenza interiore”

A cura di Lorenzo Spurio

Nelle scorse settimane è uscito il nuovo libro di poesia del ferrarese Riccardo Carli Ballola, Accessori per la sopravvivenza interiore (Montag, Tolentino, 2022) all’interno del quale l’autore ha deciso di inserire, in posizione finale, a mo’ di postfazione, una mia lettera, scritta dopo aver letto in anteprima il suo volume.

Per meglio dar a conoscere questa nuova pubblicazione pubblico a continuazione alcuni passi della stessa:

Il titolo dell’opera, Accessori per la sopravvivenza interiore, forse un po’ troppo lungo, quasi catalografico, appare con un’intenzione, pur remota, di voler repertare materiale, catalogare, iscrivere in archivi, leggere dunque una totalità di dati (sensoriali, com’è ovvio) alla luce di un’esperienza matura che è data dall’età presente. Quelli di cui Lei parla nelle liriche, spesso con costruzioni non prevedibili per l’Autore, sono “accessori” per la sopravvivenza, non tanto i reali “arnesi” vale a dire i mezzi concreti e pratici, utili e sicuri, per sopravvivere. Ed è questo un elemento non di poco conto, una dichiarazione che appare come ossimorica e che, nel residuale degli scarti, ben amplifica il concetto che Lei ha voluto incasellare nel titolo dell’opera. Le brevi note anticipatorie alle poesie appaiono utilissime, per quanto smaliziate e vaganti, traccia indelebile di un indiscusso spirito ondivago proteso alla continua ricerca, all’insaziabile volontà di comprendere se stessi.

Estraggo alcuni versi dalla sua opera che mi sembrano rivelatori non solo della sua lettura – particolarissima – del mondo e dell’esistenza nei suoi meandri spesso inesplicabili ma anche di un’età – la nostra – così scissa e difficilmente configurabile in archetipi un tempo validi, rivelatori dell’impegno autentico e sperato dell’uomo verso la comunità.

Dopo un anticipo di matrice filosofica – una chiosa di Epicuro nella quale si parla di felicità e della sua difficile collocazione – Lei è in grado di trascrivere su carta un certo disagio e sbigottimento dell’uomo contemporaneo nell’atto di rivelare se stesso; ci sono tra le righe ombre di incomprensioni, tentativi di collegamento verso un’alterità, riflessioni acute non meno sofferte, sguardi spesso delusi, sentimenti d’incompletezza e di mancata rilassatezza.

 Ce ne rendiamo conto da alcuni versi: “Troppe cose hanno un margine di incertezza / […] / Chiudersi in un eremo è un’alternativa” (poesia “Nel dubbio”); “L’aria è fatta di ombre, / […] i cieli non sono azzurri / (come sembrano), ma neri neri” (poesia “Con gioia”); altre volte i pensieri si concretizzano in potenti interrogativi che – come tutti quelli che si rivolgono a se stessi – non hanno palese risposta: “[…] [C]ome farò / a immaginare l’oltre che dopo di me verrà / se non ponendo limiti a oscure eccezionalità?” (poesia “Paradosso”).

Il suo temperamento è quello di uno scrutatore incallito e meditabondo, di un essere cogitante che non si ferma dinanzi alle apparenze e alle facili immagini: “mi cerco dappertutto” annota nella poesia “La ricerca”, senz’altro una delle più pregevoli dove pure, nell’explicit, si legge: “Anche oggi / la ricerca è finita e la mia mente […] si libera”. In tutto questo, “m’insegue l’ombra del presente” (poesia “Tinte”) e, ancora, “ci domandiamo chi siamo” (poesia “Impossibile”) e l’evidenza lapalissiana ma spesso difficile da rivelare che “ciò che è bello non è tutto” (poesia “Esempi”).

Ripeto: sono solo degli appunti, i miei, elementi che, leggendo la sua raccolta, ho sottolineato perché degni – a mia vista – di un richiamo opportuno. Ma sviscerare l’animo non sempre felice che si annida dietro le sue poesie – ben costruite, con immagini mai ripetute – meriterebbe un ampliamento ulteriore che ora non mi è proprio possibile, pur malvolentieri.

