“Echi di luce” di Rita Fulvia Fazio, recensione di Maria Rosaria De Lucia

Recensione di Maria Rosaria De Lucia

imagesPer i tipi Fondazione Mario Luzi Editore, è uscito il volume Echi di luce di Rita Fulvia Fazio. Già il titolo, nel richiamare un termine familiare a chi si interessa di astronomia, rievoca, coniugando mistero e fascino, la regione dello spazio-tempo da cui nulla può promanare all’esterno, men che meno la luce. Ed invece da questo “memoriale” una luce promana, la luce della naïvité, intesa come sincerità, candore d’animo, che l’Autrice non ha mai perso, tutta tesa all’essere più che all’apparire, e che riversa a piene mani nel suo stile narrativo. I rimandi non si esauriscono qui: c’è un gruppo musicale che ha scelto di chiamarsi proprio Echi di Luce: le loro voci, come spiegano gli stessi componenti del gruppo, “si rincorrono, si intrecciano e si combinano per disegnare e realizzare una nuova realtà musicale religiosa”. E nel libro compare la voce narrante che, pur o nonostante, non segua un percorso temporale cronologicamente ordinato, rincorre i ricordi, si intreccia a formare l’immagine di una bambina dalla sensibilità acuta che è poi diventata la donna in cui si sono combinati tutti i sentori onirici e fantastici della sua infanzia. Ed il disegno che ne è scaturito è il disegno del Creatore che fa di tutti noi esseri unici e irripetibili. Per i quali non è sempre facile la relazione interpersonale, proprio a motivo dell’unicità, ma bisogna crescere, e da ognuno di noi si sprigiona quella forza interiore, quella capacità di vivere, impostando la nostra esistenza a dispetto di quanto gli altri credano che noi siamo. L’appassionata professione d’identità “Io non sono quella che io sono per gli altri, non sono ciò che l’altro crede che io sia”, che l’Autrice inserisce, come manifesto d’intenti, a pagina 29 scaturisce dalla consapevolezza che, anche con la più assoluta obiettività, non riusciamo a vedere le cose e le persone come sono, riuscendo solo a percepirle come siamo noi che le osserviamo. Scriveva Marcel Proust: “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso. […] Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto… ancor oggi, se ci capita di sfogliare quei libri di un tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che più non esistono” (Il tempo ritrovato, 1927).

