Roma, aperitivo letterario “percorsi autobiografici” sabato 9 marzo

Aperitivo letterario “percorsi autobiografici” alle ore 19.00 al Gp2 in Vicolo del Grottino 3b.

  

Sabato 9 marzo alle ore 19.00 al Centro Giovanile Giovanni Paolo II, in Vicolo del Grottino 3b, avrà luogo l’aperitivo letterario dedicato ai percorsi autobiografici.

Lucia Cosmetico presenterà “L’elogio dell’insicurezza” e Alessandra Prospero “P.S.Post Sisma”con la partecipazione del poeta Claudio Spinosa.

Alcuni brani tratti dal libro di Lucia Cosmetico e dalla raccolta poetica di Alessandra Prospero saranno interpretati dalla voce di Sarah Mataloni.

Filo comune tra le due scrittrici è la forte presenza dell’elemento autobiografico, vissuto in modi e forme diverse.

“Elogio dell’insicurezza” è un libricino  contro la ricerca delle false sicurezze che illudono le persone e le rinchiudono in sé stesse. Meglio allora una sana insicurezza, che è l’invito a prendere la vita nelle proprie mani accettando paure, esitazioni, dubbi, angosce e… le stesse insicurezze.
Con piglio stranamente sicuro, l’insicurezza in persona – come fece a suo tempo la follia di Erasmo – cercherà di convincervi che è meglio convivere con lei piuttosto che temerla. Meglio accoglierla come compagna sul cammino piuttosto che sbarrarle la porta.

La consapevolezza della propria fragilità diventa strumento per affrontare la vita.

Ps. “Post sisma”sono diciotto poesie scritte, ma prima vissute, dall’aquilana Alessandra Prospero, nate dal desiderio di poter affrontare la “sofferenza” e le tappe che portano ad una voglia di rinascita interiore. Due sezioni per raccontare il “solco indelebile” che un evento traumatico può lasciare fuori,  e dentro di noi.

Una raccolta in cui convivono “Dramma e Speranza”, due elementi di cui la vita non può fare a meno. Due momenti, affrontati da tutti quelli che hanno vissuto un qualsiasi dolore; da tutti quelli che hanno combattuto con un evento come quello del sisma del 6 Aprile 2009..

Alessandra Prospero traghetta le sue emozioni attraverso Affanni, Sensazioni, Parole, Polveri, Delusioni, Inganni. Per approdare infine alla voglia di rinascita. Di ricostruirsi e ricostruire. Speranza. E riesce ad acquistare questa voglia grazie ai suoi affetti più cari.

Una serata intima per raccontarsi e condividere emozioni sul palco del Gp2.

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Prima Ragunanza del 28 aprile 2013 di letture poetiche

La POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.

È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj, Roma, a ricordo dei raduni organizzati da S.A.R. Cristina di Svezia.
 
REGOLAMENTO per la “Prima ragunanza del 28 aprile 2013 di letture poetiche”
La partecipazione è aperta a tutti coloro che dai 16 anni in su, per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci, senza distinzioni di sesso, provenienza e cittadinanza, ritengono di aver compreso lo spirito dell’inno poetico alla natura che ci accoglie.
cristinaLa POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.
È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.
 
Art.1 Si richiede per la sezione POESIA, il testo di massimo 30 versi su un unico foglio scritti in Times New Roman, a carattere 18.
 
Art.2 I testi, che devono essere inediti, vanno inviati alla redazione Liber@arte via mail aliberarte2013@gmail.comindicando in oggetto “Prima ragunanza di letture poetiche” e per conoscenza a: zanarellamichela@gmail.com
 
Art.3 Le modalità espressive dei testi non devono essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore e della persona chiamata in causa a leggere;
 
Art.4 La partecipazione è GRATUITA;
 
Art.5 La scadenza per l’invio dei testi è fissata a lunedì 4 marzo 2013;
 
Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;
 
Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura della sua poesia di fronte agli astanti;
 
Art.8 I partecipanti i cui testi siano stati selezionati per la lettura in pubblico saranno informati sui risultati delle selezioni mediante mail personale e segnalazione sul sito del gruppo Facebook Liber@arte.
 
Art.9 Le POESIE scelte saranno presentate e lette al pubblico DOMENICA 28 APRILE 2013, dalle ore 10,30 alle ore 18,30 all’interno di Villa Pamphilj nel Teatro all’aperto o, in caso di mal tempo, nel salone della vecchia Vaccheria.
A tutti i selezionati sarà inviato l’invito per la partecipazione al reading con largo anticipo.
Le poesie che saranno lette nel Teatro all’aperto e idonee all’evento, saranno inserite nella silloge antologica pubblicata dalla Arte Muse Editrice.
 
Art. 10 Nel file d’invio includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica e, in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:
 
“Dichiaro che i testi da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale e inedite.
Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.
Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati di Liber@arte.”
 
Referente concorso:
 
Michela Zanarella,
 
 
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“Voce” di Elisabetta Bagli, recensione di Lorenzo Spurio

Voce

di Elisabetta Bagli

Ilmiolibro, 2011

Pagine: 64

Costo: 9€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Non ho più desideri,

non posso più amare,

non voglio più vivere.

(da “Anima perfetta”)

 

Elisabetta Bagli, italiana trapiantata nella capitale spagnola, esordisce nel mondo della scrittura con questa densa silloge poetica, sebbene il suo amore per la letteratura l’abbia sempre contraddistinta. E questa doppia appartenenza Italia-Spagna si evince da numerose liriche qui contenute; sono numerose le tracce spagnole a cominciare dalla lirica dedicata a Carmen Laforet (1921-2004), l’omaggio al capoluogo della regione Cantabria in “I fuochi di Santander” e i numerosi colori e odori di una natura florida e spontanea di tipo chiaramente mediterraneo. Dall’altra parte, invece, estremamente pittoresca è l’immagine di Trastevere in un momento di goliardia presente in “Festa de ‘noantri” mentre  in “Garbatella” la poetessa rievoca non senza nostalgia l’infanzia lì vissuta.