Termino questo breve scritto con alcuni suoi versi che mi sembrano una buona sintesi della sua vena poematica. Li traggo dalla poesia numerata con 35, ovvero “Nuvole”; qui si legge: “Trascorro il tempo concentrandomi su ogni cosa / che passa sulla superficie ariosa, nei colori, / nella mutevolezza della luce. / E riempio un vuoto / immenso perché non mi accontento di poco / ma voglio tutto-tutto-tutto, momento per momento”.

LORENZO SPURIO

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“Pensieri in movimento” di Rosa Maria Chiarello, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Leggendo Pensieri in movimento, raccolta di poesie di Rosa Maria Chiarello recentemente pubblicata per il Convivio, ho prestato attenzione al titolo ed in particolare alla parola movimento, che mi ha suggerito due versi di Dante (Purgatorio, C. III, vv. 13-14): la mente mia, che prima era ristretta, / lo ‘ntento rallargò, sì come vaga. Vago, nel lessico dantesco,esprime un desiderio intenso e nello stesso tempo indeterminato, ma anche l’idea di un movimento dettato da un impulso interiore. È questo movimento interiore che si fa parola poetica, espressione di emozioni e sentimenti nel costante dialogo di Rosa Maria Chiarello con se stessa e con la natura.

Tra gli elementi naturali un posto centrale occupa il mare, sin dall’immagine di copertina costituita dal dipinto di Antonino Scarlata Di terra e di mare. È mare di sogno e di sirene, ma anche di vita, di dolore e di morte, quello immaginato dalla poetessa nei testi posti in maniera emblematica all’inizio della silloge, Di terra e di mare, e alla fine, Mediterraneo.

La poesia di Pensieri in movimento è fatta d’immagini che uniscono l’aleatorio con il tutto:  scendere le scale del firmamento;  l’amore che colora di rosso le mie notti; orme di sofferenza; corpi uniti nell’abbraccio / offrono anime.  Immagine è immaginazione, parola che si collega  al potere creatore del cuore secondo l’etimologia della parola  che  ha le sue origini nel temine sufi “himma”. Immaginazione rimanda, quindi, all’autenticità e alla ricchezza del sentimento che genera la poesia.

I temi dellamemoria, soprattutto della madre amatissima, del sentimento del tempo che scorre inesorabile, degli affetti familiari, dell’amore, dei sofferenti segnano la continuità con le raccolte poetiche precedenti. Cambia il modo di dirli poeticamente.

Lo scavo interiore appare più profondo e maturo e Pensieri in movimento sembra costituire un capitolo, il più recente, di un’opera unitaria in fieri. Più urgente rispetto alle altre raccolte poetiche si fa il desiderio di pace e innocenza di fronte alla violenza e alla falsità del mondo.

In Spogliati la metafora della pelle nuda si protende verso l’innocenza del primo vagito che illumina il buio delle menti. In rilevo anche la riflessione sulla poesia: Non chiedetemi da dove/ vengono le parole/ non ne ho la coscienza/…e il definirsi poeta errante che va verso l’infinito e non s’arrende/ ancora canterà d’amore e carità, l’affermazione della necessità della poesia: l’unico amico/è una penna e un foglio perché la poesia è canto di liberazione: confessione e analisi dell’io.

“Chi non comprende la voce della poesia, è un barbaro”, aveva detto Johann Wolfgang von Goethe. A queste parole fa eco la poesia Essere: Fino a quando l’ultimo uomo/ …si commuoverà al suono  di una poesia…si avrà ancora la certezza/ che l’umanità  non si è dissolta / al suono del potere e del vile denaro….

Per quanto Rosa Maria Chiarello appaia consapevole del male e del dolore della vita, non manca mai di trovare una speranza, nel dialogo con luna e stelle, rose e cielo, tradizionali contraltari della poesia lirica, nella cui tradizione s’inserisce con voce autonoma e una luce che illumina le tenebre attraverso la fede.

La versificazione è libera, il linguaggio piano e colloquiale.  Non si presta però a una lettura superficiale, ma richiede attenzione per coglierne le risonanze emotive.