I capitoli che compongono il testo, che l’Autrice aveva intitolato “La raccolta dell’anatroccolo”, – con evidente riferimento all’anatroccolo di Hans Christian Andersen, creduto tale ma che in realtà era un cigno, – e che poi in sede editoriale ha assunto il titolo  Echi di luce, potrebbero essere paragonati ai vari pannelli di un polittico che, presi singolarmente, hanno già una loro autonoma compiutezza, e nell’insieme, danno vita ad un unicum di commossa rievocazione del passato e delle persone che lo hanno popolato. La magia, il sogno hanno pervaso l’infanzia dell’Autrice: accostandoci alla lettura dell’agile volumetto, innestando le marce del cuore, – se lo faremo con lo spirito del bambino che tutti siamo stati, bambino in cui non si è ancora sviluppata la fase dei “perché”, ricordando la dedica de Il Piccolo Principe che Antoine de Saint-Exupery fece “a Leon Werth quando era piccolo”: “Tutti gli adulti sono stati all’inizio bambini (ma pochi fra loro se ne ricordano)”, – ne ricaveremo uno spaccato di vita sereno, pur nelle immancabili traversie, fatto di lavoro, dedizione, piccole ma grandi gioie della quotidianità. Le immagini che l’Autrice propone coniugano al nitore dei ricordi un effetto, riguardo ai contorni, definibile con termine preso in prestito dall’ambito fotografico, “sfocato”, effetto che rende il contesto impalpabile. Non mancano gli elementi della bellezza dell’espressione (la brevità e la semplicità espositiva denotano la sincerità degli intenti ed, unite all’armonia di un ritmo serrato nell’esposizione, raggiungono l’efficacia). È resa a colori la vita degli anni ‘50/’60 del ‘900, che chi non li ha vissuti ritiene siano potuti scorrere solo nel bianco e nero dei reportage dell’epoca. Non manca neppure il riecheggiare del “fanciullino” pascoliano, perché, pur trattandosi di prosa, è una prosa dalla liricità poetica per cui l’Autrice ha saputo del fanciullino “far sentire … il suo tinnulo squillo di campanello”. E ha trovato la carezza e la consolazione, donandole al lettore. La poesia non è rappresentazione del logos, della razionalità, ma si estrinseca nella stupita sorpresa infantile, di cui il fanciullino, che l’ha colta, stratificandola nell’animo senza farla regredire con il crescere dell’età, è la metafora. Non occorrono fatti eccezionali o personaggi altolocati, la quotidianità consola, dà contentezza, benefica l’animo e lo fa sentire in comunione con tutto e tutti. Nella letteratura di tutti i tempi e di tutte le latitudini, da Omero a Cechov, da Dante a Borges, il giardino è stato protagonista. Tra i più significativi, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, il giardino della famiglia Swann in cui il piccolo Marcel passeggiava; Il giardino dei Finzi Contini, in cui si snodano le vicende di un’intera famiglia dalla vita appartata, per inclinazione propria o per le leggi razziali, che conduce un’esistenza misteriosa in una villa circondata da un grande parco. Come non citare, a proposito della presenza del giardino nelle pagine degli scrittori, il volume La metafora del giardino in letteratura di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai (Faligi, 2011). Concludendo questa recensione, si può sottoscrivere a pieno il pensiero di Francesco Petrarca, tenendo a mente quanto grave possa essere stata la sua sofferenza al vedere andare in fumo i preziosi testi umanistici che il padre, volendolo uomo di legge, gli gettò nel fuoco, salvando solo un testo di Cicerone ed uno di Virgilio: “Ho degli amici (i libri), la cui società (comunanza) è per me deliziosissima; sono uomini di tutti i paesi e di tutti i secoli; distinti in guerra, in pace e nelle lettere, facili a mantenersi, pronti sempre ai miei cenni, li chiamo e li congedo quando più mi aggrada… essi non van mai soggetti ad alcun capriccio, ma rispondono a tutte le mie domande”. Echi di luce entrerà anche nella vostra cerchia di amici! Perché “un libro è un giardino che puoi custodire in tasca” recita un proverbio.

MARIA ROSARIA DE LUCIA

 

Una scelta di testi poetici inediti di Rita Fulvio Fazio, assieme alla sua nota bio-bibliografica, possono essere letti qui.

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“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvio Fazio, recensione di Francesca Luzzio

Recensione di Francesca Luzzio 

Fazio Rita Fulvia 2019 [EL] - Metamorfosi e sublimazioni [fronte]Il titolo della silloge, Metamorfosi e sublimazioni (Guido Miano Editore, Miano, 2019), racchiude in sé gli effetti che la poesia è solita generare nell’anima di chi ad essa affida la propria anima, il proprio sentire.

Passione e amore, solitudine e sofferenza, serenità e gioia, insomma l’anima umana nel suo poliedrico sentire vive la metamorfosi e la sublimazione che la poesia nel momento in cui incide sulla carta il nostro sentire, concede. “Poesia in re”, come diceva Anceschi a proposito di Sereni, poesia che morde il reale sentire con l’intransigenza del pensiero e l’urgenza della parola.

Una proustiana “recherche” che diventa sequenza d’immagini, di vita vissuta, oppure un repertorio di possibilità interscambiabili: “… il grido d’entusiasmo…/…/… conservalo / per un nuovo bagliore di speranza…” (Nel dialogo taciuto, pag.46), ma spesso anche senza rinvio a nessuna compiutezza: “… Ogni volta si muore / ma non solo tu sei … / ma non solo io sono … / Insieme alla vita di qua / è frammista la vita di là…” (Ambra d’oro, pag.17).