Le liriche scorrono veloci sotto i nostri occhi ma le sensazioni che la poetessa evoca –frutto di suoi momenti realmente vissuti- rimangono come sospesi nell’aria, a circondarci e a regalarci un mondo variopinto di stati emozionali comuni ad ogni mortale ma che Elisabetta Bagli ha steso sulla carta con maestria. Un senso di leggerezza pervade l’intero libro quasi che una leggera brezza lambisca le pagine mentre lo stiamo sfogliando, inoltrandoci nel cuore della silloge. E’ per questo, forse, che la poetessa ha scelto un’immagine edenica nella foto di copertina dove due angeli –uno maschio e uno femmina sembrerebbe, anche se gli angeli non hanno sesso- si abbracciano lievemente e si baciano, quasi a costituire un tutt’uno. Le ali dispiegate dei due che riusciamo a intravedere solo in parte “sollevano” lo spettatore verso l’alto con una chiara volontà di innalzare il testo qui contenuto a una ricchezza lirica degna d’analisi.

Del titolo, Voce, colpisce l’utilizzo del singolare che, però, è subito chiarito nella prima e omonima poesia: è la voce-anima taciuta della poetessa equiparata al lento e indistinto fluire di un corso d’acqua del quale con difficoltà si riesce a percepire il rumore che “mossa da un nuovo impeto,/  con vigore, / si rivela a tutti”.

In “Scrivere” Elisabetta Bagli affronta dal suo punto di vista il senso della poetica: “scrivere per comunicare […] scrivere per rappresentare la tua vita […] scrivere per dare un senso ai tuoi sogni […] scrivere per sfogare la tua rabbia […] scrivere anche quando non vuoi […] scrivere per toccare l’esistenza più alta della tua vita”. Il messaggio della poetessa è chiaro: la scrittura, in questo caso la poesia, è un’eterna amica che ci sostiene sempre e alla quale si deve ricorrere come sostegno, riparo e confidente anche nei momenti nei quali la rabbia, la disperazione o la noia ci assalgono.

Nella coloratissima “Chi sono” si respirano profumi variegati e la poetessa si ritrova e si riscopre parte della natura in un’atmosfera panica, circondata dalla Madre Terra di cui è parte che la porta a scrivere: “Sono l’odore della terra/ dopo il temporale, forte, acre”. Perché anche l’odore della terra può cambiare, ci insegna Elisabetta Bagli a seconda della temperatura o delle condizioni meteo. Ma più che questi fattori fisici credo che ciò che la poetessa intenda dire è che gli odori sono e non sono come li percepiamo, a seconda di come ci troviamo, di come ci rapportiamo e sperimentiamo il mondo. La natura è celebrata ampiamente in tutta la silloge come in “Neve”, “Luna piena” o in “8.46”, cronaca di un parto dove il senso di maternità e di forza generatrice riconducono direttamente alla più ampia accezione di natura.

Ci sono versi amari in “Bulimia” dove la poetessa annota “Una dopo l’altra,/ due dita penetrano nella mia gola/ si muovono, insistono sulla lingua,/ scendono ancora più giù./ Finalmente tutto esce,/ come cascata esce. / Mi libero soddisfatta”. Questa poesia non intristisce la raccolta che è pervasa, invece, da un animo profondamente vitale ma serve piuttosto a delineare anche le debolezze del corpo umano, i sistemi che attentano al naturale sviluppo dell’essere. Ciò che colpisce della lirica in questione è la consapevolezza della soddisfazione – oserei dire quasi gioia- dell’atto meccanico e malato che porta l’io poetante a un certo comportamento lesivo per se stessa. Nella lirica la bulimia viene connessa al desiderio di “morire magra” piuttosto a quello di vivere con un aspetto filiforme, ma non credo che la poetessa abbia voluto mandare un messaggio allarmistico. Dalla bulimia si può uscire, con convinzione però.

La poesia di Elisabetta Bagli è positiva, naturalistica, spontanea e molto piacevole. In essa si riscontra anche un invito all’attivismo, a guardare avanti perché alla fine di ogni percorso ce n’è sempre uno nuovo che ci aspetta: “Devo fare di più/ scoprire fin dove posso arrivare”, scrive in “Limiti”.

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona 08/10/2012

 

 

 

Chi è l’autrice?

Elisabetta Bagli, classe ‘70, è romana ma risiede a Madrid. Ascolta la sua voce poetica da poco più di due anni. Nonostante i suoi studi accademici di formazione economica-giuridica, ha sempre amato la letteratura, spaziando dai classici italiani e stranieri ai contemporanei e moderni.

La sua esperienza di vita, che l’ha portata a vivere lontano dalla sua terra natale, l’ha spinta a riflettere sulla sua condizione di donna che, in merito a scelte fatte in accordo alle proprie esigenze, ha perduto il contatto diretto con il suo mondo di origine. Ma lo ha portato dentro di sé. Vive la sua realtà aperta ad accogliere le novità della vita senza dimenticare mai che “è quel che è soprattutto perché è stata”.

