“Le danze del tempo” di Martino Ciano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le danze del tempo

di Martino Ciano

con prefazione di Tania Paolino

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

ISBN: 978-88-6354-372-8

Pagg. 143

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

  

“La sua droga perfetta era il passato” (pag. 51).

 

Confesso senza remore che i romanzi di guerra o che comunque fanno riferimento a particolari momenti storici di conflitto o di ribellioni non sono il mio forte ma ho accettato con piacere di leggere il romanzo di Martino Ciano, scrittore esordiente calabrese, grande studioso di storia. Dopo un’interessantissima nota di prefazione curata da Tania Paolino, nella quale si sottolinea soprattutto il valore del tempo nel romanzo, la lettura si snoda attraverso una serie di capitoli che in esergo riportano citazioni tratte dalla Bibbia. La storia contenuta nel romanzo è triste e inumana, come lo sono tutte le storie di guerra. Martino Ciano mette in scena non tanto il dolore e la devastazione degli oppressi ma il cinismo e la spregiudicatezza di coloro che si credono superiori, invincibili, potenti sopra ogni cosa. Di coloro che credono di poter decidere le sorti degli altri quando invece questo è un compito che appartiene solo a Dio.

Il setting iniziale con il quale si apre la storia è Auschwitz, luogo che non necessita di presentazioni. E’ il 1944 e al lager arrivano deportati dalle varie zone della Germania. Siamo, però, come narra la storia, alle ultime battute del regime hitleriano. Il tenente Karl Von Kliest, “l’immagine del perfetto ariano” (pag. 21), si rende colpevole di una serie di violenze e crudeltà tra cui l’uccisione dell’ebreo Jacob e di suo figlio Ismael, nomi che ricordano importanti personaggi biblici. Von Kliest rappresenta la Germania nazista, è un prepotente convinto degli ideali della purezza della razza; decide e manda a morte chi vuole arrogandosi un compito che non gli appartiene. E’ un piccolo Hitler, anzi forse addirittura più potente di Hitler che, come si è detto, ormai si trova nella sua fase calante. Ciano scrive, infatti, “Hitler ormai è finito. Ha paura anche di se stesso” (pag. 26).

Ma come narra la storia, lentamente le cose volgono male per i nazisti e le armate russe fanno il loro ingresso in Germania minacciando Berlino che poi riescono ad assediare. Il tenente viene mandato a Berlino dove, assieme ad altri gerarchi valorosi, è tenuto a organizzare la difesa della città. Non ci riusciranno e tra tanta morte e distruzione il tenente riuscirà a salvarsi e mettersi in fuga. L’impressione che ho avuto è che Ciano sottolinei di continuo l’impossibilità di salvezza per i deboli, i poveri, gli emarginati e sfruttati e di contro l’invincibilità, la salvezza dei cattivi, dei criminali quasi come se Dio osservasse tutto di nascosto e neppure lui riuscisse a regolare gli eventi.

Ma quando la Germania è ufficialmente caduta e con essa lo spregiudicato regime, allora le cose cambiano e non c’è più posto per i crudeli nazisti che prima hanno dominato la scena. Chi fugge, chi si salva, chi si converte, chi si pente, chi si autoelimina, chi nascosto rimane convinto delle proprie idee. Von Kliest decide di farsi fuori. Non riesce a sopportare di vivere in una società che non risponde più ai suoi ideali, ai progetti della sua gente. Non accetta la sconfitta. Non vuole lasciarsi uccidere dai rossi e lasciare che il proiettile delle loro pistole macchi quel corpo ariano e ne sconsacri l’essenza. Si punta la pistola alle tempie ma solo in quel momento, similmente a una pistola scarica nel celebre Gli Indifferenti di Moravia, scopre che i colpi sono finiti. E’ un caso? E’ una vendetta del destino? Non lo sappiamo fino a che non continuiamo nella lettura. La mia idea è che il non poter morire del tenente sia una sorta di pena divina silente come avviene al vecchio marinaio dell’omonima ballata di S.T. Coleridge. Ma come sempre la vita è fatta di un prima e un dopo, un passato e un presente. Ci troviamo ora a Colonia, città natale del tenente, nel 1962. La guerra è finita da tempo, sono trascorsi anni difficili e la ricostruzione del paese è stata lenta e dolorosa. La guerra non solo ha cambiato i luoghi, distrutto le case e annientato intere famiglie, ma ha contribuito a incrinare le psicologie dei sopravvissuti, rendendoli deboli, incurabili in virtù dei traumi subiti. Il tenente, seppur anziano, mantiene in un certo senso la sua integrità di sempre; “La sua anima ancora ricordava il passato, lo desiderava” (pag. 50), scrive Ciano. Sappiamo bene che chi vive del passato è un uomo che non è in pace con se stesso, nostalgico, solo, inattuale e pericoloso. E ancora una volta Karl si identifica con il marchio della dissolutezza, della perversione e dell’immoralità: è nazista nell’anima, alcolista, misogino, violento, tradisce la moglie e ancora a distanza di anni non riesce ad accettare (e forse a comprendere) che la sua Germania gloriosa non c’è più e che gloriosa non lo è mai stata: “ma io ci credo ancora” (pag. 56), confida a un suo vecchio amico.