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“Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca” a cura di L. Spurio – Recensione di Franca Canapini

Recensione di FRANCA CANAPINI

Il 2 gennaio scorso su www.granadahoy.com è apparso un articolo molto interessante del giornalista e scrittore spagnolo Andrés Cárdenas, intitolato De García Lorca se hablará siempre”. Contiene una premessa in cui l’autore riflette sul rapporto simbiotico tra Granada e Lorca e, a seguire, ci racconta vari fatti tra i quali una storia molto intrecciata riguardante Agustin Penón, un americano che, recatosi a Granada tra il 1955 e il 1956, aveva raccolto una valigiata di informazioni su Federico García Lorca, pensando di scriverci un libro. Ma era morto e la valigia era passata di mano in mano, mentre Penón, che alla sua ricerca aveva sacrificato anche parte delle sue sostanze, era stato dimenticato.

Questo per dire come e quanto il Poeta granadino sia stato e sia ancora un lievito potente per gli intellettuali di tutto il mondo: ¡De García Lorca se hablará siempre! Non ci dobbiamo dunque stupire della nascita nel 2020 di Il canto vuole essere luce (Bertoni, Perugia). Un libro di vari autori italiani, curato da Lorenzo Spurio e tutto dedicato a Lorca, artista eclettico e uomo di grande impegno sociale.  

Il curatore ci tiene a farci sapere che, pur avendo il libro la forma del saggio scritto a più mani, è di più, molto di più; è un atto d’amore e di riverenza verso uno dei maggiori intellettuali che la letteratura mondiale ha mai visto: il poeta spagnolo Federico García Lorca”. Tanto che il titolo, consistente in un verso di Lorca, assume significato simbolico: il libro è il canto corale con il quale s’intende illuminare almeno in parte l’opera del Poeta.

Nel 2016 Lorenzo Spurio aveva riacceso il fuoco dell’interesse per Lorca, dando alle stampe Tra gli aranci e la menta, una plaquette di sue poesie dedicate al Granadino. Da quel momento, tramite contatti spontanei, altri poeti amici hanno aggiunto ottima legna al suo fuoco. E il fuoco è divampato in un’offerta corale di contenuti esegetici, di ritratti e di poesie. Il testo, infatti, è illustrato con ritratti del Poeta eseguiti dal Maestro Franco Carrarelli “L’Irpino” ed è diviso in due parti.

La prima riporta i saggi con i quali gli aficionados indagano su molti aspetti del fenomeno Lorca.  Francesco Martillotto ci presenta il Lorca amante della musica e ottimo pianista, buon conoscitore della musica classica e della musica popolare che mette sullo stesso piano e riflette sull’interscambio felice tra musica e poesia nelle sue opere poetiche e di teatro.

Lucia Bonanni ci mostra il Lorca amante delle tradizioni popolari della sua Andalusia, che saranno di fertile ispirazione per le poesie e il teatro. Affascina, anche nell’analizzare il surrealismo dell’opera teatrale El público, la sua ricerca dei significati metaforici e del valore dei simboli nella Parola del Poeta.

Cinzia Baldazzi cerca di penetrarne in profondità le peculiarità del linguaggio poetico: “…Immortale…è il loro mondo semantico e logico: immenso, popolato di ombre illimitate a latere di luci accecanti, provenienti da un’arcana fonte senza inizio e senza fine…”.

Lorenzo Spurio ci porta dentro “Tamar e Amnon” del Romancero gitano, indicandoci la denuncia sociale che sottende l’opera; ma anche in Poeta a New York dove la parola poetica s’incupisce nel denunciare la disumanità della metropoli, mettendone in risalto gli aspetti negativi. E per finire ci conduce nelle opere teatrali più importanti per analizzare i temi ricorrenti: la violenza, il disagio degli emarginati, la condizione della donna e i suoi diversi atteggiamenti nella lotta contro la sopraffazione variamente esercitata dal maschio.

 Ugualmente interessante la seconda parte che assomiglia a un’antologia poetica ripartita in due sezioni. Nella prima sono raccolti alcuni dei compianti, odi e elegie scritti, subito dopo la tragedia dell’assassinio, da Antonio Machado, Rafael Alberti, Pablo Neruda e da vari esponenti della Generazione del ‘27, quasi tutte strazianti e bellissime a partire dal grido di Machado: “…que fue en Granada el crimen – sabed – ¡pobre Granada! – ¡en su Granada!…” fino allo sperdimento di Rafael Alberti che se lo vede tornare vivo in sogno: “Has vuelto a mí más viejo y triste en la dormida / luz  de un sueno tranquilo de marzo…”.