Espansiva e cordiale con quanto la circonda, dopo aver cresciuto i suoi due figli fino all’età scolare, ha avuto più tempo per poter ascoltare la sua voce, per alimentare la sua analisi introspettiva, per poter descrivere le sue emozioni, i suoi dubbi, la sua identità mai perduta sui fogli bianchi di quel quaderno che, come una premonizione, le è stato regalato nel giorno della sua laurea. Ora ha deciso di farsi conoscere. Offre al pubblico la sua prima raccolta di poesie con la speranza di poter riuscire a prendere per mano i suoi lettori e portarli all’interno del suo mondo, fatto di vita, di amore, di sguardi.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Premio Wilde – Concorso Letterario Europeo – V Edizione – 2012

Premio Wilde
Concorso Letterario Europeo

Con il Patrocinio del Ministero della Cooperazione Internazionale e l’Integrazione dipartimento della Gioventù, Regione Lazio e Provincia di Roma
Bando Poesia a tema libero – V Edizione 2012

Art.1. La Dreams Entertainment Associazione Culturale Ricreativa Italiana, bandisce la 5° Edizione sezione Poesia a tema libero con scadenza alle ore 24:00 del 14 Ottobre 2012.

Art.2. La quota di iscrizione come contributo è di Euro 10,00 da versare in simultanea con l’invio dell’elaborato. Con l’elaborato e il modulo di iscrizione includere ricevuta di versamento (La Modulistica e le Modalità di iscrizione sono disponibili sul sito ufficiale http://www.premiowilde.eu).

Art.3. Al Premio possono partecipare autori italiani e stranieri ovunque residenti, con un’età minima di anni 16 sedici.

Art.4. Oggetto del concorso è la presentazione di una o max 3 poesie inedite (web incluso) e mai presentata/e ad un concorso di caratura nazionale, internazionale. In caso si desiderasse presentare più di un opera, moltiplicare il contributo di iscrizione al numero di opere presentate (1 poesia €10,00 – 2 poesie €20,00 – 3 pesie € 30,00. I testi possono essere in lingua italiana, in dialetto regionale, francese, tedesco, inglese. Nel caso di dialetti e o lingue estere includere traduzione in italiano. I testi non dovranno superare i 50 versi, con tolleranza di 5.

Art.5. Per iscrivere più opere utilizzare un solo modulo di iscrizione compilando gli appositi campi.

Art.6. La/le poesia/e può/possono pervenire mezzo posta elettronica, includendo come allegato la poesia/e, ricevuta di versamento quota di iscrizione e modulo di iscrizione all’indirizzo:info@premiowilde.eu indicando nell’oggetto:
PREMIO WILDE SEZ. POESIA TEMA LIBERO 011. L’elaborato deve essere in formato Word recante in alto: Nome e Cognome, indirizzo, E-mail e telefono dell’autore. Usare font leggibili di grandezza variabile da 10 a 14.
Oppure
Posta prioritaria,  includendo nella busta stampa cartacea dell’opera/e, ricevuta di versamento quota di iscrizione e modulo di iscrizione. La/e poesia/e deve avere in alto: Nome e Cognome, indirizzo, E-mail e telefono dell’autore. Nel caso di più opere un foglio, una poesia con i dati identificativi. Usare font leggibili di grandezza variabile da 10 a 14.
Indirizzo: PREMIO WILDE POESIA A TEMA LIBERO 011 c/o DREAMS ENTERTAINMENT VIA G.B. VIOTTI, 16 13100 VERCELLI.
Le opere prive dei dati identificativi e le iscrizioni incomplete della documentazione richiesta verranno escluse dal Concorso.
Nel caso di più opere presentare gli elaborati in modo contraddistinto; un foglio, una poesia.
Non inviare Raccomandate, Posta celere, etc.

Art.7. Non inviare doppioni. Se viene inviata la candidatura mezzo E-mail non deve essere rinviata mezzo Poste e/o viceversa.

Art.8. Tra tutte le opere pervenute la commissione della Dreams Entertainment provvederà a selezionarne 150. Le opere affronteranno una prima valutazione al loro arrivo in segreteria; alla chiusura del bando la commissione rivaglierà le 150 opere distintesi in prima battuta per selezionare le 50 che andranno in finale che la giuria esterna valuterà per i tre premi assoluti, concorrendo inoltre per i premi speciali. Le cento opere escluse per i premi assoluti, concorreranno ugualmente per uno dei premi speciali.

Art. 9. Tra le 50 opere in finale, la giuria stabilirà una graduatoria per i primi 3 tre piazzamenti con i seguenti premi:
1° Premio: Pubblicazione di una raccolta di poesie da concordare con l’autore + 40 copie + Pergamena;
2° /3° Premio: Chrystal Award + Pergamena;
4°/in poi: Attestato di partecipazione.

Art.10. La Dreams Entertainment tra tutte le opere pervenute attribuirà dei Premi Speciali.
Tra i premi Speciali verrà attribuito:
– Premio Speciale del Ministero per la cooperazione internazionale e l’integrazione Dipartimento della Gioventù riservato ad un opera ritenuta particolarmente meritevole di autore/trice under 25 anni.
– Premio Speciale Dreams Entertainment con pergamena + sito internet personalizzato composto da 6 pagine (valore commerciale oltre €500,00). I file del sito vengono inviati su CD pronti per la messa on line, salvo accordi diversi presi con il vincitore. Le imposte fisse: spazio web e nome a dominio esclusi dal premio).

Art.11. All’evento di presentazione e premiazione che avverrà in data 01 dicembre 2012 è gradita la presenza degli autori finalisti previa conferma. Tutti coloro che fossero impossibilitati a presenziare pergiustificato motivo, il Premio attribuito verrà spedito agli indirizzi indicati sull’iscrizione, con contributo spese di Euro 5,00 in francobolli da inviare successivamente.