Microstorie che narrano in versi una vita non tanto nella sua esteriorità effettuale, quanto nelle ripercussioni esistenziali che, grazie all’ispirazione poetica, subiscono una metamorfosi catartica e perciò una sublimazione nella quale anche la fugacità del tempo, nel momento stesso in cui con amarezza viene rilevata, perde consistenza. La levità affabulatoria, la forza icastica dei versi favoriscono l’oggettivazione lirica, la resa delle emozioni che, nude, vengono fissate nel fermo-immagine delle parole.

Francesca Luzzio

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“Metamorfosi e sublimazioni” di Rita Fulvia Fazio. Impressioni, suggestioni e altro a cura di Mario Santoro

Saggio critico di Mario Santoro

Fazio Rita Fulvia 2019 Metamorfosi e sublimazioni [fronte]-1La prima impressione che si ricava dalla lettura delle poesie di Rita Fulvia Fazio è che non si ha a che fare con una neofita della scrittura poetica che appare controllata ed attenta, misurata e, quasi sempre puntuale, nel suo fluire morbido, senza scosse, urti e fratture e non cede alle tentazioni autolesionistiche dell’attardamento e del compiacimento anche quando sembra, rarissimamente, voler indulgere e cedere all’iterazione di taluni termini. I versi, se non puntano decisamente alla verticalizzazione, salvo qualche volta per una sorta di bisogno interiore, non cedono mai alla cosiddetta ‘orizzontalizzazione’ e mantengono, per scelta consapevole, la delicatezza pensosa del tono, risultando, al tempo stesso, intensi e votati alla sinteticità dei concetti che richiamano situazioni esperienziali e ripropongono sentimenti veri perché vissuti e sensazioni significative e personali. Si tratta di un vissuto che risulta sostanzialmente sereno, pur con dati di sofferenza e con qualche nota di rimpianto, in una visione positiva se non anche appagata.

L’autrice è abile nel non dire né troppo, né troppo poco, lasciando al lettore non solo la possibilità di ritrovare, nei versi e in certi flash, elementi di condivisione, sia pure parziali e di comunione talvolta – cosa importante considerato che il successo della poesia, almeno per metà, stando ad alcuni intenditori, è dovuto al lettore – ma anche la possibilità di originare una pluralità di percorsi possibili in accordo con la sensibilità di ciascuno.

Il linguaggio, prevalentemente intimistico ed elegiaco, come sottolineano alcuni interventi critici e come indica Guido Miano nel suo rimando puntuale alla modalità poetica in questione, tende sempre a una certa levigatezza nella linearità intenzionale, e quindi senza forzature, e sa mantenere il carattere di equilibrio conservando il giusto grado di ‘ambiguità’; inoltre fa sì che le parole siano il connubio felice tra significato e significante, tra denotazione e connotazione, come annota Enzo Concardi nella prefazione al libro, consentendo la pluralità dei riferimenti e richiamando sensazioni, impressioni ed emozioni capaci sempre di alludere ad altro e di indicare un oltre, indispensabile in poesia.

C’è un certo rigore a guidare la poetessa, pur nel fluire libero dei pensieri e nelle cesure, non mai rigide nel chiudere i versi e tali da non scorciare il flusso delle emozioni, sia quelle presenti ed attuali, sia le passate e recuperate per memoria, sia infine, in certe prospettazioni future, con ponti a più campate, appena accennate e in talune figurazioni che vanno nella direzione dell’al di là.

Risulta evidente, anche se l’autrice tenta di mascherarlo schernendosi non apertamente, tutt’intera la sua anima con l’interezza del candore, il tremore dinanzi a certe situazioni, il desiderio-bisogno di rimettersi sempre in gioco, lo stupore e la meraviglia dinanzi ad alcuni aspetti del creato, la disponibilità a sperimentare nuove situazioni non in contrasto con quelle passate, e sempre alla base, una tensione latente, ma neppure poi tanto, a voler superare i limiti sempre delle angustie della terrestrità per sollevarsi sulle punte ed elevarsi in alto quasi ad annusare il senso del mistero e dell’eternità.

E c’è ancora la suggestione spirituale dei sentimenti con al di sopra, a campeggiare, l’Amore che viene riportato con l’iniziale maiuscola e che è presentato in una gamma piuttosto vasta di manifestazioni e rimane comunque salvifico.