La seconda sezione accoglie voci di poeti contemporanei suggestionati dalla Parola del Poeta. Un florilegio di voci diverse che incuriosisce, commuove, rende vivo Federico, ne canta la tragedia, ne interpreta le sfumature dell’anima colte sia direttamente nei suoi testi poetici, sia indirettamente negli atteggiamenti dei personaggi del suo teatro. Testimonianza forte dell’amore che ha saputo generare e di quanto la sua parola può ancora incantare. 

Il canto vuole essere luce è un libro che offre molte informazioni di approfondimento sulla persona e gli interessi culturali, artistici e civili di Lorca; senza contare l’ampia bibliografia a cui attingere nel caso volessimo continuare a conoscerlo. Un libro tutto da “patire” per chi desidera entrare più a fondo nel suo universo delicato e sapiente, gioioso e drammatico, etico e propositivo.

FRANCA CANAPINI

Arezzo, 10/01/2022

Francesca Luzzio su “Emozioni senza compiacimento” di Gabriella Maggio

Emozioni senza compiacimento

Apre la silloge Emozioni senza compiacimento (Il Convivio Editore, 2019) di Gabriella Maggio, una pagina di haiku che, in un certo senso, possiamo considerare sinossi dei sentimenti, dei pensieri e delle emozioni che riceveranno più ampia esplicazione nelle poesie che compongono la silloge, il cui titolo è a sua volta indicatore dell’atteggiamento psicologico e razionale con cui la poetessa affida alla poesia il suo sentire perché essa “è una grande madre / accogliente e generosa / alma poësis” (in “La poesia”, p. 40).

L’attributo alma è una parola colta di matrice latina, che deriva dal verbo alere che in italiano significa nutrire, alimentare e perciò dare vita, pertanto la poesia è per lei, proprio come una madre fisica, però dà vita allo spirito e genera perciò catarsi per continuare a essere e ad esserci nel senso heideggeriano del termine, ossia nel costante impegno civile ed etico che dovrebbe caratterizzare ogni essere vivente  per continuare ad andare “con curiosità immutata… ancora  verso il mondo” (poesia “Col tempo”, p. 30) perché la conoscenza  aumenta ulteriormente il desiderio di sapere e agire nella famiglia, nella società, nel mondo.

La poesia è quindi per Gabriella Maggio così come per Amelia Rosselli, “luogo di integrale dicibilità, un equivalente del nesso inconscio/coscienza, un luogo nel quale vengono meno i confini tra interno ed esterno, tra privato e sociale in una completa ricollocazione dell’io nel mondo” (Luperini; Cataldi, La scrittura l’interpretazione, ed. Palumbo).

E così Gabriella Maggio, proprio perché anche per lei la poesia è luogo integrale di dicibilità, ora esprime il suo amaro stupore di fronte alle nuove generazioni che inseguono le news sugli schermi del telefono e scambiano il caos che essi generano con la conoscenza, ora l’ascolto del suono dell’arpa diviene per lei “fiotto dell’acqua sui sassi” (poesia “Ascoltando l’arpa”, p. 20), oppure esprime la sua pietà nei confronti dell’accattone che guarda “avida la moneta” (poesia “Nel cerchio d’oro”, p. 38) e tanto altro ancora in un eterogeneo flusso che guarda fuori da sé e in sé e nello sguardo rivolto alla sua interiorità non può non accorgersi, fra l’altro, del fluire del tempo che nel suo scorrere le lascia tanti ricordi di ciò che è accaduto e di ciò che sarebbe potuto accadere e tutto ormai sta chiuso a chiave nel suo cuore. Né l’accumulo ormai cospicuo è sempre positivo sia a livello esistenziale che sociale, ma l’eterogeneità di eventi e conseguenti comportamenti che la vita nel suo fluire costante genera, non muta nella poetessa la curiosità con cui continua ad andare “ancora verso il mondo” (poesia “Col tempo”, p. 30).  

La libera versificazione trova nella pregnanza linguistica e nell’uso appropriato della metafora e di altre figure retoriche, la sua valorizzazione estetico-emotiva sia che proponga realtà oggettive o penetri nell’essenza umana dell’io.