Art.12. La location di dove avverrà la premiazione con relative specifiche, verrà comunicata a tutti gli iscritti al concorso e resa pubblica sul sito ufficiale del Concorso Europeo http://www.premiowilde.eu entro il03 settembre 2012.

Art.13. I posizionamenti relativi alla finale, saranno pubblicati sul sito http://www.premiowilde.eu entro il 03 novembre 2012.

Art.14. I concorrenti si impegnano a non pretendere compensi di sorta per la pubblicazione su riviste, giornali, per l’utilizzo foto cine-televisivo volto a promuovere il concorso.

Art.15. I partecipanti prendendo parte al Concorso dichiarando sotto la propria responsabilità che l’opera è frutto di loro fantasia e sollevano gli organizzatori e i partners da ogni responsabilità per danni e conseguenze dirette e indirette.

Art.16. Le opere inviate non verranno restituite. Verranno ammesse le buste dopo la data di scadenza recante timbro con data di spedizione non posticipata al 07 Ottobre 2011. Qualora giungesse l’iscrizione oltre termine massimo la quota di iscrizione viene trattenuta come costi di segreteria.

Art.17. Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile. I nominativi dei membri verranno resi noti in data di premiazione.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Emanuela Ferrari

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione a cura di Emanuela Ferrari

Il libro scritto da Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, dal titolo Ritorno ad Ancona e altre storie, raccoglie tre storie che, pur narrando vicende diverse, hanno un filo conduttore comune, ovvero si “muovono” sul terreno dei sentimenti, più precisamente partono da un punto di riferimento iniziale: la famiglia che si crea, che si ha per poi arrivare a situazioni diverse rispetto al punto di partenza. Tutto ciò che accade prende spunto da questo micro-cosmo, o micro-mondo, che ci portiamo appresso anche quando sembra averci abbandonato. Dal genio creativo dei due autori “nascono” tre racconti molto avvincenti, assai ricchi di particolari descrittivi su luoghi, persone, stati d’animo, riflessioni introspettive che portano il lettore a sfogliare le pagine con voracità.

Tre storie intense, vissute, emozionanti dove le protagoniste indiscusse sono tre donne: Giada (33 anni), Rebecca (55 anni), Eva (circa 40 anni) che mi sento di definire tre “pilastri” in quanto prendono in pugno la situazione e cercano di gestirla al meglio dimostrando una forza vitale, una energia inaspettata che le induce ad andare avanti. Questo tratto è comune alle tre donne, che appartengono a generazioni diverse e vivono emozioni differenti e con vissuti molto lontani che possiamo ricollegare al modo di essere delle donne italiane: tenaci, forti, presenti, super-impegnate e soprattutto umane, aperte all’altro, disponibili all’ascolto del mondo che le circonda. Infatti, Giada decide di “accogliere” il fratello Jacopo di cui non conosceva l’esistenza, Eva mantiene un dialogo aperto con l’ex-marito, Alberto, anche quando la mette in difficoltà per allontanarla con i bambini dalla casa che questi voleva dividere con la sua compagna. Poi Rebecca, pur avendo conosciuto Vincenzo, mantiene il ricordo e la “presenza” del marito nella casa ad Ancona.

Tanto ancora si potrebbe “dire” su questo libro nato dall’abile penna di due scrittori dell’Italia centrale, luogo in cui ambientano la vita dei loro personaggi: Firenze, Fiesole, Ancona, Roma, San Casciano. L’abilità descrittiva dei colori, dei profumi, delle abitazioni rivela una profonda conoscenza del territorio e, soprattutto, la volontà di far risaltare gli aspetti più caratterizzanti: in Telefonate Anonime “le colline toscane, ombrate da verdi e tozzi ulivi”, mentre trapela un legame sincero con il nostro paese nella seguente frase, che conclude la prima pagina del racconto: “il cibo italiano, da molti declamato come il più buono al mondo”. Ed ancora Roma, dove Giada deve svolgere il suo servizio per la boutique di moda, è dipinta tra le righe come un posto rumoroso e frenetico, ma a cui si arriva in ogni modo, parafrasando il proverbio “tutte le strade portano a Roma”. Inoltre, i collegamenti tra le vie denotano una conoscenza – oserei affermare – diretta del percorso citato: via della Traspontina, che conduce a San Pietro, Campo dei Fiori…

In Ritorno ad Ancona sono molto belle le descrizioni colorate della flora, che adorna il balconcino dell’albergo ad Ischia, e la zona di Forio con i Giardini Poseidon ricchi di piante di ogni tipo e “guarniti” da magnolie profumate che sembrano emanare il loro avvolgente effluvio dalle pagine, mentre Ancona come si presenta al lettore? Appare silenziosa con un sole dorato che si rispecchia nel mare Adriatico…

Infine, in Un cammino difficile, ritorna una attenzione particolare alla Toscana, precisamente a Prato dove il paesaggio, ma soprattutto l’architettura ha perso ogni sembianza italiana assumendo sempre più connotati cinesi. In questa precisazione è possibile “percepire” una nota di rammarico da parte degli autori. Poi Viareggio quale luogo ideale per le vacanze estive, mentre Fiesole descritta così: “isola verde sulle colline fiorentine, fuori dal caos e ventilate”.

A questo punto credo che, per “assaporare” tutti gli ingredienti che sono stati maestralmente amalgamati insieme da Lorenzo e Sandra, non rimanga che immergersi nella lettura del loro lavoro per scoprire un mondo che “vediamo” tutti i giorni, forse anche con un certo distacco, ma che ci impone di riflettere sul valore delle persone e sui loro sentimenti.