Il discorso poetico si apre sulla linea della memoria e del rimando al passato con l’accumulo enorme di ansie sottili, timori palpabili, paure vere e proprie, palpitazioni intermittenti con il cuore a far capriole ma anche con silenzi carichi di sottintesi, sofferenze vive, senso della disperazione a volte, ma anche sorrisi aperti, gioie serene, appagamenti pieni come testimonia l’immagine efficace delle “mani di calce bianca / intonaca / tra cielo e mareche pone su tutto la possibilità concreta della speranza che risulta essere in qualche modo una sorta di filo conduttore.

La poesia si muove così nell’aggancio, almeno come aspirazione, tra terra e cielo sulla linea dell’amore e con la positività che il canto intreccia tra perse stagioni / fra dubbi e speranzedelusioni e senso di solitudine, anche oggi / è una giornata morta: / il cuore è spentocon la sensazione dell’abbandono e della rassegnazione dal momento che l’anima dell’ autrice sembra definitivamente relegata in “una prigione senza confinima al tempo stesso lascia trapelare la volontà di smetterla col pianto e coi sorrisi non conditi di tenerezza e quindi non autentici e alimenta sicuri ancoraggi. Lo sguardo spazia intorno e sembra, a momenti, perdersi nello spazio circostante e fondersi con la natura per dichiarazione esplicita e diretta dell’autrice: “Per me è / poesia /…/ e mi commuove pensarlo.

La tensione emotiva è talmente forte da spingerla a piangere “di gioia e di bellezzae poiché le corde del suo core vibrano, in quanto creatura di preghierasa incantarsi, sorpresa e rapita, nello “scintillìo di luna e stellesicché ella sente di cedere del tutto alla “cascata di luceche “riverbera sull’acqua azzurratama anche nel curioso “avvicendarsi delle nuvole / nel giocare a rimpiattino.E questo accade finanche nella città eterna di Parigi dove la vita è frenetica. Ma la capitale francese resta sempre città del sogno, dal fascino antico eppure nuovo. E così torna per memoria – ed ha quasi una funzione catartica – l’immagine romantica e suggestiva di Montmartre con il suono dei passi e sempre il proposito di raccordare la mente con il cuore.

Fortemente sentito è pure il richiamo al sole “gioia tonda, leggera, esplosiva che / abbraccia l’eterea fresca giovinezzadotato di funzione vitalizzante; di qui l’augurio affinché esso non attenui il suo splendore anche se a sera, inevitabilmente, la mimosa, assetata di luce, avvizzisce. Tutto questo non spegne o attenua l’entusiasmo della poetessa che si augura che anche nelle occasioni di disperazione il dolore possa essere stemperato proprio dai benefici effetti del sole.

Nella quotidianità dell’esistenza qualche cruccio subentra ad assillare in uno con la monotonia delle ordinarie incombenze noiose e per le inevitabili incomprensioni che affaticano nel rimando, con il senso del paragone alle “nuvole / lassù, a reggere il peso / di tutti i giorni.” Malgrado tutto ciò non c’è il senso della resa ma una sorta di accettazione accompagnata sempre da un evidente “esangue / tormento delle speranze.

In altre circostanze Rita Fulvia Fazio sottolinea il piacere di godere uno spettacolo della natura come dinanzi ad una distesa marina: Cascata di luce / riverbera sull’acqua azzurrata. / Tu, imprigionata oscurità / dell’ansia e della distrazione, / vivi ipnotizzata ascesa / al magnetismo solare / in calma affettività.Talvolta l’autrice sembra incantarsi dinanzi alle meraviglie del creato, dalle più piccole cose alle più grandi, tese entrambe a testimoniare il senso dell’eternità: la rosa che cresce perfetta; il mare con le sue onde contro la riva; i voli liberi ed eleganti dei gabbiani; la luna che rischiara la notte nel suo silenzioso percorso; le stelle tremule, quasi “bottoni di madreperla” di cui parla Campana. E poi le tante sfumature della luce coi toni diversificati che realizzano “trionfali colori dell’arcobalenoe ancora i tramonti, ora infuocati, ora sbiaditi, i fiocchi di neve, il bisogno del tempo da vivere nella dilatazione dello stesso, e tanto altro ancora.