FRANCESCA LUZZIO

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“Un altro tempo” di Giovanna Rosandini. Recensione di Gabriella Maggio

La vita è un “valore comunque e nonostante”, questo è il messaggio pieno di speranza e fiducia che trasmette il piccolo libro (“il librino” come lei stessa lo chiama) di Giovanna Rosadini Un altro tempo (ed. Internopoesia). Messaggio particolarmente apprezzabile in questo contesto di pandemia.

Il titolo Un altro tempo indica il tempo vissuto dall’autrice nel coma e nella riabilitazione, altro, diverso,  da quello  da lei vissuto prima dell’incidente, altro anche da quello vissuto insieme  ai suoi familiari che ora le sono vicini, altro ancora nella  ripresa della scrittura con cui ordinare e raccontare la sua straordinaria esperienza.

Nel racconto presente, passato e futuro s’intrecciano e cercano la fluida continuità di quando Giovanna era la donna di quella foto appesa alla parete, abbronzata e sorridente…Un incidente dal latino incĭdo (a sua volta da caděre in) ha spezzato lo svolgimento della sua vita quotidiana.

L’incidente è percepito nel testo come un qualcosa di misterioso: Ma cosa sia successo, che tipo di incidente, ancora non me lo hanno detto, o io non l’ho capito. Dopo la notte spessa e densa Giovanna Rosadini ritorna lentamente alla vita apprezzata con gratitudine anche nelle sue limitazioni.

Come suggeriscono i versi di Roberto Cescon in esergo: Saprai l’estate a perdita d’occhio/quando nudo ti coglierai nella nebbia. Così Giovanna si coglie progressivamente al risveglio dal coma e entra del tutto nel nome suo, Giovanna, che allude alla sorpresa di ritrovarsi, compiendo passi certi verso te nella citazione di Paul Celan.  

I trenta brevi capitoli e le due poesie che racchiudono le prose, quasi incipit e explicit, ripercorrono in prima persona questo cammino verso la ripresa della vita attraverso l’azione maieiutica dei medici e dei terapisti della clinica Sant’Anna che insegnano a ricordare quello che già siamo. Lo sguardo della scrittrice è fermo e lucido nelle descrizioni, anche nel cogliere le deficienze del corpo inerme e depotenziato e nella ricostruzione con paziente tenacia dei bagliori di vita ritrovata. Il linguaggio è semplice e poetico, anch’esso rinnovato e ritrovato, come lucidato da quel buio fermentato di nostalgia.

 GABRIELLA MAGGIO

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Tina Ferreri Tiberio recensisce “Pareidolia” (2018) di Lorenzo Spurio su “L’Oceano nell’Anima”

Nella raccolta poetica Pareidolia Edizioni The Writter, Lorenzo Spurio ci trasporta in una realtà cruda e dolorosa e ci consegna una visione del mondo circostante dal sorso amaro, proprio come dice Saba “Era questo la vita: un sorso amaro”.
Ogni verso, ogni pensiero esprime una esacerbata desolazione in cui l’uomo smarrito, sopraffatto da passioni e tormentato da compromessi, vive sospeso tra emozioni, perplessità, drammaticità. La raccolta è suddivisa in quattro sezioni: Affossamenti, Ecchimosi, Dedicatio e Pareidolia, in ognuna delle quali il poeta s’interroga sul mondo attuale.

La sensazione immediata che si prova nella lettura dei versi è quella di uno scorrere spietato e ineluttabile di una condizione umana, all’apparenza, senza via di scampo.