Ringrazio i due autori  per aver prodotto un testo così ricco di contenuti per le nostre menti.

A CURA DI EMANUELA FERRARI

28/03/2012

QUESTO TESTO E’ UN ESTRATTO DELLA RECENSIONE SCRITTA DA EMANUELA FERRARI.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI QUESTO TESTO NELLA FORMA DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Le danze del tempo” di Martino Ciano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le danze del tempo

di Martino Ciano

con prefazione di Tania Paolino

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

ISBN: 978-88-6354-372-8

Pagg. 143

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

  

“La sua droga perfetta era il passato” (pag. 51).

 

Confesso senza remore che i romanzi di guerra o che comunque fanno riferimento a particolari momenti storici di conflitto o di ribellioni non sono il mio forte ma ho accettato con piacere di leggere il romanzo di Martino Ciano, scrittore esordiente calabrese, grande studioso di storia. Dopo un’interessantissima nota di prefazione curata da Tania Paolino, nella quale si sottolinea soprattutto il valore del tempo nel romanzo, la lettura si snoda attraverso una serie di capitoli che in esergo riportano citazioni tratte dalla Bibbia. La storia contenuta nel romanzo è triste e inumana, come lo sono tutte le storie di guerra. Martino Ciano mette in scena non tanto il dolore e la devastazione degli oppressi ma il cinismo e la spregiudicatezza di coloro che si credono superiori, invincibili, potenti sopra ogni cosa. Di coloro che credono di poter decidere le sorti degli altri quando invece questo è un compito che appartiene solo a Dio.

Il setting iniziale con il quale si apre la storia è Auschwitz, luogo che non necessita di presentazioni. E’ il 1944 e al lager arrivano deportati dalle varie zone della Germania. Siamo, però, come narra la storia, alle ultime battute del regime hitleriano. Il tenente Karl Von Kliest, “l’immagine del perfetto ariano” (pag. 21), si rende colpevole di una serie di violenze e crudeltà tra cui l’uccisione dell’ebreo Jacob e di suo figlio Ismael, nomi che ricordano importanti personaggi biblici. Von Kliest rappresenta la Germania nazista, è un prepotente convinto degli ideali della purezza della razza; decide e manda a morte chi vuole arrogandosi un compito che non gli appartiene. E’ un piccolo Hitler, anzi forse addirittura più potente di Hitler che, come si è detto, ormai si trova nella sua fase calante. Ciano scrive, infatti, “Hitler ormai è finito. Ha paura anche di se stesso” (pag. 26).

Ma come narra la storia, lentamente le cose volgono male per i nazisti e le armate russe fanno il loro ingresso in Germania minacciando Berlino che poi riescono ad assediare. Il tenente viene mandato a Berlino dove, assieme ad altri gerarchi valorosi, è tenuto a organizzare la difesa della città. Non ci riusciranno e tra tanta morte e distruzione il tenente riuscirà a salvarsi e mettersi in fuga. L’impressione che ho avuto è che Ciano sottolinei di continuo l’impossibilità di salvezza per i deboli, i poveri, gli emarginati e sfruttati e di contro l’invincibilità, la salvezza dei cattivi, dei criminali quasi come se Dio osservasse tutto di nascosto e neppure lui riuscisse a regolare gli eventi.

Ma quando la Germania è ufficialmente caduta e con essa lo spregiudicato regime, allora le cose cambiano e non c’è più posto per i crudeli nazisti che prima hanno dominato la scena. Chi fugge, chi si salva, chi si converte, chi si pente, chi si autoelimina, chi nascosto rimane convinto delle proprie idee. Von Kliest decide di farsi fuori. Non riesce a sopportare di vivere in una società che non risponde più ai suoi ideali, ai progetti della sua gente. Non accetta la sconfitta. Non vuole lasciarsi uccidere dai rossi e lasciare che il proiettile delle loro pistole macchi quel corpo ariano e ne sconsacri l’essenza. Si punta la pistola alle tempie ma solo in quel momento, similmente a una pistola scarica nel celebre Gli Indifferenti di Moravia, scopre che i colpi sono finiti. E’ un caso? E’ una vendetta del destino? Non lo sappiamo fino a che non continuiamo nella lettura. La mia idea è che il non poter morire del tenente sia una sorta di pena divina silente come avviene al vecchio marinaio dell’omonima ballata di S.T. Coleridge. Ma come sempre la vita è fatta di un prima e un dopo, un passato e un presente. Ci troviamo ora a Colonia, città natale del tenente, nel 1962. La guerra è finita da tempo, sono trascorsi anni difficili e la ricostruzione del paese è stata lenta e dolorosa. La guerra non solo ha cambiato i luoghi, distrutto le case e annientato intere famiglie, ma ha contribuito a incrinare le psicologie dei sopravvissuti, rendendoli deboli, incurabili in virtù dei traumi subiti. Il tenente, seppur anziano, mantiene in un certo senso la sua integrità di sempre; “La sua anima ancora ricordava il passato, lo desiderava” (pag. 50), scrive Ciano. Sappiamo bene che chi vive del passato è un uomo che non è in pace con se stesso, nostalgico, solo, inattuale e pericoloso. E ancora una volta Karl si identifica con il marchio della dissolutezza, della perversione e dell’immoralità: è nazista nell’anima, alcolista, misogino, violento, tradisce la moglie e ancora a distanza di anni non riesce ad accettare (e forse a comprendere) che la sua Germania gloriosa non c’è più e che gloriosa non lo è mai stata: “ma io ci credo ancora” (pag. 56), confida a un suo vecchio amico.