E l’amore lo si può ritrovare quasi ovunque, a far capolino, prima di nascondersi, a mostrarsi nella sua bellezza e forza, a velarsi di malinconia, a riproporre situazioni lontane, a palpitare, a sperimentare sensazioni nuove e delicate, quasi fanciullo indomito, oppure è nascosto nei dialoghi taciuti, nelle parole non dette, nei gesti, negli sguardi nella reciprocità di certi segnali. Ed è amore forte anche quando promette lacrime / … come stelle cadentio quando sa testimoniare, magari in maniera tacita e senza fare rumore, sfumature di affetto “la mia emozione più riposta / tra teneri trucioli / che il vento solleva / nell’anima di fanciullae finanche quando sembra perdere il vigore, quasi un affievolimento del cuore che smette coi sobbalzi e coi capitomboli e cede, senza resa, alla ragione. Resta sempre tema presente e ritornante e, seppure muta forma, sa conservare intatto ed intero il suo incanto e la meraviglia: “Ora che io ti guardo, / il tuo sguardo è, per me, / dolce incanto riflesso, / nel tempo di te.

La reciprocità del sentimento risulta evidente e pare avere in sé un che di stilnoviano, per la pulizia, la forza incantevole della comunione pur nella condizione riflessa che rimanda l’autrice indietro nel tempo e le fa dire: “Una volta mi amavi.Ed è manifesta una sorta di pacata rassegnazione nella ripetizione plurima dell’affermazione che si carica di dolcezza strana e di una vaghezza di positività che si ritrova in tutti i versi e soprattutto nella chiusa della lirica Nel e fuori dal tempo: “Una volta di noi, / noi che al tempo / restiamo nel sapore di sé.Sovente compare il velo della malinconia non disgiunta da una sensazione di tristezza e quasi di gelo: “È proprio inutile / che io sia / qua a sperare.L’inutilità della speranza è segnata da “un presente” che “non ha / ritornoe da un futuro sbiadito e come votato alla delusione. Eppure in fondo al cuore sembra affiorare timidamente una speranza che addolcisce e una sorta di trepida intesa che lega il passato al presente: “E l’attesa / fu Amore / per l’amore che ora è qua.

Altrove l’amore si connota come forza vitale e prorompente con manifestazioni diversificate e capaci di originare emozioni forti e taglienti come lama. E così può avere occhi di ventoma può anche essere taglio di lama affilata / che va dritta al cuoree per altri versi può sollevare “tempeste di soleo, in altre circostanze, può offrire “veli di baci sopitie può limitarsi ad accarezzare delicatissimamente “la mia anima / rullante / di tamburi in festao ancora penetrare dolcemente e invadere la calma di questo / cuore furente d’Amore per te.E come a completare il quadro appare una sorta di cornice fatta di “ciliegi in fiorequasi a ricordare le note di una bella antica canzone nel comune rimando alla primavera che è anche primavera di vita.

Ma il cuore, che a volte fa capitomboli e lancia bolle per l’aria carica di sole, altrove sembra votato a chiudere le sue porte per cercare consolazione nell’isolamento. Subentra così un bisogno di meditazione accompagnato da un velo di rimpianto e tristezza che tende ad imporsi e quasi a scacciare la dolcezza dell’amore e, a tratti, forte è la tentazione di “spalancare, finalmente / la porta della paura”; tale sensazione è racchiusa efficacemente nel titolo della poesia Purtuttavia con la doppia avversativa. Non manca nella Fazio il senso malinconico e problematico dello scorrere inevitabile del tempo con la sua ineluttabilità che costringe quasi ad una febbrile corsa per sfruttarlo al meglio nell’idea che da un momento all’altro esso possa mancare: “Ho fretta, ho fretta di vivere / poiché ogni istante che segue / potrebbe più non esserci.L’autrice, pur non subendo eccessivamente la sensazione spiacevole del passaggio terreno, sente il bisogno di andare oltre e di precisare la sua ansia di agire: “Ho fretta di sguardi avidi di luce / a sorprendere luminosità svelate / nei labirinti più intricati / di parole e immagini.