La costruzione antitetica dei personaggi che popolano il romanzo esemplifica questa struttura manichea del mondo: i nazisti contro gli ebrei, i tedeschi contro i bolscevichi, il Bene e il Male, l’umano e l’animalesco, Dio e Satana, l’amore verso l’altro e l’amore verso se stesso, la ragione e la forza, l’io e l’altro. Ma in fondo non sono rilevanti nomi, luoghi, anni e altre caratterizzazioni che ci consentono di inserire la storia in un particolare momento perché una storia di guerra è metafora di ciascuna guerra, sia essa europea o a noi lontana.

Il tenente Von Kliest vive in una dimensione che è fatta di ricordi del passato, di memorie, di progetti e idee che nel passato non hanno preso corpo e il suo presente non è che un passato onnipresente che non annuncia mai a dar la staffetta a quel presente liquido, attuale, al momento. E’ un uomo che mentalmente è già morto e sepolto da decenni, come la sua ideologia, ma che vive in un corpo regredito e involuto. E’ espressione più chiara dell’imbarbarimento della società, dell’illusorietà della superiorità dei potenti sui deboli, del ritorno forzato a un sistema tirannico, prepotente, insano, chiaramente impopolare e inattuale per il suo tempo. E’ un ritorno allo stato di natura, a quella selvaggia e primordiale. Ma anche per lui arriva il momento della resa dei conti: la presa di coscienza, il pentimento, il rimorso, la paura del suo passato. Guardando sua figlia Martha, infatti, non può far a meno di ricordare gli innocui occhi di Ismaele, un bambino ucciso anni prima solo perché ebreo e perché aveva inveito contro di lui per difendere suo padre. E così Karl finisce per “[essere] stuprato da quei ricordi seppelliti” (pag. 59). Ciano impiega un linguaggio freddo, diretto, tagliente e crudo che, però, ben lontano da avere l’intenzione di scioccare, è perfettamente in linea e adeguato a quando va narrando: violenze, nefandezze, stupri, desolazione, rotture, abbandoni, sia fisici che metaforici.

E poi segue il sogno-incubo in cui Karl si vede di fronte a Jacob e Ismael, prova paura e rimorso e l’avvenimento onirico è di sicuro espressione inconscia del fatto che Karl non ha ancora fatto pace con se stesso, con il suo passato che, invece, ritorna a ossessionarlo, minacciarlo, indebolirlo e ad accusarlo per ciò che in assenza di un minimo di raziocinio tanti anni prima ha fatto per asservire un’ideologia assassina. Verso il finale dell’opera tanto egoismo e sicurezza di sé lasciano, però, il posto all’insicurezza, alla debolezza e alla dannazione del personaggio che anni prima si è macchiato di ignominiosi crimini; il suo passato crudele si mischierà al suo presente, alle vicende quotidiane della sua famiglia e proprio all’interno di questo universo si compirà una sorta di vendetta che, troppo pesante da sostenere, lo condurrà a un suicidio (ipotizziamo), questa volta con esito. Ciano condensa il tutto in una frase: “Solo vivendo si comprende la morte, solo peccando si comprende l’espiazione” (pag. 138). C’è una sorta di comprensione e di animo cristiano in questo: il perdono e l’espiazione alle colpe sono sempre disponibili e alla portata di tutti, efficaci solo se l’individuo è capace di crederci veramente.

Ciano ci accompagna in un viaggio doloroso, inserendo le intere vicende narrate in una precisa cornice storica che evidenziano la sua passione e competenza in tale ambito e ci consegna una parabola sulla cattiveria, sulla condizione del cuore umano macchiato dalla colpa. Karl Von Kliest è fratello di Kurtz di Heart of Darkness, e pertanto non è altro che l’espressione più pregnante di quel cuore di tenebra che attanaglia l’umanità.

 a cura di Lorenzo Spurio

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