La costruzione antitetica dei personaggi che popolano il romanzo esemplifica questa struttura manichea del mondo: i nazisti contro gli ebrei, i tedeschi contro i bolscevichi, il Bene e il Male, l’umano e l’animalesco, Dio e Satana, l’amore verso l’altro e l’amore verso se stesso, la ragione e la forza, l’io e l’altro. Ma in fondo non sono rilevanti nomi, luoghi, anni e altre caratterizzazioni che ci consentono di inserire la storia in un particolare momento perché una storia di guerra è metafora di ciascuna guerra, sia essa europea o a noi lontana.

Il tenente Von Kliest vive in una dimensione che è fatta di ricordi del passato, di memorie, di progetti e idee che nel passato non hanno preso corpo e il suo presente non è che un passato onnipresente che non annuncia mai a dar la staffetta a quel presente liquido, attuale, al momento. E’ un uomo che mentalmente è già morto e sepolto da decenni, come la sua ideologia, ma che vive in un corpo regredito e involuto. E’ espressione più chiara dell’imbarbarimento della società, dell’illusorietà della superiorità dei potenti sui deboli, del ritorno forzato a un sistema tirannico, prepotente, insano, chiaramente impopolare e inattuale per il suo tempo. E’ un ritorno allo stato di natura, a quella selvaggia e primordiale. Ma anche per lui arriva il momento della resa dei conti: la presa di coscienza, il pentimento, il rimorso, la paura del suo passato. Guardando sua figlia Martha, infatti, non può far a meno di ricordare gli innocui occhi di Ismaele, un bambino ucciso anni prima solo perché ebreo e perché aveva inveito contro di lui per difendere suo padre. E così Karl finisce per “[essere] stuprato da quei ricordi seppelliti” (pag. 59). Ciano impiega un linguaggio freddo, diretto, tagliente e crudo che, però, ben lontano da avere l’intenzione di scioccare, è perfettamente in linea e adeguato a quando va narrando: violenze, nefandezze, stupri, desolazione, rotture, abbandoni, sia fisici che metaforici.

E poi segue il sogno-incubo in cui Karl si vede di fronte a Jacob e Ismael, prova paura e rimorso e l’avvenimento onirico è di sicuro espressione inconscia del fatto che Karl non ha ancora fatto pace con se stesso, con il suo passato che, invece, ritorna a ossessionarlo, minacciarlo, indebolirlo e ad accusarlo per ciò che in assenza di un minimo di raziocinio tanti anni prima ha fatto per asservire un’ideologia assassina. Verso il finale dell’opera tanto egoismo e sicurezza di sé lasciano, però, il posto all’insicurezza, alla debolezza e alla dannazione del personaggio che anni prima si è macchiato di ignominiosi crimini; il suo passato crudele si mischierà al suo presente, alle vicende quotidiane della sua famiglia e proprio all’interno di questo universo si compirà una sorta di vendetta che, troppo pesante da sostenere, lo condurrà a un suicidio (ipotizziamo), questa volta con esito. Ciano condensa il tutto in una frase: “Solo vivendo si comprende la morte, solo peccando si comprende l’espiazione” (pag. 138). C’è una sorta di comprensione e di animo cristiano in questo: il perdono e l’espiazione alle colpe sono sempre disponibili e alla portata di tutti, efficaci solo se l’individuo è capace di crederci veramente.

Ciano ci accompagna in un viaggio doloroso, inserendo le intere vicende narrate in una precisa cornice storica che evidenziano la sua passione e competenza in tale ambito e ci consegna una parabola sulla cattiveria, sulla condizione del cuore umano macchiato dalla colpa. Karl Von Kliest è fratello di Kurtz di Heart of Darkness, e pertanto non è altro che l’espressione più pregnante di quel cuore di tenebra che attanaglia l’umanità.

 a cura di Lorenzo Spurio

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Presentazione della collezione di quaderni di poesia “Le gemme” dedicata al ricordo della Shoah

Il 27 gennaio 2012, per la Giornata della Memoria, Terre Vivaci ha il piacere di segnalare

La poesia e la memoria

Presentazione della collezione di quaderni di poesia

“Le gemme”

dedicata al ricordo della Shoah

I poeti della collezione edita da Progetto Cultura invitano gli altri poeti a unirsi

in un coro unanime affinché mai si perda la memoria

Palazzo Senatorio – Sala del Carroccio, piazza del Campidoglio, Roma, ore 16.30-19.00

 

con la partecipazione di

Manuel Cohen e Dario Nanni

introduce

Cinzia Marulli

letture a cura dei poeti

Lucianna Argentino, Leopoldo Attolico, Luca Benassi, Franco Buffoni, Elena Buia Rutt, Maria Grazia Calandrone, Manuel Cohen, Francesco D’Alessandro, Claudio Damiani, Sara Davidovics, Carla De Angelis, Gabriella Gianfelici, Francesco De Girolamo, Fernando Della Posta, Sandro Di Segni, Annamaria Ferramosca, Serena Maffia, Monica Martinelli, Nina Maroccolo, Salvatore Martino, Vincenzo Mascolo, Chiara Mutti, Anita Napolitano, Massimo Pacetti, Rita Pacilio, Plinio Perilli, Roberto Piperno, Roberto Raieli, Elena Ribet, Maurizio Rossi, Pietro Secchi, Marzia Spinelli, Alberto Toni

 

all’evento prenderà parte l’editore

Marco Limiti

Vindiciae (sentenza), un racconto di Gianluca Paolisso

VINDICIAE ( sentenza )

 “Aveva sessantaquattro anni … ” – Plutarco, vita di Cicerone

 di GIANLUCA PAOLISSO

” Terenzia … cos’è Roma?
– è un’idea. Un piccolo passo verso il cielo.