Altre volte compare un senso di solitudine che, tuttavia non stanca, o almeno così sembra, e quasi precede il corroborante silenzio con la sua voce delicata e con certe apparizioni anche contrastanti in un canto misterioso nella pluralità dei suoni e sull’immagine concreta dei panni distesi, forse a sciorinare, al sole che è sole di verità: Panni distesi, umidi, / al loro dondolarsi, / tra luce e oscurità, / chiudono e aprono porte / nel divenire dell’oggi.

Talvolta l’autrice si lascia andare al godimento della buona musica che ha il potere di farle perdere la cognizione del tempo, non più frettoloso, di vivere uno spaccato irripetibile che fa bene allo spirito: Estasiata, assapori / estate e poesia, / dolcemente assuefatta / alla bellezza / profonda e impalpabile.Allora la poesia tende ad innalzarsi, a farsi raccoglimento e preghiera o, più propriamente, invito ad interrogarsi: “E io prego / senza voce che risuoni nell’aria / di ascoltare la melodia del tuo cuore.Si tratta di dialogo intimo, sincero, vero, di un colloquio con un ‘tu’ che non ha il carattere dell’impersonalità o dell’indeterminatezza, anche se può appartenere a chiunque. Il raccoglimento non solo è astrazione dalla realtà e dalle miserie della ordinaria quotidianità, ma ripropone immagini della lontana infanzia fanciullezza con tutto il cario di tensione emotiva conseguente. Si crea una sorta di magia come nella poesia Shiatsu dedicata a Lauricella nella quale la poetessa sperimenta, per miracolo terreno, l’attimo di leggerezza e la sensazione di librarsi in volo: “Indossai ali di farfalla / per raggiungere orizzonti lontani, / senza perdermi.”; già, senza il senso dello smarrimento e quasi nel pieno della consapevolezza e ciò dà al miracolo maggior valore. Per questo ella può tranquillamente aggiungere: Libera da ogni peso, / fui onda spumeggiante al cielo, / felicità piena. / E in quella dolce solitudine / consumai / l’ebbrezza della notte incantata.E, se la “notte incantata” è irripetibile, l’autrice non disdegna di abbandonarsi qualche volta al sogno, magari ad occhi aperti, nella ricerca, a levante della luna “nella sua falce tranquillache resta sempre misteriosa e ambigua e chissà che essa stessa non si conceda al sogno e non sperimenti il senso della malinconia, del vuoto, della solitudine, in contrasto con la luminosità che sprigiona. Ed è una luna tutta umana e terrena se si presta al dialogo con la poetessa. Talora il sogno, compagno inseparabile dei poeti nelle più diverse forme, ripropone la rivisitazione dell’infanzia, con qualche punta di amaro come nel rimando al “bambino dalla mano tesa /…/ per la stretta mai compiuta.Altre volte è richiamo alla realtà ed invito alla pace e alla fraternità contro le cattiverie, l’odio, il male dilagante che sembrano dominare e che l’autrice respinge decisamente: ma io, mondo, ostinata e fiera, / ti consegno una preghiera saggia, / libero germoglio circolare / che non conosce rimpianto. / Pace!

Non manca il tema della diversità, i petali di nardo, le fioriture primaverili, il sogno nel contrasto con la realtà, il rimando alla sublimazione, il richiamo a certe tenerezze infantili come nella poesia dedicata a Nazario Pardini: “Allor fanciulli / ci incontrammo / Nazario, / … / l’anima colse / scintillio / dal cuore.E sempre, ritornante, carezzevole, tentatrice, la speranza sa farsi consistente ed allusiva, tacitamente confortando l’autrice: “Ad abbrivi sogni dolci, / reifici e riparatori / mi concedo / per rinascere / … / abbracciata al nuovo giorno.

E sull’idea della possibilità di un giorno nuovo ci piace chiudere il nostro percorso nella convinzione che torneremo a leggere ancora Rita Fulvia Fazio che crediamo abbia ancora tanto da dire e magari tenterà modalità nuove e diverse.

Chissà!

Mario Santoro

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