Per la Sezione Affossamenti “In ventuno di nero”: Il risentimento ormai è dato ai pochi/ e ci si annulla in molecole d’acqua/ in un Mediterraneo/ conca di morti/ acquitrino di angosce/ culla di dolore abissale. I versi di questa poesia, nati in seguito all’esecuzione di ventuno egiziani copti ad opera dell’Isis in Libia nel febbraio 2015, hanno toni intensi di drammaticità e di pathos ed il riferimento al Mediterraneo, conca di morti, colpisce a fondo e tristemente le nostre coscienze indifferenti e assopite, scuotendole.
Il poeta Spurio con le sue riflessioni e notazioni, che diventano indagini dettate dall’enigmaticità dei drammi umani, scava alla radice del problema, mette a nudo tematiche scottanti e tragiche, graffia l’anima del lettore, rivelando in tal modo la sua profonda sensibilità, come in “Sacchi neri (Carme lento)”: Ma quell’acqua che pesa troppo/ è a sigillo di un naufragio atroce/ che d’Agosto si bagna nel Mediterraneo/ non può fingere di non conoscere./ La vostra vita dispersa nelle acque/ dimora in ogni molecola di mare. Invero il tema “Mediterraneo” e delle sue acque è molto sentito dallo Spurio ed è spesso ricorrente.
Intensamente emotivi e struggenti sono anche i versi di “Queiq River” (L’acqua rossa di Aleppo) e de “L’acqua indocile”, sembra che gli spazi abbiano una dimensione incompleta e che il senso del mondo diventi frammento di una realtà fugace e fluente, proprio come l’acqua. L’elemento “acqua” è molto spesso presente nella poesia dello Spurio: l’acqua rappresenta il fluire del tempo e delle cose, è mutevole, ma sempre uguale a se stessa. L’acqua è vita, ma può essere anche morte, distruzione; talvolta l’acqua prende i riflessi della luce e ci abbaglia. Orbene, i versi del poeta attraverso l’immagine simbolica dell’acqua invitano a superare le angustie dei nostri limiti e ad avere una visione più elevata della vita e della nostra esistenza; inoltre, in modo sagace e perspicace mettono in evidenza la crisi irrefrenabile dei valori in atto nella società dandone così testimonianza e analizzando i vari aspetti del tempo in cui viviamo.

Nella sezione Ecchimosi i riferimenti agli eventi tragici, di ieri e di oggi, riguardanti la storia dell’umanità ci sorprendono come una sferza pungente e dolorosa. Ad esempio in “Humus negato”: Quando traduci il verso/ di paure e fronde di sole/ nei riverberi asciutti/ dell’indolenza che cresce/ non chiedere l’evidenza/ se la sera non traspare./ Sempre s’ammazza il giorno/ nei balconi che vibrano/sotto trucioli di cielo vi è la denuncia della guerra in Siria, dei siriani bombardati , di come la vita, seppur fragile sia sempre preziosa.
Goethe affermava: “Se non hai mai mangiato con le lacrime agli occhi, non conosci il sapore della vita”, analogamente il nostro Poeta mette in evidenza la crisi Siriana e il sacrificio di tante vite umane; una crisi che ha distrutto e stravolto la vita di una generazione, soprattutto bambini (humus negato ossia terreno fertile, produttivo) ed ha reso terribilmente immane e difficile lo sforzo di ricostruzione e inestimabile la speranza di una Pace duratura.

In Dedicatio Spurio fa esplicito riferimento a diversi autori e personaggi da cui attinge intensità e dinamismo intellettuale: pensiamo a Federico Garcìa Lorca, ad Antonia Pozzi, a Rosario Livatino.

Poi nell’ultima parte di Pareidolia mette a nudo se stesso, s’interroga sul senso della vita, lascia trasparire anelito di giustizia e lealtà; in “Corri e scolorisci la notte” leggiamo: Dell’anima che si piega e/ si siede non vista, ti parlo./ Non chiedere il senso:/ la sera s’è incenerita,/ la stanza vive storie,/ vorticano le onde e/ i petali intirizziti nell’angolo/ stillano gocce di mistero./ …La lotta si consuma tra l’erba e/ il sospiro che brilla e riparla. Slega il buio all’istante: corri e/ ruba le forme più belle, ad esse congiungi le idee che s’alzano,/ corri: ora sei quello che vuoi. Tuttavia questi versi esprimono efficacemente il bisogno intimo di rialzarsi, prendere in mano la vita, slegare il buio, le tenebre, ciò che è opaco e incerto, lottare, perché la lotta si consuma tra l’erba e il sospiro, una metafora bellissima ed eloquente di come ciò che è umile, semplice (il filo d’erba), insignificante, può avere il potere di cambiare il mondo.

È un barlume di luce, che si intravede in tanta desolazione e che suona come un monito rivolto all’uomo di ogni tempo ad avere fiducia nel futuro ed avere il coraggio di andare avanti, senza mai lasciarsi sopraffare dalla forza bruta dei propri egoismi e degli eventi.

Tina Ferreri Tiberio

Si ringrazia l’autrice della recensione per questo bel testo che è stato precedentemente pubblicato sulla rivista “Oceano News” dell’Associazione Culturale “L’Oceano nell’Anima” di Bari nel mese di ottobre 2021.

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