Dalla terrazza della sua villa, Cicerone osservava il mare, distante pochi passi: una tavola d’azzurro lacerata dai raggi di un sole fugace, che a stento riusciva a scardinare l’aspro dominio delle nuvole. Una leggera brezza accarezzava gli alti pini che, come lance, sembravano bucare il cielo al pari della carne di un barbaro. Sorridendo, Cicerone pensò che il brusio delle piccole onde infrante sulla spiaggia antistante era molto simile alle acclamazioni del pubblico nel Foro: brevi ma intense, violente, carnali come l’amore di una donna. I pensieri si confondevano tra le mille voci del popolo, assetato di gloria e giustizia: solo il momentaneo ritorno del silenzio trasformava la confusione in consapevolezza:” Sono solo un attore … un attore che ha sempre interpretato alla perfezione le parti assegnategli dallo stato, niente di più”.
Cicerone si guardò intorno, sospirando: amava quasi alla follia la natura incontaminata di quelle terre, così lontane dai pericoli di Roma, una città che oramai non riconosceva più. La Repubblica moriva pian piano sotto il giogo delle liste di proscrizione, in cui figurava anche lui, l’antico pater patriae che aveva salvato la città da un uomo come Catilina, dèmone immondo che adesso qualcuno addirittura rimpiangeva. Il ricordo di quelle imprese sbiadiva come la giovinezza, trascinate al cospetto di Plutone dall’eterno incedere del tempo.
Un gracchiare improvviso riscosse Cicerone dai suoi pensieri: decine di corvi si erano appollaiati al suo fianco, aprendo le ali e beccando la sua toga senatoriale come indispettiti. Qualsiasi aruspice avrebbe detto che si trattava di un cattivo presagio, un presagio di morte: nonostante fosse poco superstizioso, in quel momento pensò che gli Dèi volessero ricordargli la sua fine imminente:” Non si può sfuggire al destino, lo so”. In un impeto d’ira, scacciò quegli uccelli portatori di morte con un grido che lacerò l’aria come una lama affilata, poi rientrò in casa, assaporando un intenso profumo di viole. Si distese sul letto, avvertendo improvvisamente il peso della stanchezza: aveva passato le ultime sette notti senza chiudere occhio, organizzando con i servi più fedeli la fuga verso le sue tenute formiane; il viaggio si era rivelato più difficile del previsto, a causa dei capricci più o meno intensi del mare, che avevano messo il suo stomaco in subbuglio. Adesso poteva concedersi qualche attimo di riposo.
“La politica è sempre stata la mia maschera migliore, quella che tutti volevano ammirare nei suoi cambiamenti espressivi, tra le ombre inconsistenti del Campo di Marte … oramai i protagonisti di quel tempo sono scomparsi: Ortensio, Catulo, Hybrida, Sacerdote, sono cenere mescolata ad altra cenere. I lastricati marmorei del Foro non sono più la mia casa. Il Cicerone che tutti hanno conosciuto non esiste più: rimane solo un uomo che ricorda con nostalgia la propria famiglia e i propri amici, che piange ancora una figlia, morta nel dare la vita. Tullia, anima mia, presto torneremo a sfiorarci dolcemente e, chissà, forse abbraccerai le mie ginocchia come spinta da un istinto primitivo, ricordando le tiepide mattine in cui giocavi spensierata tra le braccia di tua madre. Parleremo come allora di tutte le cose che osservavi con il tipico stupore infantile, e rideremo del tempo immobile che avvolgerà le nostre anime. Rideremo,anima mia, non è vero? Rideremo …?”.
– Padrone! – Cicerone scattò in piedi come un giovincello animato dal desiderio: Filologo, uno dei suoi servi, ansimava davanti a lui, la fronte madida di sudore.
– Cosa …
– Padrone, stanno arrivando! – Cicerone si passò una mano sulla fronte, ancora perso nelle ombre del passato. Ad un tratto, la luce di un lampo squarciò lo spesso grigiore delle nuvole. Era tornato alla realtà.
– La lettiga è pronta?
– Sì, padrone.
– La nave?
– Pronta a salpare. – Seguito da Filologo, Cicerone attraversò la villa immersa nel silenzio fino ad un’uscita posteriore dove, come previsto, l’attendeva la lettiga e quattro servi atti al trasporto. Cicerone vi salì senza esitazioni: i capelli arruffati e il pallore del viso lo rendevano simile ad un’anima dell’Oltre Tomba. Solo la toga evidenziava il suo rango sociale, ormai privo della minima importanza.
– Padrone …
– Nessun addio dovrebbe essere così precipitoso – mormorò Cicerone, scuro in volto.
– I disegni degli Dèi sono imperscrutabili.
– è così … Filologo, ti ricordi quando ti dissi di non piangere?
– Avete ragione … – disse lo schiavo, asciugandosi le gote umide con l’avambraccio – “le lacrime sono il sintomo più evidente della debolezza umana”.
– Mi sbagliavo. Le lacrime, ancor più dei sentimenti, rendono l’uomo superiore alle bestie. Piangi, Filologo, piangi … almeno ricorderai sempre di essere un uomo.

I viali ombrosi si intersecavano tra loro a creare un labirinto di piccoli boschi: i voli e i cinguettii dei cardellini erano coperti dal rombo spumoso del mare, agitato e nero come una notte senza stelle. Una pioggerellina fitta come miriadi di frecce si abbatteva sulla terra già umida, desiderosa di vita. Il cielo color rame sprizzava lampi di luce a intermittenza.
L’umidità accentuava ancor di più i dolori corporei di Cicerone, che si dimenava all’interno della lettiga alla ricerca di una posizione accettabile. I servi correvano sotto il peso del legno e del suo corpo, cercando di evitare possibili dossi o buche nel terreno. I loro gridi di fatica e dolore si perdevano nella nebbia.
Cicerone notò, in direzione della sua villa, una lunga scia di fumo nero sollevarsi lentamente verso il cielo: i sicari di Antonio, ottenute con il fuoco e con la spada le informazioni riguardo la sua improvvisa scomparsa, si lanciavano ora verso il mare. E i loro bai da guerra sapevano colmare bene le distanze. Cicerone incitò i servi ad andare più veloce: pochi passi lo separavano dal mare … e dalla salvezza.
Improvvisamente un grido squarciò l’aria: il grido di Erennio. Il rumore degli zoccoli si avvicinava sempre più, come un terremoto lento e devastante. Cicerone udì un sibilo, poi una freccia si conficcò nel legno della lettiga, a pochi centimetri dal suo braccio. Dopo un attimo di smarrimento, i suoi occhi tornarono quelli di un tempo: profondi, imperscrutabili, letali. Improvvisamente il suo corpo riprese il vigore tipico delle migliori giornate forensi; i dolori erano svaniti come neve al sole. Rinasceva a pochi istanti dalla fine.
“Che diavolo sto facendo? Ho dimenticato veramente chi sono? No … sono Cicerone, il primo avvocato di Roma, il più grande oratore che la storia abbia mai conosciuto! Il potere è assetato di sangue: ora vuole il mio, a qualunque costo, ed io non posso impedirlo. è inutile tentare ancora di fuggire a ciò che è stato già scritto … la spiaggia è a pochi passi, ma non sentirà mai il peso del mio corpo; la nave già pronta non salperà mai. Riposerò qui, su questa terra, sotto questo cielo. Basta, basta fuggire!”. – Sporgendosi dalla lettiga, fu investito da vento gelido e pioggia. Non si coprì il volto: in quel momento era insensibile a tutto ciò che lo circondava.
– Fermatevi! – intimò ad uno dei suoi servi, ridotto ad una maschera di sudore e polvere.
– Padrone, sono vicini!
– Ho detto fermatevi! – Il servo ripetè l’ordine agli altri tre, che lentamente deposero la lettiga a terra. Cicerone rimase lì, immobile come una statua.

Erennio, accompagnato da altri dieci uomini armati, si stupì nel vedere la lettiga di Cicerone ferma a pochi passi dalla spiaggia. La nave che avrebbe dovuto ospitare l’oratore nella sua fuga si piegava impotente al volere delle onde.
“Meglio così – pensò Erennio, asciugandosi il naso con l’avambraccio – è più facile uccidere con il consenso della vittima”. Smontò da cavallo, accompagnato dai suoi uomini, poi si diresse verso la lettiga, dove quattro schiavi pregavano in lacrime di non essere uccisi. Non dovevano rimanere testimoni, questi erano gli ordini. La pietà era una concessione proibita. Diede il segnale. In pochi minuti la terra si tinse di rosso. Cicerone osservò la scena in silenzio, il mento appoggiato sulla mano sinistra, nella tipica posa ironica che suscitava tanta ilarità durante le arringhe lente e dispersive di Ortensio.
Erennio gli si avvicinò, salutandolo con un cenno del capo. Cicerone rispose allo stesso modo, sorridendo, apparentemente sereno.
– è la giustizia di Roma, Cicerone … – esordì Erennio, mostrando la scure che teneva fra le mani.
– No: è la giustizia di Antonio.
– Preparati a raggiungere i tuoi avi.
– Morirò per la terra che io stesso ho salvato.

Poco prima di morire, Cicerone ripensò alle ore di festa che seguirono la vittoria contro Verre: durante il pranzo, tra gridi e ovazioni di gioia, aveva chiesto alla moglie:”Terenzia, cos’è Roma?
– è un’idea – aveva risposto lei, accarezzandogli i capelli – un piccolo passo verso il cielo”.
Contemplò per attimi che gli parvero eterni il suo volto riflesso nel metallo lucido della scure, che si sollevò lentamente nel vento di tramontana, pronta a colpire.
Cicerone mormorò, sorridendo:”Vendetta”. Il buio … e poi più nulla.

COMMENTO

a cura di Lorenzo Spurio

Il giovanissimo Gianluca Paolisso, grande appassionato di letteratura e cultura classica, che ha da poco pubblicato il romanzo Saffo, analizzando la società dell’Antica Grecia direttamente dagli occhi della celebre poetessa di Lesbo, ci propone qui un racconto dagli scenari simili. Non siamo nell’Antica Grecia ma nell’Antica Roma e assistiamo alla fuga di Cicerone da Roma incalzato dalle truppe di Marco Antonio. E’ una fuga difficoltosa della quale neppure il famoso oratore romano ne intravede la fine e, anzi, preferisce farsi lasciare con la lettiga sulla sabbia, a poca distanza dal mare da dove sarebbe salpato con una nave che lo aspettava. Ma quello che affascina di più dell’intero racconto è, a mio parere, la suggestiva definizione della Città Eterna:  «cos’è Roma?» chiede Cicerone alla moglie e questa gli risponde: «E’ un’idea. Un piccolo passo verso il cielo». Immagine molto bella che apre e chiude l’intero racconto, descrivendo una struttura perfettamente circolare e compiuta e che ha la pretesa di tener coesa l’intera storia narrata attraverso l’immagine-idea dell’allora centro del mondo, Roma.

Con questo racconto Paolisso ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Anna Malfaiera” – sezione narrativa, promosso dalla città di Fabriano (An).

LORENZO SPURIO

10-09-2011

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